<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7893910088471592057</id><updated>2012-01-30T12:08:33.309+01:00</updated><title type='text'>Giancarla Agostini</title><subtitle type='html'>"...oggi per me l'esperienza di una spedizione è l'aspetto più importante, e la vetta viene soltanto dopo" - Hans Kammerlander, Malato di Montagna</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Giancarla</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10721676370378960701</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_FeAvyKCyF6g/SlwYuOTYO1I/AAAAAAAAJzo/imiB33fs8LI/S220/100_1008.JPG'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>203</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7893910088471592057.post-568411771803287130</id><published>2011-09-19T10:42:00.000+02:00</published><updated>2012-01-29T23:38:30.388+01:00</updated><title type='text'>11-18 settembre 2011 - Tor des Geants 2011</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"Se la memoria potesse ricordare con esattezza l'esperienza passata, non faremmo più nulla. Resteremmo tutto il giorno seduti a fantasticare sul passato. Perché sfidare il presente, se il passato è così gradevole? Ma la memoria, per fortuna, ci è amica. Sfuma le esperienze negative, stempera quelle positive. E quando a valle, nel mondo reale, se così vogliamo chiamarlo, la vita comincia a corrodere il ricordo dell'ultima ascensione, sentiamo che è giunto il momento di tornare ai piedi della parete e rimettere tutto in gioco".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Joe Simpson, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"Questo gioco di fantasmi"&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Me l'hanno già detto innumerevoli volte: "Eh, cosa vuoi che sia, ce l'hai fatta l'anno scorso, ormai sai cosa ti aspetta"... Già, peccato che aver coscienza del destino che ci attende non sia sempre un vantaggio. In questo caso, ad esempio, non lo è affatto.&lt;br /&gt;Tutto come un anno fa: una mattina luminosa di sole, la via centrale di Courmayeur invasa di curiosi individui in abiti per lo più attillatissimi e variopinti, con famiglia al seguito, amici, oppure soli. Hanno, anzi abbiamo tutti un paio di particolari in comune: un braccialetto elettronico al polso con il logo "Courmayeur Trailers" ed un quadrato di carta applicato da qualche parte, sulla pancia, sui pantaloni, sullo zaino. Per la verità, il quadrato di carta non è proprio uguale per tutti: se vogliamo essere pignoli, ed anche un po' vanitosi, per molti si tratta di un numero viola in campo bianco; per altri, è invece un numero bianco in campo viola, e con tanto di nome e cognome. Spetta anche a me questo privilegio: un anno fa ero qui, da qui sono partita e qui sono arrivata; in mezzo, oltre centoquaranta ore di cui ricordo solo la bellezza. A chi ha concluso il Tor des Geants nel 2010, e nonostante tutto si ripresenta qui stamattina, tocca il numero di pettorale equivalente alla posizione conquistata in classifica generale l'anno scorso, per me il 133, nonché la personalizzazione. Tocca a me, ma anche a Giorgio, recidivo pure lui.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si consuma il rito dell'ultimo caffé, un vizio per me, una dipendenza patologica per il mio compare, in fondo per entrambi un ultimo passo per allontanare il momento critico dell'entrata in griglia. In fondo, sinora ho manifestato più ansia di quella che mi tormenta in realtà. L'ho fatto perché è così che dovrebbe essere, perché ad una prova da 330 e rotti km ci si può solo accostare con terrore. Però, in cuor mio, mi sento quasi tranquilla. Che sia la quiete prima della tempesta? La tensione nasce dall'atmosfera di festa, di chiasso, di fibrillazione, dall'altoparlante che spara musica e commenti, dalle voci e dai gesti spavaldi ma spesso forzati. Sentimenti contrastanti: da un lato, non vedo l'ora di partire; dall'altro, ripenso in un attimo all'interminabile sequenza di passi, luoghi, respiri, dolori, gioie e turbamenti dell'avventura già vissuta... E dì, lo ammetto, è una domanda che non riesco a scacciare: "Gian, ma sei sicura di aver voglia di rifare tutto questo?". Sto invecchiando, è evidente. Una domanda del genere non me la sarei mai posta, un tempo...&lt;br /&gt;Tanti visi noti: ormai, a furia di prendere parte a tutte le corse possibili ed immaginabilli nel raggio di mille km, ho in mente un elenco di ritratti più lungo del casellario dei ricercati nei telefilm polizieschi. Chi ci riprova, come me, come Giorgio, come Luciano, e chi fa il battesimo, come Domenico, Oscar, Silvio... Quante volte, in questi dodici mesi, ho ricoperto, con una certa malcelata soddisfazione, il ruolo della dispensatrice di consigli. Molti, tra quelli che me li hanno domandati, sono qui.&lt;br /&gt;Le parole che escono dall'altoparlante sono quasi soffocate dal brusio dei corridori. Mi cade l'occhio su una bottiglia di Coca Cola da un litro e mezzo, infilata nella tasca portaborraccia dello zaino di un giovane corridore straniero: visione celestiale! Evidentemente non si tratta di un maniaco del peso o del cronometro...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi dichiaro agitatissima anch'io, forse per scaramanzia. O forse lo sono davvero, chissà. Sulle note di "Il più grande spettacolo dopo il Big Bang", di Jovanotti, non c'è più tempo per pensare. Si parte. E' elettrizzante correre via tra due ali di folla, lungo il corso centrale del paese; campanelle, campanacci, tifo da stadio, zaini che ballano, bastoncini in pericolosa agitazione. Corsa vera... Ma solo per poche centinaia di metri; tempo di arrivare al ponte sulla "cerulea Dora", sotto lo sguardo benevolo del Bianco un po' imbronciato di nubi, e si prosegue al passo. Lungo la strada asfaltata, tra le case di Dolonne, ancora tifo e gran fragore di pentole e coperchi. E' fatta, Gian. Per un'infinità di ore, per giorni e notti, adesso, saprai cosa fare. Non avrai modo di annoiarti, ecco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-style: italic; text-align: center;"&gt;"So che si tratta di una sfida tecnica inaudita. So che avrò paura, che soffrirò, che avrò freddo, e non sono neanche sicuro che arriverò in vetta. So che esistono pericoli oggettivi a dispetto di tutta la cura che porrò alla mia sicurezza. Più si avvicina il giorno della partenza, più cresce in me quella sensazione orribilmente piacevole, o piacevolmente orribile, fatta di desiderio e terrore, d'ansia e di eccitazione, di angoscia e di gioia. Le conosco bene, queste contraddizioni, che mi mettono sottosopra da molti anni. Lo so, lo so, lo so, la cosa più difficile è arrivare ai piedi della parete, separarsi dagli amici e partire all'attacco. Mettersi nella situazione in cui andare avanti diventa l'unica alternativa possibile...".&lt;br /&gt;Marc Batard, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"La via d'uscita – Confessioni intime di un alpinista estremo"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Prima salita, il Col d'Arp, quota 2.500 circa. In coda fin dai primissimi metri di sentiero, nel bosco fitto. Giorgio, Silvio ed io: si sale in compagnia; c'è ancora il fiato per ridere e scherzare, per raccontarsi di obiettivi ed aspettative. Come sempre, non mancano i furbacchioni di turno, che scattano e ancora scattano per superare la colonna, come se la gara dovesse decidersi nei primi km: lì per lì, li guardo con sufficienza... Ma presto finisco anch'io per incappare nello stesso stupido errore; perdo la pazienza se qualcuno, davanti a me, osa rallentare. Ogni fessura è buona per passare avanti... E mi sento nella schiena lo stesso sguardo di commiserazione. Lo so, ormai mi conosco: sarà un dramma, per me, finché ci sarà folla intorno. Pur nel limite delle mie scarse possibilità, non riesco a fare a meno di inseguire...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lunga salita a tornanti in mezzo alla vegetazione, senza poter scorgere il cielo. Quando spuntiamo a vederlo, sulla strada sterrata, si può dire che lo spettacolo non sia del tutto rassicurante. Le nubi sono poche e sfilacciate, per ora, ma non lasciano presagire nulla di buono. Risaliamo prima lungo la strada sterrata, poi su attraverso il ripido pendio erboso; le nuvole gonfiano e si rincorrono in un cielo ormai non più così luminoso. Ci volteggia sulla testa, molto basso, un elicottero, che filma la lunga colonna di persone, il coloratissimo zig zag in mezzo al verde dell'erba. Il rumore dei motori mette in evidente agitazione una mandria di cavalli al pascolo accanto ad una baita.&lt;br /&gt;Il chiacchiericcio non s'è ancora spento. Siamo tutti troppo fiduciosi, mi sa. Io per prima, dimenticata qualsiasi norma di buonsenso, sto esagerando e me ne rendo conto. Il colle si vede già, quando mancano ancora alcune centinaia di metri di dislivello; lassù, contro il grigio del cielo, si agitano minuscoli puntini. Man mano che saliamo, i puntini prendono forma e voce, strillano cori da stadio, applaudono, chiamano a gran voce amici e parenti. Tra un tornante e l'altro, questa salita, che ormai conosco a menadito, rimane sotto le suole; al colle anch'io ho il mio momento di gloria. Poi giù, di gran carriera. Giorgio mi arriva subito alle spalle; attraversiamo il lungo pianoro fino alla baita, nonché punto di ristoro: è inaudito, ma io ho già una gran fame, nonostante la vasca di gnocchi alla fontina che ho spazzolato ieri sera a cena e la colazione pantagruelica di questa mattina. Fame e sete, voglia di qualcosa di caldo; l'aria è frizzante, anche se siamo appena nel primo pomeriggio. Non faccio complimenti, mi tuffo in mezzo alla folla al ristoro e ne riemergo con le mani piene di cioccolato e spicchi di limone, in rigoroso ordine casuale. La strada sterrata forma una curva che è una vera e propria balconata sulla valle. Leggera risalita, poi posso scorgere sotto di me i tornanti e, con un po' di vantaggio, Giorgio e Silvio. Li raggiungo di corsa; per un po' si procede insieme. La compagnia non sarà un problema, almeno fino alla prima notte, ma lì, puntualmente, si faranno avanti i guai. Corro da sola o corro in compagnia? Ci ho meditato molto, prima del via.  E so bene, ormai, di non essere una compagna di viaggio malleabile: soprattutto per via della mia impazienza. La discesa è facile, a meno di una ripidissima rampa tra le borgate; strada sterrata, asfalto, ancora sentiero, viaggiando in parallelo rispetto alla strada di fondovalle. La Thuile, l'ampia sala del punto di ristoro. Ci entro con la furia addosso: lo so, dovrei prendermi il tempo che mi serve, mangiare e bere con calma... Giorgio, pover'uomo, ha fatto il possibile per arrivare qui con qualche minuto di anticipo, onde evitare di ingozzarsi come un'oca. A me sembra d'impazzire, non appena mi fermo: ansia, fretta smodata di rimettermi subito in marcia. Così faccio, fiondandomi fuori, mentre il resto del mondo, più saggio di me, fa tesoro di un momento di pausa. In marcia lungo la strada asfaltata: la prossima salita ci condurrà al Rifugio Deffeyes. Per ora, il sole scalda ancora le nostre ossa. Passo veloce, direzione sicura; qui, per quanto mi riguarda, le bandierine segnavia potrebbero essere abolite. Ormai le mie fide La Sportiva qui procedono da sole. Asfalto, sentiero per tagliare un paio di tornanti, ancora asfalto, fino alla località di La Joux. Anche qui è radunata una piccola folla, anche qui mi sento chiamare per nome, quasi fossi una celebrità. Ancora sentiero, definitivamente, questa volta: si corre nel bosco, su un tappeto di aghi, fino al fragoroso spettacolo delle cascate. Si sale per un tracciato impervio, costellato di radici e roccioni, che costringe ad un'andatura irregolare, a salti. Il cielo è grigio, la luce pallida. Giove Pluvio non promette nulla di buono. Incontriamo qualche turista a passeggio, gli ultimi ritardatari; ormai è pomeriggio inoltrato e presto saremo soli. Soli tra noi corridori, ovviamente.&lt;br /&gt;Il sentiero impervio ci conduce, con una sequenza di strappi irregolari e cattivi, in un pianoro che ospita due splendidi laghetti ed alcune baite, per poi riprendere l'ascesa a tornanti in rapida successione. Il cielo è color del metallo, minaccioso, triste; un quadro che incontra i gusti di Giorgio ma non certo i miei. Gian,  non puoi farci proprio  nulla; prenderai pioggia, cerca di rassegnarti all'idea. Dopotutto, non dovresti arrugginire. Mi preoccupa di più il silenzio del mio compare: quando tace, i casi sono due, o ha messo su il muso delle grandi offese, oppure non si sente troppo bene. E siccome negli ultimi venti minuti non ricordo di averlo insultato... Lo incoraggio, "Manca poco al Deffeyes", "Ci siamo quasi", "Guarda lassù, spiana". E intanto osservo i laghetti, neri com'è nero il cielo nuvoloso, sempre più piccoli e lontani. In realtà, sono  io stessa adesso quella che ha urgente bisogno di conforto: non quello spirituale, ma quello molto materiale del punto di ristoro. Ho una fame da lupi! Sommo gaudio quando arriviamo al breve tratto di sentiero in piano che precede il Rifugio Deffeyes. Anche se poi, come mio solito, ancor prima di arrivare al tavolo del ristoro, mi lascio sopraffare dalla frenesia... Non trangugio tutto quel che vorrei, non bevo quanto dovrei, insomma un pasticcio. Riparto quasi subito, ma non prima di aver raccomandato a Giorgio di prendersela calma: so bene che tipo di tracciato mi attende, da qui al Passo Alto; pietraia a gogò. Impiegherò un bel po' di tempo a superarla, molto più di quanto sarà necessario a lui per raggiungermi con calma dopo essersi rifocillato. Spero che le cateratte del cielo non si aprano prima del colle: mi sarebbe di grande aiuto. I brividi mi percorrono le ossa mentre cerco una vaga forma di equilibrio tra i sassi; un vento gelido spazza la valle, tanto da costringermi ad indossare la giacca in salita.&lt;br /&gt;Il sentiero serpeggia tra le pietre per un lungo tratto in piano; senza le bandierine, trovare la strada qui sarebbe un bel dilemma. Infatti, a Ferragosto, durante la ricognizione in loco con Matteo, complice una mattina uggiosa di nebbia – ed anche, a dir la verità, poche ore di sonno scomodo accampati come i barboni sotto un porticato di La Thuile – ci siamo arrampicati dal versante sbagliato della pietraia. E lì sì, è stata dura, data la mia proverbiale agilità e sicurezza nell'arrampicata... Anche oggi, la montagna mostra ci mostra un volto scuro, aggrottato. Nero il cielo, nera la roccia. Giorgio mi raggiunge trafelato: ecco, mannaggia a lui... Ma che bisogno c'era di correre? Mi avrebbe comunque raggiunta, prima della vetta. Ogni scatto, ogni cambio di ritmo che non sia strettamente indispensabile è un errore che si paga;  ovvio, adesso siamo ancora freschi ed arzilli, ma i muscoli tengono il conto di tutto. Non ci si può permettere errori così grossolani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il vento rinforza man mano che il sentiero prende quota. Nei tornanti del tratto finale, ripidi, siamo in coda. Mi suona quasi strano, dopo oltre 20  km di gara, trovarmi ancora imbottigliata... Di solito, intorno a me. A questo punto, di solito sono già sola in mezzo al nulla eterno... Mi guardo bene dall'idea di superare. Sarebbe inutile: la discesa è una pietraia infinita, ostica, rognosissima. Mi passeranno sulle orecchie tutti, ma proprio tutti quelli che in questo momento si trovano ancora alle mie spalle. Uno schiaffo di vento gelido sul colle, luogo quanto mai lugubre con questa luce, poi giù, senza fermarmi. Noto con un certo sollievo che non sono l'unica ad avere problemi di stabilità; addirittura, qualche collega, partito con fare baldanzoso, non tarda ad appoggiare pesantemente il deretano a terra. Però... Sarà forse un'impressione, la mia, ma mi pare che il sentiero, se così si può chiamare, sia sistemato molto meglio di com'era un mese fa. Non ricordavo tutte queste rocce disposte ordinatamente a formare gradini ed appoggi sicuri per i piedi. Sono certa di aver tribolato ben di più... E non credo che oggi tutto il merito vada all'euforia della gara! Il mio compare saltella con la sua consueta agilità da una pietra all'altra: come sempre, le primavere di differenza tra me e lui sembrano a suo vantaggio, non a favore mio. Io arranco, m'inciampo, impreco... E saluto con gran sollievo l'arrivo del sentiero in mezzo alla pineta. Finalmente si scende lungo il torrente: faccio finta di non percepire quelle fastidiose goccioline che cominciano a cadermi sul viso. C'è qualcosa di più importante a cui pensare: l'alpeggio Promoud, nonché il ristoro. Memore della polenta dell'anno scorso, resto un po' delusa quando scopro che stavolta ci toccano le solite vivande, per quanto graditissime. Approfitto di una sosta tecnica, di cui mi pento all'istante: i minuti di attesa davanti alla porta del bagno, occupato, diventano ore, anni, secoli, mi gettano nel panico profondo... Meno male che poi son le donne, quelle che svernano alla toilette! Al confronto del baldo atleta che mi ha preceduta, io sono telegrafica... Pochi istanti e via, all'inseguimento. Come sempre, non ho mangiato abbastanza e riparto con la fame. E con la sete: ho pure dimenticato di riempire la borraccia... Poco male, ci pensa il cielo a venire in mio soccorso. Già dalle prime curve di questo sentiero che risale morbido nel bosco, non ci si può più nascondere l'amara verità. Piove.&lt;br /&gt;Si supera la quota degli alberi; da qui alla cima, un'interminabile pietraia, e poi i passaggi aspri, per nulla agevoli, appena sotto il colle. I corridori man mano si fermano per indossare l'abbigliamento impermeabile; anche Gabriele, che tenevo d'occhio da un po' e che mi ha appena recuperato un bel distacco, a grandi falcate. Io la giacca ce l'ho già addosso; non mi resta che tirare dritto, al mio passo.&lt;br /&gt;Un bagliore improvviso squarcia il grigiume delle nuvole basse. Subito dopo, un colpo di tuono che non lascia spazio al dubbio. Mi stupisco io stessa della mia calma serafica. Mi trovo proprio nel posto migliore in cui farsi cogliere dal temporale in montagna: una distesa di pietre, senza alcun riparo, oltre quota 2.000 m, e una pioggia di fulmini e saette sulla capoccia. Fantastico. Che dice il manuale del perfetto escursionista del CAI, a questo proposito? Solo tre parole, è probabile: "Sei un pirla". Ormai sei qui, Gian. Non puoi fare altro che muovere il tuo voluminoso deretano e portarlo il più in fretta possibile oltre il colle. A giudicare dal fatto che anche i miei compagni di viaggio proseguono imperterriti, direi che il senso di inevitabilità è condiviso. In fondo, questo è un posto splendido per passare a miglior vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"Ci si drizzano i capelli in testa: essere sorpresi in montagna da un temporale è una cosa terribile; le esplosioni che ti assordano, i lampi che crepitano sopra il tuo capo, le scariche che ti scuotono e talvolta ti sollevano, tutto questo dà al pericolo un carattere tangibile che terrorizza anche i più coraggiosi. Più ancora che sotto un tiro di artiglieria, l'uomo si sente allora senza difesa, abbandonato a forze incontrollabili, capaci di annientarlo in un attimo. Ridotto allo stato di animale braccato, la sua debolezza e la sua solitudine gli appaiono improvvisamente in tutta la loro potenza".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lionel Terray, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"I conquistatori dell'inutile"&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Ormai ho quasi raggiunto Giorgio; Gabriele ha quasi raggiunto me. Percorriamo insieme le ultime, ostiche decine di metri di dislivello, in cui tocca fare abbondante uso delle mani, per quanto poco le dita gelate possano far presa sulla roccia fredda e scivolosa. Quel che mi spaventa non sono tanto i fulmini, e relativi scoppi di tuono, quanto i passaggi in cui è proibito perdere l'equilibrio... Il vento quassù è violentissimo, sferza la faccia. Procedo con cautela, i nervi a fior di pelle. Se Giorgio, qui davanti, non la pianta di ripetere che questo genere di situazioni lo esalta, parola mia lo scaravento giù dalla parete... Sarà scontato far credere che sia accaduta una disgrazia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Col de La Crosatie: se non altro, ora finalmente si scende. Continua a piovere, ma il temporale sembra essersi placato; inoltre, perdendo quota, dovremmo guadagnare qualche grado di temperatura, anche se ormai si va verso la notte. Il freddo è terribile, ora che sono fradicia come un pulcino. Ed i guai non sono affatto finiti, anzi, cominciano ora che, agli occhiali appannati, si sommano la nebbia ed il buio. A fatica, con le dita congelate, trovo nello zaino la pila frontale e me la sistemo sulla capoccia; purtroppo, la situazione non migliora granché. Per essere efficace con la nebbia, la luce dovrebbe essere piazzata più in basso. Giorgio presto allunga il passo e sparisce; lascio andare avanti anche Gabriele, perché mi dà fastidio l'idea di ostacolare qualcuno che potrebbe scendere più rapidamente. In un modo o nell'altro, cerco di cavarmela, bandierina dopo bandierina. La pioggia ogni tanto cessa, poi rinvigorisce. Gian, non farti prendere dallo sconforto. E' come l'anno scorso, esattamente come l'anno scorso. Le previsioni promettono una notte di tregenda, ma poi andrà meglio, vedrai. Non mollare, non lasciarti abbattere. Sarà dura, ma vedrai che sopravvivi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così rimuginando, con gli occhi in mano, procedo a velocità da lumaca, mentre mezzo mondo mi sorpassa. Un'eternità, prima che la nebbia si diradi. Il punto di ristoro di Planaval mi pare un miraggio: the caldo, biscotti, formaggio ed un po' di riparo, anche se ormai non piove quasi più. Ritrovo Giorgio: ripartiamo insieme a Domenico ed Oscar, entrambi debuttanti al Tor; Domenico, in particolare, è alla sua prima esperienza con le lunghe distanze su sentiero e le lunghe notti. Mica male, come battesimo! Lo vedo in effetti un po' provato: patisce un po' il ritmo impresso alla marcia da Oscar, più abituato alle tappe forzate in montagna. Sarebbe meglio che decidesse di procedere da solo, senza forzare; altrimenti, rischia davvero di giocarsi l'intera corsa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tratto dal ristoro alla prima base vita di Valgrisenche inizia in piano e prosegue con una leggera salita lungo un sentiero fangosissimo; alcuni km di marcia tranquilla, tanto per stimolare l'appetito, se ce ne fosse bisogno. Giorgio ed Oscar allungano il passo: mi guardo bene dall'idea di seguirli. Sarebbe uno sforzo di pochissima utilità, ma di gran danno per le gambe. E' davvero troppo presto per forzare. Proseguo al mio passo insieme a Domenico. Non capisco se abbia ripreso a piovere, o se quella che ci casca in testa sia l'acqua raccolta dalle foglie degli alberi.&lt;br /&gt;E' buio pesto quando arriviamo in vista del punto di ristoro. Chissà che ora è. Sarà più presto o più tardi rispetto allo scorso anno? Non ha importanza. La smania di far presto mi assale, come sempre. I volontari mi indicano un locale dov'è possibile cambiarsi. Non ci penso nemmeno, a far la doccia, qui: troppa gente, troppa calca. Mi cambio alla bell'e meglio: e addio propositi di mantenere ordine nel borsone giallo. Fazzolettini umidi, cambio di canotta e maglia. C'è anche Gabriele, impegnato in una telefonata e con l'aria un po' perplessa. Saluto, scappo giù al piano terra, restituisco  il borsone e passo nell'area allestita per il ristoro; qui ritrovo Giorgio. La mia irrequietezza lo contagia, come se ce ne fosse bisogno: vorrei andar via subito, ma mi dispiace abbandonarlo qui; d'altro canto, mi spiace anche che si ingozzi come un pitone per colpa mia. Anch'io ho bisogno di calmarmi, sedermi un attimo, trangugiare qualcosa di sensato e nutriente... Una pasta, dello yogurt, biscotti, cioccolato, tutto alla rinfusa, senza nemmeno appoggiarmi al tavolo. Friggo. Con il mio compagno di viaggio sono già scintille; nervoso lui, nervosa io, alla fine ci buttiamo fuori più tesi di prima. Attraversiamo il paese, raggiungiamo il sentiero attraverso un prato, passiamo accanto ad una piccola diga. Ha ripreso a piovere. Giorgio allunga il passo, io rimango indietro, preda della mia angoscia. Si annuncia una notte durissima. Salita: se non altro, ci si scalda. Perdo in fretta ogni riferimento di quota, di distanza, anche di tempo. Non si dormirà, non questa notte: come si suol dire, è importante "mettere fieno in cascina", macinare km e ridurre al minimo le soste finché possibile. Il buio è infido, porta con sé tristezza e sconforto. Fango, pietre scivolose, buio opprimente del bosco, ma la scena non cambia quando superiamo il livello della vegetazione d'alto fusto. Neanche una stella. Giorgio procede a poca distanza davanti a me, silenzioso; io mi sento addosso una stanchezza infinita. La luce del Rifugio Chalet de l'Epée, tanto attesa, allarga un po' il cuore. Ricordo questo, delle tante lunghe notti del Tor, il conforto di una luce, anche lontana, fioca. E non c'entra il romanticismo, il bagliore di un vivace fuoco di legna vale quanto quello di un lume alimentato da un generatore; entrambi mi ricordano il motivo per cui l'essere umano è un animale per natura diurno.&lt;br /&gt;Entriamo nella graziosissima struttura di legno, protetta da un'anticamera a vetri per il deposito di zaini ed attrezzi e riscaldata da una stufa. Un po' di the, qualche biscotto. Troviamo Franco, reduce anche lui dal Tor 2010; usciamo dal rifugio insieme, malvolentieri. La pioggia rinforza: certo, la tentazione di restare qui è fortissima... Per costringersi ad abbandonare quel calduccio adorabile ed uscire al buio, al freddo, in faccia ad un muro nero, ci vuole un bel coraggio. Gian, bando alle ciance. Non è il momento di perdere tempo. Bisogna uscire, e subito. Giorgio è titubante, ma evidentemente non se la sente di rinunciare, dal momento che io, pur tormentata dai dubbi, non ammetto la possibilità di restare qui in attesa. Fuori nella notte, tutti e tre. Vento e pioggia ci accompagnano fin su, lungo un sentiero di cui non conosco l'aspetto né il panorama: seguo le bandierine, una dopo l'altra, percepisco la pendenza e nient'altro. Non ce la farò mai... Se continua così, non ce la farò mai. Ho freddo, non vedo nulla, sono stanca, distrutta. Solo la presenza di Franco mi dà un po' di conforto, anche se non so se sia subito alle mie spalle o un po' più indietro, dal momento che si è radunato un piccolo corteo di cui sono in testa. Giorgio forse è appena più avanti, ma la nebbia lo rende già lontanissimo. Non lo vedo e non ne sento i passi. Essere sorpassata in salita, poi, è l'ennesima mazzata al mio amor proprio... Però, in questo momento, anche un concorrente che passa avanti è una presenza amica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"La montagna è bella quando sopra di lei splende sereno il cielo. Anche se fa freddo, con il sereno la montagna comunica un senso d'affetto, è un'amica, una bella amica fidata. Con il sereno si può vedere lontano: lo sguardo spazia, gira, cerca e viene gratificato. Ma quando la montagna mette il cappotto di nebbia ed una pioviggine come pulviscolo inumidisce la terra e il silenzio dell'autunno fa pensare al tempo che passa, una tristezza infinita avvolge l'ospite dei monti. E' come se quella nebbia entrasse nel suo cuore e nella testa a cancellare i pensieri positivi, l'entusiasmo, la voglia di vivere".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Mauro Corona, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"Cani, camosci, cuculi (e un corvo)"&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Il Col Fenetre, quota 2.800 m, arriva all'improvviso, dietro una curva secca a destra. Un'altra interminabile discesa tra buio e lenti bagnate, mille difficoltà ed incertezze, la pila frontale che fa tutto quel che può... Anche qui, preferisco contare solo sui miei piedi e sulla mia luce, per quanto sia difficile. Non riesco a tenere il passo altrui e nemmeno voglio che altri rallentino per aspettarmi. La pioggia a volte sembra placarsi, poi rinforza, sferzata dal vento, un'altalena che oscilla all'unisono con il mio morale. Non riesco a capire che ora sia, non so quanto sia ancora lontana l'alba, forse pochi minuti, forse ore. Il punto di ristoro di Rhemes Notre Dame è un'oasi nel deserto: ci arrivo sola, infreddolita, tormentata dal sonno a cui sapevo di non poter sfuggire. Mangio qualcosa a caso, formaggio, frutta secca, bevo del the caldo. Chissà che fine ha fatto Giorgio: mi guardo intorno nell'anticamera, nella sala tra tavoli e poltrone; non ne vedo traccia. Probabilmente è già ripartito.  Non mi stupirei: nervoso com'era quando abbiamo lasciato lo Chalet de l'Epée, è ben possibile che non si sia neppure fermato, spinto via da quella sua inspiegabile rabbia che troppo spesso prende il sopravvento su di lui. La sua debolezza e al tempo stesso la sua forza, in effetti: sono certa che, con un carattere del genere, non si possa vivere sereni... Però la rabbia è il più redditizio tra i carburanti, la più efficace delle medicine, cancella e travolge acciacchi, stanchezza e timori. Insomma: fatelo imbestialire e vi solleverà il mondo... Pace, Gian. Non puoi sapere dove sia né tantomeno cosa gli passi per la testa. Cedo alla tentazione di qualche minuto di sonno: mi accuccio per terra, la testa appoggiata ad una sedia, certa che la scomodità, lo spiffero che arriva da sotto la porta ed il freddo degli abiti bagnati non mi permetteranno più che un brevissimo riposo. La mia pausa, in realtà, si rivela ancor più breve del previsto: dal profondissimo sonno in cui sono piombata all'istante, mi ripesca la mano di uno dei volontari, preoccupato che io possa star male. Tanto meglio, non mi resta che ripartire. E' la volta del Col Entrelor, pochi metri più della famigerata quota 3.000.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora in marcia nella notte, ancora nebbia fitta ed appiccicosa. Almeno si sale e ci si scalda. Oltre la baita di Pré du Bois, quota 1.800 m circa, il sentiero s'infila in un bosco di larici, dove il buio, se possibile, s'infittisce, e dove il calpestìo delle scarpe sul terreno zuppo d'acqua si confonde con i mille rumori della vegetazione. Le previsioni meteo promettevano un miglioramento per il lunedì; devo crederci, è la mia unica speranza, l'unica possibilità di farcela. E' terribile affrontare da capo un'impresa che si è già portata a termine una volta; la paura di fallire è un incubo ancor più tormentoso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-style: italic; text-align: center;"&gt;"Improvvisamente mi sento oppresso dal peso di un'immensa solitudine; tutta l'ostilità di questo mondo, tutta la follia della nostra avventura mi appaiono con una chiarezza spaventosa. Perché continuare nella folle impresa? Ho ancora tempo per ribellarmi, per urlare a Lachenal il mio smarrimento, il mio orrore per quelle rocce ghiacciate, e per fuggire verso il calore e la vita. Ma non farò nulla di tutto ciò. Una forza misteriosa mi impedisce di agire; nel fondo del mio cuore so che ora è troppo tardi per ritirarsi, ormai il mio destino è segnato: bisogna vincere o morire".&lt;br /&gt;Lionel Terray, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"I conquistatori dell'inutile"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All'altezza di una croce di legno, il bosco cede il passo ad un ampio vallone: non piove più; anzi, il cielo sembra voler mostrare la primissima sfumatura di luce. Non riesco ancora a capire se sia luce tra le nuvole o se... Non oso sperarlo.&lt;br /&gt;Il sentiero risale il vallone con pendenza che va via via crescendo, fino a raggiungere l'alpeggio diroccato di Plan de Feye. E' un vero peccato che una struttura così bella vada a ramengo: le volte in pietra, ancora intatte, sono veri capolavori di architettura. Proseguo: le tante lucine che vedevo in lento movimento lungo la linea di salita al colle sono sempre meno definite, via via che la luce del giorno si fa più intensa. Il cielo è ancora livido, ma sembra aver placato la sua rabbia. Non piove più. Una leggera brezza appiccica gli abiti fradici alla pelle; un'alba a tremila metri può essere molto suggestiva, ma senza dubbio è gelida; se ne accorgono già le mani, rigide intorno ai bastoncini. Le gambe, qui, vorrebbero viaggiare più spedite, lungo un finale di salita che ormai conoscono bene, cattivo, ripido, che dà un sacco di soddisfazione. Ma non me lo posso permettere. C'è qualcosa che non va proprio come dovrebbe; sarà il freddo, o chissà cosa, ma a me sembra che mi manchino un po' le forze. Ergo, prudenza. Un tornante dietro l'altro, mentre i contorni delle cime si fanno via via più definiti. Il colle è lassù, qualche centinaio di metri sopra la mia testa, nero e minaccioso. Sento alle spalle la voce squillante di una ragazza, accompagnata da tre o quattro amici, che si avvicina a velocità impressionante: resto interdetta... Salire a quel ritmo, per di più chiacchierando come se nulla fosse, è impresa che sfugge alla mia comprensione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'erba ha ormai ceduto terreno alla pietraia; i tornanti sono sempre più secchi e ravvicinati, fin quasi a perdersi in una flebile traccia, sempre più ripida. Cime aspre e minacciose tutt'intorno; contrasti di luce violenti nel primissimo mattino. Il colle non si vede più, nascosto da alcuni salti di roccia; qua e là le mani fanno comodo per aiutarsi a salire. Supero qualche collega dall'andatura visibilmente lenta e faticosa: non credo si tratti di stanchezza, quanto piuttosto di avversione alla quota. Il Col Entrelor supera appena la fatidica quota di 3.000 m. Idea geniale, quella di Giorgio, di venire quassù ad agosto: me lo sono impresso ben chiaro in mente, il percorso fin lassù; non ci saranno sorprese. Il vento rinforza man mano che guadagno metri, fino a ritrovarmi agli ultimi due tornanti. Sul colle, è ferma la ragazza che mi ha superato come una saetta; si veste e chiacchiera tranquilla. Appena oltre lo scollinamento, l'organizzazione ha piazzato una cellula, credo di metallo e plastica, destinata a rifugio dei volontari che presidiano il passo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vista da quassù è di una bellezza sconvolgente. Una valle ampia, verde, laghi e laghetti, quel paradiso che nessuno di noi fortunati del Tor ha più bisogno di andare a cercare altrove. Spira un vento gelido, tanto che le mani fanno persino male. Meglio affrettarsi e scendere verso temperature meno proibitive, anche se spiace; starei quassù in eterno.&lt;br /&gt;Di Giorgio nessuna traccia. Possibile che mi abbia preso tanto vantaggio? Vero, nell'ultima discesa io sono rimasta parecchio indietro, e su questa salita mi sono sforzata di mordere il freno, però... Rinuncio a capire. E' una persona spesso incomprensibile sia quanto a psiche che quanto a risorse fisiche. Non ci sarebbe da stupirsi se fosse già in dirittura d'arrivo a Eaux Rousses, 1.400 m più in basso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scendo di buona lena lungo le morbide curve del sentiero. I fili d'erba pettinati dal vento, la pelle d'oca, il sonno che intontisce; ormai è giorno fatto, ma so che non riuscirò a svegliarmi un po' fin quando non sentirò addosso i raggi diretti del sole. Corricchio, poi torno al passo; il cielo limpido mi infonde una gioia quasi incontenibile; se è così, ce la faccio... Anche se mi proibisco di pormi un obiettivo più ambizioso del successivo ristoro. E' lunga, Gian, non dimenticarlo mai.&lt;br /&gt;Il sentiero percorre un lungo tratto quasi in piano e corre accanto all'acqua dei laghetti, con la luce che brilla sulle increspature. Nessuna traccia di camosci, questa mattina: forse sono turbati dalla quantità di gente che s'è improvvisamente riversata a casa loro.&lt;br /&gt;Sono già quasi in vista dell'alpeggio di Djouan quando mi volto per vedere a chi appartengano i passi che mi seguono da un po': toh, guarda chi si vede... Eccolo qui Giorgio, con una cera da funerale. Resto di stucco: "Ma dove diavolo eri? Credevo fossi molto avanti...". Il mistero è presto svelato: a Rhémes, si è fermato a dormire un po' in un locale attiguo alla sala ristoro, della cui esistenza io non mi sono neanche accorta. Lo vedo, che è accigliato; ha la spiccata tendenza a prendere qualsiasi contrarietà come un'offesa personale. Pazienza, gli passerà... Nel frattempo, proseguiamo in silenzio, finché il calore del sole non scioglie le membra, i muscoli ed inevitabilmente anche le lingue. Il tracciato s'infila nel bosco, nascondendoci alla vista il fondovalle, ma sull'altro versante si distingue nettissima la serpentina che risale da Eaux Rousses verso la casa dei guardacaccia e lo splendido pianoro che s'attraversa andando al Col Lauson.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La fame del primo mattino si fa sentire: al ristoro, sotto il gazebo, mi rimpinzo come un otre, in barba alla saggezza che suggerirebbe di presentarsi leggeri al cospetto di una salita da 1.700 m di dislivello tutti in una botta. Dalla fontina al pane a quei fantastici grissini a metà tra l'amaro e il dolce, banane, frutta, patatine, birra, Coca Cola, chi più ne ha più ne metta. Siamo proprio sul piazzale di fronte all'alberghetto "Hostellerie du Paradis": un saluto al simpatico padrone di casa, che ben si ricorda di noi, e ci rimettiamo in cammino. Peccato declinare l'offerta di un caffé, ma non transigo, niente perdite di tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attraversiamo il fiume. L'anno scorso, ricordo, siamo passati di qua nel primo pomeriggio, con un caldo torrido; dovremmo quindi avere qualche ora di anticipo, oggi. Ma non voglio sapere quanto. Un susseguirsi di ampi tornanti nel bosco ci porta a risalire la montagna ed a osservare, adesso, la discesa appena percorsa al di là della valle; sulle nostre teste, un cielo che più blu non si può. Frena l'entusiasmo, Gian, hai macinato appena 80 km... Neanche un terzo dell'intero viaggio. In alto, sulla nostra sinistra, esposta allo strapiombo, una piccola costruzione, forse una cappelletta. Un passo dopo l'altro, piano, si chiacchiera. Oppure si tace e si ascolta il ticchettio ritmato dei bastoncini, il brusìo del fondovalle sempre più flebile, i rumori improvvisi del bosco, le voci di chi ci precede o ci segue. I tornanti ci portano a superare il primo scalino, oltre il quale il fondovalle sparisce alla vista. La casetta dei guardiacaccia, la fontana. Immagini che tornano alla mente, nitide come fotografie, anche se vissute ormai un anno fa. Una curva a destra ci porta al cospetto del vallone di Levionaz, quasi un pianoro, vastissimo, senza un solo albero, chiuso da una cerchia di picchi aspri e minacciosi. Lo costeggiamo sulla destra; il sentiero risale un paio di tornanti e passa accanto alle vasche dell'acquedotto, per poi piegare deciso verso sinistra, oltre un ponticello, e seguire l'anfiteatro. Sembra di tornare indietro, dall'altro versante della valle; invece no, curve ed altre curve ci conducono all'interminabile pendio finale. Finale, si fa per dire, perché da qui mancano diverse centinaia di metri di dislivello per raggiungere il colle. Per ora, l'occhio scruta le mille pieghe della montagna, che disegna un bordo di pizzo contro il cielo, ma non riesce ad individuare la meta.&lt;br /&gt;Giorgio mostra i primi segni di stanchezza; non ha mai fatto mistero di temere questa salita, per via della quota. Mi sforzo di mantenere un passo molto più lento di quello che terrei se fossi sola, e il più possibile regolare, controllando con la coda dell'occhio, di tanto in tanto, che il mio compare non resti indietro. Non lo nascondo, ci soffro; una parte di me vorrebbe accelerare, andar via, aggredire questa salita così cattiva e raggiungere la meta il più in fretta possibile, anche a costo di arrivarci strisciando. Ma so che questo, per Giorgio, è l'ostacolo peggiore. Forse, in tutto il viaggio, è l'unica vera salita. So bene che ce la può fare, anche da solo, ma è lui che non lo sa. Patisce la quota ed anche la solitudine. Se io lo abbandonassi adesso, non credo di esagerare se dico che rischierei di stroncargli l'intera corsa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Curva dopo curva, si sale piano. In fondo, non ci rimetto affatto, nemmeno io. E' tutta energia che risparmierò per l'avvenire. A questo punto, lungo un'ascesa così difficile per la quota e soprattutto per la pendenza che cresce in modo subdolo, ogni gesto richiede uno sforzo moltiplicato. E neppure io, devo ammettere, mi sento in perfetta forma, anzi. Probabilmente il favore lo sto facendo a me stessa. E' ancora quella sensazione di... Mah, non so di cosa si tratti.&lt;br /&gt;Il respiro del mio compagno di viaggio si fa più difficile. Attingo a qualsiasi argomento di conversazione possa essere utile per distrarlo; lo incoraggio facendogli notare che non siamo certo gli unici in difficoltà... Ed è vero; gli innumerevoli puntolini colorati che ci precedono o ci seguono sembrano rallentare, man mano che salgono, come se, per un inspiegabile fenomeno fisico, si sentissero sempre più pesanti. Come una boccia che rotola verso il pallino, ma sempre più lenta... La luce quassù è violentissima, dà fastidio agli occhi, persino a me che sono sempre stata nemica degli occhiali scuri. Riverbera sul ghiacciaio che si fa ammirare ad ogni svolta di tornante, sulle pietre, sulla polvere chiara del sentiero. Giorgio parla di fermarsi, di riposarsi un po'... Dai, lo incoraggio, rallentiamo un po', ancora un po', ma facciamo il possibile per proseguire. Niente da fare, non sente ragioni: al di là di un tornante, dove il pendio crea una leggera conca con un'impercettibile idea di ombra, il mio compagno di viaggio decide per una sosta. "Tu vai avanti", mi ordina, con un tono che non ammette repliche. E va bene, vado avanti, tanto so bene che la sua capoccia è cocciuta quanto la mia e non c'è verso di fargli cambiare idea, se ha deciso così. Proseguo con la testa che pesa, pulsa, le gambe fiacche, vuote di energia. Il colle è lassù e lo raggiungerò, questo è fuor di dubbio... Ma ho l'impressione che questa volta mi costerà fatica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le pareti incombono sempre più vicine, nere, minacciose; l'ultimo stelo d'erba cede alla pietraia, ostica, ripida, instabile. Ogni passo scivola verso valle, il piede sprofonda nei detriti, lo zig zag sempre più irregolare, cattivo, penoso. Guardo in giù, ma non vedo traccia di Giorgio; del resto, mi è impossibile mettere a fuoco una figura umana, se già devo badare a non volare di sotto. Testa che scoppia, cuore che batte all'impazzata, mi muovo come se avessi gambe e braccia legate a durissime molle. Annaspo. L'unica consolazione è che non sono la sola. Una processione di cadaveri ambulanti, altro che atleti, ecco cosa siamo quassù! E' un brutto colpo all'orgoglio... E' tutto sballato ormai: il battito del cuore, la vista abbacinata dalla luce fortissima, quel poco di equilibrio che ormai se n'è andato, persino la temperatura corporea, che alterna vampate di calore e brividi di freddo senza alcuna ragione. Il vento rinforza... Il colle è lì, poche decine di metri che però costano uno sforzo inaudito. Il fotografo, in vetta, non coglie uno dei miei migliori momenti...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La discesa, qui, va affrontata con molta cautela, nel primo tratto attrezzato con le corde. Un'altra cellula-alloggio per i volontari ci attende, pochi metri più in giù, con bevande anche calde: chissà che un po' di the con lo zucchero non mi rimetta in sesto. Saluto, riprendo la ripida discesa sulla pietraia, che presto digrada in un bel sentiero agevole, tutto a tornanti, una splendida balconata sulla valle verso Cogne. Ma qualcosa continua a non girare per il verso giusto. Le gambe fanno giacomo giacomo, la testa va per conto suo. Mi sforzo di proseguire, ma ben presto mi rendo conto che rischio di stramazzare... Dai Gian, calma. Fermati un attimo. Mi abbatto a lato del sentiero, sdraiata; qualche minuto, solo qualche minuto, finché non starò meglio. Chiudo gli occhi, piombo in una sorta di vigile torpore; mi risveglia, di lì a poco, la voce di Giorgio. Capperi, quanto tempo è passato? Minuti, ore? Poco, per fortuna... Neppure lui è rimasto fermo a lungo, durante la salita; giusto il tempo di lasciarmi allontanare. Per non essere di peso. Ecco, lo sapevo... Mi rialzo, riparto con indosso due giacche ed i brividi che non mi mollano. Tento di seguirlo, ma adesso sono io in difficoltà. Lui trotta di buon passo, prende terreno, io fatico a stare in piedi, ho freddo, una sorta di nausea. Come se non bastasse, ci si è messa anche quella sua frase: "Ci siamo mangiati quasi tutto il vantaggio rispetto all'anno scorso"... Se solo avessi un orologio, ed un'idea anche vaga dei tempi di passaggio del 2010, potrei accorgermi subito che si tratta di un'informazione falsa e tendenziosa. Invece no, ci casco in pieno: il morale crolla sotto le solette delle scarpe, appena prima della suola... Non m'interessa il record, è ovvio, non sono certo un'atleta da tempi d'eccezione, però la consapevolezza di essere "un po' più avanti" rispetto alla scorsa edizione è fonte di grande conforto e sicurezza. Ora come ora, sono così triste e sconsolata che vorrei mollare...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La marcia verso il Rifugio Sella, lungo un sentiero che pare un'autostrada, per me è lenta e faticosa. Giorgio prende vantaggio, si allontana. Io proseguo con la verve di un bradipo in letargo... Mi riprendo un po' solo nell'ultimo tratto prima del rifugio, quando il sentiero, o meglio la scorciatoia, corre lungo un impetuoso e freschissimo salto d'acqua. Attacco bottone con un corridore che mi ha appena raggiunta, riprendo un po' di vigore ed entusiasmo. In quattro salti arrivo al ristoro, dove una gustosissima crostata completa l'opera di risveglio e rinvigorimento. Ho una fame da lupi ed un disperato desiderio di qualcosa di dolce, di zucchero. Infatti, oltre alla crostata, trangugio cioccolato e zollette in quantità.&lt;br /&gt;Pochi istanti e sono dinuovo in marcia, con le mani piene di ogni leccornia e le mascelle in movimento. Il sentiero scende agevole ancora per un po', fino al torrente e ad un breve tratto di risalita, poi... Il disastro: un fondo disastroso, pietroni, asperità, caviglie che si storcono senza tregua, suole che scivolano, un vero disastro. Non me lo ricordavo affatto così! Incespico, m'inciampo, rischio il ruzzolone ad ogni piè sospinto. L'unica nota positiva è che la temperatura, adesso, è tornata confortevole... Posso dinuovo arrotolare la maglia a mò di top e catturare sulla pancia i raggi di questo tiepido sole pomeridiano. Tra improperi e sberleffi di ogni genere, s'arriva finalmente verso il fondovalle, in un bosco fitto e scuro, fino all'abitato di Valnontey; da lì, qualche tratto di asfalto, rumorose sinfonie di clacson e tifo del più vario genere, una strada sterrata ed eccoci alle prime case di Cogne. Abbiamo superato da poco il centesimo km.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Cogne c'è la seconda base vita; ci sarebbe la possibilità di dormire un po' in una comoda branda. Io però storco il naso all'idea. Non mi va di perder tempo e, soprattutto, di sprecare ore di luce. D'altro canto, il Rifugio Sogno di Berdzé è a quattordici km da qui, e mille metri più in alto; almeno tre ore di marcia, ma è una stima decisamente ottimistica. Ed è, dopo Cogne, il primo punto utile per fermarsi a riposare senza ibernare. Gian, calma. Non è il momento di lasciarsi cogliere dalla fretta insensata. Cammini da due giorni, da cento km. Certo, magari adesso puoi anche pensare di non fermarti, tirare dritto, ma poi? Quando e quanto pagherai la mancanza di riposo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Cogne i passanti ci accolgono con grandi feste e complimenti. Seguiamo le bandierine nel paese, fino al palazzetto dello sport, dove troviamo, pronti all'uso, i nostri borsoni. L'atmosfera è calda, allegra. Qui, una bella doccia ristoratrice ed un pasto un po' più corposo dei precedenti sono d'obbligo. A differenza di Valgrisenche, nel palazzetto  di Cogne c'è tanto spazio vitale a disposizione; ci si può muovere senza pestarsi i piedi l'un l'altro&lt;br /&gt;Conquistiamo una branda a testa in palestra: qui non c'è già più tutta la ressa che affollava la base vita di Valgrisenche, anche se c'è un gran viavai. Persone, borse, sospiri, lamenti, qualche risata sommessa. I visi tristi di chi ha deciso il ritiro, scarpe abbandonate accanto all'ingresso, bastoncini, volontari, corpi immobili sulle brande, avvolti nelle coperte come in un bozzolo, nascosti dalla penombra della grande palestra. Mi tuffo sotto un getto d'acqua deliziosamente bollente, che ritempra all'istante il corpo e lo spirito un po' fiaccati dai km, ma soprattutto dal freddo e dalla pioggia e dalla paura della notte precedente. Giorgio ha già conquistato un paio di brande, dove parcheggiamo i borsoni per andare a concederci il giusto pasto. Ci si muove nella penombra, si parla sottovoce, per non turbare il sonno di chi è già crollato tra le braccia di Morfeo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mangiamo di tutto, con calma. Pasta, formaggio, yogurt, frutta. E birra a volontà, ben due lattine: mi rialzo a fatica... Ma servirà a conciliare il sonno. Salutiamo Francesco, al tavolo accanto a noi, al debutto nel Tor, e ci trasciniamo a nostra volta in branda. Viaggiare con Giorgio, per me che ho sempre timore di perdere troppo tempo nelle soste, è una garanzia. Se si decide di dormire due ore, garantito che al massimo tre quarti d'ora più tardi si è già pronti e scattanti per ripartire. E' più forte di lui, tormentato persino quando riposa. Gli ultimi preparativi e ci rimettiamo in marcia, alla luce delle frontali. Ormai è scesa la notte, la seconda. Camminiamo di buon passo lungo una strada sterrata impercettibilmente in salita, che costeggia il torrente, chiacchierando per tenerci svegli, finché l'umore accompagna; viviamo entrambi in un momento di serenità, ma sappiamo bene che non può durare. E a me tornano in mente gli argomenti di discussione su cui, in questo tratto di strada, ci arrovellavamo l'anno scorso. E' come far scorrere una pellicola, rivedere un film.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Lillaz, un ponticello ci riporta sull'asfalto. La strada illuminata dalla fioca luce gialla dei lampioni è quasi deserta, nonostante la temperatura gradevolissima per una sera di settembre in montagna. Un po' invidio quei tre o quattro personaggi che ci salutano e ci incoraggiano: tra poco, ad attenderli ci sarà un comodo e caldo lettuccio. Per noi no...&lt;br /&gt;Imbocchiamo il bivio sulla sinistra, un sentiero che si avvia ripido e un po' incerto, a ricordarci che non siamo qui per passeggiare... Superato un primo gradino, a suon di tornanti, il tracciato ci scodella in un ampio pianoro, di cui non possiamo distinguere i confini, se non perché una parte, sopra di noi, è tempestata di stelle. Una notte meravigliosa, la luce della luna che rende quasi superflua la pila frontale. Costeggiamo un recinto, proseguiamo in rettilineo. Una luce rossa, in lontananza, attira la nostra attenzione. E' un generatore... Poco più avanti, del tutto inatteso, un punto di ristoro. Calore umano e calore di bevande, un gustosissimo the; ovviamente anche qui la sosta è d'obbligo: l'imperativo è ingurgitare cibo, sempre e comunque, ogni volta che se ne presenta l'occasione. Servirà.&lt;br /&gt;La solita smania mi rimette in moto i piedi. Abbandoniamo i nostri angeli custodi per addentrarci nel bosco: da qui in poi, il primo avamposto di civiltà sarà il Rifugio Sogno, tra circa 8 km. Ma i km, ormai, non hanno più significato. La notte annulla la percezione del tempo e della distanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-style: italic; text-align: justify;"&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;"Nonostante regnasse la pace profonda della notte, si percepiva con tutti i sensi che la montagna era in fermento e lasciava udire le sue voci. La natura pareva ferma ma, prestando attenzione, tutto si muoveva, si faceva notare, brulicava, occhieggiava, sussurrava. Non si è mai soli di notte sulla montagna. Soprattutto d'estate. Centinaia di occhi spiano, voci chiamano, personaggi misteriosi si fanno vicini. Sono amici invisibili ma fedeli e presenti".&lt;br /&gt;Mauro Corona, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"Cani, camosci, cuculi (e un corvo)"&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Mi rendo conto all'improvviso che la vegetazione è sparita: davanti a noi, una bellissima distesa nera, con la luna più piena e splendente che mai. Una notte quasi commovente. Oltre quota 2.000 m, nel luogo più bello del mondo, vivo un sogno che vorrei non avesse fine, anche se il freddo è intenso, passa attraverso gli abiti ed i guanti. Camminiamo e camminiamo. Ricordo di aver visto spuntare la luce del rifugio in alto, sulla destra, un anno fa, ma continuiamo a camminare e non la vediamo mai. Il sentiero non è mai ripido, anzi, offre lunghi tratti di respiro, aggira spallette, sembra correre all'infinito. Gocce di umidità sui fili d'erba brillano all'incontro con il fascio della frontale. Un po' d'ansia ci coglie: ma quando arriva il rifugio? Non è fretta di raggiungerlo, ma desiderio di sapere che c'è... La nostra lunga attesa è infine premiata. Eccola, inconfondibile, la luce. Il nostro faro. Ora possiamo procedere tranquilli, lassù potremo riposare un paio d'ore. Mi rassegno all'idea: da domenica mattina alle dieci, abbiamo riposato si e no un'ora. E siamo alla notte tra lunedì e martedì. Non ha senso chiedere così tanto al proprio corpo, non ora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci immettiamo sulla strada sterrata con cui, da fondovalle, si raggiunge il rifugio anche in auto. Ci accoglie, all'interno della struttura, un caldo meraviglioso. E ben due tavoli del ristoro! Quello "standard" dell'organizzazione e quello offerto dai gestori, con ogni bene possibile ed immaginabile, dai vari tipi di formaggio, alla peperonata, a vari piatti a base di carne di cui, ammetto, apprezzo il profumo, fino ai dolci. Giorgio, pur essendo di pasto piccolo, non disdegna una porzione di peperonata all'una di notte... Siamo in buona e variopinta compagnia: pare che le vivande inducano gli atleti a fermarsi qui più del dovuto. Chiediamo di poter riposare un paio d'ore; i gestori, gentilissimi, ci accompagnano in una stanza pulitissima, ordinata e silenziosa. Si incaricheranno loro di svegliarci. Hanno addirittura un registro in cui sono annotati i numeri degli atleti che stanno riposando qui, con l'ora a cui hanno chiesto di essere buttati giù dal letto... Organizzazione degna del migliore hotel!&lt;br /&gt;Non mi par vero di spaparanzarmi su un vero materasso, con la testa appoggiata ad un vero cuscino. E' un letto a castello: cedo il piano superiore a Giorgio, che ha meno problemi di me con l'arrampicata. Crollo nel sonno con il rammarico di sapere che sarà troppo breve... Il neurone rinviene, solo per un attimo, quando un altro degli atleti a nanna si muove per ripartire. E' difficile da spiegare, quanto sia profondo il senso di sollievo e vera goduria nello scoprire che no, non tocca ancora a me, posso ancora dormire un po'...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più tardi, però, tocca proprio a me. Chissà che ne è delle varie fasi del sonno, in questa corsa. Secondo me, il cervello per autodifesa salta tutti i gradi intermedi e piomba direttamente a quello più profondo. All'inverso, riemerge dall'abisso dell'oblìo alla veglia quando si tratta di rimettersi in moto. Non ricordo sogni in questi brevi sonni.&lt;br /&gt;Buttarsi fuori è l'impresa più angosciosa. Anche se ho indossato più o meno tutto quel che avevo nello zaino, si tratta pur sempre di passare da un ambiente riscaldato a più di venti gradi ad una temperatura non lontana dallo zero, a 2.500 m di quota e nei pressi di un colle. Per fortuna, ci attende ancora un breve tratto di risalita, forse un centinaio di metri e qualche tornante. Da quassù, l'aria limpidissima ci fa ammirare la lunga fila di lucine sotto di noi, fila che si perde nella notte. I tralicci della linea dell'alta tensione, enormi accanto al colle, sono persino belli, suggestivi. L'anno scorso, quassù, abbiamo visto l'alba. Stavolta la notte è ancora nera e pesta. Brividi di freddo, occhi che si chiudono. Oltre la Fenetre de Champorcher ci attende una lunga, lunghissima discesa, e la discesa è terribile se hai sonno...&lt;br /&gt;Il sentiero scende ripido solo per un breve tratto, poi serpeggia tra i laghetti, quasi senza perdere dislivello. Non siamo soli; alcune luci ci seguono e ci precedono a poca distanza. Le frontali illuminano il pelo dell'acqua, immobile. Restare vigile ed attenta a dove metto i piedi mi costa un grande sforzo: la conversazione, per forza, langue. Mi manca tanto la luce. La marcia è lunga, monotona, interminabile: una discesa ripida ed ostica, se non altro, sarebbe d'aiuto per mantenere la concentrazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quel che resta di un gruppo di edifici in pietra, spettrale nel buio e nel silenzio. Raggiungiamo il punto di ristoro del Rifugio Dondena, dove non ci facciamo mancare una robusta dose di caffé, oltre alla solita scorpacciata di ogni sorta di derrate alimentari ed altre bevande calde. Riparto masticando cracker, tra  alpeggi che sembrano abbandonati; una breve discesa ed un errore di direzione di cui, per fortuna, mi accorgo subito. Richiamo a gran voce i corridori più lontani, davanti a me: bisogna superare il ponticello... Poi via, attraverso prati ed acquitrini, finché il sentiero prende rapidamente a scendere in mezzo al bosco. Un attimo prima, sfiliamo di fianco ad un alpeggio illuminato: è ancora notte, ma i margari sono già al lavoro.&lt;br /&gt;La montagna lascia pian piano spazio ad un ambiente ben più umano: minuscoli centri abitati, asfalto, lavori in corso. La vita tra queste case sembra essersi fermata a molti decenni fa. Muri in pietra e legno, corde, paglia, cataste di ciocchi per la stufa, finestrelle minuscole. Poi però ci sono le auto ed i tosaerba. Marciamo già da qualche km in compagnia di Luciano, un veterano delle corse su lunga distanza, di qualsiasi genere, dalla strada alla corsa in montagna ai circuiti. La mattina ci coglie tutti assonnati ed intontiti, tutti persi nei nostri pensieri e nei nostri acciacchi; marciamo a pochi metri l'uno dall'altro, ma quasi come se ci ignorassimo. Le gambe, tutto sommato, stanno bene... Ma so che abbiamo superato appena un terzo della strada e che, citando Ligabue, "il meglio deve ancora venire". In senso ironico, ovviamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Pontboset, brevissima sosta al punto di ristoro, dove ormai senza più pudore alcuno mi getto subito sulla birra. La ripartenza in discesa fa sì che io dimentichi i bastoncini: me li riporta Luciano. Che testa... Un paio di tornanti asfaltati e poi giù, sulla sinistra, lungo il sentiero. Presto la pendenza s'inverte: la lunga discesa s'interrompe ed il percorso ci infligge una breve ma ripidissima risalita, a tornantini su sentiero in mezzo al bosco. L'anno scorso è stato un vero trauma, anche perché qui ci si aspettava di arrivare diretti a Donnas. Ma stavolta non mi fregano più. Stringo i denti e risalgo con entusiasmo: sento alle mie spalle, dal piccolo gruppo che nel frattempo s'è formato, volare le stesse miserie che anch'io, dodici mesi fa, avevo snocciolato. I muscoli si ribellano all'idea di interrompere la noiosissima ma comoda scivolata verso il fondovalle. Il sentiero è tortuoso, strappato al fianco ripido e roccioso della montagna. Riesco a mantenere la testa del trenino solo fin quando si va su... Poi, con la discesa, devo per forza farmi da parte. La temperatura sale, un sole cocente picchia sui nostri crani già confusi. Io me lo godo tutto, il calduccio, perché so che mi mancherà, però la voglia di arrivare a Donnas è forte ed impaziente ormai. Ma la strada è ancora lunghissima: da quando ci arrivano alle orecchie i rumori del fondovalle, rumori di auto, di macchine scavatrici, di clacson, a quando il sentiero ci scodella con i piedi sull'asfalto a Hone, passa un'eternità, e da lì i km sono ancora lunghi. L'imponente mole del Forte di Bard assiste il nostro passaggio sul ponte della Dora e ci accompagna lungo la bella via centrale, lastricata. Ancora, il caratteristico passaggio sotto l'arco. Fa caldo, e ciò è bene, però fatico molto a riabituarmi ai rumori della vita cosiddetta civile. E' un crescendo di insofferenza, fino all'ultimo km prima della base vita: si corre sul marciapiede lungo una strada trafficata... Donnas, finalmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo in programma una sosta breve: doccia, cambio d'abito, un pasto e poi via. Non so esattamente che ora sia, ma non è ancora mezzogiorno; perdere qui ore preziose di luce sarebbe folle. Una doccia, la miglior terapia possibile contro gli indolenzimenti e la stanchezza. Non mi posso lamentare; il mio corpaccione, anche stavolta, non sembra volermi tradire: le gambe reggono bene, idem il fiato. Quanto al sonno, quest'anno mi sembra di patirlo un po' meno. Quasi centocinquanta km alle spalle. Coccolo i piedi con un nuovo strato di Pasta di Fissan e calze pulite, non prima d'essermi rimpinzata con ogni sorta di alimento che riesco a trovare sul tavolo del ristoro, dalla pasta al pane al formaggio allo yogurt. E lattine di bibita simil – Red Bull a volontà. Provo un po' di pena per le condizioni del pavimento di questo bel palazzetto dello sport... Attila &amp;amp; C., al confronto, avrebbero causato meno danni! Anche qui, mentre mi rassetto per ripartire, non posso fare a meno di notare colleghi di fatica in condizioni impressionanti: piedi piagati, mani sbucciate ed abiti lacerati dalle cadute, sguardi persi nel vuoto, occhi profondamente cerchiati. Molti si abbandonano alle cure di amici, parenti, coniugi giunti apposta per portare conforto. Ma tra "noi", che viviamo tutto questo sulla nostra pelle, e "loro", che assistono e partecipano senza capire, c'è un incolmabile abisso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"Loro non potevano sapere cos'era per me l'alpinismo. Avevo cercato di spiegarlo senza nasconderne gli aspetti pericolosi. Se mi fosse successo qualcosa, dovevano sapere che avevo consapevolmente accettato il rischio. Non sopportavo il pensiero che dovessero accettare la morte di un figlio senza avere gli strumenti per comprenderla. Soprattutto, non volevo che pensassero che era stato uno spreco di vita e non arrivassero mai a capire la verità: che l'alpinismo era stato la cosa che più mi aveva fatto amare la vita, che era la natura stessa della nostra attività a rendere me ed i miei amici quelli che eravamo. Le montagne erano parte inestricabile del tessuto della nostra esistenza".