giovedì 31 gennaio 2008

Le Porte di Pietra 2007 - Parte I - Il mio battesimo nel trail!

Questa è stata un'altra delle mie decisioni tipicamente meditate, ponderate, soppesate con calma... E' stato un utente di Runnungforum a lanciarmi, così, tra il serio ed il faceto, il "guanto di sfida", suggerendomi di partecipare a questa corsa dal nome suggestivo e misterioso, "Le Porte di Pietra". 75 km, 4.000 mt di dislivello in salita. Beh, insomma, visti così, sullo schermo del PC, e stando con il fondoschiena comodamente appoggiato allo sgabello, cosa c'è di così terribile? Sono poi sei numeretti...

Detto, fatto, mi iscrivo. Non ho la più pallida idea di cosa sia un trail, ma mancano ancora alcuni mesi all'evento, previsto per il 30 settembre; avrò tempo di preoccuparmi. Corsa in montagna: sì, ne ho già sentito parlare; una vaga idea ce l'ho. Dev'essere una roba mostruosamente faticosa. Ma il segreto è tutto lì: non stare a farsi troppi problemi, troppi se, troppi ma. Mi iscrivo e giuro che la farò. Subito, al volo. Così, se poi mi vengono i dubbi ed i ripensamenti, ormai mi son già incastrata con le mie mani e non mi posso tirare indietro.

Intanto, per adesso c'è la bici, ci sono le granfondo, le ferie di agosto da passare pedalando su e giù per i monti; per la corsa mi tormenterò più avanti, a settembre, appunto. Però, un'occhiata al percorso comincio a darla. Anzi, più che al percorso, all'altimetria. Infatti, una cartina di sentieri di montagna non son proprio buona a leggerla: inutile che la guardi, tanto non so nemmeno dove stiano il diritto ed il rovescio. Mi hanno assicurato che il percorso sarà perfettamente segnalato, a prova di imbecille molto imbecille, e questo per me è sufficiente. L'altimetria fa abbastanza impressione; in più, bisogna tener conto dei "traguardi" intermedi: se si arriva ai punti di controllo in ritardo rispetto all'ora fissata per regolamento, si è fuori.

Boh... Ma si dovrà proprio sempre correre? O è sufficiente camminare molto veloce? Da un calcolo approssimativo, la media necessaria per restare entro le 15 ore di tempo massimo è 5 km/h. Ce la dovrei fare a passo molto svelto. Comunque, tutto ciò la dice lunga sul mio livello di preparazione... Va bene, ho un bel po' di maratone e simili alle spalle, ma sono anni che non metto più gli scarponi ai piedi per andare a camminare in montagna! Figuriamoci a correre...

Le quote toccate dall'itinerario sono basse, vedo: 1.500 mt la cima Coppi. Beh, se non altro non ci saranno grossi problemi di temperature rigide, anche se saremo già in autunno. Una preoccupazione in meno. Il problema sarà la distanza; io sono reduce dallo smacco della 100 km del Passatore, dove al 75° km ho dovuto gettare la spugna... E dopo aver fatto decisamente meno salita! Beh, sì, in effetti ho preso, anche stavolta, una decisione un po' azzardata. Ma, alla peggio, che cosa potrà capitarmi? Se anche scoppio, ce la faccio comunque, a trascinarmi fino al primo dei punti di controllo!!! Da lì, qualcuno si prenderà la briga di ricondurre a valle i miei resti...

Mi rendo conto che questo non è l'atteggiamento più corretto nei confronti di una corsa in montagna. Dovrei capire che, da totale inesperta e digiuna di escursionismo o quasi, potrei creare seri problemi a me stessa ed a chi organizza e segue la corsa. Lo so, qui non è come nelle corse in bici; non c'è il pullman scopa al seguito, che recupera i morti e feriti ovunque essi si accascino. Farsi male o star male lungo un sentiero, anche se non si è a quote molto elevate o in luoghi particolarmente impervi, può costare caro, in tutti i sensi (non oso pensare a quanto possa ammontare la fattura dell'elisoccorso... Argh!). Però la saggezza non è il mio forte; più ci penso e più questa corsa mi intriga.

Intanto passa anche agosto, finiscono le corse in bici; ancora un paio di begli itinerari ciclistici ad inizio settembre, poi, complice anche un po' la classica "cotta" di fine estate, mi rassegno ad abbandonare per qualche tempo le due ruote. Bene. Son qui, ho un mese di tempo per preparare, se così si può dire, una cosa che si chiama "trail", è lunga oltre 70 km ed ha tanta tanta salita. Bene, anche la corsa in salita è un'esperienza che mi manca. Però, non ho nessuna intenzione di andare a correre su sentiero: soprattutto perché, impedita come sono, finirei per perdermi da qualche parte. E farmi venire a cercare con i cani da valanga con la fiaschetta di grappa al collo. No no, lasciamo perdere. Ho già una buona idea.

La salita di Rucàs di Montoso, da Bagnolo Piemonte. In tutto sono 16 km, per 1.200 mt di dislivello: quelli che contano, però, sono i primi 11, fino a Montoso, con rampe che tagliano le gambe. Da lì alla fine, ci sono lunghi tratti di piano e addirittura qualche breve discesa, in mezzo alle cave. Ok, può andar bene. Nel mese, ripeto la salita tre volte: beh, scopro con sorpresa di non cavarmela poi troppo male e, soprattutto, di non patire gran male alle gambe il giorno dopo, nonostante i 16 km filati di discesa, ben più traumatici, per le gambe, rispetto ai 16 di salita. Non sarà gran che, come allenamento; non sarà né graduale né equilibrato, ma io sono convinta che mi abbia fatto molto bene.

Poi, naturalmente, la più importante iniezione di fiducia arriva dal mio amico Matteo, che si offre di accompagnarmi in una vera escursione in montagna, su sentiero, da fare al ritmo più svelto possibile. Una quarantina di km, circa tremila metri di dislivello, se non ricordo male. Un itinerario meraviglioso, che riporto qui di seguito, con un fedele copia e incolla del percorso riportato da Matteo: Viozene, Rifugio Mongioie, Mongioie, Passo delle Saline, discesa quasi alla gola delle Saline, Cima delle Saline, Cima Pian Ballaur, Colle del Pas, Capanna Saracco-Volante, Carnino, Colla di Carnino, Rifugio
Mongioie, Viozene.
Una fatica ignobile. Parto forte, per cercare di non fare brutta figura, per capire cosa riesco a fare, come posso affrontare una corsa su sentiero. Il guaio è che Matteo, lui sì, parte forte e regge svelto senza problemi; io comincio ben presto ad annaspare, a faticare, a sentire il cuore scoppiare in mezzo alle orecchie. Sono questi, i momenti che mi gettano nello sconforto: non voglio ammetterlo, ma sto facendo qualcosa che è palesemente al di sopra delle mie possibilità. Non so fino a quando riuscirò a seguire Matteo senza stramazzare. Mi sforzo di apparire sicura e tranquilla, ma non lo sono affatto. Sono molto preoccupata. Terrorizzata, direi. E siamo alle solite: ma cosa m'è venuto in mente, ma perché mi sono buttata in questa follia, ma perché mi caccio in questi guai, ecc. ecc. ecc.
Per fortuna, tanto in fretta precipito nello sconforto, quanto in fretta torno a galla, nel momento in cui mi rendo conto che il peggio sta passando, è passato, insomma, quando vedo che ce la posso fare. E' solo da qui in poi che riesco anche a guardarmi intorno, accorgermi della giornata splendida ed apprezzare quelle montagne che fino a poco prima ho odiato con tutto il cuore. Matteo mi fa capire che la fatica sta per concludersi: c'è ancora una salita, ma ormai la stanchezza in me ha lasciato il posto all'euforia. A quanto pare, ho anche azzeccato l'acquisto: le scarpe da trail comprate da Decathlon hanno fatto degnamente il loro dovere; i miei piedi, nonostante la sfacchinata, non hanno nemmeno una bollicina. Merito, forse, anche dell'accorgimento di cospargerli con un bello strato di Pasta di Fissan, metodo rude ma efficace per proteggere la pelle.

La gita finisce con tappa alla pasticceria Cagna, di Garessio: giusto quattro passi per rendermi conto che le gambe, stavolta, un po' hanno patito. Ma l'entusiasmo è alle stelle. Grazie alla gita ed alla generosa compagnia della mia guida, ora so che, se forse non riuscirò ad arrivare alla fine del mio trail, potrò almeno difendermi degnamente.

Il 30 settembre ormai è vicinissimo, mancano pochi giorni, ho fatto quel che potevo; non mi resta che aspettare il gran giorno. Che arriva, finalmente. Nel pomeriggio di sabato, preparo lo zaino: giacca Gore-Tex, pila frontale, batterie di ricambio, indumenti per il freddo, barrette a non finire, gel energetici, borracce. Carico in auto anche il sacco a pelo e la cena al sacco: alle sei del pomeriggio, mi chiudo alle spalle il cancello di casa e parto. Destinazione, Cantalupo Ligure.

mercoledì 30 gennaio 2008

Race Across The Alps 2007 - Parte VII - Il giorno dopo

Il giorno dopo... In teoria, sarei stata iscritta alla GF Pantani. Ovvio che non ho il dono dell'ubiquità e non me la sarei mai sentita, nemmeno se qualcuno mi avesse caricata in auto e portata all'Aprica, di prendere il via. Sabato sera, finita la corsa, crollo a nanna. Incredibile la sensazione di soddisfazione provata al risveglio, la domenica... Quella sensazione che purtroppo dura troppo poco, ma è bellissima, che provi quando sai d'aver fatto qualcosa di grande. Lo so, non c'è molto di grande nel guadagnare una maglia di Finisher "di consolazione", ma io sono felice lo stesso. Vedo la luce filtrare attraverso le finestre, saranno le otto, ma non importa: poltrisco ancora un po', mi giro e mi rigiro, cercando di non svegliare Franco che magari in realtà è già sveglio. Poi, pian piano, la casa prende vita, ci alziamo noi e anche gli altri. E' ora di raccogliere, sia pure a malincuore, le nostre cose, ed avviarci verso la vita normale, verso casa. Ma non senza concederci ancora un bel regalo. Tutti insieme, con Silke ed il suo equipaggio, facciamo colazione, ancora un po' di chiacchiere, mischiando le lingue, un po' di inglese, un po' di tedesco, un po' di italiano. Il momento dei saluti è il più triste per me: mi spiace lasciare tutti, soprattutto Ludwig, lui che, quesi senza conoscermi, s'è offerto di sopportare tutto questo strapazzo, questo viaggio, la spesa ed il disagio, così, per pura generosità. Che persona eccezionale, Ludwig.

