martedì 25 aprile 2017

Di corsa tra Neive, Mango, Coazzolo

I sintomi della vecchiaia sono sempre più evidenti. Fino a qualche anno fa, mai e poi mai mi sarei permessa di sgarrare al programma che io stessa avevo stabilito per la giornata sportiva. Se avevo deciso di partire di corsa o in bici alle tre di notte, sarei partita alle tre di notte, senza alcuna pietà per me stessa. Ora, l'età avanza e la volontà vacilla. Così, la sveglia che suona alle 3,30 viene prontamente zittita, accompagnando il gesto con espressioni che mal si addicono ad una signora, e spostata alle 4.30. Ma la sveglia delle 4.30 viene bellamente ignorata, o meglio, spenta in un momento di sonnambulismo. Apro gli occhi alle cinque passate. Ai tempi d'oro, sarei schizzata giù dal materasso inferocita con me stessa, cominciando la giornata con un diavolo per capello. Ora, più anziana e forse un po' più saggia, prendo atto della mia stessa pigrizia, sposto con delicatezza un paio di cani che mi dormono addosso – e che non provano alcun rimorso per il sonno prolungato – e mi alzo, ormai rassegnata a cambiare un po' il piano d'attacco del giorno.

Dalla sveglia alla partenza trascorre oltre un'ora, un po' perché la mia abituale colazione pantagruelica richiede tempo e un po' perché, oltre alla preparazione della podista, bisogna provvedere al nutrimento delle tredici belve. Li ho svegliati ad un'ora per loro inammissibile... Il minimo che adesso possa fare è dar loro la pappa. Rapida occhiata dalla finestra per valutare il meteo: sembra nuvoloso, come del resto era stato annunciato, ma non fa freddo. Ergo, maniche corte, gilet e pantaloncino corto. Zainetto con sacca per l'acqua, perché starò in giro qualche ora, quattro barrette, un gel e rotolo di papiro per le soste d'emergenza. Telefonino da usare come lettore di musica, cuffie, GPS per il reparto tecnologia. Cani sazi, bagaglio pronto, si parte. Venti minuti di auto per trasferirmi da casa fin nei paraggi di Neive: tutto ciò che rimane del mio rapporto con le discoteche, al di là di qualche domenica pomeriggio trascorsa a ballare ai tempi dei primi anni del liceo, è la consuetudine del parcheggio davanti al Pepedoro, locale che, a giudicare dalle pubblicità martellanti sulle radio locali, fa furore, ma che, come tutti i luoghi che vivono di notte, con la luce del sole mette un po' di tristezza.

Fa freddo, ma non troppo. Aleggia una nebbiolina che i raggi del primo sole cominciano a bucare. Non sono ancora le sette: sistemo zainetto ed auricolari, smadonno per districare il groviglio di fili e spallacci, ricomincio da capo. Finalmente si parte. Con cautela: le gambe sono reduci da un penoso tentativo di partecipazione alla 24h a circuito di Torino, tre giorni fa, in cui ho percorso poco più di un centinaio di km prima che la nausea del circuito da un km e mezzo prendesse il sopravvento su di me. Non ce l'ho potuta fare: a tarda sera ho riconsegnato il chip di cronometraggio, ho raccolto i miei stracci, sono saltata in auto e son tornata a casa. Però, cento km di corsa son sempre 100 km e lasciano il segno per qualche giorno. Mi avvio a passo lento tra i noccioleti e la nebbia sospesa, lungo la strada secondaria che taglia l'abitato di Neive e porta direttamente a Castagnole delle Lanze. Il centro storico di Neive rimane sulla destra, lassù in alto. Qui, solo nocciole, viti e qualche cascina. Subito un paio di strappi severi, per gradire, e l'incrocio nell'interno di una curva cieca con il camioncino della raccolta dell'immondizia. Mannaggia, ma oggi i netturbini non fanno festa?

In effetti, per essere il 25 aprile di primissima mattina, c'è parecchio movimento. E persone al lavoro nelle viti: immagino che questa stagione non conceda requie a chi vive di vigneti e frutteti, neppure nelle feste comandate. Qualche saliscendi, una curva secca a sinistra ed ecco le prime case di Castagnole delle Lanze, precisamente della località Farinere. Sono per lo più gli anziani a spostarsi a quest'ora, per lo più alla guida di una Panda e per lo più con il cappello in testa. La piazza di Castagnole è inaspettatamente animata, soprattutto nei paraggi di un bar. Il passaggio di una podista di un certo spessore, inteso proprio nel senso di dimensione fisica, e parecchio desnuda rispetto alla temperatura, suscita vivace curiosità. Ma è un attimo: supero la piazza, giro verso Neive ed un centinaio di metri dopo imbocco il bivio per Coazzolo. Di qui, una teoria di vetrine vuote, il vecchio passaggio a livello della ferrovia in disuso, qualche condominio che sa di vetusto e capannoni chiusi per via del giorno festivo. Poi, dinuovo le colline. La strada sale dolcemente fino al bivio che interessa a me: non ho intenzione di salire a Coazzolo per la via diretta. Imbocco sulla sinistra una stradina che, dopo un paio di km quasi in piano con passaggio vicino ad una fabbrica di piscine, prende a salire decisa.

A me, che adoro nuotare proprio per il gesto del nuoto e quindi apprezzo le piscine vere, quelle lunghe e con le corsie, l'idea della piscinotta domestica mette una gran tristezza. Come fai a nuotarci dentro? E che te ne fai di una piscina se non ci nuoti? Sguazzi in una pozza per i due mesi scarsi l'anno in cui è climaticamente possibile farlo, almeno dalle nostre parti? Non so... Mi sa di “volere e non potere”, di qualcosa da ostentare, quindi per me privo di qualsiasi attrattiva. A meno che un giorno lo zio d'America mi lasci i fondi necessari a realizzare una mia piscina olimpionica privata. Anzi, solo una corsia di piscina olimpionica privata. La piscina intera non mi serve, tanto sono un'asociale, ci nuoterei comunque solo io.

Ora che mi sono tirata addosso l'odio della lobby delle piscine private, passo oltre e comincio la salita, a cui le gambe rispondono con insperato entusiasmo. Viti a profusione e il paesaggio che si allarga, con i cocuzzoli delle colline che spuntano da un'aureola di nebbia. Le Alpi no, mi sa che oggi non le vedrò, data la coltre di nuvole scure che copre l'orizzonte, ma posso accontentarmi.
Questa per me rimarrà per sempre la strada dove, per la prima volta, ho visto dal vivo il cartello stradale che vieta l'accesso ai mezzi cingolati. Ce ne sono ben due, uno appena oltre il primo tornante ed uno più avanti, in corrispondenza di un gruppo di vecchie cascine bellissime.

Man mano che prendo quota, sento più intenso il soffio del vento e la maglia già bagnata di sudore che si appiccica gelida alla pelle. Ville moderne e cascinali di una volta: poi, la curiosissima chiesetta di Coazzolo. La prima volta in cui l'ho vista è stata un fulmine a ciel sereno: qui, dove tutto intorno non si vede altro che regolarissimi filari di viti ed un senso di rigore, quiete e lavoro, spunta proprio sul crinale una piccola chiesa ridipinta con colori e forme geometriche sgargianti e decisamente inconsueti, soprattutto per un luogo di culto. Opera recente di un artista britannico, David Tremlett, con il sostegno di un imprenditore del luogo. Non posso fare a meno di scattare una foto, anche se ne ho già a decine. Il vento, però, mi convince a ripartire subito, per evitare di prendere un malanno.



Ancora un km di lieve salita, fino al bivio con la strada che, a destra, raggiunge l'abitato di Coazzolo e, a sinistra, porta verso Santo Stefano Belbo oppure verso Mango. E' a Mango che io sono diretta. Ancora qualche panoramicissimo km di blanda salita, in cui lo stomaco comincia a rivendicare le sue spettanze. Prima barretta andata. Non è che i garretti siano proprio brillantissimi, oggi, ma non posso nemmeno pretendere più di tanto. I 100 km... E l'età che rende più lento il recupero. Quando me lo raccontavano, anni fa, non ci credevo. Facevo spallucce. Ma ovviamente, come sempre, il monito era destinato ad avverarsi, prima o poi.

Ancora un paio di tornanti prima del bivio per Camo. La musica non mi distrae dal magnifico panorama di colline tutt'intorno. Oltre la curva a destra, il profilo imponente del castello di Mango. E ancora il vento, insistente. Un paio di km e ci sono: mi lascio il paese a sinistra e scendo in direzione di Neviglie. Il cartello di un sentiero che indica San Donato, sulla sinistra del viale, mi incuriosisce: lo imbocco... Ma il sentiero diventa presto una traccia mal segnata ed un tratturo che mi riporta sullo stesso viale, qualche centinaio di metri più avanti, dopo un giro nelle vigne. Un po' delusa, riprendo la marcia sull'asfalto e svolto a destra per Neviglie.

Ancora lenta salita con vista, questa volta, verso Neive, fino ad un gruppo di cascine in località Ronconuovo; qui si scollina e si scende verso Neviglie. Area pic nic sulla sinistra, rigorosamente deserta, e, appena prima del paese, un bivio sulla destra con strappo secco in salita. E' il mio. Lo imbocco, supero la rampa che le gambe, un po' rilassate, digeriscono male, e poi in picchiata lungo una ripida discesa tra i vigneti, in cui l'asfalto per qualche tratto lascia il posto al cemento. Ancora un bivio a sinistra: qui, per districarsi nel groviglio di stradine, bisogna prima perdersi qualche volta, ma è un capitolo che ho già scritto. Punto decisa verso il fondo della valletta, dove qualche solitario di buon gusto ha ristrutturato ad arte due meravigliosi edifici in pietra; supero un ponticello e poi mi concedo una novità. Di solito, qui, piego a sinistra e vado direttamente verso Neive, lungo una splendida stradina che va a ricongiungersi al primo tornante della strada principale tra Neive e Mango. Oggi invece ho pensato di provare a girare a destra. C'è una strada che non ho mai percorso e che, per ovvio obbligo geografico vista la conformazione del luogo, non può che tornare a Mango o nei paraggi. D'altro canto, potrebbe anche interrompersi in qualche frazione. Ergo, proviamo.