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Mauro Corona, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"Cani, camosci, cuculi (e un corvo)"&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;La luce violenta del sole ci raggiunge attraverso le ampie vetrate. E' ora di ripartire, s'ha da fare. Mi godrò le poche ore di caldo, quello vero, che il Tor des Geants concede; presto il cammino tornerà su, alle alte quote, dove il sole scalda quel che può... Ci attende ora un lungo tratto facile dal punto di vista tecnico e senza gran dislivello. Dalle viti ai boschi di castagni, un lungo "su e giù" da affrontare con cautela, con il lauto pasto ancora sullo stomaco. Sentieri e strade sterrate, cappellette, quel che resta di edifici in pietra abbandonati., cataste di legna. Le bandierine gialle sono la nostra guida, sempre. Dai 300 m di quota di Donnas ai 660 del paesino di Perloz: ancora un punto di ristoro, vicino alla chiesa. Qui va a finire che arriverò al traguardo con un bel po' di chili in più rispetto a quelli che avevo alla partenza! Non mi faccio pregare, anzi rendo volentieri onore a formaggi, bibite e soprattutto ad un golosissimo e fresco grappolo d'uva. Poi via, si riparte, giù per gli scalini e tra i vicoletti del minuscolo abitato. In una vasca in pietra fanno bella mostra di sé alcune bottiglie di Coca Cola: frigorifero d'altri tempi!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tratto di discesa ripida ci conduce fino in fondo ad una verdissima valletta. Superiamo il torrente su un meraviglioso ponte in pietra, il Ponte di Moretta,  passando al centro attraverso una sorta di cappelletta affrescata, per poi risalire fino alla strada asfaltata. Ricordo bene la bella strada sterrata che imbocchiamo poi sulla destra, con pendenza modesta, che consente un buon ritmo di marcia senza troppo faticare. Ed è altrettanto nitida l'immagine dell'imponente chiusa sul ponte che attraversa un impetuoso torrente, un enorme affascinante congegno meccanico. Ma il sonno è traditore, la testa pesante, le palpebre malferme già da un po'. Potrei concedermi qualche minuto di sonno? Lo propongo a Giorgio quasi con timore, visto che di norma sono proprio io quella che non vuol fermarsi mai... Non coglie l'occasione di gustosa vendetta che gli offro; anzi, pare d'accordo. Appena oltre il ponte, un muretto a secco fa al caso nostro. Mi siedo con la schiena appoggiata alla pietra, approfittando di uno spicchio di sole che mi scalda un po'; Giorgio si sistema vicino, ma all'ombra. Non riesco proprio ad immaginare come riesca ad essere impermeabile al freddo. Per me una semplice sosta significa già rischio di congelamento...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi risveglio da un sonno che mi sembra, lì per lì, lunghissimo e profondo. In realtà, mi dice il mio compare, avrò riposato una decina di minuti. E nel frattempo è passata solo una persona. L'impressione è che la foga collettiva dei primi chilometri si sia già ridimensionata, e molto. Si incontra un corridore, o un gruppetto, ogni tanto, con distacchi significativi.&lt;br /&gt;Il sole ha già completato buona parte del suo quotidiano viaggio attraverso il cielo. A noi tocca un tratto di fatica aspra, cattiva, circa cinquecento metri di dislivello per raggiungere i 1.300 m di Moline, da risalire lungo un sentiero che taglia i tornanti della strada asfaltata, lungo la linea di massima pendenza. Pare davvero di arrampicarsi su una parete, o di risalire una scala molto molto ripida. Ci eravamo viziati con lunghe ore di marcia in falsopiano... Questa è una vera coltellata, un colpo basso, una scorrettezza, il parto di una mente sadica. Tutti e due fatichiamo come muli da soma, ma non otteniamo gli stessi risultati. Guardo con languore il comodo nastro d'asfalto... Quasi quasi... Pian piano, con pazienza e caparbietà, raggiungiamo l'abitato di Moline; spuntiamo sulla strada più o meno con lo stesso gaudio di chi ha appena concluso la tormentata risalita dalle profondità di un nerissimo pozzo. Non riesco nemmeno ad immaginare quali orrende contumelie siano già state dirette dai miei predecessori, e saranno scagliate da chi mi segue, all'indirizzo dell'effigie della Madonna, nella cappelletta che compare proprio quando esaliamo l'ultimo respiro... Io offro senz'altro il mio generoso contributo, sia pure silenzioso, perché il fiato l'ho momentaneamente esaurito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sentiero prosegue, con pendenza ben più umana, verso destra, addentrandosi nel fitto bosco. Passiamo accanto a belle baite in pietra, molte in fase di recupero, e intanto tendiamo l'orecchio. Non dovrebbe più mancare molto al piccolo rifugio di Sassa. Ad ogni curva del pendio, spero in silenzio che sia già lì... Ma tocca macinare ancora un po' di strada, prima di percepire, forte e chiaro, il rintocco del campanaccio con cui, al rifugio, si accompagna l'arrivo di un concorrente. Onore che tocca anche a noi. E' pomeriggio inoltrato. L'anno scorso, qui, siamo giunti di notte. Un buon vantaggio sulla tabella di marcia che mi infonde un po' di sicurezza. Breve sosta per pappa e bevande, come sempre. Noto la concorrente orientale, forse giapponese: ha viaggiato sin qui da sola, per quel che ho potuto constatare di tanto in tanto, e non scambia mai parola con nessuno. Mi si avvicina, timida, e mi mostra una cartina del percorso: è quella, estremamente stilizzata, che è comparsa sulle pagine de La Stampa, ma è del tutto inutile come carta di viaggio. Mi stupisco del fatto che una giapponese, o presunta tale, non spiccichi quasi una parola di inglese: purtroppo, questa è per me l'unica lingua con cui posso tentare una forma di comunicazione. Mi sembra di capire che la ragazza, tra l'altro all'apparenza molto giovane, voglia sapere quale sarà il prossimo punto in cui poter dormire; le indico il Rifugio Coda, prossimo posto tappa. Ringrazia e riparte, e noi a ruota. Prossima meta intermedia, il Col Portola, poco meno di 2.000 m di quota. La salita non è troppo impegnativa; attraversiamo ancora un buon tratto di bosco, per poi uscire allo scoperto, poco prima dello spiazzo sterrato in cui la strada asfaltata va a morire. Ci sono parecchie auto; poco oltre, risalendo il pendio erboso, ci imbattiamo in un gruppo di escursionisti dall'aspetto tutt'altro che atletico. Una signora, non proprio filiforme, è quella che tribola in discesa più di tutti. Un saluto, un incoraggiamento, anche se non so chi tra noi abbia più bisogno di coraggio. Proseguiamo fino al colle: il passaggio è una splendida balconata su una valle d'aspetto molto diverso da quello che abbiamo ammirato sinora. Dal pendio verde e dolce ad una tormentata pietraia, da cui svettano conifere isolate. La nostra marcia si fa più lenta ed insidiosa, non tanto per Giorgio, quanto per me che fatico a zampettare da una roccia all'altra. Inciampo in continuazione. In più, verso sinistra, un'inquietante velo di nebbia sembra voler avvolgere le cime, proprio là dove dobbiamo andare... Mi assale il terrore. No, per favore, non quassù... Bisogna sbrigarsi, raggiungere il Coda il più presto possibile. Già, facile a dirsi. Giorgio prende vantaggio, io procedo come posso, con il cuore improvvisamente appesantito dall'angoscia. Percorriamo la conca sulla destra, senz'altro terreno su cui marciare che un'infida pietraia. Uso tutto, piedi, bastoncini, anche mani, all'occorrenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo un ampio giro lungo la testata della valle, il sentiero risale brusco un salto di un centinaio di metri di dislivello. Alla base di quel salto, incrociamo due escursionisti, dall'aria ben più solida dei precedenti: ci ricoprono di complimenti ed espressioni di ammirazione, ci incoraggiano, assicurano che il Coda è vicino. Sarà, ma intanto tocca ancora risalire questa rampa di sabbia e sassi che frana ad ogni passo. La conquista del Col Carisey, poco più di 2.100 m di quota, mi regala null'altro che una folata di vento gelido, che m'investe non appena spunto accanto all'ometto in pietra. Si potrebbe godere di un ampio panorama sul Biellese e più in generale sul Piemonte, da quassù... Ma oggi non c'è altro che nebbia.&lt;br /&gt;Le raffiche di vento sono intense e gelide. Indosso almeno il giacchino antivento leggero, onde evitare un malanno. Giorgio, come sempre, procede così com'è. Non oso pensare al gelo degli indumenti bagnati che l'aria appiccica alla pelle. Risaliamo  ancora: mi ricordo bene la linea altimetrica disegnata dai miei piedi l'anno scorso, quando siamo giunti quassù a notte fonda. Mi sento molto stanca e debole. Forse è solo colpa dell'inquietudine, ma fatico a tener dietro a Giorgio che invece sembra preda del sacro fuoco dell'entusiasmo. La breve risalita al Rifugio Coda, poco più di una rampa di garage, mi costa un gran mal di testa. Ho bisogno di una pausa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La giovane rifugista, con mia enorme sorpresa, non solo si ricorda di noi, ma osserva anche che "l'anno scorso siete passati di qui molto più tardi! E avete dormito sui tavoli". Incredibile, che memoria... E' vero, abbiamo dormito sui tavoli, tale era il caos quassù. Una situazione quasi drammatica che questa ragazza e l'altrettanto energica mamma hanno affrontato con rara determinazione. Quest'anno la situazione sembra tranquilla... Ma è anche vero che, mi fanno notare, la maggior parte dei corridori deve ancora arrivare. Mi sembra incredibile, per una volta, precedere "la maggior parte". Anche se non è proprio il caso di illudersi: siamo al km 165, proprio a metà.&lt;br /&gt;Due piatti di brodo caldo, due porzioni di crostata, una alla marmellata, l'altra al cioccolato. Mangio con calma, al riparo di una sorta di "dependance" del rifugio. Non mancano le coccole ad un bellissimo labrador, residente quassù. Giorgio ed io decidiamo in ogni caso di ripartire: abbiamo ancora forse un paio di ore di luce, che sarebbe un delitto sprecare, considerato che la discesa verso il Lago Vargno è lunga e, per un buon tratto, piuttosto penosa.&lt;br /&gt;La prima parte del sentiero, forse cinquecento metri in lunghezza, corre sul versante piemontese della montagna, già in ombra: la temperatura, infatti, è a dir poco siberiana. Superato un colletto, però, torniamo a godere degli ultimi raggi del sole: la giacca che avevo indossato diventa quasi subito superflua, anzi, eccessiva.&lt;br /&gt;La pancia dà segni di tumulto, ma per ora li ignoro. Non ho voglia di fermarmi quassù, non voglio perdere nemmeno un minuto di luce. Il sentiero è aspro, insidioso, ripido. Intorno a noi, una cerchia di vette da levare il fiato. Scendiamo di buon umore, chiacchieriamo come sempre per tenerci svegli, con la prospettiva di concederci un po' di nanna – lì sì – al Lago Vargno. Il tratto più ostico di discesa lascia poi il posto ad una strada interpoderale. La decisione di affrontarlo con il favore dell'ultima luce del giorno, quel tratto, è stata proprio saggia. Passiamo in vista di alcuni alpeggi. Anzi, lungo la strada è parcheggiato un camioncino con il cassone... La tentazione balena ad entrambi: e se ci fermassimo a dormire nella cabina? Uhm... Mi vergogno troppo all'idea che qualcuno possa pizzicarmi mentre mi infilo abusivamente in un veicolo altrui. Meglio andar giù. Anzi su, perché le bandierine gialle presto ci impongono di abbandonare la strada sterrata in favore di un sentiero che s'infila nel bosco, sulla destra. Le fronde fitte ci costringono ad accendere già, in alcuni tratti, la luce frontale.&lt;br /&gt;Ricordo di aver patito duramente, l'anno scorso, questo breve tratto di risalita, che non mi era parso affatto breve, anzi. Il guaio è che, se t'illudi e ti convinci di dover affrontare una discesa, mal sopporti l'idea di dover invece risalire. Un breve tratto di ascesa sembra una salita hymalaiana. Anche oggi, i nervi sono già a fior di pelle. Mi distrae, per un attimo, l'incontro casuale con una bella salamandra, che solo per un pelo evito di calpestare. Poi riprendo la litania, "Basta, ma quand'è che scendiamo, quand'è che arriviamo al ristoro, non ce la faccio più".&lt;br /&gt;Mi tappa la bocca lo spettacolo di un tramonto di una bellezza commovente: il cielo s'incendia, i profili sempre più scuri delle cime si stagliano su uno sfondo rosso intenso. Tento invano di dare un nome a qualche cima; scatto un paio di fotografie. Una meraviglia. "Ecco – rifletto ad alta voce – se qualcuno mi domanderà perché io mi sia costretta a questo massacro, la risposta starà in quel che riempie i miei occhi in questo istante". E pensare che tanta gente consuma gran parte della propria esistenza caracollando da un bar all'altro, da un centro commerciale all'altro... Bah. Comunque, quelli non potrebbero capire, né apprezzare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"Lentamente l'ombra si allontana dall'Annapurna, le ore scorrono interminabili ed io per la prima volta non penso all'azione. Con lo spirito volo in Europa: tutto il mio passato mi scorre davanti agli occhi, ma non provo malinconia, benedico piuttosto il destino che mi sta regalando questa avventura. Nelle mie fantasie più folli non ero mai arrivato a concepire tanta grandezza e bellezza. Che cosa vale un'intera vita piatta e mediocre in confronto a queste ore di estrema azione e di totale felicità?".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lionel Terray, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"I conquistatori dell'inutile"&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Finalmente il sentiero piega deciso verso il basso. Man mano che scendiamo, la fioca luce ci abbandona. Più in basso, seguiamo il percorso di alcune luci che ci precedono, fino a scorgere la luce più forte del rifugio. Giorgio allunga il passo, preoccupato dall'idea di non trovare posto per dormire: sono tanti che, al Rifugio Coda, hanno seguito il nostro stesso ragionamento. Lo seguo a qualche decina di metri di distanza, sforzandomi di badare a dove metto i piedi, perché il neurone è già a riposo. E' difficile valutare quale sia la distanza del severo edificio in pietra che sovrasta la diga del Lago Vargno: per fortuna, una volta tanto, lo raggiungo prima di quanto osassi sperare.&lt;br /&gt;Non appena ci si ferma, il freddo è pungente. Ci informiamo subito circa la possibilità di dormire: sì, c'è posto, sia al piano inferiore, un po' più tranquillo, che a quello superiore, più rumoroso. Optiamo per la prima alternativa: stanchi ed infreddoliti, senza nemmeno toccare cibo, apriamo con cautela una porticina in legno, cigolante. Dal buio emergono i contorni di uno stanzone basso, separato dal piano superiore solo da un sottile soffitto fatto di assi di legno, che emettono strazianti lamenti ad ogni passo di chi si muove sopra di noi. Speriamo che regga. Attraversiamo uno stretto corridoio tra due file di brande; mucchi di coperte e mucchi di ossa dolenti si confondono, respri fiochi si alternano a lamenti. Troviamo, in fondo alla stanza, due posti per noi. Riesco a malapena a connettere quel tanto che basta per levarmi la giacca: infilarmi sotto le coperte indossando tutto quel che ho significa poi patire un freddo disumano, quando si uscirà di qui. Ma "uscire", per il momento, è un verbo che non appartiene al mio vocabolario. Mi convinco, e ci riesco alla perfezione, che non me ne andrò di qui se non dopo ventiquattro ore di sonno filato. Anche se ho appena raccomandato a Giorgio di puntare la sveglia tra due ore e, in ogni caso, di scrollare anche me se lui dovesse svegliarsi prima dell'orario concordato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si può dire che il sonno, qui, sia ristoratore. Nonostante le pesanti coperte e l'effetto stalla dato dall'ammasso indistinto di corpi, il freddo penetra nelle ossa e non molla la presa. Siamo stanchi, abbiamo gli abiti umidi di sudore. Siamo in uno stato a dir poco impresentabile. Per fortuna, questa disdicevole condizione ci accomuna, cosicché nessuno si schifa del vicino. Anzi, al contrario, basta così poco per regalarci qualche momento di conforto, nonostante tutto. Una spessa e ruvida coperta, probabilmente neanche più troppo linda, si fa apprezzare ben più di un lenzuolo di morbida seta nella lussuosa camera di un hotel. Non ci serve nulla di più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"In un certo senso, l'alpinista smette di vivere nel momento in cui comincia ad arrampicare. Esce dal mondo dell'ansia per entrare in un mondo in cui non c'è spazio né tempo per tali distrazioni. L'unica cosa che gli importa è sopravvivere al presente. Bollette e mutui da pagare, amici e nemici, tutto svapora nella necessità di concentrarsi su ciò che accade al momento. E' una vita separata, di decisioni semplici, nette: scaldati, nutriti, bada a quello che fai, riposati, abbi cura di te e del tuo compagno, sii presente. Presente, appunto: finché non c'è altro che il presente e non ci sono più paure a minare la sicurezza".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Joe Simpson,&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt; "Questo gioco di fantasmi"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Il risveglio, com'era prevedibile, è a dir poco drammatico. Abbandonare quel po' di caldo della coperta è uno strazio, uno sforzo supremo di volontà. Le palpebre incollate non vogliono saperne di reagire. Cerco a tastoni le scarpe; com'è difficile infilarle, quando i piedi gonfiano così. Anche Giorgio non è di buon umore. Si lamenta di non aver potuto riposare, come al solito. Non dorme nella vita di ogni giorno, figuriamoci qui...&lt;br /&gt;Guadagnare l'uscita è un trauma. Fa un freddo insopportabile. Al punto di ristoro, mangio qualcosa, bevo the caldo, prestando orecchio alle informazioni che arrivano via radio ai volontari sui numeri della gara. Quanti devono ancora arrivare, quanti ripartono, quando e dove. Le voci gracchiano nel marchingegno dai vari punti di controllo. Notte fonda, si riparte in salita. Destinazione, Col Marmontana, un'ascesa non troppo impegnativa ma comunque sufficiente a riscaldare un po' i muscoli intirizziti. Il sonno mi uccide, tornante dopo tornante, anche se una splendida luna ed un firmamento di stelle rischiarano il cielo. Circa settecento metri di dislivello, il passaggio accanto ad un alpeggio, il sentiero risale un pendio che non oppone alcuna difficoltà, se non il freddo ed il vento della notte. Peccato che, sull'altro versante, il terreno cambi radicalmente. Tocca affrontare una rognosissima pietraia, una traccia appena accennata tra sassi e pietroni che, ormai si sa, per me sono un vero incubo. Non posso che dire grazie alla potente luce della mia pila frontale; purtroppo, neppure quella è sufficiente a risparmiarmi tribolazioni infinite, mentre Giorgio salta di sasso in sasso come un camoscio. Quel che è peggio è che mi riesce enormemente difficile individuare le bandierine, al buio, in questo mare di pietre in cui il cammino non segue un filo logico né una traccia. Devo fare il possibile per seguirlo da vicino, altrimenti sono guai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel corso della lunga peregrinazione, ci accorgiamo ad un tratto di una potente luce che appare e scompare, senza regolarità apparente. Capiamo solo più avanti, avvicinandoci, che la luce altro non è che il punto di ristoro, allestito come già altri in precedenza con una struttura di plastica trasparente che fa da rifugio per i volontari. Non li invidio, poverelli: io schiatto di freddo già mentre sono in movimento... Ma che dire di loro, tutto il giorno e tutta la notte quassù immobili? Provo un moto di riconoscenza per questi due giovani tapini, relegati quassù, in mezzo al nulla. E non ' una frase fatta. Siamo proprio in mezzo al nulla. Tutto ciò che le nostre frontali illuminano è pietraia, senza neppure l'impressione di un sentiero. Unico segno di umana attività, la piccola diga che abbiamo superato appena prima del punto di ristoro. Un bicchiere di the caldo, qualche biscotto e via, si riparte, una bandierina appresso all'altra. Una ragazza, partita appena prima di noi, sentenzia che da qui a Niel sarà tutta discesa: se la memoria non m'inganna, temo che la fanciulla patirà a breve una cocente delusione...&lt;br /&gt;Procediamo per un breve tratto in piano, leggera discesa, ma ben presto la pendenza s'inverte e s'impenna. Tornantini molto ravvicinati e ripidissimi ci costringono ad una fatica improvvisa, cattiva. Ci tocca arrampicare: metaforicamente, per il primo tratto di sentiero, e poi sul serio. Ricordo bene questo penoso passaggio, piuttosto lungo, dove le bandierine segnano una rotta del tutto casuale tra i pietroni. La notte mi impedisce di mettere a fuoco gli appoggi più logici e meno traballanti per i piedi. E meno male che mi impedisce anche di guardare giù. Mi ero imposta di mantenere la calma, ma non ci riesco. Non mi sento affatto sicura su questi precari appigli, ho il cuore che batte furioso, le mani che tastano convulse le pietre. Giorgio sale davanti a me, spedito, sicuro; sento la sua voce vicina, ma fatico a trovare la traccia per seguirlo. Spesso rimango bloccata col naso in su. Che silenzio, che cielo. Solo una pietra malferma mi riconduce alla realtà. I miei nervi subiscono una dura prova. Le mani, pur protette dai guanti, patiscono il freddo della pietra. Giorgio è impaziente, prende vantaggio. Sento la sua voce che mi incoraggia: "Qui diventa facile, c'è il sentiero", avvisa. Tribolando, finalmente ci arrivo anch'io. Non si può tirare il fiato; la salita continua e la traccia, sia pure più comoda, impone comunque cautela per evitare di scartare e piombare di sotto, chissà dove. Il senso di essere abbandonati dal mondo è intenso, ma ora che appoggio i piedi su una base più solida riesco ad apprezzarlo appieno. Le linee aspre, minacciose della spaccatura nella roccia, la "Crenna dou Leui", a quota 2.300 m, emergono pian piano dal buio. Mi viene in mente l'immagine associata al Cerro Torre, il "grido di pietra": metafora che, fatte le dovute proprorzioni e senza voler peccare di irriverenza, calza a pennello anche a questo inquietante, imponente uncino di roccia. Pare un artiglio che, da un attimo all'altro, voglia piegarsi a ghermire l'ignaro viandante. Del resto, sarebbe la giusta vendetta per un simile passaggio che sa di beffa nei confronti della montagna, una stretta spaccatura ricavata là dove la pietra, sua sponte, non avrebbe mai concesso di scollinare. Buio e stanchezza condizionano anche le menti più razionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si scorge la fessura finché non ci si arriva proprio di fronte: occorre una buona dose di sangue freddo per riuscire a sporgersi dall'altra parte. Si vedono le luci di un abitato, ma chissà quante centinaia di metri più in basso, proprio sotto di noi, a piombo. Sento le gambe rammollirsi e la testa girare: calma... Qui non ci si può permettere alcun passo falso. Il sentiero, minuscolo, si tuffa verso il basso con un susseguirsi di secchi tornanti. Il mio compare procede sicuro, io vado con i piedi di piombo ed i bastoncini saldamente puntati. E non posso fare a meno,ogni tanto, di cercare il cielo. Per essere una notte oltre i 2.000 m, non ci si può lamentare del freddo. O forse è la tensione che contribuisce a mantenere alta la temperatura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Camminiamo e camminiamo ancora, spesso su pietraia, per un tempo che ci pare interminabile. Quasi senza accorgercene, passiamo accanto ad un cippo di pietre con la caratteristica forma a piramide molto allungata; è il Colle della Vecchia, ma per noi ormai abituati a salite e discese da capre non merita nemmeno di essere chiamato "colle". Stiamo marciando, in effetti, lungo un infinito saliscendi, ma abbiamo perso ogni riferimento nello spazio e nel tempo. Potremmo essere ovunque, potrebbe essere qualsiasi ora della notte. La tensione del passo incerto sulla pietraia mi sfinisce. Non siamo soli: altre luci spuntano e spariscono in lontananza, con movimento morbido e cadenzato, come boe sul pelo dell'acqua in un placido mare notturno. Siamo tante barchette, precarie come quelle che costruivamo da piccoli con il guscio di noce e lo stuzzicadenti, alla deriva.&lt;br /&gt;Sono questi i momenti in cui, per andare avanti, tocca proprio crederci, nel senso di credere che, prima o poi, da qualche parte si arriverà. Marciamo ormai da ore, almeno questa è la sensazione, e ci pare d'essere ancora e sempre impantanati nello stesso luogo. Sono certa che una meta ci attenda, prima o poi, ma... Dove?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oltre il colle, sono costretta ad una breve sosta. Di notte c'è almeno un'attività che risulta avvantaggiata: il "pit stop". Nessun timore di essere scrutati, o anche solo sorpresi per caso, da inopportuni testimoni. Di notte, tutti i deretani sono bigi, come i gatti.&lt;br /&gt;Giorgio si allontana. A fatica, perché ogni sosta e movimento diverso dall'ossessivo gesto della camminata comporta dolori e lamenti, mi rimetto in moto... Ma, di lì a poco, sono già ferma. Non vedo più bandierine. Torno qualche passo indietro, all'ultima balise; seguo l'orizzonte, anche con l'aiuto della frontale al grado massimo di illuminazione: niente da fare. Muovo ancora qualche passo, esploro verso destra, verso sinistra, nulla. Più in basso, al di là della mia invisibile barriera, risuonano alcune voci. Vi aggiungo la mia: "Voi, là sotto, riuscite ad indicarmi dov'è il passaggio?". Mi rispondono Giorgio ed un ignoto: tentano di darmi direttive, ma non c'è verso. Non riesco a scorgere una traccia e mi arrabbio con me stessa. "Aspetta, non muoverti – raccomanda la voce senza volto – vengo su io". Obbedisco: anche se questa attesa mi consuma nell'assurda angoscia di perdere tempo, rischierei di peggiorare la situazione, se dovessi tentare l'esplorazione. Mi stupisce come l'organizzazione del Tor, altrimenti impeccabile, abbia potuto essere così avara di bandierine, in questo tratto. Già ben prima di arenarmi qui, ho trovato difficoltà nella ricerca delle balise, poste secondo me a distanza eccessiva l'una dall'altra. Qui non c'è alcuna traccia di sentiero; l'orientamento è già arduo in questa notte splendida, limpidissima e rischiarata dalla luna. Non oso pensare cosa potrebbe accadere in caso di nebbia o pioggia!&lt;br /&gt;Mentre così rimugino, vedo spuntare una luce al di là di una roccia. Salvezza! Raggiungo il mio messia e lo seguo come un cagnolino fedele, giù per un tracciato che, adesso sì, mi pare ovvio. E' uno dei fotografi della gara; è schizzato su di corsa, velocissimo. Mi consola: non sono l'unica, a quanto pare, che si è trovata in difficoltà. Viaggio in compagnia fino ad un pianoro; il mio faro nella notte si ferma qui, io procedo seguendo le bandierine con un certo affanno. Di lì a poco, appare un altro angelo custode, un volontario che, mi spiega, ha già fatto più volte la spola da qui al prossimo punto di ristoro, per traghettare i viandanti disorientati. E' un personaggio già di una certa età e con una gran voglia di chiacchierare, oltre ad un passo invidiabile. Chissà quanta strada ha già percorso su e giù. Peccato che io sia troppo tesa alla ricerca dell'appiglio meno instabile, per dargli corda. Non ne posso più, finirà mai questo incubo? Vedo un alone di luce, dev'essere il ristoro. Ma non arriva mai... Quasi non ci credo, quando raggiungo lo spiazzo. Ho una gran fame, una gran sete. C'è Giorgio, già sul punto di ripartire; mi affretto per seguirlo, anche se resterei volentieri qualche istante in più a godere il tepore del falò. Mangio e bevo, come sempre, meno di quel che dovrei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Brevissima risalita; il sentiero, finalmente praticabile, punta in leggera discesa verso un colle, appena percepibile contro il nero della notte. Non l'oltrepassiamo: ci sfiliamo accanto e pieghiamo verso sinistra. Esorto Giorgio a procedere del suo passo: la discesa è lunga e sarà, per me, penosa come sempre. Lui ha tutt'altra andatura; è più saggio che scenda e si conceda magari una pausa un po' più generosa al ristoro di Niel, quota 1.500 m circa, dove farà anche meno freddo. Così, rimango sola con i miei pensieri. Ho un ricordo vago e confuso di questo tratto, dall'anno scorso. Certo il neurone deve aver rimosso, per autodifesa, la memoria di ciò che mi toccherà... Il sentiero corre per un lungo tratto in falsopiano, tra le avanguardie di vegetazione che segnano il rientro alla quota dei boschi; poi punta verso il basso, ma con un fondo che, lungi dall'offrire un minimo di stabilità, mi costringe ad una progressione lentissima, esasperante. Altrimenti, non c'è niente da fare, si scivola, si rovina per terra. Là dove la vegetazione concede uno scorcio, cerco di intuire la direzione del percorso, ma non c'è verso. Un unico sipario nero. Nessuna traccia nemmeno dei miei compagni di fatica. Mi assale la tristezza: sono ben consapevole di aver percorso il tratto dal Colle Marmontana a qui in un tempo vergognosamente lungo, anche se non ho alcuna idea di che ora sia. In queste interminabili notti, non esistono sentimenti pacati, non ottimismo o tristezza, non ci sono mezze misure; si passa senza sfumature dall'euforia incontenibile alla più cupa disperazione, dalle stelle alle stalle, è il caso di dirlo. Ed anche il corpo ne risente; lo zaino si fa più pesante, le spalle dolenti, le gambe rigide.&lt;br /&gt;Alla prima, breve risalita, un tuffo al cuore. Andar su, durante una discesa, significa che poi toccherà scendere ancor di più, ovvio. Eppure il tracciato, beffardo, inverte più volte la pendenza, serpeggia e sfugge tra i tronchi degli alberi che sfumano nel buio oltre il fascio della frontale.&lt;br /&gt;Sono ormai alla disperazione. Prima o poi finirà, è la regola, ma ormai comincio a pensare che non esista affatto, la fine. D'un tratto, il percorso piega deciso verso destra, fino a mostrare le luci di un abitato. Molto, molto più in basso... Mossa da un fuoco di furia omicida, cammino a passo spedito, la testa che scoppia. La figura che d'improvviso mi si para davanti sembra, lì per lì, un fantasma, il parto della mia mente sotto tensione. Eppure somiglia un po' troppo a qualcuno di mia conoscenza. Infatti è Giorgio, che riemerge fresco e riposato da una conca tra gli alberi in cui si è fermato a dormire un po'. Così fresco che riparte di gran carriera e sparisce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le luci del paese, beffarde, sembrano lì a portata di mano, eppure si allontanano ancora. Non mi par vero di scorgere traccia di presenza umana... Case, campanili, voci, musica. Coraggio, Gian, anche questa è fatta. Rabbia, angoscia, tristezza, evaporano come neve al sole. Però adesso datti una calmata, fermati, mangia con calma. Il primo barlume di luce del mattino. Già, facile a dirsi. Tra i tavoli del punto di ristoro, mi sembra di poggiare i piedi sui carboni ardenti. Mangio e bevo a mo' di boa: ingoio tutto intero... Giorgio tenta più volte di farmi ragionare: sarebbe opportuno fermarsi qui e dormire un po'; c'è un posto caldo, riparato, a nostra disposizione. Non è ancora giorno fatto. Sarebbe più che saggio. Forse proprio per questo, una simile soluzione mi fa orrore. Fermarsi no, non se ne parla nemmeno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'assurdità della mia cocciutaggine mi è evidente già a poche centinaia di metri dal ristoro. Si sale lungo una bella strada sterrata, facile, ma io crollo dal sonno. Testa pesante come un macigno, occhi che si chiudono; i piedi si trascinano al rallentatore. Percepisco, tra i fumi dell'intontimento, l'impazienza del mio compagno di viaggio, ma non posso farci proprio nulla. Sono disfatta. Ma non mi va di mollare: spero nel conforto della luce del giorno.&lt;br /&gt;Il mio incedere è sempre più lento, finché non sono costretta a capitolare. Giorgio è scettico ed ha ragione; fermarsi qui significa riempirsi di freddo. Abiti umidi di sudore, vento ed il momento più gelido della giornata, l'alba. La combinazione di circostanze peggiore per fermarsi. Ma non ho scelta, non posso più proseguire. Spingo Giorgio a continuare, ma lui non è menefreghista ed egoista come me... Io l'avrei fatto, al suo posto. Questa corsa è una parentesi al di fuori della vita; il Tor è qualcosa per cui sarei davvero disposta a passare sopra a tutto e tutti, come un rullo compressore. Lui no, si ferma, si prodiga alla ricerca di un anfratto tra gli alberi che offra almeno un'illusione di riparo dal vento. Mi siedo e crollo in un sonno di piombo.&lt;br /&gt;Mi risveglio, com'era prevedibile, in preda ai brividi, un freddo inimmaginabile che inchioda le ossa. Mi rimetto in moto con la testa che esplode. Ma la salita, come sempre, "atterra e suscita, affanna e consola". Passo dopo passo, mi sento meglio. La luce, finalmente. Anche oggi ci accoglie un cielo meravigliosamente azzurro. Credo sia mercoledì. Alle spalle, oltre 180 km.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"Nonostante il ghiaccio e la neve, nonostante l'altitudine e la difficoltà di alcuni passaggi, proseguiamo senza rallentare. Ancora una volta abbiamo trovato quello stato di grazia che, decuplicando le nostre forze e la nostra abilità, ci libera quasi dalle leggi della natura".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lionel Terray,&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt; I conquistatori dell'inutile&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Il sole illumina le cime; non vedo l'ora di sentirlo sulle spalle, tanto che mi viene voglia di correre. Beh, magari proprio correre no, diciamo affrettare il passo. Troppo forte la voglia di tornare in alto, troppo intensa la gioia di aver ritrovato le forze.&lt;br /&gt;La salita al Col de Lazoney, quota 2.300 circa, è impegnativa ma costante; il sole inonda la vallata; tornano, finalmente, i colori. Verde acceso dell'erba, azzurro intenso del cielo. Le gambe trottano come se fossi appena partita. Ritrovo la sorgente nascosta sotto una grossa roccia, supero la cornice oltre la quale la vallata si apre. La pendenza si attenua solo per un breve tratto; la luce è violentissima, accecante, tanto che diventa difficile individuare il sentiero, quando si procede proprio in faccia al sole ancora basso. Non posso trattenere un sorriso, mi sembra di rinascere; trotto via di gran carriera, tanto da costringermi a marciare con un po' di prudenza in più. Il colle è già visibile sulla sinistra, un po' più in alto, contro il cielo. L'euforia è tale che quasi non mi accorgo di averlo superato. Ci attende il passaggio attraverso un vasto e verdissimo prato acquitrinoso; inutile incaponirsi per schivare le pozze. Si va a bagno, sia benedetto San Goretex. Più che un sentiero, si segue una traccia delineata solo dalla teoria di bandierine attraverso i pascoli, fino a ricongiungerci ad un percorso ben marcato. Per ora, la discesa è appena accennata. Si viaggia comodi in falsopiano; si potrebbe correre, ma non ne ho alcuna intenzione, preferisco recuperare un po' di forze, fisiche e psicologiche. Il sentiero corre tra gli alpeggi in pietra, alcuni diroccati, altri in via di ristrutturazione. Giorgio spesso prende vantaggio, ma io resto impassibile. E' vero, sto benone, ma è meglio non tirare troppo la corda. Mi godo il sole. L'unica nota negativa è il dolore ai piedi: intenso, pulsante, sembra colpisca – mi si perdoni la probabile castroneria medica – le ossa “sotto” il piede. Come se la pianta del piede, o meglio la sua parte anteriore, fosse diventata sensibile in modo esagerato al contatto con le pietre.&lt;br /&gt;Tiro un gran sospiro di sollievo, in vista del Rifugio Ober Loo. L'anno scorso, qui, ci era stato offerto un ristoro con formaggi e salumi di ogni genere, tutti prelibati. Le mie speranze non vanno deluse: nonostante la mia cronica miopia, metto a fuoco già da lontano le tome ed il luccichio dei coltelli. Ci arrivo, finalmente, e con la giusta dose di fame per spazzolare tutto. Una babele di lingue intorno a me, ma mi pare di capire, dal tono delle esclamazioni in vari idiomi e dall'espressione dei volti, che tutte esprimano lo stesso gradimento, non solo per i formaggi ma anche per la gustosissima torta di nocciole e per le crostate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La discesa è ancora lunga, ma nulla a che fare con la precedente su Niel, terribile. Si alternano lunghi tratti di falsopiano lungo il torrente con sparute chiazze di bosco. A tratti, perdiamo quota in modo un po' più deciso, attraverso il bosco, marciando su un fondo di sabbia e pietre. La giornata è magnifica; procediamo di gran carriera, allegri, addentrandoci nella vegetazione e verso la bassa valle. Ero fermamente convinta di dover affrontare, prima di Gressoney, ancora una risalita; una volta tanto, non è così. Piacevole sorpresa. Non c'è alcuna risalita; il sentiero ci scodella direttamente sull'asfalto. Tutto bene, se non fosse per il male ai piedi. Mi sa che è colpa mia: giusta punizione per aver scelto un paio di scarpe già vicine alla distruzione... Per tirchieria, per “risparmiare” il paio nuovo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'asfalto riverbera quel po' di calore del sole di settembre; un contadino lavora in un campo. Gli fa compagnia uno splendido Collie dall'aspetto dolce e mansueto; gli regalo una coccola... Prontissimo il padrone: “Se lo vuoi, te lo vendo”. Vendere il proprio cane, ma neanche per scherzo! Credo che potrei vendere qualche familiare senza troppa difficoltà, ma mai e poi mai uno dei miei amori a quattro zampe!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Raggiungo Gressoney in condizioni decisamente migliori rispetto allo scorso anno, quando qui ero in preda ad inarrestabili allucinazioni. Seguendo la strada principale ed i profumi invitanti che emergono dalle case e dai giardini, arriviamo alla palestra destinata a base vita. Anche qui, i borsoni sono già pronti ad attenderci. Con calma, doccia e cura dei piedi martoriati; tolgo le scarpe con gran sollievo, ma chissà se riuscirò a rimetterle... Anche camminare a piedi nudi sul pavimento liscio è una tortura. Ci dedichiamo anche alle libagioni: pasta, pane, yogurt, bibite energetiche, birra. Nell'ampio spazio del centro sportivo, la quiete regna sovrana. Il grosso dei corridori deve ancora arrivare. I piedi pulsano di dolore. Gian, ma chi te lo fa fare di soffrire così? Butto giù mezza bustina di antiinfiammatorio e spero. Solite applicazioni di Pasta di Fissan e via, ancora all'avventura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il percorso prevede un tour nel centro del paese; peccato che, quando si torna sulla strada principale, non si riesca a capire dove andare. Puntiamo diritti a sinistra, ma non tardiamo ad accorgerci della mancanza di bandierine. Torniamo indietro qualche centinaio di metri, ma non c'è modo di cogliere la direzione corretta. Siamo lì lì per telefonare all'organizzazione, quando una madama affacciata ad un balcone richiama la nostra attenzione e ci spedisce sulla retta via. Attraversiamo un ponticello e ci ritroviamo a trottare su una bella strada sterrata, in impercettibile salita. Il sonno si fa sentire. Alla fine, vince la tentazione: chiedo dieci minuti di pausa, a cui Giorgio acconsente di buon grado. Mi siedo a bordo strada, la testa appoggiata sull'erba, e mi godo un breve ma profondissimo sonno, al tepore del sole. Non così il mio compagno di sventure, che non dorme mai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fine della pacchia, ci attende ora una risalita davvero aspra, ripida, cattiva, a rampe e tornanti secchi. La fatica non ci impedisce di chiacchierare ancora, nonostante i muscoli tesi e la cassa toracica in tumulto. I maestosi tronchi, i lunghi rami di legno scuro egli aghi di un intenso verde appartengono a splendidi esemplari di “Larix Decidua”, come recita la tavola illustrativa. Le rampe del sentiero rendono minuscole le case del fondovalle e ci portano ben presto al Rifugio Alpenzu, accolti dalle feste dei volontari. Incredibile come siano sempre così sinceramente calorosi. Mangiamo pochi bocconi e via, ancora in salita. Era notte fonda, qui, l'anno scorso. Oggi invece saliamo con la fortuna di un sole splendido. Passiamo accanto a due alpeggi; due donne chiacchierano in compagnia di cinque o sei bellissimi cagnoni. Mi colpisce la più anziana, senz'altro con un rispettabile numero di primavere sul groppone, ma dritta, energica e con due splendidi occhi azzurri. Ci salutiamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ascesa al Col Pinter è lunga; dai 1.200 m di Gressoney si sale ai 2.770 del colle, passando per i 1.700 del Rifugio Alpenzu. Una bella valle ampia, verdissima e punteggiata di alpeggi in pietra. Stavo davvero male, qui, un anno fa, e Giorgio non era certo in condizioni migliori, tanto che, alla lunga, eravamo stati costretti a rifugiarci in una baita abbandonata, mentre fuori urlava il vento, per dormire un po'. Ritroviamo oggi con un sorriso quella stessa baita e ci accorgiamo che di ripari del genere, qui intorno, ce n'è a bizzeffe. Ovviamente, quella notte, non avremmo potuto scorgerli. Ci imbattiamo persino in una struttura più grande che, a giudicare dalla quantità di bandierine multicolori ad ornamento della facciata, sembra un rifugio vero e proprio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da qui si può vedere tutto il tracciato fino al colle. Quando siamo circa a quota 2.300 m, cedo alla tentazione di provare ad inseguire un rivale, che tengo d'occhio da un po'. “Provo ad andarlo a prendere – dico a Giorgio – tanto in discesa mi riprendi”. Ed allungo il passo, con cautela. Ho una gran voglia di raggiungere quella che, da qui, sembra una bella rampa tosta, a tornanti... Il mio rivale si ferma, ma ormai mi sono adattata all'andatura e proseguo del mio passo. Misuro il distacco dagli “inseguitori” dal volume delle loro voci.&lt;br /&gt;Nel tratto finale, il sentiero si impenna. Non appena scollino, m'investe un vento forte e freddo. Proseguo senza fermarmi: tanto, da che mondo è mondo, Giorgio in discesa se la cava molto meglio di me; mi raggiungerà senz'altro. Il primo tratto è quasi facile; si va giù in vista di un bel lago blu. Dall'alto, cerco di intuire se si andrà a destra o a sinistra rispetto allo specchio d'acqua: qui i ricordi sono un po' confusi... Vedo alle mie spalle un puntolino che scende: eccolo, dev'essere in arrivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un breve tratto in piano, poi il sentiero si tuffa letteralmente verso il basso, oltre una balconata che mette le vertigini. Qui la mia vita si complica. Mi arriva alle spalle Mauro, corridore ligure con cui posso forse competere in salita, ma non certo in discesa; sembra letteralmente volare sulle pietre, qualunque sia la stabilità degli appoggi. Gli chiedo di Giorgio: strano che non sia ancora arrivato... Pare comunque che stia scendendo. Infatti, conquistato faticosamente il fondo del tratto a tornantini ripidi, mi volto e vedo un puntino rosso che viene giù. Ok, è lui.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tracciato, da qui, diventa agevole; corre per un lungo tratto attraverso prati ondulati e laghetti. Sarebbe terreno da corsa; come sempre, non per me, però. Procedo comunque di buon passo; sto bene, il sole mi mette di ottimo umore e, soprattutto, mi infonde incontenibile energia. Il verde dei prati dà allegria.Sentiero, strada sterrata, un gruppetto di case; sorpresa stupenda, un punto di ristoro che non mi aspettavo. E' un piccolo bar che ha allestito alcuni tavoli con ogni leccornia, dai biscotti ai succhi di frutta, yogurt, cioccolato, soprattutto le meravigliose barrette di cioccolato Novi al mio gusto preferito, il riso soffiato. Con immensa soddisfazione, ne rubo due: quando mai potrò abbuffarmi a cuor leggero, se non ora?&lt;br /&gt;Una sorta di inspiegabile furia mi strappa via dal tavolo del ristoro prima ancora che Giorgio mi raggiunga. Lascio un messaggio per lui ai volontari lì presenti: "Ditegli che lo aspetto al rifugio Crest". E già in cuor mio spero che non ci sia affatto da aspettare: spero che, per allora, mi abbia già raggiunta. L'attesa è qualcosa che mi distrugge. Non posso pensare di restare ferma se non è strettamente indispensabile, nemmeno un minuto. Il Tor è tutto... E non c'è via di mezzo. Proseguo lungo un sentiero in leggera discesa; mi raggiunge, di lì a poco, Mauro. Manca ben poco al Rifugio Crest; passiamo nei paraggi di un bell'alpeggio e, anche qui, raccogliamo saluti ed incoraggiamenti. Incredibile, quanto la gara sia sentita anche nei più sperduti angoli della valle, da tutti. Si procede di buon passo, fino al piccolo abitato di Crest, dove, in cima ad una breve ma secca risalita, si raggiunge il Rifugio Vieux Crest. Quando sono in alto, un'occhiata rapida giù mi permette di individuare Giorgio. Sta arrivando. Salgo la bella scala in legno del Rifugio; segno il mio tempo e vorrei fuggire all'istante... Ho commesso, poco fa, l'imperdonabile errore di accendere per un attimo il telefonino e leggere il messaggio di un amico: "Sei decima". Immediato attacco di schizofrenia acuta: una prima me stessa vorrebbe dar fuoco alle polveri, schizzare via con tutto il fiato che ha in corpo, fare il possibile per conquistare una posizione in classifica che, al Tor, potrebbe essere di tutto rispetto. L'altra me stessa, quella saggia, tenta di dissuadermi: ma dove vuoi andare, con altri cento e rotti km davanti? Che classifica e classifica, tu non hai il fisico per fare classifica, potrai ringraziare se arrivi alla fine! E poi smettila, datti una calmata, aspetta quel poveretto che, quand'è toccato a lui, non ti ha abbandonata. Ma non c'è niente da fare... Il mio neurone ha già serie difficoltà di funzionamento in condizioni ordinarie. Figuriamoci qui, con la fatica, la stanchezza delle notti insonni, l'assurda euforia del momento. Non appena la chioma d'argento di Giorgio fa capolino su per la scala, quasi lo investo: "Sono decima, senti... E' un'occasione, non mi capiterà più nella vita... Io ci provo"! E sono così vigliacca da non trovare il coraggio per dire ciò che vorrei davvero dire adesso: "Io vado avanti da sola". Ecco, questo vorrei sentirmi rispondere; "Vai, provaci, ce la puoi fare, non perdere tempo, non aspettarmi, buona fortuna". Quel che mi aspetterei da un amico. Il guaio è che sono miope, tremendamente miope, non solo nella vista. Non mi rendo conto che sto pretendendo un comportamento da amico quando io stessa, nello stesso istante, ripago con la moneta di uno sconfinato egoismo. Giorgio, già inferocito perché non l'ho aspettato – ma cosa sto facendo qui, secondo te? - reagisce in tutt'altra maniera, con uno dei suoi scatti di rabbia che ormai ben conosco. Lì per lì vorrebbe fermarsi a mangiare, mentre io pesto sulla stessa mattonella come un animale in gabbia, preda della stretta del rimorso che mi impedisce di partire per la mia avventura. Poi si alza, rabbioso, e schizza via. Resto interdetta: beh, se non altro... Un effetto positivo l'ho ottenuto! Basta fargli saltare i nervi, risultato peraltro molto facile da raggiungere dato il carattere del soggetto, e quello parte come una macchinina caricata a molla, anche se un attimo prima era moribondo. In più, è un motore per cui un pieno di rabbia è carburante che dura per un sacco di tempo e chilometri!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi avvio anch'io, ma a tutt'altra andatura. Lungi da me tentare di corrergli dietro. E' il mio Tor, è la gara a cui tieni di più, Gian, anzi in questo momento è tutto ciò che conta nella tua esistenza. Potrà sembrare superficiale, ma è così. Non è una guerra né una sfida, è un lungo viaggio in compagnia della fatica, con il permesso della montagna. E se la montagna vorrà accordarti la benevolenza dei suoi sentieri e del suo cielo azzurro, arriverai a Courmayeur. Ma il successo o il fallimento dovranno dipendere solo da te. Non devi permettere a nessuno, chiunque egli sia, di metterti i bastoni tra le ruote, costi quel che costi.&lt;br /&gt;Così rimugino mentre procedo lungo un sentiero, e poi una strada sterrata, che attraversa i tristi scheletri estivi degli impianti da sci. Ovvio che ciò che è successo al Rifugio Crest non mi lascia indifferente, però non riesco a trovare una spiegazione né una giustificazione a tanta rabbia. Non posso immedesimarmi, perché mi trovo nel luogo più bello del mondo, parte della corsa più bella del mondo, e mi vien da sgranare a ritroso le maglie dell'immensa fortuna che mi ha accompagnata sinora: sono fortunata perché sono qui, sono qui perché l'anno scorso ce l'ho fatta, ero al Tor l'anno scorso perché qualche anno fa ho scoperto quasi per caso la corsa in montagna, l'ho scoperta perché già correvo e già le gambe mi portavano lontano, e perché sono nata con una sana e robusta costituzione in una famiglia che non mi ha mai fatto mancare nulla... Insomma. Sono felice. E per questo non riesco a capire chi va su tutte le furie. D'altro canto, mi rammarico di non essere stata fedele ai miei propositi pre-gara. Quando si affronta la prima esperienza in una prova di questo genere, è utile procedere in compagnia, perché, per quanto si possa essere organizzati e preparati, è davvero dura far fronte da soli alle asperità di tante notti e tanta stanchezza. Quest'anno, però, consci dei nostri caratteri tutt'altro che malleabili, Giorgio ed io avremmo dovuto viaggiare ciascuno per proprio conto. Avremmo evitato di farci del male...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La luce del sole pian piano si attenua, l'aria si fa frizzante. Cammino ormai da tempo con la testa altrove; anche qui si potrebbe, si dovrebbe correre. Mi ritrovo, senza pensarci, a passare davanti ad un rifugio; un cagnetto mi si avvicina, ma è diffidente. Rifugio Ferraro, ma non è una tappa del giro. Ho perso il senso del tempo e dello spazio, quando il sentiero abbandona il lungo falsopiano per imboccare una decisa discesa in mezzo al bosco. E' quasi buio ormai. Si vedono luci a fondovalle, ma ho un vuoto di memoria circa il percorso; non so bene dov'è che si arrivi, come prossima meta intermedia, e non ho alcuna voglia di estrarre dalla tasca la cartina.&lt;br /&gt;Di lì a poco, a fugare i miei dubbi provvede un corridore che sta risalendo di gran carriera: mi ferma, preoccupato; mi mostra la traccia del percorso e mi domanda, in inglese, se questa sia la strada giusta o se piuttosto non abbia saltato un punto di controllo. No, lo rassicuro, vai tranquillo, vedi, il ristoro è al fondo di questa discesa. E gli indico col dito il prossimo paese, Saint Jacques. Ringrazia, riprende la sua corsa, questa volta verso il basso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando sono ormai nei paraggi dell'abitato, alzo la testa e... No, eppure non ho bevuto. E non sono ancora addormentata. Ma è proprio lei? Una voce squillante mi chiama per nome... Ilaria! Reduce dai Campionati Mondiali di 100 km in Olanda, pochi giorni fa... Che ci fa qui? "Portami le Cascadia, portami le Cascadia!". Mi fa ribaltare dalle risate... Prende in giro il povero Luciano, di cui sta andando in soccorso. Il quale, poco prima di Donnas, interrogato dall'alto del mio scetticismo sulla qualità delle sue strane scarpe Hoka dalla suola spessa una coltellata, ne decantava le doti... E' evidente che ha cambiato idea! Scambiare qualche parola con Ilaria mi rigenera lo spirito. Ha portato a termine la prova del Campionato, nonostante mille difficoltà, con la caparbietà che le è caratteristica, e chiude con una sentenza che suona più o meno così: "...ma devi arrivare alla fine, a costo di strisciare, non devi mollare! Ma cosa lo dico a fare, a te...". In questo preciso istante, è come se mi avesse consegnato un fardello, un preziosissimo fardello, da condurre fino al traguardo. Ce la devo fare, non foss'altro che per meritarmi la sua fiducia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci salutiamo. M'infilo tra le case del paese. Una finestra illuminata nel mezzo di un bel muro in pietra, un enorme San Bernardo col padrone, accanto all'ingresso. Entro, una nuvola di caldo e profumo di pappatoria mi avvolge. Col migliore dei miei sorrisi, mi rivolgo a Giorgio che è lì sulla sedia, evitando per precisa intenzione di domandargli cosa diamine gli sia preso. Anche perché lo so benissimo, cosa gli è preso. Abbiamo entrambi intenzione di fermarci a dormire un po'. Nonostante la fretta, mi costringo a due ore di riposo. La prossima meta è il Colle di Nannaz, poco sotto i 2.800 m di quota. Meglio ritemprare un po' le forze. I volontari ci accompagnano al piano superiore, con gran cigolio di legno, e ci forniscono un praticissimo sacco con cui rivestire letto e cuscino, alla fioca luce gialla di una lampadina. In questo momento, al diavolo la fretta. Il conforto di un materasso è una goduria indescrivibile, soprattutto perché so di meritarmela. Concordiamo un paio d'ore di sonno, con la solita clausola: se ti svegli prima, chiamami.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la ben nota pena del contrappasso, tanto è dolce l'abbandono tra le braccia di Morfeo, quanto è duro e doloroso il risveglio. E' anche per questo, che vorrei fare a meno di fermarmi a dormire; perché ogni volta la partenza è più drammatica della precedente. Ci trasciniamo al piano terra, ci equipaggiamo per la lunga notte; mangiamo ancora qualche boccone, poi via, pile frontali in testa, ci buttiamo fuori, nel freddo della notte. La quarta notte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Risaliamo in silenzio, ciascuno perso nei suoi mugugni e nei suoi deliri da sonno arretrato, con la verve di due bradipi fiacchi. Il fragore di un torrente intontisce e disturba i pensieri. Su attraverso il bosco, con gli occhi fissi al cerchio di luce della pila. Una strada sterrata, un bivio, un alpeggio, i cani che abbaiano, la vegetazione che si dirada, finché la montagna ed il cielo si fondono in un'unica sfumatura di nero. Dobbiamo salire parecchio, prima che la vallata si faccia più ampia e ci mostri, ancora molto lontane, le luci del Rifugio Grand Tournalin. Il freddo è pungente, nonostante pantaloni lunghi e giacca in Goretex; le mani dolgono nei guanti di pile. L'avvicinamento è lento e faticoso. Più in alto, leggermente a destra, si scorge il passaggio del colle.&lt;br /&gt;Al Rifugio, una tappa è d'obbligo. Comincio a capire, fatte le debite proporzioni, quel che provano gli alpinisti delle quote estreme, quando narrano delle loro ascensioni che si fanno sempre più faticose, quando ogni passo è più pesante del precedente ed il fiato viene a mancare, ed il minimo movimento costa uno sforzo esagerato. Non sono ridotta così, per fortuna, però non perdo occasione  per una breve sosta.&lt;br /&gt;La salita ai 2.770 m del Col di Nannaz è ancora lunga, il buio impenetrabile, la testa pesante, i pensieri confusi, i minuti e le ore della stessa lunghezza. Un passo dopo l'altro, combattendo il sonno, contando i respiri. Silenzio, quando le parole potrebbero servire almeno a cacciare un po' di torpore...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un freddo rabbioso ci accompagna verso l'alto e oltre il colle. Se non fosse per la forza di gravità, prima nemica e poi preziosa alleata, quasi non mi accorgerei di aver superato lo scollinamento. Eppure la piramide di pietra è lì a ricordarmelo. Il Cervino appare lungo la discesa come un'ombra appena accennata nel buio, eppure anche così, sagoma appena percepibile agli occhi allucinati dalla pila frontale, è maestoso. E confortante. C'è...&lt;br /&gt;Ancora una volta, inquino l'aere con le mie discutibili performance canore, ma è l'unico modo che al momento mi sovviene per tenere impegnato il neurone. La ricerca delle parole e delle melodie, che scorrono impeccabili finché stanno chiuse nella scatola cranica, costringe ad un minimo di attività elettrica le altrimenti inutili strutture contenute nella capoccia. Do libero sfogo alle corde vocali, incurante delle due o tre persone che sento avvicinarsi alle mie spalle. Giorgio è sempre un po' avanti: e poi si lamenta di essere solo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le prime luci ci ingannano; sono splendide case in pietra, primo baluardo di civiltà, ma ancora lontano da Valtournenche, prossima base vita. Per trovare un po' di requie, tocca ancora affrontare il tratto di discesa nella pineta, lo stesso che ricordo anche dal Cervino X Trail del 2010. Ormai da queste parti sono quasi di casa! Giorgio guadagna terreno, non lo vedo più. In compenso, alle prime case di Valtournenche, raggiungo un corridore che, come me, procede con passo stanco, a zig zag. E' evidente che non sono la sola a combattere contro il sonno. Per un poco, cammino dietro di lui, scrutandolo di nascosto. Alla fioca luce dei lampioni, ora che ho spento la frontale, vedo un bell'uomo biondo, con gli occhi chiari e la carnagione scura. Mi chiede, in perfetto inglese, quale sia questo paese; colgo l'occasione per domandargli da dove venga. Scopro così che è canadese. Un motivo in più a sostegno del mio vago sogno, per un vago futuro, di un viaggio tipo trekking in Canada!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla base vita di Valtournenche non mi faccio mancare una lunga e corroborante doccia. Il locale bagno e doccia per le fanciulle è deserto e tutto a mia disposizione, anche se, uscendo, mi trovo di fronte ad un marcantonio che di muliebre ha ben poco. Eppure, se il neurone non ha ancora reso del tutto l'anima, direi che il simbolo sulla porta è una donnina stilizzata! Del resto, è anche normale che, in questo stadio di devastazione psicofisica, l'atleta cominci a nutrire dubbi anche sulla propria identità sessuale... Alla fine, li nutriremo anche sull'identità anagrafica; dovremo consultare la carta d'identità per ricordare chi siamo e dove dobbiamo tornare a casa...&lt;br /&gt;Vorrei riposare un po'. Scendo al piano inferiore; nell'enorme sala dell'auditorium, tra le file di poltroncine, trovo Giorgio, o meglio il suo zaino ed il suo borsone giallo. Non mi resta che attenderlo qui. Mi sistemo su una poltrona: non è esattamente la sistemazione ideale per dare conforto alle ossa peste, con la testa appoggiata allo schienale, le ginocchia sul bracciolo ed i piedi penzoloni, ma a me in questo momento pare di dormire tra due guanciali. Precipito in un sonno di piombo, interrotto di tanto in tanto dalle voci di chi va e viene, ma senza che io riesca mai a riemergere al livello di piena coscienza. Mi sento immersa in una realtà ovattata, luce fioca e rumori attenuati. Ho tanto sonno. Non avrei dovuto cedere le armi alla stanchezza... Ora non riesco più ad uscirne. Il freddo mi penetra nelle ossa, anche se il locale è chiuso e riscaldato; non riesco a darmi il comando di alzarmi e trasferirmi su una brandina, o almeno di coprirmi.&lt;br /&gt;Una voce più viva delle altre mi scuote. "Vado a mangiare", mi avverte Giorgio, ricomparso da chissà dove. Fatico ad articolare una risposta; provo lo stesso istintivo fastidio che mi assaliva ai tempi in cui mia mamma mi buttava giù dal letto perché andassi a scuola, ecco. "Va bene, io dormo ancora un po'", questo è ciò che provo a rispondere, anche se non so cosa si possa percepire. Il mio compare, che a giudicare dal tono di voce non ha ancora sepolto l'ascia di chissà quale guerra, si allontana. Di lì a un tempo indefinito, la voce torna e mi sorprende in un momento di vera difficoltà, sospesa in un torpore colloso da cui non posso liberarmi, come fosse il fango delle sabbie mobili. Mi scuote, seccato, annuncia che ha intenzione di ripartire. Dallo sfinimento, come dal vino, scaturisce la sincerità senza veli. Non ricordo le esatte parole, ma mi stupisco io stessa del tono esasperato con cui sbotto qualcosa del genere: "E vai, parti, lasciami in pace! Voglio dormire ancora un po', poi arrivo...". "Sì, come no", ribatte Giorgio, a questo punto furioso. Con gli occhi impastati, lo vedo afferrare lo zaino ed il borsone e sparire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi risveglio definitivamente più tardi, non so quanto. Freddo e male a tutti gli ossicini, noti ed ignoti, per aver dormito come uno straccio vecchio buttato via. Pian piano, riattivo i muscoli dolenti e raccolgo la mia mercanzia. Un ultimo sforzo di volontà e sono fuori. Non per partire, non ancora; non posso saltare il passaggio al tendone del ristoro. Non voglio cedere, questa volta, alla fretta; una pasta me la devo concedere, ed anche una buona dose di tarocco della Red Bull. Anche qui trovo volontari prodighi di complimenti; mi servono persino al tavolo, tanto che mi sento persino in imbarazzo. Ma di una cosa sono certa: nemmeno il più prestigioso ristorante a cinque stelle varrebbe un infinitesimo di quel che vale, per me, essere seduta qui, adesso. Mi rimpinzo per benino e me la concedo, una pacca sulla spalla: sono stata brava, fin qui. Ma non è finita. Per fortuna. Chissà da quanto tempo è ripartito Giorgio, chissà a che punto è. Potrebbero essere minuti oppure ore. Chissà perché deve sempre comportarsi in questo modo irrazionale, chissà con cosa ce l'ha, adesso. Con me, ovvio... Ma il motivo mi è oscuro. Del resto, lui è solito considerare come gravissime offese personali anche episodi che per me meritano la considerazione di dieci secondi e niente più... Non c'è posto, nel mio viaggio, per giochi di testa, rancore e dispettucci, e non ce ne sarà finché non si sarà oltrepassato il traguardo a Courmayeur. E allora, per quanto mi riguarda, se l'avrò conquistato, sarò talmente felice che qualsiasi ombra sarà insignificante, minuscola, spazzata via. Con buona pace di chi vorrà invece continuare a coltivarla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un po' appesantita, mi rimetto in marcia ed attraverso il parcheggio del centro sportivo. Giù, oltre la strada principale di Valtournenche. Un breve tratto di sentiero in discesa. Raggiungo un altro concorrente; insieme ci lamentiamo del freddo: si va verso l'alba, il momento più gelido della giornata. Un personaggio pittoresco ci corre incontro e si precipita su, verso la base vita; ha saltato il punto di controllo. Continuo la chiacchierata con Ernesto, del gruppo di corridori di Brescia. Menar la lingua è uno dei modi più efficaci per risalire dagli abissi del sonno, soprattutto quando capita di scambiare quattro parole con un perfetto sconosciuto. Aguzza la curiosità e l'ingegno. Riprendiamo a salire ed apprendo che il mio nuovo compagno di viaggio è un veterano delle corse lunghe ed impegnative e che è prossimo nonno di una nipotina di nome Vittoria. Così, non mi accorgo di quanto ripido sia l'attacco della nuova salita, e questo è bene; meno saggio è perdersi nella chiacchiera con tanta foga da non accorgersi di aver sbagliato strada. Ma un lungo tratto di marcia piatta, facile e comoda non è roba da Tor. Soprattutto perché mancano le ballise. E' un po' che non ne vedo più... Titubanti, optiamo per la ritirata. Gran dispetto per il tempo perso, avremo marciato almeno per un chilometro fuori rotta. Torniamo sul luogo del delitto: Ernesto è così cavaliere da non farmi pesare la colpa dell'errore, anche se, tra i due, sono io quella che è già passata di qui!