Franco ed io salutiamo anche la simpatica banda dei Tedeschi; un salto al bar, sotto i raggi di uno splendido sole, e poi via verso l'ultima avventura. Lasciamo l'auto a Prato allo Stelvio, scarichiamo le bici: si va allo Stelvio!!!

Ho smesso di pedalare la sera prima, dopo tante ore di sella, ma ho una gran voglia di ricominciare. E ci tengo a che Franco possa godersi il suo primo Stelvio: anche perché mi spiace che, per causa mia, abbia dovuto rinunciare, anche lui, alla GF Pantani. Via, si parte, sotto uno splendido sole.



Franco pedala bene, io mica tanto: fatico, sono un po' cotta, ma non importa, sono contenta. Via i primi drittoni, via i tornanti, finalmente appare il "vero" Stelvio come lo si vede nelle cartoline.



Ci concediamo una pausa per prendere l'acqua e fare qualche foto, poi riprendiamo la salita; gli ultimi tornanti passano veloci, fin su alla cima, come sempre affollata di turisti, banchetti di souvenir, venditori di wurstel e crauti.



E, visto che abbiamo deciso di trattarci bene, lo facciamo fino in fondo: ci sediamo in terrazza, anche se fa freddino, per via del vento e delle nuvolette che ogni tanto oscurano il sole, e ci sbafiamo una meravigliosa pizza.



La discesa, con ben 48 tornanti, è un incubo per me, ma ormai non mi interessa più. Da questi quattro giorni ho avuto tutto quel che avrei potuto desiderare. Credo di poter dire, senza esagerare, che sono felice. Pazienza se poi il rientro a Milano è un calvario di code in autostrada, e il mio rientro da Milano a casa è un misto di infinita tristezza e stanchezza che mi crolla addosso tutta assieme, pesante.

Che posso dire per concludere? Solo un immenso GRAZIE a Franco e Ludwig, le due persone che hanno trasformato il mio sogno in realtà. Null'altro...

Race Across The Alps 2007 - Parte VI - La seconda metà della corsa

Che Silke fosse una tipa molto tosta, era facile immaginarlo. Franco mi ha detto che, sul Bernina, stava male, aveva i crampi, era furente per la sosta forzata; appure, non appena s'è accorta del mio arrivo, è rimontata in sella e s'è buttata in discesa. E' prima mattina, il freddo è pungente giù per la discesa.


Io già di solito sono una vera frana, come discesista; adesso, poi, le mie difficoltà sono ingigantite dal freddo e dalla stanchezza. Silke mi stacca, va via; poco dopo, la vedo ferma accanto al furgone della sua squadra, in evidente difficoltà, ma sempre con il sorriso in volto. Mi riprende, mi sorpassa ancora. Franco mi racconterà poi d'averla vista più che mai tremante ed infreddolita.

E' la volta dell'Albula. Splende il sole, sono euforica, ancora per la gioia di aver raggiunto la mia avversaria. Lo so, l'ho raggiunta solo perché non sta bene; se fosse in piena forma, io non l'avrei vista nemmeno con il telescopio, avrei preso un distacco calcolabile in giorni; però, fatto sta che adesso non è lontana.



Salgo bene, sto bene; supero un paio di ciclisti con la mountain bike, vado su tranquilla, mi godo il calduccio. Verso la cima, eccola ancora, la Silke, a piedi, con la bici per mano, accompagnata da uno dei membri del suo equipaggio e coperta da una giacca ben più grande della sua taglia. La supero, la incoraggio: non perché mi voglia sentire superiore, per carità, so di non esserlo; semplicemente perché, in quel momento, vedo me stessa al suo posto ed immagino la rabbia indescrivibile che quella donna può sentire dentro di sé, nascosta dal suo splendido sorriso. Se fossi al suo posto, sentirei che sto gettando via una delle occasioni più belle della mia vita, e non posso farci nulla; sarei pazza di rabbia e delusione.

L'Albula, sul colle, è un lungo falsopiano. Mentre scollino, mi accorgo che anche lei è risalita; mi raggiunge, mi affianca, scambiamo qualche parola, si lamenta dei crampi, poi ancora giù, e qui mi stacca, come sempre. Però, in fondo è umana questa donna. Dietro il fisico perfetto, muscoloso, scolpito, e l'atteggiamento di enorme sicurezza e padronanza di sé, nasconde l'animo di una persona semplice. Io sono un'emerita signora nessuno, non ho nemmeno un centesimo del curriculum grandioso che ha lei, eppure lei è qui e chiacchiera con me, svela le sue difficoltà. Tutto questo non fa che aumentare l'ammirazione che ho per lei.

Altra salita, il Fluelapass. Qui per me iniziano le vere difficoltà. E' tardi, lo so, ormai è evidente che non ce la farò mai ad arrivare a Nauders in tempo, ma questo lo sapevo fin da subito; sarebbe stato sciocco e presuntuoso, da parte mia, illudermi del contrario. Però questa salita è molto dolce e quasi priva di curve: per me, una vera tragedia. Le forze ormai se ne stanno andando; continuo a mangiare, barrette, i panini di Franco con il formaggio, a bere, ma c'è poco da fare, sono cotta. Penso che Franco e Ludwig ormai non ne possano proprio più, penso che mi stiano odiando perché sono così irrimediabilmente lenta. Anche la pancia comincia a dare preoccupanti segni di insofferenza. Basta, lo giuro, arrivo in cima e mi ritiro. Già. Ne sono proprio convinta, lo voglio fare davvero.
Però... In cima ci arrivo, e penso che, in fondo, posso farne ancora una, di salita. Solo più una, poi, davvero, la smetto, basta. Poi ricordo una discesa, un lungo tunnel ed un tratto, pochi km in realtà, dove la crisi è proprio nera. Sono pochi km di pianura, in cui sento che rallento all'inverosimile: gambe e braccia molli, mi gira la testa, non ce la faccio davvero più. No, non ce la faccio, sono stata una pazza a tentare quest'impresa, adesso sono qui, ridicola, impotente di fronte a questa figuraccia barbina che sto facendo... Anche qui, mi salva Franco, con qualcosa da mangiare, mi pare un gel, una barretta, qualche minuto di pausa e sonno nell'auto. E, soprattutto, con il coraggio che sa infondermi. La pianura finalmente finisce, altra salita, ma adesso sto meglio. E' il passo del Forno. Qui, lo ammetto, i miei ricordi sono ormai confusi. Ricordo qualche tratto di salita, un falsopiano, l'arrivo in cima con la luce della sera. Pass dal Fuorn, Ofenpass.



Non so che diavolo mi prende, qui. Forse uno strano effetto della stanchezza. Mi sento felice, euforica. Scollino, riprendo la discesa: adesso VOGLIO arrivare alla fine. Non me ne frega un tubo se il tempo è scaduto. Sono qui, voglio continuare, voglio andare a Nauders.
Mi affianca l'auto di Franco e Ludwig. Li ha appena chiamati il boss dell'organizzazione, Mr Gernot: dice che il tempo è scaduto e che, se smetto in questo punto, avrò comunque la maglia di finisher. Non ci penso nemmeno. Dica quello che vuole, Mr Gernot, io ho faticato da bestia fin qui e non mi voglio fermare.

Imbocco la salita dello Stelvio. Intanto, i miei due amici vanno alla ricerca di un posto di Polizia, o qualcosa del genere, per sapere se è possibile passare con l'auto oltre la dogana che c'è prima del passo. Io salgo i primi tornanti, non so cosa diamine sia successo, ma mi pare di volare. Però mi tocca ben presto tornare con i piedi per terra... La dogana è chiusa, non c'è niente da fare, la corsa finisce qui. La delusione, però, se ne va subito via, spazzata dall'abbraccio dei miei amici, che mi festeggiano come se davvero fossi giunta al traguardo in tempo.

A Nauders, in un tendone ormai deserto, trovo ad attendermi Silke e la mia maglia Finisher. Lo so, non me la sono meritata, ma la conservo come una reliquia. Sono così felice che non sento nulla, freddo, stanchezza, niente di niente. Vedo solo i sorrisi, di Silke, di Franco, di Ludwig, di Heinz che è arrivato apposta dal Liechtenstein per salutarmi...




L'avventura si conclude così, nel migliore dei modi possibili. Silke ci invita tutti a dormire nell'appartamento che lei e la sua squadra hanno preso in affitto: prolungo così di qualche ora la mia favola, con una bella doccia, i racconti euforici della sera stessa, una meritata notte di riposo, e ancora la colazione tutti assieme, le due squadre. Sì, di quella sera ho un ricordo splendido, in cui entrano un sacco di cose, ma non la stanchezza. Non c'è posto per la stanchezza, anche se poi, a dire il vero, crollo tra le braccia di Morfeo ancor prima di toccare il cuscino con la testa.

lunedì 28 gennaio 2008

Race Across The Alps 2007 - Parte V - La prima metà della corsa

Via, partiti. Ma porcaccia miseria. Possibile che si debba schizzar via come dei missili, se ci son davanti cinquecento e passa km da percorrere? E non certo piatti come un tavolo da biliardo? Maremma maiala... La strada da Nauders al Resia è breve, sono pochi km; il guaio è che è in leggerissima salita, cosa che per me è una tragedia! Ok, in salita vado piano, ma, in proporzione, sul falsopiano sono proprio, cronicamente, piantata. Per un po' tento di tenere qualche ruota, ma mi passano tutti, proprio tutti; ho già il cuore che scoppia, la gola in fiamme, ma andate al diavolo. Il gruppo se ne va, scompare in fretta all'orizzonte; mi sorpassano, una dopo l'altra, anche le auto di assistenza. Nemmeno 10 km e son già sola. Va bene, Gian, niente panico. Te lo devi mettere nella zucca subito. Queste fesserie qui, questi patetici tentativi di inseguimento, non servono a un tubo, se non a renderti le gambe dure come ciocchi di legno. Calma, rallenta, lascia che il cuore torni ad un ritmo normale, lascia che il respiro si calmi. Goditi il caldo, il panorama, il lago su al Passo col campanile che spunta dall'acqua.



Supero il passo, via giù per la lunga discesa. Compare già qualche nuvola di troppo: beh, è prevedibile che nel primo pomeriggio si becchi qualche temporale...
Nella solitudine totale, raggiungo l'attacco della salita dello Stelvio. La conosco bene: è lunga, ma non ha pendenze impossibili; devo solo prenderla con molta calma, perché è la prima di una lunga serie.
Sono appena ai primi tornanti e già inizia a piovere... C'era da immaginarlo, il cielo è diventato cupo e chiuso in un attimo. Prima sosta per vestirsi, e già mi prende l'affanno: sto perdendo tempo, e già ne ho pochissimo!!! Giacca e pantaloni impermeabili. Poi, dopo un po', levo i pantaloni, altra sosta, altro scatto di rabbia. Franco mi dice di stare calma... Ha ragione, se comincio a perdere le staffe adesso, sono guai. C'è che fa freddo, che il vento si fa più forte e gelido man mano che salgo; c'è che di là la discesa sarà lunghissima; io già sono una frana in discesa sull'asciutto, figuriamoci poi con l'acqua!