Altra salita, per un breve tratto su asfalto. Poi, un cartello di legno attira la mia attenzione: “Mango”, con la freccia rivolta verso un ampio sentiero tra i filari. E perché no? Proviamo. Affronto con un po' di rassegnazione l'ennesima nuvola di chissà quale intruglio chimico che alcuni lavoranti stanno spandendo nelle vigne: se non altro, questi sono dotati di tuta e mascherine... Non è affatto una precauzione comune, anzi. Io no, non ho nulla di tutto ciò. Passo alla svelta ed un po' scocciata, anche se in realtà non posso certo pretendere che queste persone interrompano il loro lavoro al passaggio di una squinternata che corre. Il sentiero, quasi una bella strada bianca, prosegue fino ad un gruppo di case e ridiventa strada asfaltata. Un altro cartello di legno ed un altro bivio a sinistra mi rimandano però su un nuovo tratto di sentiero, prima ben segnato e poi più vago, prima in un vigneto e poi attraverso i noccioleti, con Mango sopra la testa. La terra grigia e sabbiosa è spaccata e come sfogliata dalla mancanza d'acqua; le scarpe non lasciano quasi traccia.

Seguendo quello che mi sembra il tracciato più logico del sentiero ben poco tracciato, sbuco nuovamente nel viale di Mango già percorso prima. Torno su, ma neppure questa volta entro in paese. Comincio la lunga discesa verso Neive, mentre in cielo si addensano nuvoloni scuri ed il vento rinforza ancora. Sono a circa 25 km di giro; ne mancherà una decina, occhio e croce.

Scendo osservando la strada da cui sono scesa prima, sull'altro versante della valle, alla mia destra. In effetti è proprio ripida. Ci sono mezzi scavatori al lavoro per l'impianto dei nuovi vigneti, su fette di collina nude e bruciate dalla siccità. Incrocio qualche ciclista: in effetti, sono tutti ben più vestiti di me. E poi, mentre procedo di buon passo, sopra pensiero...

…la lapide. Quel pezzo di marmo vagamente triangolare, con la foto di una ragazza bruna, davvero bella, ed un nome scritto in elegante carattere corsivo, Alessia.
Negli ultimi anni ho percorso spesso questa strada, più sovente in salita che in discesa, talvolta in bici e talvolta a piedi. E' ormai da tanto che c'è, quella lapide. Ma, sulle prime, non ci avevo fatto più di tanto caso. Un po' perché, per natura, sono poco incline ai sentimenti nei confronti dei miei simili, siano essi di affetto o di pietà, e un po' perché ai bordi delle strade capita spesso di vedere lapidi, cippi commemorativi, mazzi di fiori legati ad un sostegno qualsiasi. Ma sugli altri cippi, spesso, le immagini e le dediche si coprono di polvere che col tempo nessuno toglie più; i fiori prima freschi lasciano il posto a quelli finti e, poi, anche i fiori finti si sgretolano al passare delle stagioni, forse perché il dolore sfuma in ricordo, forse perché non c'è più neppure chi si curava di ricordare e far ricordare.
Tutto questo però non è accaduto alla lapide di Alessia. Ogni volta che passavo, la vedevo sempre lustra, ricolma di ninnoli, bella come può essere bello un monumento ad un defunto, curata, immaginavo, dalla mano di qualcuno che non avrebbe mai potuto darsi pace.
Un giorno, non so quanto tempo fa, mentre scendevo in bici da Mango verso Neive, ricordo di aver visto, già da lontano, un'auto ferma nei pressi del cippo. Ricordo di aver rallentato molto: c'erano due persone, un uomo ed una donna, delle cui fattezze non mi è rimasto impresso nulla, ma che senza ombra di dubbio erano la mamma ed il papà, intenti a ripulire ed abbellire la lapide. Ricordo di aver provato il fortissimo desiderio di fermarmi, avvicinarmi, chiedere loro cosa fosse successo. Forse avrei dovuto farlo; probabilmente quella mamma e quel papà avrebbero parlato volentieri della loro figlia, chissà se unica. Sarebbero stati contenti di sentirsi dire che era molto bella, perché questo è tutto ciò che io so di quella ragazza, dalla sua foto. Non ho osato, per timore che la mia fosse scambiata per curiosità morbosa. Ma, soprattutto, non ho osato per vigliaccheria, perché ho avuto paura di non poter reggere nemmeno una minuscola scheggia del loro immenso dolore.
Se devo essere sincera, non ho mai apprezzato l'ostentazione dei sentimenti, di qualsiasi natura essi siano, nel bene e nel male. Non sono mai andata a trovare i miei cari defunti al cimitero, perché è una cosa che ritengo del tutto priva di senso, posto che lì non c'è altro che materia organica in decomposizione e che le persone, semplicemente, non esistono più. E, per quel poco che mi importa del “dopo di me”, vorrei che nessuno venisse a cercare me quando non ci sarò più. Ma è una mia scelta. E' anche vero che io non sono genitore, non ho mai desiderato nemmeno per un istante un figlio e quindi non posso, né cerco di immaginare neanche lontanamente quel che possa significare, per una madre o un padre, perdere un figlio. Se non attraverso mia madre, la sua preoccupazione e la sua paura ogni volta che per qualche ragione ha temuto per la sorte delle figlie.
Alla lapide di Alessia non ho mai neppure trovato il coraggio di scattare una fotografia. Ma qualcuno, un inverno, lo ha fatto. Ho trovato in rete, questa immagine (scatto di Carlo Meazza).



Da poche notizie rinvenute su internet, con il beneficio del dubbio dei resoconti di cronaca, ho letto che la ragazza, appena diciottenne, è rimasta vittima di un incidente stradale in una notte di novembre del 2010, sull'auto guidata da un coetaneo. Mi è venuto spontaneo di pensare che diciotto anni siano proprio pochi per guidare un'auto e mi sono domandata come possa un genitore sopravvivere all'angoscia di sapere un figlio così giovane in auto. Ci vuole troppo coraggio per essere genitori.

Da quel giorno, non passo più davanti a quella lapide senza fermarmi almeno un brevissimo istante, per quel nulla che può servire. Nemmeno oggi. Mi allontano come sempre con il groppo in gola. La vita continua, quasi sempre, ma per le mani che curano quella lapide sembra essersi fermata ad una notte di poco più di sei anni fa.


Al trotto, supero gli ultimi due tornanti in discesa. Altro attentato ai miei polmoni, da parte di un anziano che sta bruciando sterpaglie usando come combustibile qualcosa come uranio impoverito, a giudicare dall'odore... Mi salva il sentiero sulla sinistra, che mi fa guadagnare ancora qualche metro di dislivello, per poi scollinare al cospetto della bellissima torre romanica del monastero. Ancora uno strappo alla periferia di Neive, per superare la rotonda ed imboccare a destra la strada del cimitero. Provvidenziale la fontanella: la sacca idrica nello zaino ormai è vuota ed ho una gran sete... Oltre ad una gran fame. Ho consumato due barrette, ma ormai non vale più la pena di attaccare la terza. Mi avvio in direzione della località Albesani: passo oltre, sfilando accanto ad una casa protetta da tre meravigliosi maremmani dall'aria ben poco amichevole. Non mi resta che l'ultima discesa secca, prima di tornare in vista del Pepedoro e della mia fida Zafira in attesa. Avviso la Madre a casa: venti minuti ed arrivo, butta la pasta o mangio le gambe del tavolo!


domenica 9 aprile 2017

Ponte Belbo, Cravanzana, Feisoglio, Gorzegno, Levice, Bergolo, Cortemilia, Castino

Chissà perché, quando Matteo mi ha mandato via mail il tracciato dell'itinerario di corsa che avrei dovuto seguire oggi, ho immediatamente pensato che qualcosa sarebbe andato storto. Geograficamente parlando, intendo dire.

Partenza da Ponte Belbo, nel territorio di Castino. Sono le sei del mattino, più o meno; è ancora quasi buio. Il termometro della Zafira segna un grado e mezzo: per la miseria, quando ho acceso il motore, a casa, ce n'erano dieci in più... Va bene che nei paraggi del Belbo, quaggiù, fa sempre un freddo suino, ma così è troppo! Sono qui in pantaloni e maniche corte; che faccio? Domanda oziosa. Non ho molta scelta. Sono in ballo, devo ballare. Mi carico lo zainetto, stracarico di cibo e con camel bag sulle spalle, e parto. In salita, per fortuna.

Il bar sull'incrocio è già aperto. Supero l'unico distributore automatico di pellet che abbia mai visto e comincio, con calma, la salita verso Bosia, in attesa che la circolazione sanguigna torni a raggiungere le estremità, naso compreso. La luce del giorno, fioca fioca, si sta appena affacciando alla valle: per evitare di portarmi appresso tutto il giorno la pila frontale, il giacchino rifrangente ecc, ho deciso di confidare nella buona sorte e nella sobrietà mattutina dei pochi automobilisti della valle. Ma sarò più tranquilla tra un po'.

La prima salita è morbida ma lunga. Raggiungo e supero i tornanti di Bosia, scatenando i latrati di un buon numero di cani, per la gioia dei padroni ancora immersi nel sonno profondo. Ma, per il momento, né l'ascesa né l'entusiasmo valgono a scaldare un poco le mie ossa intirizzite. La luce illumina appena la parte alta dell'altro versante... E il freddo pungente mi costringe alla prima urgente sosta idrica tra le accoglienti fronde di un noccioleto.

Qualche auto, un paio di furgoncini. La strada spiana appena prima del bivio per il centro di Cravanzana e scende poi leggermente, per me che rimango all'esterno del paese; passa tra un negozio di alimentari ed un'osteria dove un pomposo “Wine Tasting” mi fa venire ancor più la pelle d'oca – siamo a Cravanzana, santiddio, altro che “wine tasting”... Ma il gas di scarico di un'Ape mi intossica i polmoni ed i pensieri. Dovrebbero bandire l'Ape come arma di distruzione di massa...