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torniamo a salire e si fa giorno, mentre passiamo nei pressi della centrale idroelettrica e poi, oltre la quota del bosco, lungo cespugli di mirtilli e rododendri, in vista della diga di Cignana, giusto in tempo per vedere spegnersi i lampioni al culmine dell'invaso. Lo spettacolo dell'alba è ancora una volta meraviglioso: le cime si staccano dallo sfondo una ad una; l'aria limpidissima è gelida e permette di distinguere i più piccoli dettagli della selva di pareti e guglie. Ernesto è tollerante, si adatta al mio passo come sempre molto prudente. Raggiungiamo la casupola del custode, proprio sotto il muraglione della diga; ancora un paio di tornanti e ci troviamo di fronte al piccolo Rifugio Barmasse. Si mangia. Il mio collega è molto parco, mentre io non lesino né sul cibo né sui beveraggi. Coca Cola e frutta secca e via, si riparte subito. La luce si fa sempre più forte; ci voltiamo ed ammiriamo, per l'ultima volta nel nostro viaggio, la sagoma del Cervino. Il ghiacciaio brilla al sole mattutino. Sull'erba, sotto i nostri piedi, la brina... Ecco perché patiamo tanto freddo!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passiamo accanto all'alpeggio di Cortinaz Damon; una leggera discesa fra strada sterrata e prato ci ricollega ad un altro tratto di strada bianca. Cartina alla mano, Ernesto evita per un pelo un'altra cantonata nell'itinerario, a causa di una bandierina sistemata in modo equivoco. Proseguiamo lungo il sentiero che indica la Fenetre d'Ersaz, una meravigliosa balconata a circa 2.300 m di quota su una vallata di pascoli verdissimi, punteggiata di alpeggi. Da levare il fiato, e non per la fatica. Un breve tratto di facile discesa e ci immettiamo su una carrozzabile sterrata, che sale con pendenza appena percepibile per un lungo tratto. Siamo ancora in ombra; il freddo è pungente, le mani rigide nei guanti di pile. Passiamo poi su sentiero, per una breve risalita. Da quassù sembra di guardare una carta geografica; non ci sono alberi, nulla che ostacoli la vista sugli alpeggi, sulle stradine che li congiungono, sui pascoli. Tutto talmente lindo ed ordinato che sembra più un campo da golf che non una vallata alpina!&lt;br /&gt;Raggiungiamo l'alpeggio di Grand Raye, quello dove, lo scorso anno a sera, ho potuto ammirare le evoluzioni di un elicottero giunto sin quassù per prelevare un corridore infortunato. Ricordo ancora con tanta pena le lacrime del poveretto. Anche oggi, pappatoria e beveraggi a volontà, e guai a chi si azzardi ancora a sostenere che i margari sono scorbutici!&lt;br /&gt;Ad ogni tappa, il povero Ernesto è costretto a subire le mie memorie di un anno fa. Il poveretto, tuttavia, sopporta con rassegnazione. Così allena la pazienza per il suo futuro da nonno! Ripartiamo calpestando una crosta di fango gelata, il fiato che si fa nuvoletta davanti al viso. Beh, direi che la temperatura può solo migliorare.&lt;br /&gt;Il sentiero ci porta ai 2.700 e rotti metri della Fenetre du Tsan: la porta, anzi la finestra in questo caso, verso il tratto forse più bello di tutto il bellissimo viaggio. L'anno scorso non ho pututo ammirare alcunché del paesaggio; di quella lunghissima notte ricordo solo un'infinita marcia verso luci lontane che non si raggiungevano mai, mai, tanto da arrivare a dubitare che esistessero davvero, a credere di essere sospesi nel nulla, senza più una meta. Oggi, al di là del colle, un ripido sentiero mi precipita verso un maestoso anfiteatro di guglie ed un lago di bellezza incommensurabile, di un blu che noi della generazione tecnologica saremmo portati a credere possibile solo come ritocco di Photoshop. Mi sento salire dentro una felicità che difficilmente riesco a contenere. Calma Gian, non è ancora finita... Calma, non è il momento di correre, non si può strafare. Ma come riuscire a tener ferme le gambe? Questo è il Paradiso... E non ho gli occhi abbastanza grandi per abbracciarlo tutto!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vedo Giorgio allontanarsi dal bivacco Reboulaz mentre ci arrivo. Una tavola imbandita di ogni leccornia possibile. C'è Mauro in attesa di un amico; ogni tanto, un volto noto fa piacere... Anche il cioccolato fa piacere, soprattutto ora che il sole comincia a scioglierlo. Ripartiamo di gran carriera, passando accanto al Lago di Luseney, placido, immobile. Tutto quel che ricordo di questo lungo tratto è un viaggio sempre a mezza costa, salite e discese brevi; solo ora riesco ad associare immagini a quella sequenza di sensazioni senza luce. Risaliamo una pietraia aspra, fino a valicare il Col Terray. Ancora una breve discesa, ancora una marcia lungo un pendio finalmente inondato di sole. Il torrente, di cui nella notte si percepiva solo il rombo lontano, e la valle sotto di noi, punteggiata di alpeggi e tracce di vita. Resto senza fiato. Riconosco all'istante la sagoma del piccolo santuario, in cima ad una montagnola, ed il Rifugio Cuney.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio è seduto al tavolo, sembra che mi aspetti. In viso gli leggo i segni della tempesta imminente. Mi chiede se io sia disposta ad aiutarlo sul Malatrà, dice di essere stanco, sembra davvero avvilito,  ma non gli credo, non gli posso e non gli voglio credere. "Ma se sei andato come un pazzo fino adesso", sbotto. "Eh già, tu non vai avanti", ribatte, secco. Adesso basta, per me la misura è colma. "Io sarò anche quella che non va avanti" – vuoto il sacco, a voce volutamente troppo alta – "ma tu hai viaggiato sempre poche centinaia di metri avanti a me". Come a dire che non è che la differenza tra le nostre velocità fosse poi così abissale. Non capisco questo livore, sembra un lavoro ostinato e deliberato per rovinarmi la bellezza assoluta di questo viaggio. Ma proprio perché assoluta, per me è inattaccabile e nessuno la potrà scalfire. Non permetterò a nessuno, neppure al più stretto degli amici, neppure a lui, di rovinarmi la perfetta felicità di questo viaggio. E a questo punto, euforia e stanchezza non lasciano più spazio per emozioni e sentimenti moderati. Dò fondo alla mia riserva di veleno: "Non mi pare di aver visto una saetta, insieme a me, sul Col Lauson...". Me ne pento, nel momento stesso in cui ascolto le mie stesse parole, ma non riesco a fermarmi. Percepisco un appello a cui però non riesco a rispondere. Ed è una cattiveria sottile, la mia; la derisione di fronte ad altre persone, ad altri corridori, ai volontari del punto di ristoro, è qualcosa che a Giorgio fa particolarmente male. Ma in questo momento per me è la giusta punizione per l'assurdo melodramma che sta mettendo in piedi. No, mi dispiace, non mi freghi. Io voglio il Tor e non mi fermerò davanti a nulla ed a nessuno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il povero Ernesto attende in silenzio. Giorgio riparte, prende un po' di vantaggio, ma resta "a tiro". Riparto anch'io, in meditativo silenzio. Lo so, dovrei mettere da parte una volta tanto l'orgoglio; anche se trovo tutto questo privo di alcun senso, dovrei provare a capire che la stanchezza può giocare brutti scherzi, dovrei ormai conoscere Giorgio e sapere che è fatto così, che dovrei allungare il passo, raggiungerlo e porgere il ramoscello d'ulivo, dimenticandomi per un attimo che sono convinta di non aver niente da farmi perdonare. Dovrei ricordarmi di tutti i debiti di riconoscenza che ho verso di lui, che sarà pure una testa matta, ma non si tira mai indietro quando può dare una mano, e di solito è pronto a darle anche tutt'e due, le mani. Dovrei. Il nostro guaio è che facciamo novant'anni in due, ma sempre in due abbiamo ricevuto la dose di cognizione che spetta di norma ad un bambino di cinque anni. Il neurone è distrutto da tanta attività; credo che, intorno alla mia scatola cranica, si percepisca un gran frastuono di ferraglia arrugginita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sole è accecante. Lunghi km a mezza costa, senza un solo albero, un filo d'ombra, niente. Per me è stupendo, se non fosse per le labbra bruciate e ormai quasi sanguinanti. Non ci bado troppo; adesso dolgono, ma guariranno. La vista spazia sulla vallata e sulle innumerevoli tracce di presenza umana, quelle che un anno fa il buio nascondeva, dando la sensazione di essere a mille km dal mondo abitato. Faccio il pieno di luce, quasi potessi portarne via un po' per il lungo inverno che sta per arrivare. Mi spiace che qualcuno non riesca a godere di tutto questo e mastichi nervoso anziché alzare gli occhi e semplicemente guardarsi intorno. Si susseguono tratto di ripida discesa e risalita sempre sullo stesso pendio, con il baratro alla nostra sinistra. Ernesto rompe il silenzio chiedendo timidamente se il diverbio sia colpa sua. Colpa, no di sicuro; credo che Giorgio ed io saremmo arrivati ai ferri corti comunque. Tuttavia, in cuor mio immagino che il fatto che io abbia trovato una buona intesa con un compagno di viaggio, che rida e scherzi di certo non migliora l'umore del fuggitivo, che per inciso è sempre là, qualche centinaio di metri più avanti. Ma io  non potrei essere triste, nemmeno volendo. Qui è tutto troppo bello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'infinito traverso ci porta in vista del Bivacco Rosaire – Clermont, quota 2.700 circa. Ormai viaggiamo da ore costantemente ad alta quota. La sensazione di euforia si traduce in benessere fisico; non ho alcun problema, salvo il dolore ai piedi, che pure nel lungo tratto quasi in piano sembra essersi attenuato. Solo quando capita di appoggiare il peso su una pietra, con la parte anteriore del piede, devo soffocare un urlo... Ma non sarà certo questo a fermarmi. Dal bivacco, ennesimo punto di ristoro, il sentiero punta deciso verso l'alto, con una rampa severa e ancora un tratto dritto verso sinistra, dove il pendio verdissimo taglia in diagonale un cielo di un blu perfetto, senza un baffo. S'è formata una piccola comitiva di cui sono la locomotiva; l'allegria regna sovrana. Il Col de Vessonaz ci coglie di sorpresa e ci ammutolisce tutti: una svolta secca a destra ed è come se, dall'interno di un elegantissimo salone, ci affacciassimo sul balcone, con un panorama completamente diverso ma egualmente impressionante. Una selva di cime, una corona di guglie e piramidi che merita più di una foto. E' un traguardo simbolico, la fine di una tappa ideale; da quassù, purtroppo vien da dire, dobbiamo scendere a quote più ragionevoli, fino ai 1.500 m di Closè. Ci attendono solo più tre salite: rispettivamente da mille, millequattrocento e milletrecento metri di dislivello, ma ormai sappiamo che è fatta. Nessuno osa dirlo, ma tutti ci crediamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"In quella grande pace intuii confusamente che che ormai nulla avrebbe più contato veramente pe me al di fuori di quel regno di grandezza e di purezza, ogni angolo del quale era una promessa di ore esaltanti".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lionel Terray, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"I conquistatori dell'inutile"&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Ernesto fa l'ennesimo esercizio di pazienza, restandomi a ruota anche in discesa, quando potrebbe senza alcun problema prendere il volo ed arrivare giù ben prima di me. Gliene sono grata: la sua è una compagnia gradevole e garbata; soprattutto, ha il potere di infondere grande tranquillità. Son quelle sensazioni che non si possono spiegare: non lo conosco, non so molto del suo carattere e del suo modo di vivere, eppure sento di potermi fidare. Speriamo non si stufi, altrimenti mi toccherà arrangiarmi. Il primo tratto di discesa è ripido e abbastanza ostico, su un terreno pietroso, infido, molto diverso da quello su cui si camminava poc'anzi. Incredibile, come basti svoltare il costone di una montagna, per trovare condizioni di terreno e di vegetazione tutte nuove. Chiacchieriamo di tutto e di più, compresa la mia mezza idea di partecipare ad una 24h di corsa a circuito, di cui il mio compagno di viaggio si mostra entusiasta e prodigo di consigli, e intanto definiamo la strategia d'azione. E' pomeriggio, non saprei dire quanto avanzato. Al termine della discesa, raggiungeremo Closé, punto di ristoro. La mia, come al solito, più che una democratica proposta è una decisione incontestabile: breve sosta per il pasto, ma poi si riparte e si mette in carniere ancora una salita. Oltre il prossimo colle, c'è l'ultima base vita, Ollomont. Così facendo, dovremmo riuscire a scollinare con ancora un po' di luce del giorno; raggiungeremo il fondovalle con il buio e potremo concederci qualche ora di riposo, ma non prima. Ernesto accetta senza discutere. Sono sempre più convinta che, senza di me tra i piedi, quest'uomo potrebbe già essere almeno un colle più avanti, e un po' mi spiace. Sono una palla al piede.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sentiero si butta nel bosco e scende ancora, interminabile. O sarà solo la voglia di arrivare in fondo. Il dolore ai piedi è quasi insopportabile adesso. Mi sforzo di far finta di nulla, ma quasi ad ogni passo mi manca il fiato per le fitte. Faccio il possibile per spostare il peso sui talloni; ho la sensazione di avere i piedi per la metà anteriore gonfi come salsicce, bollenti, pulsanti di dolore. Ma che ci posso fare?&lt;br /&gt;Tra gli alberi, si intravede il torrente, che arriviamo finalmente a superare sul ponte della Betenda. Sguardo languido alla panchina... Gian, tira dritto. Oltre il ponte, un breve ma severo tratto di risalita, in vista di una torre, ci scodella su un prato, che attraversiamo fino alla strada asfaltata. Il punto di ristoro è in una sorta di garage: Coca Cola e crostata a volontà, oltre all'immancabile fontina. Non c'è traccia di Giorgio, dev'essersi fiondato in discesa e già avviato verso la nuova salita. Giuro, se lo sento lagnarsi ancora una volta per la stanchezza, gli rompo le corna, parola mia. Gli strappo i baffi con il nastro da pacchi a mò di ceretta e gli tatuo il volto di Che Guevara in fronte. Ne ho un tale dispetto che vorrei vederlo stramazzare solo per potergli dire "Te l'avevo detto"... Mi rendo conto, non è un proposito misericordioso il mio, ma credo che, a questo punto, sonno e stanchezza arretrati possano giustificare qualsiasi atteggiamento più o meno squilibrato. Calma Gian, che t'importa. Lascia che faccia quel che gli pare. Tu sei ad un passo dalla conquista del tuo Tor. A quello devi pensare, a nient'altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Usciti dal punto di ristoro, attacchiamo subito la nuova salita, sulla destra. Subito ripido, il sentiero si inerpica nel bosco. La luce del sole si attenua, siamo ormai al tramonto; le cime sempre più indefinite contro un cielo color del metallo, ancora limpidissimo. Non posso smettere di pensare alla fortuna sfacciata che, anche quest'anno, ha accompagnato la corsa, a parte la prima notte di tregenda. Sole e ancora sole; le mie labbra cotte e doloranti ne sanno qualcosa. Davvero forti 'sti Courmayeur Trailers, devono aver conquistato persino la simpatia di Giove Pluvio! All'alpeggio di Brison l'Arp, al piccolo punto di ristoro, la sorpresa di trovare uno dei volontari che si ricorda di me dall'anno scorso: cavoli, che memoria! Pausa di pochi secondi e poi si torna a salire, sul ripido, ancora in mezzo alla vegetazione. Ce la faremo a raggiungere i quasi 2.500 m del Col Brison prima che faccia buio del tutto? Fatico un po' ad individuare la meta, ora che la luce sempre più fioca ha confuso i contorni. Mi aiutano le lucine dei corridori più avanti: eccolo là, il colle, sulla sinistra. Seguo la traccia del sentiero con gli occhi, a ritroso, fino ai miei piedi. Una sequenza isterica di tornantini permette di superare l'ultima asperità, uno strappo davvero ripido. Conquistiamo il colle senza aver dovuto accendere la pila frontale; ci ricompensa lo spettacolo di un fantastico tramonto. La temperatura è scesa repentina; accanto alla piramide del colle è d'obbligo scavare nello zaino alla ricerca di guanti e giacca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La discesa è un pianto, come sempre. Il primo tratto è ripido, difficile, un tormento che si aggiunge al malessere del freddo improvviso e penetrante. Ed al sonno. L'ennesimo assalto del buio, da cui non so più come difendermi. So solo che devo reagire, perché questa è l'ultima notte. L'ultima lotta con gli occhi che si chiudono, i pensieri che scappano di mano. Un susseguirsi di tornanti, in cui mi sforzo di imprimere un buon ritmo alla camminata, se non altro per tenermi sveglia. Il discorso ogni tanto langue, anche se Ernesto sembra impermeabile anche alle tentazioni di Morfeo. Ce la faccio ancora? Ce la devo fare, non ho scelta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La potente luce della frontale mi è di poco aiuto, inciampo di continuo; questo tratto così ostico mi sembra interminabile. E il male ai piedi, che male... Un supplizio. Maledizione a me ed alla mia tirchieria. Se solo avessi messo le scarpe nuove, anziché queste che ormai, poverette, non hanno più suola... Chissà, forse avrei patito lo stesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I primi alberi. Siamo in vista dell'alpeggio di Berrio Damon, o meglio di una luce che ha tutta l'aria di essere l'alpeggio; tuttavia, ci tocca camminare ancora molto a lungo, su un traverso quasi pianeggiante, prima che quella luce decida di smettere di fuggire e nascondersi e si lasci finalmente avvicinare. Alcuni fuoristrada, un tavolo, delle voci. L'anno scorso, qui, c'era un meraviglioso cucciolo... Oggi sarà un bel bovino in forma di cane, come gli altri colleghi a quattro zampe , ma non oso chiedere di poterlo vedere. Punto di ristoro: the caldo, qualche boccone e via. L'unico obiettivo ormai è Ollomont e, in particolare, la branda.&lt;br /&gt;Proseguiamo lungo una strada sterrata, che, se da un lato ha il pregio di concedere finalmente una camminata agevole e rilassante, dall'altro ci costringe ad una lunghissima marcia prima di raggiungere il fondovalle. Se solo avessi i piedi in condizioni almeno decenti, potrei correre, qui; invece, faccio uno sforzo supremo per riuscire a camminare spedita, ignorando i disperati appelli dei piedi alla pietà. Ormai il dolore è quasi costante, anche se talvolta alcune fitte sono più acute di altre. Chissà a che punto è Giorgio. Ho la sensazione che, furioso com'è, non lo rivedrò più prima di Courmayeur.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le luci di Ollomont non sembrano volersi avvicinare. Ampi tornanti, ma non scendiamo mai, mai. Proprio vero che, quando la stanchezza assedia, le distanze si dilatano a dismisura. Quasi non ci credo, quando la teoria di lucine prende la forma di una sequenza di lampioni. Ci ritroviamo, finalmente, in mezzo alle case. Non so se la base vita sia stata piazzata nello stesso locale dello scorso anno; quel che è certo è che, se il locale docce è rimasto il medesimo, per questa tappa salterò le abluzioni. Vorrà dire che il mio olezzo mi precederà a Courmayeur. Sto tremando di freddo e tremo ancor di più al pensiero di infilarmi nel gabbiotto della doccia all'aperto, senza uno spazio decente, soprattutto senza uno spazio riscaldato per svestirmi e rivestirmi. Ernesto ascolta le mie considerazioni e si dichiara d'accordo: beh, meno male, almeno non faccio proprio la figura della troglodita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seguiamo le bandierine per le strade del paese, una marcia estenuante per il corpo e per la mente. Non si arriva mai, non si arriva più... Ci tormenta addirittura il dubbio di aver sbagliato strada. Eppure no, le balise sono qui. La sola idea di dover tornare sui nostri passi, fosse anche per pochi metri, è fonte di incontrollabile terrore per le nostre menti ormai ottenebrate dallo sfinimento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conveniamo di fermarci un paio d'ore a dormire; finalmente, il brusio e le luci della base vita. Non appena entro nel tendone, mi imbatto in Giorgio, più sconvolto che mai. Mi apostrofa con rabbia, si lamenta di stare male, di avere la febbre. Eh no, questo non l'accetto. Hai viaggiato fino adesso come uno scriteriato, sprecando forze senza alcun senso, a correre contro i fantasmi. Sarebbe bastata un po' di prudenza in più. Non voglio sentire capricci, non hai alcuna ragione per prendertela né con me, né con chiunque altro. "Te ne vai in branda due ore", concludo, "e poi, se ti va, ti aggreghi a noi e ripartiamo tutti insieme". Pongo particolare enfasi sul "noi", coinvolgendo il povero Ernesto che nel frattempo è andato a caccia di qualcosa da mettere sotto i denti, perché non intendo cedere ad alcun gioco di testa. E' la mia ultima proposta, prendere o lasciare. Mi dispiace vedere Giorgio in questo stato, ma è solo lui che lo vuole ed io non posso farci nulla. Mi avvicino alla branda dove s'è imbozzolato sotto le coperte; "Non voglio la tua pietà", brontola. E qui non mi tengo più. Come sentenzia la sempiterna Luciana Littizzetto, "ci sono cose che si risolvono solo con un vaffanculo". Questa è una di quelle cose. Mi volto e me ne vado in branda anch'io. Quando arriva Ernesto, ci accordiamo per un paio d'ore di sonno. "Vediamo se riusciamo a portarlo su", sospiro. So benissimo che quella testa di pietra non ha bisogno di essere fisicamente portato su, che si lagna a vanvera e che ha ancora energia da vendere, ma non mi fido di quel che potrebbe accadere al neurone disperso in quella scatola cranica. Farò un ultimo tentativo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa volta il sonno, purtroppo, non arriva, o quasi. Il freddo mi morde le ossa, nonostante la pesante coperta di lana; gli abiti sporchi ed appiccicati sono intollerabili anche a me stessa. Il locale delle docce, purtroppo, offriva lo stesso confort del 2010; ci ho rinunciato senza nemmeno provarci. Tremo, mi sveglio di continuo; le voci intorno a me sembrano amplificate, feriscono le orecchie. Mugugni e lamenti si alzano da ogni dove nel tendone. Sembra di stare in un lazzaretto... Ernesto, sulla branda accanto, dorme il sonno del giusto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi risveglia del tutto lo scossone di Giorgio, che, come sempre, è riemerso dalle tenebre prima del previsto. E' già vestito e calzato. Annuncia che andrà a mangiare qualcosa; ci diamo appuntamento qui. Guardo l'ora sul cellulare; abbiamo dormito la bellezza di un'ora e mezza. In preda ad un gran mal di testa, mezza intontita, io sistemo lo zaino, raccolgo le mie cose, aggiungo crema sui piedi: peccato che il problema non sia la pelle. Mando giù mezza busta di antiinfiammatorio, me ne resta metà. Infine, mio malgrado, sveglio Ernesto, nel modo meno traumatico possibile. Mi aspetto che mi mandi al diavolo; invece, reagisce come se nulla fosse, accetta di buon grado di prepararsi e ripartire. Intanto vado a caccia di un piatto di pasta, prontamente servito dagli infaticabili volontari. Soffrono anche loro, poveretti; come minimo, hanno tutti un gran mal di schiena!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pappa, bagno e ricostruiamo la triade davanti al tendone. Si riparte, e speriamo che si arrivi, tutti quanti... La base vita è tutto un brulicare di atleti, o quel che resta di loro, di parenti, di addetti al servizio mensa o infermeria. Una gentilissima volontaria ci accompagna per un tratto, all'attacco della nuova salita, la penultima. Pur consapevole di dover usare prudenza e continuare a risparmiar le forze, l'attacco con un entusiasmo incontenibile. La penultima salita, l'ultima notte. Resterà solo il Malatrà, l'ultimo ostacolo, il colle più alto. Poi è fatta... Mi metto in testa al gruppetto, nella segreta speranza che Giorgio non scappi un'altra volta, bensì che si rassegni ad un'andatura ragionevole. Faccio il possibile per dare il la ad un discorso, un po' per tenerci svegli, un po' per stemperare la tensione palpabile. Per un lungo tratto, l'ascesa è chiusa nel bosco, a tornanti; la frontale illumina solo tronchi e foglie e rami. Poi si sbuca tra i pascoli, un lungo tratto rettilineo verso la testa della valle, seguito da alcuni tornanti. Il cono di luce illumina un alpeggio. Raggiungiamo alcune lucine che io già puntavo da un po'; non c'è niente da fare, non posso esimermi dalla sfida in salita. Supero e m'impegno a staccare gli avversari, che tuttavia, com'è ovvio, se ne infischiano e non reagiscono. Lunga risalita in mezzo ai pascoli, sotto un cielo ancora una volta stellato e la luna che ci accompagna. Un po' di stupore nel vedere, ad una distanza non ben definita, le luci di un veicolo che sale probabilmente al rifugio: noi siamo qui a massacrarci, ma da qualche parte ci dev'essere una comodissima strada carrozzabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Procedo immersa in un turbine di emozioni che a fatica riesco a controllare. Ormai manca davvero poco, domani sarà l'ultimo giorno. Domani, o già oggi, non so che ora sia. La luce del Rifugio Letey – Champillon, che scorgo quando ci sono già vicina, mi conforta; lo aspettavo da un po'... Non è più bisogno di mangiare o di bere, è solo desiderio di un attimo di calore e tregua. Soprattutto calore, perché qui, nonostante la salita, il freddo si fa sempre più pungente, e il corpo sembra opporre meno difesa. Sarà la stanchezza.&lt;br /&gt;Ripartiamo per il lungo tratto che ancora ci separa dal colle, seguendo quel che resta delle balise. La plastica gialla delle bandierine è una prelibatezza per le mucche: sono pochissime le balise rimaste integre; le altre portano tutte i segni dell'assaggio. Le bestie ci osservano mentre attraversiamo i loro pascoli; ne vediamo solo i puntini luminosi degli occhi, illuminati dalle pile frontali e sentiamo il suono lento dei campanacci. I loro movimenti sono minimi. Per fortuna, il quadratino rifrangente delle balise non incontra il gusto bovino; così, seguendo questi poveri resti, riusciamo a ricostruire l'itinerario verso il Colle Champillon. Un firmamento di stelle accompagna, ancora una volta benevolo, la nostra marcia verso l'ultimo dei 332 km dichiarati. L'euforia contrasta a stento il sonno: facendo un conto a spanne, direi che, da domenica scorsa, ho chiuso occhio per meno di dieci ore. E il colle, ironia della sorte, non arriva mai; è ancora oltre la roccia, oltre la sella, oltre la curva...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La discesa è gelida. Siamo per l'ennesima volta a quota 2.700 m e rotti e sembriamo tre ubriachi, uno più addormentato dell'altro. E' già tanto se non ci sfracelliamo il naso sul sentiero. Lo stesso confuso vagare da una balise all'altra, ormai per riflesso automatico più che per consapevole guida; lo stesso desiderio ardente di andar giù, di vedere i primi alberi, di tuffarci nel bosco, a caccia di un po' di protezione dal vento e dal freddo. Il primo baluardo di civiltà si intravede sulla destra, dove la luce di una chiesa filtra tra i rami. Poco oltre, un alpeggio, Ponteilles Desot. Il punto di ristoro è un minuscolo locale riscaldato da una splendida stufa a legna, molto più ricco dei precedenti, con vasta scelta di formaggi, birra di vari generi e addirittura la porchetta, che però cedo volentieri ai miei due compari. Anche Ernesto, di solito molto parco nel mangiare, non si tira indietro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A malincuore abbandoniamo il calduccio della stufa e la simpatia dei volontari; s'ha da fare. Passiamo sull'altro lato della valle, dove ci attende la breve risalita verso un alpeggio e poi il lungo tratto di falsopiano e discesa, sempre su comoda strada bianca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa volta è Giorgio, strano a dirsi, a cadere per primo nella trappola di Morfeo. Annuncia di doversi fermare a dormire dieci minuti. Ernesto giustamente obietta che ci troviamo in un posto pessimo, senza riparo, e nel momento peggiore della giornata, la gelida alba... Ha ragione da vendere, ma non gliela posso riconoscere, perché crollo letteralmente dal sonno anch'io. Ci accucciamo tutti e tre per terra, la testa sullo zaino, per strappare quei pochi istanti di profondissima nanna che il freddo ci concede prima di risvegliarci col rumore dei nostri stessi denti che battono.&lt;br /&gt;Con infinita pena, e dolore in ogni dove, ci rimettiamo in piedi. Ormai non è più la forza fisica a portarci avanti, è solo la vicinanza della meta. Abbiamo ancora una quarantina di km ed un colle, davanti a noi. Una salita di tutto rispetto, che va a sfiorare i 3.000 m di quota.&lt;br /&gt;Il cielo, da nero, si fa pian piano più luminoso oltre le cime incombenti. Lo scruto ansiosa, alla ricerca di una conferma alla mia speranza: ebbene sì, pare incredibile, ma ancora una volta, per il quinto giorno consecutivo, è sgombro di nubi. Le stelle spariscono una ad una, alla luce del sole nascente. La strada su cui camminiamo resterà ancora a lungo in ombra, le estremità saranno gelide ancora per un po', ma ormai è fatta. La notte quassù, non la vedremo più un'altra volta. Sono così felice che quasi non sento più il dolore ai piedi... A patto di non pensarci, perché altrimenti è finita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si potrebbe correre, qui, ma nessuno di noi tre ci prova. Non so quale sia il motivo che trattiene i miei compagni dal lanciarsi, se non al galoppo, al piccolo trotto. Ped Ernesto, credo si tratti di un braccio di ferro con la porchetta. Per Giorgio, il timore reverenziale dei quasi 3.000 m di quota del Colle Malatrà. Per me, una stanchezza infinita, gambe rigide, freddo che non riesco a combattere. Scendiamo lentamente lungo una valle molto chiusa; con noi sembra scendere la temperatura. E dieci km di falsopiano sono troppo lunghi perché l'entusiasmo dell'ultimo ristoro continui a fiammeggiare. Basterebbe forse muovere qualche passo di corsa, per sciogliere il meccanismo di ossa e muscoli e procedere un po' pi spediti, ma io faccio fatica anche solo a restare sveglia e cosciente. Le dita delle mani sono gonfie come salsicciotti; i piedi gelati percepiscono solo le fitte più forti. Saint Rhemy è in vista... Ma la strada, traditrice, percorre ancora un lungo tratto spostandosi verso destra e poi verso sinistra, interminabile. E ancora in ombra...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si scatena la fatidica discussione: a che ora arriveremo? Solo adesso ci poniamo la domanda in questi termini. Abbiamo abbandonato ogni cautela scaramantica. Non ci preoccupiamo più di aggiungere, alla fine di ogni frase, il prudente "se arriviamo", accentuando il "se". Giorgio parla delle sette, le otto di sera. Non oso fiatare, ma secondo me si arriverà ben prima. Ormai non manca più molto, meno di 40 km. Certo, l'ultima salita è impegnativa, ma la voleremo senza accorgercene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fatico a tenere il passo di Giorgio ed Ernesto. Quest'ultimo, nonostante sia uscito sconfitto dalla tenzone con la porchetta, è più che mai arzillo. Io sento le forze pian piano abbandonarmi, ho mal di testa, freddo e tanta debolezza. Spero di trovare il ristoro nello stesso posto in cui era piazzato l'anno scorso, appena all'ingresso del paese... Invece no: tocca procedere ancora. Poche centinaia di metri, ma io ho la testa che gira. Mi trascino tra le belle case in pietra, seguendo le voci che arrivano confuse. Eccolo... I gazebo, i tavoli. Mi tuffo sulla crostata: ho un desiderio spasmodico di qualcosa di dolce. Poi, in ordine sparso, pane, formaggio, biscotti, banane. La temperatura non è ancora invitante, tutt'altro, ma è bene svestirsi un po'; via i pantaloni impermeabili, via le giacche. Giorgio riceve un messaggio sul telefonino, dal fratello che, a casa, segue la corsa con assidua partecipazione. Sono nona... Prendo la notizia con calma e beneficio d'inventario, sono ancora troppo intontita per realizzare cosa accade intorno a me. Ma sì, nona, figuriamoci. Non è possibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ripartiamo, in un coro di saluti ed auguri. Una rampa secca accanto al cimitero mi fa capire che la cotta non è affatto passata, tutt'altro. Mi sembra di dover trainare un macigno, con l'aggravante del peso delle libagioni sullo stomaco. Giorgio parte subito in quarta. Ma ci tocca, poco dopo, una sorpresa sgradita. Le balise ci conducono su un sentiero, ancora nei paraggi del paese, e poi scompaiono. Cammina e cammina, non si vedono più bandierine. Perplessi, ci fermiamo; torniamo indietro, ci guardiamo intorno, tentiamo altre vie che paiono accenni di una traccia; niente. Restiamo lì, dubbiosi, per un tempo che a me pare infinito e che mi fa scoppiar la testa dalla rabbia. Per fortuna ci raggiungono, poco dopo, due tra le pochissime anime di corridori che ci capita di vedere, da qualche ora a questa parte: tedeschi, credo. Tirano dritto, spediti: la loro risolutezza ci convince. Li seguiamo. In effetti, hanno ragione; di lì a poco, scorgiamo una bandierina gialla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sole comincia finalmente a farsi vivo e corroborante. Attraversiamo la strada principale asfaltata ed imbocchiamo un sentiero sulla destra , che risale severo il prato. Provo un misto di euforia e paura. Chissà perché, sul più bello, ci si deve tormentare in questo modo. E se capitasse qualcosa proprio in questi ultimi km? Una caduta, una storta? E un po' coccolo il sogno di classificarmi entro le prime dieci posizioni... Calma, Gian, prendila con calma. Sono pur sempre mille e rotti metri di dislivello. Già, facile a dirsi... La salita vera è appena iniziata, quando sento delle voci alle mie spalle. Orrore, orrore, ci sono anche voci femminili, almeno due... Ecco, lo sapevo, addio sogni di gloria. Queste mi sorpasseranno in un batter d'occhio, se ne andranno, mi molleranno come una cozza attaccata allo scoglio. Inutile che ci provi. Per un attimo, mi accascio, psicologicamente, e mi rassegno a cedere le armi senza combattere. Però, però... E se invece ci provassi? Se tentassi la fuga? Medito a voce alta. Certo che... Arrivare entro le prime dieci... Sarebbe bello, ecco. Vorrei tanto provarci; alla peggio, potrei essere raggiunta e staccata, tutto qui. L'unica remora che mi trattiene è il pensiero di lasciare indietro Giorgio, che alla quota del Malatrà rischia di patire. Per il momento non accelero, ma friggo, sono nervosa. "Aspetta ancora un po', vedi se si avvicinano", mi suggeriscono i compagni, alludendo alle due inseguitrici. Giusto. Se le fanciulle dovessero mangiarsi il mio vantaggio in un attimo, è inutile che io mi affanni a combattere. Se invece restassero a distanza, ci potrei provare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vedo spuntare le inseguitrici una cinquantina di metri più in basso. Percepisco il fitto chiacchiericcio. I casi sono due: o i miei rivali sono talmente sicuri di sé da permettersi di discorrere amabilmente mentre procedono ad ampie falcate verso il colle... Oppure sono rivali solo nella mia immaginazione, mentre, in realtà, non sono minimamente interessati a me. Esito ancora qualche istante. Quel che vorrei sentire da Giorgio, in questo momento, è un incoraggiamento: “Dai, provaci, spara tutte le cartucce che hai”. Invece no, nulla di tutto ciò. Anzi, il suo dispiacere all'idea che io sia lì lì per scappare è palpabile. Ma io sono ormai in agonia, non resisto più. “O la va o la spacca”, è la conclusione ad alta voce di un lungo pensiero tribolato. Scaccio i rimorsi, un respiro profondo e via, allungo il passo. Ernesto è rimasto sinora in rispettoso silenzio, ma sembra sinceramente entusiasta della mia decisione: s'incolla a ruota, come si direbbe in gergo ciclistico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"Dal canto mio, avevo soltanto una piccola speranza di riuscita; se mi gettavo nella lotta con tutte le mie energie, era soprattutto per una questione di principio, per poter dire a me stesso di aver tentato tutto e di non avere nulla da rimproverarmi. Ma c'era anche la gioia di dedicarmi completamente ad un'azione della quale non vedevo più lo scopo e che, proprio per questo, mi esaltava con la sua assoluta purezza".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lionel Terray – &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;"I conquistatori dell'inutile"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Mi sforzo di procedere in progressione, senza scatti improvvisi che il mio corpaccione non potrebbe permettersi, né ora né mai. La mia paura è quella di scoppiare, di restare senza forze. Accelero gradualmente, senza più voltarmi, l'occhio fisso in alto, un po' a sinistra, dove prima o poi comparirà il colle. La prima metà della salita, fino all'alpeggio del Lac Merdeux, non impone pendenze troppo severe; corre per un lungo tratto su sentiero e poi, già in vista del caseggiato, costringe a risalire un pendio d'erba e fango, tanto fango, nonostante non siano mancati i giorni di clima asciutto. In effetti, sguazzando nella melma, si può cogliere appieno la ragione del nome appioppato a questa ridente località. Come riferimento, ho due corridori che viaggiano in coppia, non molto più avanti, ma abbastanza perché io non riesca più a colmare il distacco. Sono due conoscenti di Ernesto Qui si tratta di tirare dritto da una bandierina a quella successiva; non c'è una traccia, oppure ci sono decine di tracce, dipende dai punti di vista. Tocca anche fare attenzione a non storcersi, a non inciamparsi tra le zolle erbose. “Dai, tira dritto”, mi esorta Ernesto. Sì, va bene, ma con cautela... Non vorrei mai essere accusata di aver tagliato il percorso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando raggiungo il piazzale dell'alpeggio, ho il cuore in gola. Pochi secondi di sosta al punto di ristoro, giusto il tempo per mordere un paio di biscotti e raccomandare ai volontari: “Se arriva qualche donna, mi raccomando, trattenetela, fatela chiacchierare!”. Poi via, mi fiondo fuori, quasi con rabbia. Davanti a me, solo la salita. Non voltarmi è un comandamento che rispetto con la massima devozione. Le inseguitrici potrebbero essere lontane anni luce oppure appollaiate sulla mia spalla; sapere dove si trovino in questo istante non mi serve a nulla. Io devo solo badare a mettercela tutta, ma proprio tutta. Se mi dovessero raggiungere, beh, pazienza, vorrà dire che sono più forti e quindi hanno meritato il successo in questa piccola grandissima battaglia. E poi, in fondo, confido nell'infallibile ascendente che il buon Giorgio esercita sull'altra metà del cielo: è anche possibile che, a quest'ora, sia già impegnato ad intrattenere amabile conversazione con le fanciulle alle mie spalle. Questo si chiama gioco di squadra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sentiero si fa presto malagevole e molto ripido. Si tratta di superare, con ripetuti strappi irregolari, vari “scalini”, risalendo la testa della valle. Dell'edizione 2010, quassù, ricordo un meraviglioso cielo stellato. I compagni di squadra di Ernesto sono ancora in vista, ma non mollano di un centimetro. Mi spiace per il mio compagno di viaggio: è chiaro che, se fosse da solo, a quest'ora sarebbe già volato alle loro calcagna, e ce l'avrebbe fatta, senza ombra di dubbio. “Dai, valli a prendere” - insisto - “Stai tranquillo che io da sola me la cavo”. Ma non gli sarò mai abbastanza grata per non avermi dato retta. La sua presenza, silenziosa e fedele, mi dà quello spunto che forse, da sola, non avrei avuto il coraggio di cogliere. Con il respiro sempre più affannoso, sento tuttavia che potrei osare ancora un po', ma ho timore: “Se accelero ancora, rischio di scoppiare”. “E che t'importa”, replica Ernesto, in un tono che non gli avevo ancora conosciuto e che non ammette contestazione né disubbidienza: “E' l'ultima salita, o la va o la spacca!”. Una rivelazione. Giusto, è proprio l'ultima... Bando alle ciance, alle inibizioni, alla prudenza. Diamo gas finché ce n'è. Così, di gran carriera, allungo ancora il passo, fino al breve tratto in piano tra i laghetti quasi asciutti, in un anfiteatro di guglie rocciose e detriti, a dir poco spettrale anche in questa splendida giornata di sole. Il Malatrà è lassù, fenditura nella roccia, apparentemente inaccessibile. I due compagni di squadra di Ernesto sono due puntini in rapido movimento trasversale rispetto al ripido pendio di sfasciumi. Ormai non li prendo più... Però, se non altro, non hanno guadagnato vantaggio. Mi semineranno in discesa, senza pietà, ma lì non ha più importanza. Il mio orgoglio è consapevole di sé solo finché si sale verso il cielo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultima asperità, la più severa. Dopo il lungo traverso, il sentiero si inerpica su per la pietraia con tornantini stretti, ravvicinatissimi, mentre i piedi scivolano indietro ed i bastoncini non trovano appigli sicuri. Non guardare giù, Gian, non guardare giù. L'accumulo del pietrisco ferma il tallone. Un bel respiro, un passo, un altro respiro, un altro passo. Fissa il sentiero davanti a te. Aggrappati a quello spuntone di roccia, appenditi ai gradini di metallo infissi nella pietra. Gli scalini, la corda fissa, il passaggio superato con il validissimo appoggio del posteriore, che offre notoriamente una superficie di appoggio ed attrito di tutto rispetto. Mi trovo naso contro naso con un cagnetto in braccio alla padrona: “Se potesse parlare – esclama la signora – farebbe il tifo anche lui!”. Così, quasi senza rendermene conto, sono in cima. Mi affaccio alla fenditura; il massiccio del Monte Bianco è uno schiaffo di bellezza e maestà. Forse adesso e solo adesso, per la prima volta in questo lungo viaggio, mi rendo conto che sto combinando davvero qualcosa di buono. Non ci sono mai riuscita nella vita, ma nel Tor sì, e in fondo il Tor è un'intera vita, parallela, solo molto più concentrata dell'altra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"Mi ero visto, coperto di neve, con le ultime forze lasciatemi dal feroce combattimento, trascinarmi sfinito sulla vetta con uno sforzo disperato. Invece ci sono arrivato senza lotta o sforzo, o quasi. Malgrado il risultato, sono deluso; eppure sono sulla piramide perfetta della più nobile di tutte le alte montagne. Dopo anni di perseveranza, di rischi mortali, di lavoro accanito, il sogno più grande della mia giovinezza è diventato realtà. Sono uno stupido a mostrare ora la mia delusione? Pazzo, per il quale la felicità non sarà mai altro che desiderio, gioisci dell'attimo presente. Lasciati travolgere da quest'istante unico in cui sei sospeso tra la terra e il cielo e, accarezzato dai venti, domini il mondo. Ubriacati del cielo che solo ferma il tuo sguardo. Sotto i tuoi piedi, all'infinito, sbucano appena da un mare di nubi migliaia di cuspidi di roccia e ghiaccio".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lionel Terray, &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold; font-style: italic;"&gt;"I conquistatori dell'inutile"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Pochi istanti, il cuore che scoppia nel petto, e stavolta non è per la fatica. Poi via, all'improvviso mi ricordo delle mie inseguitrici e mi fiondo giù nella più folle delle discese che abbia mai compiuto. In realtà, un corridore niente niente abile in discesa darebbe sfoggio di ben altra prestazione, ma per me, che sono affetta da paura e mancanza di equilibrio cronici, quel che sto combinando ha dell'incredibile. Mi ritrovo a saltare di sasso in sasso, invocando ad ogni passo la benevolenza dell'appoggio su cui andrò a buttare il piede. Il dolore alle estremità è a dir poco lancinante, una fitta tremenda ad ogni passo, ma non posso rallentare, ho l'avvoltoio sulla spalla... Devo correre, devo sbrigarmi, non ho più altro obiettivo in mente. La discesa è troppo lunga e troppo facile, per un buon corridore; per quanto vantaggio possa avere accumulato in salita, sono quasi certa che sarò raggiunta ben prima di Courmayeur. Se voglio conquistare almeno una minima speranza di successo, devo rischiare il tutto per tutto. E di vero rischio si tratta, vista l'instabilità dei miei passi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di corsa lungo il primo tratto di discesa, per fortuna su terreno abbastanza agevole e mai troppo ripido; di corsa, per quel che posso, attraverso il pianoro che a me pare interminabile, verso quel che resta di un alpeggio abbandonato. Non alzare nemmeno gli occhi allo spettacolo che mi sta di fronte è una bestemmia, ma non c'è tempo... Ancora corsa, nonostante i muscoli siano induriti, nonostante i piedi non mi diano tregua. Finché il dolore è troppo forte per continuare a saltarci su. “Ma secondo te – faccio appello alla competenza professionale di Ernesto, che è infermiere – se prendo mezza busta di antiinfiammatorio, ora che sono a stomaco vuoto, mi faccio proprio del male?”. Poco ci manca che mi insulti. Una volta tanto, rispetto un saggio consiglio, anche se il motivo per cui lo faccio non è saggio affatto: in questo momento, la salute del mio stomaco mi interessa solo come condizione indispensabile per piombare nel più breve tempo possibile a Courmayeur.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stringo ancora i denti, un po' corricchio ed un po' zoppico, maledicendomi per gli istanti preziosi che scorrono via, manco fossero ore. I primi crocchi di turisti indicano che il Rifugio Bonatti è vicino; si tratta, ad occhio, di esemplari che non si allontanano dalla tavola del rifugio per più di qualche centinaio di metri, e solo per accasciarsi sul primo fazzoletto di prato invitante. Infatti, il tetto dell'edificio spunta sulla sinistra. Mi fiondo dentro, solo perché sono obbligata, trattandosi di un punto di controllo. Altrimenti, con la furia che ho addosso, tirerei dritto. Ingollo un paio di porzioni di crostata e schizzo via, rischiando di travolgere qualche avventore; ho già in mano l'ultima ancora di salvezza, la mezza bustina di antiinfiammatorio che spero mi permetta di arrivare a Courmayeur.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tratto di sentiero a mezza costa dal Rifugio Bonatti al Bertone è infinito, interminabile. Forse perché lo affronto senza più alcun ritegno né risparmio di forze; corro tutto il corribile, anche i brevi tratti di risalita, quando la corsa in salita per me è sempre stata un tabù insuperabile. Corro e cerco, nelle curve del sentiero, nelle rocce, negli alberi, le tracce di un percorso che ho già calpestato più e più volte, ansiosissima di poter dire “Ecco, ci sono quasi”. Eppure sembra che, per una beffa, i chilometri si allunghino sotto le suole delle scarpe, ancora e ancora. Un ponte, un ruscello, un alpeggio, uno steccato, un cane che abbaia, l'incrocio con chi viaggia in senso contrario, lo sfinimento, l'ansia, non ce la faccio più ma ce la faccio ancora, la rabbia cieca per la meta che non arriva mai. Persino Ernesto, che fin qui non ha mai mostrato il minimo segno di cedimento, si domanda come sia possibile che qualcuno abbia spostato il Rifugio Bertone... Sembra quasi di correre su un tapis roulant, tanta fatica per non andare da nessuna parte. E il massiccio del Bianco, immobile, chissà cosa ne pensa, di tanto penoso sforzo di tanti minuscoli individui colorati.  Senz'altro se la ride sotto i baffi e sotto i ghiacci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultimo pendio, quello che già ho creduto di vedere più volte a torto, finalmente arriva. Si risale tra i pini, fino ad un colletto ideale, e poi giù verso il complesso di splendide baite in pietra, tra cui il Bivacco Bertone. Ci accoglie nientemeno che un gruppo di asinelli. Brevissima sosta al punto di ristoro, perché non sia mai che si salti un'occasione per mettere in moto le mascelle, e ancora via, ancora di corsa. La meta è là sotto, ottocento metri più in basso. Una discesa terribile per i miei piedi appena un po' meno straziati, e solo per effetto della medicina. Tutta scalini, radici e pietroni. Ciononostante, anche qui faccio del mio meglio, confidando ancora nella benevolenza della sorte. Se non mi distruggo qualche osso hic et nunc, significa proprio che sono invulnerabile, o almeno molto fortunata. Un caotico lavoro di appoggi di suole e bastoncini mi porta verso il basso con una rapidità di cui io stessa mi stupisco; i tetti del fondovalle, per quel poco che si può vedere tra le fronde, sono sempre più grandi e nitidi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ansia mi assale nel momento in cui quasi sussurro: “Ma... Hai più visto bandierine, tu?”. Anche Ernesto se ne rende conto: “In effetti, no...”. E' difficile mantenere una razionale calma, quando stai macinando gli ultimissimi km di una serie di 332. Eppure non c'è altra via possibile. Dal Bertone a Courmayeur puoi scendere solo di qui. L'anno scorso si è scesi di qui. Non si può sbagliare. Ma a me tremano le mani. Un'ansia incontenibile dilaga. No, non è possibile, sbagliare alla fine no... Riacquisto per miracolo l'acutezza visiva di un'aquila, per scandagliare il sentiero a caccia di un minimo segnale che mi possa dare conforto. Ma mi tocca arrivare fin quasi all'ultimo della lunga serie di tornanti, per tirare un sospiro di sollievo così potente da abbattere un paio di larici. La bandierina, eccola, finalmente. Siamo sul sentiero giusto. Non ce n'è più per nessuno!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guadagnamo la strada sterrata, che abbandoniamo e riprendiamo un paio di volte attraverso le scorciatoie nel fitto della vegetazione. Ma è solo sul ponte, di fronte all'impetuosa cascata del torrente, che finalmente la gioia può scorrere via con lo stesso impeto dell'acqua limpidissima. Villair. Il parcheggio, la strada sterrata, le prime case, la via principale. Man mano che ci avviciniamo alla meta, si fa più squillante il suono di campane e campanacci. Ormai non posso più smettere di correre. Il secondo Tor des Geants, la medesima incredulità di un anno fa. Il parco, la strettoia verso il centro del paese. Tra i tifosi, compare a sorpresa la titolare dell'Hotel Croux dove Giorgio ed io abbiamo alloggiato prima del via, una bella signora bionda che partecipa con festosa esuberanza all'impresa dei suoi clienti. Resto senza fiato a sapere che lei ed il marito hanno seguito al computer tutte le fasi della corsa e tutte le peripezie dei loro ospiti impegnati nella prova. E sono andati ad attenderli all'arrivo, uno per uno! La signora corre insieme a me per un po', poi torna indietro ad attendere altri conoscenti in arrivo; Ernesto ed io infiliamo la via centrale, nel passeggio del pieno pomeriggio. Anche qui, un'ovazione. Il tappeto rosso, l'arrivo a mani giunte ed alzate al cielo, il microfono sotto il naso: “Consideratemi già iscritta alla prossima edizione”, è tutto quel che riesco a dire. Sono settima: oltre ogni più rosea previsione, la notizia mi toglie quel poco di fiato che mi era rimasto. La mia firma tra le altre firme sul poster, e non posso che essere lieta di constatare che c'è ancora un sacco di spazio. Confusione e timidezza fanno nascere, per Ernesto, solo un grazie, che però è più denso di un lunghissimo discorso. Mi resterà il rammarico di non avergli detto, faccia a faccia, che senza il suo aiuto non ce l'avrei mai fatta, e che questa lunga galoppata di quasi trenta km è stato il degno coronamento, col “botto”, di un viaggio indimenticabile. 125 h e mezza, quasi diciotto ore meno dell'anno scorso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sguscio via dalla folla festante, perché non è ancora finita, non del tutto. Mi riprometto di andare incontro a Giorgio, almeno per un tratto: ma, non appena appoggio i piedi sulla pietra della via centrale, dopo qualche minuto di immobilità, contraggo il sorriso a trentadue denti in una smorfia di acutissimo dolore. Altro che correre... Dolore acutissimo, ora che nulla, né la chimica né l'adrenalina, riescono più a sopraffarlo. Mi trascino alla chiesa all'ingresso del paese: mi siedo lì, sugli scalini, approfittando di un po' di sole. Giorgio compare non molto tempo dopo, accompagnato pure lui dalla signora dell'albergo. Cerco d'inseguirlo, per fotografarlo all'arrivo, ma non c'è verso, i piedi non me lo permettono più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come sempre dopo una gara, se fossi da sola, salterei in auto ed andrei a casa all'istante, finché l'emozione tiene lontano il sonno. Ma il mio senso di colpa nei confronti di Giorgio è tale che non me la sento di infliggergli anche questa penitenza. Mi rassegno, senza fiatare, a fermarmi ancora questa notte in albergo, anche se la voglia di riabbracciare i miei cagnoni e rivedere mamma brucia, ora che sono tornata con i piedi sulla solida terra. Una doccia, il tempo di toccare il materasso e piombo in un sonno profondissimo, liberatorio, da cui non mi sveglio del tutto nemmeno quando, più tardi, mi trascino al locale convenzionato con la corsa, per una gustosissima pizza. Sul grande schermo, il TG Regionale con le immagini del Tor. Vincitore, da regolamento, un giovanissimo atleta francese, Jules Gabiou; vero trionfatore della corsa, tuttavia, un eccezionale Marco Gazzola, giunto al traguardo nel tempo stratosferico di meno di ottanta ore e squalificato per aver sbagliato strada proprio negli ultimissimi km, oltre il Rifugio Bonatti. Persona eccezionale e per il successo sportivo, e per la calma olimpica dimostrata nell'accettare il provvedimento della direzione di gara. Niente scene madri, niente rivendicazioni, niente scuse. Infatti non è italiano, Gazzola: guardacaso, è svizzero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultima immagine di Courmayeur è una breve passeggiata di buon mattino, nell'aria frizzante dei 1.200 m di quota, prima di ripartire. Una puntata all'arrivo, dove si attenderanno corridori fino a metà pomeriggio, ed una valanga di coccole a due enormi Pastori dei Pirenei. Il cielo è ancora chiaro e limpido. Domani, sulla cerimonia di premiazione, scenderà la prima, sottile, fredda, ostinata pioggia autunnale. E sono certa che Giove Pluvio, benevolo, di lassù ci farà l'occhiolino...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;.................&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"Sotto il peso di un'infinita tristezza mi resi conto che la pagina era voltata, che bisognava affrontare dinuovo il mondo, che la grande avventura era finita".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lionel Terray, &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;"I conquistatori dell'inutile"&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7893910088471592057-568411771803287130?l=giancarla-agostini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.tordesgeants.it/tdg/index.php' title='11-18 settembre 2011 - Tor des Geants 2011'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/feeds/568411771803287130/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/12/11-18-settembre-2011-tor-des-geants.html#comment-form' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/568411771803287130'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/568411771803287130'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/12/11-18-settembre-2011-tor-des-geants.html' title='11-18 settembre 2011 - Tor des Geants 2011'/><author><name>Giancarla</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10721676370378960701</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_FeAvyKCyF6g/SlwYuOTYO1I/AAAAAAAAJzo/imiB33fs8LI/S220/100_1008.JPG'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7893910088471592057.post-6792033179923328793</id><published>2011-08-28T22:13:00.001+02:00</published><updated>2011-09-04T22:16:02.094+02:00</updated><title type='text'>26/27 agosto 2011 - Le Grand Raid des Pyrénées 2011</title><content type='html'>Il Genovese tirchio ed affarista, un banale luogo comune? Sarà, ma giuro che, nella mia lunga anche se poco onorevole carriera di sportiva, non avevo mai assistito alla vendita del buono per la cena pre gara fornita dall'organizzazione. Cose che voi umani non potete credere. &lt;br /&gt;Già la situazione in sé è surreale: io ho ricevuto, insieme al pettorale, il buono per la cena, che all'atto dell'iscrizione non avevo chiesto né pagato, ben conoscendo la qualità della pasta francese. Un mistero che non mi do pena di chiarire. Si parlotta qualche momento, propongo a Matteo: va bè, visto che io ho questo benedetto talloncino e quindi ho diritto alla cena, andiamo tutti e due al salone del pasta party e vediamo se riusciamo a comprarne uno anche per te. Sarà un pasto poco entusiasmante, ma ci riempirà comunque la pancia a poco prezzo. &lt;br /&gt;Troppo facile: scopriamo all'ingresso che i buoni, intesi proprio come i coriandolini di carta che danno accesso alla pappatoria, sono limitati. Quindi, se Matteo vuol mangiare, deve aspettare che qualcuno arrivi qui con l'intenzione di vendere il proprio talloncino. Infatti, c'è già un altro concorrente in attesa. Follia, manco fossimo bagarini allo stadio, ma che senso ha? Ovviamente non ho alcuna intenzione di restare qui ad aspettare il Messia; al diavolo il mio buono, propongo a Matteo di andarci a cercare una pizza da asporto o di comprare qualche maialata al supermercato. E lui che fa? Prende il mio buono, punta il corridore in attesa e glielo offre. Allo stesso prezzo del pasto, ovviamente: ben otto euro. Resto allibita: io ho già fama, più che meritata, di essere piuttosto tirchia, ma a questo livello di abiezione non sarei mai arrivata; l'avrei regalato... "Ma è lui che ha tirato fuori il portafoglio", protesta Matteo. Sì, ma tu di certo non hai rifiutato quegli otto euro con sdegno! Poi mi mordo la lingua: Gian, non sono affari tuoi. Tu avresti agito in un modo, lui ha ritenuto di agire diversamente e va bene così. Anzi, prendi esempio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rimediamo un po' di derrate alimentari al supermercato, in extremis prima della chiusura. Formaggio, yogurt, frutta, dolci, da aggiungere al pane ed alle varie scorte con cui abbiamo già riempito uno scatolone portato da casa. Poi ce ne torniamo su, a Espiaube, stazione sciistica circa novecento metri più in alto di Vielle Aure, allo Chalet de l'Ours, dove ci siamo sistemati già nel primo pomeriggio, subito dopo aver recuperato i numeri di gara. Abbiamo viaggiato dall'una di notte a poco dopo mezzogiorno; abbiamo passato tre ore pomeridiane a dormire come ghiri... Ora non ci resta che la cena e, ancora, la nanna. Abbiamo scoperto quasi per caso che la partenza della gara è stata rinviata dalle cinque alle sette: il motivo, le previsioni meteo da tregenda. Si vocifera di zero termico a 2.000 m di quota, di raffiche di vento molto violente, di pioggia per la prima giornata di corsa. Meno male che abbiamo incontrato Barbara: senza di lei, domattina saremmo stati gli unici intelligentoni nella piazza del paese alle quattro e mezza del mattino. Così impariamo a saltare a piè pari la riunione pre gara!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo splendido cielo striato di rosa della sera pirenaica, con il sole che tramonta un po' più tardi rispetto a casa, non preannuncia cattive intenzioni, anzi; soffia un po' di vento, sì, ma è normale, quassù sulla balconata in faccia alla valle. Il freddo non è nemmeno così pungente. Quattro passi ed una marea di coccole al cane dello Chalet, il Labrador più grasso che abbia mai visto: sembra un dirigibile con le zampe; cammina tutto ciondoloni, sbilanciato dalla mole del suo stesso corpaccione! Purtroppo, nella notte, il nostro sonno è turbato dalla furia di un vento rabbioso e di scrosci di pioggia violenti: turbato sì, ma non più di tanto. Il tempo di dire "Cavoli, domani siamo messi male" e ripiombo nel profondo del sonno...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al trillo della sveglia, apriamo gli occhi e soprattutto le orecchie con cautela. Tutto tace. Dallo spiraglio della finestra non si vede nulla, buio pesto, ma non sembra voler piovere. Bando alle ciance: colazione e via, si va. E la scena, puntualmente, si ripete. "La bocca sollevò dal fiero pasto", il buon Matteo, solo dopo aver fatto fuori i tre quarti di una baguette, mezzo panetto di burro, una valanga di marmellata, miele, cereali ed un budino, sotto lo sguardo attonito della titolare dello Chalet, che pure, a giudicare dall'aspetto florido, non è certo donna di pasto piccolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci avviamo in auto verso Vielle Aure. Non piove, anzi, in cielo spunta persino qualche stella, ma so già che non mi devo illudere. Difficilmente oggi il meteo sbaglia. Devo anzi prepararmi a freddo, pioggia, fango, disagio. Il mio compare è stranamente silenzioso, non so se per l'impegno sovrumano della digestione o per la tensione della corsa o entrambe le cause. E' al suo debutto nella distanza oltre i 100 km: saranno poco più di 150. Avrebbero dovuto essere, in origine, 158, per 10.000 m di dislivello: saranno invece rispettivamente 7 km e 500 m di dislivello in meno, perché i responsabili dell'organizzazione hanno deciso di "tagliare" la salita e relativa discesa dal Col de Sencours al Pic du Midi. Ragioni di sicurezza, che avrò modo di comprendere anche troppo a fondo tra qualche ora. Per adesso, mi limito a prendere in giro il povero Matteo, terrorizzato come un condannato alla sedia elettrica, ed a scambiare quattro chiacchiere con alcuni degli italiani presenti: Roberta, Barbara, Cristiano. La prima luce del giorno illumina un cielo grigio, quasi chiuso. Ultime raccomandazioni: in quota fa freddo... Poi via, si parte. Circa 670 atleti al via, rispetto agli oltre 700 iscritti al percorso lungo. Per inciso, domattina alle cinque partirà il percorso cosiddetto "breve" da 80 km, che avrà in comune con il nostro il tratto finale, da Tournaboup all'arrivo, gli ultimi 22 km circa. &lt;br /&gt;La prima salita ci porterà dagli 800 m di Vielle Aure ai 2.200 e rotti del Col de Portet, salendo all'abitato di Soulan per una lunga stradina sterrata che a tratti diventa sentiero, in mezzo al bosco. Si procede pigiati come sardine, infilzandosi l'un l'altro con i bastoncini, tra frizzi e lazzi come sempre all'inizio delle corse, finché il fiato lo consente. Il fango che calpestiamo e l'acqua che scende a rivoli lungo il sentiero ci danno l'idea della portata del diluvio della scorsa notte. Matteo indugia un po' nelle retrovie, poi parte; non lo vedrò che all'arrivo. Mi fa sorridere la cautela con cui si congeda: "Adesso che si allarga un po' (la folla, ndr), provo ad andare...". E' terrorizzato dal mio giudizio, perché puntualmente lo rimprovero. Ma la mia non è affatto una critica alla sua condotta di gara, tutt'altro; ciò che mi indispettisce è sentirlo lamentarsi a fine gara, "Ho male alle gambe, sono distrutto, chissà perché". Domandone da cento milioni di dollari: sarà mica perché hai tirato come un pazzo dall'inizio alla fine? A me non capita quasi mai di essere distrutta oltre la linea del traguardo; la mia non è mai una gara di velocità, bensì semplicemente di sopravvivenza fino alla fine. E non per scelta, bensì per necessità. Non ho il fisico per andare di più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io fatico, come sempre, in avvio, ed accolgo con gratitudine gli ingorghi che di tanto in tanto ci costringono ad una sosta forzata.  