In cima è nevischio. Mi vesto, grazie all'aiuto prontissimo dei miei due angeli custodi: io ho le mani intirizzite! Ho paura di scendere, ma non c'è niente da fare. Devo andare. Speriamo solo che l'intensità della pioggia si riduca un po'. Scendo piano, male, con quell'orrenda sensazione di non riuscire a frenare e, soprattutto, di non poter controllare la paura. E' bella, questa discesa, ma eterna, prima di arrivare a Bormio. Non mi par vero di poter ricominciare a salire!

Del Gavia, da questo versante, ricordo poco. Solo il freddo e la pioggia. E i km finali, non molto pendenti, in mezzo ai prati verdi, fino alla chiesetta, al piccolo bar. Vedo Franco e Ludwig in cima, intirizziti; mi sento un po' in colpa per loro. Anche qui, mi aiutano a vestirmi: devo sbrigarmi, scendere, qui fa freddo davvero.



Anche questa discesa è una bella sofferenza. Continua a piovere, e poi, chi conosce il Gavia da Ponte di Legno, sa di che strada io stia parlando.
Per fortuna, pare che il meteo abbia voglia di smettere con le bizze. Alla fine della discesa, la pioggia è cessata. Fino a Edolo, la strada è in discesa; si va via veloci. La stanchezza un po' si fa già sentire... Scende la sera, Franco mi sistema le luci. Inizio la salita all'Aprica: qui la pendenza è lievissima, ma so che non devo farmi prendere dall'entusiasmo. Bisogna andare piano, molto più piano di quanto ci si senta di poter fare.

E' buio, ci son solo io con le mie lucine... O no? All'improvviso, ecco che arrivano, alle mie spalle, un po' di concorrenti: loro han già fatto l'Aprica, il Mortirolo, e ora andranno dall'Aprica a Tirano e poi al Bernina. Io, il giro lo devo ancora fare. Mi sorpassano come moto, pieni di entusiasmo, sorrisi ed incoraggiamenti. Scambio qualche battuta anche con le varie squadre a bordo dei furgoni... Poi ancora il silenzio.

Arrivo all'Aprica, è sera tardi, ma c'è un ragazzo del BDC forum che mi riconosce e mi saluta: che gioia!!! Ringalluzzita, supero l'Aprica ed inizio la discesa. L'asfalto è sconnesso: meno male che le luci dell'auto al seguito mi danno una mano.

Sono interminabili i km dal bivio di fondovalle verso l'attacco del Mortirolo. Pianura, lunga, odiosa. Non mi par vero di arrivare alla salita.



Qui è notte ormai fonda. Ho le cuffie e la musica nelle orecchie, adesso: altrimenti, il sonno mi assalirebbe. E' incredibile il Mortirolo in piena notte. Non vedo nulla intorno a me: non i tornanti, non la strada giù sotto, né il bosco o le case o le pietre. La salita la "sento" solo nelle gambe; spingo, fatico, non so per quanto e per dove. Il tempo sembra volersi fare cattivo un'altra volta: ci sono lampi che illuminano la vallata a giorno, colpi di tuono sempre più vicini. Pur non volendo, mi ritrovo a forzare sui pedali, con l'angoscia del temporale - per quale ragione, poi, non lo so. E' che la stanchezza si fa sentire maledettamente, adesso. Non è nemmeno stanchezza: è sonno. maledetto sonno. Arrivo su, inizio la discesa, ma mi rendo subito conto di non controllare la bici. Vorrei darle una direzione, ma gli occhi si chiudono e l'attenzione sfuma. Rabbia, ferocissima rabbia, non pensavo di crollare già così presto!!!

Prima sosta, qualche minuto di sonno sul sedile dell'auto. E' un sonno strano, tanto profondo quanto breve, con un risveglio di soprassalto. Poi riprendo la discesa: ma freno, freno troppo, vedo la strada molto più ripida di quel che è, sono confusa, tutto fuorché lucida, in quei momenti. Per fortuna, anche stavolta arrivo a Edolo e ricomincio a salire. In salita è più facile combattere il sonno; in più, l'Aprica permette di sciogliere un po' le gambe.

A Tirano, altra piccola pausa di sonno. Ormai è chiaro che le 32 ore non mi basteranno mai, sono cotta; il sonno non mi dà tregua; arrivano i pensieri nefasti: ma che cavolo pensavo di poter fare, ma che imbecille che sono... E' l'alba quando attacco il Bernina.



La salita del Bernina è un calvario. Non è dura, non ha pendenze cattive, per carità. Però io ho nelle gambe già cinque salite, ho alle spalle una notte di bici, tanta stanchezza addosso, lo sconforto di essere ormai irrimediabilmente sola. Chissà dove sono già gli altri, dov'è Silke. Sono ridicola, io, qui, vado come una lumaca, non ce la farò mai. E poi, non ho nemmeno la certezza di dove si trovi il colle! L'ho già fatta una volta, questa salita, ma non ricordo... Che bello però, il Bernina, subito dopo la dogana. Che bello tutto, dal lago ai casolari sparsi, agli ultimi tornanti in mezzo ai prati.
Però arranco, son proprio cotta. Fino ad una delle ultime curve... Quando spunta Franco e mi dice, la Silke è in cima, ha i crampi, l'hai presa!!! Mamma mia... Peggio di una frustata nella schiena. Lo so, è crudele, ma mi sembra di risuscitare. Ho preso la Silke... La Wonderwoman... Non ci posso credere...



E' come se le forze mi tornassero di botto, nelle gambe, nelle braccia, ma soprattutto, mi torna la voglia di andare, di provarci. Faccio una breve sosta, poi via in discesa. Silke lo sa, d'essere una discesista eccezionale; mi fa mangiar la polvere anche lì, anche con la sofferenza del freddo e dei crampi. Però ormai so che è a tiro, non può scappare.

Race Across The Alps 2007 - Parte IV - La partenza

Apro gli occhi, ma non sono ancora del tutto sveglia. Attraverso le imposte filtra una bella luce: saranno circa le otto del mattino; mi ci vuole un attimo per riordinare le idee... Perché stamattina Skipper non mi ha svegliata? Ah già... Perché non sono a casa, sono in una stanza d'albergo, con le bici accanto al letto ed i raggi di sole che filtrano dalle tende alla finestra. Pare incredibile, ma sono a Nauders e il gran giorno è arrivato!!!

Qui, devo ammettere, sono in crisi. Non ricordo più cosa sia successo quella mattina: Franco ed io abbiamo fatto colazione in albergo? O siamo andati a caccia di backerei nel paese? Proprio non lo so. Ho le idee un po' più chiare dal momento dell'arrivo di Ludwig: l'auto, i preparativi, il trasferimento dei bagagli, delle scorte di pappatoria per me e per i miei accompagnatori. Se ci penso, ancora adesso mi vergogno un po': Franco e Ludwig sono indaffaratissimi, caricano, spostano, aprono, chiudono, incastrano, mentre io, già vestita da bici, mi aggiro nei paraggi come un fantasma. Manca poco alla partenza, un paio d'ore, ma ho già il cuore in mezzo alle orecchie. Non so se sono più agitata, più terrorizzata o più gasata, non ne ho idea!!! Solo che non riesco a stare ferma...



Ci avviciniamo, parcheggiamo l'auto in una piazzetta appena dietro la partenza. Manda più di un'ora, ma io sono in fibrillazione; vado a cacciare il naso nella zona del via, ma è ancora tutto un lavorìo di operai che sistemano l'arco, le casse, i cavi. Torno indietro, mangio qualcosa. Fa caldo, c'è un bel sole! Questo sì, è un bell'incoraggiamento...



L'agitazione sale e sale, man mano che la piazzetta si affolla di altri furgoni col numero, altre squadre, altri concorrenti. Con qualcuno scambio anche due chiacchiere: c'è un giovane inglese, che, come me, sogna solo di arrivare alla fine; ci sono i mostri della RAAM, della XXAlps Extreme. Ludwig attacca discorso con la squadra di un concorrente austriaco; è incredibile, tutta una babele di lingue, tutto un tradursi e riportare e interpretare i vari discorsi. Sorrisi, risate, ottimismo. E' vero, ho una paura dannata, ma sono qui, sulla porta d'ingresso di un'avventura che, fino a poco tempo fa, non avrei nemmeno osato immaginare. Adesso ci sono.

Ci avviciniamo alla partenza. Ora c'è più gente, tanti ciclisti, tanti accompagnatori; macchine fotografiche e flash ovunque. Anche Franco e Ludwig sono armati di obiettivi e scattano foto a raffica.

E' un momento difficile da descrivere. Mi sento piccola piccola in mezzo a quei campioni. C'è anche la mia unica rivale donna, Silke, bellissima, sorridente, sicura di sé, bersaglio di fotografi e microfoni. Vista così, sembra arrivare da un altro pianeta. Dovrei, per correttezza, salutarla, ma non oso: non vorrei che il mio gesto fosse preso per superbia; io non posso stare al suo livello. Ma ci pensa lei, nel modo chiassoso ed esuberante che è parte del suo stile! Saluta, augura in bocca al lupo.



E poi persino il palco, le interviste! Uno per uno, i ciclisti vanno a dire qualche parola di sé. Purtroppo, è quasi sempre il tedesco la lingua prescelta, quindi capisco poco. Poi tocca anche a me; quel gran bel pezzo di figliolo dell'intervistatore mi chiede cosa mi aspetto dalla gara: arrivare alla fine, e viva... Beh, obiettivo già fin troppo ambizioso.



I minuti scorrono lenti, infiniti. Quest'attesa mi fa impazzire!!! Mi guardo intorno, mangiucchio, scruto gli altri concorrenti... Ammiro la vettura del direttore di gara, una lussuosissima BMW, mica bau bau micio micio!!! E poi, finalmente, arriva il momento di mettersi in griglia.
Mi manca un po' il fiato adesso. Saluto Ludwig e Franco, li ritroverò dopo; mi avvicino ai colleghi già schierati. Faccio per imboscarmi nelle retrovie, ma a gran voce mi richiamano avanti. Foto di rito, tante, da tutte le parti. Chiudo gli occhi, un respirone. E' vero, Gian, ci sei. Si parte!!!!!

venerdì 25 gennaio 2008

Race Across The Alps 2007 - Parte III - Si va a Nauders

Appuntamento da Franco, 21 giugno 2007, verso mezzogiorno. Parto con la vecchia e fida Opel stracarica: il bagaglio, i viveri per il viaggio - mi basterebbero per andare fino a Capo Nord, ma non li tocco nemmeno, per la tensione - e le due bici. Eh già... Un vero prò che si rispetti non va mica in giro con una bici sola! Da buona iperansiosa, meglio portarle entrambe, si sa mai. Tanto, sul macchinone di Ludwig, che mi seguirà nella corsa, c'è un sacco di spazio. Metti che qualcosa si rompe mentre pedalo... Non posso mica permettermi di perdere tempo nelle riparazioni! Già così, con 32 ore a disposizione, per fare un giro che potrei sperare di chiudere in 40, sarà una disperazione.