Quando la strada riprende a salire, mi fermo ad ammirare e fotografare Cravanzana illuminata in pieno dal primo, limpidissimo sole che colora i vecchi muri di mattoni; pochi istanti prima di ripartire in salita, ancora per qualche km in direzione di Feisoglio. Ancora ben poco movimento di veicoli; quanto ad esseri umani in carne ed ossa, a parte gli avventori del bar alla partenza, non ne ho ancora visti. E non ne vedo nemmeno attraversando Feisoglio per tutta la sua lunghezza, fino al magnifico viale con alberi carichi di fiori rosa.
Al bivio successivo, svolto a sinistra sulla sonnacchiosissima piazza. Devo imboccare una strada, già percorsa almeno due volte in salita, molto secondaria, che scende in Valle Bormida, nei paraggi dell'incrocio con la salita per Levice. Ci sono già passata, appunto: quindi, vado sicura.
Le mie certezze, però, si infrangono dopo pochi metri di salita. C'è un bivio. Bene: ma io, quando sono arrivata quassù in direzione opposta, da quale delle due strade sono arrivata? Provo ad andare a memoria e sensazione; imbocco a sinistra. Qualcosa però non mi convince. Salendo a Feisoglio avevo il sole a sinistra; adesso me lo ritrovo completamente a destra... Significa che questa strada torna indietro rispetto alla direzione che ho tenuto finora. Non va bene; dovrei al massimo viaggiare in direzione più o meno perpendicolare. E poi qui è un dedalo di deviazioni verso le cascine, una strada minuscola devastata dalle buche, dove l'asfalto è un lontano ricordo. Di certo non sono passata di qui in bici. Non me lo sarei scordato, questo posto.

Ergo, dietrofront. Torno al primo incrocio dopo Feisoglio ed imbocco l'altra alternativa. Si sale ancora un poco, fino ad una bella radura con alcune vecchie case. Incappo in un altro bivio: l'arrivo di un cagnotto tutto festante, probabilmente un cane da caccia, con i campanellini al collare, mi distrae al punto che non ci faccio caso. Così, di lì a poco, mi rendo conto che anche questa volta sto viaggiando lungo una strada che non è quella giusta. Pazienza, mi dico. Senza dubbio sto scendendo comunque in Valle Bormida. Senza dubbio una strada come questa non va a perdersi nel bosco. Ma, soprattutto, questo posto è bellissimo. Bosco fitto, le foglie degli alberi ancora minuscole e di un verde chiarissimo; i raggi del sole che creano giochi di luci ed ombre fra i tronchi. Dovunque io mi trovi, vorrei poterci rimanere...

La strada corre dapprima in una sorta di gola, chiusa e stretta; poi, dopo un tornante a destra, si apre sul panorama senza fine dei boschi: sembra di essere in montagna, lontanissimi da tutto e da tutti, anche se ho lasciato Feisoglio da pochi km. Non c'è traccia di anima viva fin dove lo sguardo può spaziare. Solo il verde del bosco ed il blu sfacciato del cielo limpidissimo di oggi. Ma, poco più avanti, spunta una vite coltivata strappando il terreno alla collina, con muretti di pietra a sostenere le piante e, poco sopra, una cascina che suscita la mia più profonda invidia per la fortuna dei proprietari. Quassù non c'è proprio alcun rischio di avere dei vicini di casa o dei visitatori sgraditi...

La discesa verso il fondovalle è davvero lunga. Solo negli ultimi due o tre km compaiono le prime abitazioni ed i campi coltivati. Non appena raggiungo la strada di fondovalle, ecco la conferma di ciò che temevo. Non è qui che volevo arrivare. E non riesco a capire esattamente dove sono arrivata. Ora, per salire a Levice, dovrò seguire la principale a sinistra o a destra?

Nel dubbio, mi muovo di buon passo verso destra, scrutando l'altro versante della collina. In capo ad un km, arrivo nel territorio di Gorzegno. Qui, però, s'impone una sosta: se non altro, per capire dove diamine sto andando... Non avendo con me la cartina, che ho stampato e poi utilmente lasciato a casa, mi affido alla funzione Googlemaps sul telefonino. Incredibile dictu, qui ai margini del mondo c'è connessione internet. Benissimo: per salire a Levice, avrei dovuto svoltare a sinistra. Ma non tutto è perduto. La cartina mostra una minuscola strada che da qui, da Gorzegno, sale per l'appunto a Levice, tagliando il versante della collina con un lungo tratto in diagonale. Ergo: mi dirigo verso il centro di Gorzegno, bellissimo. Dopo un paio di tentativi infausti, imbocco la via del cimitero: lì, proprio davanti al camposanto, campeggia un bel cartello blu per Levice. In alto, i resti del castello, dall'aspetto quasi minaccioso, da film dell'orrore.

Un vivacissimo cagnetto bianco e nero interrompe la mia marcia: a stento la padrona lo richiama all'ordine. Corro per un breve tratto in pianura lungo la Bormida, dando finalmente sollievo alle richieste perentorie del mio stomaco vuoto. Ho avvolto alcuni pezzi di fontina nella carta stagnola, con il risultato che, ora, mangio fontina e frammenti di stagnola... Ma non è il caso di andare troppo per il sottile. La fame è brutta.

Supero un imponente ponte e mi ritrovo dinuovo in salita, su una stradina tranquilla e secondaria, tra noccioleti e ciliegi in fiore. A dire il vero, le gambe danno segni di ribellione. Concedo loro qualche tratto al passo, alternato a tratti in salita, e mi sforzo di bere il più possibile. Il caldo adesso è arrivato, eccome. Proprio come si vedeva dalla mappa, la strada prosegue con pochi tornanti e lunghi traversi, fino allo strappo finale ed all'inserimento su una strada più grande. Ed ora? C'è un tabellone di legno con la cartina. Dalla mappa e dal punto in cui è segnato il “voi siete qui”, parrebbe che, per andare a Levice, si debba girare a destra e salire. Ma non è che la situazione sia chiarissima. Provo a far così: di corsa in salita. Ma non sono convinta. Un paio di km dopo, riprendo in mano il cellulare, pregando per la resistenza della batteria. Infatti: per raggiungere Levice, toccava andare a sinistra, in discesa.

Dietrofront ed altro pezzo di formaggio. Ho una fame che potrei assalire un cinghiale a mani nude, nonostante sia vegetariana. E una fiacca... Mi lascio portare dalla pendenza. Levice appare di lì a poco: un meraviglioso grumetto di edifici, la bellissima piazza centrale tutta in pietra. Ma non sarò in grado di apprezzare appieno tanto splendore se prima non troverò qualcosa di consistente da mettere sotto i denti.
Un cartello indica un negozio di alimentari in centro paese. Mi fiondo giù per la ripidissima strada che porta alla piazza della chiesa, seguendo le indicazioni del negozietto come se fossero la mia stella polare. Ma, in piazza, non vedo alcun negozio: solo un bar, proprio in faccia alla chiesa. Pazienza, qualcosa da mangiare ci sarà.

Entro con cautela: il baruccio, più un loculo che un locale, è stipato di anziani e meno anziani seduti lì a guardarsi in faccia e fumare, mentre fuori tutt'intorno è bellezza e luce abbacinante. Mi sento immediatamente tutti gli occhi addosso: soprattutto quelli di una ragazzina fasciata in una gonna corta con calze velate, poco adatta sia all'età che al luogo, che mi squadra da sotto in su e poi viceversa, con l'evidente dispetto di chi si vede rompere le uova nel paniere. Tranquilla, fanciulla... Tempo di comprare due pezzi di focaccia ed una lattina – chiedendo un panino ho seminato il panico – ed uscire. Fatico a far capire che voglio due pezzi di focaccia ed una sola lattina, perché la focaccia è tutta per me... Ma esco trionfante ed un po' più fiduciosa.

Mi siedo su una panchina piazzata, per lungo, sul tratto di piazza in discesa: vorrei fare i miei personali complimenti a chi ha avuto l'idea geniale... Ma non è il caso di stare a sottilizzare. Divoro il primo pezzo di focaccia e la lattina, mentre la piazza si riempie delle auto dei fedeli per la messa. Troppa gente per i miei gusti. Peccato che la fontanella non funzioni: prenderò acqua a Bergolo... Nella sacca ne ho ancora un po'.

Riparto su per la ripidissima rampa che riporta alla strada principale. Direzione Bergolo: ora va molto meglio. La salita blanda non è di ostacolo alla digestione. Fa decisamente caldo... Sotto Bergolo, imbocco la prima via sulla destra, in salita, che porta ad un bivio all'imbocco del meraviglioso paese. Ora, da qui, secondo la carta di viaggio, dovrei scendere a Pezzolo Valle Uzzone per una strada che, pure questa, ho già percorso; da lì raggiungere Todocco e ricongiungermi con la strada che scende a Cortemilia. Più o meno al Todocco dovrei incontrare Matteo in arrivo in bici da Genova. Ma c'è un problema, anzi due. Non sono affatto sicura di quale sia la strada che scende a Pezzolo – anche se, a mente fredda, pensandoci dopo, capirò che c'è una sola alternativa possibile – e, soprattutto, per arrivare fin qui, tra errori di strada e deviazioni varie, sono già vicina ai quaranta km. Riprendere il programma originario significa macinare molti km più del previsto e, soprattutto, impiegare molto più tempo, rinunciando per forza a rientrare a casa ad un'ora decente per le varie incombenze. Ergo, decido di ripiegare sul piano B.

Attraverso il paese di pietra e comincio la discesa verso Cortemilia, incurante dei messaggi di disappunto di Matteo, che mi rimprovera pure di essere partita troppo presto. Il caldo è davvero eccessivo per la stagione. E non c'è un filo di ombra...

Il tempo di una foto alla torre e scendo l'ultimo km verso il centro di Cortemilia. Mi fiondo alla fontanella, battendo sul tempo un marmocchietto e la madre; ci butto sotto la testa e riempio la sacca, aggiungendo una bustina di sali. Non amo affatto la sola acqua durante lo sforzo. Pochi istanti di tregua, per poi ripartire attraverso la piazza gremita di motociclisti e di gente vestita da cerimonia per chissà quale evento. Appena oltre il ponte, di fronte al supermercato, imbocco a sinistra la Via Salino e, poche centinaia di metri dopo, ad un bivio, piego ancora a sinistra in direzione dell'Agriturismo Castel Martino.