Le abitazioni, a fondovalle come in quota, hanno tutte il tetto ricoperto di curiose tegoline scure; credo si tratti di ardesia. Dal bosco sbuchiamo sulla strada asfaltata che da Vielle Aure sale a St Lary Soulan e passiamo accanto ad alcuni chalet, tra cui quello in cui ho dormito; quasi quasi, se fosse avanzata una fetta di pane e marmellata...&lt;br /&gt;La mia concentrazione agonistica si dissolve in favore di altro tipo di interesse, che si identifica in questo momento con un baldo fanciullo in pantaloncini azzurri, quelli molto corti e morbidi da podista, e canotta bianca. Ricordo d'averlo già visto in altre gare in Francia: non ho mai avuto il piacere di vederlo in viso, ma il lato B non è affatto male!&lt;br /&gt;Ci si arrampica poi lungo le piste da sci, su una pendenza che fa impressione alla sola idea di buttarcisi giù con due lame ai piedi. I bollenti spiriti si spengono in fretta, il passo da fiero e baldanzoso si fa lento, faticoso, a zig zag. Per ora il sole non ci ha ancora del tutto abbandonati; fa capolino, un po' pallido, nella nebbia. E il vento non soffia rabbioso come s'era annunciato, anzi. L'anno scorso, quassù, volavano via i bastoncini!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La salita si attenua, fino a raggiungere il Col Portet. Breve discesa tra gli impianti delle piste da sci, fino al primo punto di ristoro, il Restaurant Merlans. Tavolate allestite sul terrazzo dell'edificio: comincio qui la mia overdose di Coca Cola, mentre riempio il sacchetto legato alla cintura dello zaino con cioccolato ed albicocche secche. Non mi faccio mancare nemmeno un paio di fette di una gustosissima torta morbida con uvetta e ciliegie candite, uno dei pochi dolci asciutti ma anche abbastanza morbidi da andar giù facilmente. Poi via, ancora in salita, ancora in mezzo agli impianti ed ai prati verdissimi. Il verde acceso è il colore dominante di queste montagne; ciò la dice lunga su quanto piovosa sia la zona... Per ora, incrocio le dita, Giove Pluvio sembra ancora ben disposto, anche se è evidentemente inutile illudersi. Cumuli grigi si inseguono nel cielo, e sono spessi, pesanti, minacciosi. E' solo questione di tempo. Magra consolazione, pensare che non ci toccherà arrampicarci in cima al Pic con queste premesse, ma comunque consolazione: sarebbe davvero penoso, oltre che pericoloso. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ambiente si fa d'improvviso più aspro ed irregolare. Si sfila accanto ad un bel lago, dove incontriamo una comitiva di escursionisti dal fisico non proprio filiforme e dall'età non più adolescenziale, per poi attaccare uno scalino che ci porta in alto di un centinaio di metri. Guai a lasciarsi ingannare: non è quello il colle, anche se così pare. Ancora strappi e brevi tratti interlocutori. E nel frattempo... Accade l'inevitabile. Gocce, goccioline, goccioloni. Esito un po' ad infilare la giacca; voglio essere sicura che piova sul serio, per evitare di mettere e togliere. Ma, nel lungo traverso in direzione del colle, verso destra, ogni dubbio è fugato. Piove proprio. Amen: ormai abituata al contorsionismo, estraggo dallo zaino la giacca impermeabile e la indosso senza fermarmi. Col de Bastanet, poco più di 2.500 m: giù subito, pur tra mille difficoltà, perché la prima discesa è tutt'altro che agevole. Anzi, è un susseguirsi interminabile di pietre, salti, sfasciumi, trappole per le caviglie. Vorrei andar giù un po' spedita, ma è una parola... In più, le lenti degli occhiali si appannano; ho un bel pulirle in un lembo della maglia, è inutile. Mi sorpassa mezzo mondo, ma non è una novità. Milletrecento metri di dislivello in discesa, passando accanto a splendidi laghetti appena increspati dal vento, capannette, una diga. La pioggia non è ancora così decisa, a tratti concede tregua, poi riprende. Tranquilla, Gian, lascia che corrano, tutti quanti. Li riprenderai...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un'imponente cascata accompagna l'arrivo a fondovalle, ad Artigues, quota 1.390 m. Non mancano i tifosi, pure bagnati ed infreddoliti. Il ristoro è allestito in un ampio seminterrato. Gli occhiali si appannano non appena entro; sono costretta a levarli e non vedo più nulla. Se qui ci fosse qualche conoscente, rimedierei senz'altro una figuraccia perché non sarei in grado di riconoscerlo. Ma per il cibo nessun problema, vado a fiuto; infatti, trovo subito il cioccolato, la frutta secca e la torta con l'uvetta. Pochi minuti e via, ancora fuori, scossa dai brividi per il contrasto con l'ambiente chiuso e caldo. Che contrasto... L'anno scorso, qui, il sole picchiava sulla testa peggio di un fabbro. Le bandelle mi guidano verso un sentierino diverso da quello imboccato nella precedente edizione; si sale in mezzo al bosco, lungo un tratto ripidissimo e terroso che corre lungo una staccionata di legno. E meno male che c'è, la staccionata; altrimenti, tra fango e pendenza, si farebbero due passi avanti e tre indietro. Appena alle mie spalle, altri due corridori incespicano quanto me. Il budello ci porta a spuntare in un ampio vallone, nei pressi di un alpeggio; superato il ponticello in legno, ritrovo la strada sterrata da cui s'era saliti l'anno scorso. Il cielo è bigio, opprimente. Un freddo pungente e nessuna traccia del Pic du Midi, né delle vette meno celebri che lo circondano. Il verde intenso dei pascoli non trasmette più allegria, è pesante. Risuonano i campanacci delle mucche.&lt;br /&gt;Uno degli inseguitori mi sorpassa quasi di corsa e se ne va. L'altro mi segue: ne sento il respiro, il passo. Ma non sembra volermi sorpassare. Altro ponticello di legno, si torna dall'altra parte del torrente. Da qui, una lunghissima risalita a mezza costa, con pendenza mai troppo severa; l'affronto con decisione per la paura di ciò che troverò lassù. E supero, uno dopo l'altro, parecchi avversari, che si scansano prontamente al mio arrivo. Il freddo si fa sempre più aspro; man mano che saliamo, poi, ci si mette anche il vento. Il percorso piega poi nettamente verso sinistra e risale, con pendenza ora ben più accentuata, un dislivello importante, tutto pietre e fango. Il vento soffia rabbioso, congela le orecchie ed irrigidisce le mani. Respiro a fatica, con l'ansia che cresce, le gambe ed i piedi intirizziti. Conficco i bastoncini nel terreno con rabbia, per salire più in fretta, per levarmi di qui; alzo lo sguardo, ma i goccioloni di pioggia sembrano aghi negli occhi. Il mio collega senza volto è sempre alle mie spalle; si vede che il mio passo gli è congeniale. Cerco di accelerare, sorpasso nugoli di concorrenti, tornante dopo tornante, soprattutto là dove il sentiero pende di più. Vedo il colle, là in alto, troppo lontano; strappo ancora. Il vento è gelido e furioso; le mani sempre più gonfie, bianche e rigide intorno all'impugnatura dei bastoncini. Mannaggia a me, avrei dovuto pensare ai guanti lunghi. Ma ora, comunque, non sarei in grado di indossarli. Brividi lungo le gambe, la schiena, il torace. Nei tornanti finali mi volto; più nessuno dietro di me, o meglio, qualcuno c'è, ma ben distante. Con gli occhi che bruciano, sempre più preoccupata, raggiungo finalmente i 2.370 m del Col de Sencours: il tempo di far rilevare il passaggio al gazebo dei cronometristi, squassato dalle raffiche, e raggiungo la casermetta in pietra in cui è stato allestito il ristoro. Sporgo la testa dentro: un carnaio, una bolgia infernale. Neanche a parlarne. Gian, da qui devi filare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cerco di prendere nello zaino il giacchino sottile, per indossarlo sopra la giacca impermeabile e fare da camera d'aria, ma le dita non reagiscono. Gonfie come salsicciotti e rigide. Mi riparo alla bell'e meglio dietro al muretto in pietra; un volontario nota i miei movimenti incerti e capisce al volo. Mi scolla letteralmente le dita dai bastoncini, mi riscalda le mani alla bell'e meglio sfregandole tra le sue, mi aiuta ad infilare la giacca, che il vento fa di tutto per strapparmi via. Ringrazio e riparto, giù per la discesa prima su strada sterrata e poi, a destra, lungo un sentiero per fortuna facile, che mi permette di correre con i bastoncini e le mani infilate strette strette sotto le ascelle. Stringo i denti per il dolore alle dita: fa male, ma dovrebbe essere un buon segno, la ripresa della circolazione del sangue... Almeno, credo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non so se sia io stessa a volermene convincere, per trovare sollievo all'angoscia del passaggio in quota, ma mi sembra che, poche centinaia di metri più in basso, si stia già meglio. Da uno dei tornanti, per un attimo il Pic du Midi si svela tra le nubi in tutta la sua minacciosa imponenza, con l'antenna sulla vetta che sembra il dito di Frate Cristoforo puntato verso il cielo: "Verrà un giorno...". Già, verrà un giorno in cui, a furia di andare a caccia di grane, le troverò. Non sono affatto sicura che caracollare per sentieri ben oltre i duemila metri, sfidando le condizioni meteo, sia proprio esente da rischi, pur con tutta l'assistenza possibile ed immaginabile. D'altro canto, tutta la vita è un pericolo, si può sempre morire. Ma ringrazio di cuore, in silenzio, chi ha preso la decisione di non farci salire lassù. E probabilmente lui stesso, chiunque sia, tirerà un gran sospiro di sollievo. &lt;br /&gt;Cerco conforto nelle figurine lontane di altri concorrenti davanti a me: dai Gian, tu sei nei guai, ma non ci sei mica da sola. Mal comune, mezzo gaudio. Libero le mani, seminascoste nelle maniche del giacchino. Passo dopo passo, va meglio. Sembra quasi di intravvedere un alone di luce... Il sentiero si tuffa verso il basso con una serie di tornanti; dal pendio, la nebbia risale e tra poco investirà la mia linea di marcia, inesorabilmente, prima che possa arrivarci io. In fondo e poi ancora verso l'alto, una sequenza di ripidi tornanti, guadagno ancora terreno, un sorpasso dopo l'altro; una risalita breve ma severa, lassù la sella del Col de la Bonida, quota 2.300. Piove a tratti. Mi attendono ancora due brevi risalite, prima della lunga discesa su Villelongue. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo so, la montagna è anche e soprattutto questo, pioggia, freddo e giornate plumbee. Ma io in fondo non sono mai stata una montanara... Vado a spasso sui sentieri quando fa bello, cerco di cavarmela quando fa brutto, ma a stento. Dovrei apprezzare ogni situazione allo stesso modo, invece... Discesa dal colle verso il lago d'Aoube, dove il fango certo non manca; poi si va su, all'omonimo colle. Piano, Gian, che è ancora lunga... Già, ma come si fa ad andar piano, con il fiato di un gruppo di colleghi sul collo? Se almeno sorpassassero e se ne andassero... Invece no, nonostante il fatto che io lasci evidentemente spazio ogni volta che il sentiero lo concede, quelli mi restano rigorosamente a ruota. Mi sento in dovere di non rallentare la loro andatura  e finisco, puntualmente, per prenderla un po' troppo allegra... Con l'aggravante della legge di Murphy applicata alla corsa in montagna: il colle non è mai lì dove sembra che sia, o dove te lo ricordi. E' molto più lontano! Ed io, cocciuta, non posso certo ammettere lo smacco in salita. Ergo, raggiungo lo scollinamento, immerso nella nebbia, con un respiro che pare il rantolo di una creatura mostruosa annidata nelle viscere della Terra. Meno male che poi si scende. Non mi fermo nemmeno: non ho necessità di vestirmi, anche perché tutto quel che avrei potuto indossare ce l'ho già addosso. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pian piano, la coltre di nebbia svela un'ampia vallata dai contorni morbidi, di un colore verde intenso. Niente alberi, ma prati a perdita d'occhio, e vacche, e cavalli, per nulla turbati dal maltempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora un bellissimo lago da aggirare e poi la breve risalita ai 1.900 m dell'impronunciabile "Horquette d'Ouscouaou". Qualche timido raggio di sole nel lungo tratto di falsopiano a mezza costa, oltre il colle, inganna le speranze del povero podista. Mi sforzo di correre, per quel che posso; ho una gran voglia di raggiungere il punto di ristoro, che, se non ricordo male, dovrebbe essere allestito in una delle strutture degli impianti di risalita. Ce ne sono parecchi, visibili da quassù. A Hautacam siamo a 65 km, mal contati. Solita dose di Coca Cola, solite fette di dolce con l'uvetta, solita scorta di cioccolato ed albicocche, poi giù, destinazione la base vita di Villelongue.A parte il primo tratto su sentiero, si scende su strada in parte asfaltata ed in parte sterrata. Dove possibile, ben volentieri resto sull'asfalto; suscito così lo sdegno di un collega francese che mi supera correndo oltre il bordo della strada: indica l'asfalto e mi spiega che è orribile correre lì... Fanciullo, stai parlando con una che ha corso la Nove Colli Running e l'ha anche amata moltissimo! Non toccarmi l'asfalto, che è la migliore superficie possibile per correre...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La discesa prosegue con una svolta a sinistra su strada sterrata. Corricchio, proprio per onorare la discesa, ma sono un po' distratta... Finché non sento una voce alle mie spalle: "Sai mica a che chilometro siamo?". Toh... Qualcuno che parla italiano!  "A Villelongue, al fondo della discesa, avremmo dovuto essere al km 72. Con il taglio del Pic du Midi, saremo al 65, più o meno". La compagnia insperata mi sveglia: Gianluca corre senza misericordia; se voglio scambiar quattro parole, devo stargli dietro. Giù a perdifiato, per fortuna il fondo lo consente; sorpassiamo parecchi concorrenti dal passo già ingessato. Per la verità, non è che io sia così sciolta, tutt'altro; però, la compagnia in questo caso è vivace e piacevole. Scopro così che il mio compagno di corsa è di Torino: mannaggia, a saperlo... Siamo partiti a trenta km di distanza l'uno dall'altro e ci siamo sciroppati novecento km di strada ciascuno per conto proprio, o meglio, io con Matteo; alla faccia del risparmio e dell'ecologia! Per lui, questa corsa è uno dei pochi appuntamenti "lunghi" dell'anno; è un ottimo atleta ma, al contrario della sottoscritta, non è tipo da correre tutti i santi fine settimana con costanza quasi ossessiva. Ha dovuto abbandonare al ristoro di Hautacam un amico in crisi ed ora si cruccia al pensiero di dover proseguire la corsa da solo: preoccupazione di natura solo psicologica, perché mi pare che, fisicamente, il torinese non abbia proprio nulla da temere dal percorso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa discesa mi pare completamente diversa da quella affrontata l'anno scorso per calare su Villelongue. Ma potrei anche sbagliare, chissà. Non mi ci ritrovo. Dalla strada passiamo ad un tratto di sentiero a tornanti, nel bosco fitto. Si decide di provare a proseguire insieme, dopo una breve sosta alla base vita. Mi rendo conto che per me è un rischio: Gianluca, è evidente, "ne ha" più di me; sforzandomi di seguirlo, rischio di sprecare energie ed inchiodarmi le gambe, quando manca ancora troppo alla fine della corsa. D'altro canto, affronterei almeno parte della notte in compagnia, come ottimo antidoto per il sonno... E potrei evitare di trovarmi da sola in quota, là dove, con questo tempo inclemente, pioggia e nebbia la faranno senz'altro da padrone. Avrei un paio d'occhi più efficienti dei miei, ecco. Bando alle esitazioni, conviene provarci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' ancora chiaro quando raggiungiamo la base vita. Faccio un paio di conti: tenendo conto del taglio di percorso ma anche delle due ore di ritardo nella partenza, direi che più o meno sono in tabella, rispetto all'anno scorso. Forse addirittura in vantaggio. Applausi e tifosi anche qui. Entro nel salone per recuperare la borsa con il ricambio di vestiti: fa un caldo da sentirsi male, un carnaio, non si riesce nemmeno a passare tra sedie, tavoli, corridori disfatti ed accasciati nelle pose più impensabili, piatti, bicchieri rovesciati, odore di creme ed oli da massaggi. Esco appena possibile: meglio cambiarsi fuori, almeno si respira. Cerco di agire nel modo più organizzato e rapido possibile: mi cambio la maglia, senza negarmi un po' di pulizia sommaria con i fazzolettini bagnati; via anche le calze zuppe, metto su uno strato di pasta Fissan a protezione dei piedi che, a dirla tutta, non mi hanno mai tradita. Non voglio far perdere tempo a Gianluca, che qui non ha mandato alcun ricambio; infatti, non mi fermo neppure per un piatto di pasta. Giusto il tempo di bere un po' di Coca e riempire di cioccolato e frutta secca il sacchetto appeso allo zaino. E di buttare l'occhio, più volte a dirla tutta, su un gran bel corridore impegnato in un'accesa discussione al telefono: non molto alto, ma ben piantato, cascata di riccioli scuri, splendido sorriso. Peccato che sia già ora di ripartire... Ecco, a Gianluca devo già due favori; il primo, quello di avermi svegliata dal torpore con cui avrei senz'altro affrontato, da sola, la lunga e pur corribile discesa; il secondo, avermi costretta a darmi una mossa alla base vita, senza inutili indugi. Si riparte con la frontale in testa. Telefono anch'io a mammà, giusto per dire che sono viva. Appena fuori del paese, una ripidissima risalita su un sentierino che corre lungo la condotta forzata ci consente di evitare un tratto di strada trafficata; non è un male, visto che ormai è buio. Il sentiero ci scodella ancora in paese, ma più in alto. Luci dalle case, profumi di cena. Con noi uno spagnolo, dubbioso circa la direzione da prendere: ci consultiamo in un curioso idioma misto di italiano, francese, spagnolo e, perché no, un po' d'inglese, in cui ciascuno capisce quello che gli pare; per fortuna, le fettucce della gara ci mettono tutti d'accordo. Da una viuzza in salita si ricomincia a camminare verso l'alto. Prima una strada sterrata a tornanti; è Gianluca a fare il ritmo, mentre io mi sforzo di stargli a ruota. "Passa pure davanti tu, se io vado troppo piano". Mah, a dire il vero io sarei già alla canna del gas... Una dopo l'altra, raggiungiamo le voci e le luci che ci precedono nel fitto della boscaglia. La frontale fa brillare le gocce sulle foglie ancora cariche di pioggia; per ora, il cielo sembra clemente, ma non c'è di che illudersi. Il meteo ha promesso ancora acqua, stanotte. &lt;br /&gt;Fatico un po' e so che non va per niente bene. La prima regola del montanaro impone di non costringersi mai e poi mai a tenere in salita il ritmo di chi va più forte, anche di poco: è un errore madornale che si paga caro, inevitabilmente. Fiato corto, gambe dure, ma questa volta devo rischiare. Non so ancora cosa troverò lassù, ma qualcosa mi dice che sia meglio non arrivarci da sola. Per ora, la salita mi torna in mente metro dopo metro; l'anno scorso avevo sopra la testa un meraviglioso cielo stellato, quando, dal bosco, mi sono ritrovata su una strada sterrata che sale, con pendenza moderata, attraverso i pascoli. Stanotte la luce della frontale può poco contro le nuvole che ci chiudono il cielo, ma, se non altro, la visibilità è buona, almeno per ora. Ricordo anche un ristoro allestito in un gazebo; non lo vedo ancora, ma percepisco un intenso profumo di carne alla brace. Che sia la prima allucinazione da sonno? Pare di no, visto che lo avverte anche Gianluca. Il chiarore di un falò ci guida verso l'ennesimo spuntino, the caldo e l'immancabile Coca. Quando esco dal tendone, pochi istani più tardi, ho la netta impressione che la temperatura sia crollata in picchiata: vento forte, gelido, tanto da costringermi a fermarmi ed indossare la giacca. Altro supplizio per le mani, protette solo dai guantini da ciclista, per giunta bagnati. E qui iniziano i guai. La memoria fa difetto, un buco clamoroso; la vista, non ne parliamo: par di intravvedere la sella di un colle, appena un accenno di contrasto tra il nero della montagna ed il nero del cielo. Invece no: pieghiamo a sinistra e continuiamo a salire, ancora e ancora. Procedo interdetta ed un po' preoccupata; mi ripiomba alla realtà una voce nota. "Ciao Giancarla!". Urca, chi è, dove, come, quando? E' Cristiano, che tribola per via dei colpi di sonno. Lo esorto ad aggregarsi a me e Gianluca: so bene che, in questi momenti, quattro parole possono fare miracoli. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La strada diventa presto sentiero. Quel che è peggio è che finiamo dritti nella nebbia. Sono io la capocordata, ma per me la situazione si fa subito critica. Fatico a trovare il sentiero; spesso sono costretta a fermarmi, provare, riprovare. Non vedo più nulla, tra occhiali bagnati e buio. Ed ho un gran freddo. Calma, Gian, calma, non sei sola, almeno, non ancora. Cedo il passo a Gianluca, che ha una vista migliore della mia; eppure, anche per lui la navigazione risulta tutt'altro che tranquilla. La nebbia è fittissima; il sentiero non esiste, è una successione di bandelle lungo la via di massima pendenza. Alla fatica della salia ripida e sconnessa si aggiungono fatica ed apprensione per le condizioni meteo. Spero che Cristiano sia ancora dietro; sento un respiro profondo e regolare, ma ben presto vi si aggiungono le voci di corridori francesi. Eppure sono così angosciata che non riesco nemmeno a tirar fuori la voce per chiamare il suo nome. Non devi perdere Gianluca, Gian. Non devi perdere la guida altrimenti sei nei guai. La fatica è schiacciante, ingigantita dalla preoccupazione; la terra non tiene, l'erba è scivolosa, si procede alla cieca, s'inciampa ad ogni passo. E non si vede nulla, nulla, si sale senza sapere per dove, per quanto ancora. Ma possibile che l'anno scorso si sia passati di qua? Non ricordo nulla... Gianluca è nervoso a sua volta, "Ma dove c...o stiamo andando!", sbotta, senza risparmiare qualche epiteto troppo colorito all'indirizzo dell'organizzazione francese. Parla piano, per carità, che ne siamo circondati... Qui ci linciano, e senza testimoni!&lt;br /&gt;Penso con terrore a cosa potrebbe accadere se, quassù, ci si dovesse perdere. Se io fossi da sola, qui mi sarei già persa. Non c'è nulla da fare, non riesco nemmeno a vedere i miei piedi, mi sembra di camminare sospesa nel nulla; non riuscirei ad individuare le balise, né tantomeno ad intuire una traccia di sentiero che non esiste. Se dovessi confidare solo sui miei occhi, l'unica cosa sensata da fare sarebbe fermarmi qui ed attendere l'arrivo di qualche altro concorrente. Ostinarmi a vagare a caccia della strada giusta servirebbe solo a confondermi ancor più e probabilmente ad allontanarmi dalla retta via.&lt;br /&gt;E va già bene che qui non sembrano esserci punti scoscesi né pareti, solo pascoli... Ma è possibile che solo io abbia tanta paura? Possibile che per gli altri sia tutto normale? Fa un freddo insopportabile, ormai da un po' ha ripreso a piovere; perdersi qui, doversi fermare, con questa temperatura, la stanchezza, gli abiti bagnati, secondo me potrebbe voler dire rischio di ipotermia, anche perché alla prossima alba mancano ancora parecchie ore. E basta allontanarsi di poco dalla traccia, per perdere non solo il contatto visivo ma anche la possibilità di orientarsi con le voci, attenuate dalla nebbia e dal soffio del vento. &lt;br /&gt;D'improvviso Gianluca si ferma nei paraggi di uno scheletro di metallo, forse uno degli impianti di risalita, chissà. Il freddo morde all'istante le ossa. Non c'è più traccia di balise. Con noi si fermano anche Cristiano ed alcuni francesi. Girano in tondo, perlustrano il terreno, in un attimo spariscono dalla  mia vista. Ibernata, non mi muovo; non posso essere di alcun aiuto nella ricerca. Per un attimo, mi balena in testa il terrore di doversi fermare quassù... Chissà se, a fondovalle, si rendono conto della situazione in cui ci troviamo? Chissà se lo sanno, che quassù si rischia un altro Mercantour? Pace, Gian. Ricordati che, per quanto tu stia soffrendo, un'assemblea di condominio è pur sempre molto peggio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualcuno annuncia il ritrovamento della balise, da tutt'altra parte rispetto a noi, ma non importa. Finalmente capiamo di essere arrivati al colle: Col de Contente, quota 2.300 e rotti come avrò poi modo di controllare sulla carta. E qui non c'è più santo che tenga. Gianluca ed i francesi si fiondano in discesa. Ed io... Beh Gian, mica puoi pretendere che ti aspettino. Coraggio, è ora che te la cavi da sola. La mia fortuna è che il sentiero, qui, è un po' più definito. Levo gli occhiali, li ripongo in tasca; bagnati come sono, fan più danno che beneficio. Non vedo altro che macchie di colore vagamente diverso; il sentiero, meno male, ha il fondo leggermente più chiaro dell'erba. Non riesco a valutare la profondità, quindi a capire dove sia il punto di appoggio per il piede; inciampo di continuo, perché il terreno è sempre qualche centimetro più in basso o più in alto di dove pensavo che fosse. Procedo pianissimo, ma procedo... Con il cuore in gola e la speranza di scendere, scendere, di uscire da questo inferno buio. Come si dice in piemontese, vado "al tùc": pian piano, ma scendo, con i piedi di piombo ed i bastoncini a tastare il terreno. Mi servirebbe un sistema di ultrasuoni...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quasi non ci credo, quando mi accorgo che la nebbia pian piano si dirada. Mi affretto a reinforcare gli occhiali, dopo averli puliti alla bell'e meglio in un lembo della maglia. Va molto meglio, per quanto sia possibile con i miei occhi fallati. Posso procedere un po' più spedita. Si fa per dire... Ora che la tensione s'è allentata, è il sonno a farla da padrone. Mi piomba addosso a tradimento: se prima era la foschia a tenermi in una strana condizione di sospensione sul mondo, ora è la testa pesante che mi impedisce il contatto con la realtà. Nemmeno le poche parole scambiate con Cristiano, che ritrovo sul sentiero, mi aiutano a riprendermi. La lunghissima discesa, con infiniti tornantini ed altrettanti traversi che sembrano farlo apposta a non far perdere quota, è un supplizio senza fine. Procedo pianissimo e m'inciampo ad ogni passo, mi addormento e mi risveglio ad un soffio dal volare di sotto. Luci in fondo alla vallata, ma chissà quanto sono lontane. Cammino, cammino, un guado dietro l'altro, innumerevoli ruscelli alimentati dalla pioggia della giornata che rendono il tracciato insidioso e "glissant". Mi sorpassano a decine, ma io fatico anche solo a stare in piedi. Canticchio, penso a voce alta, desidero quelle luci che son sempre là, lontane. Unica nota positiva, in cielo splende qualche stella... Cristiano s'è fermato, mi riprende più avanti, là dove il sentiero infinito diventa strada sterrata, quasi comoda. La vegetazione, dinuovo fitta, ci nasconde ora le luci dell'abitato. Chiacchieriamo per tenerci svegli. Il mio compagno di viaggio annuncia di volersi fermare a dormire un po', qui sotto, al ristoro di Cauterets. Io non ci avevo nemmeno pensato... L'anno scorso non mi son fermata, salvo poi però accasciarmi su una panchina, su una pietra, insomma, tribolare non poco sulla salita successiva. Forse stavolta è meglio che mi prenda un po' di pausa. Senza contare il rischio di tornare, alla prossima salita, in una situazione pari a quella che ho appena scampato. Non so nemmeno io se abbia senso o meno, proseguire e rischiare ancora. Lassù m'è andata di lusso... Ma non è affatto detto che il colpo di fortuna si ripeta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando raggiungiamo finalmente Cauterets, Cristiano si fionda a caccia di una branda. Sulle prime, l'idea è di seguirlo; il guaio è che il locale dormitorio è terribilmente caldo ed umido. Chiudersi qui significa soffrire poi la partenza, molto più del necessario; il contrasto con il freddo della notte sarebbe terribile. Decido allora di sedermi per terra, nel locale d'ingresso che non è proprio esposto all'aperto ma non è nemmeno chiuso, e di appoggiare la testa al muro, non prima di aver caricato la sveglia del cellulare. Trentacinque minuti di sonno di piombo, da cui mi risveglio dolorante, irrigidita ed intirizzita. Mentre cerco in fondo all'anima la forza per rimettermi in viaggio, faccio il pieno al punto di ristoro: torta, formaggio, biscotti al cioccolato ed alla crema, the bollente, Coca Cola. Incontro un'altra delle italiane, Lorenza, un'atleta decisamente di altro livello rispetto a me, che però oggi, ahimé, fa i conti con la sfortuna: prima il dolore ad un ginocchio, poi un bastoncino spezzato. Che iella! E' titubante, non sa se ripartirà. Io invece mi devo sbrigare. Ancora una tappa in bagno e poi, mio malgrado, mi rimetto in marcia, nella notte silenziosa del paesone. Per fortuna, la salita comincia subito e riesco a scaldarmi in fretta. Qualche luce e qualche voce in lontananza, sia davanti che alle spalle. Il vuoto di memoria s'è dissolto sulla piazza del ristoro; qui torno a rivedere un film già noto. Lunga e regolare salita su strada sterrata in mezzo al bosco. E' ancora buio, ma non piove più; saranno le cinque o poco più tardi. Mi consola che, al Col de Riou, arriverò con la luce.&lt;br /&gt;Il sonno sferra ancora qualche ultimo colpo. Cammino come ubriaca, a zig zag, chiudendo gli occhi di tanto in tanto e risvegliandomi dopo pochi secondi dall'altra parte della strada. Mi concedo ancora un paio di minuti di pausa, seduta su una pietra e con la tempia destra appoggiata alla punta di un ramo; nessuno crederebbe che si ci si possa addormentare così... E invece si può, eccome, e c'è anche il tempo per un sogno, che forse è più un'allucinazione. Poi riparto, più che mai allucinata, tornante dopo tornante, contando le lucine che spuntano man mano che la vegetazione si dirada. Un passo dopo l'altro, mi concentro sulla fatica, su quel che manca, sul corridore che mi precede e che devo inseguire, sui campanacci delle mucche, sul prossimo punto di ristoro. Tornantini sempre più ravvicinati mi portano sotto il colle e, finalmente, allo scollinamento. Ho da poco spento la luce frontale. Il cielo è ancora livido, poco promettente, ma se non altro è chiaro. Sbrigati Gian, un'altra notte non la devi nemmeno immaginare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Via di corsa per un lungo traverso, leggeri saliscendi, fino alla stazione sciistica di Luz Ardiden.  Pochi istanti di pausa per piluccare le solite cose da mangiare. Una gentilissima volontaria mi lava il bicchiere, in cui è passato di tutto; mi riempo come al solito la pancia di Coca Cola e mi fiondo fuori, in discesa. Il peggio è passato, Gian. Manca l'ultima salita: lunghissima, impegnativa, ma è l'ultima. &lt;br /&gt;Il primo tratto di discesa è un sentiero inesistente, tracciato apposta per noi lungo un pendio erboso scosceso ed irregolare e tutt'altro che agevole, per via del fango. Benedico anche oggi le La Sportiva Raptor che assicurano una stabilità eccellente anche nelle condizioni più avverse. Splendido il colpo d'occhio sui tornanti della strada asfaltata: in un solo sguardo se ne abbraccia una lunga sequenza, il nero dell'asfalto a contrasto con il verde intenso dell'erba e con la luce che finalmente sembra voler accompagnare una mattinata di sole. Con passo incerto, guadagno finalmente la fine del tratto in stile Indiana Jones, per scoprire, con sommo gaudio, che quest'anno la discesa è stata modificata rispetto all'edizione precedente: invece di infliggerci un altro lungo tratto in mezzo al fango, attraverso la torbiera, ci viene concesso il lusso di asfalto, strada sterrata ed ancora asfalto, un lungo tratto a fondovalle. Rilassante e rinfrancante. Corro quel che posso, attraverso alcuni suggestivi borghi, saluto i ciclisti  in salita, mi levo la giacca, mi godo i raggi del sole. Finalmente un po' di calore... &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si raggiunge Luz Ardiden da tutt'altra parte rispetto all'anno scorso. Ed anche il locale destinato al ristoro non è più lo stesso. Sono stanca, ma neanche troppo: nel 2010, qui, ero distrutta, sfinita, senza più forze. Mi resta il dubbio: quest'anno mi sono risparmiata cinquecento metri di dislivello con il taglio del Pic du Midi; che sia quella, la ragione? C'è anche da dire che, al contrario, la pioggia ha moltiplicato la stanchezza. Non importa, va bene così. A Esquièze Sère, appena oltre Luz St Sauveur, prendo la borsa con il ricambio solo per lasciare la maglia pesante indossata nella notte e mettere quella pulita, con le maniche corte; saccheggio il tavolo del ristoro ed il bottiglione di Coca, senza nemmeno sedermi, e via, ancora. Ormai per me è fatta: euforia pericolosissima, visto che mancano più di duemila metri di salita. Ma è prima mattina, fa caldo, splende il sole in un cielo azzurrissimo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un lungo tratto di saliscendi tra sentiero ed asfalto, che costeggia la mitica strada della salita al Col du Tourmalet, prima sulla destra e poi sulla sinistra andando verso il colle. Si attraversano paesi e tratti di strada nel bosco, Viey, Sers, piccoli gruppi di case lungo una bella pista apprezzata anche dagli escursionisti più tranquilli e dalle famigliole. Qualche tratto di salita ripida, severa, con il sole che finalmente comincia a far valere la propria autorità. L'unico cruccio è che vorrei correre un po', almeno in discesa: ma le gambe sono irrigidite, doloranti. Proprio come previsto, sto pagando le intemperanze della salita; potrei risparmiare parecchio tempo, qui, ma non è più il momento di rischiare. Adesso devo tirare a campare fino alla fine. Cerco di pensare ad altro; tengo un passo comunque più svelto di quello dei compagni che raggiungo e supero lungo la via. Strappi in salita, strappi in discesa; il passaggio nel paesone di Bareges, lungo la strada principale affollata di ciclisti. Scambio quattro chiacchiere con qualche compagno di sventura; le espressioni di sincera ammirazione nei confronti del mio passo, a loro dire ancora molto energico, mi mettono le ali ai piedi. Il lungo tratto quasi pianeggiante tra cascine e campi ed irrigatori in funzione mi sembra quasi più breve, merito anche di un cielo finalmente sgombro di nubi, luminoso, rassicurante. Così, in men che non si dica, mi ritrovo ancora una volta sull'asfalto, a sfilare davanti ai bar e ristoranti affollati per pranzo. Si chiama Tournaboup, questa località che non ho ancora ben capito cosa sia. Non sembra un paese; forse è una località per turisti, non so, un insieme di impianti per lo sci.  Trotto fino al tendone del ristoro, salvo rendermi conto che ho appena attraversato la strada senza minimamente guardare se arrivassero auto o bici. M'è andata bene...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora una volta il pieno di Coca: prima o poi, diventerò azionista di maggioranza della società! Pilucco anche un po' di torta, ma senza abbuffarmi, perché di qui in poi non si scherza più. E fa molto caldo. Da qui in poi, la compagnia sarà più nutrita: i due percorsi, il lungo ed il cosiddetto breve da 80 km, si riuniscono. Infatti, mi sorpassano atleti decisamente più freschi e scattanti. Soprattutto, mi sorpassano atleti decisamente belli: cavoli, che concentrazione... Qui lo dico e qui lo nego, l'anno prossimo mi iscrivo alla 80 km! Lungo tratto di salita blanda attraverso il prato, tra nugoli di merenderos e turisti a passeggio; un paio di tornanti lungo la strada sterrata e, finalmente, si raggiunge il sentiero, che fino alla malga di Aygues Cluses, a quota 2.100 m, risale la pietraia. L'affronto con entusiasmo, anche troppo, nonostante sia per me tutt'altro che facile stare in equilibrio sui roccioni. E' più forte di me, anche se è stupido rischiar di bruciare le ultime energie anzitempo... Eppure è così galvanizzante arrivare di gran carriera alle spalle di qualche avversario, che si ferma e mi guarda stralunato e mi cede il passo! Finché nei suoi panni non arriverò ad esserci io... La salita alterna strappi severi e lunghi tratti pianeggianti tra i pini, come se si salisse a scalini; ci fa compagnia il gorgoglio dell'acqua del torrente. Mi raggiunge una concorrente della corsa da 80 km, mi chiede se io sia la prima della gara lunga: scoppio a ridere: la prima, forse... Dopo qualche decina di altre donne! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono davvero tanti i turisti che affollano l'ampio pianoro di Aygues Cluses, molti più di quanto ci si aspetterebbe di vederne con una salita tutto sommato impegnativa. Mi assicuro che i volontari al punto acqua segnino il mio numero e tiro dritto: la bottiglia è ancora piena, del resto l'ho riempita una sola volta in tutta la corsa. La salita prosegue più ripida, ma finalmente su terreno più agevole, un sentierino che risale il pendio a tornantini secchi. Vedo la fila di corridori su, in alto; occhio Gian, che il colle è ancora lontano, oltre quella sella ingannevole che si vede di qui. Oltre, ma non abbastanza da farmi rallentare il passo. Il male alle gambe è ormai dimenticato, c'è solo la voglia di arrivare. Un sorriso per il fotografo, il passaggio al colle, oltre il varco nel recinto per il bestiame: Col de Baréges, poco meno di 2.500 m. Una folata di vento gelido, ma è un attimo. La discesa è il vero ostacolo: lunga, molto impegnativa, sconnessa quanto basta. Trovo il coraggio per rischiare un po' di più, anche se sono ben lontana dalla decenza; molti mi sorpassano, ma molti ne sorpasso io, complice forse la stanchezza che ormai appesantisce le articolazioni anche ai più abili corridori. Raggiungiamo un lago, poi un altro, saltellando malamente tra sassi aguzzi ed instabili. Quando si torna a vedere traccia di vegetazione ad alto fusto, al pietrame si aggiungono le insidiosissime radici dei pini. Ricordo la sofferenza dell'anno scorso: questa discesa mi era parsa interminabile... Anche perché costringe a lunghi tratti in falsopiano e, oggi, ad innumerevoli guadi, talvolta insidiosi e scivolosi. Non riesco più a correre, anche se dovrei; mi piomba addosso una fiacca che cerco di scacciare a suon di cioccolato. Non vedo l'ora che arrivi l'ultimo bivio, al Lac de l'Oule. Non riesco ad evitare un'ultima sosta tecnica: ma va bene, non mi posso lamentare, stavolta il pancino s'è comportato in maniera egregia. Dopo tre settimane di alimentazione senza latte – ma non senza formaggi di ogni genere – vuoi vedere che ho trovato la soluzione ai miei guai?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lago, finalmente. Il bivio. Si ricomincia a salire, per l'ultima volta. Qualche rampetta un po' più severa, che affronto con cautela perché la debolezza minaccia di prendere il sopravvento, poi la pendenza cala, man mano che ci si avvicina al Restaurant Merlans, il primo ed ultimo dei punti di ristoro. Osservo con preoccupazione un nuvolone che sembra volersi abbassare proprio sul pendio che porta al Col Portet: l'anno scorso, proprio alla fine, s'era rischiato di perder la rotta, a causa della nebbia... Man mano che mi avvicino alla zona degli impianti da sci, il vento freddo rinforza, finché decido di infilare il giacchino antivento. Il corridore davanti a me resiste ostinatamente in maniche corte...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al tavolo del ristoro, mi fermo pochi istanti, il tempo di salutare Antonio, altro italiano che corre la 80 km: parto prima di lui, ma sono inesorabilmente superata poco dopo. Affronto con preoccupazione l'ultimo tratto di salita, forse non troppo pendente ma dritto e per questo più sgradevole, sulla pista da sci. Anche qui, mi preoccupo inutilmente, pensando all'anno scorso, quando la discesa ci ha portato per un tratto eterno attraverso i pascoli e nella nebbia. Quest'anno si cambia; dal Col de Portet, discesa diretta lungo lo stesso tracciato della salita. Batto la nebbia probabilmente per una mezz'ora: un paio di volontari stanno aggiungendo balise per migliorare la visibilità, ma ormai non è più un mio problema. Messaggio a Matteo che mi aspetta all'arrivo: lui ha tagliato il traguardo all'una, quindi in meno di trenta ore... 39° assoluto, alla sua prima prova oltre i 100 km! Poi giù, a rotta di collo, nonostante la pendenza spaventosa della pista da sci, tanto ripida che, per un lungo tratto, devo procedere saltellando di lato per evitare di ribaltarmi, sotto lo sguardo perplesso delle mucche. Il complesso degli chalet, tra cui quello che ci ha ospitato per la notte pre gara, sembra laggiù in fondo, distante chissà quanto, e in un attimo lo raggiungo. Una voce alle mie spalle: "Sono da ricovero...". E' Antonio, talmente entusiasta del percorso che ha deciso di concedersi una divagazione fuori rotta prima di ritrovare la via giusta. Un breve tratto di asfalto verso Soulan, poi giù attraverso il bosco; sentiero, strada sterrata, ancora sentiero. Corro con tutto il fiato che ho, pur con una certa cautela per non inciamparmi e rovinare a terra proprio all'ultimo. Mi superano a decine, molti credo concorrenti della gara da 80 km; da tutti un incoraggiamento, un complimento, "Felicitations". Davvero, è proprio il caso di dirlo, son contenta come una Pasqua! Se tutto va bene, dovrei farcela entro le 19; significa restare entro le 36 ore... Per carità, quel che conta è sempre e solo finire; però, per l'edizione 2010 mi ci son volute 40 ore e 20 minuti; lo "sconto" del Pic du Midi, peraltro compensato dalle difficoltà di freddo e pioggia, non credo basti a giustificare più di quattro ore di risparmio. Insomma Gian, te la sei cavata alla grande! Una pacca sulla spalla te la meriti tutta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La discesa finale è lunga, o forse è solo una sensazione, dettata dalla voglia di arrivare. Vielle Aure è là sotto, in attesa; gruppi di tifosi lungo la strada attendono parenti ed amici e, nel frattempo, dispensano incoraggiamenti a tutti. Questa volta ho temuto davvero di non farcela, eppure la notte da incubo lassù è solo un ricordo. Tieni duro Gian, corri ancora. La pendenza blanda ed il fondo regolare mi aiutano: non mi farò mancare nemmeno un arrivo di corsa, in grande stile, e ancora con la piena luce del giorno. Ecco finalmente i primi tetti, ecco la piazzetta, la rotonda con la strada per St Lary Soulan, il rettilineo finale. Do fondo alle ultime energie: che bello vedere le espressioni di meraviglia di chi si accorge che il mio pettorale reca il numero rosso, quello del percorso lungo... Ma è uno solo il viso che cerco, quasi con un po' di timore: e se non avesse letto il messaggio? E se non avesse immaginato che io potessi essere così veloce nell'ultima discesa? E se si perdesse il mio arrivo? Preoccupazioni senza senso: individuo da lontano un viso che pian piano metto a fuoco, è Matteo. Mi accompagna fino all'arrivo, un bellissimo inatteso traguardo in mezzo ad una folla che applaude. 35h 48', posizione 191° su circa 460 persone giunte al traguardo... Ed oltre seicento partenti. La maglietta rossa di finisher, il recupero delle borse, la doccia in campeggio; una breve puntata al ristoro finale, con due ciotole di brodo caldo. E poi la nanna in auto, col sacco a pelo, alle nove. Sveglia puntata per le cinque, novecento km attendono noi e la fida Opel. Sarà quella la vera sfida!&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7893910088471592057-6792033179923328793?l=giancarla-agostini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/feeds/6792033179923328793/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/08/2627-agosto-2011-le-grand-raid-des.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/6792033179923328793'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/6792033179923328793'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/08/2627-agosto-2011-le-grand-raid-des.html' title='26/27 agosto 2011 - Le Grand Raid des Pyrénées 2011'/><author><name>Giancarla</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10721676370378960701</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_FeAvyKCyF6g/SlwYuOTYO1I/AAAAAAAAJzo/imiB33fs8LI/S220/100_1008.JPG'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7893910088471592057.post-879836619504206496</id><published>2011-08-17T09:21:00.002+02:00</published><updated>2011-08-17T09:30:14.794+02:00</updated><title type='text'>14/15 agosto 2011 - Sui sentieri del Tor des Geants: ricognizione.</title><content type='html'>&lt;br /&gt;Se ci penso, lo strozzerei, il buon Matteo. Avrebbe il fisico e tutte le doti necessarie per il Tor des Geants; chiunque lo conosca un po', nonostante la sua riservatezza esasperata, sa che potrebbe concluderlo più che degnamente. Tanto per la cronaca, un paio di settimane fa si è sciroppato seicento km di bici nel giro di un giorno e mezzo, in solitaria e senza soste, giù da Genova verso il Centro Italia, ed è solo una delle tante sue imprese. Ma non c'è niente da fare. L'anno scorso ci ho provato, a convincerlo ad iscriversi, ma non c'è stato nulla da fare; quest'anno ho rinunciato da subito anche al solo tentativo. Se non è sicuro, convinto, pronto, ben allenato, eccetera eccetera, lui, da bravo ingegnere, alla cieca non si butta mai. Già. Peccato che non sia possibile, mai, essere sicuri, convinti, pronti e ben allenati per cimentarsi in una prova da oltre 330 km e 24.000 m di dislivello su e giù per i sentieri. Ci vuole una potentissima iniezione di incoscienza: quella che a me, per fortuna, non manca mai e che l'anno scorso mi ha regalato la più bella esperienza sportiva della vita. Mi piacerebbe che potesse viverla anche lui, ma neanche quest'anno, a settembre, il marrano sarà al via.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se non altro, però, il tarlo un pochino sta lavorando. Gli è venuta voglia di provare una parte del percorso: non mi sembra vero, eppure è proprio così, mi scrive di voler provare un itinerario su due giorni, toccando un tratto delle Alte Vie. Non chiedo nemmeno i dettagli: va tutto bene, basta che si parta! Così, all'alba di domenica 14 agosto, eccoci in autostrada, direzione Courmayeur, ad ammirare una splendida luna luminosa in un bellissimo cielo limpido che sta appena schiarendo. Non vorrei dire una fesseria, ma credo sia il Gran Paradiso la cima su cui la luna sta tramontando, sempre più grossa, per un attimo perfettamente in posizione sulla sella del ghiacciaio. Troppa titubanza: quando finalmente decido di fermarmi per scattare una foto, la piazzola è già troppo a ridosso della montagna; non si vede più nulla. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parcheggiamo la Opel a La Salle, all'inizio del paese. Il cielo, per ora, è limpido e luminoso, ma so già che non potrà durare; il meteo annuncia piogge sparse sia per oggi che per domani. E, quel che è peggio, per stanotte. Abbiamo in programma di dormire qualche ora, se possibile, in un prato o comunque in qualche luogo ameno; però, ahimè, condizione indispensabile è che non piova. Altrimenti andiamo a mollo! In realtà, il programma di viaggio prevede diverse alternative, adattabili appunto a seconda delle condizioni del tempo. L'itinerario intero prevede di salire a Planaval e al Col Serena, scendere a fondovalle, intercettare l'Alta Via che sale al Col Malatrà, scendere a Courmayeur, salire al Col d'Arp, da lì giù a La Thuile, ascesa al Rifugio Deffeyes ed al Passo Alto ed infine, abbandonata l'Alta Via nei pressi dell'Alpeggio Promoud, rientro all'auto a La Salle. In tutto, un centinaio di km per 6.000 m di dislivello circa. Il tratto tra l'inizio della salita al Malatrà e l'Alpeggio Promoud è comune all'itinerario del Tor. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'inizio del nostro viaggio farebbe orrore ai puristi dell'escursione: da La Salle a Planaval andiamo su via strada asfaltata. Forse c'è un modo di arrivare a Planaval via sentiero, ma né Matteo né io lo conosciamo; ci sarebbe, sì, la salita alla Punta Fetita, che permetterebbe di immettersi sul sentiero del Col Serena poco prima di raggiungere l'alpeggio Tramail des Ors, ma a nessuno dei due viene in mente. Poco male: io fatico sempre molto a carburare, all'inizio di ogni uscita; ergo, non chiedo di meglio che una decina di lunghi km su strada, a passo svelto, per avviare il motore. Così posso anche godermi il paesaggio e, ahimé, osservare l'arrivo delle prime minacciose nuvole. Non sono cumuli da temporale, no, queste sono le prime propaggini di una perturbazione; significa che, probabilmente, quando inizierà a piovere, ci toccherà bagnarci per un bel po'. Saliamo di buona lena, passiamo i vari piccoli abitati, fino alla fine della comodità, Planaval, un pugno di case una più bella dell'altra, con i muri in  pietra e le lose sui tetti a farla da padroni. Da qui imbocchiamo la ripida strada sterrata che, con un buon numero di tornanti, ci porta su all'alpeggio di Tramail de l'Ors, quota 2.400 m circa, con una bellissima vista sulla vallata. Zona ben nota, ormai, per gli habituè del Gran Trail Valdigne. Il percorso della gara risale la valle e va a salire più avanti, per poi tornare verso l'alpeggio, ma noi oggi tagliamo corto. Le nuvole scure si addensano intorno alle cime. Il respiro va bene, insomma, abbastanza; il ginocchio, per ora, tace. Pensare che solo l'altro ieri, al giro del Monviso, mi ha fatto veder le stelle. Ma sarà che non avevo i bastoncini... Oggi li ho e li sfrutto. E mi guardo bene dal tagliare i tornanti, come fa Matteo. Pover'uomo, capisco la sua impazienza; se fosse solo, viaggerebbe al triplo della mia velocità. Ma io devo risparmiare le forze, e poi sono cotta ormai da parecchi giorni. Viaggio in riserva...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei paraggi dell'alpeggio, imbocchiamo il sentiero verso il Col Serena. Una salita blanda, dolce, in cui incontriamo un paio di escursionisti, più un corridore, vestito come tale di tutto punto, che raggiunge la cima di gran carriera e poi torna giù, brontolando qualcosa a proposito della pioggia. Già, la pioggia. Non manca molto... Attacchiamo la discesa, con ampia vista sul fondovalle, lungo un sentiero tutto sommato agevole. Non passa molto tempo, che un gocciolìo insistente si trasforma ben presto in uno scroscio che non lascia dubbi. Il colore del cielo ci induce a coprirci come per affrontare un lungo tratto sotto l'acqua; come volevasi dimostrare, ci imbacucchiamo entrambi come eschimesi... E, di lì a qualche minuto, smette di piovere. Intanto, sulla sinistra spuntano le vette aguzze e minacciose che circondano la salita al Colle Malatrà. L'anno scorso, al Tor des Geants, ho passato quel punto di notte; non ne posso ricordare l'immagine, ma ne ricordo alla perfezione la difficoltà e la sensazione di paura, gli scalini di metallo e le mani che si aggrappavano alla roccia, il sentierino stretto ed il rumore della ghiaia che scivolava giù; soprattutto, la gioia di aver raggiunto l'ultima di una serie infinita di salite, ed insieme la tristezza perché tutto stava per finire. Sono curiosa, oggi, di vedere il Malatrà a colori, di rendermi conto se davvero sia così terribile, o se quella sensazione fosse solo dettata dalla stanchezza e dal buio che ingigantisce gli ostacoli. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sentiero si immette su una strada sterrata. Qui Matteo è dubbioso: in teoria, si dovrebbe scendere ancora, proprio giù in fondo alla valle, e poi risalire sull'altro versante, che è quello su cui corre l'Alta Via. Secondo lui, però, si dovrebbe invece seguire la strada in salita, per poi incappare, da qualche parte, in qualche sentiero che dovrebbe andare ad intercettare l'Alta Via più in quota. Non ringrazierò mai abbastanza il provvidenziale escursionista che, capitato lì proprio in quel momento, ci sconsiglia caldamente l'alternativa avventurosa. Raccomanda invece di andar giù. Mi aggrappo con tutte le forze alla sua saggezza, già pronta a ribellarmi a qualsiasi tentativo di Matteo di tirarmi dalla sua parte: ormai so bene come va a finire con i suoi "percorsi alternativi". Di solito, ci si trova appesi a qualche parete strapiombante, immersi nella giungla più fitta in mezzo alle bestie feroci, obbligati a guadare un fiume infestato dai coccodrilli. Ormai ho sviluppato un fiuto, una sorta di autodifesa, per queste cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scendiamo tranquilli giù per la strada sterrata. Matteo non si rassegna, continua a scrutare la parte alta della valle; là dove io vedo solo bellissimi prati ed alpeggi, lui scorge passaggi e tracce di sentieri. Infatti, quando ormai siamo al fondo della vallata, anziché andare alla ricerca dell'inizio "ufficiale" della salita, il marrano devia sulla sinistra, in mezzo ai campi. Ed io, mea culpa, mi lascio traviare: in effetti, quella traccia di sentiero pare così evidente, la vedo anch'io... Mi pento e mi dolgo, con tutto il cuore, già quando ci troviamo ad attraversare un pianoro erboso, carico d'acqua e solcato da minuscoli corsi d'acqua. Tra una pozza di fango e l'altra, giungiamo faticosamente ad un ponticello di legno: in effetti, bello ed elaborato com'è, questo ponte sembrerebbe proprio condurre da qualche parte. Ma la traccia che, subito dopo, si inerpica su per il pendio è minuscola, tende a sparire nell'erba, probabilmente è dimenticata da tempo. Raggiungiamo un alpeggio abbandonato e saliamo ancora, fino a superare una fragorosa cascata a cui mi avvicino con terrore. Guardo in su, quel poco che riesco senza inciamparmi; lo sapevo, ecco, lo sapevo che ci si va a cacciare nei guai... Matteo sale ostinato, in silenzio, davanti a me; credo percepisca i miei sguardi che, se fossero lame di coltelli, l'avrebbero già fatto a pezzi. Mi vengono in mente i furbacchioni che, quando c'è coda in autostrada, sorpassano tutti viaggiando in corsia d'emergenza. Possibile che noi non si possa mai fare come tutti gli altri, e cioè seguire il sentiero, quello vero? Lo sa, Matteo, di avere la coscienza sporca. "Ci dev'essere per forza la strada, lassù. Ho visto passare un'auto!". Un'auto? Qui? Grufolo un suono inarticolato in risposta. Occhio, uomo, tu stai rischiando grosso. Non scherzare con il fuoco... A me piace la fatica, la cerco io stessa con ostinazione, ma la minima difficoltà tecnica mi manda in crisi. Di regola, evito persino le scorciatoie su per i sentieri. Questi guizzi d'avventura mi riescono proprio indigesti...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando ormai ho già perso la speranza, rassegnata ad arrancare su per il pratone ripido, Matteo esulta: "Ecco l'Alta Via!". Ebbene sì, incredibile ma vero, siamo giunti ad incontrare un sentiero degno di questo nome. Siamo, da adesso, sul percorso del Tor des Geants. Vediamo, più in alto, l'alpeggio Tza Merdeux, per raggiungerlo, però, ci tocca salire ancora molto, lungo le mille diramazioni in cui la traccia si scompone, disegnate dall'acqua e dal passaggio delle mandrie. A proposito di acqua: ricomincia a piovere... La strada, aveva ragione Matteo, c'è davvero, e dev'essere anche ben comoda, se quassù è riuscito ad arrivare un monovolume con tanto di carretto per i bagagli. &lt;br /&gt;Superiamo l'alpeggio: da qui, ancora seicento metri di salita, circa, in un paesaggio sempre più lunare, arido, pietroso. Il sentiero si fa sempre più ripido, supera ancora una volta il torrente, si inerpica in una serie di tornanti. La fatica qui si fa sentire: proseguo ostinata, ma con un passo che a me sembra lentissimo; forse non è così, ma di certo è un passo che mi costa uno sforzo immane. Fatico a respirare ed ogni respiro è una fitta nel petto e nella schiena; ho mal di testa, le gambe pesanti. Cerco di distrarmi ascoltando il racconto di Matteo di vicissitudini speleologiche; pian piano, intanto, corrodo il vantaggio di due escursionisti che ci precedono. Nel breve tratto in piano, dove si può ammirare un piccolo bellissimo lago ed una corona di montagne aspre ed aguzze come fossero lame, li raggiungo, loro fermi per levare i poncho, ora che per l'ennesima volta ha smesso di piovere ed è spuntato persino un raggio di sole. L'alpeggio è già lontanissimo, piccolo piccolo. La parte finale della salita attraversa la pietraia, poi supera l'ultimo salto con una rapida sequenza di tornantini, alcuni scalini in ferro ed un paio di tratti attrezzati con le corde. Matteo si frappone tra me e il baratro, per farmi sicurezza, ma così facendo aumenta il mio terrore: l'idea di cadergli addosso e scaraventarlo giù è molto peggiore di quella di finir di sotto io sola. Per fortuna, l'esperienza aerea è rimandata per entrambi; alla fessura del Malatrà arriviamo sani e salvi. Per quel poco che le nuvole basse consentono di vedere, il colle ci regala uno spettacolo imponente su uno dei ghiacciai del massiccio del Bianco. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-cPx-M-7YYB0/TkttYQc-_xI/AAAAAAAAKhY/BPGYtk10-yo/s1600/100_2715.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-cPx-M-7YYB0/TkttYQc-_xI/AAAAAAAAKhY/BPGYtk10-yo/s320/100_2715.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5641723221712502546" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mangiamo un boccone velocissimo, poi giù lungo il sentiero, dapprima ripido ma mai troppo tecnico e poi quasi piatto, attraverso un ampio pianoro, con vista sulle vaste pietraie sulla sinistra. Anche qui, Matteo frigge, vorrebbe correre, lo si vede lontano un miglio... Ma non ce la posso fare. Un po' perché devo centellinare le forze, un po' perché, oggi, non sono costretta a rispettare alcun tempo massimo: ergo, me la voglio prendere comoda. Alla fine del pianoro, si passa accanto a ciò che resta di un alpeggio, in parte diroccato. Poi, l'arrivo di una nutrita schiera di turisti dall'aspetto non esattamente atletico ci fa intuire che il Rifugio Bonatti sia ormai vicino: in effetti, ancora un breve tratto in falsopiano ci porta in vista del tetto e delle bandierine dell'edificio. Rapida sosta per riempire la borraccia: il tratto successivo, tutto a saliscendi, tra il Rifugio Bonatti ed il Rifugio Bertone, è un noiosissimo strazio già noto, ormai. Anche qui, un passo un po' più svelto farebbe risparmiare tempo e pena, ma... La fame si fa sentire, soprattutto perché sappiamo che, giù a Courmayeur, ci attende il supermercato. Ed anche il negozio di pizza al taglio. Quando saremo lì, avremo macinato più o meno metà della distanza e del dislivello: una pausa ci sta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni breve tratto di risalita mi manda in affanno. Mi duole, ma devo ammettere che le faticacce accumulate, una dopo l'altra in rapida sequenza, in questa stagione agonistica, qualche conseguenza l'hanno lasciata, eccome. Mi sento come se fossi un'auto revisionata a puntino, tutta a posto, ma senza benzina. Ma dov'è finito il Bertone? Stà a vedere che me l'hanno spostato... Anche Matteo è stranamente taciturno e stufo. Quando spunta la palina segnaletica del bivio, tiriamo entrambi un sospiro di sollievo, anche se Courmayeur è ancora circa 800 m di dislivello più in basso. Qui, sui ripidi tornanti che scendono a valle, troviamo parecchi camminatori, da quelli della domenica ai viaggiatori con zaino mastodontico. Uhm, per quanto io apprezzi la montagna e la fatica, un viaggio così non lo farei. Già oggi sopporto a stento lo zaino pesante... C'è persino chi cammina con l'ombrello. Per ora, sembra che il tempo voglia migliorare un po', ma non m'illudo. Scendo alla bell'e meglio; qui il sentiero è sassoso, rognoso, un attentato per la salute delle caviglie. Matteo mi precede, vola giù come un camoscio; lo trovo in fondo al sentiero, sdraiato sulla panca in legno. La strada sterrata ci porta a Villair, una bellissima frazione di Courmayeur, dove mi rifaccio gli occhi a furia di ammirare le case, una più bella dell'altra. Non invidio chi ha la casa per le vacanze, perché già mi stuferei ad andar due volte nello stesso posto, senza contare il dissanguamento per le tasse e spese varie, però adoro questo tipo di architettura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Courmayeur brulica di gente; il mal di testa è istantaneo, garantito. Non possono sparire tutti per una mezz'oretta? Ci dirigiamo a colpo sicuro verso il supermercato, dove facciamo incetta di banane, yogurt, formaggio, brioches, un trancio di ciambellone dolce con le uvette ed un litro e mezzo di Coca Cola. Il pintone di Coca, croce e delizia di ogni desiderio dettato dalla fatica... Ci accampiamo sul bordo dell'aiuola, proprio davanti all'ingresso, a mò di barboni, scandalizzando la coppia di attempati baùscia con più trucco e paccottiglia addosso di una maschera di Carnevale, sia lei che lui. Io attacco lo yogurt; Matteo legge disgustato gli ingredienti del ciambellone: ci fosse qualcosa che non è pura chimica... Non importa: basta che sia molto calorico e riempa lo stomaco. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci alziamo con due chili in più di peso a testa, tra quel che abbiamo buttato in pancia e quel che abbiamo stipato negli zaini. Ancora un trancio  di pizza al volo, poi si riparte, destinazione Col d'Arp. Milletrecento metri di salita filata, fino ai 2.500 del colle. Spero solo di farcela. Ci avviamo lungo la strada asfaltata, verso Dolonne, finché non raggiungiamo il ponticello di legno e l'attacco del sentiero. Mi avvio con cautela, misurando i passi ed il fiato, su per i tornanti chiusi in mezzo alla fitta boscaglia; qui sotto abbondano i lamponi e le fragoline di bosco. Un lungo tratto di salita è così, già quasi al buio per via del bosco; un passo dopo l'altro, lo zaino pesantissimo. Poi, quasi d'improvviso, incrociamo la strada sterrata, in ambiente più aperto. La prima parte si taglia, grazie ad una traccia che va su, ripidissima., in mezzo al prato ed accanto ad un alpeggio diroccato. Poi si percorre per un lungo tratto la strada sterrata. La luce è ormai quella fioca della sera; il cielo si è rannuvolato ancora, è bigio, pesante, minaccioso. Camminando di buon passo, ci troviamo d'improvviso davanti quattro cavalli che scendono; ci fermiamo per soddisfare, con un po' di timore, la loro curiosità. Si avvicinano, ci annusano; evidentemente disgustati dall'afrore che emaniamo dopo oltre dodici ore di cammino, ci abbandonano e se ne vanno. Non sono i soli; nel prato qui intorno pascolano decine di cavalli, di tutte le razze e stazze e colori. Qualcuno ci osserva, sporgendo addirittura il testone; altri continuano la cena senza degnarci di uno sguardo. Superiamo il recinto di corda, che  interseca la strada e proseguiamo, nella parte alta della valle, fino ad incontrare il sentiero vero e proprio. Tempo di muovere su di esso i primi passi... E ricomincia a piovere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-LtDpeLai3lU/TkttndnKweI/AAAAAAAAKhg/4yhFM-O82B0/s1600/100_2722bis.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-LtDpeLai3lU/TkttndnKweI/AAAAAAAAKhg/4yhFM-O82B0/s320/100_2722bis.