Viaggio fino al paesello di Franco, vicino a Milano, in preda ad una sorta di allucinazione. Miracolosamente azzecco le direzioni ed i caselli, ma dev'esserci una specie di pilota automatico che guida, perché io sono sospesa a metà tra sogno e terrore. Quella sensazione che ti porta a dimenticare per un attimo tutto il resto, le attività, le persone, insomma, tutto ciò che riguarda la vita ordinaria. Non c'è più, è sparito. Non so cosa ci sia intorno a me; so solo ce c'è da fare un viaggio fino a Nauders e c'è da tentare una corsa in bici.

Meno male che c'è Franco. Prende in mano lui la situazione: il trasferimento dei bagagli e delle bici dalla mia alla sua auto non è impresa da poco! Nello stato psicofisico, più alterato del solito, in cui sono io, potrei dimenticare a casa almeno dieci cose indispensabili. Inizia ora uno dei viaggi più belli e sereni che abbia mai fatto!

Si parte, fa caldo, direzione passo Maloja, se non ricordo male, e Svizzera. Si chiacchiera, Franco sa stemperare la tensione, si fanno progetti; per ora sono tranquilla. Sosta in pasticceria, ci abbuffiamo di paste e meringhe: mamma mia, che attentato clamoroso alla linea, che per me è già parecchio tonda! Ci si ferma lungo il lago, due passi, qualche foto.



Fa freddo, il cielo si è coperto e tira vento: con il mio solito abbigliamento da spiaggia, sono come minimo fuori luogo! Poi ripartiamo, avanti, verso Nauders, e più passano i km, più sale la tensione. Ci attende, nel tardo pomeriggio, quello che viene pomposamente chiamato "briefing". Incontreremo Ludwig lì.

Il cielo è sempre cupo, cade anche qualche goccia di pioggia. Nuvole scure come il mio umore. Lo sapevo, il momento della verità è arrivato. Mentre attraversiamo un pendio verdissimo ed arriviamo in vista del paese, mi assale la paura, quella vera, spessa. Ma che ci faccio, qui. Sta arrivando il brutto tempo, pioverà domani, io sono una frana con la pioggia, lo so, sarà un dramma già da subito. OK, ho l'assistenza al seguito, ho tutto ciò che mi può servire, non ha senso angosciarmi, eppure...

Il cuore schizza a mille quando vedo le freccine che indicano la direzione della struttura dove si terrà il raduno pre-gara. Arriviamo in loco, solo per scoprire che il briefing sarà un'ora più tardi di quel che pensavamo. Fa freddo, ma non so se sia freddo davvero, o se sia solo colpa della mia agitazione. Facciamo due passi per il paese, con Franco a fare da argine al mio terrore. Poi torniamo al punto d'incontro. Il parcheggio è pieno di vetture con i nomi degli sponsor, i porta-bici. C'è movimento, tante persone, forse sono i ciclisti, forse i membri delle varie squadre. Discorsi in tedesco, risate; tanta, ostentata sicurezza, questo è quel che percepisco io, questo è quello che manca a me. Mi sento piccola piccola, fuori posto in mezzo a quella gente che chissà quale curriculum sportivo ha alle spalle, al contrario di me che non ho nulla, almeno, nulla a cui si possa aggiungere il prefisso "ultra-". Entriamo, ci facciamo capire in inglese; ci sediamo, ma seduta non resisto, comincio a girare nell'attesa che accada qualcosa. Non oso guardarmi intorno, cercare gli sguardi dei "concorrenti", improvvisamente vorrei essere lontana mille miglia di lì. C'è un sacco di gente che mangia e tracanna birra... Poi le luci si spengono, lo speaker inizia a parlare, chiama sul palco alcuni dei candidati al massacro di domani. Non si capisce nulla, ovviamente, o almeno, si capta solo qualche parola. Franco ed io restiamo vicino all'ingresso: poco dopo arriva Ludwig, che, con vera efficienza teteska, provvede immediatamente a chiedere tutte le informazioni tecniche per l'indomani. In un attimo, sul mio tavolo compaiono un sacco di cose, tra cui uno splendido road-book plastificato. Che emozione, vedere lì quell'altimetria su cui avevo consumato un sacco di sospiri per un sacco di tempo! E le etichette da applicare all'auto al seguito, e il numero per il casco, e, e...

Chiamano sul palco l'unica altra donna, Silke Seekamp: una splendida ciclista, fisico atletico che più non si può, entusiasmo trascinante. Mamma mia, questa mi spiezzerà in due. Anzi, peggio, in quattro, in otto... E come lei tutti gli altri, tutti magri, tirati, organizzatissimi. Io no, io non sono organizzata, vado incontro all'ignoto. Una cosa del genere, non puoi pensare di organizzarla, se almeno non la provi una volta, prima. Mi ripeto che sono qui per provare, e basta. Sono felice di esserci!

Confesso che la fine della riunione è un vero sollievo. Si va all'albergo che Ludwig ha prenotato per Franco e me: i titolari sono due giovani simpaticissimi; lui è un istruttore di MTB e dev'essere anche un bel pazzoide! Sono incuriositi dal fatto che io partecipi alla RATA, mi incoraggiano, fanno il tifo.

Ora ci vuole una bella pizza... E poi a nanna. Così facciamo: si va a mangiare una vera pizza, ottima a dispetto del fatto che siamo in Austria. Nel locale ci sono anche altri che domani partiranno con me: è il titolare della pizzeria, di chiare origini non austriache, che ci mette in contatto con fare chiassoso ed allegro. Bene: se anche gli altri vanno di pizza, allora qualcosa di giusto, nella mia preparazione pre-gara, c'è. La pizza, appunto.



Ancora due passi, poi si va a nanna. La partenza domani è a mezzogiorno. Ci sarà tempo per dormire un po' più a lungo del solito e prepararsi con calma. Buonanotte...

mercoledì 23 gennaio 2008

Race Across The Alps 2007 - Parte II - Meditazioni

Riprendiamo la narrazione... Vado un po' a rilento, lo so, ma ho due ottime ragioni.
Una: per non so quale evento di quelli che si manifestano una volta su seimila miliardi, ho passato lo scritto dell'Esame di Stato (Dottore Commercialista), quindi ho pochi giorni per studiare TUTTO in vista dell'orale di lunedì 28.
L'altra: giusto per festeggiare l'evento uno, mi sono leggermente schiantata in bici, la scorsa domenica... Quindi CI ho una faccia così, un solo occhio operativo e un po' di difficoltà con i tasti del piccì!

A parte queste quisquilie... Dov'eravamo rimasti? Ah sì. Al punto in cui mancano tre settimane alla RATA e vengo a sapere che al via ci sarò pure io. Beh, ci sarò, parole grosse: come faccio ad esserci? Primo, non sono abbastanza allenata. Non si discute. 13.000 e rotti metri di dislivello, più di 500 km, e chi li ha mai visti? In due tappe, ok, è già dura ma si può fare. Ma in una botta sola... E poi, calma, ci sono tutti i problemi organizzativi! La versione inglese del sito web della corsa spiega che è obbligatorio, a pena di morte immediata, avere una squadra di quattro persone al seguito e, ovviamente, una vettura capace di portare a spasso tutti quanti, più eventualmente il ciclista schiattato e la sua bici.

Insomma, è chiaro che tutto ciò non sta né in cielo né in terra. La RATA nel 2007 non s'ha da fare. E' impossibile, i problemi sono troppi, il tempo troppo poco. Devo dire di no, devo spiegare che è colpa loro, degli organizzatori, me l'han detto troppo tardi, non riesco proprio a partecipare... Sì, certo. Razionalmente, dovrei fare proprio così. Però so benissimo che non lo farei mai. A costo di andar là da sola, di tentare di far tutto il giro con uno zaino enorme, di arrangiarmi, insomma, e al diavolo le loro regole. Non posso perdere un'occasione come questa. Se rifiuto quest'anno, col cavolo che l'anno prossimo mi ammettono dinuovo! No, le occasioni vanno colte, a qualsiasi costo. Questa è una delle occasioni più belle della mia vita. Non posso gettarla ai rovi, no, non si fa.

Mentre mi arrovello, passano i giorni, tra l'ufficio e la bici. Pian piano, la nebbia comincia a dissolversi. Grazie ad alcune persone verso le quali avrò sempre un debito di gratitudine enorme: Franco e Ludwig. Sono loro i primi ad offrirsi di accompagnarmi in questa pazza avventura. Franco, il compagno di tante avventure sulla bici; Ludwig, un simpaticissimo corridore conosciuto alla 100 km del Passatore, con cui ho condiviso un bel po' di km di fatica e di chiacchiere quella notte tra Firenze e Faenza... Due persone buone e generose come mai pensavo potessero esistere, e non è per fare una sviolinata, che lo dico. Lo dico proprio io, che son sempre così scettica e diffidente verso il prossimo!!!
Con Ludwig arriva anche la vettura... Una bella auto grossa, dove stipare tutto il bagaglio che mi porterò dietro nel viaggio. Insomma, in pochi giorni, quei problemi che sembravano insormontabili sono svaniti, non certo per merito mio, ma per l'incredibile abilità pratica ed organizzativa dei miei due amici.

Io ormai sono già "oltre". In un certo senso, sono già "estraniata" da questi problemi. Lo so, è un comportamento egoista il mio, ma la certezza di avere accanto due persone di cui potermi fidare, che si sono fatte carico di tutti i problemi materiali, mi permette di pensare, sognare, preoccuparmi solo della corsa. Poi, anche qui, "corsa" per me è un parolone. Io non posso permettermi nemmeno l'ambizione di arrivare alla fine nelle 32 ore di tempo massimo. Non ce l'avrei fatta nemmeno se avessi avuto a disposizione mesi di allenamento. Figuriamoci in tre settimane... Nei giorni precedenti il 21 giugno, fatidica data della partenza, pedalo parecchio in montagna, faccio il giro di cui ho parlato nel post "Sotto la pioggia...", partecipo alla GF Campagnolo; insomma, aggiungo un po' di fondo alla discreta quantità di salite in montagna già fatte, come d'abitudine, in primavera.
Tutto quel che voglio è esserci. Vedere, vivere, provare quest'esperienza. Lo so che non potrò combinare molto. Una cosa del genere non può essere preparata, finché non ci sei dentro e non vedi cosa significa davvero. Allora, poi, se ne può discutere, non prima.