Questa è una salita cattiva, ma cattiva davvero. Nelle condizioni di gambe di adesso, con tanti km e tanta salita già alle spalle, è inutile che io provi a correre. Gli strappi sono troppo ripidi, il caldo è troppo aggressivo. Cammino di buon passo per i pochi km, davvero pochi rispetto al dislivello, che mi portano a scollinare tra ville iperlussuose con tanto di sorveglianza ed un bellissimo agriturismo, una rampa dietro l'altra, senza misericordia. Approfitto del fatto di non poter correre per trangugiare il secondo pezzo di focaccia, ormai mezza liquefatta dal caldo. Ma la focaccia va sempre bene, sotto qualunque forma si presenti. La strada spiana nell'ultimo tratto, in vista di Castino; qui diventa sterrata, ma comunque del tutto praticabile. Sulla destra si vede la strada principale che collega Cortemilia a Castino; si sente, in lontananza, il rumore delle moto. Quel tracciato è molto amato dai motociclisti. Lungo il mio itinerario, invece, non ho incontrato nemmeno un'auto.

Alla ripresa dell'asfalto, in una bella radura inondata di sole, riprendo a correre. E' ormai primo pomeriggio e so che, dopo un bel tratto di rettilineo, ci saranno un paio di curve in discesa.

Arrivo ad un incrocio con la strada che, da Castino, va diretta a Cravanzana restando in alto sul versante della valle. Comunico a Matteo che prendo la direzione di Cravanzana, tanto per allungare ancora un po': chissà che non riesca a raggiungermi... Ma è ancora troppo lontano. Poco male: svolto a sinistra e trotto lungo un tratto di saliscendi tra noccioleti e splendide case ristrutturate, con vista sulla Valle Belbo. Pochi umani e molti cani, incluso un Border Collie che mi abbaia furiosamente e corre avanti ed indietro sul bordo di un muretto a secco... Ma ben si guarda dal saltare il mezzo metro di altezza che lo separa da me. Le gambe stanno bene, io mi sono ripresa, tanto che in breve arrivo al bivio per Cravanzana. Che fare? Tornare a Ponte Belbo dalla principale, oppure tornare indietro da dove sono venuta, andare a Castino e scendere di lì? La seconda, nella vana ipotesi che Matteo, informato dei miei movimenti, mi raggiunga. Ogni tanto dimentico che, pur essendo molto veloce, non viaggia in elicottero...

Ripercorro a ritroso gli ultimi tre o quattro km, causando un'altra arrabbiatura al Border Collie. Arrivo nel centro di Castino e svolto a sinistra, per l'ultima galoppata in discesa. Sfortuna vuole che mi superi, nella discesa, l'intero raduno delle auto “tuning” o, come dico io, “tamarrate”... Con annesso concerto di fracasso inaudito e gas di scarico a volontà. Il caldo non molla. Raggiungo Ponte Belbo abbastanza in fretta: per prima cosa, apro tutte le portiere della Zafira e mi abbatto nel bagagliaio, stesa con le gambe in alto. L'arrivo di Matteo e Mik, incontrato per la via, mi risveglia da una pennichella che mi sembrava durare da giorni... 68 km, per oggi può bastare.



venerdì 17 marzo 2017

Di corsa tra Vicoforte, Frabosa Soprana, San Giacomo di Roburent

Le minilepri ed il gatto li ho schivati con un buon margine... Ma il capriolo può davvero ringraziare la sua stella e la mia abitudine di calcare poco l'acceleratore, soprattutto quando è buio, quando conosco poco la strada e quando sono, come stamattina, angosciata dalla spia della riserva. Sveglia, però, a quanto pare sono sveglia: inchiodo all'istante quando vedo l'animale schizzare sulla strada, a pochi metri dal mio cofano; sterzo a destra per non investirlo e riesco persino a non finire giù dalla riva, mentre il simpatico ungulato, limortaccisua, risale leggiadro e beato il pendio alla mia sinistra.

Ma lo spavento fin qui provato è nulla rispetto allo sbigottimento che mi genera la figura vagamente umana in gilet rifrangente, casco e pantaloni rossi, crocifissa in mezzo alla rotondina in centro a Vicoforte. Strabuzzo gli occhi e capisco: trattasi di un tipico esemplare di pirla. Infatti è Ivano, già pronto per la partenza. S'era detto alle quattro e sono, infatti, le quattro in punto. Cinque minuti in tutto per parcheggiare l'auto, consegnare al mio assistente ciclista di oggi il bagaglio e partire.

La mia scorta alimentare, come sempre, è raffazzonata: ho buttato un una borsa di plastica a casaccio le prime derrate che ho trovato aprendo la dispensa, peraltro non rifornita da me ma dalla santa madre. Quattro o cinque plumcake alla marmellata nella pietanziera di metallo per evitare che si schiaccino; un Buondì, un pezzo di croccante alle mandorle, due lattine di Red Bull. Manca il capitolo “salato”, ma a quello confido abbia provveduto Ivano. Uomo all'apparenza cattivissimo, cinico, inaffidabile, insomma un mostro: ma, quando si tratta di sport, è una garanzia, per sé e soprattutto per me, che sono decisamente meno affidabile di lui e per giunta anche pericolosa, in primis per me stessa.

Maglia tecnica invernale, maglietta a maniche corte da bici per la comodità delle tasche sulla schiena, gilet, giacca impermeabile, pantaloni ¾, due paia di calze, immancabili Hoka ai piedi e fascia per le orecchie. I guanti... Ehm... Me ne sono ricordata all'ultimo istante, uscendo di casa: per non frugare negli armadi e svegliare mia mamma, ho afferrato il primo paio che mi è capitato a tiro, un elegante paio di guanti in pelle che mia nonna indossava nei giorni di festa. Sono un po' stretti e del tutto estranei al contesto, ma che importa. Basta che riparino le mani, visto che la temperatura è di ben due gradi.

Anche Ivano è sepolto sotto più strati di indumenti. Non lo invidio davvero: correndo, io mi scalderò in fretta, ma lui, pedalando alla mia velocità, è a serio rischio ibernazione. Per fortuna, è uno che in materia sa il fatto suo.

Si parte in leggera discesa, giusto per scaldarsi un po'. Chissà quante maledizioni piovono dalle case dei paraggi... Altissimi latrati di tutti i cani del circondario, indignati dai nostri movimenti notturni. Meglio allontanarsi, prima che, oltre a santi e madonne, qualcuno decida di far volare anche un pitale. In effetti, non posso dar loro torto. La gente normale, a quest'ora, dorme o guarda film a luci rosse, oppure esce ubriaca dalle discoteche e si stampa in auto contro i platani. Noi ci avviamo a piedi e su ruote lungo le strade deserte del Monregalese, sotto lo sguardo benevolo di una splendida luna piena appena velata. Attraversiamo la piazza deserta dell'imponente Santuario di Vicoforte, sfiliamo nei pressi di un distributore di benzina che mi ricorda l'incombente presenza della spia gialla sul cruscotto della Zafira e poi via, sempre in un concerto di latrati, finché le case cominciano a diradarsi. Il mio primo problema, come sempre alla partenza, è trovare un luogo per una sosta tecnica, ermeticamente protetto dalla vista di chiunque. Scrupolo quasi superfluo nelle tenebre di quest'ora, si dirà: eppure, non appena individuo un posticino che potrebbe fare al caso mio, in lontananza appaiono i fari di un'auto. Se osassi fermarmi, sono certa che arriverebbe immediatamente una carovana di pullman di turisti giapponesi con i teleobiettivi. Lasciamo perdere, soffriamo in silenzio.

La strada in leggera salita porta conforto alle membra intirizzite. Il buio mi confonde le idee: ho già perso l'orientamento rispetto alla partenza. Ad un incrocio, in corrispondenza di una cappelletta illuminata da una viva luce gialla, svoltiamo a sinistra. A sinistra per gli uomini, specifica Ivano. Già, perché io spesso mi trovo in difficoltà quando, a bruciapelo, devo decidere dove sia la destra e dove la sinistra. Ho bisogno di un istante per ricordare qual è la mano con cui scrivo. Dicono che sia un difetto non così raro nelle donne.

Si torna in mezzo alle abitazioni e, ancora, si scatena il concerto canino. Posso solo immaginare lo sbigottimento degli indigeni assonnati ed intuisco occhi ansiosi dietro spiragli di tende appena spostate. Soprattutto di questi tempi, quando i furti nelle case sono ormai lo sport nazionale. Figuriamoci poi cosa possono pensare, i tapini, alla vista di due oggetti semoventi non ben identificati ma molto luminosi. Ed anche parecchio ciarlieri. Va a finire che tra un po' arrivano i gendarmi! Basta che a nessuno salti in mente di imbracciare la doppietta. Soprattutto nel momento in cui io, accanto ad una provvidenziale catasta di legna, mi concedo il “minuto di raccoglimento” tanto desiderato.

Il percorso studiato dal mio fido assistente, nonché guida materiale e spirituale, non risparmia le sorprese. Persino un tratto di sentiero, qualche centinaio di metri, che s'infila tra le cascine. “Non c'è fango qui” - commenta Ivano – “quindi non dovremmo trovarne molto nemmeno sulla strada sterrata che percorreremo più avanti, anche se la quota sarà ben più alta”. Un brivido mi corre lungo la schiena: chissà dove diavolo andremo a finire oggi... Incautamente ho chiesto di architettare un percorso lungo ed impegnativo, senza porre limiti di alcun genere, e conosco ben poco il Monregalese, quindi sono costretta a fidarmi.

Tra un incrocio di qua ed una svolta di là, posso dirmi in completa confusione. Ivano si lamenta dell'ammutinamento del GPS: lo posso capire... Il GPS! Siamo perduti nella notte tenebrosa e nel nulla eterno... Raggiungiamo, al termine di una discesa, una strada che ha l'aria di essere un po' più frequentata, almeno nelle ore canoniche del giorno. La percorriamo per poche decine di metri, incontrando ben un'auto, per poi svoltare a destra in strada della Galla. Una secca rampa iniziale in salita mi fa capire all'istante che non ci sarà da scherzare. Anche qui, la stradina corre ripida in mezzo a ville e villette che, a ragione o più spesso a torto, si danno un certo tono. Ovunque cancellate che sembrano fortificazioni, cartelli che avvisano della videosorveglianza, luci che si accendono al nostro passaggio, spie dei sistemi di allarme e latrati di cani grossi e minacciosi. Certo la tranquillità non regna sovrana per chi abita qui.

La salita è irregolare ma non concede tregua. Oltre una curva, si apre la vista su una distesa di luci più in basso: Villanova Mondovì, mi informa il Cicerone. E le sagome delle montagne, ben visibili alla luce della luna. Questa notte, la pila frontale serve per farsi vedere, ma non è davvero necessaria per vedere. Nonostante il cielo appena velato, basta la luce naturale.