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5641723482942915042" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non proferisco verbo, ma ho una gran paura. Ha ragione Matteo, non c'è nulla da temere; dopotutto non è nemmeno un temporale, niente fulmini. Ma sta facendo buio, il cielo è sempre più nero di nuvole e di notte; ho paura che si abbassi la nebbia... Ed il colle è ancora lassù, molto in alto. Indosso per l'ennesima volta la giacca impermeabile e mi sforzo, per quanto possibile, di allungare il passo. Ormai la conosco a memoria, questa salita; un lungo tratto più o meno dritto, che accompagna il corso del torrente, poi una serie di tornantini sempre più stretti e si arriva in cima. Soffia un vento violento, gelido, che ci sbatte in faccia i goccioloni. La mia preoccupazione cresce man mano che andiamo in alto. Finalmente sul colle, indossiamo alla svelta tutto ciò che abbiamo, combattendo con le raffiche che si portano via le giacche, poi giù, rapidissimamente. L'ho percorsa già un bel po' di volte, questa discesa, sia come discesa, appunto, che come salita. Quindi, dovrei conoscerla a menadito... Fatto sta che, quand'è ormai completamente buio, perdo la traccia del sentiero, che svanisce nei pressi di una pozza. E mò? Per carità, è pur vero che questa valle scende dolcemente, che non ha asperità né tratti rocciosi o scoscesi, ed è anche vero che, stando più o meno nel mezzo, si andrà per forza ad incappare nella strada sterrata; però, vagare al buio senza saper bene dove passare non è mai piacevole, almeno per me, che subito mi lascio prendere dal panico. Controllato, nel senso che mi limito a lagnarmi un po' seguendo Matteo, ma pur sempre panico. In realtà, a preoccuparmi non è tanto la direzione di marcia, quanto l'abbaiare furioso dei cani a guardia del bestiame: si sente lo scampanellìo, ma non si vede dove siano la mandria o il gregge; non riesco a rendermi conto se siano vicini o lontani e se ci stiamo andando a finire in mezzo. Però ricordo bene qualche precedente esperienza di incontro notturno con i maremmani... Non temo un'aggressione, ma il serio rischio di dover restare quassù immobili, fino a giorno. Solo quando finalmente, proprio come logica voleva, ci ritroviamo sulla strada sterrata, l'incudine che avevo sul cuore si sposta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Decidiamo di proseguire nella discesa verso La Thuile, ma di fermarci non appena dovessimo trovare un qualsiasi posto riparato che possa servire come giaciglio: una tettoia, lo spiovente di un tetto. Ricordo, all'imbocco del pianoro, un paio di costruzioni: farebbero in effetti al caso nostro, se solo non fossero ampiamente occupate, a giudicare dalle auto parcheggiate lì davanti. Beninteso, non abbiamo alcuna intenzione di fare gli occupanti abusivi, ci basterebbe sistemarci sotto un balcone, ad esempio. Ma capisco che sia un concetto difficile da spiegare a chiunque!&lt;br /&gt;Proseguiamo lungo la strada sterrata, che diventa a tratti asfaltata, passando accanto al piccolo abitato a metà della discesa. Ovviamente, intorno a Ferragosto, è naturale che tutte le abitazioni, essendo seconde case, ospitino i legittimi proprietari; il minimo che ci possa capitare, se dovessimo azzardarci ad avvicinarci, è di essere cacciati, se non impallinati. Nemmeno il tentativo in una baita deserta ha successo: la porta d'ingresso è ben chiusa. Si potrebbe pensare di non fermarsi affatto: il guaio è che entrambi siamo cotti ed assonnati, in piedi dalle 3 della notte scorsa. Matteo sarebbe propenso a rischiare la sorte fermandosi in un prato: ma come si fa, se ogni 5 minuti vien giù uno scroscio di pioggia?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A La Thuile, vaghiamo per un po' alla ricerca di qualsiasi cosa che possa somigliare ad un tetto; andrebbe bene, davvero, qualsiasi cosa. Alla fine, rassegnati, ci accontentiamo di un piccolo porticato e di un angolino sotto le vetrine di una cioccolateria. Matteo si cambia gli abiti alla pelle, si sistema, tutto ordinato. Io sono già in preda ai brividi, ho il terrore alla sola idea di levare anche un solo strato; così, mi limito a buttarmi addosso il sacco a pelo, senza contare che passar delle ore con una maglia umida addosso è l'idea più becera che si possa elaborare, per difendersi dal freddo. Per fortuna, è la maglia tecnica che asciuga in fretta, per quanto possa asciugare sotto due strati di giacca e giacchino impermeabili.&lt;br /&gt;Matteo riesce a sdraiarsi per terra e ronfare come un ghiro; io rimango più timorosa, anche perché qui sotto siamo perfettamente illuminati dalle luci del porticato, che restano accese tutta la notte. E' vero, non è un reato dormire, ma qui siamo ai limiti del vagabondaggio... Rimango seduta, la schiena appoggiata al muro, il sacco a pelo arrotolato intorno alle spalle. Dormo ad intermittenza, mi sveglio spesso per i brividi; i piedi, pur dentro le scarpe, sono gelati...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fragore del camion della raccolta immondizie ci sveglia pochi minuti prima del trillo del telefonino. Le quattro e mezza: cinque ore di sonno, o comunque qualcosa di simile al sonno, meglio che niente. Chissà cos'ha pensato il netturbino, vedendoci. Ci alziamo, raccattiamo alla svelta i nostri stracci. Ho un freddo insopportabile, non vedo l'ora di ripartire... Mangio il mio ultimo paninetto al formaggio ed una brioche. Matteo è terrorizzato dalla penuria delle riserve alimentari: abbiamo "solo" più due etti di Brie, due banane, due brioches, frutta secca, un paio di triangoli di Toblerone e due boccette di miele... Più non so cos'altro nel suo zaino, che di solito è peggio delle tasche di Eta Beta. In effetti, tra fatica e freddo, la fame si fa sentire, ma direi che non è il caso di disperare. Più che altro, io avrei voglia di qualcosa di caldo, una cioccolata, un po' di latte, ma è troppo presto per qualsiasi bar. Mi sa che dovrò attendere di arrivare al Rifugio Deffeyes.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci incamminiamo per La Thuile, ancora sotto la pioggia intermittente; dalla strada asfaltata ad una sterrata in mezzo a pini e capannoni, fino ad incontrare il sentiero per La Joux. Ci attendono 1.100 m di dislivello, circa. Ancora un breve tratto su strada ed imbocchiamo il sentiero che sale verso le cascate. La salita al Rifugio Deffeyes sarebbe splendida, se solo fossimo un po' meno stanchi e rintronati. Ho il serio dubbio di riuscire ad arrivare fin su, tanta è la stanchezza che mi porto dietro. Non riesco a capacitarmene, ma non ho la forza per sollevare i piedi! Ad ogni passo, faccio leva più che posso sui bastoncini, mi sforzo di fare passi brevi e misurati... E' un tracciato abbastanza rognoso, tutto pietre e salti e rocce; bellissimi, però, gli scorci sulla fragorosa cascata sulla destra. Il torrente, grigio ed impetuoso, ci accompagna per gran parte della salita attraverso il bosco, che percorriamo in silenzio, ciascuno perso nelle proprie allucinazioni. A me sembra persino di vedere un cucciolo di orso... So benissimo che è solo il lato più in ombra di una pietra, ma a me sembra proprio la sagoma di un orsacchiotto di pelouche. Ho persino la sensazione che si muova!&lt;br /&gt;Dalle cascate ci allontaniamo per raggiungere un breve tratto in piano, un'ampia conca con un lago ed una splendida vista sul ghiacciaio. Poi ancora una serie di tornanti che a me pare infinita: proprio vero, la stanchezza dilata tempo e distanza a dismisura. E piove... Ma dov'è finito questo dannatissimo rifugio? Quanto ci tocca ancora salire? Sempre più sfinita e rabbiosa, lancio improperi contro il povero Signor Deffeyes, che non so nemmeno chi fosse, ma in questo momento mi vien da pensare sia stato un gran poco di buono! Quasi non ci credo, quando la nebbia lascia intravedere i tetti del rifugio. Finalmente... Non appena arrivo sulla soglia della costruzione, mi torna in mente all'improvviso l'immagine che ho visto quando sono arrivata quassù durante il Tor des Geants. L'avevo completamente rimossa. E ricordo anche che poi si proseguiva sulla sinistra, verso il passo in testa alla valletta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lasciati zaini e bastoncini nella capannetta di legno, ci intrufoliamo nel rifugio per una bella cioccolata calda, molto densa nonostante l'ammonimento del gestore. "Non ve lo consiglio...". Abbiamo fame! E freddo! Una comitiva di viandanti toscani sta facendo colazione. Ci costa non poco costringerci a ripartire, abbandonando quel posticino caldo ed accogliente, ma ci attendono ancora trecento metri di dislivello, freddi ed umidi quanto basta. Quattro parole con uno dei gestori, perplesso per la nostra intenzione di andar lassù con questo tempo; del resto, ormai non abbiamo scelta. Il sentiero ci porta per un lungo tratto in piano accanto al lago, saltellando tra le rocce viscide; davanti a noi, imponenti salti di roccia scura. La nebbia ci inganna, portandoci fuori dalla legittima traccia; così, ci ritroviamo ad arrampicarci malamente sulla ripida pietraia a destra, con Matteo che sale senza problemi, a mò di ragno, ed io che avrei bisogno di altre quattro braccia per riuscire ad issarmi... O magari di un argano! Figuriamoci la gioia quando, arrivati su al culmine della pietraia, ci accorgiamo che non è la via giusta e che bisogna tornare giù... Sudo, nonostante il freddo, per il terrore. Stavolta non posso nemmeno prendermela con il mio compare: ero anch'io convintissima di dover salire di qua. Invece il sentiero è dall'altra parte, bello ed evidente. A nulla vale il fatto che io qui sia già passata, quasi un anno fa. Non mi ricordavo nulla. Pazienza, l'importante è che ora siamo sulla retta via e che, tra fatica, fiacca e mal di testa ormai cronico, io riesca a trascinarmi fino al passo. Passo Alto di nome e di fatto, circa 2.800 m di quota; anche qui spira un vento assassino, tanto che in cima mi fermo il tempo di una foto e via, giù per la discesa. Senza pensare che ci attendono duemila metri di dislivello in giù...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-KalglCDZQVU/Tktt73shSjI/AAAAAAAAKho/zsH4kE0YyCQ/s1600/100_2723bis.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-KalglCDZQVU/Tktt73shSjI/AAAAAAAAKho/zsH4kE0YyCQ/s320/100_2723bis.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5641723833542068786" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il primo tratto di sentiero, interminabile, si sviluppa tra le tacche di vernice di una rognosissima pietraia, che impiego una vita e mezza ad attraversare. Per colonna sonora, le scariche di pietre sull'altro versante della valle, per fortuna abbastanza lontano. Matteo ha il tempo di vestirsi, svestirsi, mangiare, far la calza, mentre io procedo per lo più a quattro zampe tra un pietrone e l'altro. Non si può dire che la traccia non sia segnalata, anzi; le frecce gialle si sprecano, per fortuna. Ma tiro più di un sospiro di sollievo quando raggiungiamo finalmente un sentiero degno di questo nome, che scende giù nel bosco. Anche perché il bosco significa che siamo più o meno a quota duemila, quindi a buon punto... Ovviamente, ora che non serve più, spunta un bel sole caldo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando raggiungiamo una casetta con cane abbaiante sulla soglia, ecco un altro flash; questo è l'alpeggio dove l'anno scorso, al Tor, i margari ci hanno offerto polenta calda e formaggio. Alpeggio Promoud, se non ricordo male. Qui c'è il bivio: a destra per il Col de la Crosatie, a sinistra per La Salle, la nostra meta. Confesso che, se fossi in condizioni migliori, aggiungerei volentieri la salita alla Crosatie: è lunga ed impegnativa, ma anche bellissima. E poi siamo solo all'ora di pranzo, ne avremmo tutto il tempo. Ma, in questo stato, direi che è già tanto se riuscirò a raggiungere l'auto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La discesa prosegue infinita, prima su sentiero, poi su strada sterrata ed ancora su sentiero, tra ombra e luce limpidissima. La fame morde senza pietà; diamo fondo al Brie ed alla frutta secca. Non ci facciamo mancare nemmeno il "momento varietà", su cui ridere per non piangere... Una comitiva di ragazzini, accompagnati da tre o quattro adulti, è ferma in un prato, accanto ad una chiesetta. E' vero, è un prato recintato con la classica corda per delimitare il pascolo del bestiame, ma non c'è traccia di bestie qui intorno. Mentre imbocchiamo il bivio che ci porterà giù a La Salle, alle nostre orecchie arrivano urla sconclusionate: alziamo la testa e vediamo un tizio, furioso, che si avventa sulla comitiva brandendo un rastrello e sputa improperi incomprensibili. I ragazzini si alzano immediatamente e si allontanano terrorizzati; due madame, impassibili, restano invece a guardare il folle che inveisce contro di loro. Niente da fare, le donne hanno sempre una marcia in più; sanno bene che nulla irrita di più un pazzo inferocito che l'indifferenza... L'esagitato vomita un po' di veleno, poi s'allontana; prudentemente ci allontaniamo anche noi... E meno male che non abbiamo messo in pratica l'intenzione di sdraiarci per qualche minuto sul prato al sole! OK, tecnicamente il tizio, ammesso che fosse il proprietario del prato, poteva anche essere nel giusto, però, mannaggia, c'è modo e modo di far valere i propri diritti! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si sentono sirene d'ambulanza né elicotteri: evidentemente, la lite non è sfociata nel sangue. Proseguiamo giù nel bosco, entrambi sempre più stufi della discesa. A me, però, spiace che il viaggio sia quasi finito, anche se non avrei più forze per proseguire. L'ultimo chilometro su strada asfaltata in leggera salita è un supplizio senza fine. E' proprio tracollo: ne ho la dimostrazione definitiva quando, pochi chilometri dopo essere ripartiti con la Opel, devo rassegnarmi a cedere la guida e crollo a dormire sul sedile passeggero. Proprio io che nutro innata, invincibile, assoluta, cieca sfiducia verso le capacità di pilota di chiunque altro. Ma sono dura a morire: un doppio caffé potente al primo autogrill mi riporta all'onor del mondo...&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7893910088471592057-879836619504206496?l=giancarla-agostini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/feeds/879836619504206496/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/08/1415-agosto-2011-sui-sentieri-del-tor.html#comment-form' title='11 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/879836619504206496'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/879836619504206496'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/08/1415-agosto-2011-sui-sentieri-del-tor.html' title='14/15 agosto 2011 - Sui sentieri del Tor des Geants: ricognizione.'/><author><name>Giancarla</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10721676370378960701</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_FeAvyKCyF6g/SlwYuOTYO1I/AAAAAAAAJzo/imiB33fs8LI/S220/100_1008.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-cPx-M-7YYB0/TkttYQc-_xI/AAAAAAAAKhY/BPGYtk10-yo/s72-c/100_2715.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>11</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7893910088471592057.post-4919195499649119430</id><published>2011-07-28T17:19:00.003+02:00</published><updated>2011-08-16T17:37:35.031+02:00</updated><title type='text'>27/29 luglio 2011 - TOUR D'OISANS ET DES ECRINS NON STOP</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-NdkIUCCjoNE/TkqN-pObEFI/AAAAAAAAKhI/yt_vly5Wq5w/s1600/profil-copie-1.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 184px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-NdkIUCCjoNE/TkqN-pObEFI/AAAAAAAAKhI/yt_vly5Wq5w/s320/profil-copie-1.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5641477590592720978" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed io che credevo di arrivare in pieno deserto. Una stazione sciistica a luglio: chi vuoi che ci sia? Basta pensare a Sestriere, che d'estate somiglia ad un quartiere industriale ormai abbandonato, edifici ed ampi spazi grigi, immobili, deserti. A riprova del fatto che le mie nozioni in fatto di sci e dintorni sono davvero limitate, mi devo ricredere. Nel mio tormentoso vagare per le strade di Les Deux Alpes, alla ricerca della Salle Amphibia, con un occhio cerco qualcosa che possa somigliare ad un locale con quel nome e, con l'altro, mi tocca vigilare sulle traiettorie dei più vari individui semoventi in auto, in mountain bike, in monopattino o sui pattini. Un formicaio, coloratissimo delle luci delle insegne all'ingresso dei negozi e rumoroso di voci, motori, musica. Avevo sì sentito parlare di sci estivo sul ghiacciaio, ma non immaginavo una tale profusione d'impegno nel "riciclarsi" come patria di sport che definirei "alternativi". Sciami di appassionati del downhill, bardati di armature come soldati pronti alla guerra e montati su bici che hanno tutta l'aria di pesare due quintali; amanti delle evoluzioni che saltano su e giù sulle piste dedicate alle acrobazie in bici o con il monopattino; cabinovie che lavorano a pieno ritmo. Mannaggia. Buon per chi ci lavora, ma non per me, che darò di matto ben prima di aver scovato la mia meta.  Se non altro, ho già individuato due strutture che potranno tornarmi utili: i bagni pubblici e l'Office de Tourisme. Sono solo le tre e mezza; la distribuzione dei pettorali è prevista fino alle cinque; la troverò, questa benedetta Salle Amphibia, a costo di dover perlustrare a piedi tutte le porte del paese. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per fortuna, l'occhio mi cade su un cartello a forma di freccia: "Defi de l'Oisans". Perfetto, ci sono. Poche decine di metri e parcheggio la Opel nel modo meno incivile possibile, compatibilmente con il fatto che il parcheggio della Salle Amphibia è già saturo. Diciamo che, messa così, la mia fedelissima non blocca completamente la circolazione, ergo va bene. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'enorme struttura è una via di mezzo tra un teatro, un auditorium ed una palestra di arrampicata; ci sono tracce evidenti di tutte e tre le attività. Ancora pochi e spaesati i corridori che si avvicinano al banco degli addetti. Ritiro il mio pettorale, numero 260, con le borse per mandare un bagaglio di ricambio nelle basi vita distribuite lungo il percorso. Torno all'auto per smistare e completare i vari sacchi: grazie all'incontro del tutto casuale con Sergio e Franco, riesco persino a trovare un parcheggio decisamente più lecito del mio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seduta sull'erba di un prato, poco più in alto del paese, mi immergo nella lettura – l'ennesima – del road book della corsa. Il Tour d'Oisans et des Ecrins, il giro dell'omonimo massiccio e ghiacciaio in versione no stop: partenza domani mattina, mercoledì 27 luglio, alle 8 ed arrivo entro le 15 di sabato 30. Non ricordo d'aver mai studiato con tanta cura il percorso di una gara; di solito, confido nel fatto che la rotta sia ben tracciata ad opera degli organizzatori, come accade di solito, con fettucce, vernice et similia. Questa volta non sarà così: saranno tracciati solo i tratti al di fuori dell'itinerario del GR 54, il concatenamento di sentieri che descrivono un anello intorno al massiccio dell'Oisans; per il resto, bisognerà prestare attenzione alle tacche bianche e rosse del GR. E' un dato di fatto che mi angoscia da mesi: per fortuna, nel momento in cui mi sono iscritta a questa prova, non ne sapevo nulla. Ci sarebbe l'obbligo di portare con sé il GPS con le sei tracce messe a disposizione sul sito internet della corsa: infatti ce l'ho, ma, se anche dovessi decidere di scarrozzarmelo appresso anziché lasciarlo in auto, sarà solo per timore del controllo a sorpresa del materiale obbligatorio. Ho rinunciato da tempo a qualsiasi tentativo di comunicare con quel marchingegno.&lt;br /&gt;La differenza di temperatura tra sole ed ombra della nuvoletta di passaggio è netta; su la giacca, giù la giacca, mentre lavoro di biro e righello sul bel libercolo che contiene le ventitrè sezioni della gara, nonché sulla mia personale "riduzione" ottenuta fotocopiando le sole parti essenziali. Quel che salta chiaramente all'occhio è che la seconda metà sarà ben più dura della prima: basti pensare ai 2.000 m di dislivello concentrati negli ultimi 20 km... In generale, le salite dal km 85 in poi sono descritte come "techniques" nonché "trés techniques". Spero almeno di non capitarci di notte. Non riesco proprio a farmi un'idea della mia possibile tabella di viaggio. Tutto dipenderà dal fatto che individuare il percorso sia immediato o meno. Ho il terrore di dover viaggiare con la carta incollata al naso, anche perché non la saprei proprio leggere, la carta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ultimo sguardo al profilo altimetrico, che sembra un elettrocardiogramma impazzito: parecchi passaggi oltre quota 2.500; c'è solo da sperare che il meteo sia clemente. Poi me ne torno nella Opel, per far fuori un paio di tranci della focaccia che ho comprato in quantità industriale. Il viavai ormai è fitto, corridori e famiglie al seguito, borse, zaini, bastoncini, scarpe. Il sole va e viene, ma più che altro va. Abbasso lo schienale, me ne vado a nanna, pennichella tardo pomeridiana, cullata dalla musica dei Dire Straits. Mi risveglio ben oltre le sette, giusto in tempo per imbattermi nel gruppo degli altri quattro corridori italiani iscritti al Tour: Franco, Roberto, Sergio e Silvio, diretti a caccia di un locale per la cena. A dir la verità, io son già piena come un uovo; mi sono strafogata di ogni genere di focaccia... Ma non mi dispiace l'idea di condividere dubbi e timori per domani; l'esperienza altrui, in questo caso fior di esperienza dati i soggetti coinvolti, può sempre essere utile. Ne vengono fuori, infatti, due ore di piacevole chiacchierata: previsioni sul tempo da impiegare, sulla gestione delle soste, sul vestiario... E, divagando, uno splendido racconto di spezzoni del viaggio di Sergio in mountain bike in Mongolia. Starei ad ascoltarlo per ore, perché, oltre ad essere un viaggiatore "estremo", è anche un eccellente narratore. Ma s'impone la passeggiata digestiva, nonché la nanna. Quattro passi sotto una pioggerellina fastidiosa, con una temperatura da novembre inoltrato che mal si addice ai miei pantaloncini corti ed alle ciabatte da mare, ci conducono al punto di partenza della cabinovia che scende a fondovalle, quella che noi, da fondovalle, dovremo seguire risalendo un sentiero da 850 m di dislivello come ultima fatica del viaggio. Chissà se, e quando, ci arriveremo. Davanti a noi, ma dall'altra parte della vallata, il profilo squadrato e minaccioso del Col de La Muzelle, poco più di 2.500 m di quota, l'ultimo colle che dovremo oltrepassare. Ma è un traguardo troppo lontano per poterlo anche solo immaginare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torno alla Opel assonnata, umidiccia ed intirizzita; nel frattempo, ha cominciato a piovere... Mi arrotolo nel sacco a pelo, ma ci vuole un po' prima che i piedi gelidi mi permettano di prender sonno. Punto la sveglia alle sei, ma la anticipo di qualche minuto, dopo una notte di sonno profondo ma interrotto qua e là dai brividi. Siamo a millesettecento metri di quota, dopotutto, e piove a scrosci, di tanto in tanto. Apro un occhio: tutto tace, nulla muove. Poltrisco ancora qualche minuto, poi mi rassegno: s'ha da fare. Le solite operazioni di rito; vestirsi, controllare lo zaino, far visita almeno un paio di volte al più vicino water disponibile. Ho lasciato ieri agli organizzatori due borse, contenenti ciascuna un cambio d'abito completo, una per la base vita di Monetiers (km 65) ed una per quella di La Chapelle en Valgaudemar (km 133). Al km 65 dovrei arrivare oggi stesso, non saprei prevedere a che ora ma credo prima di mezzanotte; sul km 133 non mi sbilancio, ma mi sembra comunque importante potermi fare una doccia e cambiare prima di affrontare gli ultimi 50 km, sulla carta i più rognosi. Alle basi vita del km 85 e 160 non mando nulla: la prima sarebbe troppo lontana dal via per permettermi di cambiarmi ed indossare qualcosa di caldo per la prima notte; la seconda è già decisamente troppo vicina al traguardo, anche se dovrò ancora superare duemila m di dislivello.&lt;br /&gt;Nello zaino infilo innanzitutto giacca e pantaloni impermeabili: per oggi, il meteo annuncia temporali qua e là. Poi un giacchino sottile, un paio di borraccette di miele, il telo termico, la borraccia, qualche gel scaduto da secoli, il telefono ed il portafoglio. Nelle tasche della maglia da bici, che ho deciso di indossare per alleggerire un po' il peso ed anche l'ingombro dello zaino, metto il road book, il fischietto, la benda elastica, il GPS e la macchina fotografica. Indosso il nuovissimo paio di La Sportiva Raptor a cui tolgo l'etichetta in questo istante: è un azzardo, è vero, con 180 km da correre, ma il modello in fondo è già ben collaudato.&lt;br /&gt;L'area della partenza pian piano si anima; bevo un orribile caffé, ammazzo l'attesa con quattro chiacchiere, ma i minuti scorrono angosciosamente lenti...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parte dopo un frettoloso conto alla rovescia, qualche minuto dopo le 8. Via tutti di corsa, sotto un cielo bigio e carico di pioggia che rende ancor più sgradevole l'immagine di questo orrendo paese. Breve risalita lungo una pista di passeggio che sovrasta l'abitato, in mezzo ai prati, e poi giù, settecento metri di dislivello in discesa, con vista sul lago e destinazione Le Freney en Oisans. Una discesa ripida, sassosa almeno nella parte iniziale: con mio grande stupore, non tutti l'affrontano a rotta di collo, come accade di solito al via di corse anche lunghe. Si vede che c'è più d'uno, qua intorno, che ha ben presenti i 180 km del percorso... La discesa s'infila nel bosco, prosegue a tornanti, per ora ben segnalati dalle fettucce e dalle frecce di vernice: siamo ancora fuori del tracciato del GR54. Da le Freney comincia la prima salita, in direzione di Chapelle de Cluy e del Col des Serennes. Quest'ultimo colle mi ricorda i bei tempi ciclistici delle mie salite lungo i tornanti dell'Alpe d'Huez, con prosecuzione lungo la stradina che, dalla stazione sciistica, porta agli ampi pascoli e poi alla discesa verso Le Freney ed il lago a fondovalle. Comincio l'opera di autoconvinzione: piano, Gian, sali piano. Se qualcuno ti sorpassa, lascialo andare. Infischiatene. 180 km sono lunghissimi, il dislivello è incalcolabile, in più la seconda parte sarà più dura della prima. Tanto li ripigli, oh se li ripigli. E, se anche non li ripigli, non ha importanza. Tu devi solo arrivare alla fine. Passi brevi, regolari; scaricare più peso possibile sui bastoncini. Un occhio preoccupato al cielo: non può non piovere... E' solo questione di tempo. Spero di poter superare all'asciutto almeno il primo colle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La salita lambisce parecchie abitazioni di margari ed attraversa ampi pascoli in cui mucche, asini e cavalli condividono pacificamente l'abbondante pasto a disposizione; dopo un primo tratto di salita ripida, la strada consente un po' di riposo e contemplazione. Il fiato non è ancora così corto; si chiacchiera, si scherza.&lt;br /&gt;Una rampa più severa mi scodella al Col de Cluy, 1.600 m di quota circa. Si sbuca su una strada sterrata al punto di ristoro. Coca Cola, cioccolato, un po' di frutta secca: ad una prima occhiata, non pare che il banchetto trabocchi di derrate alimentari. A dispetto dell'indigestione di focaccia di ieri, rinforzata con l'insalata mangiata in compagnia, ho già una gran fame. Mah, sarà che siamo partiti da poco. Speriamo che i prossimi punti di ristoro siano più generosi.&lt;br /&gt;Riparto lungo la pista sterrata, giù per una breve discesa sul versante destro della valle. Mi risuperano Franco e Sergio, che hanno energia a sufficienza per correre; io no, anche se la pendenza lo consentirebbe. Preferisco risparmiare le forze. Si riprende poi a salire, dolcemente, verso il Col des Serennes, immettendosi sulla strada asfaltata che arriva da L'Alpe d'Huez. Un panorama stupendo di pascoli, bestiame, un alpeggio solitario, due bei cani sulla soglia. Non posso non pensare ai miei due bestioni che ho lasciato a casa, gli unici che suscitino in me il rimorso per le mie frequenti assenze... Anche se so che sono in buone mani, è sempre uno strazio andar via e lasciarli lì dietro le sbarre del cancello del giardino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal Col de Serenne, quota 1.997 m, la pacchia finisce. Ora sì, siamo sul tracciato del GR54: bisogna prestare attenzione alle tacche bianche e rosse. Recita il road book: "continuate lungo la strada asfaltata per qualche centinaio di metri e poi svoltate a destra per un sentiero monotraccia ripido e molto tecnico". Sotto un cielo sempre più bigio, seguo i primi tornanti della strada asfaltata, fino ad un sentierino che si stacca sulla destra e taglia, per la direttissima, la strada stessa. Cerco di affrontare la pendenza con un po' di brio, tra sassi e terra, anche se il risultato è comunque di gran lunga inferiore all'abilità media dei miei colleghi di corsa.  Il copione si ripete: passano avanti molti dei concorrenti che avevo lasciato indietro in salita. Non posso proprio farci nulla, la velocità e l'equilibrio in discesa sono tra le tante doti che mi mancano. Seicento metri di dislivello fin giù: cadono le prime gocce di pioggia. Attendo ancora un po' per indossare la giacca impermeabile: lo farò solo quando la pioggia sarà decisa e copiosa. Non ho proprio voglia di mettere, togliere, mettere e ancora togliere, mi viene il nervoso al solo pensiero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attacchiamo poi un breve tratto di risalita che conduce all'abitato di Besse en Oisans, un gioiellino di poche case ristrutturate con gusto. Il passaggio sotto una volta, tra gli applausi dei pochi ma entusiasti tifosi, conduce al locale in cui è stato allestito il secondo punto di ristoro, all'incirca al km 25. Anche qui le cibarie scarseggiano: ci sono prosciutto e salame, vietatissimi per me che sono vegetariana, ma non c'è traccia di formaggio; c'è poca frutta secca, qualche albicocca ed un po' di uvetta passa, un po' di patatine e salatini secchi. C'è la Coca Cola, ma razionata, pure quella. Ci sono mele, arance e pezzi di anguria, che quanto a valore nutritivo dicono proprio poco. Cavoli, marca male. Riparto quasi subito, con la fame quasi intatta ed i brividi che già mi hanno assalita. Fa freddo ed ho gli abiti già umidi. Ancora una rapida sosta al micro bagno pubblico: incredibile, in un paesino così piccolo... Eppure in Francia è così, le toilettes pubbliche sono ovunque.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riprendo la marcia lungo la strada sterrata, scambiando quattro parole con i concorrenti che gravitano nelle vicinanze; ormai con il francese parlato posso quasi dire di cavarmela, almeno per ciò che consente la sopravvivenza in un trail. Il GR54 prodegue poi su un sentiero abbastanza ripido che, dai 1.500 m di Besse, conduce ai 1.900 m del Col Naziè. Ormai non c'è più speranza di errore. Piove, decisamente, e non ha più intenzione di smettere. La temperatura è rigida. Non posso rischiare di restare con la maglia fradicia. Infilo la giacca impermeabile: non la leverò più fino a sera. Ho dimenticato il berretto con la visiera: il mio più grande cruccio, adesso, è il timore di non riuscire a seguire la traccia del sentiero, con le lenti bagnate. Immersa in una luce color del piombo, con batuffoli di nuvole basse che si posano sui pendii, respiro umidità, mi rassegno a calpestare fango ed a fare lo slalom tra le pozze. Man mano che salgo, mi rendo conto che qui la pioggia probabilmente imperversa già da un po': i sentieri sono zuppi, l'erba già piegata dall'acqua, oltre che dai passi dei corridori. Un vento freddo ci accompagna oltre il Col Naziè, nella risalita ai 2.200 m del Plateau d'Emparis. Mi accorgo che si tratta di un "plateau" solo perché non sento più lo sforzo della salita nelle gambe; per il resto, si vede ben poco del panorama vicino e proprio nulla del "Massif de la Meije et des Ecrins", che il road book descrive come uno degli scorci più belli dell'intera gara. Nebbia ed umidità. Osservo gli altri concorrenti: mi sembrano tutti, è il caso di dirlo, impermeabili. Procedono con calma, con lo stesso passo. Chissà, forse anch'io lascio la stessa impressione a chi mi guarda; in realtà sono preoccupata, molto. Le sagome di chi mi precede sbiadiscono e svaniscono nella nebbia. Unica nota positiva, se non altro il sentiero pare ben definito, abbastanza agevole da seguire. &lt;br /&gt;Passato il Col de Souchet, poco oltre quota 2.300 m, arriva la terza discesa seria. Le Raptor non tradiscono mai e mi permettono, anche questa volta, di andar giù con una certa tranquillità, nonostante le rocce e l'erba bagnate, il fango, le pozze in cui sguazzo ormai da tempo. Devo prestare molta attenzione a dove metto i piedi; del resto, non è che ci sia motivo di distrazione: tutt'intorno è nebbia fitta, pesante, grigio che digrada nel nero dell'erba e degli arbusti fradici. Qua e là il sentiero diventa torrente; l'acqua torbida s'infila tra le pietre, sembra volerci accompagnare con salti e guizzi, beffarda. Coraggio, Gian. Il meteo ha promesso un miglioramento. Sii fiduciosa. Già... Va tutto bene, finché c'è luce, ma stanotte?&lt;br /&gt;Una rampa più ripida delle altre, con pochi stretti tornantini, mi scodella ai piedi della breve ma ripida risalita asfaltata che conduce all'abitato di Le Chalezet, a quota 1.800 m circa. Seguo come ipnotizzata le bollicine che la pioggia forma sulla superficie delle pozze; mi torna in mente quella massima, credo del tutto priva di fondamento, che ricordo di aver sentito tante volte pronunciare da mia nonna, con la gravità di una sentenza: "Quando la pioggia fa le bolle nella pozzanghera, significa che pioverà ancora a lungo". Con traduzione dal piemontese, ovviamente. E' strano, di solito le credenze popolari hanno pur sempre una base di verità, seppur traballante... Ma a questa non ho mai dato molto peso e spero di non dovermi ricredere proprio oggi. Si marcia in salita, sull'asfalto; davanti a me, qualche decina di metri, un altro gruppo di concorrenti. A Terrasses, un mucchietto di case sul pendio della montagna, il terzo punto di ristoro, allestito in un vecchio edificio. Dentro, una gran folla, a caccia forse più di un po' di tepore che di cibo. C'è ressa intorno ai tavoli; mi faccio strada a fatica, per constatare che il rifornimento qui è più o meno dello stesso genere dei due precedenti. Abbondanza di Coca Cola e bevande varie, ma grave carestia di cibi solidi. Mi sconcerta soprattutto la mancanza totale di formaggio. Ma possibile, in Francia? Prosciutto e salame abbondano, ma vorrei evitare, per quanto possibile. Già, ma riuscirò ad andare avanti due giorni o più buttando nello stomaco solo biscotti, frutta secca e zucchero?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mangio e bevo alla svelta; un cenno di saluto a Franco e Sergio, che procedono, a quanto pare, più o meno al mio ritmo, e via, mi ributto fuori, già frastornata dalla folla e dal caos. Giusto in tempo per osservare, allibita, le manovre di un camper enorme, un vero appartamento, arrivato chissà come fin quassù per una stradina minuscola ed ora in fase di parcheggio. Non vorrei davvero essere negli sventurati panni del pilota, soprattutto quando gli toccherà tornare da dov'è venuto: secondo me sarà costretto a smontare questa specie di transatlantico pezzo per pezzo e riportarlo a valle a rate! Imbocco una strada sterrata a destra, solo grazie alle indicazioni di alcuni spettatori. Spettatori delle manovre di parcheggio, beninteso, non della corsa. La strada va giù molto ripida: stare in piedi è una vera scommessa. Il fango, marcio e già calpestato da chissà quanti piedi, offre una tenuta quasi nulla; bisogna camminare proprio sul bordo, poggiando i piedi di taglio e con molta cautela. Mi spiacerebbe finire a terra proprio qui: diventerei una maschera di fango... Poco più avanti, altri  due corridori tribolano quanto me. Impiego un sacco di tempo a raggiungere il fondo della rampa; nel frattempo, le nuvole basse svelano i contorni di tetti, camini, case. La Grave, uno dei paesi tagliati a metà dalla strada che sale da Le Bourg d'Oisans al Colle del Lautaret. Anche qui non mancano applausi ed incoraggiamenti. Alcuni volontari presidiano la strada, in effetti da attraversare con cautela, e mi indicano una stradina secondaria che scende in direzione del campeggio. La seguo fino al ponticello nella curva, dopodiché l'abbandono per riprendere il GR54 che si stacca sulla sinistra e si tuffa nel bosco. E qui la solita scena spiacevole che avrei preferito non vedere: della serie, occhio non vede, cuore non duole. Una concorrente si fa dare un cambio d'abito completo dagli occupanti di un furgone parcheggiato al limitare del bosco. Siamo alle solite: l'assistenza, in questa gara, è consentita solo in corrispondenza dei punti di ristoro; altrove, è vietatissima. Per carità, la fanciulla in questione, ad una prima occhiata, mi farebbe mangiar polvere, anzi in questo caso fango, anche senza l'intervento degli angeli custodi illeciti; però, mi fa una gran rabbia pensare che ci siano, anche qui, i soliti fenomeni che si sentono un po' più furbi degli altri. Avere una maglia asciutta e pulita, qui, dopo oltre 40 km di marcia in buona parte sotto la pioggia, fa davvero una bella differenza, almeno la farebbe per me. Mi viene in mente che ho la macchina fotografica dotata di GPS, che potrei scattare una foto ed inchiodare l'atleta scorretta a fine gara, con tanto di coordinate geografiche del fattaccio... Ma so già benissimo che non sarei mai capace di fare una cosa del genere. Piuttosto che far la figura della piantagrane per una posizione in più o in meno, rotolerei senza fiatare a fondo classifica... Attacco la risalita su un sentiero che non ha più forme, un rivolo di fango scivoloso ed appiccicoso, un passo avanti e due indietro, tanta fatica e grave scoramento. La fanciulla di poco fa mi sorpassa e se ne va con leggerezza inarrivabile, per me che annaspo come un ippopotamo nel sottobosco. Non capisco se piova ancora o se l'acqua cada dalle foglie ormai zuppe; respiro a fatica un'aria densa, appiccicosa come la melma in cui affondo i piedi; scarico peso e rabbia sui bastoncini, cerco affannosamente gli appoggi meno instabili per le suole. L'ascesa è ripida, ostinata. Supero un paio di avversari. La discesa giunge troppo presto, inaspettata. Scavo nella memoria alla ricerca del profilo della salita al Col d'Arsine: non ricordavo ci fosse un intermezzo, ma evidentemente il neurone è già in crisi. La discesa è altrettanto breve ma rognosa, scivolosa, ripida, seguita da un tratto di saliscendi in mezzo alla vegetazione fitta, fino al Pont de Brebis. Da qui, un lungo tratto di falsopiano in una vallata aperta. Si respira, finalmente: non piove più... Attacco bottone con un corridore francese non più giovanissimo, inferocito per l'infausta scelta delle calzature. Indossa infatti un paio di oggetti che fatico a definire "scarpe", roba che va per la maggiore secondo la moda del momento, le "Hoka", in buona sostanza scarpe a cui hanno appiccicato tre o quattro suole anziché una sola. Mi ricordano la struttura di un hovercraft.  A quanto pare, questi prodigi della tecnica si sono rivelati un vero disastro sul fango e sull'erba bagnata, cioè sul tipo di terreno che stiamo calpestando da cinquanta km a questa parte... In effetti, il poveretto è infangato dalla testa ai piedi. Per sua fortuna, ha inviato alla prima base vita un paio di scarpe di ricambio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Percorriamo un lunghissimo tratto di sentiero a mezza costa, con qualche saliscendi lieve, chiacchierando in un misto di italiano, francese, inglese. Mi racconta d'essere in pensione ma di essere stato, fino all'anno prima, pilota; mi dice che anche il figlio è in gara, più avanti. Infine, il grande, immancabile classico: la scusa... Questa è la sua prima gara oltre la distanza della maratona. E' per questo, che va piano. Ma certo, come no? Non lo metto in dubbio, come del resto mai e poi mai metterei in dubbio che gli asini volino in formazione come le Frecce Tricolori. Non riesco proprio a capire il fenomeno fisico che ne è alla base, ma è un dato di fatto che tutti, per qualche ragione, in qualsiasi corsa, siano reduci da un infortunio o un altro tipo di problema comunque gravissimo, insuperabile, destabilizzante. Chi non corre da mesi perché la consorte ha appena partorito sei gemelli, chi soffre perché si è strappato un pelo pizzicandolo nella portiera dell'auto poco prima del via, chi patisce l'altitudine, manco si trattasse di raggiungere l'Everest senza ossigeno... Ancora una volta devo ammettere che sono io, l'unica che non ha una buona scusa per la propria lentezza. Io posso solo aggrapparmi alla dura realtà: macino milionate di km ma non ho il fisico... Ed ho il deretano pesante. Tutto qui. Danno e beffa, super allenamento e risultati zero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Va bè, pace, prima o poi una buona scusa me la compro anch'io, magari di seconda mano, d'occasione. Per ora, proseguo lungo la strada sterrata che, superata un'ampia conca, si dirige spedita verso un vero e proprio scalino da superare. Uno scalino di qualche centinaio di metri di dislivello... Il gruppo che, nel tratto in falsopiano, s'era molto avvicinato alle mie spalle rimane indietro; i primi tornantini mi permettono di mettere il sale sulla coda a più di un avversario. Non piove più, anzi, sembra quasi che un barlume di luce voglia filtrare tra le nuvole. Si risale uno splendido salto di roccia e cascate, fino a giungere in vista di un rifugio. Il road book suggerisce di fare una deviazione per raggiungerlo e fare rifornimento d'acqua, ma me ne guardo bene. Sto viaggiando con la borraccia quasi vuota; con questa temperatura, ciò che bevo ai punti di ristoro è più che sufficiente... E poi l'acqua non manca di certo; ci sono ruscelli ovunque. L'obiettivo, adesso, è raggiungere la prima base vita, a Monetiers, km 66.&lt;br /&gt;Si sale ai 2.300 e rotti metri del Col d'Arsine: ormai si fa sera, il freddo ed il vento sono pungenti. Riprende a piovere, a tratti. Mi attende una discesa lunga, oltre dieci km per mille metri di dislivello; ho freddo, sono fradicia, ho una fame tale che divorerei qualsiasi cosa, vivo o morto, commestibile o no. Vorrei teletrasportarmi giù: quanta angoscia in queste interminabili rampe. Com'è ovvio, più sei stanco e più la discesa è rognosa. Il sentiero raggiunge un bel lago, Lac de la Douche, appena sotto quota 2.000 m, e vi sfila accanto, per poi riprendere verso il basso. Tutto sommato, le gambe stanno bene. Il ginocchio destro protesta già da un po', almeno dal Col des Serennes, ma è un dolore sopportabile, giusto una fitta, di tanto in tanto. Spero di raggiungere Monetiers prima di dover indossare la pila frontale. Allora, Gian, adesso calma. Vai giù, ti fermi un momento, recuperi la tua borsa, ti cambi, ti asciughi, mangi con calma. E poi, ma solo poi, riparti. Intanto, vedrai che smette di piovere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando siamo già in vista delle prime case, mi affianca un corridore francese, ben dotato di GPS, tra l'altro identico a quello che io scarrozzo spento in tasca, ma molto titubante sulla direzione da prendere. Mah: in teoria, nei paesi la rotta dovrebbe essere segnalata con bandelle. Qui, a quanto pare, non lo è. Mah, io vado a naso. Il GPS, evidentemente rassicurato, prende coraggio e si risveglia: sì, la direzione è giusta. Seguiamo la strada lungo un impetuoso torrente. Il francese mi rovescia addosso un lunghissimo discorso nella sua lingua, tra l'altro con una pronuncia diversa dal solito idioma d'oltralpe che sono abituata a captare. Lo fermo a stento, con una delle poche frasi che so pronunciare correttamente: "Non parlo francese...". Mi chiede se sono italiana. Confermo... E quello, stizzito: "Beh ma gli italiani sanno parlare francese! Vai a Courmayeur e lì tutti parlano francese...". E accelera il passo. Per un attimo, dimentico fame e stanchezza: ma tu guarda 'sto grillo parlante! Colta da improvvisa illuminazione, do sfogo a tutta la potenza francofona del mio neurone: "Che significa? Se vai a Briançon, tutti sanno parlare italiano, ma non significa mica che tutti i francesi debbano conoscere per forza l'italiano!". E aggiungo, con un sibilo: 'mbecille... Ce n'è di gente bislacca, al mondo!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finalmente, la base vita di Monetiers. Non mi sembra vero. Il freddo è ormai penetrato fino alle ossa, non c'è modo di trovare sollievo. Tra poco farà buio completo; arrivo giusto in tempo per prepararmi per la notte. Le frecce e le fettucce guidano il cammino fino ad un ampio parcheggio. Butto l'occhio alle pozze, sperando di vederne la superficie liscia ed immobile; invece no, ancora i cerchi delle gocce di pioggia, rade ma pesanti. Eppure, avrebbe dovuto smettere... Entro in  una struttura che, anche qui, è una via di mezzo tra una palestra ed un teatro. Soprattutto, è un caos: lungo i muri sono accatastati i mucchi delle borse che contengono gli abiti di ricambio per ogni corridore, distinti per numero di pettorale di dieci in dieci; metà sala è occupata dai banchetti con le cibarie e dalle tavole e panche per mangiare. L'altra metà è un intrico inestricabile di membra, abiti sporchi, abiti puliti, vesciche, piaghe, unghie nere, bende, creme lenitive. Recupero il mio sacco e trovo un angolino, con tanto di seggiola – che lusso! Con cautela levo le scarpe incrostate di fango, le calze nelle stesse condizioni, maglia e pantaloni fradici; tutto così, coram populo... La riservatezza, insieme con l'igiene, va a farsi friggere. Scambio quattro parole con Roberto, che è già bell'e rinfrancato e pronto per ripartire, e con l'amico che è giunto ad assisterlo apposta, molto scettico su ciò che gli sta accadendo intorno... Eh lo so, difficile capire, per chi non condivide questa passione così folle. "A me piace andare in montagna, ma correre no", sentenzia lo spettatore. Tra escursionisti e "corridori", se così posso definirli, è come tra tifosi di Coppi e di Bartali, di Milan ed Inter, non c'è punto d'incontro, almeno, così sembra. Io stessa, pur non avendo grande esperienza di montagna al di fuori delle gare, ricordo qualche gita del CAI a cui ho partecipato, infiltrata, da ragazzina: mal sopportavo quell'andatura così lenta, le soste continue, gli scarponi, lo zaino riempito di tutto e di più (che diavolo ci mettevamo poi, dentro quegli zaini, per mezza giornata di cammino?) Quando capitava che qualcuno allungasse il passo e si staccasse dal gruppo, in salita, io mi attaccavo regolarmente a ruota, magari sputando pezzo a pezzo i polmoni per non restare indietro. Oggi mi capita, a volte, di sognare una bella gita "comoda": del resto, è da maggio che colleziono una corsa da 100 km e oltre quasi ogni settimana... The Abbots Way da 125 km, Le Porte di Pietra da 70, Nove Colli Running da 200, Verdon Columbia Canyon Challenge da 100, Trail 3V da 160, La Montagn'Hard da 100, Gran Trail Valdigne da 100, Tour de Beaufortain da 103. E non è che, prima di maggio, sia stata proprio ferma. Ma poi, tanto, lo so già che, se metto i piedi su un sentiero, l'istinto è quello di percorrerlo il più in fretta possibile, pur considerati i miei limiti, dato che non sono certo una velocista. Quindi, anche l'eventuale gita senza cronometro, come può essere il classico giro del Monviso, diventa una corsa contro il tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi avvicino circospetta al tavolo delle cibarie. Ormai rassegnata ad adattarmi a quel che c'è. Al solito: prosciutto e salame in quantità, ma niente formaggio; pane e pain d'epices che però, asciutti come sono, è difficile mandare giù. C'è della zuppa in cartoccio, c'è della pasta, entrambe da far scaldare in uno dei fornetti a microonde messi a disposizione. Ma accanto ai fornetti c'è la coda; rinuncio: riempo un piatto di pasta e la mangio fredda, così com'è, e l'accompagno con un po' di pane pucciato nell'acqua. Completo il pasto con frutta secca, un po' di cioccolato, un disgustoso caffé solubile, perché la notte sarà lunga. Ancora un salto in bagno, poi mi rassegno. È ora di uscire, devo proprio. Anche se già solo passando accanto alle porte a vetri del salone rabbrividisco... Ho indosso una maglia con le maniche lunghe più una maglia da bici, con le tasche posteriori; infilo giacca, berretto di pile e guanti lunghi e sono pronta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi butto fuori, malvolentieri. Fa un freddo pungente. Incontro altri corridori che arrivano adesso; il tono dei reciproci saluti denota tanta stanchezza da parte loro e tanta preoccupazione da parte mia, che sono un po' meno provata solo perché ho appena fatto una pausa. Quanto sarò stata ferma, mezz'ora? Boh, erano circa le nove quando entravo al ristoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi avvio verso il paese, seguendo le frecce che ho già notato prima; si piega a sinistra, su una stradina asfaltata. Forse ha smesso di piovere, ma non oso alzare il naso al cielo. Mi segue un gruppo di due fanciulle ed un ometto, che chiacchierano amabilmente, tranquilli; io ho invece un gran peso, metaforico, sullo stomaco. Mi preoccupa la notte: per la pioggia, per la paura di non vedere i segnavia. Le tacche bianche e rosse che indicano il GR54 sono tracciate per gli escursionisti ordinari, che di notte ronfano in rifugio; non sono, ovviamente, rifrangenti. E non è così scontato individuarle. Non appena riprendiamo il sentiero e la salita, il gruppetto si stacca; proseguo con calma su per i ripidi tornantini, in mezzo ad una vegetazione davvero fitta. Le voci presto si perdono; restano i rumori del bosco, le gocce che cadono. "...Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove sulle tamerici salmastre ed arse...". Beh, la vegetazione non è esattamente questa, ma "La pioggia nel pineto" è la citazione più calzante che mi salta in mente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La frontale lampeggia. Mannaggia a me, lo sapevo, me l'aspettavo. Avrei dovuto cambiarle prima di partire, le batterie... Non c'è proprio niente da fare, la mia "pigrizia organizzativa" è incrollabile. Per non aver avuto voglia di sostituire le pile a casa, mentre preparavo zaini e borse, adesso mi ritrovo qui, al buio pesto, ad armeggiare con la frontale, alla luce dell'altra frontale, col rischio che qualche pezzo mi caschi nell'erba e addio, con le mani intirizzite. Ho quasi finito il traffico, in preda al nervoso, quando mi raggiunge il gruppetto di prima. Ecco, doppio fastidio; mi tocca farmi superare e poi risuperare. Un sorpasso, anche tranquillo, è sempre un dispendio di energia da evitare, se possibile, soprattutto quando i muscoli sono già provati da lungo lavoro.  Eppure, s'ha da fare. Davanti a me, ogni tanto intravedo un'altra luce tra il fogliame: piano, Gian, lascia perdere gli inseguimenti...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi ritrovo in una radura, vicino ad una casermetta che ha tutta l'aria di essere una struttura di servizio per le piste da sci. Se solo avessi un briciolo di memoria, in questo momento ricorderei la raccomandazione del road book: "Fate attenzione a rimanere sul GR54 (...) Non deviate sulle piste da sci". Il guaio è che non me lo ricordo e finisco, appunto, su una pista da sci. Quasi subito mi accorgo che qualcosa non va; niente segni, nulla di nulla. Il guaio è che non c'erano poi molti segni neanche poco fa, quand'ero indubbiamente sulla retta via. Mi preoccupa di più il fatto che nessuno mi segua. Spazio con la luce della frontale: non si vede nulla... In compenso, sopra di me, un bellissimo cielo sterrato che mi allarga il cuore. Faccio dietrofront e torno verso il punto in cui il sentiero cessava d'essere ben definito: ecco arrivare, per la seconda volta, il gruppetto degli inseguitori. Questa volta mi metto in coda e ci resto: pazienza, perderò un po' di tempo, ma almeno ho un punto di riferimento da seguire. Altrimenti, va a finire che mi perdo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sentiero sfocia presto all'aperto, scomparso il bosco all'improvviso, e confluisce su una strada sterrata. Più che su un colle, sembra di arrivare su un enorme dosso; tira un vento gelido. Il gruppetto si ferma; mi assicuro che non siano in dubbio circa la direzione da prendere e poi via, proseguo lungo la strada sterrata, lasciandomi il Col de l'Eychauda alle spalle. Rapida occhiata al road book: ora che non piove più, riesco a scartabellare più comodamente, anche se ormai il mio libretto è già umido e stropicciato a sufficienza. Siamo a quota 2.400 e rotti metri e bisogna scendere... Fino a 1.200! Porca miseria, sarebbe stato meglio non saperlo... Se non altro, ho la speranza che davvero, come sostiene chi ha scritto la descrizione del percorso, si tratti di un "sentier agréable et peu raide en lacets", visto che mi attendono oltre tredici km di discesa. In effetti è così: un lungo tratto a tornanti, aperto e con vista sul cielo stellato, poi il bosco, una strada sterrata, una traccia di civiltà racchiusa in un parcheggio, una chiesetta ed un bar, ancora sentiero. E' lunghissima... E mi sembra che sia già buio da un'infinità di ore. In effetti, arrivo alla base vita di Vallouise, km 85, intorno alle due e mezza. Individuo subito, sdraiato su uno dei lettini, il buon Roberto: per un attimo mi preoccupo, ma un sorriso e la voce allegra mi rassicurano, è tutto ok. A quanto pare, sono i suoi piedi, ora nelle mani di un'infermiera, a fare i capricci. Per me, invece, non va affatto bene. O meglio, fisicamente sì... Ma sono nervosa, preoccupata, infreddolita. Ormai rassegnata al solito ristoro magro e sconfortante, pilucco un po' di frutta secca, un po' di pane, parecchi bicchiere di di Coca e qualche patatina e schizzo via con la fame. Coraggio, Gian, lo sai che la notte è sempre un gran dramma. Devi solo tenere duro; vedrai che ce la fai, come tutte le altre volte. Ha 'dda passà 'a nuttata. Seguo le indicazioni verso il centro di Vallouise, paesello ameno e, in questo momento, immobile, cristallizzato. Mi inchiodo davanti ad un bivio: e adesso? Nessuna traccia di fettucce, né da una parte, né dall'altra, e sono entrambe strade "principali", tanto che la direzione da prendere non è affatto scontata. In quel momento, scendono trafelati, dalla strada di destra, tre corridori: "Non ci sono più segni", sbraitano. Eh, lo so, lo vedo. Rapido consulto, poi decidiamo di tentare comunque la via di destra, che sale ripida tra le case e poi procede, sempre su asfalto. Tra mille titubanze, ci guardiamo avanti ed anche indietro. Due dei  miei compagni di sventura, francesi brandiscono il GPS e confabulano in una sorta di dialetto: l'unica cosa che riesco a capire è che questa non è la strada giusta, ma è "parallela", quindi va bene. Come sarebbe a dire, va bene? Non va bene affatto!!! Sarà anche parallela, ma potrebbe divergere da un momento all'altro... Il terzo francese, più saggio, pensa bene di pararsi in mezzo alla strada e costringere l'unica auto in viaggio nel raggio di dieci km, a quest'ora, ad inchiodare: "E' questa la strada per Villard?". Gliel'ho detto io, che il road book ci fa passare per un paesello che porta quel nome. L'automobilista notturno, con l'aria colpevole di chi si rende conto d'aver bevuto troppo, conferma. Infatti, poco dopo, ci troviamo ancora in mezzo alle case. Ed io che già mi disperavo... "Le GR54 reste sur la route pendant quelques kilomètres jusqu'à Entre Les Aigues". Quindi non mi preoccupo di trovarmi, per un bel po', a camminare sulla strada asfaltata. Passo di marcia, lascio indietro i miei compagni occasionali di viaggio e proseguo, persa nei miei pensieri. Un po' di asfalto non può che far piacere alle articolazioni, ma è la firma della mia condanna: il sonno... Arriva tutto insieme, all'improvviso. Un sonno che non riesco a ricacciare indietro, sbadiglio dopo sbadiglio; mi si chiudono gli occhi, sbando, in pochi istanti sono un morto che cammina. Le provo tutte, mangiucchiare qualcosa, bere, impegnare la mente recitando una poesia o le parole di una canzone... Niente da fare. Alla fine mi rassegno, mi siedo per terra, appoggiata al muretto a bordo strada. Dormo qualche minuto, pur interrotta di continuo dai premurosi compari di sventura che mi chiedono se è tutto ok, poi riparto, barcollante ed infreddolita. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La strada termina in località Entre les Aygues, poco più di 1.500 m di quota. Da qui parte il sentiero che, superato un ponticello di legno, dà il via alla lunga salita verso il Col d'Aup Martin. Si sale, all'inizio, con pendenza molto dolce, a parte qualche raro tratto più ripido. Il sonno continua a non lasciarmi tregua. Mi fermo ancora una volta, a dormire quasi abbracciata ad una roccia, anche qui, pochi minuti prima che il freddo mi assalga. Passa una concorrente, preoccupata: "Rischi di congelare", mi avverte. Beh, non esageriamo, però un bel raffreddore senz'altro lo rischio. Ma che posso fare? Non riesco a stare in piedi. &lt;br /&gt;Riparto ancora una volta, mi fermo ancora una volta; non so se sia colpa del sonno, ma mi prende una tristezza infinita. Stavolta non ce la faccio... Rischio davvero di non farcela. Procedo ancora, come un automa, andatura lenta e faticosa; ho freddo, fame e sonno, insomma un disastro su tutta la linea. Per fortuna, il sentiero è ben tracciato; impossibile perdersi. La valle è molto ampia e lunga; la corona dei monti appena più scura del cielo stellato e nero. Ma sembra che qualcosa stia cambiando: un baffo di blu più chiaro è la speranza a cui aggrapparmi. Vedo qualche lucina davanti a me, ma lontano; dietro, nessuno, o forse sono io che non riesco più a mettere a fuoco nulla. &lt;br /&gt;Lo sforzo per non cedere al sonno è inaudito. Se qualcuno mai vedesse le boccacce che sto facendo... E pizzicotti, e schiaffi! Ma ora non ho più dubbi, il cielo sta davvero schiarendo. Una ad una si dissolvono le stelle; i monti sempre più definiti, il blu che digrada in azzurro, striscie di nuvole rosa. I contorni man mano si definiscono anche sotto i miei piedi. Vedo davanti a me una muraglia, ma non riesco ancora a capire dove sia il colle. In compenso, compare sulla destra, in un pianoro, un alpeggio, così grazioso da sembrare una casetta di villeggiatura. A guardia, un asino che mi fissa con molta attenzione. Seguo il sentiero, che passa proprio accanto alla costruzione; l'asino mi viene incontro, proprio dritto verso di me. Uhm... Mi fermo, dubbiosa. Non so nulla della psicologia asinina: chissà che intenzioni ha costui? Proviamo ad inviare un segnale di pace: strappo da terra una pianticella, gliela sporgo, tenendola nel palmo della mano aperta. L'animale si avvicina, annusa, ma non è interessato alle cibarie. Non mi pare avere intenzioni bellicose. Tendo la mano per carezzarlo sul muso: alla peggio, se non dovesse gradire, mi staccherà qualche falange... Tutto peso in meno da portare a spasso! Nulla di tutto ciò. Si lascia coccolare. Lo saluto, riparto, ma la bestiola non ha intenzione di lasciarmi andar via così. Me lo ritrovo con il testone incollato allo zaino, proprio come se volesse spingermi. Forse è il suo modo pacifico di farmi capire che sono un'intrusa? Dietro di lui, si accoda un altro asino che non avevo proprio visto. Urca! Speriamo che non ci siano giudici di gara in giro, altrimenti rischio la penalità per aver ricevuto un aiuto proibito! La prima delle due bestiole mi spinge via per qualche decina di metri. Poi si fermano entrambi: li saluto e proseguo. Avrei voluto scattar loro una foto, ma, con questa condizione di luce ancora fioca, avrei rischiato di spaventarli e magari farli arrabbiare con il flash.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Complici la luce del sole ed il simpatico incontro, ora sto davvero meglio. Riprendo la mia marcia di buon passo. Il sentiero sale e disegna strette curve sul lato destro della vallata, mentre in cielo si disegnano una dopo l'altra cime meravigliose. La testa della valle, vista da qui, è un'enorme pietraia. Raggiungo un paio di colleghi, spuntati qui da chissà dove: uno degli aspetti curiosi di questi viaggi a due piedi è il fatto che, spesso, si procede magari molto vicino ad un altro essere umano, ma nessuno dei due si accorge della presenza del collega, per chissà quanti chilometri. Ripidi tornantini ci fanno superare uno scalino di roccia e terra chiara, scodellandoci direttamente su un pianoro erboso. Guardo in su, ma ancora non riesco a capire. In compenso, davanti a me si para un ostacolo di quelli per me assai rognosi, il guado di un impetuoso torrente. Il corridore che ho appena superato arriva di gran carriera, passa e va; studio il percorso che ha scelto, ma lo scarto subito: troppo distanti e precari, per me, i punti di appoggio. Mi sposto di una decina di metri a destra, ma è peggio che andar di notte; qui non si riesce a passare. Non è tanto il rischio di bagnarmi i piedi che mi preoccupa, quanto la paura di scivolare e cadere in un punto in cui, data la violenza della corrente, non si può vedere nulla dei punti di appoggio sommersi. Torno al sentiero, mi sposto un'altra decina di metri a sinistra.  Individuo un passaggio un po' meno ardito: bene, adesso è il momento di convincermi che lo devo fare. Gian, concentrati sulle pietre, perché guardare l'acqua che scorre ti dà il capogiro. Un piede qui, uno là, poi un bel salto e mani pronte a parare la caduta. Passa un altro concorrente, mi invita a seguire le sue tracce: tesoro, ti ringrazio, ma tu non puoi nemmeno immaginare quale difficoltà e terrore io stia provando in questo istante... Non mi serve incoraggiamento, devo solo trovare la giusta concentrazione. Con l'impeto di chi sta per compiere l'ultimo salto, decollo: un attimo dopo, eccomi dall'altra parte, quasi spalmata sui pietroni. Il collega mi osserva perplesso e riprende poi la marcia; lo raggiungo non appena il sentiero torna a salire ripido. La luce, sempre più limpida, annuncia una bella giornata di sole, anche se alcuni strati di nuvole alte e sottili incombono già all'orizzonte. &lt;br /&gt;I piedi non bastano più: per un breve tratto, il sentiero diventa paretina da superare con l'aiuto delle mani. Ed è solo l'inizio... "Les 400 derniers mètres de denivele (a partir de la cote 2400 m) avant le col sont très raides, glissant (schiste) et exposés en cas de chute ou de mauvais cheminement". Il road book non mente, né esagera. Alzo gli occhi e resto sbigottita... Il pendio è una distesa di sfasciumi, tagliata da una linea che è appena un accenno, e s'intuisce proprio soltanto perché c'è qualcuno che sta affrontando quel tratto di percorso, un puntino nero che si muove. Immediatamente ho davanti agli occhi l'immagine della vetta della Bonette, dal versante di St Etienne de Tinée, con cui questa salita ha una somiglianza davvero sorprendente. Beh Gian, s'ha da fare, quindi coraggio. Mi avventuro lungo questo sentierino che offre appena appena lo spazio per un piede, talvolta neanche quello, e che spesso segue la pendenza della montagna, dando la sensazione inquietante di scivolare. Presto la massima attenzione a non guardare giù, perché è vertigine assicurata, e mi muovo con la massima cautela, passo dopo passo, piantando i bastoncini nell'illusione di poter fare da perno se dovessi scivolare. Il freddo è pungente, le mani mezze congelate nei guanti lunghi, il cuore a mille, il respiro affannoso. Paura allo stato puro. E, d'altro canto, sollievo: il sonno tremendo della notte appena trascorsa, in fondo, non è stato un male. Guai se fossi capitata quassù con il buio e nella condizione di rimbecillimento totale in cui versavo qualche ora fa. Avrei davvero rischiato la cotenna. Poco avanti rispetto a me, altri compagni di sventura procedono con la stessa circospezione; anzi, se possibile, direi che qualcuno la sta vivendo anche peggio di me, a giudicare dall'incertezza nell'incedere. In un tornantino, dove mi sembra ci sia un briciolo di spazio in più per una sosta, mi fermo un istante e guardo giù: quasi mi manca il respiro... Il pendio sembra non finire mai; l'occhio lo segue fin giù per una distanza che fa impressione. Il sentierino continua a salire a tornantini sempre più ravvicinati, ma non posso guardare nemmeno in su, a pena di capogiro assicurato.  