Ci sono nomi, nella lista dei partenti, che forse al grande pubblico non dicono molto: ma è gente che ha corso la Race Across America, la XXAlps Extreme ed altre prove, appunto, estreme, di questo genere. Sono extraterrestri: lì in mezzo, io c'entro proprio poco. C'è un'altra donna, oltre a me: una tedesca, Silke, anche lei con un curriculum che fa impressione... Sul suo sito internet, ci sono decine di foto, racconti, imprese fantascientifiche. Eh sì, c'è poco da fare, il dubbio di aver fatto il passo molto più lungo della gamba mi assale, di tanto in tanto. Ma perché non provare? In fondo, alla peggio, rimedierò una figuraccia; alla peggio, l'anno successivo non mi accetteranno più.

Quanto ci metterò, in che condizioni sarò, guardo e riguardo l'altimetria. Trituro gli ammennicoli a mezzo mondo con i miei dubbi, le mie paure; chi mi dice che ce la farò, chi dice che non ce la farò mai, chi mi rimprovera perché non mi alleno seriamente, chi azzarda tabelle e tempi. Oh, insomma... Come si fa a prevedere qualcosa? Non mi interessano le previsioni, anzi, non le voglio nemmeno sentire!!! Mi metteranno solo ansia quando sarò là, a pedalare, e mi accorgerò - perché sarà inevitabilmente così - del tempo che scorre troppo in fretta. Questa follia è, appunto, una follia. Devo solo andare là, partire, pedalare finché ce la faccio. In fondo ho alle spalle due Rando 8000, ok, più brevi della RATA, ma affrontate in autonomia, quindi con zaino pesante, l'incognita del meteo, la necessità di arrangiarsi. Alla RATA sarò assistita, avrò una squadra a mia disposizione, e che squadra!!!

Alla sera del mercoledì, 19 giugno, preparo tutto. Un borsone con tutto l'abbigliamento che potrà servirmi nelle 32 ore di bici: estivo, invernale, da caldo, da freddo, da pioggia. Tutto, ma proprio tutto, senza parsimonia. Poi metto in partenza la bici, già revisionata, i copertoni, le camere d'aria di scorta, quel poco di dotazione meccanica che ho a casa. Le luci. La pappatoria, barrette e beveroni per un reggimento. Ultime telefonate, e-mail, ultimi messaggi sul forum di Bicidacorsa.

Domani si parte per Nauders...

domenica 20 gennaio 2008

Race Across The Alps 2007 - Parte I- La genesi

Mamma mia che titolone che m'è venuto fuori... Un bel tocco epico per questo racconto: detto così, sembra persino una cosa seria!

Già. Come mi è saltata in testa l'idea della Race Across The Alps? La RATA? Beh, non è stata colpa mia, lo giuro. Fino a qualche anno fa, vivevo nella beata ignoranza dell'esistenza di siffatta corsa. Poi un giorno, chiacchierando via mezzi informatici con un conoscente, è apparsa lei. Proprio lei, la RATA. Il bello è che non mi ricordo proprio con chi stessi parlando: se fosse un ragazzo del BDC forum, Omar, oppure un forte ciclista del Garda, Carlo. Sono arcisicura di averne avuto notizia da uno dei due, ma proprio non ricordo chi. Mi scuserà quello, dei due, che è stato citato a torto.
Non ricordo nemmeno più quanto tempo fa sia successo il fattaccio, due anni, tre, boh. Sul momento, ero rimasta molto colpita dai numeri: 525 km, 13.500 mt di dislivello... Non parliamo poi dell'altimetria! Sembrava di vedere il profilo di un seghetto! Però, i miei castelli in aria erano crollati prima ancora d'esser costruiti: "E' una gara a invito". Ah, ok... A invito... Come minimo bisognerà aver fatto quindici volte di fila il giro del mondo in bici lungo l'Equatore, oceani inclusi ovviamente, ed aver vinto dodici volte di fila Giro e Tour nello stesso anno con una gamba sola, ecc. Amen, c'è chi può, io non può. E l'avevo chiusa lì.

Però, si sa, il subconscio lavora... Scava... Di tanto in tanto, uno sguardo al sito, www.raceacrossthealps.com, un sospiro... Gutta cavat lapidem (spero di ricordare giusto, non me ne vogliano i latinisti se ho scritto una castroneria; latino l'ho fatto solo al Liceo, poco e male perché proprio non mi andava a genio...). A gennaio 2007 m'è preso il raptus: ma perché non posso provare anche io a mandare il mio curriculum? In fondo, alla peggio, non mi ammettono!!! Detto, fatto, ho buttato giù un bell'elenco dei miei trascorsi ciclistici, le granfondo, i giri fatti per conto mio, e poi, perché no, anche le corse a piedi, che non si sa mai, tutto fa brodo! Messo giù in inglese e mandato all'organizzazione della corsa con una e-mail di accompagnamento: "So che vi metterete a ridere, ma è il mio sogno e ci devo provare...". Proprio così, ho scritto. Beh, sì, non ci speravo proprio per niente. Solo che, se non avessi provato, mi sarebbe rimasto il rimorso.

Da quel giorno lì, silenzio. Nulla. Niente la prima settimana, la seconda, niente per un mese, due. Ok, pazienza, lo sapevo già che non mi avrebbero accettata. I nomi che si leggono nelle classifiche degli anni passati appartengono a gente che in bici fa cose al limite dell'umano. Che c'entro io?

Poi, una domenica di giugno, il patatrac. Poco prima di uscire in bici, mi siedo al PC, apro la posta. Shock. Una e-mail dal Sig. Weinig Gernot. Per un mezzo istante mi dico, e chi è costui? Poi la folgorazione. Credo che il mio cuore abbia smesso di battere per un buon numero di secondi. La conferma di partecipazione alla RATA. Urca... Le espressioni che mi son venute alla bocca in quel momento non sono tali da essere riportate nel blog, ma ricordo che ho cominciato a saltare a destra e a manda per casa come una pallina da biliardo impazzita.

E adesso? Che si fa? Alla corsa mancano tre settimane... Io sono allenata, sì, per la montagna, ma cavolo, non per quella distanza e quel dislivello... Che cavolo faccio in tre settimane? E poi, bisogna preparare tutto!!! Trovare l'equipaggio, la macchina, preparare un minimo di programma... Come cappero faccio? Non sapevo più se essere felice o buttarmi per terra e piangere battendo i pugni sul pavimento... Alla fine ho optato per una bella pedalata. Magari è tutto un sogno, adesso esco, mi sgranchisco un po', quando torno la mail non c'è più, scopro che è stato tutto un parto della mia fantasia malata. Ok, via, si va in bici!

Il seguito alla prossima puntata...

venerdì 18 gennaio 2008

Brevetto 4 Colli - La Fausto Coppi



Di cose strampalate in bici ne avevo già fatte parecchie... Ma partire alle nove di sera per fare trecento km e quattro colli alpini, quello no, non m'era ancora capitato. Ci ha pensato la mente diabolica di Ivano Vinai, che ha coniato l'idea del Brevetto 4 Colli, con partenza da Cuneo alle 21 di un sabato, l'ultimo fine settimana di giugno 2007.

Mi ero ripromessa di dormire un po', durante il giorno, ma... Come si fa? Per giunta, con l'agitazione di una prova del genere da affrontare? Nisba... Al mattino presto ero già in circolazione.

Franco, Graziano, Marco ed io: un bel quartetto di matti. Il guaio è che loro hanno anche le gambe buone; io invece non riesco a costringere i garretti a stare al passo della mia follia ciclistica... Siamo in Piazza Galimberti, in attesa del via, tra un caffé, due chiacchiere, gli sguardi incuriositi dei ciclisti che domani prenderanno il via alla GF: ci guardano tutti con la stessa meraviglia con cui si guarda un animale raro allo zoo... E con un po' di commiserazione, credo!

Pronti via, si parte, siamo già in marcia. Fino a Sampeyre, lo so già, per me sarà pura sofferenza. Prima pianura, poi falsopiano in salita, lì mi molleranno tutti e rimarrò già da sola. Vabbuò, pazienza, ci sono abituata.



Si procede, tutti insieme, al buio sempre più buio: abbiamo tutti i giacchini rifrangenti, le luci, c'è Graziano con un impianto di fari da stadio!!! Abbiamo ancora tanto fiato per chiacchierare: arriviamo al Passatore, poi a Piasco, Venasca, per fortuna si percorre la vecchia strada di fondovalle, che è un po' meno noiosa. Poi Brossasco, Melle, Frassino, Sampeyre, uno via l'altro, è notte e procediamo tranquilli. Beh, tranquilli... Io faccio finta di non pensarci, ma già qui ho qualcosa che non va. Qualche problema che non è il caso di descrivere nel dettaglio: diciamo che, se ci fosse un autogrill, mi fermerei volentieri ai servizi... Stoicamente taccio e tiro dritto. Non benedirò mai abbastanza Franco che, a Pontechianale, propone una sosta per un caffé. Un po' mi vergogno. Anzi, mi vergogno tanto: io che voglio sempre fare "il ciclista che non deve chiedere mai", che non mi fermo mai ai bar per non perdere tempo, questa volta proprio non ne posso fare a meno. Dieci minuti, poi si riparte: ma continua a non andare bene, no no... Proprio per niente!!!

Pazienza, non tutti i giorni sono buoni; adesso sono qui, in ballo, e devo ballare. Cerco di godermi, per quanto possibile, il momento. Ormai un poco di esperienza di notti in bici ce l'ho; il buio ed il silenzio non fanno più paura, anzi. Sono una splendida compagnia. E poi ci sono tante lucine intorno, tanti fruscìi di ruote; ormai la salita è dura, non si chiacchiera più. Siamo alla sbarra di Chianale, mancano poco meno di dieci km, i più duri. Salgo assieme a Matteo, ciclista di Genova conosciuto proprio quella sera poco dopo la partenza: si vede, che anche lui ne ha ben più di me... In cima c'è una tenda con alcuni eroi - sì sì, sono proprio loro, gli eroi - che ci danno bevande calde e qualcosa di buono da mangiare. Qualcuno dice che ci siano quattro gradi. Sono contenta, è bellissimo lassù...