Per adesso, le gambe sembrano promettere bene. Ci avviciniamo ad un paese proprio di fronte a noi, al culmine della salita: è Monastero Vasco. Imbocchiamo la via sulla destra: si scende. Il che non è affatto un sollievo, per due buoni motivi: perché le gambe in discesa patiscono, pur con meno fatica, e perché il freddo arriva subito a mordere le spalle e le braccia. Ivano avanza il dubbio che questa strada possa essere chiusa, ma secondo me vale la regola aurea per cui a piedi, o in bici, si passa più o meno ovunque.

Al fondo della discesa, incrociamo nuovamente la strada provinciale. La attraversiamo in direzione di Niere e di un luogo dall'inquietante nome di “Madonna delle Lame”. Appena oltre il bivio, un edificio dall'aria vetusta e l'insegna di un ristorante che immagino abbia vissuto tempi migliori. Si torna a salire, stavolta nel fitto del bosco. Cinguettii di ogni tonalità ed il canto lontano di qualche galletto insonne. Ci si allontana dalla civiltà, ma mai del tutto. Ancora salita ripida, ma le gambe sembrano reggere bene. Il primissimo chiarore dell'alba infonde un po' di fiducia in più. Ivano, preciso come un orologio svizzero, ad intervalli regolari mi porge la borraccia, a cui ovviamente ha pensato lui e non io: acqua e sali, oppure acqua e sciroppo alla menta. Entrambi graditissimi, se non fosse per la temperatura gelida. Ed è quasi ora di mangiare qualcosa. Fino a pochi minuti fa non ne avrei avuto voglia, ma adesso il languorino comincia a farsi sentire.

Questa salita, strada Unie, è spietata. Infila una rampa dietro l'altra, senza misericordia. Ma il premio non tarda ad arrivare: alla mia destra, la luna che pian piano scende dietro il costone della montagna, illuminando di mille sfumature di azzurro i pendii innevati. Una favola ed una sferzata di gioia per la mente e per i garretti. Evidentemente la pendenza non è solo una mia impressione: anche Ivano fatica parecchio a salire in bici. La fatica è spezzata, e spazzata via per un istante, dallo spettacolo di due agilissimi camosci che attraversano la strada a pochi metri da noi.

Quando comincio ad accusare la stanchezza, finalmente la salita si placa. L'alba guadagna terreno e ci rivela lo spettacolo splendido di una stradina deserta lungo un pendio punteggiato qua e là da poche case e qualche cappelletta. I segni della presenza umana ci sono eccome... Ma tutto tace, tutto è silenzio ed immobilità. I prati sono un tripudio di fiorellini di ogni colore, soprattutto primule gialle, a profusione. L'aria è frizzante, il cielo ancora leggermente velato. Dopo la prima barretta Ciocovo, è la volta di una banana, con corollario di disquisizione semiseria circa il modo corretto di afferrare la banana. Da sempre io sostengo che questo frutto abbia sviluppato una sorta di gambo che è fatto apposta, proprio apposta secondo i disegni di madre natura, per essere tenuto in mano, aprendo la buccia dall'altra estremità... Ma pare che io sia l'unica a pensarla così e che il resto del mondo sbucci la banana spezzando il gambo. Non importa, rifiuto l'omologazione e lancio la buccia in mezzo al bosco. Tutt'intorno è montagna con qualche spruzzata di neve ed un cielo color acciaio.

Un tratto di strada sterrata, breve ed insolito, visto che l'asfalto ricompare dopo qualche decina di metri. La strada corre quasi in piano per un lungo tratto, fino a raggiungere, all'alba delle sette, come mi informa l'orologio del bel campanile in pietra, il primo avamposto di civiltà. Mondagnola. Qui, qualcosa muove. Incontriamo persino un'auto. Ormai è giorno fatto, ma noi siamo ancora bardati ed illuminati per la notte. Trottiamo ancora in leggera salita. L'orientamento ormai l'ho perso del tutto, ma mi fido: finché le gambe reggono... Il paese che vedevo sopra la testa è Frabosa Soprana. Lo attraversiamo: mette un po' tristezza, come tutte le stazioni sciistiche, con i casermoni, le insegne chiassose, gli ampi parcheggi ricoperti di cemento. L'atmosfera, poi, qui, è quella di un luogo che è stato fastoso e festoso in altri tempi, ma che oggi sembra scivolare nell'oblio. Per carità, sarà anche la fine della stagione sciistica... Ma siamo ai primi di marzo ed un po' di neve resiste in qualche giardino, su qualche pendio ben più alto. Ha un bel mostrarmi, Ivano, le piste da sci più in quota e le seggiovie in funzione. Rimane la sensazione di qualcosa che non è più. Poi, in realtà, io sarei ben felice di non vedere nulla, né casermoni né impianti né piste. Dovrei essere, visto il mio lavoro, una convinta sostenitrice dell'economia legata al turismo, in generale dell'economia che gira, ma proprio non mi riesce. Trovo lo sci da discesa e tutto ciò che vi gira intorno qualcosa di inutilmente opulento, chiassoso, modaiolo, che poco ha a che fare con lo sport. Oggi, tuttavia, c'è ben poca vita. Ma sarà l'ora.

La mia corsa si sta appannando un poco. Procedo lungo la strada principale, ignorando un bivio a destra, mentre il fido assistente si è fermato un momento. Mi guardo intorno: tra i casermoni sopravvive qualche bella costruzione in pietra. Molto bella la località di Straluzzo, dove incontriamo il primo essere umano a piedi. Qui abbandoniamo la via principale per aggredire, si fa per dire, un'altra rampa in salita. Un paio di curve secche ci portano oltre una cascina; una splendida baita in pietra apre un lungo tratto di strada tra pendii boscosi e prati ricoperti di neve e di fiori. Il sole, pur leggermente velato, è intenso e fa capolino qua e là oltre le curve. Siamo, occhio e croce, non lontani da quota mille metri.



Ivano deve aver percepito il mio attimo di scoramento, perché sfodera l'arma segreta: il panino ripieno di gorgonzola, gustosissimo ed enorme. “Se non te la senti di mangiarlo tutto, ne mangio un po' anche io”. Lo guato come il mio maremmanone guata chi osa avvicinarsi alla sua ciotola quand'è piena: “Tu me l'hai dato e guai a chi me lo tocca!”. Un boccone dopo l'altro, il meraviglioso paninone va giù come se fosse acqua fresca. Sarà effetto placebo, non so, ma basta questo a rinvigorire le gambe.
Una lunga, morbida e panoramicissima discesa tra i prati, ben esposta al pallido sole mattutino, ci conduce fino all'abitato di Corsagliola, non prima di un'altra sosta tecnica tra i castagni. Foto di rito davanti ai cartelli stradali; bevo una lattina di Red Bull e mangio un boccone del merviglioso cioccolato maialo che spunta fuori da una delle borse appese alla bici di Ivano. Che uomo pieno di risorse alimentari. Levo finalmente la pila frontale, ma tengo ancora indosso il giacchino rifrangente giallo, perché di qui mi attende un tratto un po' più trafficato – si far per dire: passeranno dieci auto all'ora. Si torna a salire, ma in modo appena percettibile, per parecchi chilometri: un tracciato per me tremendamente logorante. Come se non bastasse, il tratto iniziale della strada è completamente in ombra. Mi ero già abituata a quel bel teporino...

Qui, ahimè, è crisi. Nerissima. La leggera pendenza in salita mi distrugge, soprattutto moralmente; mi sembra di dover sopportare una fatica davvero esagerata e di non riuscire in alcun modo a procedere degnamente. La scorta non mi perde d'occhio: sa benissimo cosa mi sta succedendo, anche senza bisogno che io parli. Siamo vicini ai quaranta km... E ciò che mi turba è che non ho idea di quanto sia lungo l'itinerario architettato per oggi da Ivano. Avevo chiesto un giro lungo e denso di salite... Non posso certo cominciare a lagnarmi adesso. Ma non mi va nemmeno di chiedere: sarebbe un segno di debolezza. No no, non è ancora il momento di cedere, stringiamo i denti.

Appena prima dell'abitato di Corsaglia, Ivano si ferma per sistemare il vestiario. Il paesino, con il torrente che scorre proprio accanto, a destra rispetto alla strada, è un gioiello di case con i muri in pietra. A sinistra, impetuosi piccoli affluenti saltano tra le rocce e passano sotto i ponticelli in pietra che collegano le abitazioni abbarbicate sul fianco della montagna. Un negozietto di alimentari, persino una cantina.

Oltre Corsaglia, provo a dare una telefonata a casa, per sapere se madre e beniamini pelosi sono tutti in forma. Di lì a poco, mi raggiunge Ivano, poco prima del bivio a sinistra con la strada che sale verso Prà. La imbocchiamo: proprio di fronte a noi, ma parecchio più in alto, si scorge un campanile. “Dobbiamo andare lassù”, sentenzia l'assistente, sottolineando la solennità dell'affermazione con un grufolio del maiale di plastica legato al manubrio, la nostra mascotte. Un maialetto rosa a pois, di quelli che si trovano negli autogrill, già compagno di tanti km. Finalmente la strada sale, ma sale sul serio. Io non ho ancora capito per quale motivo una pendenza ripida mi faccia soffrire molto meno di un lento estenuante falsopiano: e questo per me vale a piedi come in bici. Almeno, qui, ho la percezione anche visiva del motivo per cui fatico!

Un paio di tornanti severi ci portano in vista della piccola borgata di Zitella, amena località di cui merito la cittadinanza onoraria. L'occhio mi cade, a sinistra, su una morbida massa bianca allungata sulla soglia di una splendida cascina. Un istante dopo, le masse sono due, imponenti; si lanciano verso di noi abbaiando furiosamente. E poi, tre, quattro, cinque! Cosa vedono le mie fosche pupille, meraviglia delle meraviglie, sono cinque splendidi pastori maremmani, due adulti e tre cuccioloni. La mia reazione spiazza sia il padrone, che dal cortile si affanna a richiamare i cani, sia gli stessi morbidissimi bestioni: lancio un urlo, che non è paura ma incontenibile gioia, e mi ci butto in mezzo, menando coccole a destra e a manca. Questo è il mio paradiso, io mi fermo qui, voglio essere adottata qui, morire ed essere sepolta qui!
Gli adulti, più sospettosi, tornano sui loro passi; i tre cuccioloni invece non disdegnano le coccole. Me li ritrovo persino sulla schiena. Staccarmi da qui e ripartire mi costa una fatica inaudita... Ma s'ha da fare, ovviamente dopo la foto di rito sotto il cartello “Zitella”. Un pugno di edifici in pietra, uno più bello dell'altro, con la cornice di montagne appena un poco innevate.