Procedo con lo sguardo fisso mezzo metro davanti alle punte dei piedi, per un tempo che mi sembra interminabile; che sono arrivata in cima, lo capisco solo perché rischio d'inciampare nella tenda dei due volontari che presidiano il passo. Davvero coraggiosi... Hanno piazzato questa tendina in un posto dove non c'è nemmeno lo spazio necessario, proprio nel bel mezzo della fessura spazzata dal vento, e stanno appollaiati quassù da chissà quanto! Infatti, sporgono appena la testa fuori, per registrare i numeri di chi passa. Col d'Aup Martin, quota 2.760 m, Cima Coppi dell'intero viaggio. Lo spettacolo che si gode da quassù è impagabile, una collezione di cime dall'aspetto aspro e selvaggio e di pendii ripidissimi, con le vette appena incendiate dal sole. Brividi di freddo dai capelli agli alluci, ma il supplizio è lungi dall'essere finito. Il sentiero procede a saliscendi ed ha più o meno lo stesso aspetto rassicurante del tratto precedente il colle; anche qui, se metti un piede in fallo, ti raccolgono col cucchiaino da caffé, qualche centinaio di metri più in basso. Come se non bastasse, tocca anche qualche acrobazia sui pietroni. In alcuni punti, il terreno cedevole evidenzia segni di chi ha già provato l'ebbrezza dello scivolone. Piano, calma, cautela, qui non si può sbagliare. Infatti, nessuno corre. Gli avversari che ho sorpassato sono ancora molto distanti; il corridore che avevo quasi raggiunto, più agile e sicuro di me, ha già superato il Pas de la Cavale, il colle che raggiungerò al termine di questo breve tratto senza dislivello. Lo spettacolo, da quassù, è reso ancor più inquietante dai brandelli di nuvole che il calore del sole strappa al pendio; la nebbia minacciosa avvolge e svela, sfuma, ruba i colori e la luce, poi si dissolve. Un paesaggio quasi lugubre, in stile Famiglia Addams. Qualche chiazza di neve ancora resiste.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Superato il passo, l'itinerario prevede che ci si fiondi giù per una discesa molto ripida, tutta a tornantini, però rose e fiori rispetto al sentiero su cui ho camminato sinora. Quasi mille metri, nella parte alta ancora in ombra ed al freddo; più in basso, finalmente i raggi del sole si fanno sentire sulla pelle ancora coperta da tutti gli strati di abbigliamento possibili ed immaginabili. Un vallone aperto, erboso, bellissimo. Potrei godermelo appieno se solo la fame non mi tormentasse. Credo che i gorgoglii disperati del mio stomaco vuoto risuonino da una parete all'altra, come un'eco. Non riesco a pensare ad altro che a mangiare; attendo con ansia il punto di ristoro, l'unico obiettivo che in questo momento riesco a concepire. Mangiare, mangiare... La sagoma del rifugio appare giù in basso e mi mette le ali ai piedi; nonostante un sentiero sconnesso e malagevole, che corre lungo un torrente dispettoso con mille diramazioni, mi precipito verso il tavolo del ristoro. Mi basta un'occhiata per capire che, anche qui, sarà colazione magra. Patatine ed albicocche secche, quelle non mancano mai; qui ci sono, per fortuna, anche gelatine di frutta e qualche fetta di pane. Immancabili salame e prosciutto, ma non sono per me. Mi abbuffo, lo ammetto, senza alcun rispetto per chi verrà dopo di me, ma la fame arretrata è davvero troppa ormai. Il guaio è che questi alimenti dolci non mi terranno sazia a lungo. Ho davvero bisogno di qualcosa di più sostanzioso; basterebbe un po' di formaggio, ma proprio non ce n'è. Una tappa al bagno del rifugio di Pré de la Chaumette: ecco, c'è di buono che, in quasi 110 km, ho sempre potuto approfittare di veri bagni civili, come si deve, e non di soste "en plein air". Ancora qualche boccone di quel che capita, poi via, ancora in marcia, lungo un bel sentiero inondato di sole. Non so di preciso che ora sia e non ho idea dei cancelli orari; quel che è certo è che ho passato la metà della distanza, da un po'... E che sono a metà del dislivello complessivo. 6.200 m alle spalle, quindi solo più 5.800 davanti al naso. Che fortuna... Comincio ad avvertire la stanchezza, o forse l'avvertivo già prima, solo che adesso sono proprio costretta ad ammetterlo. A quanto ho potuto intendere dai commenti di alcuni corridori, il vero Tour d'Oisans è cominciato al ristoro del km 85: in effetti, il Col d'Aup Martin è stato la prima vera difficoltà della corsa. I primi 85 km, non fosse stato per la pioggia, il fango ed il freddo, sarebbero stati non dico una passeggiata, ma senz'altro sopportabili senza troppo dolore; niente passaggi tecnici, niente pendenze assassine. Coraggio, Gian: immagina adesso di dover partire per qualcosa di molto simile a Le Porte di Pietra. Stessa distanza, un terzo di dislivello in più. Hai già più di 100 km sulle gambe, ma questo è un dettaglio...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sentiero si avvia su pietraia, con pendenza molto dolce ma fondo decisamente poco comodo. Il sole va e viene, l'aria è tutt'altro che tiepida. Ho levato la giacca, per evitare una sudata in salita, ma di certo questo non è il mio clima ideale. Cammino a testa bassa su per il sentiero, quando mi trovo, a poca distanza, due pecore, una bianca e l'altra scura, che vanno nella mia stessa direzione. Impiego un po' a mettere a fuoco la bruttissima ferita che affligge la zampa posteriore destra della pecora bianca: la povera bestia zoppica vistosamente ed è in difficoltà nel risalire tra le pietre; la pecora nera sembra quasi volerla assistere ed aiutare. Di lì a poco, entrambe si ricongiungono al gregge. La povera bestia ferita mi fa una pena immensa, così come mi fa tenerezza la scena che sembra quasi voler significare una forma di solidarietà tra i due animali. Anche se so benissimo che, spesso, gli umani tendono a leggere, nel comportamento animale, sentimenti ed intenzioni che sono lontani mille miglia dalla realtà. Proseguo con un velo di tristezza in più. Il vento rinforza man mano che il tracciato si eleva rispetto al pascolo; anche la pendenza si fa più severa. Di alberi, qui, nemmeno l'ombra, ormai da un bel po', visto che al Rifugio eravamo ancora sopra quota 1.800 m ed abbiamo poi ripreso a salire. Il massiccio è sempre lì, sulla destra; non riesco ad individuarne esattamente i contorni e le vette, a cui non saprei dare un nome, ma più o meno è quello il blocco a cui dobbiamo girare intorno, con i suoi riflessi di ghiaccio al sole mattutino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tre colli in rapida successione, dice il road book: Col de la Valette, Col de Gouiran, Col de Vallonpierre, tutti intorno ai 2.600 m di quota. La pendenza della prima salita si fa man mano più severa. Mi accorgo che, tutto sommato, i miei colleghi di sventura non sono più freschi di me, anzi; nonostante io cerchi di frenare gli entusiasmi in salita, il mio passo è ancora il meno stanco. Si sale alla luce incerta di un sole spesso velato dal passaggio di nubi, con un vento freddo che soffia già ben prima di arrivare nei paraggi del colle. Passo dopo passo, brevi e misurati, scaricare tutto il peso possibile sui bastoncini, respiro profondo, per catturare più ossigeno possibile, una risorsa preziosa quassù. Il ginocchio destro ogni tanto protesta, ma tutto sommato non dà noia, per ora. I piedi sono in ottime condizioni, come sempre.&lt;br /&gt;La discesa dal Col de la Vallette è corta ma cattiva; ripida, costringe a viaggiare lungo un sentierino minuscolo e con il precario sostegno di un fondo di sfasciumi. Ho la sensazione di scivolare da un attimo all'altro: lo so, lo vedo anch'io che un ruzzolone, su questo tipo di terreno, sarebbe probabilmente destinato a concludersi in breve spazio, perché le scaglie di pietra si accumulerebbero fino a fare da freno, ma non ho mai avuto molta fiducia nei principi della fisica. Sarà perché non li ho mai capiti, ergo non riesco a convincermi della loro bontà. In ogni caso, in questa circostanza non mi pare il caso di condurre apposito esperimento scientifico. Meglio scendere con i piedi di piombo, lanciando di tanto in tanto un'occhiata colma di desiderio al pianoro erboso poco più in basso: curioso, un prato così verde in mezzo ad un paesaggio quasi lunare. Si direbbe che non possa crescere un filo d'erba qui in mezzo, e invece... &lt;br /&gt;La risalita al Col de Gouiran è quasi un pro forma. Approfittando del momento di requie, in cui riesco a camminare quasi decentemente, medito sul da farsi. Il prossimo punto vita, a La Chapelle en Valgaudemar, è al km 133. Occhio e croce, ci arriverò nel tardo pomeriggio. Dubbio amletico: mi fermo lì a dormire qualche ora, sacrificando però almeno due o tre ore di luce, oppure mi faccio una doccia veloce, mi cambio, mangio e riparto? Da una parte, il road book descrive gli ultimi cinquanta km come i più tecnici e, in qualche tratto, pericolosi, per cui sarebbe meglio sfruttare, per muoversi, tutta la luce possibile, perché ovviamente il buio complica immensamente le faccende, soprattutto per me che sono molto miope. D'altro canto, però, è inutile che io mi illuda; non sarei in grado di sopportare una seconda notte insonne. E stavolta il sonno arriverebbe molto prima rispetto alla notte scorsa; mi piomberebbe addosso subito dopo il tramonto. Dovrei fermarmi a dormire all'addiaccio, con gli abiti sudati addosso e senza alcuna protezione oltre al telo termico. Certo, il telo può salvare la vita in caso di emergenza... Ma non è esattamente come una coperta di lana. Finirei per non dormire, battere i denti e rischiare un malanno. E ripartire stanca, più rimbecillita del solito ed incapace di affrontare i tratti rischiosi con la necessaria lucidità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Penso e ripenso, mentre dal Col de Gouiran, mi dirigo verso l'ultima risalita, il Col de Vallonpierre. Anche qui, sfasciumi su pendio ripido sia in salita che, soprattutto, in discesa. Nessuna pietà per le gambe, che, a questo punto, sono davvero stanche, senza dubbio. I muscoli sono irrigiditi, ben poco reattivi; la schiena è indolenzita. Lo zaino pesa sempre di più. 14 km ed oltre 1.200 m di dislivello in discesa: non ci devo pensare... Difficile tenere lontani la stanchezza e lo sconforto. Devo solo pensare che, sì, sarà lunga, ma a La Chapelle potrò prendermi un momento di pausa. Un momento o qualche ora? Non riesco a trarre una decisione. Prudenza o rischio? Ormai mi conosco, so bene come andrà a finire. Vincerà l'ansia di andare avanti: farò la doccia, quella sì, un po' di pappa e via. E poi, stanotte, saranno guai. A meno che qualcosa non mi costringa a fermarmi. Quel "qualcosa" potrebbe essere la pioggia. Poco fa, qualche nuvola ha mostrato di voler dare battaglia al bel tempo: non più ciuffi e velature passeggeri, queste sembrano nuvole più serie. E pare proprio che intendano fermarsi, ed ingrandirsi. Non so cosa promettesse il meteo, per oggi. Ieri i "piovaschi sparsi" son diventati una pioggia diffusa e continua per ore... In fondo, le previsioni non sono poi così attendibili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al Refuge de Vallonpierre, quota 2.300 m circa, qualche corridore si ferma a riempire la borraccia e coglie l'occasione per una tregua. Non ci penso nemmeno, anche se le mie ossa chiedono misericordia. Farei prima ad elencare le parti che non mi fanno male. Ed ho freddo, e fame. Le mani intirizzite sui bastoncini, nemmeno più il conforto di un raggio di sole. Dal Rifugio, la discesa procede a tornantini; per me è un gran conforto. Si perde quota in fretta, senza l'angoscia degli interminabili tratti di sentiero dritto e molto ripido. La continua inversione di direzione rende la marcia un po' più vivace. Ci si supera l'un l'altro, ma  alla fine siamo sempre le stesse facce. Sempre un po' più stanche, appiccicaticce, un po' più pallide, segnate dalle occhiaie, con la ricrescita di barba un po' più accentuata, per chi ne è provvisto... Ma sempre le stesse facce. Credo proprio che, a questo punto, l'agonismo, se c'era, sia stato accantonato. Negli occhi dei miei compagni di viaggio leggo solo desideri elementari, direi istintivi: cibo e sonno. Ma sono pochi, proprio rari, quelli che riescono ancora a  costringere i garretti al volere della mente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Man mano che scendo verso il fondovalle, metto a fuoco, in lontananza davanti a me, le sembianze di un paese. Sarà già La Chapelle? No, non è possibile. La carta di viaggio promette 6 km su asfalto, quindi è bene non farsi illusioni. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che, in questo momento, sono ben lieta di avere a disposizione un fondo così comodo su cui poggiare i piedi e le gambe provate dalla fatica. Sfido il più accanito sostenitore della natura a tutti i costi a pretendere, anche qui, la sostituzione dell'asfalto con un bel tratto di sentiero sconnesso. Ne approfitto per inviare qualche messaggio a chi so essere in pensiero per me, mammà in primis. &lt;br /&gt;Si leva all'improvviso un vento freddo e sinistro, che porta l'odore umido della pioggia imminente. Inconfondibile, anche se non saprei come descriverlo. I tetti di La Chapelle potrebbero essere laggiù, proprio in fondo alla mia area di visuale. Un colpo di tuono spazza via ogni dubbio: un altro, ancora un altro e poi comincia a piovere. Uno scroscio violento, senza mezze misure. Indosso immediatamente la giacca impermeabile. Un moto di soddisfazione: no, non sono impazzita... E' vero, fa un gran freddo che penetra nelle ossa, le mani intirizzite faticano a stringere i bastoncini. Però il mio dubbio amletico s'è risolto da solo. O meglio, l'ha risolto Giove Pluvio. L'unica decisione sensata, a questo punto, è raggiungere la base vita, farsi una doccia, cambiarsi, mangiare qualcosa e fermarsi a dormire, fino alla fine del temporale. Uscire di lì sotto la pioggia sarebbe una follia. Finirei per infradiciarmi appena prima di affrontare il freddo della notte, senza più alcuna possibilità di asciugarmi e cambiarmi. Questo è un temporale in piena regola; se tutto va come accade di solito, e come spero con tutto il cuore, l'acquazzone si esaurirà nel giro di qualche ora. Ne approfitterò per dormire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cammino sull'asfalto ormai da un bel po'; non c'è traccia di segnali. In questo tratto, secondo il road book, è necessario seguire le balise, perché siamo fuori dal GR54. Già, se ci fossero, le balise. E' parecchio ormai che non ne vedo. Strabuzzo gli occhi, mi guardo avanti e indietro attraverso le lenti bagnate, per vedere se c'è traccia di vita umana e corsaiola: nulla, nessuno. Avrò mica sbagliato strada? Il dubbio che mi tormenta un metro sì e l'altro pure... Ma no, non ha senso. La valle è questa, la direzione è questa; bivi, non ne ho visti. In fondo, i punti critici non sono alle alte quote, sono qui, in basso, molte alternative spesso mal segnalate. Mi tranquillizzo solo quando, un po' più avanti, scorgo una sagoma che ha tutta l'aria di essere quella di un collega. Infatti, è un corridore francese azzoppato: ecco perché lo raggiungo in fretta. Bene, mal che vada abbiamo sbagliato in due. Sotto la pioggia battente, mi accorgo quasi per caso delle frecce di vernice per terra, all'ingresso del paese di La Chapelle. Sospirone di sollievo, ci siamo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il punto di ristoro è stato allestito in un campeggio. Nell'edificio principale trovo qualcosa da mangiare, al solito, pasta, pane, pain d'epices, frutta secca, patatine, gelatine di frutta, salatini; il tempo di placare la fame più rabbiosa e mi organizzo  per la pausa. Doccia, prima di tutto. Il locale docce del campeggio non è riscaldato, ma del resto non si può pretendere un trattamento da Grand Hotel. Certo che svestirsi ignudi così, già con i brividi addosso da ore, non è una passeggiata di piacere, ma s'ha da fare. Almeno l'acqua è calda. Me la prendo comoda, perché il getto tiepido lava via la zozzura ed anche la stanchezza; devo solo fare attenzione a non bagnare i capelli, perché impiegherebbero una vita ad asciugare. D'improvviso, il mio vizio di far la doccia con gli occhiali mi gioca un brutto scherzo, un minuto da brivido: una mossa brusca, gli occhiali volano per terra. Li raccolgo a tastoni, per scoprire, con un brivido sì ma stavolta di terrore, che si è levata una lente... Ok Gian, calma e sangue freddo. Per carità, non muovere un passo. Cerco a tastoni; scruto con l'altro occhio al di sotto del separatore delle cabine, casomai fosse schizzata di là... Se così fosse, per recuperarla dovrei far passare la mano e guadagnerei come minimo una denuncia per molestie sessuali! Per fortuna, il preziosissimo fondo di bottiglia è proprio vicino al mio piede e, per doppia fortuna, torna al suo posto nella montatura, senza troppa difficoltà. Cavoli, son riuscita a sudare sotto la doccia, per il terrore... Se mai avessi perso quella lente, addio gara!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre faccio acrobazie fisiche, ma soprattutto mentali, per ricomporre lo zaino e me stessa con un angolino di spazio di appoggio, senza perdere nulla e senza dimenticare qualcosa di essenziale, un corridore francese si aggira per il locale con aria preoccupatissima. Comprendo che il suo problema sia l'igiene, che non si può dire regni qua dentro. Mi guarda i piedi ancora nudi: "Ma... Non hai le ciabatte! Come hai fatto a fare la doccia?". Elementare Watson... A piedi nudi! Vedrai che il pavimento non brucia, vai sereno! Mi vien da ridere... Questo non è uno sport per principini sul pisello! Grufoliamo nel fango da ieri mattina, che sarà mai una doccia non proprio asettica. Sarà che ho un buon sistema immunitario, sarà che non sono per natura schizzinosa, ma non mi sono formalizzata più di tanto. Pulita e quasi profumata, torno al punto di ristoro: pochi passi all'aperto, sotto la pioggia scrosciante, e restituisco la borsa. Dopodiché mi attende una brandina sotto il gazebo bianco. Le "pareti", se così so possono definire, del gazebo non proteggono granché dal vento; spifferi ovunque e, per difendersi, una coperta di lana. Zitta Gian, taci, non ti lamentare. Tu lo stai facendo per gioco e per poche ore. C'è stata, c'è, ci sarà gente che in queste condizioni, ed anche peggio, dorme per tutta la notte, per tante notti. Erano quasi le cinque quando sono arrivata qui a La Chapelle; ora sono le sei. Punto la sveglia alle sette e un quarto. Il rumore della pioggia che picchia sulla plastica mi accompagna mentre scivolo nel sonno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi sveglio più volte a metà, per il freddo. L'atmosfera sotto la tenda è irreale; si sentono respiri più o meno profondi, qualche sospiro, il fruscio delle coperte. Brividi, ma prevale il sonno. Quando suona la sveglia, apro un occhio ed un orecchio. Piove ancora. Al diavolo, Gian: fatti un'altra ora di sonno, non potrà che farti bene. Sposto avanti la sveglia e ripiombo tra le braccia di Morfeo. Non avrei potuto chiedere di meglio: un'ora dopo, la pioggia è cessata. Riparto, giusto in tempo per incontrare Franco e Sergio che piombano nel gazebo per andare a loro volta a nanna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi avvio lungo una strada sterrata che, in cinque lunghi km quasi piatti lungo il corso del torrente, mi condurrà al paese di Villard – Loubière, all'attacco della prossima salita. Cinque km lunghi e noiosi, ma in fondo ho tempo di scaldar le gambe e buttare giù quel che ho mangiato al ristoro, senza soffrire troppo. Mi accorgo subito, con sollievo, che quel senso di gambe rigide e pesanti con cui sono giunta a La Chapelle sembra scomparso; di conseguenza, l'umore è alle stelle. Anche perché qualche stella si vede davvero. Pare che la notte sia destinata ad essere asciutta. Un problema in meno, visto che ce ne saranno ben altri. La parte conculsiva della salita è descritta come "molto ripida e tecnica", e sarà buio. Amen: ormai sono qui, indietro non si torna. Davanti a me, con poco vantaggio, due corridori francesi che seguo a distanza di sicurezza. Nel frattempo, tanto per impegnare le mani e la mente, provo ad accendere il GPS, che finora è rimasto un peso morto nella tasca della maglia. Acceso, ok. Prende i satelliti, ok. Cerchiamo la rotta che corrisponde a questo tratto. Ok, trovata, l'avvio. Compare un messaggio di errore, qualcosa del tipo "nei tratti su strada si possono usare al massimo 50 punti". Eh? Chevvordì? 50 punti di cosa? Punti di sutura, quelli di cui l'infernale aggeggio potrebbe aver bisogno tra poco... Provo a confermare, ma il GPS mi butta fuori dalla schermata. Provo a rientrare, ecco dinuovo il monito dei 50 punti. Insomma,  non avrò il piacere di vedere questa benedetta rotta. Avverto l'impulso irresistibile di catapultare l'odioso oggetto tra i flutti del torrente: all'ultimo istante mi ricordo che non posso, non è mio... Lo spengo, lo rimetto in tasca, torno a camminare in compagnia dei miei pensieri. Ogni tanto alzo lo sguardo verso sinistra, in alto. La strada continua, sempre uguale a se stessa, in mezzo alla vegetazione, larga e comoda. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Villard-Loubière raggiungo i due francesi un po' titubanti sul da farsi, armati anche loro di GPS. Non è il caso: un bel cartello lungo la via principale indica il sentiero per il Refuge des Souffles. Lo imbocchiamo, lasciandoci alle spalle il piccolo abitato immobile e deserto, dove l'unico rumore è lo scorrere dell'acqua nella fontana di pietra. In testa uno dei due francesi, il più robusto, poi tocca a me ed infine al collega più giovane e magrolino, che per fortuna parla un buon inglese. A dire la verità, non è che ci sia molto fiato per chiacchierare. Abbiamo mille metri di dislivello sopra la testa, e solo per arrivare al rifugio. Il capofila ha un'andatura molto regolare ed una velocità che riesco a seguire senza sforzo; una volta tanto, m'impongo di starmene buona buona dietro. Se tentassi di passare avanti, finirei per forzare troppo, già solo per l'ansia di avere due compagni di viaggio e non volerli rallentare. Va bene così. Al rifugio, mi resteranno meno di 40 km a fine gara, anche se saranno 40 km molto impegnativi, con quasi 4.000 m di dislivello ancora da salire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ascesa è tranquilla, regolare, tutta a tornanti in mezzo al bosco. Osserviamo in silenzio le luci immobili del fondovalle e quelle in lento movimento dei colleghi che ci seguono, molto più in basso. Respiro regolare, gambe ancora in buono stato, niente sonno, per ora. Tornante dopo tornante, ad un certo punto la vegetazione ad alto fusto si dirada, fino a sparire. Siamo nei pressi di quota 2.000, allora. Infatti, di lì a poco, spuntano le luci del rifugio, una cinquantina di metri più in alto del sentiero. Il capofila, inaspettatamente, si ferma: vuole andar su a dormire qualche ora. In effetti, sbadigliava già da un po'. Il compare più giovane ed io, invece, proseguiamo; questa volta l'apripista sono io. Sono un po' preoccupata: il mio compagno di viaggio mi sembra molto più scattante di me. Lo avviso: quando vuoi passare, vai pure... Sulla montagna, in alto, si vedono adesso altre lucine di gente già in dirittura d'arrivo al Col de Vaurze, quota 2.500. In teoria, a noi mancherebbero ancora 500 m di dislivello. Ma l'ipotesi più facile e gradita non è mai quella che si verifica davvero. Dal rifugio, il sentiero prende a salire e scendere a lungo, con salti di parecchie decine di metri in su ed in giù; a sinistra, un pendio di cui è meglio non sperimentare la pendenza. Ad ogni tratto di discesa, mi illudo che sia l'ultimo, e invece no, si scende, si risale, si scende ancora. E si attraversano parecchi torrenti. Dell'acqua si sente il frastuono assordante, ben prima di vederla; è inquietante perché, al buio, quel che si percepisce è un rombo in stile "cascate del Niagara"... Ce la farò a passare di là?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finalmente, il sentiero torna a puntare verso l'alto. Soffia un vento sempre più intenso e gelido, da brividi, ma non ho voglia di interrompere il ritmo per vestirmi. Ancora avanti, alla luce della mia bella frontale; al di fuori del cono di luce, tutto il resto è un'enorme chiazza nera. Ci imbattiamo, il collega ed io, in un gruppo di corridori fermi davanti ad una paretina: e mo'? Il mio compagno di viaggio studia il GPS, quelli studiano le carte. Io provo ad arrampicarmi, con la mia proverbiale leggiadria degna di un'incudine: beh, in un modo o nell'altro, arrivo a capire che la via à giusta, bisogna solo passar sopra alla grossa roccia. Agili come ragni, i tre mi superano e schizzano via, ma non lascio loro troppo terreno, almeno finché siamo in salita. I tornantini si restringono, il vento rinforza. Quota 2.500 m, siamo sul colle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con le mani intirizzite nonostante i guanti lunghi, attacco subito la ripida discesa, anch'essa a tornantini stretti. Giù in fondo, oltre 1.200 m più in basso, scorgo le luci di un abitato: passeremo di lì? Non posso distrarmi, pena un ruzzolone. Il sentiero diventa poi un falsopiano, lungo e ben poco definito: le tacche rosse e bianche, già dispensate non certo con generosità, ad un certo punto spariscono del tutto; il compare francese ed io ci ritroviamo a seguire una traccia di sentiero appena accennata, di cui non siamo affatto certi. Il GPS del francese non sa bene che pesci pigliare; in compenso, la carta, per quel poco che riesco a capire, mostra un lungo tratto parallelo alle curve di livello e con il fiume principale a sinistra. Mi guardo intorno; in effetti, i fatti coincidono. Il vallone è uno solo, quindi credo ci sia un'unica possibile destinazione per questa discesa. Sono molto titubante, mi fido ben poco di me stessa e delle mie intuizioni, ma del resto non ho scelta. Per quanto mi guardi intorno, non vedo altro che buio. Procediamo, il collega ed io, con il conforto di alcune luci e voci che ci seguono. Saranno convinti, loro, della bontà dell'itinerario, o ci stanno seguendo per effetto pecora?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo un interminabile tratto di falsopiano, il sentiero prende a scendere a ripidi tornanti. Compaiono tacche gialle: ok, non saranno quelle bianche e rosse del GR54, ma almeno significa che da qualche parte si va. Il mio compare, dapprima sempre avanti in discesa, perde qualche colpo; sui tratti più ripidi, tende a restare indietro. Io prendo forse qualche rischio di troppo per le caviglie, viste le mie scarse doti di discesista, ma ho troppa ansia di raggiungere le luci del paese, che sembrano ormai vicine, e capire se sono sulla retta via oppure no. Sbagliare strada, qui, adesso, sarebbe un dramma. Il ronzio di un generatore e le luci di un gazebo mi rincuorano: ci siamo, è il punto di ristoro di Le Désert. Tra l'altro, ho una fame abominevole. La Coca Cola è fredda come se fosse stata in frigo; ne bevo la solita quantità vergognosa, anche se i brividi li ho già di mio. Col cibo, purtroppo, siamo alle solite: qui davvero non c'è altro che cioccolato, prosciutto e salame. Faccio due conti: ho altri mille metri di dislivello sopra la testa, prima di arrivare al successivo ristoro, nonché base vita, di Valsenestre. Se vado avanti a cioccolato e Coca, non ce la faccio. Mi rassegno a violare la mia regola: tra il prosciutto ed il salame, l'argomento meno spiacevole è ancora il primo... Mangio due fette arrotolate di prosciutto cotto e riparto, galvanizzata dal fatto che i volontari del ristoro annunciano le ottime previsioni meteo per la giornata. Si sale lungo un tratto di strada sterrata ripida. Il mio compare francese, che si era appena seduto, schizza via per raggiungermi; idem, quando mi fermo un attimo per una sosta tecnica, si ferma ad attendermi, poco più avanti. Vero, io sono proprio un orso incallito: infatti mi guardo bene dal dire alcunché, ma la cosa mi dà un po' fastidio. Va bene trovarsi per caso e condividere qualche tratto di gara, ma preferisco, in linea di massima, viaggiare da sola, indipendente. &lt;br /&gt;La salita è davvero crudele, dritta e ripidissima nella parte iniziale. Tanto meglio: almeno il dislivello si brucia in fretta. Sento le voci di chi mi precede, sempre più o meno alla stessa distanza. Mi piomba addosso, improvviso ed irrefrenabile, il sonno: nonostante la fatica della salita e lo sforzo di tener gli occhi aperti e la mente desta, non c'è nulla da fare, il sonno arriva con il suo carico di allucinazioni e sbandamenti vari. Resisto per un po', ma, quando l'ascesa ripida lascia il posto ad un sentiero un po' più umano, a tornanti, per me è il crollo. Nonostante il freddo pungente ed il dispiacere, devo fermarmi, almeno qualche istante. Il mio collega procede, mentre io mi accascio su una pietra: i soliti pochi minuti di sonno, forse anche meno, poi via, in piedi per non ibernare. Ancora un po' di marcia, ancora una sosta, ancora qualche minuto di sonno brevissimo e profondo. Mi riscuotono le voci di tre inseguitori: schizzo in piedi, riparto di gran carriera. Nel frattempo il cielo comincia a cambiar colore, e lo cambia in fretta, in una mattina che s'annuncia limpidissima e gelida. Uno spettacolo impareggiabile: il cielo che pian piano diventa azzurro, striato di rosa, le montagne che prendono fuoco e, sotto, il fondovalle occultato da una morbidissima coltre di nuvole, quel che si vedrebbe dal finestrino viaggiando in aereo. Troppo entusiasmo mi fa sbagliare strada: non mi accorgo di un bivio, pure evidente, e tiro dritto lungo una traccia di sentiero appena accennata, ma invasa dall'erba, tanto che è sempre più difficile camminare. Mi rendo conto dopo qualche centinaio di metri di essere sulla rotta sbagliata; mi fermo, strabuzzo gli occhi: percepisco un movimento, parecchio più in alto e soprattutto più a sinistra rispetto alla mia posizione. Ecco, stà a vedere che ho mancato un tornante. Ma non mi va proprio di tornare indietro. Un centinaio di metri sopra di me, intuisco la traccia di un sentiero parallelo a quello su cui mi trovo; con ansia e rabbia, attacco il prato per risalire direttamente, in mezzo all'erba. L'affanno nasconde la fatica, ma i piedi, errore fatale, si inzuppano: vero che le scarpe in Goretex proteggono dall'acqua, ma nulla possono, se a bagnarsi sono le calze, che ovviamente dalla parte superiore portano l'acqua giù fino al piede. Raggiungo, tra un improperio e l'altro, il sentierino parallelo e torno nella direzione del Col de Cote Belle, che di qui si vede senza possibilità di errore; lo percorro verso sinistra e mi riporto sulla traccia principale, quella giusta. Sotto di me, il gruppo che mi ha svegliata poc'anzi è fermo a scattare fotografie. Li tengo d'occhio, mi seguono: bene, allora stavolta dovrei essere nel giusto. Alla peggio, sbagliamo in quattro, mal comune, mezzo gaudio. &lt;br /&gt;Dal colle, si gode un bellissimo spettacolo sull'alba; è forte il contrasto tra i colori della montagna già illuminata dal sole ed il grigio netto delle parti ancora in ombra. Giù a perdifiato, per quanto possibile; il sentiero è facile, scende a tornanti mai troppo ripidi. Si passa in una zona dove le rocce sembrano lame scure piombate dal cielo e conficcate nel terreno; un ambiente quasi minaccioso, lugubre. A toccarla, questa pietra si sfalda in foglietti sottilissimi, neri. Anche qui, ben presto mi assale il dubbio: sarò sulla strada buona? Non c'è alcuna traccia di tacche segnaletiche. Il sentiero, è vero, è unico; non ricordo di aver visto bivi. Ma è anche vero che la mia distrazione e la mia vista da talpa sono proverbiali. Come se non bastasse, non mi sorpassa nessuno: eppure gli inseguitori, in salita, erano tanto vicini... Che posso fare? Nient'altro che andar giù, ormai. Soffrendo molto, perché ho i piedi zuppi e congelati. Che idiota sono stata. Brividi dagli alluci alle orecchie...&lt;br /&gt;Mi si allarga il cuore quando vedo, davanti a me, il collega francese con cui ho diviso un po' di strada. E' evidente che ha qualche difficoltà, cammina come se fosse in equilibrio sulle uova. Solidarietà tra atleti vorrebbe che adesso fossi io ad aspettarlo... Ma non ce la posso proprio fare, è più forte di me. Io ormai vedo la fine. Ammazzo il senso di colpa con una randellata, saluto e passo oltre, fino a raggiungere il tratto di strada sterrata che, in un paio di km e con blanda pendenza, mi porta giù a Valsenestre. Arrivo al ristoro con un sorriso da un orecchio all'altro ed il morale alle stelle, manco fossi candidata alla vittoria. Qui la tavola è un po' più ricca; mangio un piatto di pasta ed uno di zuppa, gelatine di frutta, frutta secca, cioccolato, l'immancabile Coca Cola, il tutto nel giro di pochi minuti. Il locale del ristoro, come e più dei precedenti, sembra un girone infernale. Anime, ma soprattutto corpi sofferenti spalmati sulle panche; sguardi spenti ed allucinati. Schizzo via, sotto un bel sole. Ripercorro in salita un buon tratto della strada sterrata seguita in discesa, alla ricerca del bivio per il Col de la Muzelle, penultima asperità della giornata, ma ultima vera difficoltà tecnica, almeno sulla carta. Incrocio alcuni colleghi che stanno arrivando al ristoro, compreso il francese azzoppato, dall'aria triste e sofferente. Poi imbocco il bivio a sinistra. La salita inizia blanda, in compagnia di alcuni turisti che si scansano prontissimi al mio arrivo; inseguo un altro concorrente che ha un centinaio di metri di vantaggio su di me, tutto vestito di nero, maniche e pantaloni lunghi. Un gran bel tipo, a quanto posso meglio osservare quando lo raggiungo. Anzi: il mio inconscio, per far sì che io possa guardarlo meglio, mi fa sbagliare sentiero poco dopo che l'ho superato... Poco male, me ne accorgo in fretta; un angolo retto, attraverso il prato e torno sulla retta via, incollata al posteriore del bel rivale. Ci supera un altro concorrente che va su come una saetta: ma... Come osi, marrano? Aspetta che ti aggiusto io... Sull'onda dell'entusiasmo, mi lancio all'inseguimento. Purtroppo mi frega il terreno, sempre più accidentato, proprio come promesso. Il nemico salta come un camoscio tra le pietre, lì dove io mi inciampo di continuo; niente da fare, la pietraia non fa proprio per me. Però non gli concedo di darmi un gran distacco. Il colle si vede proprio a piombo sopra la mia testa, una fessura in mezzo a rocce aspre, scure, spigolose; il sentiero si arrampica molto ripido, ma tutto sommato non così ostico come è stato annunciato. Non è certo questa la difficoltà peggiore della corsa. Il bel francese segue a ruota; io guardo in giù, lui in su, ma questa volta è solo puro agonismo, da consumare nelle poche decine di metri che ci separano dal colle. Il velocista mi ha preceduta di poco allo scollinamento, ma in discesa crea subito un abisso; ovviamente non lo rivedrò più. Il corridore bello, invece, usa un po' più di misericordia e per un po' rimane dietro, a distanza. Col de La Muzelle, quota 2.600 e rotti metri. Da qui sì, finalmente si vede la meta, Les Deux Alpes. Peccato che sia sul versante opposto della valle, e che in mezzo ci sia una voragine... La discesa, per fortuna, si presenta abbastanza semplice; pietrosa, ok, ma basta andare con cautela. E poi è l'ultima. Già, una delle note positivissime di questa corsa è il fatto che l'arrivo sia in salita. L'itinerario taglia un'ampia bellissima valle molto verde: il guaio è che tocca superare anche due ampi nevai. Il francese bello mi sorpassa ed attacca baldanzoso il primo: il guaio è che, pochi metri dopo, lo vedo ruotare le braccia a mo' di elicottero mentre scivola senza controllo e lotta per restare in piedi. Si ferma, si guarda intorno titubante, riprende la marcia con molta circospezione. Per quanto possibile, io cerco di circumnavigare il nevaio passando sulla pietraia, sui bordi; allungo, è vero, ma ho troppa paura della neve su quella pendenza. In alcuni tratti, però, mi devo rassegnare, e allora scendo conficcando i bastoncini come freno e piantando il piede di lato, per fare più aderenza. Guardo con orrore alcuni crepacci: vero, son piccoli, ma più che sufficienti a fracassarti qualche osso se ci arrivi dentro in scivolata. Dai, Gian, finirà anche questa... E finisce, infatti, in vista di un bell'alpeggio e di un lago. Le tacche bianche e rosse qui danno sicurezza al mio viaggio. Pecore, asini, mucche ed alcuni splendidi pastori maremmani a guardia: attraverso il loro territorio in leggera risalita. Uno dei cagnoni, stravaccato al sole, alza giusto il testone per lanciarmi un abbaio; poi, soddisfatto, ripiomba nel sonno profondo. Si torna a scendere, raggiungendo il bosco. Ma ben presto l'allegria è intaccata dalla stanchezza: 1.700 m di discesa filata, fino ai 900 di Le Bourg d'Arud, stroncherebbero anche uno stambecco. Figuriamoci la sottoscritta, che tra l'altro odia la discesa. Il ginocchio destro, che ha brontolato un po' per tutto il corso di gara, qui arriva ad ululare; i piedi fanno un gran male nella parte appena sotto le dita e di fianco al "mignolo" ed urlano ad ogni colpo di troppo contro le pietre. La schiena duole, la testa pure, la fame si fa sentire... E la discesa non finisce mai, mai. Il sentiero, nella parte più bassa, è frequentato da molti escursionisti, alcuni dall'aspetto non esattamente atletico: ciò mi fa ben sperare di essere vicina al fondovalle... La nota lieta è la splendida, imponente cascata che accompagna il sentiero, con un frastuono assordante. Discesa e ancora discesa, pietre, terra sabbiosa, dolore; non ne posso più, ma dove diavolo è la fine?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una bella mamma bionda, che sale con due bambini, mi annuncia la lieta novella: basta discesa... Io quasi non ci credo, quando poggio le suole sull'asfalto. Un paio di km attraverso il paese, il ponte, in direzione della stazione della cabinovia: qui, per la prima volta dall'inizio della corsa, trovo il conforto di quel bel sole bollente che ti scioglie lì sul posto. Dovrei correre, ma non ne ho più le forze; un po' di mal di testa, tanta debolezza, dopo quell'eterna maledettissima discesa che mi ha letteralmente consumata. Calma Gian, niente cavolate, non ora che è quasi finita. Alzo il naso in su: l'obiettivo finale è là, 850 m di dislivello più in alto. E' passata l'una da poco. Mi infilo nel locale destinato al ristoro, dove una gentilissima e bella volontaria mi ricopre del suo sincero entusiasmo e di tanti complimenti. Con me, due corridori credo spagnoli, che si abbattono sulle sedie, decisi ad approfittare comodamente del pasto. Io mangio qualcosa alla veloce, il solito cioccolato, la solita frutta secca, poi via, ancora fuori... E' l'ultima. Incredibile, ma è davvero l'ultima. Cinque km ed è finita. La salita segue fedelmente il tracciato della cabinovia, salvo la parte iniziale che attraversa la parte alta e caratteristica di Le Bourg d'Arud. Turisti seduti a tavola ai bar, ciclisti in bici da corsa o mountain bike, famigliole a spasso con i cani. Devo avere davvero un'espressione stravolta, a giudicare dagli sguardi preoccupati ed interrogativi di molti di loro. In effetti sono stanca, lo devo ammettere. E' solo la volontà che adesso mi porta su. Va un po' meglio quando il sentiero prende a salire regolare, a tornanti, proprio sotto le cabine della teleferica. Ogni poche curve, una palina numerata, con numerazione decrescente, ogni palina un po' di entusiasmo in più. La pendenza è forte, ma questa volta graditissima, perché adesso conta solo più una cosa, arrivare e basta. Nella mia testa ormai surriscaldata si inseguono i numeri: arrivo prima delle tre di pomeriggio... Quando avevo previsto, nella migliore delle ipotesi, di concludere la prova domani mattina! Meno di 55 ore... Alzo la testa di tanto in tanto; la stazione della teleferica è sempre più vicina. Fatico, un passo dopo l'altro, sempre più appesa ai bastoncini, ma Gian, è fatta... Un sonoro "Brava Giancarla!" mi fa ripiombare alla realtà: è Morgana, la compagna di Franco, appostata in sua attesa. Scambiano qualche parola, ma non mi fermo; solo più avanti mi rendo conto della poca educazione che ho dimostrato. Ma ormai la voglia di arrivare è davvero troppa. Poco dopo, raggiungo la ringhiera della balconata della stazione; 850 m di salto superati in un attimo o quasi... Insomma, un attimo, questa è la sensazione. Un volontario mi ricopre di complimenti e mi indica la strada per l'arrivo, segnata dalle frecce a terra. Non è ancora finita, ovviamente; la mente crudele degli organizzatori obbliga il corridore, tapino e sfinito,ad un lungo itinerario che circumnaviga Les Deux Alpes, tra decine di turisti in sella alle bici da downhill o appollaiati sui monopattini. Non manca lo spettacolo delle piste per le acrobazie con bici simili a MTB o, appunto, con i pattini o monopattini; incredibile come questa gente non si sfracelli al suolo ad ogni salto... Completa il quadro nientemeno che una pista di bob con le ruote, una sorta di bob estivo: qualcosa che davvero non avevo mai visto. Cammino ormai a passo stanco, provo a correre ma senza successo. Fendo la folla di turisti, famigliole, marmocchi, cani, e dopo una freccia ce n'è ancora un'altra, e un'altra... Rassegnata a camminare ancora per chissà quanto, mi ritrovo all'improvviso davanti l'arco d'arrivo. Fine di gara davvero spartana, pochissimi tifosi, poche cerimonie ed il gilet di "finisher", ma una gioia immensa di cui ancora fatico a rendermi conto. Saprò poi di essere 65° classificata su 169 arrivati e ben oltre 200 partenti... Neanche male!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'efficienza dell'organizzazione di questa prova, ristori a parte, si conferma anche nel trasporto dei sacchi che avevo consegnato alle due basi vita: li ritrovo nella "Salle Amphibia" poco dopo la doccia. La mia fame è tale che sbrano i due pezzi di focaccia avanzati in auto più di due giorni fa, senza preoccuparmi di verificarne lo stato di decomposizione; anzi, li trovo anche buoni. Salto subito in auto, ma non arrivo alla fine della discesa di Les Deux Alpes; mi fermo prima, su una piazzola, e mi addormento per un paio d'ore. Riparto ormai verso sera, appena un po' meno assonnata: mi fermo ancora una volta sul Colle del Lautaret... Per scendere e rimediare all'ennesima follia. Solo ora mi sono accorta che sto viaggiando da quaranta km con il portellone del bagagliaio sollevato!&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7893910088471592057-4919195499649119430?l=giancarla-agostini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.smag-trail.com/pages/tour-de-l-oisans-et-des-ecrins-non-stop-3487574.html' title='27/29 luglio 2011 - TOUR D&apos;OISANS ET DES ECRINS NON STOP'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/feeds/4919195499649119430/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/07/2729-luglio-2011-tour-doisans-et-des.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/4919195499649119430'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/4919195499649119430'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/07/2729-luglio-2011-tour-doisans-et-des.html' title='27/29 luglio 2011 - TOUR D&apos;OISANS ET DES ECRINS NON STOP'/><author><name>Giancarla</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10721676370378960701</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_FeAvyKCyF6g/SlwYuOTYO1I/AAAAAAAAJzo/imiB33fs8LI/S220/100_1008.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-NdkIUCCjoNE/TkqN-pObEFI/AAAAAAAAKhI/yt_vly5Wq5w/s72-c/profil-copie-1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7893910088471592057.post-8630204755449441872</id><published>2011-07-18T23:40:00.000+02:00</published><updated>2012-01-29T23:40:50.161+01:00</updated><title type='text'>16 luglio 2011 - Ultra Tour du Beaufortain (Queige)</title><content type='html'>&lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Mi piace tutto, delle corse in montagna. Non solo quel che capita tra gli scatti iniziale e finale del cronometro, ma proprio tutto, dal momento stesso in cui butto zaino, borsoni vari, scarpe e bastoncini nel bagagliaio dell'auto e mi chiudo alle spalle il cancello di casa. I viaggi in auto mi riescono indigesti solo per la spesa, di questi tempi sempre più salata, e per il fatto che tocca puntualmente incastrarli tra gli orari del lavoro e quelli della gara, di solito con serio pregiudizio per le ore di sonno. Però guidare mi piace, mi è sempre piaciuto, fin da quando ho imparato a tenere decentemente un volante in mano: evento che è giunto molto, ma molto più tardi rispetto alla conquista della patente...&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Metto la Opel in strada poco prima delle diciannove, rassegnata. La corsa parte alle quattro: se la matematica non m'inganna, si dormirà ben poco. La trasferta tra Carmagnola e Queige è lunga, più di 200 km; come se non bastasse, poi, ho una mezza idea di renderla ancor più lunga, passando dal Colle del Moncenisio per evitare il traforo del Frejus. La splendida e luminosa serata mi toglie ogni dubbio; a Susa, abbandono l'autostrada in favore delle curve della bella salita verso il lago. L'unico rammarico è che, tra poco, la radio perderà il segnale; poco male: la tecnologia ha già posto rimedio anche a quest'inghippo, inventando il CD. Anzi, a dire il vero ha già inventato anche di meglio, ma il CD per me è più che sufficiente. Mi godo il panorama, tornante dopo tornante, con calma; la velocità non mi va a genio, nemmeno in auto. Il bosco, Bar Cenisio, il lungo rettilineo che tanto piace ai motociclisti "da pista". Quante volte son salita quassù in bici! E' ora che ci torni... Due figure da lontano attirano la mia attenzione. Man mano che mi avvicino, metto a fuoco due persone che camminano a bordo strada, sull'altro lato, in direzione del colle, con due zaini enormi. Sono un uomo ed una donna, con abbigliamento ed attrezzatura da escursionisti e, ai piedi, scarponi che fan venire le vesciche solo a guardarli. Non appena si accorgono di me, mi fanno capire, a larghi gesti, che hanno bisogno di un passaggio. Di norma, sono molto diffidente e non ho mai caricato alcun autostoppista, fino ad oggi; questi due, tuttavia, mi sembrano tutto fuorché minacciosi. Anzi, la donna ha in viso i segni del pianto, sembra disperata. Non posso fare a meno di fermarmi, in memoria delle tante occasioni in cui ho sperato che qualcuno mi offrisse un passaggio a quattro ruote... Anche se non ho mai osato chiederlo. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;I due sguardi si illuminano insieme ai fanali dello stop della Opel. Mi affretto a liberare un po' di posto nel caos totale che regna nell'abitacolo; in un attimo, i due spaesati escursionisti sono a bordo. Sono francesi: pur non essendo in grado di dar loro risposte di senso compiuto nella loro lingua, capisco dal loro racconto che stanno compiendo un viaggio di qualche giorno – ecco il motivo degli zaini enormi – e che la loro meta, questa sera, sarebbe stata Lanslebourg. Peccato che, viaggiando "in cresta", abbiano imboccato la discesa dal versante sbagliato. Da qui a Lanslebourg, seguendo la strada asfaltata, ci sarà ancora almeno una dozzina di km. A piedi, arriverebbero davvero tardi e probabilmente non riuscirebbero  nemmeno più a trovare da dormire, pur avendo già preso contatto con un ostello. Mi verrebbe da obiettare che non c'è nulla di strano né di impossibile nel fatto di camminare tutta la notte, ma non credo che i miei due passeggeri siano della stessa opinione. Lei, soprattutto, ha l'aspetto disfatto, forse più dall'angoscia che dalla stanchezza.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Costeggiamo il lago, superiamo il colle, iniziamo la discesa dal versante francese. Saluto i miei momentanei compagni di viaggio giù in paese: non finiscono più di ringraziarmi, vorrebbero a tutti i costi offrirmi la cena, ma io ho ancora un bel po' di chilometri da percorrere. E la mia cena è già pronta nella scatola di cartone sul sedile posteriore: pane, formaggio, yogurt, succo di frutta. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Al calar del buio, cala anche un po' la mia palpebra. Viaggio sonnacchiosa fino ad Albertville, che ha l'aspetto di una vera grande città; cavoli, non me la ricordavo dall'anno scorso... Chissà dove devo girare per raggiungere Queige? Mentre mi lambicco il cervello, cala perentoria davanti al parabrezza la paletta di una pattuglia della Gendarmerie. Non mi sono ancora accostata che già il terribile rappresentatne delle forze dell'ordine d'oltralpe mi redarguisce malamente: un brontolio secco, che traduco in qualcosa del tipo "Non si parcheggia così, qui non siamo mica in Italia!". Per carità, l'automobilista medio italiano è tutto fuorché coscienzioso e ligio alle regole, ma non mi pare che al di là del patrio confine la questione cambi di molto, anzi. Anche i campioni mondiali di puzza sotto il naso sono spesso dei bei criminali alla guida. Ovviamente, mi guardo bene dal dare fiato ai miei pensieri, anche perché non sarei comunque in grado di farmi capire. Sbrigate le verifiche sui documenti, tuttavia, tento il colpo disperato: in un ottimo francese stile "Nù vulevam savuar l'indiriss", domando la retta via per Queige. Il rigido tutore dell'ordine si scioglie in un sorriso che non so se sia di partecipazione o di compassione e mi dà indicazioni talmente precise da risultare a prova di deficiente totale. Così, di lì a poco, con il cuore in tumulto, come sempre mi capita in questo genere d'incontri ravvicinati, mi ritrovo a viaggiare lungo una stradina più stretta e tortuosa, ai margini della città.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;All'ultimo incrocio illuminato dai lampioni, scorgo una coppia che fa l'autostop. Due ragazzi giovanissimi, forse appena diciottenne lui, di certo più giovane lei. Faccino pulito ed abiti ordinati per entrambi, un borsone a tracolla ciascuno, si tengono per mano. Nulla vieta che possa trattarsi di due serial killer ben camuffati, e questa volta davvero non ho un motivo razionale per abbassare la guardia; tuttavia, non so nemmeno io perché, mi fermo. In realtà, lo so, il motivo; è un'istintiva paura per le sorti dei due ragazzi. Vero, all'estero il viaggio in autostop è ben più ordinario e diffuso che non in Italia; fatto sta che non riesco a non pensare cosa potrebbe accadere loro se a fermarsi fosse un balordo. Li faccio salire; la ragazza si sistema sul sedile posteriore, il fanciullo davanti, con una cartina stradale in mano. Incredibile come siano organizzati da queste parti i viaggiatori alla ventura! Il paese che devono raggiungere loro è circa una decina di km oltre la mia meta. "Puoi portarci fino a Queige" – chiede il ragazzo – "poi ci arrangiamo per proseguire". L'amica non dice una parola. Sembra molto giovane e molto timida; quel che è certo è che ha un viso di una bellezza rara, splendidi occhi azzurri e lunghi capelli biondi. Sembra una modella. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Arriviamo alla rotonda ai piedi del paesino di Queige. Di qui, io dovrei svoltare in paese, mentre i miei passeggeri si preparano a scendere. Do un'occhiata al posto: un deserto, per giunta mal illuminato. Lasciarli qui per strada in mezzo al nulla? No, non me la sento, è da veri incoscienti. Ormai, mezz'ora più, mezz'ora meno, cambia poco. Li accompagno fino a Beaufort. Restano interdetti, ma i loro sguardi mi fanno capire che la sorpresa non è affatto sgradita. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Così, tra un incontro e l'altro, manca poco a mezzanotte quando spengo il motore della Opel in una piazzola, su in paese. La partenza del Tour du Beaufortain è giù al fondo della discesa, ma è talmente buio che non riesco ad individuare l'entrata dell'area destinata a parcheggio. Pazienza, ci andrò domattina – fra pochissime ore; ci sarà senz'altro viavai. Rinuncio anche alla cena: la fame morde, ma il sonno prende il sopravvento. Mi rifocillerò domattina. Punto la sveglia, abbasso il sedile, mi copro alla bell'e meglio col sacco a pelo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Non ho coscienza di aver sentito il trillo del telefonino, di averlo preso in mano, di averlo spento. Apro faticosamente gli occhi quando non suona più nulla: due millesimi di secondo dopo, mi assale il terribile dubbio. Afferro il cellulare, guardo l'ora. LE TRE E QUARANTA... Un irripetibile improperio, urlato a tutta voce, squarcia il buio della notte. La partenza è tra venti minuti... Mi crolla il mondo addosso, non ce la farò mai. Già mi vedo presa in giro da tutti, ma soprattutto da me stessa; trecento km in auto tra andata e ritorno, per poi restare addormentata e perdere la partenza... E' un attimo, poi il coraggio spazza via la disperazione. Butto via il sacco a pelo, metto in moto, parto  lasciando dietro di me una scia di fiamme. Passo l'ingresso dell'area di partenza, faccio un'inversione a U criminale in questo tratto di strada buia, mi fiondo in mezzo al campo che fa da parcheggio. C'è già un sacco di gente in griglia... Il cuore mi rotola in fondo ai calzini. Un guizzo di disperazione, mi fiondo alla ricerca del pacco gara. Per fortuna il boss della corsa si ricorda di me... Mi spiego meglio che posso: "Sono appena arrivata, sono in ritardo, per favore datemi cinque minuti, solo cinque...". La mia disperazione è del tutto genuina. Volo all'auto, mi cambio in fretta e furia, maglia, pantaloni, guanti... E calze. Calza. Ce n'è una sola. Dannazione, dov'è l'altra? Eppure sono sicura che ieri sera ci fossero entrambe... Il cuore pulsa nelle orecchie, sembra scoppiare, le mani tremano senza posa. Frugo nella borsa e non trovo nulla. Cavoli, non posso indossare la scarpa senza calza... Significa devastarsi il piede nel giro di pochi km. Quando ormai ho perso la speranza, ecco l'illuminazione: il manicotto! Pazienza per il freddo alle braccia. Infilo il piede nel manicotto, rivoltando la stoffa sulla punta delle dita, in modo tale che resti pizzicata tra il piede e la scarpa e faccia da calza. Non mi aspetto che funzioni, ma è l'unica chance che ho.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Mi precipito alla punzonatura, dopo aver afferrato un boccone di pandispagna dal bancone del piccolo bar allestito per l'occasione. La colazione offerta agli atleti è stata ormai consumata. Quel boccone è il mio unico pasto dal pranzo di ieri: niente cena per colpa del sonno, niente colazione per via della fretta. E niente tappa in bagno. Parto così, all'avventura. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Il boss è stato davvero generoso: la partenza è ritardata di qualche minuto. Giusto il tempo per intercettare Roberta e raccontarle le mie vicissitudini. E' ancora buio pesto quando lo sparo annuncia la partenza.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;La primissima parte della salita, come sempre, è tutta uno sgomitare, un passare avanti, un susseguirsi di ampie ed ottimistiche falcate, in un vocìo di frizzi e lazzi. Non distinguo volti, solo innumerevoli lucine che ondeggiano. Sono tutta presa dalla mia preoccupazione per la calza di fortuna: la stoffa del manicotto è lucida; il piede, pur con le stringhe ben allacciate, scivola all'interno della scarpa. Mamma mia.. Come minimo, mi verranno delle vesciche grosse come mongolfiere nel giro di due ore. Oppure perderò l'appoggio e mi sfracellerò giù da qualche discesa. Oppure accadranno entrambe le cose. Gian, non pensarci. Stavolta va così. E' solo colpa tua, sei un'imbecille, dovresti portarti una sveglia di riserva. Dovresti dare un ordine alla tua esistenza, anziché dormire quattro ore per notte già in settimana e poi arrivare stravolta e rimbambita a ridosso delle corse. Dovresti prestare un minimo di attenzione almeno mentre prepari il bagaglio. Dovresti prepararti la lista del necessario, e spuntarla man mano che metti in borsa i pezzi. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;La prima salita non è uno scherzo: 1.500 m di dislivello filati, dai 500 del laghetto di Queige ai 2.000 e passa del Col de la Roche Pourrie. Rotolo verso il fondo della truppa, come sempre. La partenza prudente è d'obbligo, soprattutto oggi, di già che son partita in condizioni fisiche e psicologiche di certo non ideali. Quel che più mi pesa è la mancanza della pappatoria. Proprio io, che al mattino, al risveglio, ho appena la riserva di energia necessaria per raggiungere la dispensa e buttar giù quello che trovo... Oggi arranco in salita, cercando il disperato aiuto dei bastoncini, senza colazione e senza la cena di ieri. Un pensiero va alla toma che è rimasta in auto, nella borsa. Mi sforzo di scacciare il tormento, di concentrarmi sugli eventi più cupi e tristi della mia esistenza, o su qualcosa di disgustoso che non possa essere associato all'immagine del cibo, ma non c'è nulla da fare. Lo stomaco urla più forte la sua protesta. Gambe e braccia molli, man mano che salgo. Bosco, piccole costruzioni in pietra, ancora bosco. I piedi sembrano affondare ed aggrapparsi al terreno, sono pesantissimi. La testa gira, va per conto suo. Che debolezza... Nemmeno il primo chiarore basta a restituirmi un po' di vigore. Ci salutano i margari dalla soglia di un alpeggio; si sale ancora, tra bosco e pascolo. Nonostante la fatica della salita, non riesco a levarmi la giacca di dosso, ho ancora i brividi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;La conquista del primo colle è una pena. La discesa successiva non aiuta, anche perché non è una vera discesa. Si attraversano ampi pascoli verdissimi, lungo un sentiero che dapprima procede quasi in piano e poi torna a salire, sia pure con pendenza contenuta. Non mancano, anche quest'anno, i punti di controllo e rilevamento dei passaggi: due o tre persone per ogni punto strategico, uno che legge i numeri di pettorale, l'altro che li annota. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Mi trascino su e mi sembra di procedere al rallentatore. Possibile che meno di ventiquattr'ore di digiuno siano sufficienti per ridurmi in questo stato? E sì che la riserva di lardo non mi manca... Dev'essere un problema di innesco della combustione. Se non altro, la giornata si annuncia radiosa. Ma non riesco a staccare gli occhi da terra e la mente da un solo pensiero, il punto di ristoro, al km 17. Nemmeno la vista mozzafiato sul Monte Bianco mi porta sollievo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Quasi non mi par vero di vedere la tavolata, al Refuge des Arolles. Ora si pone un bel dilemma. Ho bisogno di mangiare, ma devo anche fare attenzione a non ingozzarmi e ripartire con un macigno sullo stomaco. In realtà, più che sui cibi solidi, mi tuffo sulle bevande; ovvio che la mia borraccia, nel trambusto della partenza, è rimasta vuota. Coca Cola e quei graditissimi sciroppi per i ghiaccioli; placata la sete, passo a cioccolato, fornaggio e frutta secca in ordine del tutto casuale. La mia sosta dura ben più a lungo del solito: questo ristoro è la mia ancora di salvezza, oggi. Se non mi riprendo qui, non arrivo alla fine.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Riparto con la sensazione di aver ingurgitato un tacchino intero e vivo. Sono più di là che di qua: del resto, il pasto non può ancora essere entrato in circolo, e in più c'è il senso di pesantezza. Confido che il mattone si sgretoli nello spazio di pochi km e procedo, di buon passo, lungo un breve tratto quasi in piano e poi su per una sequenza di ripidi e stretti tornanti. Mi sembra che la faccenda cominci a girare per il verso giusto: sarà forse suggestione, sarà che me ne voglio convincere. Placate le proteste del pancino vuoto, pian piano mi ricordo dove mi trovo e perché. In uno dei posti più belli del mondo, ecco dove mi trovo, come sempre quando corro in montagna, e pazienza se in realtà non corro ma arranco. E pazienza anche per le piste da sci e gli impianti di risalita. Il vento piega appena l'erba dei pascoli. Una breve risalita, dai 1.900 m del ristoro fino ai 2.100 m circa, attraverso una bellissima distesa di rododendri, e poi giù in discesa, verso la diga. Si perde quota e ci s'infila in un fitto bosco di conifere. All'ombra, brividi corrono sulla pelle. Il profumo degli alberi è intenso, la luce filtra appena tra i rami e crea giochi di riflessi con gli infiniti granelli di polvere. Forzo un po' l'andatura fin giù al lago di St Guérin: mi ricordo che, oltre alla diga, è piazzato un cancello orario, ma non ricordo a che ora sia fissata la barriera, né tantomeno so che ora sia adesso. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Il sentiero ci scodella sulla strada sterrata che costeggia l'invaso. Cammino di buon passo, provo a correre, ma senza troppa convinzione. Il viaggio è ancora lungo. Il passaggio sulla diga mi affascina, come sempre: da un lato, l'acqua poco più in basso della passerella; dall'altro lato, un pauroso salto nel vuoto, nel profondo del vallone ancora in ombra, e quella strada a tornanti che sembra risalire l'abisso. Quella che mi piacerebbe percorrere in bici, prima o poi. Uno dei tanti "prima o poi", che alla fine sono sempre "mai" perché non ce n'è il tempo. C'è sempre altro da fare. Ma ne varrà la pena, di dedicare così tanto tempo ad "altro"? Già. La risposta è semplice e pragmatica; s'ha da fare, per portare a casa la pagnotta. Dai Gian, non pretendere troppo dalla vita. Oggi sei qui, cosa vuoi di più?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Nelle vicinanze ci sono parecchi corridori. Bene, dovrebbe essere un buon segno; significa che la barriera oraria è probabilmente ancora lontana. Saluto l'ultimo scintillìo del sole sul pelo dell'acqua immobile. La strada prende a salire leggermente, oltre la diga, fino ad un ponticello in legno, dov'è fissato il punto di controllo. Passo senza problemi, meno male. Da lì in poi, un tratto in falsopiano corre in mezzo agli alberi, con un fondo infido di fango e pietroni. Nonostante l'inizio rocambolesco, l'edizione 2011 mi sembra promettere meglio della precedente, per me. L'anno scorso ho rischiato di sforarlo, il limite orario; oggi invece, superata la fame, tutto sembra voler girare per il verso giusto. Anche la mia calza di fortuna, che mi ero quasi scordata; anche le scarpe che, oggi, sono un esperimento: ho lasciato per una volta a casa le amatissime La Sportiva Raptor per provare una novità, le Electron, della stessa casa produttrice. Scarpe con la suola dall'aspetto insolito, a "onde". Per la verità, le ho già collaudate in una precedente prova da 160 km, il Trail Tre Valli di Brescia, e sostituite dopo la prima metà di corsa perché mi pareva che facessero ben poca presa sul bagnato.