La discesa, però, è un calvario, almeno per me. Continuo a star male, a sentirmi fiacca, in più ci si mettono anche i colpi di sonno. Scendo con una lentezza estenuante e mi rendo conto di non essere affatto presente, anche se mi sforzo di scherzare e di sostenere una parvenza di conversazione con Franco e Matteo che mi stanno aspettando. Mamma mia che strazio... Il tratto tra Chateau Queyras e Guillestre è facile, ma anche lì mi stacco. Mi prende lo sconforto: se qui sono in questo stato, come cavolo posso pensare di finire il giro? E mi prende anche la rabbia... Sto rallentando Franco, sto rovinando il giro anche a lui! Poco prima di Guillestre devo cedere per forza. Scendo di bici, dormo qualche minuto, seduta su una roccia, contro la parete, un po' riparata dal vento. Franco mi aspetta, ripartiamo insieme. Si sale al Vars. Le prime luci dell'alba: di colpo, il cielo si infiamma, è prestissimo, ma siamo nei giorni più lunghi dell'anno. Raggiungiamo un paio di colleghi durante la salita; ci fermiamo a prendere dell'acqua. A Vars Le Claux, sosta al ristoro nel locale riscaldato: anche se sto male, ho una fame da lupi; mangio un sacco di cose, dal dolce al salato e ancora al dolce e al salato, e bevo Coca Cola e caffè e succhi, insomma, non mi pare il caso né il momento di star lì a fare delle finezze. E' ormai chiaro quando ripartiamo, con i raggi del sole che illuminano i laghetti appena sotto il colle.



La discesa è un altro calvario: prima un'altra improrogabile sosta "tecnica", poi il sonno che mi costringe, proprio senza possibilità di scelta, a buttarmi per terra a lato strada e chiudere gli occhi. Quando riesco a risvegliarmi, ho addosso solo tanta rabbia e voglia di piangere... Dannazione, sto rovinando tutto, TUTTO!!!

Adesso basta, scendo, raggiungo Franco che di sicuro mi ha aspettata, gli dico di andare. Io non ce la faccio, io torno dalla Maddalena e al diavolo il brevetto. Non ce la posso proprio fare!!! Sono uno straccio, fisicamente e nell'umore... L'aiuto di Franco però arriva, prezioso e provvidenziale come sempre. Arriviamo a Jausiers, ci fermiamo un quarto d'ora nel parco. C'è il mercato: compriamo un po' di formaggio, del pane, ci buttiamo sulle panche, dormiamo un po'. C'è anche Graziano. Poi un cappuccino, e via ancora, destinazione la Bonette. Una fatica ignobile, come mai ho fatto su quella salita. Ancora soste "tecniche", porca miseria, l'anno prossimo giuro che parto solo se ho un camion di Imodium al seguito... Eh lo so, fa ridere, ma anche di questi momenti drammatici è fatto il ciclismo!!!



Nonostante tutto, è sempre una salita che adoro. Però, stavolta, son più felice del solito, quando scollino e mi vesto per scendere... Altra piccola sosta a Camp de Fourche, tra i muri in pietra delle baracche. Ne approfitto per qualche minuto ancora di nanna. La discesa è ancora lunga; il sonno si farà sentire. E' difficile, tremendamente difficile concentrarsi sulla direzione della bici, quando l'attenzione se ne va e non c'è modo per costringersi a fissare la strada.

Giù a St Etienne, altra sosta. Sarà che ormai vedo la fine, sarà che m'è passata la cotta, ma adesso ho solo voglia di filare via in fretta. Voglio arrivare a Isola, alla Lombarda, basta. L'ultima salita passa in fretta: a me piace tanto, anche quella, soprattutto quei sei km di rampe iniziali. Intanto il tempo sembra voler peggiorare: nuvoloni neri in cielo, si chiude. Un po' mi preoccupa l'idea di arrivare su in mezzo ai fulmini: ma non c'è niente da fare, se non pedalare. A Isola 2000, ancora una breve sosta ed un attimo di nanna: pochi minuti, ma non ne posso fare a meno. Il cielo è sempre più cupo. Franco, Graziano ed io ci affrettiamo a salire: in cima c'è ancora un piccolo, provvidenziale ristoro. Un grazie anche ai volontari che ci hanno attesi!!! Ecco che attacca a piovere. Devo sbrigarmi, scendere il più in fretta possibile: già non sono proprio un fulmine in discesa; figuriamoci poi con la pioggia!!!

Prendo un po' di vantaggio su Franco e Graziano; tanto, non tarderanno a raggiungermi. Per i primi km, piove forte, ma già dopo il bivio per il Santuario di S. Anna, scendo all'asciutto. L'euforia mi prende... Non avrei mai pensato di potercela fare, no, davvero. Mai. E invece eccomi qui.

L'ultimo tratto di pianura, tra Vinadio e Cuneo, è una sofferenza tremenda, per il caldo ed il traffico e la pianura. Oltretutto, per colpa di una mia informazione falsa e tendenziosa - e ne ero pure convinta!!! - la strada da fare è circa 10 km più lunga delle mie previsioni... Eppure in auto m'è sempre parsa più breve!!! Ma l'arrivo in Piazza Galimberti è una gioia tale che, credo, i miei colleghi di sventura mi avranno perdonata. Un immenso grazie a Franco e Graziano... Tra sei mesi avremo un'altra avventura da vivere così!

giovedì 17 gennaio 2008

Dalla pioggia al sole






Mi era balzata agli occhi un giorno dell'estate scorsa, sfogliando una rivista di ciclismo, forse Cicloturismo: Valcamonica Extreme. Uhm, interessante. Se c'è l'aggettivo Extreme, probabilmente si tratta di qualcosa che val la pena di provare. Non conoscevo le salite menzionate nell'articolo: Presolana, Crocedomini, sì, insomma, nomi non del tutto ignoti, ma la mia ignoranza di quella zona era totale. Però i numeri, quelli sì, m'erano rimasti nella mente: duecento e rotti km, 6.000 mt di dislivello. Seimila! Mica bau bau micio micio.

La rando che porta il nome di Valcamonica Extreme, programmata per settembre, viene annullata per un incidente occorso al suo creatore. Ma a me quel giro piace, lo voglio provare lo stesso. Pensa e ripensa, programma e rinvia, finalmente trovo il giorno ideale: è il venerdì dopo la Oetztaler Radmarathon. A dire il vero, nei giorni immediatamente precedenti, il meteo, proprio nella zona della Valcamonica, è tutto fuorché accomodante: nubifragi, allagamenti... Ma le ferie sono agli sgoccioli, ora o mai più. Alla sera del giovedì, mi metto in auto con bici, zaino, pappatoria e sacco a pelo. Viaggio tranquilla, mi fermo in un autogrill nei pressi di Brescia, srotolo il sacco a pelo e mi ci infilo, pronta per la nanna. Sveglia puntata alle cinque: da lì a Lovere, il paese che, sulla carta, mi pare un buon punto di partenza, c'è ancora un lungo tratto fuori autostrada, e vorrei essere in bici al massimo alle sei e mezza.

Non saprei dire quanto tempo dopo, nel dormiveglia, vedo qualche bagliore dai vetri dell'auto. Boh, sarà qualche camion che fa manovra... No: vengo subito rumorosamente smentita dai primi colpi di tuono. E poi acqua, tanta acqua. Uhm, cominciamo bene... Dopo una notte breve e quasi insonne per la preoccupazione della pioggia, mi rimetto in marcia che è ancora buio. Spazzolo un paio di Ritter prima di raggiungere Lovere. Il lago d'Iseo è grigio come tutto il resto, le montagne attorno, la nebbia, la luce. E ancora piove. Però, cavolo, ho fatto un sacco di strada in auto; non posso rinunciare così! Tornare a casa con le pive nel sacco... Non se ne parla proprio. Parto già vestita con gli abiti impermeabili. Direzione... Già, direzione!!! Io ce l'ho, più o meno, l'idea della strada da prendere; peccato che non mi fidi mai troppo del mio senso dell'orientamento. Chiedo ad uno dei pochissimi passanti che girano a quell'ora per il paese: mi indica, con somma sicurezza, la direzione esattamente opposta a quella giusta per il Passo della Presolana. Faccio un po' di km, ma con il dubbio di avere il lago dal lato sbagliato. Mi fermo, chiedo ancora, mi rispediscono indietro; alla fine, il benzinaio mi dà le dritte giuste... E intanto ho già perso una buona mezz'ora. Pazienza, mi dico: tanto, con questo tempo non riuscirò a fare tutto il giro; vado finché resisto, poi amen, torno indietro.

Sarà lo sconforto, sarà la pioggia incessante, ma la salita della Presolana proprio non mi va giù. E' uno stradone ampio, sembra un interminabile falsopiano, c'è traffico, insomma, una tragedia!!! Arrivare su in cima è quasi una liberazione. Scendo giù dall'altra parte: questa è andata; piove ancora ma non fa molto freddo; almeno il Vivione ci sta ancora, poi, mal che vada, si scende a Breno e si torna direttamente a Lovere.

La discesa, al contrario della salita, offre un paesaggio stupendo, ben più selvaggio. Quando arrivo all'incrocio con la strada che sale al Passo del Vivione, ha quasi smesso di piovere. Mi fermo, mi svesto, sistemo la giacca in modo che possa un po' asciugare e mi rimetto in marcia, godendomi addirittura qualche raggio di sole. Attraverso Schilpario proprio nel pieno del mercato: quanti improperi rivolgo, solo nel pensiero, alle truppe di pedoni ed agli automobilisti che fanno il tappo! Poi però si apre una splendida pineta; la strada fa una serie di ampi tornanti, e sale ancora, infine in mezzo ai prati. Riprende a piovere, mi rivesto. Ci sono altri due ciclisti che salgono: uno mi supera, l'altro fatica un po' di più. In cima, vedo che c'è un furgone ad attenderli: mi godo i loro sguardi allibiti quando, arrivata in cima, semplicemente chiudo la cerniera della giacca e mi "lancio" in discesa, mentre loro son lì a vestirsi di tutto punto, con molta cura. La discesa è talmente bella che è fortissima la tentazione di arrivare in fondo, girar la bici e tornare su per la stessa strada. Incrocio una marea di ciclisti impegnati, credo, in una cronoscalata, a giudicare dalla velocità motociclistica dei primi. Per fortuna c'è anche qualcuno con cui mi sentirei di competere...