La salita prosegue a rampe severe e tornanti secchi, ma le gambe corrono bene. In men che non si dica ci ritroviamo proprio sotto al campanile. L'ultimo tornante ci porta al minuscolo abitato di Prà, di fronte alla chiesa. Un pannello con la carta dei sentieri è l'occasione per Ivano di illustrarmi il prosieguo del nostro giro: seguendo con il dito un percorso che io fingo di comprendere e memorizzare alla perfezione, mi mostra l'itinerario che ci porterà a San Giacomo di Roburent e poi a Serre. Razionalmente, so che questo tipo di carte ha una scala tale per cui le distanze non possono essere più di tanto lunghe; tuttavia, l'impressione è che si debbano ancora percorrere parecchie decine di km. E sarei ben felice di poterlo fare... Ma non sono del tutto sicura di riuscirci.

Proseguiamo tra le case, di cui invidio di tutto cuore i proprietari. Se non dovessi preoccuparmi di procurarmi da vivere, di certo vivrei in un luogo del genere; per quanto il luogo in cui vivo effettivamente sia già abbastanza fuori dal mondo per il comune sentire. Una rampa secca, là dove non ne aspettavo più, mi fa un po' soffrire. In cima, l'asfalto finisce; ci si immette su una strada ampia e sterrata. Il fatto che io accenni a svoltare a destra, quando Ivano comanda imperiosamente di girare a sinistra, dimostra che del pannello segnaletico io non ho capito un beato nulla. Obbedisco, comunque.

Pochi metri dopo, l'assistente attacca con le domande trabocchetto: “Giallo o blu?”. La litania del “giallo o blu” s'è già sentita un paio di volte oggi; lì per lì non avevo capito, ma neppure avevo indagato, ben conoscendo ormai la passione di Ivano per le boiate a sorpresa. “Blu”, sospiro. Ma questa volta non si tratta affatto di una boiata, anzi. Ivano sfodera una formaggetta chiusa in un incarto blu e ne spezza un grosso boccone. Il mio amatissimo formaggio grasso! Ok, credo sia giunto il momento di una pausa, breve ma seria. Mi siedo un momento a terra, distendo le gambe, mi godo il voluttuosissimo boccone di formaggio morbido. Ma la sosta è davvero breve: qui siamo appena oltre quota mille; il sole è velato e l'aria è tutt'altro che tiepida. Annego la formaggetta in una sorsata di acqua e menta – lo so, non c'è più religione – e riprendo la corsa, un po' rinfrancata. La strada è sì sterrata, ma in ottime condizioni; qua e là, tratti ghiacciati impongono cautela nella falcata. Qualche chilometro di morbide curve, in cui corro di buona lena soprattutto per vincere il freddo, ed ecco apparire il Rifugio dei Vernagli, più volte citato oggi dal mio accompagnatore. Un altro meraviglioso edificio in pietra, oggi ancora chiuso; aprirà il primo di aprile. 


Brevissima sosta, cioccolato, una lattina di Coca Cola e dinuovo di corsa. Da qui, la strada tende ad essere prevalentemente in ombra; lunghi tratti sono coperti di neve ghiacciata. Si continua a scendere, con una pendenza appena accennata. Ivano non sembra avere alcun problema, con la bici che, pur essendo un comodo mezzo da viaggio, non è certo una mountain bike. Io ho qualche problema di equilibrio in più, ma me la cavo e mi godo il trotto. Una moto da cross e, più avanti, tre persone a piedi sono il nostro unico incontro con l'umanità: si aggiungono, appena prima di Roburent, due auto che si sforzano di salire nonostante il fango ed il ghiaccio che qui, appena più in basso, rendono il percorso davvero poco praticabile. Dov'è che questi incauti piloti vogliano andare, lo sanno solo loro, visto che il rifugio è chiuso; mi sa che saranno costretti ad abbandonare le vetture e ad andarle a riprendere al disgelo...

Man mano che ci avviciniamo a San Giacomo di Roburent, proprio alle porte del paese, vedo sempre più alberi con le radici all'aria e tracce di lavori in corso per segarne i tronchi, ma lì per lì non capisco. Mi concentro sulla rampa che conduce, nuovamente sull'asfalto, nel centro del paese, per capire se e quanto io “ne abbia ancora”. Sono stanca, questo senza dubbio.

Ivano ordina una pausa. Ci fermiamo nei pressi di un negozietto di alimentari. Mi siedo sul marciapiede, accanto ad una fettuccia che delimita una ringhiera in parte divelta. In paese c'è movimento; dovrebbe essere tarda mattinata. Siamo a 53 km e circa 2000 m di dislivello già accumulati. Mangio un paio di plumcake ed un po' di cioccolato, osservando il passeggio dei presenti. Qui l'unica lingua che si sente parlare è il genovese: questa zona è una vera e propria enclave di Genova in terra piemontese. Qualcuno si aggira in divisa da sci, anche se il verde del paesaggio stride con l'idea che si possa sciare nelle vicinanze. Qualche tratto di pista si intravede, più in alto. Mi avvicino alla bici, dove Ivano sta riorganizzando il contenuto delle borse. L'occhio mi cade su un balconcino del condominio, affacciato sul cortile più basso della sede stradale, anch'esso divelto. Mi domando ad alta voce cosa sia successo: che un'auto sia uscita di strada proprio qui, precipitando di sotto? “E' stato il vento, ci ha portato via il tetto”, spiega, con spiccata cantilena ligure, una corpulenta signora seduta sulla panchina. Alzo gli occhi e capisco. E' vero: qualche giorno fa, nelle valli di Mondovì e fino a Cuneo, si è scatenato un vento del tutto anomalo che ha combinato guai di ogni genere. Ora si spiegano gli alberi rovesciati... In quel momento, esce dal negozietto il commerciante: “Eh signora – rivolto alla madama – lo ammetta, che voleva farsi il terrazzo per prendere il sole, l'ha fatto apposta...”. Mi rimetto in marcia per non assistere alla manifestazione della furia di un genovese colpito da un grave danno pecuniario e per giunta preso in giro così, coram populo. Nemmeno un chilometro di leggera salita, sotto un raggio di sole; alla rotonda, la pendenza si inverte ancora. Si scende. Passiamo davanti al punto di partenza di una seggiovia in funzione e parecchio frequentata, a giudicare dalla quantità di auto che affolla il piazzale del parcheggio. “Siamo noi quelli fuori stagione – osserva Ivano – mica loro”. Sarà, ma a me va benissimo così.

Il fido compare mi precede a Serra Pamparato, alla ricerca di una fontanella per riempire la borraccia. Procedo tranquilla, di buon passo, un po' più fiduciosa sulle possibilità delle mie gambe. Ancora alberi divelti, crollati su lampioni, ringhiere a lato strada e persino sui tavolini da picnic; tegole in pezzi ai piedi di edifici e tettoie. Che disastro.

Ritrovo Ivano sdraiato in mezzo alla strada, che emette versi indecifrabili. Ormai non mi stupisco più di nulla; basta solo che nessun mezzo a motore gli passi sopra, perché non sono sicura di essere in grado, da qui, di tornare a Vicoforte... Al centro dell'abitato di Serre, accanto ad un edificio anomalo, tutto vetrate e fregi e purtroppo lasciato all'abbandono, si stacca sulla sinistra una stradina che, superate alcune cascine, subito riprende a salire in mezzo al bosco fitto, catapultandoci in un attimo in un ambiente di montagna. Viene spontaneo commentare come queste strade siano non solo sconosciute, ma assolutamente inconcepibili per la maggior parte dei podisti e dei ciclisti, abituati a calpestare sempre gli stessi chilometri di asfalto, preferibilmente su stradoni pianeggianti e trafficati. Davvero, a 99 ciclisti su 100 mai verrebbe in mente di imboccare un bivio davanti a cui passano magari decine di volte, né sorgerebbe loro il desiderio di sapere dove porti quella strada. Guai ad uscire dal tracciato segnato ed arcinoto.

Per me quassù è il paradiso, nonostante la stanchezza che ormai non riesco più a celare. Continuo a correre, ma solo perché so che, da qui, dovrebbe mancare al massimo una decina di km. Ivano ha colto la mia condizione; mi tiene sveglia e distratta con il racconto delle avventure e disavventure ferroviarie dei suoi innumerevoli viaggi bici + treno. E' sorprendente, quasi preoccupante, il modo in cui riesce ad intuire i miei stati d'animo durante la fatica. Tant'è che, ad un certo punto, presa dalla sete ormai intensa, guardo la borraccia e penso di chiedergliela: sono sicura, proprio certa, di non aver proferito parola, eppure un secondo dopo Ivano prende la borraccia e me la passa. Confesso che quasi quasi mi fa paura. Che i poteri soprannaturali di Mel Gibson in “What Women Want” si siano incarnati anche in lui?

Lunga, bellissima discesa boscosa, in direzione di Torre Mondovì. La stradina, dapprima stretta, si allarga poi in un'ampia carreggiata con curve ampie e morbide. Anche la discesa, ormai, mi costa fatica. E' circa l'una del pomeriggio: sono in giro da nove ore, ma sono state nove ore molto dense. La salita non è certo mancata. Ivano, che si era fermato poco sopra, mi sfreccia accanto e passa oltre, alla ricerca della stradina del 40%: un breve tratto di strada dentro l'abitato di Torre Mondovì, lungo il quale un minaccioso cartello indica, appunto, una pendenza davvero estrema. La troviamo, sulla sinistra. E va bè, se si tratta di scendere... In effetti, forse 40% è eccessivo, ma in alcuni tratti questo è quasi un sentiero di montagna, ripidissimo, che in poche decine di metri ci porta giù, nel punto più basso del paese. Non so se, in bici, avrei più timore ad affrontarlo in salita oppure in discesa. Sarebbe ribaltamento sicuro, in entrambi i casi.

