mercoledì 22 ottobre 2008

Uicchènd in Langa 18-19 ottobre 2008: secondo giorno

La sveglia suona dopo nove ore buone di nanna, per me; eppure, resterei a dormire almeno altre due ore. Mamma mia, che cotta. Mi sforzo di credere che il trillo sia parte di uno dei miei incubi: forse è proprio così, visto che i miei compari non accennano a muoversi... Ahimè, pia illusione: è Luca il più solerte a mettersi in moto. E' vero, abbiamo chiesto la colazione per le 7 e mezza; se non ci presentiamo in tempo, il gestore non sarà affatto contento!
Metto giù i piedi con cautela, chissà in che stato sono le gambe... Invece no: sorpresa, mi sembra che non stiano affatto male, anzi! Non le sento nemmeno un po' appesantite... Allora, la cotta mostruosa di ieri sera era una questione di testa, non di garretti!
Indosso tutto quel che ho, che non è molto, per mettere il naso fuori ed affrontare la Siberia: brrr... Ci saranno dieci gradi! La sala ristorante non è ancora aperta, anche se, dalla cucina, sembrano provenire rumori di vita. Poco male, facciamo due passi qui intorno: occasione buona per guardarmi e riguardarmi, con la prima luce del giorno, questo luogo da favola, cogliendo qualche particolare che ieri sera, complici il buio e la stanchezza, m'era sfuggito. La chioma enorme di un fico, sprazzi di verde e giallo acceso; il pollaio, con le galline che fuggono terrorizzate al mio arrivo: tranquille, sono vegetariana... Anche se ieri sera a cena ho fatto uno dei miei pochi strappi, mangiando una fetta di carne. In realtà non ne avrei nemmeno avuto voglia: è che sono proprio pusillanime; quando vado in giro, mi vergogno un po' a chiedere che si adatti il cibo alle mie fissazioni, anche perché regolarmente la reazione è di fastidio, proprio come ieri sera quando invece Mik, più integro di me, ha respinto la portata di carne. Meno male che ci ha pensato lui, così poi sono stata salva anch'io! Non so, mi sento a disagio: in fondo, se qualcuno venisse a pranzo da me e cominciasse a dirmi "Questo non lo mangio, quell'altro non mi piace", finirei per mandarlo al diavolo!

Acqua passata, è ora di colazione e finalmente spunta il titolare dell'agriturismo. Ci infiliamo nella sala da pranzo, al tavolo: per ora, in mezzo, solo un cestino di frollini e fette biscottate. Non vorrei parlare troppo presto, ma mi sa che le mie preoccupazioni sono fondate: la colazione sarà quella tradizionale, italianissima, a caffelatte e biscotti... Infatti è così: tazza di caffelatte, fette biscottate pane e marmellata. A pensarci, avremmo potuto chiedere, ieri sera, che ci fosse preparato qualcosa di più sostanzioso; per esempio, io avrei desiderato un altro piatto di gnocchi al formaggio, stamattina. Sono secoli che ho accantonato, d'abitudine quotidiana, la colazione dolce; mangio sempre o pasta, o pane e formaggio, comunque cose consistenti e salate (ovvio che poi a pranzo, quando lo faccio, mangio un po' di verdura o di yogurt, non certo un pasto completo). Vedo che i miei colleghi sono sconcertati allo stesso modo: per tutti e tre, che abbiamo pedalato in abbondanza ieri ed abbiamo un'altra lunga giornata in sella oggi, questo non è che un piccolo aperitivo... Vabbè, pazienza, ci consoleremo con la prima panetteria che incontreremo.

Ultimo saluto al cagnone, che prima di colazione ho stanato dalla cuccia, ma che ora è già tornato in branda e finge di ignorarmi, poi ci si veste in fretta e si riparte. Bleah, odio indossare la stessa roba del giorno precedente... Almeno la maglia me la cambio, altrimenti provoco un disastro ecologico da esalazioni tossiche!
Adiòs Cascina del Vai, ci si rivedrà, perché sei un posto da sogno! Torniamo sulla strada che da Cairo va a Cortemilia; in effetti, le rampe per arrivare all'agriturismo sono rampe davvero! Se ieri sera ho sofferto così, a salire, qualche ragione c'è.