Poco prima della fine, mi superano i due colleghi della salita ed il loro furgone. Da Cedegolo a Breno, lungo lo stradone di fondovalle, c'è da soffrire, un po' per il traffico, un po' per il falsopiano, a favore ma nemmeno troppo... Dopo aver anche rischiato un inopportuno ingresso in una superstrada, arrivo a Breno. Ormai non ho più dubbi: adesso c'è il sole e fa anche caldo! Si procede, via al Crocedomini. Qui soffro parecchio. Non capisco se sono completamente cotta, o se la pendenza della strada sia davvero sostenuta; comunque, devo aggrapparmi a tutto il mio orgoglio per non decidere di mollare. Detesto queste crisi, così, improvvise, che in un attimo mi buttano dall'entusiasmo allo stato larvale. Per fortuna fa caldo, il sole picchia adesso; man mano che si sale, i prati sono sempre più belli... Magari non c'entra un fico secco, ma quel verde morbido e rigoglioso mi ricorda un po' le cime tonde dei Pirenei. Al rifugio sul passo decido di fare una sosta e prendo una bella cioccolata calda. Non lo posso negare, la curiosità degli altri avventori mi lusinga, e ancor più le loro espressioni di meraviglia quando spiego loro da dove arrivo e dove sto per andare...


E' il momento di prendere una decisione cruciale. Sono le tre e mezza del pomeriggio, passate. Sono abbastanza stanca, mancano un centinaio di km e due salite, il Maniva ed il San Zeno. Che fare? Rinunciare a quelle due e tornare a Breno e di qui a Lovere, oppure procedere, anche se arriverò all'auto col buio? Ho la luce posteriore ed anche una lucina anteriore... Massì, ancora una volta decido di tirare dritto. Scollino e percorro una discesa con un asfalto tremendo, delle buche tali che, se ci finisco dentro, non mi troverà più nessuno! Stupidamente, ne centro una in pieno... Sento una botta tremenda, una specie di crack. Trattengo il fiato... Se ho rotto qualcosa, son panata!!! Ma mi sembra che la bici più o meno resti in strada, via, non pensiamoci, gambe in spalla che è tardi.

La salita del Maniva mi piace da matti. Splendida, solitaria, ripida, in mezzo al bosco. Gli ultimi km però mi riservano una sorpresa: c'è una nebbia fittissima, e fredda, che nasconde le ultime impietose rampe prima della cima. Miseriaccia, è più tosta del previsto, e mi porta via più tempo. Arrivo su infreddolita e un po' stordita dall'inattesa fatica, ma devo sbrigarmi a scendere!!! La discesa mi sembra lunghissima, forse perché ho fretta...

A Collio mi fermo, chiedo per il San Zeno: mancano ancora 10 km all'attacco!!! Il gruppo di simpaticissimi avventori del bar, a cui chiedo l'informazione, è molto ottimista; sostengono che, con le gambe che mi ritrovo, arriverò al colle in fretta... Ma io non sono mica convinta!!! Pesto sui pedali come se avessi alle spalle una mandria di bufali inferociti; mi butto su per il San Zeno con tutta la foga che ancora riesco ad esprimere dopo una giornata del genere... Sta facendo buio, il cielo si tinge di rosso. Non so perché ho quest'ansia assurda addosso. Il San Zeno è impietoso: la strada, ad un certo punto, è tutta un saliscendi; non si capisce mai quanto manchi alla cima; sembra d'essere arrivati e invece no...

Alla fine, ecco chiaramente lo scollinamento. E' quasi buio. La discesa su Pisogne è molto più lunga di quanto pensassi: poi ormai è buio pesto, e io non ho che la mia misera lucina ad illuminarmi la via... Nonostante questo, scendo a velocità del tutto insolita per me, e molto imprudente. Le luci del lago mi aprono il cuore: forse arrivo... Sto arrivando! Dal primo momento in cui le vedo, a quello in cui arrivo in fondo, passa un tempo incalcolabile. Ormai devo scendere a freni tirati, non vedo più nulla, posso accelerare solo per brevi tratti, sfruttando i fari di qualche auto che mi sorpassa. L'ultima immagine che ho è il lago nero punteggiato delle luci dei paesi. Salgo in auto, un po' pesta ed assonnata; sgranocchio qualcosa dalle mie provviste, metto in moto: Valcamonica, arrivederci!

mercoledì 16 gennaio 2008

E anche... Sotto la grandine!!!

Vero, questa non è stagione di grandine. Però, per restare in tema di avversità meteorologiche, posso dire che con Giove Pluvio ho già litigato un bel po' di volte, da quando pedalo. Ogni tanto è lui che attacca briga, quando meno me l'aspetto; a volte, invece, son proprio io che me la vado a cercare: proprio come è successo un paio di estati fa... Non ricordo più se fosse un sabato, una domenica, o un giorno delle ferie; non ho l'abitudine di appiccicare una data agli episodi della mia esistenza, anche se a volte sarebbe utile. In ogni caso, questo non ha molta importanza.

Dronero è uno dei punti di partenza classici dei miei giri in bici. E' un paesino comodissimo per un sacco di destinazioni. Di solito, parto da lì per andare al Colle di Fauniera dalla Valle Grana, con un po' di riscaldamento su per la salita di Montemale. Arrivo come al solito prima dell'alba ed abbandono la mia fida Opel Corsa sulla piazza davanti al supermercato Coop: a quell'ora, in attività, ci siamo solo io ed i fornai. Mi piace fare il vero uomo, svegliarmi a notte fonda per poter essere in sella e vedere l'alba in montagna; però, come ogni volta, anche stamattina sono mezza addormentata, ho già faticato a guidare fin qua senza finire nella prima bealera a lato strada, è già tanto se mi ricordo di rimontare alla bici entrambe le ruote...

L'aria frizzante e le prime rampe della via per Montemale mi dànno una bella sveglia. C'è il sole, pare una bella giornata. Già, pare. ERRORE FATALE... Ma me ne accorgerò solo più tardi! Arrivo su col fiatone: ci metto sempre un po' a carburare. Poi, mi tocca soffrire su quei dieci km, forse anche meno, che da Valgrana portano a Pradleves, all'attacco della salita del Fauniera. Io li odio, i falsipiani, li odio li odio li odio!!! Pesto pesto sui pedali, e non vado avanti... Beh, insomma, non è che sulla salita vera io sia una saetta, anzi, tutt'altro; però, almeno, c'è soddisfazione!!!

Incrocio due o tre anime prima di Pradleves. Meno male, penso, ma durerà poco: i merenderos non tarderanno a scatenarsi, e la Valle Grana è una delle loro preferite per le scorribande a base di tavolino con le gambette, cadreghine coi braccioli e bottiglione di vino, come cantano i Trelilu! Mi scuso con chi non è di queste parti e non conosce i Trelilu, ma questo tributo è doveroso... Passare in Pradleves mi causa atroci sofferenze dovute al profumo irresistibile del pane appena sfornato: ma devo resistere, un vero ciclista duro e puro non cede a simili vili tentazioni!!! Tirem'innanz! I primi 7 km sono in ombra, al freddo, poi finalmente la strada sale come si deve. Da Campomolino al Santuario, tanti strappi e poco respiro, ma è così bello, non c'è ancora nessuno.


Il cielo è azzurro, solo qualche nuvoletta che spunta qua e là... Mannaggia però, se son veloci, 'ste nuvolette!!! Passo il Santuario, tiro il fiato, salgo ancora: via la baita di Martini, con i maialoni spaparanzati al sole, via gli ultimi tornanti, mi lascio sulla destra il Colle Esischie. Cavolo, non c'è più la mia ombra! Con un acume da fare impallidire Sherlock Holmes, deduco che dev'essere andato via il sole, cioè, sì, insomma, devono essere arrivate le nuvole, sul serio! Tiro su il naso e vedo che lo spazio di cielo blu è sempre più misero. Intanto arrivo al colle, con quell'orribile monumento, mi spiace dirlo perché sono stata una tifosa accanita di Pantani, ma quel coso è un vero obbrobrio...

Ora che si fa? Io son partita per fare il Fauniera sia da Pradleves che da Demonte. Ok, la situazione meteo non è proprio incoraggiante, ma cavolo, a me non va mica bene rinunciare così al mio programma! Poi, metti che rinuncio: di sicuro, il tempo si rimette al bello e io mi mangio le mani... No no, non c'è santo che tenga, si va giù a Demonte. Consumo, come al solito, buona parte dei freni - diciamo che Savoldelli giù di lì se la caverebbe un po' meglio di me - e arrivo al fondo di quel meraviglioso vallone. Mi fermo, rimetto la giacca nel mio immancabile zaino, giro la bici e ricomincio la salita. Ora il cielo s'è coperto. Tira anche un po' di vento. Ritrovo le borgate che ho appena attraversato in discesa, una dopo l'altra: i primi 12 km mi sono un po' indigesti, con tutti quegli strappi in salita e quei tratti di discesa che scombussolano il ritmo. Poi finalmente passo le condotte: inizia il tratto selvaggio della valle. Guardo in su. Ora è proprio scuro. Ma scuro sul serio! Incontro un po' di merenderos che scendono. Ahi ahi, marca male. Ma non importa, non fasciamoci la testa prima di essercela rotta. Sono a poca distanza dal Gias Cavera quando arrivano le prime gocce. Poche gocce, tante gocce, insomma, inutile nascondere la testa nella sabbia come gli struzzi: piove. Ok, piove, e allora? Ci sarà mica da spaventarsi per due gocce? Cosa fa il duro ciclista quando succede questo? Semplice: si mette la giacca impermeabile e procede. Così faccio. Passo i due tratti dritti, arrivo al punto in cui mancano circa 5 km alla cima. Mi sorpassano due motociclisti, evidentemente affetti da problemi psichici, più o meno come me. Cappero, queste gocce fanno male!!! La maremma maialona, ci mancava pure la grandine... No, no e no, sono ad un passo dalla cima! Non riesco nemmeno a finire il pensiero, che un colpo di tuono mi rintrona... Anche se mi ostino a tener gli occhi fissi a terra, un po' per evitare i chicchi, un po' perché non voglio vedere, i lampi ora si susseguono, uno via l'altro, i botti rimbombano da una parte all'altra della valle!!! La nonna, quand'ero piccola, mi diceva sempre che il tuono si sente quando "il diavolo va in carrozza con le ruote quadre"; se ci penso mi vien da sorridere, ma se ci penso meglio mi dico, che cacchio ho da sorridere??? Sono nei guai!!!!!!! In questo stato arrivo al Colle di Valcavera, manca un km, un solo maledettissimo km alla cima!!! Però adesso ho davvero paura, i fulmini sono vicinissimi; mi rendo conto in un attimo che sto facendo una grossa boiata. Grossa davvero. Non credo di esagerare, se dico che sto rischiando le piume. Ci sono anche i due motociclisti, lì fermi. Mi guardano, battono le mani, mi dicono che sono una grande: sì, una grande imbecille, penso io... Mi vergogno molto a dirlo, ma stavolta vince la paura. La strizza, direi, per usare un termine efficace. Rapidamente mi metto la giacca ed i guanti lunghi. Tralascio, per la fretta, i gambali. Giro la bici ed inizio la discesa. La testa scoppia di pensieri contrastanti: devo scendere, scendere, scendere, se mi fermo qui mi congelo, è peggio, e poi dove mi fermo, che non c'è alcun riparo? Grandina sempre più forte, fa un male dannato alle braccia, in testa, sulla faccia, sulle gambe scoperte. Devo scendere, piano, oddio i freni non frenano più, chiudo le dita a morsa sulle leve, ma è così difficile! Dai Gian, niente panico, non serve il panico adesso, non serve proprio a un tubo. Devi scendere, punto, devi solo scendere, pian piano, metro dopo metro. Stai scendendo, ecco, così, laggiù il tornante, poi la baracca, piano, tra poco sei al Gias Cavera, in qualche modo stai per rientrare nella civiltà. CALMATI, dannazione!!!!!!!!!!