In paese svoltiamo a sinistra e, qualche centinaio di metri più avanti, alla rotonda, a destra. Passiamo accanto alla cartiera. Cerco di capire come sto, come reagiscono le gambe. Manca ancora una salita... Mi riesce difficile mascherare lo sfinimento, ma mi sforzo di trottare ancora. Manca poco. E fa caldo, nonostante il cielo velato. Qui, lungo questo tratto, accanto alle cave, siamo già passati in occasione di un altro giro. C'è una casa in cui abita un bellissimo border collie: già quella volta avevamo notato il comportamento del cane che, pur con il cancello aperto, non oltrepassava di un millimetro la linea di demarcazione del cortile. Lo ritroviamo oggi: ci abbaia, ci osserva, ma non esce dal confine della proprietà. Dev'essere il cane di un geometra, di sicuro.

Nella borgata di Moline, ultima breve sosta, seduta sul bordo in pietra di una splendida fontana. Bevo, mi sciacquo la faccia. Di mangiare no, non ho più voglia, non è più necessario. Ora si torna a salire, ma manca poco...

Ripartire sulla secca rampa in salita mi costa uno sforzo notevole. Ivano lo sa e sfodera l'arma segreta, l'ultima spiaggia. “Sei andata davvero bene, sei molto avanti nella preparazione”. Funziona sempre, anche nei momenti di crisi più nera, anche quando corro con il naso all'insù alla ricerca disperata del punto in cui andremo a scollinare... Eccoci, finalmente. Oltre una curva, il panorama cambia completamente. Spunta il cupolone del Santuario di Vicoforte, inizia l'ultimo blando tratto di discesa prima della meta. Il mio assistente mi chiede se io desideri arrivare all'auto “da sotto” o “da sopra”: arrivarci “da sotto” vorrebbe dire aggiungere ancora un chilometro di strada ed un centinaio di metri di dislivello in salita. No, mi spiace, non mi sono macchiata di alcun crimine tanto grave da meritare simile punizione, almeno credo. Mi costa ammetterlo, ma ne ho davvero abbastanza, per oggi. Non me la sento di infliggermi ancora un giro di quelli “tanto per allungare”. Sono al limite. Ma tanto, tanto felice.

Mi riempo gli occhi del panorama di Vicoforte nella luce del primo pomeriggio. Ultima, leggera risalita, poi fermo il cronometro, già in mezzo alle case. 73 km e circa 2.400 m di dislivello in salita. Gambe sfinite, ma non doloranti, almeno per il momento. Mi abbatto in auto, qualche minuto per riprendermi, prima di ripartire. Giusto il tempo di realizzare che, a casa, i cani mi accoglieranno, freschi e pimpanti, entusiasti all'idea di fare, uno per volta, una bellissima passeggiata!



domenica 5 marzo 2017

Il blog riparte sulla via del Moscato

Il programma avrebbe previsto di partire da casa alle 6. Tra colazione mia, colazione per le belve, turni di coccole a tutti per non far torti, preparazione dello zainetto, nonostante la sveglia alle 4 e mezza, accumulo quasi tre quarti d'ora di ritardo. Beh, pazienza. In fondo non ho appuntamenti, o meglio: l'appuntamento ce l'ho, ma è un appuntamento di massima, adattabile alla necessità.

Il termometro segna esattamente zero gradi, tanto per mettere subito le cose in chiaro. Parto con il parabrezza congelato e la testa fuori dal finestrino: confido che, da queste sonnacchiose parti, le prime ore del mattino della domenica sono, come da definizione del buon Ivano, “un tempo che non esiste”. Tutto tace, nulla muove. Infatti, raggiungo la cima della salita di casa ed attraverso il paese, sempre con la capoccia fuori dal finestrino, senza incontrare anima viva. Nel frattempo, un francobollo di parabrezza si è scongelato: abbastanza per avere almeno una vaga idea di dove sia la strada.

Raggiungo Canelli alle sette e mezza e parcheggio nel piazzale dello stadio, piena di speranza: spero che oggi non si giochi alcuna partita; se si dovesse giocare qualche partita, spero che non sia prevista la rimozione forzata delle auto che non appartengono ai tifosi ed anche che i tifosi del Canelli e delle sue avversarie non siano troppo turbolenti ed inclini alla distruzione delle vetture. Anni di frequentazione dello stadio milanese di San Siro, sia pure in veste di spettatrice delle altrui intemperanze e non di distruttrice in prima persona, hanno lasciato il segno.

La temperatura non è molto più confortevole. Un grado e mezzo. Me l'aspettavo ed infatti mi sono premunita con pantaloni ¾, maglia a maniche lunghe e collo alto felpata e maglietta da bici sopra, per via delle comode tasche sulla schiena. Zainetto, immancabili Hoka ai piedi, fascia protettiva sulle orecchie e si parte. Immediatamente mi accorgo che qualcosa l'ho dimenticato: i guanti... Via, le mani assiderano subito e non ci si pensa più. Spero che, guadagnando quota, si spunti al sole.

Mi dirigo di corsa verso il centro, ma dopo poche centinaia di metri svolto a sinistra, direzione Cassinasco. E lì mi ricordo che potrei sfruttare al meglio le potenzialità del GPS, se lo accendessi. Amen, conterò un chilometro in più, tanto non siamo mica qui a spaccare il capello in quattro.

Per fortuna, la salita comincia subito. Prendo quota tra casette e ville con giardino: più che le case, ammiro alcuni parchi con alberi che devono davvero avere una bella età. Quanti cani ci potrei far vivere... Qualche cane, in effetti, già c'è ed abbaia: l'unico segno di vita in una sonnacchiosa domenica mattina. Primi sprazzi di sole; qualche curva e mi ritrovo in vista di un bellissimo limpido panorama sulle Alpi. Sul Monviso, in particolare, così diverso da come sono abituata a vederlo da casa. Il sole è abbagliante ed è proprio di fronte, ancora basso: speriamo che i pochi automobilisti in movimento mi vedano. La torre di Cassinasco appare presto, ma è ancora lontana; cinque o sei kn da Canelli, occhio e croce. I primi fiori sugli alberi da frutto... E primule gialle fiorite su ogni zolla di terra a bordo strada. Peccato che, al momento, io non sia in grado di apprezzare al meglio la poesia. Come sempre, alla partenza e soprattutto in giornate dal clima frizzante, la prima esigenza da soddisfare con estrema urgenza è trovare un anfratto per un pit stop... Ma la salita da Canelli a Cassinasco non si presta: troppe abitazioni, troppa umanità, occhi che potrebbero vedere. A me serve poco meno di un bunker antiatomico per poter sostare serenamente.

Il sole è ormai alto, ma in quota soffia un venticello gelido. In preda alle mie preoccupazioni, per così dire, idriche, raggiungo Cassinasco quasi senza accorgermene. Anche qui, non muove foglia. Secondo le istruzioni di Matteo, adesso devo seguire la strada principale e scendere a Bubbio. Oltre il paese, l'ambiente sembra decisamente meno popolato, tra ampi pendii e poche cascine. Una cagnolina con collarino rosa mi osserva perplessa dal cancello aperto di una casa: qualche decina di metri dopo, me la ritrovo accanto, che corre con me, silenziosa. Mi fermo, le offro uno dei biscotti per cani che non manco mai di portarmi appresso, ma non sembra affamata. Le raccomando di tornare a casa: vero che qui passa un'auto ogni morte di Papa, ma è pur sempre una strada. Bella, larga ed inondata di sole, anche se in discesa sento decisamente freddo. Poi la vallata si fa più incassata; la strada taglia un ripido pendio. Ormai prossima alla detonazione, finalmente scorgo una traccia di sentiero che sale su per il bosco. I rovi ne stanno prendendo possesso, ma pazienza... Qui non si può più tergiversare.

Finalmente rinfrancata, mi rimetto in marcia. Primo piccolo pasto, una barretta di Ovomaltina. Non posso dire di sentir fame: la colazione a base di polenta e gorgonzola, wafer e caffé col mieie è stata più che soddisfacente. Tuttavia, esperienza insegna che, quando la fame si fa sentire, è già tardi per evitare conseguenze.

A Bubbio la valle si apre; resto a margine del paese e raggiungo l'incrocio con la strada che va a Monastero Bormida. Tre o quattro km con il sole abbagliante proprio di fronte ed il fiume Bormida, scuro e limaccioso, alla mia sinistra, fino al paese, in grande spolvero di annunci e cartelloni per l'imminente manifestazione della “Polentonissima”. Sotto lo sguardo perplesso di due anziani sulla panchina della piazza, sfreccio, si fa per dire, al bivio per Roccaverano, e supero il suggestivo ponte romanico, non prima di una breve sosta per scattare qualche foto al castello.

Monastero Bormida



Dodici km di salita mi separano da Roccaverano. Salita blanda, ma che fin da subito mi mette in difficoltà, soprattutto nei lunghi tratti di falsopiano che sembra non salire mai ma mette a dura prova le gambe. Soprattutto quando le gambe reggono un deretano extralarge. Una fiacca eccessiva per la distanza percorsa fin qui, poco più di 15 km. Paradossalmente, va meglio in qualche tratto un po' più ripido. Speravo davvero che il malanno, influenza o forte raffreddore, chissà, che mi ha tenuto compagnia per due settimane non avesse lasciato strascichi... Ma ogni tanto mi prende un tale accesso di tosse che, se qualcuno dovesse sentirmi, probabilmente mi vedrebbe meglio in sanatorio che non a zampettare su questa bella strada quasi deserta.
Un corso d'acqua con muretti che creano suggestive cascatelle accompagna la mia marcia, mentre in alto domina la torre di San Giorgio Scarampi. Solo dopo un tratto, per me interminabile, di falsopiano in salita, arrivano i primi tornanti. Qua e là, cascine, capre e galline, cartelli che indicano la vendita della toma di Roccaverano – e sì che ci farei un pensierino.