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Si attacca ora la lunga salita verso il Cormet d'Areches, poco più di 2.100 m di quota. Ancora pendii dolcissimi e pascoli sconfinati. Troppo sconfinati: accade che il povero corridore che si trova nell'emergenza di trovare un posticino un po' tranquillo e riparato non abbia a disposizione nemmeno un cespuglio... Per fortuna, madre natura concede una minuscola pineta e la luce abbacinante del sole fa il resto, nascondendo alla vista degli avversari di passaggio le pudenda di chi si apparta alla bell'e meglio tra le fronde.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Dai prati ondulati alle rocce via via più aspre, fino ad una vera e propria fessura, circondata da minacciosi pinnacoli di roccia, il "Col a Tutu", oltre 2.500 m di quota. Da quassù si gode la vista su una montagna meravigliosa, stranissima, una via di mezzo tra una parete dolomitica ed uno di quei rilievi rocciosi e piatti sulla cima che si vedono in certi ambienti desertici. "Pierra Menta" è il suo nome; pare sia la montagna simbolo di questa zona.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;La meraviglia che l'anno scorso questo luogo ha suscitato in me si risveglia, oggi, immutata. Stiamo salendo verso la testa di una valle splendida ed austera, circondati da minacciosi pinnacoli di roccia nera nel contrasto con la luce abbagliante del sole, che sembrano artigli protesi verso il cielo. Roberta, che mi segue a poca distanza e mi raggiunge nel tratto di sentiero quasi in piano, appena prima del ristoro, condivide il mio stesso sentimento. Raggiungiamo, risalendo il versante sinistro della valle, il Refuge de Presset, dove ci attende un ristoro pantagruelico, di tutto e di più, dalla pasta al cioccolato alle barrette alla frutta, fresca o secca, e poi pane, formaggio, the, caffé, Coca Cola. Indugio un attimo di troppo, che mi fa ripartire di gran carriera insieme a Roberta. La salita riprende, blanda ma malagevole, tra pascolo fangoso e pietre si cui saltare, già in vista del prossimo colle, il Col du Grand Fond a quota 2.700, quasi. Per fortuna, non sono l'unica a tribolare per mancanza di equilibrio; vedo che ci sono altri addirittura più instabili di me. Sul sentiero, ritrovo il mio passo svelto fino allo scollinamento. Anche qui, un gruppetto di volontari controlla i passaggi. Siamo poco oltre il km 40. Roberta è rimasta un po' indietro: forse perde qualcosa in salita, rispetto a me, ma tanto in discesa lo recupera con interessi da usura. Anche qui, sul colle, vigila un gruppo di volontari. Incredibile... Ma quanti sono?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Breve tratto di sentiero esposto, con tanto di catene: qui mi muovo con i piedi di piombo. Un passo dopo l'altro e guai a guardare giù, anche se credo sia un gran bel panorama quello che mi perdo. Attraverso la Breche de Parozan, eccomi sul ciglio del mio peggiore incubo dell'edizione 2010: il luogo ed il momento in cui avevo giurato a me stessa che qui non sarei mai e poi mai tornata. La pietraia. A noi, maledetta. Io ho un anno di esperienza in più nei garretti. Mi incuti timore, ma non mi terrorizzi più.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Con infinita cautela, mi muovo scivolando di fianco. La sensazione del piede che non tiene e rovina verso il basso è terribile, anche se, razionalmente, so bene che di qua non posso precipitare. Alla peggio, se dovessi scivolare, mi fermerei quasi subito per l'attrito del pietrisco e della sabbia. Eppure ho paura. Un passo cauto dopo l'altro, le mani spesso appoggiate a terra. In un attimo, mi raggiungono Roberta ed un altro corridore: come volevasi dimostrare. Non camminano, loro. Volano, pattinano sulla sabbia; in un attimo li vedo piccoli piccoli in fondo a questa distesa di pietre nere come il carbone. Pazienza, Gian, lo sai che non puoi permetterti di dare battaglia. Non potresti su un terreno agevole, figurati qui... Tra uno scivolone e l'altro, tra un improperio e l'altro, ormai calpestata da un sacco di avversari che sono spariti avanti, arrivo in fondo, al limitare della pietraia. Qualche nuvoletta di troppo in cielo. Le pietre non mancano, anche nel tratto di pianoro, ma perlomeno viaggio quasi in orizzontale. Mi volto solo un istante, per rendermi conto di cosa ho appena attraversato... Impressionante.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Sfilo accanto ad una piccola costruzione, ventimillesimo punto di controllo, e poi giù per una serie di tornanti malagevoli, pietrosi, in direzione della cosiddetta civiltà. Il punto di ristoro di Plain Mya, quota 1.900 m circa, disgraziatamente raggiungibile in auto, perché si trova lungo la salita asfaltata al Cormet de Roselend. Una delle mete ambite dai ciclisti, che infatti abbondano. Qui, volendo, si poteva inviare una borsa con un ricambio di abiti. Ma non è il caso, per una corsa di "soli" 100 km. Non è una spacconata; 100 km, nonostante li abbia già più volte assaggiati tutti insieme, sono una distanza di tutto rispetto. Però si tratta anche di una distanza che adesso, a meno di infortuni, sento di poter coprire in un tempo ragionevole senza necessità di pause. Mi strafogo al ristoro, senza ritegno, di tutto e di più; accarezzo un paio di cagnotti accorsi, insieme a mogli e figli, a raccogliere i miseri resti dei familiari corridori al km 50. Siamo a metà. Gian, ho detto metà: calma i bollenti spiriti. Non è ancora finita.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Attraverso la strada ed abbandono la pazza folla, per risalire, a tratti su sentiero ed a tratti lungo una sterrata carrozzabile, verso il Col des Sauces, quota 2.300. Una salita mai troppo ripida, ma comunque lunga ed impegnativa, che mi mette entusiasmo e mi fa correre qualche imprudenza, all'inseguimento dei gruppetti che mi precedono. Lungo il bellissimo sentiero di cresta, ne approfitto per far fuori la riserva di frutta secca accumulata all'ultimo ristoro. Ho disperatamente voglia di zuccheri.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Si torna a salire, in direzione del Col du Bonhomme. Soffia un forte vento freddo; per ora non è prudente levare il giacchino. Al punto di ristoro del Rifugio c'è un piccolo assembramento; qualche corridore ha l'aria davvero sfinita... La mia sosta, come sempre, è molto breve. Riparto alla volta di un tratto che, dall'anno scorso, ricordo lunghissimo ed angosciante. A mezza costa, forse, ma non ne sono certa: eravamo immersi nella nebbia. Ritrovo subito il passaggio che, viscido per la pioggia, mi era costato tanta paura; oggi è poco più che una formalità. Le ombre si allungano. Il sentiero corre a lunghi saliscendi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Una luce potente, gialla, in lontananza. E' il punto di ristoro del Col Joly. Riemergo da un lungo buio. Crisi nera, non so davvero se e quanto riuscirò ancora a proseguire. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;La strada sterrata segue una cresta nuda, esposta al vento. Il nero del cielo è squarciato dal bagliore dei fulmini, una pioggia di saette fitte fitte; il rombo del tuono è sempre più vicino. Uno spettacolo affascinante, superbo, se non fosse che ci sono proprio sotto e che, con quasi 80 km nelle gambe, non mi sento più così incline alla contemplazione estatica. Non ricordavo di dover salire ancora; risalite blande, facili, su per questi rilievi che hanno l'aspetto di morbide collinone. Mi supera di gran carriera un pick up con a bordo sagome di pastori e cani; si lancia attraverso il prato ed inchioda sulla porta di un alpeggio: impressionante... Occhiali bagnati, luce della pila frontale che esplode in ogni goccia in mille raggi. Fa freddo, piove. Ci manca una saetta in mezzo agli occhi e sono a posto. Ma quando finisce questo supplizio? Ogni volta sembra che la strada spiani, e ogni volta, dopo una breve illusoria discesa, riprende a salire, dritta. Pare un tratto copiato ed incollato dal percorso de Le Porte di Pietra. Tutt'intorno, per quel poco che riesco a scorgere, solo buio. E lampi. E tuoni. Cammina, Gian. Anche se i piedi fan già male, cammina. Ritirarsi qui non si può, e comunque te ne pentiresti in eterno. Una salita, ancora una salita. Il culmine dovrebbe essere il Mont de Vorés: ma dove?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Non c'è nemmeno un'altra frontale oltre la mia, né davanti, né dietro, per quel che posso vedere. Per fortuna, il destino è gramo ma non in eterno; stavolta pare proprio che la strada abbia voglia di scendere. Scende, infatti, fino a riguadagnare la quota del bosco. In lontananza, le luci di Saisies: ma saranno ancora un sacco di km... Qui sì, si potrebbe, anzi si dovrebbe correre. Il fondo e la pendenza lo consentono. Ma io sono troppo scombussolata e stanca per poterci anche solo provare. Forse è il sonno che dilata il tempo; mi sembra di camminare da un'eternità. La discesa acuisce il freddo; le punte dei piedi fanno un gran male. Guai a toccare la scarpa con l'unghia del ditone, a pena di dolorosissime fitte. Ma non è mica facile macinare km, su terreno dissestato, tenendo gli alluci rattrappiti per impedire che sbattano contro la punta di una scarpa troppo corta. In discesa, per giunta. In compenso, la mia calza – manicotto continua a fare il suo degno servizio. Nemmeno una traccia di vescichetta.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;D'improvviso, quando ormai non ci speravo più, mi ritrovo  in mezzo ad un prato, alle soglie del paese. Calpesto non più fango ma erba umida e poi asfalto: tutt'intorno, insegne luminose di negozi chiusi, parcheggi vuoti, non un'anima in giro. Procedo seguendo le poche indicazioni, finché arrivo nei paraggi del punto di ristoro, nella stessa piazzetta dell'anno scorso. Un tavolone lunghissimo, imbandito di ogni bene. Varrebbe la pena di prendere una sedia, fermarsi qui e fare il pieno... Ma ho troppa voglia di arrivare. Ormai manca davvero poco, 15 km ed è fatta. The caldo, Coca Cola, frutta secca, dolcini vari, cioccolato: il trail non è tanto un dramma per le gambe, quanto per il povero stomaco, che si trova a dover assimilare orrendi intrugli. Tra le proteste dei volontari, impegnatissimi a coccolare i corridori, scappo quasi subito, all'inseguimento delle balise. Ricordo che qui, un anno fa, trovar la rotta è stata impresa ardua. Speriamo di avere miglior fortuna... Quasi per caso, scorgo una stella. Più d'una. Sembra che il temporale abbia ceduto il campo ad una notte serena. L'ultima salita: percorso tecnicamente facile, ma pendenza di tutto rispetto; si risale un pascolo, in parte lungo un recinto in legno. Sento lo scampanìo delle mucche, ma non riesco a vederne l'origine. Combatto il sonno pensando che non è più il caso di dormire... Ormai è fatta! Raggiungo e supero alcune lucine che mi precedono, lente, oscillanti, con le forze che, sull'onda dell'entusiasmo, sembrano tornate tutte insieme. Respiro a pieni polmoni aria gelida; gli ultimi sbuffi di nuvole nere scoprono una splendida stellata.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;La salita culmina in modo inglorioso: non un colle, un cippo, una vista sulla vallata, ma una strada sterrata che percorro per un breve tratto, prima di imboccare nuovamente la discesa, un sentiero sulla destra. L'ultima discesa, è vero, ma la pagherò cara e salata. Millequattrocento metri per tornare giù a Queige, con i piedi massacrati. Stringo i denti e punto i bastoncini, per scaricare altrove la maggior parte del peso; poggio sui talloni, per quanto possibile. E, ogni volta che il ditone picchia contro la scarpa., soffoco un urlo, per non turbare la quiete della notte. Una brevissima risalita verso l'ultimo punto di controllo, che è anche un mini ristoro, nascosto nel fitto del bosco, poi giù lungo un'interminabile sequenza di tornanti, un fondo pietroso, malagevole. Un incubo. Di tanto in tanto, tra le fronde si percepiscono le luci del fondovalle, ma sembrano sempre lì, alla stessa distanza. Nessuna speranza di vedere la fine dell'agonia. Dolore insopportabile e lacrime agli occhi: me ne vergogno, ma non posso farci nulla... Meno male che non c'è nessuno intorno a me. Purtroppo non riesco ad evitare qualche calcio alle pietre, e qui l'urlo risuona con epiteti poco lusinghieri all'indirizzo di tutti i santi. Non finisce più, non finisce più... Saltello malamente sui talloni, a rischio di finir per terra. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Raggiungo finalmente l'abitato: quasi non ci credo, veder la cuspide del campanile mi sembra già una vittoria. Ma non è ancora finita; la ripida rampa in mezzo alle case dispensa le ultime tremende coltellate. Mi sorge il dubbio di non farcela più a superare l'ultimo km... Se lo sapessi fare, camminerei sulle mani. Forza Gian. Attraverso la strada, lo spiazzo del campeggio; questa volta, il percorso è stato tracciato meglio, con tanto di seggiole a reggere le fettucce rosse e bianche. Ciò non mi impedisce di sbagliare l'ultimissima curva... Ho perso l'orientamento. Per fortuna, gli strilli dei volontari mi riportano sulla retta via: torno sui miei passi. Poche decine di metri ed è fatta, sono al traguardo. Più che mai frastornata, mi avvio al tendone del punto di ristoro, come un sonnambulo, le mani tese alla ricerca di un piatto di brodo caldo. A cui ne segue subito un altro. I piedi, come se non esistessero più, anche se ho il terrore di togliere le scarpe.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; background: transparent; font-style: normal; font-weight: normal" align="JUSTIFY"&gt; &lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;span style="font-family:Palatino Linotype, serif;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="background: transparent"&gt;Quando lo faccio, nella doccia, scopro con sollievo che a tanto dolore non è corrisposto, per fortuna, alcun segno visibile e truculento. Niente vesciche. Le unghie diventeranno nere, col tempo, ma non è un problema; perderle è ormai una tradizione. Il manicotto è definitivamente promosso a calzino sostitutivo. Già, ironia della sorte: apro la portiera lato passeggero della fida Opel, pronta per ripartire. Casca per terra un oggetto scuro, che lì per lì, alla luce fioca del parcheggio, non riconosco. Mi chino a raccoglierlo: toh, eccola qui... La calza.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7893910088471592057-8630204755449441872?l=giancarla-agostini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.ultratour-beaufortain.fr/' title='16 luglio 2011 - Ultra Tour du Beaufortain (Queige)'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/feeds/8630204755449441872/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/07/16-luglio-2011-ultra-tour-du.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/8630204755449441872'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/8630204755449441872'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/07/16-luglio-2011-ultra-tour-du.html' title='16 luglio 2011 - Ultra Tour du Beaufortain (Queige)'/><author><name>Giancarla</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10721676370378960701</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_FeAvyKCyF6g/SlwYuOTYO1I/AAAAAAAAJzo/imiB33fs8LI/S220/100_1008.JPG'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7893910088471592057.post-6466105001888583627</id><published>2011-06-05T16:56:00.002+02:00</published><updated>2011-06-05T16:59:30.403+02:00</updated><title type='text'>5 giugno 2011 - GPS: se lo conosci, lo eviti...</title><content type='html'>Un lato della scatola mostra, sullo sfondo, la fotografia di due escursionisti in mezzo ad un bosco: uno con l'aria di chi è stato trascinato lì per forza ma vorrebbe essere da tutt'altra parte, l'altro con il tipico sguardo sereno e beato che si riserverebbe alla vista di un maniaco assassino armato di motosega. Cominciamo bene.&lt;br /&gt;Apro l'involucro con la cautela che si deve ad un oggetto di un certo valore, non di proprietà ma ricevuto in prestito. Ne estraggo quattro o cinque libretti di istruzioni in ogni lingua, due CD d'installazione, un cavetto per il collegamento al computer. Bello è bello, per carità: grande quanto un pugno, pochi pulsanti, quindi semplice da usare, almeno in teoria. Lo custodivo sul mobile dell'ingresso da mesi: precisamente, da quando ho maturato la decisione di partecipare al "Tour d'Oisans et des Ecreins", trail da 180 km, quattro giorni e tre notti di viaggio su e giù per i monti tra Le Deux Alpes e Le Bourg d'Oisans, zone che conosco fin dove arriva l'asfalto, per via dei miei trascorsi ciclistici. Stando al minaccioso avviso pubblicato dagli organizzatori sul sito internet della gara, il percorso non sarà tracciato con bandelle, vernice e tutto ciò che di norma si usa per guidare i corridori lungo la retta via in un trail; toccherà accontentarsi della segnaletica permanente del sentiero francese "GR54", della carta di viaggio e della traccia GPS. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eccolo, il punto dolente. Sarà obbligatorio avere con sé il GPS con il tracciato della prova, fornito dell'organizzazione.     Ora, non è certo per una quisquilia del genere – non saper dove andare – che rinuncio ad iscrivermi ad una gara con simili numeri, per di più in una zona di montagna spettacolare; però, la faccenda del GPS è stata da subito, da quando ho spulciato il regolamento, il mio cruccio. Possedevo già un marchingegno del genere, un Garmin Edge 305: regalo di compleanno di qualche anno fa, usato poche volte e poi finito in fondo ad un cassetto, perché io non sopporto nemmeno  di conoscere l'ora, quando scorrazzo in bici o a piedi, figuriamoci calcolare distanze, dislivelli, medie orarie. Al di là della filosofia, però, ricordo che avevo tentato con sincero impegno di far funzionare quel coso con un minimo di razionalità, ma avevo poi desistito, arrendendomi all'illogica macchinosità dei comandi, alla facilità disarmante con cui il GPS perdeva il segnale o impazziva passando troppo vicino ai cavi dell'alta tensione o nei sottopassaggi.                 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solidale con la mia preoccupazione, il buon Giorgio, appunto mesi fa, ha estratto dal fondo di un cassetto – dev'essere una sorta di destino comune per certi ammennicoli elettronici – un GPS Garmin più avanzato del mio, dal nome altisonante, "eTrex Legend Hcx". Regalo di Natale di gran pregio, ma quanto mai inopportuno per uno come lui, che sta all'elettronica come io sto a Pamela Anderson. "Ho convissuto con il mal di testa da Natale a Capodanno nel tentativo di farlo funzionare – spiega – e poi l'ho richiuso nella scatola ed ho lasciato perdere". In tutta sincerità, conoscendo il personaggio, non  mi stupisce; non certo per mancanza di fiducia nei suoi neuroni, ma per il semplice fatto che Giorgio è del tutto inadatto a qualsiasi attività che richieda più di dieci secondi di concentrazione. E lo dico io che certo non brillo per pazienza. Lui mostra evidenti sintomi di idrofobia già al solo pensiero di dover accendere il computer, che ha comprato solo nel momento in cui l'Ordine dei Veterinari ha imposto l'unica, e direi davvero minima, incombenza elettronica professionale: la registrazione via Internet dei codici dei microchip canini. Inaudita limitazione imposta alla libertà personale, che al pover'uomo vale se non altro il premio fedeltà conferito dalla casa farmaceutica produttrice del Maalox.&lt;br /&gt;Magari sì, gli capita di voler consultare qualcosa su Internet, che so, il sito di una corsa, visto che anche lui condivide questa passione; però, due secondi dopo, già inarca il sopracciglio se il portatile non ha ancora recepito il suo pensiero e non s'è automaticamente estratto dal cassetto, sfilato di dosso la custodia, aperto sul tavolo ed acceso. Quando finalmente s'arriva alla schermata iniziale di Windows, la stanza mostra ormai i chiari segni del passaggio di Annibale con l'intera squadra di elefanti, titolari e riserve. Insomma, sarebbe stato più opportuno regalargli una pallina di gommapiuma antistress.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non vorrei sembrare presuntuosa, ma credo di avere, con l'informatica &amp; affini, un rapporto un po' meno conflittuale; bene o male, ho vissuto gli sgoccioli dell'epoca del glorioso Commodore 64 con i dischetti grandi, sottili e flessibili e le cassette dei videogiochi, da caricare nel mangianastri proprio come quelle musicali, cinque, sei, nove, dieci minuti di attesa per poter giocare; ho persino imparato, ai tempi della scuola, i rudimenti di qualche linguaggio di programmazione; sono in tutto e per tutto internet-dipendente, mi piacciono i telefonini con diecimila funzioni compreso il caffé macchiato ed il cappuccino con cacao, non parliamo poi delle fotocamere digitali. Senza contare l'uso assiduo del computer per lavoro. Eppure, traumatizzata dall'esperienza sconfortante vissuta con il mio Garmin, pur avendo accettato con entusiasmo il prestito di Giorgio, l'ho poggiato sul mobile dell'ingresso di casa, da dove il marchingegno ha potuto, giorno dopo giorno, alimentare il mio senso di colpa. Mi sentivo il suo sguardo pesante e penetrante sulla schiena, ogni volta che passavo lì davanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stamattina, una mattina fiacca, triste ed umida di pioggia, ho deciso di affrontarlo. Una volta messe le pile, operazione non di poco conto, l'ho acceso e mi sono dedicata all'esplorazione delle varie funzioni: ottimo inizio, la grafica è ad icone, colorata, intuitiva direi; le operazioni essenziali, rilevazione dei dati di un percorso ed impostazioni varie, sembrano quasi ovvie. Bene, allora proviamo a trasferire sul GPS un percorso creato su qualche programma per disegnare gli itinerari, tipo Openrunner. Bisogna installare sul computer il programma contenuto nel CD. Qual è il problema? Ecco il CD. Già. Peccato che il computer non lo veda nemmeno. Non si accorge manco che ci sia, un CD. Ok, cominciamo bene. Tento di aggirare il problema, girando su Internet per tentare di trovare quel programma per altra via, poi mi rassegno: dopotutto, i computer in ufficio sono due... Mi trasferisco con tutto l'ambaradan, macchinario, cavetto, CD, libretti d'istruzione e naturalmente i fedelissimi cagnoni alle calcagna, nell'altra stanza; accendo l'altro computer. Stavolta il CD viene identificato. Perfetto. Con qualche esitazione e più d'uno smadonnamento, riesco persino a far capire al cassone elettronico grosso che gliene ho appena collegato uno più piccolo. Incredibile, si parlano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il guaio è che, spesso, in laboratorio gli esperimenti riescono benissimo. E' nelle situazioni di vita reale, poi, che si manifestano i casini. Ergo, vorrei tentare, già oggi stesso, il collaudo sul campo, anche se diluvia. Con il programma Openrunner, traccio nientemeno che il percorso del mio solito itinerario di corsa dei giorni in cui ho poco tempo: dieci km, partenza ed arrivo a casa. Scopro tra l'altro, con sorpresa, che la mia valutazione del tutto spannometrica, dieci km appunto, è confermata dalla rilevazione sulla mappa con una differenza di pochi metri. Salvo l'itinerario in formato .gpx e lo trasferisco alla scatolina con i bottoncini. Così, sono pronta per fare qualcosa che, in un mondo sensato e razionale, mi varrebbe il ricovero urgente in clinica psichiatrica: farmi indicare da un congegno elettronico una strada che conosco a memoria al punto da poterla percorrere, a parte l'incrocio con il trafficatissimo stradone che va a Bra, ad occhi chiusi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualche ora dopo, in tarda mattinata, sono pronta per la sortita: impermeabile dalla testa ai piedi, berretto con visiera a coprire gli occhiali, GPS anch'esso impermeabile in mano. Uno spaventapasseri immobile sotto il viale, davanti a casa: seleziono la mappa. Ok. Mappa selezionata. Navigazione. Non succede un beato nulla. O meglio, sì, compare uno sgorbio di un centimetro quadrato che, mettendomi un occhio in mano, identifico come una mappa. Con sopra una cacchina di mosca che, a ben guardare, è la freccia. Bene, però adesso siamo qui, io non so dove andare, caro aggeggio, me lo devi dire tu. Ma lui niente, muto, immobile, con la freccia puntata in avanti. Capperi, che chiacchierone. Sprizzi simpatia da tutti i pori. Presumo tu voglia dirmi che devo andare in quella direzione. Ok, dai, magari sei solo emozionato, poi passa. Parto, tiro dritto per un po'. Al primo incrocio, guardo interrogativa il piccolo schermo. In effetti sembra che la freccia abbia un'impercettibile inclinazione a destra. Dai, te lo suggerisco io, si va a destra. Quando ho già svoltato, l'aggeggio ha un lampo di genio: "Svolta 1 ovest". Cosa? Per poco non mi prende una sincope. Come sarebbe a dire, ovest? Mi stai prendendo in giro? Che caspita ne so io di dove sia l'ovest? Se sapessi dov'è l'ovest, stupido aggeggio, credi forse che avrei bisogno del tuo aiuto?&lt;br /&gt;Percorro i successivi cinquecento metri alla disperata ricerca di una funzione che mi permetta di impostare l'indicazione sotto forma di "destra" e "sinistra", senza trovarla. Nel frattempo, questa sottospecie di ciabatta che ho in mano ci prende gusto: svolta 2 sud, svolta 3 ovest, svolta 9, 10, 12... E che cavolo, non siamo mica sugli svincoli della tangenziale di Milano, dove le vedi tutte 'ste svolte? La mappa, imperterrita, è sempre lì, con la freccina che ovviamente si sposta lungo il percorso che io ho impostato e che sto seguendo. Sono sconcertata. Adesso non mi indica nemmeno più i punti cardinali. Si vede che ha capito che me la cavo bene anche da sola ed ha deciso di risparmiare le forze. Senti, bello mio... Già non sono del migliore degli umori possibili, con la pioggia che cade da quattro giorni quasi ininterrottamente e la rinuncia ai sogni di gloria ciclistica e podistica di questo fine settimana. Se poi ti ci metti anche tu... Torno indietro al punto in cui si tratta di selezionare l'itinerario; ricomincio da capo. La frecciolina, miracolo, si accorge che non mi trovo più all'inizio del giro e si va a piazzare un chilometro dopo, correttamente lungo l'itinerario. Ma di dirmi dove devo andare non se ne parla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed io dovrei affidare la mia esistenza, per centoottanta km in mezzo ai monti, ad un accidente del genere? Uhm... Ora che ci penso, mi spiego tante cose. Mi spiego come mai è ben difficile vedere escursionisti esperti che viaggiano sui sentieri con il solo GPS. Magari ce l'hanno, sì, se lo portano dietro come si porta l'orsacchiotto mignon di pelouche attaccato allo zaino, ma, al momento di capire dov'è che si va, estraggono ettari di cartine che più cartacee non si può. A ben pensarci, lo stesso vale per qualcuno di mia ottima conoscenza, che pure i GPS li vende ed in montagna non è di certo nato ieri: non l'ho mai visto ricorrere all'elettronica, e non credo si tratti solo di tirchieria, anche se il soggetto in questione è Genovese DOCG. Ascoltami bene, ammasso di plastica e ferraglia, io ho meno di quattro giorni di tempo per percorrere quei 180 kn, non due mesi. Non posso certo scervellarmi ad interpretare le tue indicazioni criptiche. Ricominciamo da capo, ancora una volta... Niente da fare. Sarà senz'altro colpa mia, non ti capisco, dannato aggeggio. O forse sei tu che ti stai prendendo gioco di me. Una cosa è certa, in quella benedetta corsa mi porterò una moneta, farò testa e croce per la scelta della direzione, o un po' di sano calcolo combinatorio tra più monete, se le alternative all'incrocio dovessero essere più di due. Credo sia la tecnica più affidabile, oltre alla lettura delle cartine, che ahimé non so leggere. Il GPS lo terrò nello zaino, spento, giusto perché non mi venga la tentazione di scaraventarlo giù in un burrone. Non sarebbe bello, visto che non è mio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per tutta risposta, il trabiccolo mi comunica che abbiamo percorso 2,28 km da casa e ci troviamo a 192 m sul livello del mare. Quel che mi passa per la mente, all'istante, necessita immediata censura. Sarai anche più furbo di me, tu, distruttore di cervelli ed altre meno nobili parti anatomiche tipicamente maschili, però, rispetto a me, hai uno svantaggio tattico incolmabile: il tasto "off"... Spento, finalmente muto, il patatone di plastica finisce in fondo allo zainetto. Riprendo a correre e mi sembra quasi, pur sotto il diluvio, di intravvedere un raggio di sole... Mi folgora il ricordo della foto sullo sfondo della scatola del Garmin. Ah, ecco... Adesso sì che capisco il perché!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PS: spero che alla Garmin, o a qualsiasi altra casa produttrice di GPS, non venga in mente di farmi causa, ma non posso farci nulla se non ho conseguito una laurea in fisica nuclerar pura,applicata, aggravata e continuata. Per farmi perdonare, posso offrirmi come "beta tester" volontaria per il vostro prossimo software che confido realizzerete a prova di idiota...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7893910088471592057-6466105001888583627?l=giancarla-agostini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/feeds/6466105001888583627/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/06/5-giugno-2011-gps-se-lo-conosci-lo.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/6466105001888583627'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/6466105001888583627'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/06/5-giugno-2011-gps-se-lo-conosci-lo.html' title='5 giugno 2011 - GPS: se lo conosci, lo eviti...'/><author><name>Giancarla</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10721676370378960701</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_FeAvyKCyF6g/SlwYuOTYO1I/AAAAAAAAJzo/imiB33fs8LI/S220/100_1008.JPG'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7893910088471592057.post-1886203153527124402</id><published>2011-05-22T21:19:00.002+02:00</published><updated>2011-06-02T22:07:25.611+02:00</updated><title type='text'>21-22 maggio 2011 - NOVE COLLI RUNNING</title><content type='html'>"Nonzò, un casino pazzesco, 'stiddefiscienti!". Sollevo una palpebra all'indirizzo dell'energumeno che passeggia davanti alla mia auto e sbraita nel telefonino. Cambio per l'ennesima volta posizione alle gambe doloranti, ai piedi gonfi e violacei che non trovano pace né sollievo. "Soddefiscienti, vanno tutti ar mare da mezzogggiorno alle scinque eppoi tuttinzieme in autostrada", prosegue l'esimio letterato dell'Accademia della Crusca. Il concetto di base è corretto: l'autostrada è quasi bloccata; "code a tratti", avvisa il tabellone, come se non ce ne fossimo accorti; peccato che il macchinario ometta di precisare che sono tratti di venti km l'uno. Però, caro il mio fenomeno, se gli inscatolati alle nostre spalle sono defiscienti, di certo tu non sei il fratello segreto di Einstein. E nemmeno io, intruppata nel caos automobilistico proprio come te. Altrimenti non ci troveremmo qui. Infatti io ci ho già rinunciato: dopo aver impiegato oltre un'ora per percorrere meno di quindici km, da Cesenatico al casello autostradale di Cesena, ed altrettanto per percorrerne si e no altri venti, ho imboccato il primo autogrill. Il sonno non mi manca: giù il sedile, dormirò fin quando le luci dei fanali alle mie spalle non saranno più desolatamente immobili. In altre circostanze, sarei furiosa, in pieno stile "tipico automobilista torinese intrappolato nel traffico". Oggi no, oggi è uno dei giorni più belli della mia vita. Non ha alcuna importanza se il sedile è scomodo, se ho male ad ogni minuscolo ossicino, se mi sento sudaticcia ed appiccicosa perché i fazzolettini bagnati, dopo un giorno intero e oltre di corsa, fanno solo quel che possono, se ho la pancia vuota e la bocca impastata, se ho una sete che brucia, se sarò costretta a ritardare il rientro a casa. Se l'urlatore telefonico mi farà la grazia di chiudere la comunicazione o perlomeno spostarsi a sbraitare davanti alla sua, di auto, ne approfitterò per accumulare un po' di sonno in vista del lungo viaggio verso casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sveglia suona sabato mattina, poco prima delle quattro. La tensione che mi ha accompagnata negli ultimi due giorni mi aggredisce a tradimento, l'ultima sferzata prima ancora che mi sia alzata dal letto. Colazione abbondante, una crostata, uno yogurt, pane, miele, caffé, più due tortine da mettere in auto per il viaggio. Fiala di Enterogermina per il pancino: è tutta la settimana che faccio la cura, nella speranza di limitare le manifestazioni di sofferenza ed insofferenza del ventre durante la corsa. L'appello dei bagagli: borsone per il dopo gara, borsa con gli indumenti da indossare per la gara, due borse da spedire, sul furgone dell'organizzazione, a due dei posti tappa. Scarpe, fondamentali. Me le rigiro tra le mani: non si può dire che siano in condizioni eccellenti... Ma direi che è un po' tardi per preoccuparsene. Dovranno andar bene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'autostrada scorre via veloce alle prime luci dell'alba. Anche troppo veloce: ho il piede pesante, stamattina... La lancetta del contakm è fissa sui 140, velocità a cui né io né la Opel siamo avvezzi. Non è saggio per questioni di sicurezza, né per questioni di consumi; oltre i 100, la mia bagnarola brucia più di una petroliera in fiamme. Ma ho una gran voglia di arrivare. Mi accompagna e mi guida, prima di Piacenza, un enorme sole rosso, mentre l'autoradio suona la splendida "Always" di Jon Bon Jovi, che io non manco di straziare con il mio accompagnamento canoro. Sono tante, le canzoni che quasi interpreto come beneauguranti, stamattina, una più bella dell'altra; cerco di fissarle in mente, per richiamarle poi durante la corsa, quando sarò in crisi. Solo una sosta, poco prima di Bologna, autogrill e benzina. Ormai, posso dire di conoscere Cesenatico; poco prima delle nove son già in loco e rintraccio, senza fatica, il parcheggio in cui ho abbandonato la Opel l'anno scorso, quando ho avuto la malsana idea di tentare per la prima volta la Nove Colli Running. C'è ancora posto, forse perché, a quest'ora del mattino in località balneare, sono operative solo le madame che vanno a far la spesa e si fermano in crocchio, sotto un sole già caldo. Non scendo: scavo un po' nel borsone; preparo gli indumenti che indosserò tra un paio d'ore, per la corsa; ripeto più e più volte il censimento di ciò che ho preso e di ciò che ho dimenticato. Infine, abbasso lo schienale del sedile e provo ad assopirmi una mezz'oretta. Per fortuna, se c'è qualcosa che mi riesce estremamente facile, in ogni luogo ed in ogni tempo, è dormire. Ogni minuto di sonno è prezioso, perché la prossima notte passerà in bianco e la notte scorsa è stata breve.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di tanto in tanto, apro un occhio, finché l'orologio non segna le dieci meno un quarto. Allora non resisto più. Alle dieci, davanti al municipio, dovrebbe iniziare la distribuzione dei pettorali di gara. Pochi passi ed eccomi in loco. Ciclisti ovunque, a sciami: domani sarà il loro turno con la Granfondo Nove Colli, che credo quest'anno si aggiri sui 14mila iscritti; aggiungiamo, per molti, le famiglie al seguito... Insomma, una bolgia infernale. Vado a caccia dell'unico angolino d'ombra, accanto ad una panchina già occupata da un gruppo di podisti. Non sono in vena di attaccare bottone: troppo tesa, preoccupata. Fuori posto. Osservo le vele delle barche antiche, o anticheggianti, ormeggiate nel canale; oscillano in modo quasi impercettibile. Osservo il passaggio dei ciclisti, per lo più in sella a bici fiammanti e fasciati di tute fiammanti, ma non sempre dotati di corpi fiammanti, piuttosto a volte di pance fiammanti. Nessuno è perfetto, ovvio, ma la tutina aderente e magari anche sgargiante non perdona. I miei compari d'attesa ridono, scherzano, fanno un po' i gradassi. Il discorso cade sui microsonni, su cui due atleti si producono in battute scherzose; a quanto pare, non sono affatto convinti dell'utilità del microsonno. Quasi quasi, li invito a correre il prossimo Tor des Geants, dopodiché chiedo loro se la pensano ancora alla stessa maniera... Ma non è il caso, meglio che io mantenga il mio isolamento. Sono fuori posto, qui. &lt;br /&gt;Si avvicinano alcuni corridori già calzati, vestiti e muniti di pettorale, che devono aver ritirato presso l'albergo convenzionato con la gara. Aspetto ed incedere solenni; intorno, uno stuolo di paggetti adoranti. Ecco: ad occhio, anche quest'anno, buona parte degli iscritti alla corsa avrà l'assistenza personale sul percorso. E' l'unica nota stonata nell'organizzazione di questa prova. La classifica finale, assistiti o no, sarà unica... Ma in fondo non ha alcuna importanza. Primo, perché la classifica finale non sarà un mio problema, non ci rientrerò. Secondo, perché, se proprio volessi, forse l'assistenza potrei averla anch'io... Il punto è che non voglio, preferisco essere sola, dovermi preoccupare solo di me stessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una signora, accompagnatrice, scova gli organizzatori intenti a sistemare tavolino e sedie dall'altra parte dell'edificio comunale, in uno dei pochissimi francobolli d'ombra. Ci fiondiamo in branco. Il cuore mi schizza in gola. In coda, ascolto senza pudore i discorsi altrui, osservo i corpi dei miei avversari e delle mie avversarie, una volta tanto non con intenzioni equivoche, ma con l'occhio volto solo a valutare, più o meno, quel che simili marcantoni saranno capaci di combinare in corsa. Faccio il paragone con il mio, di corpaccione, molto meno definito, molto più morbido: ho come la netta sensazione che qualcosa non vada... "Corre anche Lei per duecento chilometri?". Eh? Dice a me? E' la signora di prima. "Sì, cioè, no, insomma, ci provo... Ma l'anno scorso mi sono fermata al km 158, fuori tempo". Fioccano le solite frasi fatte, è un bel traguardo comunque, l'importante è provarci. Certo, come no. In fondo è questo il motivo per cui oggi sono qui: provarci un'altra volta, proprio per esser sicura che non ce la potrò mai fare. Non lasciamo nulla di intentato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con il mio numero di pettorale, il 20, e la maglietta verde con il logo "Nove Colli Running", me ne torno verso l'auto, occhi bassi e maldestro tentativo di mimetizzarmi con la pavimentazione della piazza. Probabilmente qui intorno c'è qualcuno che dovrei riconoscere e salutare... Il sole picchia deciso, caldissimo; la luce è limpida. Una giornata stupenda.&lt;br /&gt;L'auto è già diventata un forno. Sono le dieci e un quarto, la partenza è a mezzogiorno. Gian, calma e sangue freddo, riposa ancora un po'. Finestrini abbassati, occhi chiusi, sonnolenza. Il copione si ripete, tra poco si parte. &lt;br /&gt;Più di tanto non resisto.  Mi prende la frenesia della preparazione. Pasta di Fissan sui piedi e sulle parti a rischio di sfregamenti; sistemo il portatelefono da braccio. Controllo mille volte lo zainetto: portafoglio, bustina dei medicinali, giacchino sottile, una borraccetta di miele, un paio di gel e soprattutto l'insostituibile rotolo di papiro, il componente più pesante e voluminoso dell'equipaggiamento. Già, dimenticavo: anche le salviettine umide per le pudenda. D'accordo, non saranno indispensabili, ma vuoi mettere la sensazione di essere più o meno puliti là dove i bruciori possono aggiungere sofferenza alla sofferenza della corsa? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scarico le borse da spedire lungo il percorso: la prima andrà al Barbotto, il quarto colle, km 84, dove arriverò a notte fatta, e contiene la maglia per la notte, quella super della No Limits, un po' di frutta secca, qualche gel e due lattine di Red Bull; la seconda al Pugliano, il settimo colle, km 137, che dovrei raggiungere domani mattina presto. In quest'ultima ho messo una canotta ed una maglietta leggere, ancora frutta secca, gel e Red Bull. Chiudo la Opel, ripongo la chiave, mi avvio. &lt;br /&gt;La piazza del Municipio brulica di gente: corridori, assistenti, curiosi. Vedo volti noti a cui non riesco ad associare nomi né nomignoli; mi affaccio alla sala dove è in corso la riunione con gli atleti: il boss della corsa, Mario Castagnoli, illustra i dettagli del percorso e le varie formalità. Non mi fermo: preferisco stare all'aria aperta. Mi siedo sul bordo del canale, contro un piloncino di metallo per l'ormeggio delle barche. Osservo corridori ed equipaggi: poco distante da me, una delle squadre ospita anche un componente canino, uno splendido husky tosato per l'occasione. Povera bestia, chissà che caldo patirà, anche con il mantello sfrondato.&lt;br /&gt;Ho mangiato, durante il viaggio, le due tortine che mi ero portata di scorta, una alla marmellata, l'altra friabile alla nocciola. Però, a ben pensarci, ho ancora fame. Una delle mie avversarie sbocconcella un bel pezzo di focaccia: quasi quasi, se ci fosse una panetteria... Mi alzo, esploro le vetrine affacciate sul canale, a destra ed a sinistra: non c'è traccia di panetteria. Forse però è meglio così: ormai sto invecchiando, non sopporto più le abbuffate appena prima del via di una gara. Meglio partire leggeri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sotto un sole sempre più a picco, il rito delle foto. Noi vittime sacrificali ci schieriamo su due file, ma non basta, siamo troppi per gli obiettivi delle macchine fotografiche. Il boss della corsa, giustamente orgoglioso, commenta: "All'inizio eravamo in cinque, ci stavamo comodi". Dai cinque partenti della prima edizione ai centotredici di oggi, quattordici anni dopo. Mica male, se si considera la difficoltà di questa prova. Non sono tanti, i corridodi che hanno la struttura fisica, la voglia, la passione, la possibilità di allenarsi, la costanza per allenarsi in modo adeguato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultima tappa in bagno mi fa arrivare in ritardo per l'inizio dell'appello. Qui niente chip, niente cronometraggio elettronico, si fa tutto a mano. Mi insinuo tra la folla per avvicinarmi a Castagnoli, che legge i nomi uno ad uno ad alta voce: un nome, un altro nome, un altro ancora... Ne ho già sentiti più di venti. Stà a vedere che mi sono persa il turno... Beh, aspetto che l'elenco finisca e poi vado a segnalare che ci sono anch'io. Nel frattempo osservo via via i chiamati: qualcuno è un volto noto, qualcuno è un nome a cui solo ora associo un viso. Tra le mie colleghe, una signora che l'anno scorso, come me, si è fermata al km 158: decisissima, quest'anno, a finire a tutti i costi. Quasi tutte sfoggiano un fisichino asciutto e scolpito; c'è anche una donna bionda, francese, con una schiena e due spalle tali che preferirei non litigarci... &lt;br /&gt;Svelato l'arcano: l'appello è sì in ordine di pettorale, ma è un ordine inverso. Arriva anche il mio nome. Bene, ora non ho più scuse, sono scesa nell'arena. E non sono affatto felice di esserci. Non ci credo, nemmeno un po'. La benedizione: già l'anno scorso mi era risultata indigesta... Stesso moto di fastidio, ma è un male passeggero. Nemmeno il tempo di accorgermene e sono già partita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bene, Gian, adesso calma e sangue freddo. Ventun km da correre tutti, possibilmente senza perdere il gruppo, ma soprattutto senza esagerare. Saranno lunghi e sofferti, ma finiranno, prima o poi; ti ci devi rassegnare. I Vigili Urbani ci scortano, la strada è tutta per noi, almeno la corsia di destra. Tifo appassionato lungo la strada, dai giardini, dalla soglia dei negozi; sguardi interrogativi, quando non inviperiti, da parte degli automobilisti bloccati in colonna, in senso inverso. Perplessi anche i ciclisti che ci vedono partire. La maggior parte di coloro che domani pedaleranno nella granfondo non ha la più pallida idea di cosa sia la Nove Colli Running..&lt;br /&gt;Le prime fontanelle sono già prese s'assalto. Fa molto caldo, in effetti, credo ben più di trenta gradi: per me è una vera goduria. Per carità, forse è vero che, da un punto di vista strettamente fisico, il corpo reagisce meglio e rende meglio, però per me è fondamentale la tranquillità di non dovermi portare dietro chissà quale scorta di vestiario, di non dover temere la pioggia, di non patire i brividi. L'asfalto nero riverbera il calore; c'è chi corre in pantaloncini, addirittura un atleta che indossa solo una sorta di mutanda da corsa blu: trattandosi di un bel fisicaccio massiccio, tutt'altro che grasso ma comunque consistente, direi che è anche un gran bel vedere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Case, palazzi, giardini, splendide ville, cani che abbaiano, gente che saluta, scherza. Anche i miei compari di sventura sono ancora tutti piuttosto arzilli e chiacchieroni. Ritrovo, uscendo da Cesenatico, quell'esilarante minaccia scritta a caratteri cubitali, sul muro della propria abitazione, da un proprietario probabilmente un po' paranoico: "vietato parcheggiare sulla particella 119", e giù una sequela di inquietanti minacce di ritorsioni legali... Anche quest'anno mi rammarico di non avere la macchina fotografica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei poter pensare ad altro, distrarmi, e invece sono sempre qui a rimestare. Penso al tempo massimo, 30 ore. Star sulle gambe per 30 ore, correre sull'asfalto per 30 ore. Ti rendi conto, Gian? Non ce la farai mai. Sarà la testa a cedere, ancor prima delle gambe. Già adesso, mi sembra di sentirle rigide, imballate. Scambio quattro chiacchiere qua e là; nel frattempo, tengo d'occhio il gruppo; faccio il possibile per non farmi staccare, ma  non voglio nemmeno forzare il passo. E' solo che ho paura di perdermi...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I ristori, in questo primo tratto, sono frequenti e ben forniti di beveraggi. C'è anche un po' di frutta secca. E ci sono le fragole! Mi fermo ad ogni tavolino pochi istanti, il tempo di bere un bicchiere di Coca ed afferrare qualcosa da mangiare. Mi rimbomba in testa la raccomandazione di Andrea, alias Darta, un veterano di questo genere di massacri: "Fermati il meno possibile". Il meno possibile, Gian. Ho bisogno di quei pochi secondi di requie per le gambe, ma quelli mi devono bastare. Poi si va.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I corridori intorno a me mantengono più o meno le stesse posizioni reciproche. Nei primissimi metri di gara, ho fatto persino in tempo a scorgere il fenomenale Ivan Cudin, il vincitore della Spartathlon 2010. Lo penso senza saper nulla del suo mestiere, che abbia l'aspetto di un ingegnere, di chi non ti stupiresti di vedere seduto e concentrato di fronte ad un computer, forse per gli occhiali da vista, per nulla tecnici – e credo sia l'unico particolare che abbiamo in comune: i miei per giunta sono riciclati e brutti. In effetti, scoprirò che è proprio un ingegnere. Alla faccia degli stereotipi!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attraversiamo via via alcuni paesi e raggiungiamo Cesena, dove si corre per un po' in città. Ricordo la bellissima piazza centrale, ma devo fare attenzione a dove metto i piedi: marciapiedi, buche, scalini sono un vero attentato per i garretti. Qualche salitella, qualche sottopasso, il dramma del dubbio: devo correre? E' salita, ma è così breve... Ci si perde e ci si ritrova, tra tapini che corrono più o meno sempre con la stessa andatura. Succederà anche più avanti, ma a quel punto non saremo in grado di rivolgerci altro che sguardi stanchi e spenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Osservo con desiderio le colline, prima là sullo sfondo, poi sempre più vicine. Non vedo l'ora che inizi la salita, ma soprattutto l'isolamento. Da Settecrociari in poi, con le prime asperità, cadrà quell'innata sensazione di dover controllare a che punto sono gli altri, di non doverli far fuggire. Non vorrei cantar vittoria troppo presto, ma quest'anno mi par di sentirmi meglio rispetto all'anno scorso, quando sono giunta ai piedi della prima salita quasi scoppiata, stanchissima, per aver voluto esagerare. Raggiungo finalmente il ristoro; mentre entro nell'area dedicata, incrocio il fenomenale Ivan Cudin, vincitore dell'ultima Spartathlon, che riprende la corsa. Sembra incredibile che anche gli alieni, almeno nella primissima parte della gara, siano umani! Il vantaggio, abbastanza contenuto, che ha sui tapini come me adesso è destinato a dilatarsi a dismisura.  Mi concedo solo una breve pausa per riempire la borraccia. Butto l'occhio a quel che c'è da mangiare; biscotti, fette di crostata. Ci sarebbe anche la pasta, volendo, ma non si può perdere tutto questo tempo già al km 21. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riparto ingollando la crostata; pochi passi di corsa e subito inizia la prima salita. Il Polenta, uno dei tanti spauracchi dei ciclisti in questa corsa, non certo per l'asprezza quanto per il fatto che ci si forma "il tappo": troppi, tutti insieme, tutti giù di sella e si spinge. Passo di marcia, stile bersagliere. A correre in salita non devo nemmeno pensare per scherzo. Mi sfiancherei, senza tra l'altro trarne gran beneficio quanto a velocità. Qualcuno mi incita, quasi che camminare fosse un segno di debolezza. Andate, andate, se ne avete. Vi auguro di averne fino alla fine, ma mi permetto d'essere, almeno in qualche caso, scettica. Finalmente la pianura è alle spalle. Non mi manca, non mi volterò a guardarla... Del resto, ho la certezza che non la vedrò nemmeno domani, perché è proprio impossibile che io riesca a superare quel maledetto cancello orario delle 19 ore al km 158. 19 o 20, non ricordo nemmeno più con certezza, comunque cambia poco. L'anno scorso ci sono arrivata troppo tardi e distrutta. Quest'anno sono, se possibile, ancor meno allenata alla lunga distanza su asfalto. E poi quest'anno è nato male, l'abbandono al Trail di Santa Croce a Bogliasco sotto il diluvio, l'abbandono alla 100 km di Seregno perché ho voluto partire come una scriteriata e mi sono inchiodata al km 60, la rinuncia alla "100 e lode" di Vicenza per la febbre. Non ho proprio alcuna ragione per illudermi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così rimuginando, marcio di buon passo lungo la salita. Il sole picchia furioso, ma a me sembra di sentire già una leggera brezza. Colori intensi, mille sfumature di verde, l'asfalto nero che riverbera il calore. Taglio le curve come i maratoneti. Non va... Non va bene, non come vorrei. Le gambe sembrano già rigide. Senz'altro non è così, è solo colpa dell'umore. La fatica dell'avvio: niente da fare, perché io mi scaldi e riesca a sentirmi un po' meglio occorre un disastro di chilometri. Per ora arranco, ho il fiatone, vedo gli altri corridori scappar via. Lo so, lo so che per molti è solo l'entusiasmo dell'inizio, ma non c'è ragionamento sensato che valga a darmi un po' di coraggio. Quattro parole qua e là, un sorriso, qualche risata: in compagnia non voglio far la musona; assecondo volentieri chi scherza; i viaggiatori in branco sono ancora abbastanza freschi da scambiarsi frizzi e lazzi. Di solito, resto un po' indietro nei tratti più pianeggianti, in cui più o meno i miei colleghi di sventure si lanciano a correre, ma recupero nei tratti in salita. Così si finisce per vedere sempre le stesse facce: a questo punto, le andature di ciascuno tendono a stabilizzarsi e resteranno costanti per lunghi chilometri ancora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dall'abitato di Bertinoro, volendo, si vede ancora Cesenatico con il suo grattacielo. Così mi dicono. Io mi rifiuto anche solo di alzare lo sguardo. Vorrei tanto vederlo domani, davanti a me. Bertinoro, Polenta, poi su verso l'omonimo colle, il primo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al ristoro, rapida pausa per un po' di frutta secca, un bicchiere di Coca, uno di sali. Ci sono persino le fragole ed i pomodori. La fragola, Gian, dai, ci son le vitamine, fa bene. A cosa ci si aggrappa, pur di credere. Via in discesa, la prima. Lascio andare le gambe, senza forzare; mi distraggo ammirando la bellissima distesa di colline. C'è qualcosa, però, che non torna... La pancia comincia a dare i primi segni di insofferenza. No, porcaccia miseria, sono in viaggio da trenta km scarsi... Eppure sì, non c'è santo che tenga, la natura reclama il suo tributo. La discesa digrada dolce verso il fondovalle; il guaio è che c'infiliamo tra le poche case degli abitati di Fratta, prima, e Meldola, poi. Qui non c'è posto per chi, come me, soffre. Più efficiente di un radar, scandaglio con lo sguardo ogni angolo... Niente. Resisti, Gian, resisti e procedi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La gran parte dei corridori è assistita da una o più persone, in auto o addirittura in camper. Molti tra quegli accompagnatori, tuttavia, si fanno in quattro per tutti: materialmente, per i rispettivi protetti, ma moralmente per chiunque si trovi a correre nei loro paraggi. Hanno sempre una parola di incoraggiamento. In particolare, un simpaticissimo duetto su un'auto di un colore blu metallizzato molto acceso: non mancano mai di incitarmi. Anche qui, in questo lungo tratto di pianura, di salita appena accennata, in cui medito sui miei dolores de panza e vedo sfumare ancor più il sogno che nemmeno oso accarezzare. Sono caciaroni, i due, ma hanno l'occhio attento e perspicace. "Non ci credo, il problema è che non ci credo", così rispondo sconsolata al loro entusiasmo. "No – urla uno dei due, con voce roca, cattiva – DEVI crederci! Guarda che io ho puntato tutto su di te!". Un'esortazione che, lì per lì, non scalfisce la mia tristezza esistenziale, ma che, a conti fatti, mi si stamperà nella memoria credo per tutta la vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Corro, con cautela, per un lungo tratto quasi pianeggiante: poche parole da scambiare ogni tanto con altri corridori di passaggio. Siamo pochi, 113 alla partenza, ma non si resta mai soli, una volta che le varie andature sono consolidate. All'improvviso, davanti a me, una visione che ha del miracoloso: un vecchio edificio, un bar in mezzo al nulla; un piazzale e, in fondo... Nientemeno che due wc chimici! Probabilmente sono già stati piazzati per la corsa ciclistica di domani; fatto sta che capitano a fagiolo. Mi ci fiondo, sotto gli occhi perplessi del personale dell'ambulanza lì parcheggiata: "C'è il bar", mi fanno osservare. "Sì, lo so, ma va bene qui, grazie". Sottinteso: qui perdo meno tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riparto, rinfrancata, di gran carriera. Basta così poco, per risollevare un poco il morale. Di tanto in tanto, passa l'auto su cui il boss della manifestazione, Castagnoli, sorveglia i suoi protetti. Sia lui che i suoi collaboratori distribuiscono bottigliette d'acqua: una manna, davvero, anche per me che adoro il caldo. Soprattutto perché l'acqua è frizzante! Incredibile, la sensazione piacevole dell'acqua frizzante quando si è sotto sforzo ed accaldati. Seconda, direi, solo a quella della Coca Cola... Il servizio di assistenza è eccellente; si sono riunite le forze della squadra organizzatrice con quelle degli spettatori occasionali e dei gruppi di assistenza personali. Tra le presenze fisse lungo il percorso, ad intervalli regolari, c'è nientemeno che Andrea Accorsi, un volto ed un nome notissimi per chi apprezza questo genere di massacri. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche la seconda salita, Pieve di Rivoschio, scorre al passo di marcia, passo svelto. I punti di ristoro, almeno per ora, sono frequenti, tanto da permettermi di pensare "da un tavolino all'altro". Le ombre si sono ormai allungate; la luce del sole, non più così violenta, è però ancora tiepida, di un bel giallo intenso che tinge la terra ed il profilo delle colline. Una leggera brezza. Non so di preciso che ora sia, né lo voglio sapere. Osservo i tornanti sotto di me; sento le voci ormai familiari di chi condivide, più o meno, il mio ritmo. Però preferisco viaggiare da sola, senza subire la corsa altrui. Pochi istanti di sosta al tavolino del ristoro, l'immancabile bicchiere di bibita ed un po' di frutta secca. Mentre riparto, vedo arrivare un'avversaria, una bella donna bionda con un top grigio che le lascia scoperte spalle e schiena: ben presto, l'avversaria mi supera e se ne va, con passo deciso che per me è impossibile seguire. Ha una struttura molto muscolosa; un paio di bicipiti tali che non vorrei essere nei panni del compagno quando la fa arrabbiare... Pace, Gian, lascia che vada. Primo, non ce la faresti a starle dietro; secondo, mettitelo bene in testa, tu non stai affrontando una gara e tutti coloro che ti sono attorno, avanti, alle spalle, in realtà non esistono. Sono solo frutto della tua fantasia. Chiaro?&lt;br /&gt;Procedo di buon passo e mi sforzo di non pensare a nulla. Invece penso alle lunghe ore di cammino e corsa che ancora mi attendono. Trenta quelle concesse dal tempo massimo, fino a domani sera alle sei. Quasi mi spaventa l'idea di correre stasera, stanotte, domattina, ancora domani nel pomeriggio. Beh, almeno fino al km 158, salvo brutte sorprese. Un'eternità. Sarò capace di soffrire così a lungo? Mi tornano in mente frammenti del libro che sto leggendo in questi giorni, quando pedalo sui rulli: di Nuto Revelli, "La strada del davai". Lo so, è un paragone davvero irriverente il mio: lì erano migliaia di poveri cristi in fuga dal massacro della guerra, dalla fame, dal gelo; qui sono io, rimasta ragazzotta viziata nonostante l'età ormai non più fanciullesca, alle prese con un gioco che, alla peggio, potrà sgretolarsi nelle mie mani, senza danno alcuno. Però, scorrendo quelle pagine, mi impressiona l'incredibile resistenza del corpo e della volontà di coloro che ce l'hanno fatta, o che comunque hanno lottato fino all'ultimo respiro contro l'indicibile, nella speranza di tornare a casa. A me, cresciuta e sempre vissuta tra le comodità, riesce davvero difficile capire come sia possibile sopravvivere al dolore, alle ferite, al terrore, senza lasciarsi cadere e morire lì dove ci si trova. Però una cosa è certa, Gian: al confronto, quello che patirai da qui a domani è un miserrimo nulla. A maggior ragione perché è qualcosa che ti stai infliggendo di tua spontanea volontà. Mal di schiena, mal di gambe: taci, abbi la dignità di tacere, e fila.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Osservo la mia ombra che si staglia in tante direzioni, a seconda di come curva la strada. Alle volte mi spavento, persa come sono nei miei pensieri. D'improvviso, però, riconosco, in alto, sulla mia sinistra, l'edificio chiaro che spunta dalla vegetazione. Ci arrivo superando un ampio tornante a destra. Il cancello del km 57,7, la prima delle temutissime barriere orarie. Non posso fare a meno di scoprire che ora è: i volontari al banchetto della pappatoria non mancano d'informarmi... Ma, una volta tanto, posso tirare un sospiro di sollievo. Sono le 18.45. Il passaggio chiude alle 19.30. Significa aver già messo un po' di fieno in cascina, tre quarti d'ora di vantaggio sul tempo massimo. Ci sarebbe, volendo, una bella fontanella, ma la ignoro, come già ho fatto con tutte le precedenti. Non avrei la pazienza di attendere che chi mi ha preceduto nella fila abbia finito di godersi il fresco. Anzi, a dire la verità, non avrei la pazienza di fermarmi io stessa. Chi si ferma, si sa, è perduto, soprattutto qui. Via di corsa in discesa, sgranocchiando frutta secca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ho scampata, al primo cancello, ma l'entusiasmo è destinato a durare poco. Il pancino, per nulla soddisfatto del suo tributo, torna a reclamare attenzione. Imperiosamente. No, per favore, no... Il morale precipita come il sasso lasciato cadere dalla cima della Torre di Pisa. So benissimo quel che significa: è solo l'inizio di un vero disastro. E non posso nemmeno far finta di nulla, distrarmi ammirando la luce del sole che va giù, le ombre delle colline proiettate sulle altre colline. Viaggio in un gruppetto, ma con la tensione che mi prende alla testa, oltre che in altra disgraziata parte anatomica. Le pupille, dinuovo, saettano alla ricerca di un luogo utile alla sosta: il mio guaio è che, se non incappo almeno in un bunker antiatomico, non trovo il coraggio di fermarmi... Ancora una volta, però, la dea bendata giunge in mio soccorso. In suggestiva posizione panoramica, su una radura con tanto di belvedere, altri due wc chimici. Non avrei potuto sperare di meglio. Mi ci fiondo, sbrigando le imbarazzanti operazioni con la rapidità dei meccanici di Formula 1. Com'è ovvio, quando esco, i miei occasionali compagni di qualche chilometro sono spariti... Ma li ritroverò. Intanto, molto opportunamente, riprendo a correre, scavando nello zaino a caccia della prima pastiglia di Imodium. Benedetto chi l'ha inventato, 'sto farmaco: meriterebbe il Nobel.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Speriamo che questa sia la volta buona. Discesa, verso il tramonto. Più tardi ci raggiungeranno i ciclisti coraggiosi della Nove Colli By Night: anche loro sullo stesso itinerario, con partenza da Cesenatico alle 18. Mi distraggo cimentandomi nel calcolo di un ipotetico orario di passaggio dei primi; siccome con i numeri ed il calcolo a mente non sono mai stata un fulmine di guerra, l'operazione mi impegna a lungo.