Dalle stelle alle stalle, attraversiamo la squallida periferia di Cairo, brutta né più né meno di qualsiasi altra periferia: palazzoni dagli improbabili colori pastello, sporchi di fumo e polvere ed umidità, piante rinsecchite credo più per l'atmosfera in cui tentano di sopravvivere che per l'incedere dell'autunno.
Oggi il navigatore è Luca: prime destinazioni, Dego e la salita di Santa Giulia. E la sella non fa nemmeno male, oggi! Ottimo segno... I primi km sono una sofferenza, su stradone piatto, e meno male che è domenica mattina, abbastanza presto, e la massa è ancora a nanna. Mi sforzo di non staccarmi dalla ruota dei miei compagni, cosa ancor più ardua perché sono appena partita e fatico a carburare. Per adesso, il cielo è grigio, né carne né pesce; non si capisce quali intenzioni abbia.
Abbandoniamo lo stradone a Dego e ci immettiamo su una bella strada secondaria, attraverso colline e case isolate dove tutto è ancora sonnacchioso, persone ed animali. Nulla muove, tranne le foglie ingiallite che cadono, pigre anche loro, una ad una dai rami. Un po' di saliscendi che mi fan soffrire, un po' di curve, poi finalmente la salita, tranquilla, ideale come "riscaldamento". Qualche raggio di sole buca le nuvole. Luca e Mik spariscono avanti, io ripiombo nelle mie meditazioni solitarie da salita. Intorno boschi ed ancora boschi, le borgate che spuntano come macchie grigie sui pendii, qualche cane che comincia appena a dare segno di risveglio e, incredibile, persino un'auto! Giungo ad uno stop, a destra Santa Giulia, a sinistra Cairo: mi pare sottinteso, giro nella direzione in cui la strada continua a salite, almeno un po'. Infatti i colleghi sono fermi un po' più avanti, in mezzo a questa borgata bella ma un po' lugubre per via di alcuni edifici, vecchi chissà quanto, di cui restano solo i muri perimetrali e qualche brandello di tetto. Proseguiamo lungo la stessa strada, che si fa via via più stretta e prosegue a strappi, un po' su un po' giù: il dubbio viene a Luca, ma siamo sulla via giusta? Boh, chi lo sa; rapido sguardo alla cartina, da qualche parte andremo pure a finire! E poi qui è così bello, ora che il sole sembra voler spuntare sul serio e farsi largo in mezzo alla boscaglia, disegnando ombre frastagliate sull'asfalto.




Tiriamo dritto, poi si vedrà: infatti, più o meno andiamo poi a finire dove era previsto, dopo una lunga discesa in cui perdo terreno di continuo rispetto ai miei pazientissimi compagni. Incontro, tra l'altro, un gruppo di cacciatori che sbraitano "Forza Cunego"... Altro che Cunego, sai dove te lo metterei io quel fucile, pezzo di indefinibile che non sei altro?

A fondovalle, giriamo verso destra e ci ritroviamo a Cortemilia: per me, piacevole sorpresa, perché immaginavo di esserne molto più lontana e temevo mi toccasse un tratto di strada in falsopiano ben più lungo. Invece no, per fortuna. Attraversiamo il paese meditando di tramortire qualche madama e rapinarla delle borse della spesa, visto che il languorino comincia a farsi sentire: a dire il vero, io ho scorte di pappatoria per un esercito, ma non mi spiacerebbe una Coca Cola... Passato il viale in uscita da Cortemilia, inizia la salita verso Castino, niente di tremendo, ma fastidiosa perché va su lungo uno stradone ampio ed abbastanza battuto dalle auto. Cielo sempre grigio, anche se mia mamma, per telefono, mi dice che a Carmagnola splende il sole. Ma c'è altro che mi distrae in questo momento. E' come se i pedali, ogni tanto, facessero un mezzo giro a vuoto. Tac, tac, poi ancora tac... Ahi ahi. Non so perché, non capisco un'acca di meccanica, ma ho la sensazione che questo non sia affatto un buon segno, né un problema destinato a risolversi da solo. Già, perché la mia strategia di azione, in questi casi, è "Non pensarci, prima o poi smette", ma stavolta non ha intenzione di smettere, mi sa. Ma che ci posso fare? Intanto, curvone dopo curvone, arrivo a Castino, sulla piazzetta centrale con la fontanella, dove Mik e Luca sono in posizione di punta, come segugi, verso un negozietto di alimentari. Già, stranamente io me n'ero scordata, della colazione, che a quest'ora è quasi un pranzo... Ma l'idea della Coca Cola torna a sorridermi.