La fiacca non mi molla, anche su tratti con pendenza irrisoria. Mi manca il fiato, ho male in mezzo al petto. So benissimo che è il raffreddore e non un imminente infarto, ma mi lascio prendere dallo sconforto. Non sono allenata, sono pesante, sono irrimediabilmente culona, ergo non vado avanti. Cammino per venti passi, corro per cinquanta, poi ripeto. Se mi sforzo di allungare il tratto di corsa, rischio di stramazzare. Ah, ma a Roccaverano... Manca poco, a Roccaverano c'è il negozietto di alimentari. Mi ci compro una birra. O una Red Bull. O almeno una Coca. Già, siamo alle solite. In tanti anni di corsa, io non ho ancora scovato un modo men che fastidioso di portarmi qualcosa da bere. La borraccia, dovunque la piazzi nello zaino o negli appositi portaborraccia sugli spallacci, sussulta in modo insopportabile. La bottiglia in mano dà fastidio. Il camel bag finora è il sistema meno odioso che ho provato, ma si tratta comunque di correre per ore con lo sciacquio nelle orecchie, soprattutto quando la sacca è mezza vuota. E, se nello zainetto metto la sacca, non ci sta più quasi nulla. Oggi, in verità, confidavo nel fresco e nel fatto che le fontanelle fossero sufficienti. Non ho portato nulla da bere e adesso, qui in mezzo al nulla, patisco la sete. E mi sa che buona parte della fiacca e della nausea arrivano da lì. A Roccaverano i km son già quasi trenta senza bere. Ma c'è il negozietto, sì sì, coraggio.

Nell'ultimo km prima del paese, aggredisco il croccante alle mandorle, di solito un buon rimedio contro la fiacca. Il panorama, da quassù, è meraviglioso; la vista spazia sulle Alpi, con i primi fiocchi di nuvole che nascondono le cime. Mi sforzo di correre fin su in paese, ma, appena oltre il cimitero e la bella chiesetta in pietra, la pendenza della strada mi convince a rinunciare. Salgo di buon passo, ma con il morale sotto le suole. Poche centinaia di metri lungo la ripida strada in centro paese ma... I miei sogni di gloria e Coca Cola si infrangono contro le inferriate chiuse. Niente da fare, la domenica qui si santifica il riposo. Eppure ricordo occasioni in cui, arrivando quassù durante giri in bici in anni passati, si comprava la focaccia anche la domenica mattina...

Coraggio, Gian, elabora il lutto. Rapido sguardo alla piazza della torre. Gran folla che esce dalla chiesa: beh, saranno venti o trenta persone in gran spolvero da messa domenicale; comunque troppe per la mia limitatissima sopportazione dei miei simili. Rinuncio a fare una tappa al bar e mi accontento, mestamente, di prosciugare la fontanella davanti al Comune. Poi riparto, confidando nell'aiuto della discesa, tra le bellissime case in pietra di Roccaverano, in direzione di Vesime. Una decina di km davvero panoramici sulla Langa e sulle Alpi sempre più coperte dai nuvoloni. Breve tratto di salita fino al bivio per Serole, che affronto con cauto ottimismo: sembra andar meglio. Poi, giù lungo una discesa mai troppo ripida ed abbastanza gradevole per le gambe, con vista sui gioielli di Olmo Gentile, prima, e di San Giorgio Scarampi, poi. Ma il passo è stanco e la testa leggera. Avessi almeno bevuto un buon bicchiere di Moscato, me ne farei una ragione...

Olmo Gentile
                                            

Cascine, frutteti, vigneti, bovini che mi guardano con occhio fisso – bovino, appunto – da un recinto. Una secca rampa in salita, un km prima di Vesime, mi riporta alla dolorosa realtà: una fatica esagerata e quel dolore pungente al petto. Penso alla salita che mi attenderà dopo... Un'ascesa tosta, pendenze feroci, che adoro e che avrei voluto affrontare in altra condizione. Ma che ci posso fare?

A Vesime c'è un bar, sperando che sia aperto. É la mia ultima speranza. Qui, anche se mi costa ammetterlo, ci vuole una sosta. E Matteo? A che punto sarà? E' in arrivo in bici da Genova; a quest'ora, dovrebbe essere nei paraggi. Infrango la legge non scritta che vuole che ci si telefoni solo in caso di morte imminente, perché nessuno dei due tollera di essere disturbato, quando pedala o corre, per ragioni men che di sopravvivenza immediata. Se è qui vicino, al bar si va assieme. Invece no: deve ancora arrivare a Roccaverano. Pazienza. Spingo speranzosa la porta del bar deserto: si apre... Alleluja.

Lo sguardo si posa immediatamente su una lattina, anzi lattona, di Red Bull. La mia innata tirchiaggine fa sì che una parte di me si ribelli all'idea di comprare una bibita al bar, dal momento che la stessa bibita, comprata al supermercato e portata al seguito, costerebbe molto meno. Ma portare una Red Bull nello zainetto è oltremodo scomodo nel viaggio e potenzialmente devastante quando la si apre... Quindi, rassegnamoci all'esborso. Lattona, cannuccia, bevo con l'avidità dell'assetato nel deserto, tant'è che il contenuto finisce troppo presto. Mi levo il gilet, ora che comincia a far seriamente caldo. L'inevitabile conseguenza della bibita molto gassata, tracannata a velocità record, è una rumorosa emissione gassosa che per un attimo inverte lo scorrere del Bormida e provoca un'onda anomala su cui si materializza all'istante una squadra di fighissimi surfisti californiani. Rimedio forse poco elegante, ma quanto mai risolutivo.

Riparto con cautela per un breve tratto della strada principale che va verso Cortemilia, per imboccare il primo bivio a destra, appena fuori paese. Dal giardino di una casa schizza una cagnolina poco più che cucciola, che si fionda fin quasi al mio tallone per poi invertire bruscamente la marcia a tutta velocità e cominciare una folle corsa a cerchio sul prato. Così ci scappa una seconda sosta, non programmata, a chiacchierar di cani con il padrone ed una bella setterina. Noto un lampo di perplessità dietro gli occhiali scuri dell'uomo, quando, rispondendo alla sua domanda, gli dico di aver lasciato l'auto a Canelli. Il lampo diventa di terrore quando gli spiego che, a recuperare l'auto e me stessa medesima, provvederà Matteo in arrivo da Genova. Prima che imbracci il fucile, saluto e riparto, solo per inciampare, poche decine di metri dopo, in un botoloso can da pajè che chiede, anche lui, la sua dose di coccole.

Lasciata tanta caninità, mi preparo ad affrontare le rampe della salita di Scorrone, che mi porterà a scollinare in Valle Belbo. Il GPS segnala un rapido aumento di quota... E, in effetti, la pendenza è davvero impegnativa. Ma la Red Bull, non avevo dubbi, ha posto rimedio ai miei patemi. Le gambe vanno su come se fossi appena partita. Beh, insomma, quasi. Di vigneto in vigneto, tra splendide case in pietra, prendo quota in fretta. Intanto butto l'occhio alla strada sotto di me: Matteo dev'essere andato come un disperato, in discesa e poi in salita, perché ben presto fa capolino oltre la vigna. In bici, su queste salite, non c'è molta ressa. Mi raggiunge mentre sono ferma ad una grossa vasca di pietra, a bere avidamente dal getto d'acqua che in verità non sono così certa sia potabile. Pazienda, mi sembra buona, questo basta. Gli consegno la chiave dell'auto. Proseguiamo insieme fino alla fine della salita, che, con un altro paio di rampe secche, ci porta a scollinare in Valle Belbo. Il trucco psicologico di farmi i complimenti per l'andatura in salita, Matteo ormai lo sa bene, funziona anche stavolta, meglio di qualsiasi doping. Qui ci si separa: lui svolta a destra, verso Canelli; io procedo a sinistra verso Castino, per poi imboccare una stradina che scende a fondovalle. “Prendi ancora un po' del mio cibo, io ne ho troppo”, mi raccomanda. E poi l'elenco del menù disponibile nel borsello da manubrio, dal vitello tonnato alla peperonata al tiramisù... In fatto di cibo, non si fa mai cogliere impreparato. Rimedio un grosso biscotto con il cioccolato, tipo bacio di dama: nello zaino ho ancora due Buondì, ma ormai sono al punto in cui scatta l'effetto inceneritore. Potrei mangiare qualsiasi cosa ed avere ancora fame...

Breve tratto sulla strada che da Cossano Belbo conduce a Castino e poi piego a destra, giù lungo una discesa ben più ripida della precedente. Anche qui, un trionfo di primule. Qualche nuvola però a tratti oscura il sole e mi ricorda che la temperatura è pur sempre ancora quella di un giorno di inizio marzo. Colline, torri e campanili tutt'intorno; il colore dominante è ancora quello scuro degli alberi e dei vigneti senza foglie, ma per poco ancora.

La strada si incassa in fondo a due pareti boscose, per poi spuntare al paese di Rocchetta Belbo. Oltrepasso il ponte e prendo a sinistra: qualche km della strada di fondovalle, con il sole che torna a scaldare e, qua in fondo, si fa sentire sul nero della maglia e dei pantaloni. La sete morde ancora, ma so che non ho più molta strada da percorrere. Anche per questo, mi sforzo di tenere un buon passo, per quanto possibile. Ben poco traffico, poche auto ed i primi motociclisti della stagione. Ignoro, a malincuore, la salita di San Bovo sulla destra, quella che porta alla Cascina Pavaglione: forse ce la farei ancora, ma per oggi basta così.


A Ponte Belbo faccio una breve sosta alla fontanella, ma questa volta le mie speranze sono deluse: è chiusa. Nemmeno un goccio d'acqua. Pazienza. Riparto. Uno sguardo appena oltre l'incrocio, nella direzione di Bosia: lì c'è un bellissimo pastore tedesco che di solito se ne sta sulla soglia del cortile di casa, a controllare la situazione traffico. Io temo comunque per la sua incolumità... Ma lui è lì, come sempre; mi lancia uno sguardo da lontano, come a dire “Tranquilla, conosco il fatto mio”. Attraverso il ponte sul Belbo ed inizio la salita verso Borgomale. Insidiosa, sempre, benché non molto ripida: quando il sole è alto, ci fa sempre molto caldo. E poi ormai manca pochissimo al cinquantesimo km. Parto con brio, sia pur con la sete, ma con l'orecchio teso al rumore del motore delle auto che salgono. Qui c'è un po' più di viavai, è la strada che congiunge Alba a Cortemilia. Ovviamente, quando, appena prima di Borgomale, mi raggiunge la Zafira, non la riconosco se non dal clacson. E non posso che ammettere di essere, per oggi, soddisfatta. Neanche a farlo apposta, cinquanta km esatti e 1.400 m di dislivello in salita. Da qui a casa, si va a motore.