&lt;br /&gt;La salita del Ciola inizia però sotto i peggiori auspici. Le gambe, prima indolenzite, adesso fanno  male sul serio. Sono rigide. Mi mancano le forze, ho i brividi per la brezza della sera. Non voglio cedere, non devo rallentare; cammino con rinnovata foga, ora che pian piano le ombre del bosco sfumano i contorni degli alberi e della strada. Freddo. Possibile che la temperatura sia scesa così tanto? Eppure sono in salita... Lo sconforto mi travolge. No, non è possibile... Vero, non sognavo certo di concludere la corsa, ma almeno di raggiungere il km 158 come l'anno scorso, questo sì. E invece guarda come sono ridotta: un sacco vuoto, fiacca, senza più vigore né coraggio. Non ho alcuna speranza, se continua così. Curva dopo curva, cammino con furia, come se volessi sfuggire ai miei fantasmi. Mi sforzo d'essere allegra, se qualcuno mi rivolge un saluto, ma sono davvero tristissima. E, come se non bastasse, ancora una volta in preda al tormento dei visceri. Questa volta, però, è un'inarrestabile nausea. Mal di testa, capogiro, gambe indurite, disgusto al solo pensiero di mangiare qualcosa. Ed è grave, perché, nonostante tutto, ho anche fame. E' già un po' che lo stomaco brontola e reclama. Mi duole molto anche la schiena, soprattutto le reni, come se ci avessi appoggiato sopra uno zaino da spedizione himalayana e non un piccolo sacco che è poco più di una tasca. Spalle, schiena, gambe, collo, fa male tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Raggiungo il culmine della terza salita, il Ciola. Una tavola imbandita da fare invidia ad un banchetto nuziale: un bicchiere di Coca va giù, ma un rapido sguardo ai dolciumi fa sì che il mio pancino arrivi ad un passo dal ribellarsi del tutto. Mi gira la testa, vedo tutto blu... Via di qui, Gian, via dall'assembramento, parti subito, anche al passo, ma parti. Anche perché correre, almeno per il momento, mi è impossibile. Respiro a pieni polmoni, combatto con il mio malessere. Basta, adesso è ora di tentare il tutto per tutto. O la va o la spacca. Con buona pace dei puristi, attingo alla mia piccola ma fornitissima farmacia. Trangugio, tutto insieme, una busta di antiinfiammatorio di quelli robusti, una pastiglia di Imodium, la seconda, un Maalox e, per gradire, una fiala di Enterogermina. Ben conscia del rischio che corro, nella condizione già debilitata in cui sono. Non m'interessa, se anche dovessi stramazzare qui. Devo provarci. &lt;br /&gt;Indosso il giacchino leggero, antivento, tiro su il cappuccio. Cautamente riprendo a correre. Tre o quattro persone mi hanno superata, in queste poche centinaia di metri di discesa che ho percorso al passo; mi rincresce, da parte mia è uno spreco di tempo, ma non avrei potuto far di meglio. "Fermati il meno possibile", mi rimbomba nelle orecchie la voce di Andrea, che in verità me l'ha raccomandato per iscritto. Altrimenti, ci avrebbe come minimo infilato un sonoro "zio can".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così protetta dall'aria, con l'aiuto della discesa, pian piano mi riprendo. L'umore risale la china, come se fosse sul piatto della bilancia, quello che sale, mentre la strada va giù. Mi accorgo della distesa di luci della collina, dei fanali delle auto al seguito, che risalgono piano lungo i rilievi dall'altro lato della valle. Là, in fondo, l'abitato di Mercato Saraceno. Questo tratto di strada è quasi magico: scintillante di lucciole, una quantità incredibile di lucciole, a destra ed a sinistra. Sembrano infiniti brillantini investiti dalla luce e mossi dal vento Ne individuo una con gli occhi, la seguo, ma quella lampeggia e sparisce; una luce riappare, poi, ma chissà se è ancora lei. Tutto questo è impagabile.&lt;br /&gt;I muscoli si sciolgono, tornano docili e reattivi. Mancano solo i ciclisti; l'anno scorso, qui, mi avevano già raggiunta. Scavo nella memoria alla ricerca delle canzoni che questa mattina ho ascoltato alla radio: canzonette, per carità, forse banali ed inconsistenti, ma in questo momento mi vengono in soccorso. "(...) si comincia a morire nell'attimo in cui / cala il fuoco di ogni passione"; "(...) segui il passo di un sogno che hai / chi lo sa dove può arrivare", canta l'inconfondibile voce di Ramazzotti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi sorprendo a sorridere involontariamente. Attenzione, Gian, non cedere ai facili entusiasmi. Giù in paese avrai ottanta km alle spalle, e davanti... Mah, chi può dirlo. Mi raggiunge di gran carriera un collega un po' squinternato: "Sto male, non riesco a mangiare", sbraita, e passa avanti, con andatura senz'altro rapida ma molto sconclusionata. Resto perplessa: non ha tutti i torti, chi sostiene che questo genere di sforzi non giovi ai neuroni. Mi raggiunge una delle auto di scorta ai corridori, un'Audi SW: a bordo, una simpatica squadra che deve aver trovato in me una sorta di mascotte. Sono premurosi e calorosissimi. "Ma tu ce l'hai, l'assistenza, no?". "No – rispondo – è qui la mia scorta", e do una pacca allo zainetto sulle spalle. Restano molto stupiti. "Però adesso va meglio – mi sfogo, forse più per convincere me stessa – adesso la cotta è passata!". &lt;br /&gt;All'incrocio con la strada principale di fondovalle, è d'obbligo raddoppiare l'attenzione, di già che la stanchezza ormai si fa sentire. Distrarsi e finire travolti è un attimo: morte ingloriosa per un aspirante alla Nove Colli Running! Sulla piazza del paese, capannelli di ragazzini in libera uscita, smargiassi quanto basta, si mischiano alle auto ed ai volontari della corsa. Corro via di ottimo umore e di gran carriera: imbocco di corsa la rampa che porta al bivio per il Barbotto, ma, appena fuori della vista della piazzetta, riprendo il passo dell'asino stanco. Qui si sale, solo quattro km ma impegnativi. E' notte fatta ormai. Salgo sull'onda dell'entusiasmo, passo lungo, braccia in moto in sincronia. Non mi spiacerebbe affatto, su queste pendenze, avere l'aiuto dei bastoncini da montagna, anche se si viaggia sull'asfalto. Sarebbe un enorme vantaggio per il risparmio delle forze e per allontanare il male alle gambe. C'è un corridore che li usa, in effetti: però ha l'auto al seguito, così può portarli con sé solo quando servono. Per me, scarrozzarli per tutto il percorso sarebbe stato impensabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Curva dopo curva, raggiungo un paio di colleghi, un po' in crisi. Uno di loro si avvicina spesso all'auto degli assistenti, si ferma e riparte; mi conferma di non sentirsi troppo bene. A me tocca spesso mordere il freno, costringermi a non tirare troppo. Un tumulto di sentimenti, speranza e timore. Per la speranza, però, è ancora troppo presto. Mi rassegno a tirar fuori dallo zaino la pila frontale, onde evitare almeno di finir fuori dal ciglio della strada. Di lì a poco, però, noto un bagliore, un po' più avanti. Ed un certo frastuono. E' il ristoro sul colle. L'ultimo tratto della salita è illuminato e segnato da candele: seguo le fiammelle tremolanti e vengo letteralmente travolta dal calore del ristoro, dei volontari e degli spettatori, alimentato forse dall'amore per lo sport ma soprattutto, credo, dai litri di vino e birra che scorrono quassù. Sono le undici meno un quarto. Quest'anno niente massaggi. Devo fare in fretta, devo ripartire subito ed anche prima. Individuo, con occhio di falco, la prima delle sue borse che avevo depositato alla partenza. Almeno il tempo per vestirmi per la notte, però, devo prendermelo. Indosso la maglia tecnica a maniche lunghe della No Limits, un vero portento per la sensazione che dà di aver la pelle sempre asciutta, con sopra una maglietta a maniche corte. Se sarà il caso, più avanti aggiungerò il giacchino antivento.&lt;br /&gt;Rapida sosta al punto di ristoro: trangugio un po' di frutta secca, un po' di pane, un caffé e l'immancabile Coca Cola. Riparto con una porzione di crostata: uno dei volontari mi ferma e mi mette al braccio sinistro un bracciale rifrangente con la lucina rossa intermittente. In realtà, io ho già la frontale e qualche altra banda rifrangente qua e là. "Adesso arrivano i ciclisti" – ammonisce l'ubiquo Castagnoli – "State sempre a sinistra e fatevi vedere". Ah, ma allora ci sono, i ciclisti. Non ne ho visti, finora; cominciavo a dubitare che quest'anno la Nove Colli By Night fosse abortita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Via di corsa, in discesa. Per puro caso, ritrovo Dodo, il corridore veneto con cui ho già condiviso un bel pezzo di strada, oggi. Un po' acciaccato, dolorante ad un ginocchio. Insieme affrontiamo la lunga discesa. Il prossimo cancello orario è a Ponte Uso, al km 101, dopo 14 ore dal via, quindi alle 2 di notte; da qui sono circa 17 km, quasi tutti in discesa. In teoria, dovremmo farcela. Procediamo di corsa, di buona lena; con Dodo non ci si annoia, ha un curriculum da corridore con i fiocchi, ha già sperimentato prove di corsa nei deserti di mezzo mondo. Ama il caldo, anche lui. La discesa scorre tranquilla, pendenza ideale per lasciar correre un po' le gambe senza forzare. La notte non sembra voler essere troppo fredda. Pochissime abitazioni isolate lungo il percorso; foglie mosse da una leggera brezza. Ecco, vorrei sentirmi così per sempre, o almeno fino alla fine di quest'avventura, dovunque e quandunque sia.&lt;br /&gt;Ci sorprende il ristoro al bivio che per i ciclisti separa il percorso lungo, la Nove Colli vera e propria, dal percorso breve, la Quattro Colli: ma siamo già qui? Cavoli... Stiamo viaggiando forte. Forse un po' troppo. Afferro un po' di formaggio, un pezzo di piadina, un po' di frutta secca. Poi via, ancora di corsa. Pochi km a Ponte Uso, alla barriera oraria. Noto una strana sagoma di un colore rosso profondo, su in alto in un punto che dovrebbe essere cielo. Strabuzzo gli occhi, cos'è? Ah, è la luna, un'enorme luna rossa che sta appena sorgendo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi raggiunge Dodo, sempre più zoppicante, poveretto. E' un problema che lo tormenta spesso, ma non sempre. Pare si tratti della famigerata bandelletta ileotibiale: non ho ancora capito che roba sia, anche se ne sento parlare già da qualche tempo; mi è chiaro soltanto che, come podista, se non hai quella roba lì non sei nessuno. Io non ce l'ho, infatti... Non credo che, tra le tante frattaglie che compongono il mio corpaccione, ci sia qualcosa del genere.&lt;br /&gt;Traditore, arriva il primo sbadiglio. Per me, una tragedia. So già che patirò questa notte in modo inaudito. In questo periodo, tra lavoro ed allenamenti, durante la settimana dormo davvero poco; troppo poco per essere pronta ad affrontare notti in bianco ed in marcia. La notte scorsa, poi, la sveglia ha trillato alle quattro... La lunga discesa, poi, non giova. Nemmeno il mio compare, sofferente, giova: è diventato un po' più taciturno, come dargli torto. Del resto, io stessa non sono mai di gran compagnia; è difficile che l'innesco di un discorso venga da me. &lt;br /&gt;Come se non bastasse, ho i polpacci martoriati dal sole: chi mai sarebbe andato ad immaginare un'ustione proprio lì... La pelle brucia molto e, al contatto, sembra gonfia, come se ci fosse uno "scalino" tra la parte sana e quella scottata. Cavoli, speriamo non sia nulla di grave, ma al momento non saprei cosa farci. Me ne preoccuperò domani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finalmente, le lucine del punto di ristoro ci danno conforto: km 101, siamo a metà, ma soprattutto siamo fuori dal capestro della barriera oraria. Un bicchiere di Coca, l'ennesimo, e riparto con rinnovato vigore. Salita al Monte Tiffi, breve, e poi più lunga ed impegnativa al Perticara. In entrambi i casi, mi distraggo e perdo il cartello con l'indicazione della lunghezza. Pazienza, que serà, serà. Il mio collega veneto prende vantaggio, là dove io, alla minima pendenza positiva, tiro i remi in barca e mi metto a camminare. Mantengo il mio passo costante di marcia, penso ad altro, al lavoro, a casa, ai cagnoni che chissà cosa stanno combinando a quest'ora. Dormiranno entrambi come sassi, è probabile. Spesso spengo la pila frontale: il cielo è una distesa limpidissima di stelle, anche se la luna non si vede più. Il frinire dei grili è l'unico rumore, che fa tanto estate. Finché posso, combatto il sonno con gli stratagemmi più vari, concentrarmi sui passi, contare, rimandare a memoria qualche poesia studiata nella notte dei tempi. Raggiungo Dodo, ma anche lui è un po' stordito dal sonno. "Dai, raccontami qualche deserto, che mi vien sonno...". Poveretto, ho l'impressione di essere il suo incubo. Davanti a noi, sulla destra, il campanile del paese. La nostra meta, il ristoro grande, è più o meno lì. Le proviamo tutte, persino il canto, con grave strazio dei residenti del paese di Monte Tiffi: De Andrè, Battisti, Ramazzotti., Ligabue. Ma non c'è nulla da fare, almeno per me, il sonno mi piega la testa. Spengo la frontale quando si raggiunge il viale centrale, illuminato dalla luce gialla e stanca dei lampioni. Ancora un po' di passi ed eccoci sul piazzale. Due grandi tavoli, un capannone da cui escono piatti di pasta calda; i volontari più che mai svegli ed attivi. Prendo un caffé e poco altro: sto bene, adesso, ma non riesco a costringermi a mangiare. E dovrei, perché siamo ancora ben lontani dalla meta. Anche da quella intermedia, al km 158.&lt;br /&gt;Veloce tappa in bagno e riparto. Mi guardo intorno, chissà che fine ha fatto il mio compare? Sarà già ripartito, sarà entrato nel capannone? Boh. Indosso il giacchino, che ormai il fresco si fa sentire, e giù in discesa. Per modo di dire, perché la strada va ancora a lungo in piano. Sonno, un sonno insopportabile. Le provo tutte, ancora una volta; tendere un muscolo per volta, cantare, impegnare la mente in qualche modo. Ricorro al repertorio degli 883, incurante dei due corridori francesi che mi stanno per sorpassare. Procediamo più o meno con gli stessi tempi, loro ed io, con la differenza che loro fanno lunghe soste e poi ripartono più veloci. Non c'è verso, Gian, non puoi fermarti a dormire. Devi stare sveglia. L'unica nota positiva è il fatto che la notte, a fine maggio, è abbastanza breve... Non c'è luna, la luce della frontale è alienante. Brividi.&lt;br /&gt;Il male alle gambe, quel senso di rigidità e pesantezza, è tornato a farsi sentire. Ora che ho mangiato qualcosa, è il momento della seconda dose di antiinfiammatorio, prima che la situazione degeneri. La terza andrà per gli ultimi 50 km, se mai avrò la ventura di poterli percorrere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il primo chiarore, la prima pallida sfumatura, pian piano si allarga in una macchia di luce, ancora tenue. La temperatura, quasi subito, scende. Un ristoro sulla sinistra, poi un bivio a destra, un punto che ricordo alla perfezione. Sono stordita, procedo, ce la metto tutta, ma è come se, ad intervalli, il cervello si spegnesse del tutto. Oltre il bivio, si procede su una stradina stretta, secondaria, un po' sconnessa. Raggiungo qui un'avversaria, una collega credo francese, minuta. Sembra in difficoltà ma, al mio arrivo, ce la mette tutta per riprendersi e pian piano si allontana. A dire il vero, l'inseguimento è l'ultimo dei miei problemi. E' quasi chiaro ormai, ma il sonno non se ne va; non mi abbandonerà fin quando la luce del sole non sarà diretta e violenta. Spesso chiudo gli occhi, procedo per qualche passo in uno stato di alienazione che credo sia davvero sonno, o qualcosa di molto vicino. Poi mi scuoto, all'improvviso; ancora avanti, ancora occhi chiusi, ancora sonno. O microsonno, come va di moda dire adesso. Talvolta mi avvicino un po' troppo al bordo, scivolo fuori strada con il piede, mi riprendo di soprassalto. E' un calvario... L'arrivo, il lungomare di Cesenatico, è un'immagine che si avvicina e si allontana. Non oso pensarci, non voglio proprio sentirne parlare, non mi devo illudere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attacco con il chiaro la salita al Pugliano, settima asperità della giornata. Ancora combatto contro il sonno; anche qui, percorro diversi metri ad occhi chiusi, perdendomi in un sonno brevissimo senza riposo. Il rischio è di cadere e disintegrarsi magari una caviglia... Diventerei lo zimbello di tutti i podisti d'Italia! Sono preoccupata, ho la sensazione di aver rallentato tanto, di aver perso tempo. Ma è una sensazione; non so che ora sia adesso. Potrebbero essere le cinque e mezza, a giudicare dalla luce. Certo che le colline, con il chiarore del mattino, sono davvero meravigliose.&lt;br /&gt;Raggiungo in salita una collega, un'altra, questa volta italiana, che lotta strenuamente con un dolore al piede. Il suo assistente la segue con una dedizione che quasi sconfina nel martirio; si ferma ogni duecento metri ad attenderla, la segue, la rincuora. Scambio con lei qualche parola, ma ho l'impressione che il suo ritmo sia appena un po' più sostenuto del mio. Meglio lasciarla andare, è ancora troppo lunga la marcia. Ma, con il sole, il mio morale torna a volare. Lunghe ombre, questa volta del mattino; colori tenui, sfumati da un accenno di foschia a fondovalle. La mia compagna di viaggio mi precede, ma non di molto. Intravedo tracce dell'abitato; la strada si allarga, la pendenza si attenua. Sulla sinistra, il banchetto del punto di ristoro. Raggiungo Dodo, un attimo prima. Più zoppicante che mai, ma è qui. L'assistente della donna le comunica la vittoria di Ivan Cudin con un tempo a dir poco strepitoso, diciotto ore e mezza, forse meno. Per noi il viaggio sarà ancora lunghissimo...&lt;br /&gt;Pochissime cose ormai da mangiare, qualche biscotto, un cracker. Trovo la seconda borsa; secondo cambio, via la maglia a maniche lunghe, indosso una canotta traforata ed una maglietta a maniche corte asciutta. Prendo una delle lattine di simil Red Bull, la berrò in discesa; un bicchiere di Coca e via. Ci lanciamo, Dodo ed io, insieme alla collega. Questo tratto di strada offre uno spettacolo da prima fila sulla giornata che nasce, limpidissima come ieri, sulle striscie di nuvole alte, ma soprattutto sulla meravigliosa imponente Rocca di San Leo, quasi abbacinante per il bianco della roccia e dell'edificio arroccato su, in cima. Dodo me la fa notare, ma io sono incantata già da un po'... Comincia il toto-cancello orario: ce la facciamo, non ce la facciamo. Sono le sette, più o meno; mio malgrado, mi tocca digerire questa comunicazione che avrei preferito non ricevere. Quattordici km al cancello del 158. Ce la facciamo per forza. Ce la faremmo anche solo camminando. Mi assale un brivido. No, non può essere. E' troppo presto per crederci. Calma, calma, calma. Non può essere che io sia qui, adesso, con questo vantaggio per me esagerato sulla barriera oraria. Ci dev'essere un errore, sì, senz'altro un errore nel calcolo. Allungo il passo, poi rallento per prudenza. Il mio compagno di sventura rimane spesso indietro; non ha avuto beneficio dagli antiinfiammatori, o comunque minimo. Lo so, dovrei aspettarlo, dovrei aiutarlo. Ma divento mostruosamente egoista quando ho un sogno da raggiungere; peggio che mai quando il sogno, impossibile fino a pochi minuti fa, diventa appena un poco più vicino...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proseguo la discesa lungo la splendida strada che va a passare proprio alla base della splendida parete di roccia. Attacco bottone con la mia collega, anche lei dolorante per un problema al piede, anche lei che non ha tratto alcun beneficio dai farmaci. Per ora, però, mi pare che proceda di buon passo. S'informa sul cancello orario: mi scopro a rispondere "Ma sì, ce la facciamo di sicuro" con un'ostentazione in cui ancora non credo. Lei sembra volersi fermare al km 158, è preoccupata. "Guarda – cerco di rincuorarla – tu cerca di arrivare comunque al km 158. Quando sarai lì, deciderai". Proseguiamo insieme la lunga discesa; oltrepassiamo una strada trafficata ed un paesello, poi ancora giù, lungo una strada secondaria, qualche tornante, in mezzo alle cascine. Il sole, finalmente alto, è tornato a scaldare. Circolano i primi ciclisti, indipendenti; oggi è la loro giornata. Chissà quando ci raggiungeranno i granfondisti? Abbozzo qualche calcolo. In ogni caso, spero che accada dopo la fine della prossima discesa. Ricordo con orrore il passaggio dei gruppi di testa, l'anno scorso, lungo la discesa del Passo delle Siepi. Criminali fatti e finiti. Raccomando attenzione alla mia collega, che, se dovesse rallentare, si troverà proprio in quella situazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Davanti a noi si apre un ampio pianoro. Quel paese che si vede, là davanti a noi, è l'attacco della penultima salita; c'è un punto di ristoro. Una ripida rampa in discesa tra due cascine ristrutturate con ottimo gusto, poi un lungo tratto in pianura ed un ponte. Corro ininterrottamente da molti km; mi concedo qualche metro al passo, tracannando finalmente la lattina. Ci sorpassano due corridori troppo freschi per essere nostri compagni di sventura; saranno podisti indipendenti, in allenamento. Per quanto mi riguarda, dopo oltre 140 km, le gambe sono stanche ed un po' rigide, ma le pupille sono mobilissime e vanno subito a posarsi sui pantaloncini dei due, invero molto succinti ed ottimamente indossati. Ma torno seria, quasi subito, quando si entra in paese. Svolta a destra; qualche centinaio di metri di corsa su e giù per i marciapiedi. Dovrei camminare, non ha senso sforzare così le gambe... Ma chi mi ferma più, ormai? Raggiungo il banchetto del ristoro; solito bicchiere d'acqua, solita frutta secca. La mia compagna di viaggio chiede del ghiaccio spray: purtroppo non ce n'è; l'ambulanza che era qui fino a poco fa è ripartita. Ci salutiamo: "Comunque vada per me, spero che tu ce la faccia", mi incoraggia. Apprezzo molto le sue parole. Riparto di gran carriera. Comincio a perdere, pezzo per pezzo, i cocci dei miei dubbi. E' evidente ormai che non posso non farcela a superare il cancello... &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi godo, ancora per poco, la frescura degli alberi. Il traffico pian piano cresce; ciclisti, moto. Approfitto dell'ultima quiete per una rapida sosta oltre un cespuglio, poi via, il solito passo svelto, marziale. Estraggo dallo zaino il tubetto di Pasta di Fissan e, senza fermarmi, ne spalmo una dose abbondante sui polpacci, martoriati dal sole di ieri. Non è crema solare, ma è spessa e spero possa offrire una barriera se non altro fisica alla rabbia del sole. Cammino con gioia e con rabbia. La squadra dell'Audi non smette di incitarmi ogni volta che passo davanti al loro punto di appostamento. Supero i tornanti nell'interno, scarico nelle gambe il vigore che mi resta. La salita è impegnativa, ma sono davvero pochi i km che mi separano dal temuto cancello orario. Raggiungo ancora un paio di avversari, che poi restano indietro tra le curve, nascosti dalla vegetazione. Ciclisti e persone a piedi vanno e vengono, preparano nei prati i teli da pic nic; il mondo s'è decisamente risvegliato. Al culmine della salita, i volontari dell'assistenza alla granfondo stanno allestendo il punto di ristoro: è noto che i rifornimenti della Nove Colli sono pantagruelici... Non per nulla, ci sono ciclisti che sostano a lungo, abbandonando per un po' la bici in favore della piadina. Sfilo accanto, tiro dritto: vorrei un po' d'acqua frizzante, ma non oso chiederla, non è mia competenza questo tavolo. Riprendo la corsa non appena la pendenza si inverte, sotto l'occhio attonito di un gruppo di ciclisti. Ormai è tutto un dialogo a caso. Siamo sul crinale, con vista panoramica sia a destra che a sinistra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un bivio inatteso: l'anno scorso, si andava giù... Invece, adesso, sembra che la strada da seguire sia quella che, sulla sinistra, sale ad un gruppo di case con chiesetta. Per fortuna, un'enorme scritta sull'asfalto, destinata evidentemente a soggetti con la mente già piuttosto ottenebrata dalla stanchezza, avvisa perentoria: "Podisti dritto". Meno male: a questo punto, anche una blanda salita in più può far soffrire. Giù a rotta di collo, per quanto le gambe stanche ed imballate ancora consentano. Calcolo approssimativamente i km che mancano a Ponte Uso, ma è inutile. Lo si vede, là sotto. Una sequenza di morbidi tornanti. I muscoli delle gambe fanno male, tanto male. Come se una mano li stringesse conficcandoci le unghie. Ma non è questo il momento di cedere, non più. Curva dopo curva. Mi raggiunge e mi supera l'auto guidata da Ilaria, fortissima atleta da ultramaratona e compagna di Luciano, che è un po' più indietro: le chiedo di lui, mi dice che sta bene. Allora tra poco mi supererà di gran carriera, mi sa. Ma ne sarò ben contenta! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Ponte Uso, sotto un sole ormai a picco, incrocio i ciclisti che scendono dal Barbotto ed arrivano qui per la prima volta, proprio come abbiamo fatto noi podisti. Per raggiungermi alle spalle, dovranno superare ancora quattro salite. Viaggiano come treni, tutti in fila con precisione millimetrica, ruota anteriore incollata a ruota posteriore. Eppure molti riescono persino a guardarsi intorno; salutano ed incoraggiano i podisti. Un sonoro "Vai Giancarlaaa" squarcia l'aria: chissà chi era... Ben difficile mettere a fuoco qualcuno, per giunta bardato di occhiali scuri e casco, in questo marasma. A me sembra di scoppiare, tale è la gioia. Esulto al punto di ristoro come se fossi arrivata: ben lungi, mi mancano 44 km. Una maratona, Gian, poco più di una dannatissima maratona. Ancora frutta e bibite, poi via. La decina di km che mi attende da qui alla prossima salita sarà un tormento: piattura, anzi, leggera salita, con le gambe doloranti. Accendo un attimo il telefono: prima chiamo mamma per dirle che è quasi fatta, poi rispondo ad un messaggio di Andrea: "Passato il cancello orario del km 158 con un'ora e mezza di anticipo, adesso o arrivo alla fine o muoio!".&lt;br /&gt;Alterno passo e corsa, a seconda della pendenza della strada. I muscoli sono al lumicino, non posso rischiare di sforzarli troppo, anche se la salita è molto blanda. Combatto tra gioia e terrore che, proprio adesso, succeda qualcosa che mi strapperà via il mio traguardo... Il viavai di auto, moto, ciclisti è ora ininterrotto, in entrambe le direzioni. Piovono incoraggiamenti e commenti, ad onor del vero equamente distribuiti tra la mia prestazione sportiva ed il mio lato B. Notevole, il successo che riscuote questo paio di pantaloncini mignon. Tutto ciò non può che farmi piacere; manca ormai pochissimo al mio trentesimo compleanno ed ho il terrore di cambiare cifra...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Me l'han detto proprio tutti: "Questa volta ce la fai". L'unica a non crederci ero io. In effetti non è ancora fatta, però c'è una differenza; io adesso voglio arrivare, a tutti i costi... Credo manchi poco alle 11; mi restano ben 7 ore per arrivare. Ce la farei anche camminando. Ma non se ne parla nemmeno, di camminare. Corro e corro ancora. Raggiungo e supero alcuni avversari, da soli, a coppie; restano indietro, non tentano reazione. Ma non è per la classifica che corro. Non m'importa un beato nulla della classifica, io voglio arrivare a Cesenatico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avanti, ancora avanti. Passano le prime moto della Polizia, di scorta alla corsa. Tra poco i ciclisti saranno qui. Il male alle gambe non dà tregua. Bando alle esitazioni, recupero ed ingollo la terza bustina di antiinfiammatorio. Devo arrivare, a qualsiasi costo, e non ce la farò con i muscoli in queste condizioni. Ancora cinque km, mi dicono, cinque km di questa strada dannata, piatta, piena di traffico. Non importa, Gian, prima o poi finirà. Tieni duro. Esorcizzo il male alle gambe immaginando l'arrivo a Cesenatico. L'anno scorso, scesa dal pulmino scopa, avevo attraversato mezza città per andare a recuperare l'auto ed avevo sentito, in lontananza, l'altoparlante annunciare l'arrivo trionfale di uno dei concorrenti. Ricordo la tristezza di quel momento. Oggi quell'annuncio potrebbe essere per me... Anche un po' meno trionfale, va benissimo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All'attacco della salita, tiro un lungo sospiro di sollievo. Il Nimesulide non tradisce, le gambe stanno meglio. E poi sono raggiante... La gioia funge da ottimo anestetico. Piovono gli applausi per il primo ciclista della granfondo, che sale le rampe del Gorolo con un rapporto durissimo, impressionante; la sensazione, dall'espressione del suo viso e dal movimento così sgraziato sui pedali, è che sia troppo duro anche per lui stesso. Un buon intervallo lo separa dal gruppetto degli inseguitori. Persino dai gruppi di testa arrivano gli incoraggiamenti. Affronto con tutta la decisione di cui son capace, e con tutta la forza che mi resta, le ripide rampe del Gorolo. Non so quanto sia lungo: dei miei trascorsi ciclistici alla Nove Colli ricordo ben poco di numerico... "E' ancora lungo", mi informa un pingue spettatore bello rubizzo. "Solo più 2 km", corregge un altro. Ah beh... 2 km. La vedo, lassù, la strada; seguo tra gli alberi la colonna di ciclisti e veicoli al seguito; vedo le rampe, i tornanti, so già qual è il mio destino. Guadagno quota insieme al mio umore, mi sembra di esplodere di felicità. Sarà ancora durissima, Gian, dopo la vetta; almeno venticinque km, con tanta lunghissima terribile pianura. Ma ormai ce la devi fare. Passi brevi e svelti sulle rampe più insidiose, dove i ciclisti si alzano in piedi sui pedali ed emettono versi gutturali strazianti. Uno di loro perde gli occhiali in un tornante; gli tocca fermarsi. Vorrei raccoglierli io, ma è troppo il tempo che passa da quando l'impulso dal neurone giunge alle gambe: s'è già arrangiato... La strada sembrava lassù, lontanissima, irraggiungibile, eppure è già qui sotto le mie suole, dopo l'ultimo tornante. E l'entusiasmo dei tifosi è tutto per il mio numero 20 appeso allo zainetto. Trattengo a stento il pianto; quasi corro l'ultimo tratto di salita, al ristoro. Ritrovo, per l'ennesima volta, uno degli autisti dei pulmini: "Ecco il 20", esulta anche lui. La solita manciata di frutta secca, un po' di pane e marmellata, un bicchiere di succo di frutta, uno di Coca Cola. Ci sono altri corridori accasciati sulle sedie, tramortiti. Scappo via di corsa, anche se dovrò ancora cedere al passo per molti lunghi tratti: la vetta del Gorolo è solo fittizia; in realtà, i saliscendi si susseguono sul crinale, con la vista che spazia tra le colline inondate di un sole cocente. I ciclisti passano ormai a sciami; alla partenza mi risulta fossero circa dodicimila, credo almeno la metà sul percorso lungo. Sfileranno quassù ancora per ore. Corro ogni volta che posso, attenta al minimo segno d'insofferenza dei muscoli; cammino la minima salita. Mi conforta il fatto che un paio di avversari, che sto tenendo d'occhio e che hanno poco vantaggio, procedono con la mia stessa cadenza. L'entusiasmo dei ciclisti non cessa; anzi, man mano che arrivano gli esemplari un po' meno assatanati per la gara, l'attenzione si sposta su quei pochi podisti spennacchiati, sudati, stanchissimi. Mi è di enorme aiuto il conforto dei tifosi, soprattutto di quelli che mi riconoscono e mi chiamano per nome. Nessuno di loro può fermarsi, ovviamente; causerebbe una catastrofe, un'ecatombe. Già trovo insensata e criminale l'idea di permettere addirittura alle auto di salire in senso contrario alla corsa: vero che la strada è larga, ma le bici sono tante davvero... Ed accade più di una volta che un'auto si fermi appena prima di una curva. Basta che un ciclista stringa un po' la traiettoria, con la velocità folle che prende in discesa, ed è un macello. Possibile che i responsabili della sicurezza della gara non se ne rendano conto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I paesi si susseguono quasi senza soluzione di continuità. Le risalite sembrano non finire mai, sono estenuanti; ogni volta che pare di aver imboccato finalmente la discesa vera, ecco che la strada, in lontananza, torna su, seppure dolcemente. Finirà, Gian. Non puoi cedere qui, non pensarci nemmeno. &lt;br /&gt;D'improvviso, la fame si fa prepotente. Credevo di avere con me ancora un gel... Invece, nulla. Ristori, non ce ne saranno più... Il pensiero mi preoccupa non poco: adesso, una cotta sarebbe davvero gravissima. Provvidenziale l'Audi dei miei tifosi: mi vedono da lontano, mi applaudono festosissimi. Metto tutta la faccia tosta di cui sono capace e chiedo loro qualcosa da mangiare: avrebbero del riso, ma non credo di riuscire a buttarlo giù... Scovano due gel: ecco, perfetto! Sono in debito... Ringrazio e scappo via. Nemmeno un km più avanti c'è il ristoro: ma no, che figura... Pensavo fossero finiti!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pane, marmellata, Coca Cola. Uno dei volontari sostiene che io sia la prima donna: eh già, come no... Sono Michelle Obama! Esageruma nen: a me basta finire... Riparto di gran carriera. Troppo forte, ma ora siamo in discesa; le gambe urlano di dolore, ma non le ascolto più. Venti km, più o meno. Quel terribile, lunghissimo rettilineo finale che già ai ciclisti fa vedere Belzebù. Corri, Gian, corri. Recupero ancora un paio di avversari. Case, giardini, la strada sempre più larga, un'autostrada quasi. Passo di fronte ad un bar; uno degli avventori esclama: "Sei la seconda donna!". Mi giro, piccata: "Ma per favore... Ce ne saranno chissà quante davanti!". Ci resta male, il poveretto. Eppure ne sono convintissima: credo che, dietro di me, non ci sia quasi più nessuno, salvo i pochi che ho appena superato. In effetti, non ha alcuna importanza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, la temuta pianura. Qui è un disperato esercizio di pazienza, sopportazione, resistenza. Le gambe urlano, il fiato manca, il petto brucia. Corri, Gian, non cedere, corri finché ce la fai, rotonda dopo rotonda, incrocio dopo incrocio. Mi sostiene il tifo dei ciclisti: quelli che passano adesso son già molto meno tirati, concentrati, votati alla missione del traguardo; hanno più l'aspetto degli scanzonati gitanti domenicali – per quanto, in bici, non riuscirei a star loro dietro nemmeno con il gancio traino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mia corsa è sempre più penosa. In bilico tra sconforto, fatica e gioia. Incontro ancora un paio di punti di ristoro, l'ultimo a sei km dall'arrivo. Il grattacielo di Cesenatico, all'orizzonte, diventa sempre più nitido e definito, eppure lo spazio tra me e lui sembra dilatarsi senza fine. Non arriverò mai... Tieni duro, Gian, anche se ti fa male tutto. Tieni duro, perché dal Gorolo a qui avrai già superato almeno dieci persone, perché davanti a te ce ne sono altre che supererai. Tieni duro, anche se fa male. Ormai ce l'hai fatta, ormai puoi crederci anche tu che tra tutti eri la più determinata per il no. Felicità immensa. Per qualche km, la strada dei podisti si separa da quella dei ciclisti. E se sbagliassi strada? Cerco con attenzione maniacale le frecce. Non posso dire di avere il batticuore, solo perché il cuore è al limite del crollo, non ce la fa più...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad un paio di km dalla fine, sento un rumore di passi velocissimi alle spalle: è Ciro... Matto come un cavallo, mi sorpassa a velocità impressionante, contento come un bambino. Vorrebbe che lo seguissi, ma non ce la faccio: troppo alto il rischio che mi partano i crampi proprio adesso. Per carità, arriverei lo stesso, ma io voglio arrivare di corsa, a modo mio... Si avvicina l'auto di Andrea, l'assistente di Ciro, allibito quanto me: "Io non capisco... Stanotte mi è morto quattro volte! Giuro che non l'ho drogato...". Mi vien da ridere: io lo capisco, l'effetto dell'entusiasmo!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi accompagna per un breve tratto un tifoso in bici da passeggio; si informa sulla gara, si complimenta. Un cavalcavia, due cavalcavia, ancora un paio di avversari raccattati. Ci salutiamo calorosamente, ad ogni sorpasso: loro camminano, io non voglio ancora cedere, anzi, non voglio più cedere. Il penultimo cavalcavia, nero d'asfalto bollente. Ancora corsa, poi l'ultimo cavalcavia. É lo svincolo: il curvone, sempre presidiato dai volontari, che immette nel rettilineo finale. "Ultimo chilometro", mi urlano, e pazienza se in realtà ne manca ancora uno e mezzo. Come se mi avessero appena anestetizzata con dose da cavallo, di punto in bianco non sento più nulla, nessun dolore alle gambe, alla schiena, nessuna difficoltà a respirare. Imbocco il rettilineo, ultimo km davvero: scarico nelle gambe tutta la forza che mi resta, con un sorriso che arriva fin dietro le orecchie. Gli applausi sono tutti per me; l'altoparlante scandisce parole che hanno dell'incredibile: "Sta arrivando la seconda donna". La seconda, cavoli... Ma allora era proprio vero! Ed io quel poveretto l'ho anche maltrattato... L'annunciatore mi accoglie sotto il primo dei cinque archi gonfiabili; mi accompagna di corsa, microfono alla mano, fino all'ultimo. Un arrivo a braccia alzate, una cosa che mai mi era capitata nella vita e credo mai ricapiterà. Non ci credo, non ci credo, è fatta davvero... L'abbraccio caloroso di Mario Castagnoli, il saluto degli altri corridori già arrivati. Sono stordita, quasi senza parole. Tempo di ricevere il diploma, poi saluto e mi rimetto in cammino. "Uomo d'acciaio", 202 km, 27h 39', che scoprirò poi essere anche il sesto tempo assoluto sui quindici tempi femminili migliori registrati nelle 14 edizioni della gara. E la vincitrice, la francese Brigitte Beck, è arrivata meno di mezz'ora prima di me: per via di una brutta crisi, però. Altrimenti, sarebbe stata capace di polverizzare il record femminile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi avvio a piedi, dando libero sfogo al telefonino, messaggi, chiamate, mamma in primis e poi tutti gli altri, da ringraziare per il sostegno che mi hanno offerto prima e durante la corsa. "Quella ragazza se l'è fatta tutta a piedi": un gruppo di ciclisti, accanto ad un furgone, mi saluta e mi fa i complimenti. Un paio di km per sgranchire le gambe e sono all'auto, proprio nei pressi del Municipio. Fazzolettini, asciugamano, acqua, alcool per una pulizia sommaria; io non ho prenotato alcun albergo, non ho la doccia e domattina devo essere in ufficio. Un lungo e tormentoso giro in auto per le vie di Cesenatico, caotiche oggi come non mai, per scovare la via dell'albergo dove sono stati riportati i sacchi dislocati sui vari colli: poi via, inizia l'interminabile viaggio di ritorno, tra code, intasamenti e soste in autogrill per dormire, ovviamente sulla Opel. Anche per lei, oggi, altro piccolo traguardo chilometrico: è arrivata a quota 265.000!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infilo la chiave nel cancello di casa alle 6: giusto in tempo per una doccia, una dose industriale di pasta per calmare la mia fame mostruosa, ed eccomi pronta per l'ufficio. Ovviamente, oggi, la mia presenza al lavoro sarà puramente fisica.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7893910088471592057-1886203153527124402?l=giancarla-agostini.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/feeds/1886203153527124402/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/05/21-22-maggio-2011-nove-colli-running.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/1886203153527124402'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7893910088471592057/posts/default/1886203153527124402'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://giancarla-agostini.blogspot.com/2011/05/21-22-maggio-2011-nove-colli-running.html' title='21-22 maggio 2011 - NOVE COLLI RUNNING'/><author><name>Giancarla</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10721676370378960701</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='21' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_FeAvyKCyF6g/SlwYuOTYO1I/AAAAAAAAJzo/imiB33fs8LI/S220/100_1008.JPG'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7893910088471592057.post-7164973666749173197</id><published>2011-04-17T23:50:00.000+02:00</published><updated>2011-05-02T23:51:11.560+02:00</updated><title type='text'>17 aprile 2011 - Al Beigua in mountain bike</title><content type='html'>"Aiuto... Dove sono, chi sono, perché?". Brancolo nel buio alla ricerca dell'interruttore dell'abat-jour, ma non potrei trovarlo neanche avessi tante braccia quante la dea Kalì. Impiego qualche secondo a realizzare che ieri sera mi sono coricata sul divano, non in letto. Quel che proprio non riesco a ricordare, benché mi sforzi di spremere il neurone, è il motivo: perché oggi è particolarmente importante che io mi alzi a quest'ora? La sveglia alle quattro e mezza è ormai da tempo la mia abitudine quotidiana; oggi, però, c'è proprio un preciso motivo per cui l'ho puntata a quest'ora. Ma quale? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allungo un braccio verso il pavimento. La mano piomba su un corpo caldo, ossuto e peloso: ah già... Ci sono, ora ricordo. La sequenza di vertebre sotto le mie dita appartiene a Céline, che al trillo dell'infernale marchingegno non ha fatto una piega. E' importante che io mi alzi immediatamente, perché devo preparare la pappa per lei e per il Tittone, due razioni per colazione e due per pranzo,  devo portarli a far la passeggiata mattutina, devo sistemare lo zaino e la borsa per me, devo far colazione, caricare la mountain bike in auto,  raggiungere Varazze alle sette e mezza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rispetto ai miei due ammassi pelosi, le leggi della matematica sono costrette a chinare il capo e ad ammettere eccezioni altrimenti inammissibili. Non è affatto vero che uno più uno fa due, se si mettono insieme il Tittone e Céline. Il Tittone è ormai un cane di mondo, abituato alla vita di casa ed ai ritmi forsennati della sua padrona, a cui ha ormai sviluppato un'inattaccabile resistenza passiva; ogni volta che fiuta aria di preparativi per qualche trasferta sportiva, il furbacchione si ritira sul lettone, maestoso, e sprizza più o meno la stessa vitalità di una statua di sale. Credo sia una forma di difesa preventiva, casomai mi venisse in mente di coinvolgerlo. Ergo, con lui avevo vita facile: passeggiata in giardino, ciotola piena e via, a qualsiasi ora del giorno e della notte, contando sulla collaborazione di mammà che, in orari più congrui per i comuni mortali, passava a raccattare il suo beniamino peloso e lo portava con sé all'aperto. Da quando Céline ha invaso la mia casa e la mia vita, la faccenda s'è un tantino complicata: la bestiola, si fa per dire, riunisce in sé l'esuberanza incontenibile di un cucciolo di sei mesi con la stazza altrettanto incontenibile di un goffo corpaccione di venticinque chili, destinati a diventare, in un futuro molto prossimo, ben di più. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riesco a mettermi al volante con venti minuti di ritardo rispetto al mio piano d'azione, solo dopo lunga operazione di diplomazia per convincere Céline a restare da sola in giardino, a quest'ora, senza abbaiare. Piange disperata, quando mi vede andar via, ma il suo dolore è tanto acuto quanto facile da consolare: il mio posto nel suo cuoricino può essere ben riempito da un osso di pelle pressata, che masticherà furiosamente per qualche ora. Sarà mattino inoltrato quando il terremoto peloso avrà sbriciolato l'ultimo frammento del giocattolo e si ricorderà di essere un cane vivace e rumoroso: a quel punto, non ci saranno più vicini inferociti per essere stati svegliati nel cuore della notte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per fortuna, le mie previsioni circa i tempi di percorrenza sono sempre pessimiste: così, nonostante il ritardo, riesco comunque a parcheggiare l'auto a Varazze alle sette e mezza in punto. Abbandono la Opel in un parcheggio in cui, in teoria, ci si potrebbe fermare al massimo per due ore: Matteo giura che non è vero... Rinuncio a domandarmi quale sia il fondamento di cotanta sicurezza; speriamo di ritrovare ancora l'auto, stasera. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pochi minuti e sono in sella alla MTB, lungo l'Aurelia, in direzione Varazze. Cielo limpido, una leggera brezza, il profumo inebriante del mare, a cui non sono abituata. E' stupenda l'Aurelia alle prime ore del mattino, quando le bestie da spiaggia sono ancora sprofondate nel sonno. Poche auto, poco movimento; si può permettere allo sguardo di posarsi sulle rocce, sulle onde, sull'orizzonte senza rischiare di essere travolti, centrati da una sportellata, disarcionati da un pedone che attraversa la strada senza alcun criterio. A Cogoleto, finisco in pieno nella corrente del profumo di brioche. Ci sono già parecchi ciclisti operativi, quasi tutti in bici da corsa, quasi tutti tirati a lucido, vestiti a puntino, tesi e carichi come molle. Strizzo gli occhi per riconoscere, fra i tanti, Matteo, ma sarà lui per primo a mettere a fuoco me, poco oltre Cogoleto. L'ora quieta del mattino mi permette una disinvolta inversione a U: se solo mi azzardassi a ripetere la manovra tra un paio d'ore, qui, si troverebbero frammenti di me fino a La Spezia...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torniamo per un breve tratto verso Cogoleto; svolta a destra et voilà, la prima salita. Una strada asfaltata con pendenza scandalosa: "Strada dei Maxetti", leggo su un cartello, ma non ho il fiato per chiedere a Matteo cosa siano i "maxetti". Anche lui oggi è munito di mountain bike: il programma prevede la salita al Beigua per una strada in gran parte sterrata. Ma già qui, sull'asfalto, in mezzo a ville  e giardini, mi trovo in seria difficoltà. Sulla prima rampa, la ruota anteriore ha minacciato di staccarsi da terra; le rampe successive non promettono nulla di buono. Beh Gian, cosa ti aspettavi? Hai accettato il rischio di un giro in bici con itinerario creato da Matteo; ormai sai bene a cosa vai incontro. Nessun problema: la vecchiaia porta consiglio; col tempo, ho imparato anche a difendermi. Pedalo finché posso; non appena la pendenza, oltre una curva, torna ad essere indecente, butto giù i piedi e salgo con la bici per mano, pedibus calcantibus. Una nota di delusione nella voce di Matteo: "Ah... Proprio così?". "Sì, proprio così – rispondo, secca – non ho alcuna intenzione di morire". Non l'avrei fatto, tempo fa: mi sarei incaponita per salire in sella ad ogni costo, avrei provato paura, mi sarei arrabbiata. Cui prodest? In fondo, a pedali o al passo, il tempo che impiego per salire è lo stesso...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La stradina risale, stretta ed inondata di sole, tra abitazioni sempre più rade, spesso difese da minacciosi cani da guardia. In effetti, una villa appariscente in un luogo così isolato eppure, tutto sommato, accessibile, è un obiettivo fin troppo ovvio per gli amanti delle rapine. La pendenza si attenua, man mano che saliamo; la stradina si restringe passando tra due ali di fitto bosco. Domina il colore verde brillante delle foglie appena schiuse. Poi, quasi d'improvviso, si scende, giù di gran carriera fino a Sciarborasca. Da qui, riprendiamo la salita, in direzione delle Faie, con pendenza più dolce e curve che seguono i pendii della montagna, il bosco dinuovo fitto che spesso lascia vedere solo il culmine dei tetti di qualche abitazione isolata. Proprio mentre imbocchiamo il bivio verso l'Eremo del Deserto, il trillo di un messaggio sul telefonino. E' mia mamma che annuncia, per sommi capi, uno dei disastri di Céline... Approfittando del privilegio concesso alle chiamate tra i nostri due numeri, gratuite per contratto, le telefono: pare che la mostriciattola abbia disintegrato la bottiglia di Barbera ricevuta come pacco gara la scorsa domenica a Valdellatorre, bottiglia che avevo piazzato in un angolo degli scalini dell'ingresso, convinta che mai e poi mai la pelosa dispensatrice di danni se ne sarebbe interessata. Céline invece se n'è interessata eccome, tanto da rovesciarla, mandarla in frantumi e leccarne con entusiasmo il prezioso contenuto sparso sugli scalini e per terra.Già, avevo dimenticato l'incommensurabile potere disastrogeno di un cucciolo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Risaliamo una strada asfaltata, ma in brutte condizioni, che costeggia un torrente; più di una frana ha grattato via parte della carreggiata, trascinandola giù per il pendio. Una specie di mezzo cratere è rimasto a testimonianza del punto in cui, racconta Matteo, la strada ha ceduto sotto il peso di un camion: nessuna conseguenza per l'autista, per fortuna, ma che disastro... Il sole va e viene; passa qualche nuvola di troppo. In località Le Faie, salutiamo l'asfalto per immetterci su una strada sterrata che, almeno sulle prime, promette bene: comoda, pedalabile, con un buon fondo. Ma non m'illudo. Il mio compare di viaggio mi ha più volte assicurato che lui stesso, anni fa, ha percorso questa strada in sella ad una bici precaria, senza difficoltà: sarà una passeggiata, a sentir lui. Ormai, questo genere di affermazioni da parte sua scatena in me un'istantanea, automatica reazione difensiva: Gian, preparati, perché sarà una catastrofe tale che, al confronto, i viaggiatori del Titanic sembreranno aver fatto il bagnetto nella piscina gonfiabile. E' matematico, è ineluttabile. Sii coraggiosamente pronta al peggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per i primi chilometri, la pedalata scorre sorprendentemente fluida; chiacchiero, mi godo il panorama e la quiete assoluta di questa bella strada sterrata. Man mano che si sale, però, cominciano gli intoppi. La pietra troppo sporgente, la ghiaia scivolosa; qualche esitazione di troppo, la paura di cadere. Butto i piedi a terra una volta, due, tre; fatico a risalire e ripartire, mi fermo ancora, m'innervosisco. Un lento ma inevitabile avvitamento che mi porta a temere anche i passaggi più innocui. La paura annienta quel poco di equilibrio. E' vero, bisogna scegliere un rapportino molto agile ed accelerare la pedalata per superare l'ostacolo; tutto vero, in teoria: del resto, è quel che ho sperimentato solo pochi giorni fa, mercoledì pomeriggio, quando mi sono sciroppata per due volte la salita al Monte San Giorgio da Piossasco. Quel giorno è andato tutto bene, tutto sotto controllo; i piedi a terra li ho gettati ben poche volte. Ero tranquilla, non avevo fretta, ero sola. La salita al San Giorgio, come fondo, non è certo più agevole del terreno su cui mi trovo ad incespicare oggi; eppure... Mi conosco, ormai: va tutto bene se va tutto bene, e non è un'ovvietà; intendo dire che, alla prima difficoltà, il castello di carte della mia sicurezza crolla e si sparpaglia miseramente a terra. Percorro tratti sempre più lunghi camminando con la bici per mano: mi spiace per Matteo, che di tanto in tanto si ferma pazientemente ad aspettare. Il fondo peggiora, man mano che si sale. Già, per lui che è un funambolo, non c'è alcun problema; lo vedo sgambettare agile e sparire dietro alla curva. Eppure non si rende conto di quanto fuori del comune siano le sue doti di equilibrio, e non è un'osservazione soltanto mia. Per lui è tutto facile. Per me che, al contrario, sono patologicamente incapace anche della più elementare dimostrazione di senso dello spazio e della posizione, qualsiasi ostacolo è un abisso. Ed anche oggi ho avuto la conferma che qualsiasi valutazione delle difficoltà di un percorso, se proviene da Matteo, è per me del tutto inattendibile. Per fortuna, me l'aspettavo: quindi, salire di buon passo a piedi e guardare il mare non mi crea alcun dispiacere, anzi, aggiunge bellezza alla bellezza della giornata. E pazienza se un paio di frane, la prima davvero impressionante, mi costringono a complicate evoluzioni per traghettare me stessa e la bici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il vento più freddo ed appena più forte annuncia che ormai siamo vicini alla vetta. Anzi, sono: il mio compare sarà già su da un po'. Arranco pigramente lungo la strada sterrata; torno in sella solo quando ormai la pendenza ed il fondo sono decentemente praticabili. Raggiungiamo un ampio pianoro brullo, spazzato dal vento, con tracce di staccionate ed aree picnic. E' bella la MTB, portata sul suo vero terreno, ma richiede molta concentrazione, genera tensione. Gioisco di vero cuore quando mi accorgo che si torna all'asfalto: sbuco proprio di fronte al rifugio di Prariondo. Matteo mi attende seduto su un muretto in pietra: sembra fiiutare l'aria, come il segugio, alla ricerca dell'elettricità che annuncia l'arrivo della tempesta. Ma oggi è giornata di luna buona. "Me lo ricordavo più facile" – si scusa, come a parare il colpo della scure che stia per abbattersi sul suo cranio. "Nessun problema" – replico – "Là dove non riesco a salire in bici, procedo a piedi". Ma non mi nego il gusto di un succulento "Te l'avevo detto", che, in questo caso specifico, significa: "Te l'avevo detto, che le tue valutazioni di percorso non meritano alcuna fiducia...". Affermazione incontestabile, quindi a maggior ragione fonte di intima soddisfazione, la mia. Ormai non mi arrabbio più, ma so bene che, agli iniziali entusiasmi del mio accompagnatore, espressi sia in termini di chilometri che di dislivello e di tempo, corrisponde regolarmente un lavoro di taglio, limatura, sforbiciamenti vari, a causa della mia cronica lentezza. Insomma: se Matteo preventiva un giro con 150 km e cinque salite, in mia compagnia, a fine giornata avremo raggiunto sì e no metà degli obiettivi, non di più, spesso di meno. Lui prende se stesso come altissimo punto di riferimento, ma io, al confronto, ho preso la residenza al pian dei babi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finalmente poggio i piedi, e le ruote, sul confortevole asfalto. E' un sollievo, anche se la salita sterrata appena conclusa è bellissima. Pedalare in mezzo alla vegetazione, nel silenzio e senza l'assillo delle auto è stupendo; diventa però fonte di tensione quando ci si rende conto di non essere all'altezza della situazione. Dal rifugio di Prariondo, ci avviamo per l'ultimo tratto della salita al Beigua via strada asfaltata, sferzati dal vento ancora freddo e da un sole incerto. Non so se sia una mia impressione, ma spingere in salita su sterrato prosciuga le energie, tanto che adesso sconto una gran fiacca, a cui spero che il miele possa porre rimedio. Raggiungo la selva di antenne e trovo Matteo intento nella sua attività principale: aspettarmi. Mi offre un po' di cioccolato a cui non so dire di no. Certo che, se davvero le antenne, i ripetitori et similia fossero dannosi per la salute, stasera noi saremo defunti!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Indossate le giacche, ci lanciamo in discesa, ancora verso Prariondo e poi in direzione di Piampaludo. La strada, asfaltata per modo di dire, corre nel fitto del bosco; tra le varie specie di alberi, l'unica che riconosco senza dubbi è il faggio. Un trionfo di sfumature di verde acceso, le prime foglioline primaverili, che quassù spuntano con un certo ritardo rispetto alle colleghe della pianura e della costa. Si scorge ancora qualche chiazza di neve. Gli scorci aspri e selvaggi che di tanto in tanto le chiome degli alberi lasciano intravedere sono sempre, per me, una meraviglia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Piampaludo, Matteo indica una strada secondaria sulla destra. Lo seguo senza batter ciglio, dal momento che non ho idea né di dove ci troviamo, né tantomeno di quale sia il nostro itinerario. Percorriamo qualche chilometro di questa via stretta, buia nel folto della vegetazione, punteggiata di abitazioni. Quanto mi piacerebbe vivere qui, lontana da tutto. Ecco: poter vivere con il mestiere di scrittore e potersi ritirare quassù, senza essere per forza costretta a frequentare altri esseri umani al di là di poche persone fidate e gradite. Sarebbe un sogno. Io, che sono quasi preoccupata dall'immane difficoltà che incontro nell'avere a che fare con i miei simili, vivrei benissimo quassù, con la sola compagnia della mamma, dei miei cani e del mestiere che sarebbe per me ideale, se solo mi desse da vivere. E la più modesta e precaria di queste abitazioni sarebbe già una reggia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Curva dopo curva, perdiamo quota, ma, quando meno ce l'aspettiamo... La strada finisce. S'interrompe, non c'è più. Chi avesse deciso di affrontare la discesa con piglio troppo sportivo, ritroverebbe brandelli di sé sparpagliati sulle rocce in fondo all'impetuoso torrente. La piena, la frana o chissà che, si è semplicemente portata via il ponte. Al suo posto, una voragine di almeno dieci metri di ampiezza. Che fare? Ad una prima occhiata, non pare impossibile discendere il pendio sabbioso a fianco della strada e guadare lì, in un punto in cui l'acqua è bassa ed alcune rocce affiorano a mò di passerella. Tuttavia Matteo, conscio della mia scarsa familiarità con i virtuosismi da equillibrista, e temendo i miei strali per le conseguenze nefaste di un'idea che tra l'altro è mia, preferisce fare dietrofront. A suo parere, per tornare a Piampaludo ed imboccare la strada principale, basteranno dieci minuti. Io quasi non fiato, ma ricordo bene la lunghezza e la pendenza di quest'ultimo tratto percorso in discesa: ci vorrà mezz'ora o quasi... In ogni caso, a ben pensarci, tornare su è l'idea più saggia. Chissà, magari ci lanciamo in un rocambolesco guado e poi, un chilometro dopo, ci troviamo di fronte ad un altro crollo... &lt;br /&gt;Risaliamo con calma, all'ombra del fitto bosco. I cani di guardia ai giardini erano convinti di aver già fatto il loro chiassoso dovere al nostro passaggio di andata; beh, loro malgrado, dovranno sopportare gli straordinari. Da Piampaludo, seguiamo la direzione per Vara Superiore, dove finalmente, su uno spiazzo, individuiamo una fontanella. Il caldo si fa sentire e le borracce sono vuote: la mia, come sempre, era vuota già alla partenza. E' già tanto che mi sia ricordata di portarla; riempirla, però, sarebbe stato troppo. Condividiamo il piazzale con un gruppo di motociclisti del genere "da turismo", alla disperata ricerca di un tavolo sotto cui distendere le gambe e sopra cui sfogare la voracità repressa; addirittura si dividono, ciascun gruppo con un angolo del paese da scandagliare. Matteo traffica intorno alla mia ruota libera, che ha qualche problema: la catena rifiuta di saltare sulla corona posteriore più grande, che per inciso non so nemmeno quanti denti abbia. So solo che ogni tanto servirebbe, ma non la posso usare e me ne faccio una ragione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sole non è abbastanza deciso da risparmiarmi i brividi, dopo qualche attimo di sosta. Saluto con sollievo il momento di ripartire. Attraversiamo le poche case del paese. Qui il panorama urbano è davvero desolato: siamo in mezzo ai monti, di fatto, e mi suona strano vedere tanti condomini: palazzine piccole, dieci, quindici alloggi al massimo, occhio e croce, ma che nel contesto sembrano del tutto fuori posto. Sembrano trapiantati qui dalla periferia di qualche città di pianura. L'impressione, poi, è uno stato di generale abbandono; molte abitazioni sembrano vuote, non per via di una presenza stagionale dei proprietari, ma proprio perché non servono più. &lt;br /&gt;La strada, fin qui larga e dritta, si restringe e guadagna dislivello con un paio di curve. Oggi è terra di motociclisti: è con una certa apprensione che ascoltiamo il rombo dei motori alle nostre spalle... Sperando che non sbaglino la curva. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lasciata più giù la civiltà, la strada ci regala lo spettacolare panorama che si gode dal Faiallo: una vista impagabile sulle valli boscose che digradano verso il mare. Peccato per la foschia che sfuma contorni e particolari. La pendenza è lieve e permette di guardarsi intorno, con un po' d'attenzione per il vento, che quassù è rinvigorito. Sono a bocca aperta. Che meraviglia... Mi riporta alla dura realtà il carnaio che popola il belvedere al passo del Faiallo: decine di auto parcheggiate malamente a bordo strada ed i loro occupanti, moltiplicati per chissà quanti ogni auto, ammassati su un fazzoletto di prato, a menar le mandibole e dare aria all'ugola. Raccapricciante... Questi, con tutta probabilità, sono in gran parte genovesi; si lasciano alle spalle il caos folle di Genova per poi venire ad intrupparsi tutti quassù... Proprio come le pecore, tutti insieme; basterebbe spostarsi di cento metri per avere abbondanza di spazio vitale a propria disposizione. Ma far cento metri a piedi, magari con il cesto del picnic, è fatica. Tremendo. Piuttosto che trascorrere una giornata così, metto le dieci dita delle mani su un'incudine e me le faccio martellare una per una!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Matteo condivide il mio disgusto. Tiriamo avanti, la quiete riconquistata; non posso fare a meno di fermarmi un momento per osservare, da ferma, l'abisso che si apre giù sulla vallata. Splendido. Di qui passava il percorso del Gran Trail Rensen, il cui organizzatore purtroppo, nonostante gli sforzi e la passione profusi, è stato costretto a gettare la spugna ed a lasciar perdere. Ricordo bene che impressione mi ha fatto, per entrambe le edizioni, buttarmi giù lungo il sentiero che sembra voler schizzare in fondo al baratro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Risaliamo al Passo del Turchino: la giacca, indossata per la discesa, mi riduce in pochi minuti ad un piatto cotto al vapore. Invidio Matteo che può permettersi di salire quassù tutti i giorni, se crede. Da Carmagnola bisogna macinare un bel po' di km, per trovare una salita che non sia un cavalcavia; in più, negli ultimi anni, l'esplosione edilizia selvaggia ha rovinato anche quel poco di bella campagna che rimaneva. Una gran tristezza.&lt;br /&gt;Oltre il primo tratto di discesa, imbocchiamo sulla sinistra una stradina sterrata in discesa, che va a passare sopra l'autostrada. Un tratto di difficoltà oserei dire elementare, ma ormai, per oggi, il mio senso dell'equilibrio ha davvero deciso di non concedere più alcuna collaborazione. Mi sento su una barca in balia del maremoto; non sono io a guidare la bici, bensì un senso di paura incontrollata di qualsiasi cosa. A furia di frenare e scender di sella, riesco ad impiegare un'eternità anche per questo brevissimo tratto, forse nemmeno due km. Trovo Matteo ormai stoicamente  rassegnato a sopportare tutto ciò: alle sue spalle, una galleria ed un semaforo rosso. In me alberga ancora lo spirito del vero ciclista ligure: che sarà mai il rosso, è un colore come un altro... Forse per scacciare l'onta della fifa appena dimostrata giù per la stradina, mi dirigo decisa verso l'imbocco del tunnel e pronta a sfidare lo Scania che senz'altro incontrerò a metà del buio cammino. "Qui è meglio fermarsi", azzarda Matteo: chissà perché, in un rigurgito di saggezza, l'istinto mi suggerisce che sia meglio dargli retta...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il verde scatta quasi subito. "Ancora 5 km di discesa", mi informa il compare, "poi 300 m di dislivello in salita". Omette il piccolo, trascurabile particolare della distanza in cui quei 300 m saranno superati, ma, chissà perché, non mi aspetto nulla di buono. Mi godo quel che resta della discesa, che in MTB, su asfalto, mi sembra sempre troppo breve. Se non fosse per l'aria fredda, scivolerei volentieri ancora un po' verso il mare... Una stradina sulla sinistra, con pendenza da parete dolomitica, è quel che mi attende. Con pazienza e sapiente uso della tripla, mi avvio su per la rampa con il brio del carro funebre; tornante, curva, altra curva. Mi consolo respirando il profumo del mare e dei fiori, quasi inebriante. 300 metri di salita alle Giutte: di questo passo, saremo su in un paio di km. Dai Gian, 300 m di dislivello non sono eterni. Anche se hai una bici che pesa due quintali in assetto da fuoristrada. Anche se ti porti a spasso un deretano che fa provincia ed ha il tonnellaggio dei contrappesi in cemento delle gru. Matteo danza sui pedali e se ne va; lo ritrovo, tanto per cambiare, in cima. La discesa, in compenso, ripaga di tutti gli sforzi con una vista mozzafiato sulla vallata punteggiata di poche case, muretti a secco e piante di ulivo. Quanto mi piacerebbe vivere quassù, dove osano le aquile ma non gli implacabili Testimoni di Geova ed i questuanti delle più 