Sembra che la grandinata si stia calmando. Forse mi sto allontanando dal cuore del temporale. Sì, è senz'altro così. Scendo e la pioggia è meno violenta, scendo ancora e quasi sembra che smetta. La strada è un unico fiume, sporca di sassi, di fango, di sabbia. Scendo ancora e l'incubo finisce, mamma mia. Tiro il fiato, mollo un poco i freni, comincio a pensare che in fondo sono stata proprio scema a farmi prendere così dalla paura. Ho freddo, tremo, ma tra poco sarò a Demonte, a fondovalle; mi scalderò in fretta. E poi c'è l'incubo numero due ad aspettarmi: l'auto è a Dronero, io sono a Demonte, significa che mi tocca sciropparmi un sacco di km di noiosissima pianura per tornare alla Opel. Ma porca miseria, quasi quasi era meglio la grandine.

Son bell'e cotta quando arrivo all'auto. E, mentre carico la bici nel bagagliaio, scopro il simpatico souvenir della giornata: una quantità indefinibile di lividi tondi e bluastri sulle gambe, che mi faranno compagnia per le due settimane a venire!!!

martedì 15 gennaio 2008

Sotto la pioggia

Si parlava oggi, via mail, con un amico ciclista, di bici e pioggia. Secondo lui, mi perdonerà se riassumo brutalmente il suo pensiero, è meglio pedalare nel box sul simulatore, che non uscire al freddo e nella nebbia delle nostre zone - la mia, la sua, fredde uguale, in questa stagione. Mah. Non sono convinta. Il mondo è bello perché è vario; io la penso diversamente, infatti oggi ho fatto una breve uscita, breve quanto la pausa in ufficio a metà giornata, sotto un cielo grigio e uggioso ed una leggera pioggerella. Niente di apocalittico, per carità; sarebbe bastato molto meno della mia bella giacca Gore-Tex per rientrare a casa tutto sommato asciutta e nemmeno troppo ibernata.

Parlando, appunto, di pioggia, m'è venuto in mente un episodio della scorsa estate. Era giugno, per la precisione. Tra le dieci e mezzanotte, più o meno. Era un sabato sera, proprio intorno a quell'ora, e me ne stavo seduta contro l'anta di un bel portone di legno, sotto un balcone anch'esso in legno, di una bella casetta vecchia, "vissuta" anche se ristrutturata, in una di quelle piccole borgate lungo la strada che da Guillestre conduce a Chateau-Queyras. Me ne stavo lì, vestita da bici, maglietta, pantaloncini, gambali, giacca Gore-Tex, lo zaino appoggiato a terra, la bici contro il muro. Un po' assopita, un po' sveglia per i brividi di freddo: non che la temperatura fosse siberiana, tutt'altro, ma ero già fradicia per aver percorso un po' di strada sotto la pioggia, prima di trovare quel provvidenziale rifugio. Tutto sommato, ero anche tranquilla: di solito, dei fulmini ho il terrore, e da lì, sotto il balcone ne vedevo e sentivo parecchi, anche molto vicini; però, mi pareva d'essere al sicuro, insomma, sempre meglio che in strada, e potevo approfittare della pioggia per riposarmi un po'. Chissà, mi domandavo: se qui abita qualcuno, se il padrone di casa esce e mi trova, come minimo prende un coccolone!!! Oppure mi impallina e basta! Ma, in realtà, non credo che nei paraggi ci fosse altra anima viva oltre a me.
Penso fosse passata la mezzanotte quando ho ripreso la bici, riacceso le luci e son ripartita per il mio viaggio.


Il viaggio era iniziato al mattino del sabato, a Borgo San Dalmazzo, in compagnia di Franco. Avevamo in programma un itinerario impegnativo in vista della Race Across the Alps, per me, e del Brevetto 4 Colli della Fausto Coppi, per entrambi. Sulla schiena, per me, due quintali di zaino: in vista della notte in bici, non si sa mai... Riscaldamento fino a Vinadio, lungo la vecchia strada che attraversa le borgate e permette di evitare la strada statale del Colle della Maddalena, offrendo anche qualche piccola salitella: la preferisco mille volte al piattume o al falsopiano della via tradizionale verso Vinadio. Si chiacchiera, fiato ce n'è tanto, all'inizio.

Poi la salita al Colle della Lombarda, da affrontare, per me, con infinita prudenza: di fatica da fare, ce n'è ancora tanta! E poi, inutile che io tenti di battere Franco in salita... Il colle, la discesa a Isola, quegli odiosi quindici chilometri fino a St Etienne, che mi pesano tanto, ma tanto, più della più dura delle salite... Mi sento un paracarro!!! Meno male che con Franco si chiacchiera, e poi han fatto anche la pista ciclabile; insomma, l'agonia è un po' più breve, così.

Da St Etienne alla Bonette: lo zaino comincia a pesare, fa anche caldo, parecchio, ma la cima lassù, che spunta quando mancano ancora quattordici km, è così bella! La Bonette è una delle mie salite preferite! Anche se va a finire che lo dico per tutte le salite... Primi nuvoloni scuri in cielo. Si scende, giù a Jausiers - povero Franco, aspettarmi in discesa dev'essere un calvario ancora peggiore che attendermi in salita! Io che delle discese ho il terrore...



Al bivio tra le strade per i colli Vars e Maddalena, ci separiamo. A malincuore, per me: mi spiace che Franco abbia deciso di ritornare a Cuneo dalla Maddalena, ma, del resto, non vorrei mai forzarlo, se non ha voglia di proseguire il giro. Mi verrà incontro in auto... Mi spiace che debba prendersi tutto questo disturbo, stanco com'è, ma so che lo farà lo stesso, anche se gli ripeto che non ho bisogno di nulla. E' generoso, Franco.

E' quasi sera, mi rimetto in marcia verso il Colle di Vars. Vedo il cielo sempre più scuro: quanti nuvoloni! Mi sa che arriva il temporale. Non ne sono felice, no di certo... Ma ho voluto la bicicletta??? E mò pedalo!!! Al Vars arrivo già con qualche tribolazione. Possibile che il peso dello zaino cresca, anziché scendere? Mah, meglio non farsi troppe domande. Giù a Guillestre, direzione Chateau Queyras. Fa buio, vedo i primi lampi. Che bella la strada lungo il fiume. Deserta, non un'auto, non un rumore oltre a quello dell'acqua. E presto l'acqua mi arriva anche dal cielo! Voilà, temporale, come previsto. Mi fermo, mi vesto, riparto: vado o non vado? E' il diluvio a decidere per me, ed è così che mi ritrovo imboscata al riparo tra le case di quella borgata di cui si diceva poc'anzi.

Ma i temporali finiscono, prima o poi! Quando riparto, sono intirizzita ed assonnata, ma il bivio dell'Izoard arriva in fretta. Più o meno lì, ritrovo il buon Franco: mi sento così ignobile!!! Lui è tornato a Cuneo, s'è preso l'auto, s'è goduto la salita al Colle dell'Agnello col buio e la pioggia, e tutto per assecondare le mie manie di ciclistica grandezza! Però... Sotto sotto, tiro un sospiro di sollievo; non sono più sola. Via, all'Izoard!!! Che è una salita splendida, anche di notte, quando il paesaggio non lo vedi, ma vedi solo la fetta di strada illuminata dalle tue lucine, e la pendenza la senti solo nelle gambe... In cima cedo alla tentazione del sonnellino nell'auto calda. Freddo, abiti umidi, stanchezza, fanno capitolare la mia dura scorza (mica tanto dura in realtà...) di randonneuse. Piombo nel sonno più profondo... E, tra un sogno e l'altro, lo ricorderò a vita, sento abbaiare dei cani: dei cani sull'Izoard...??? Però li sente anche Franco, non sono ancora impazzita!



Credo fossero le tre di notte passate, quando ho trovato il coraggio di scendere dall'auto ed affrontare la discesa, ancora verso Chateau Queyras. Manca l'ultimo sforzo, il Colle dell'Agnello. Le gambe, tutto sommato, se la cavano ancora bene. E' il sonno che mi frega. Nei giorni precedenti ho dormito poco, troppo poco, e qui pago l'errore con gli interessi. Fa freddo, quel freddo dell'alba che penetra nelle ossa, e mi si chiudono gli occhi. Altra provvidenziale sosta a metà salita, ancora un po' di nanna nell'auto, poi via, ultimo sforzo. E' un'alba fantastica, i primi raggi del sole ad illuminare la neve, ce n'è ancora tanta, di neve!!! Arrivata in cima, la fatica è già sparita, troppa gioia!!!



Scendo ancora in bici fino a Chianale... L'avventura termina qui, davanti ad una bella colazione, una tazza di cioccolata calda fumante. Un enorme GRAZIE, uno dei tantissimi che gli devo, a Franco, alla sua pazienza, alla sua generosità, alla sua presenza, come sempre. E alle sue foto, che sono qui a documentare l'evento ed a ricordarmi quei due splendidi giorni di giugno:

http://picasaweb.google.it/giancarla.agostini/AllenamentoPreBrevetto4ColliGiugno2007

domenica 13 gennaio 2008

Cominciamo da qui

Che emozione... Il mio primo post sul mio primo blog! Primo e unico, il blog, credo... E' già stato abbastanza difficile creare questo! E poi, tra l'altro, non son mica sicura d'averlo creato bene... Non sono del tutto certa di avere ben afferrato il concetto di blog, né tantomeno di sapere come funziona. Ho capito si e no un quarto delle istruzioni; il resto, un po' l'ho letto senza capirlo, un po' l'ho tralasciato per pigrizia. Vabbuò, ce l'han tutti il blog, oggi, un po' come il telefonino e l'ipod e il forno a microonde... Sarò ben capace di usarlo anch'io!

Monotematico, il mio blog, anzi, bitematico, come le mie passioni: la bici da corsa sopra tutto, e la corsa a piedi subito dopo. Ci metterò foto, racconti di viaggio, progetti. Mamma mia!!! Si possono fare talmente tante cose, qui, che quasi mi perdo!