Entriamo, facciamo il pieno: due merendine con cioccolato e wafer ed una lattina di Coca per me, qualcosa di più per i due colleghi che, evidentemente, non hanno appresso il carretto del cibo come me. E quasi friggo a tenere in mano la lattina, senza poterla aprire, in coda alla cassa! Mamma mia, meglio che esca in fretta; non posso sopportare la vista di quel mattone di Gorgonzola sul banco dei formaggi! C'è una signora che se ne fa tagliare metà; spiega che ha il figlio a pranzo oggi, e infatti saccheggia mezzo negozio... Mi immagino la scena del quadretto familiare intorno al tavolo dall'una alle sei del pomeriggio, cosa per me raccapricciante! Via via, torniamo in sella, falsopiano e discesa verso Cossano Belbo. Non ho mai percorso questa strada, benché bazzichi spesso da queste parti; mi riprometto di studiar bene l'itinerario, ci tornerò presto.

Ci attende la salita di San Donato, che inizia, come annuncia Luca, con una bella rampa cattiva. Ed è qui che si consuma il dramma... Attacco la rampa, la catena cade giù dal 34. Mi ritrovo per un attimo a pedalare forsennatamente nel nulla... Ma non so per quale strano caso, non precipito. Porca miseria, avrò fatto qualche incrocio strano io. Mi fermo, la sistemo, riparto; niente, cade un'altra volta, ed un'altra ancora. Pare proprio che, per qualche ragione, il cambio abbia preso vita propria. Provo a metterla sul 48, anche se dubito seriamente di essere in grado di fare una salita con il 48: resta su qualche istante, poi scende sul 34, poi giù. In compenso, a me sale su una rabbia che, se avessi una motosega, disintegrerei questo carcassone di bici in mille pezzettini. Rimetto la catena sul 34 – a questo punto ho le mani in uno stato inguardabile, e chissà come mi ridurrò la faccia, tra poco, quando mi dimenticherò che non devo passarci le dita... Riparto, evitando però di usare le corone più grandi dietro: più o meno, pare che la cosa funzioni; da qui alla cima, la catena scende ancora un paio di volte, ma mi porta fin su. Io però schiumo di rabbia al pensiero del giro rovinato sia a me che, soprattutto, a Mik e Luca, costretti così ad aspettare ancor di più. Se non trovo una soluzione, mi toccherà scendere per la via più diretta verso Alba e tornare a casa da lì, o, peggio, se si scassa tutto, mi toccherà prendere il treno... Se ci arrivo, alla stazione! Ma porca miseria, tanto per tradurre il mio pensiero in termini pubblicamente esprimibili, che jella maledetta, proprio oggi che tutto avrebbe dovuto funzionare...

Verso la vetta, vedo Luca che torna indietro per controllare la situazione: tutto ok, più o meno procedo, anche se faccio una fatica boia, abituata come sono al 34x29. In falsopiano ed in discesa va meglio: peccato che, preoccupata dai miei inconvenienti meccanici, non mi sia neppure guardata un po' intorno sulla salita. Tornerò. Per ora, si va verso Manera, quindi si torna in territorio per me noto. Da Manera a Borgomale, una delle strade preferite dai motociclisti, che però, a quest'ora di pranzo, sono pochi: peccato, io resto sempre a bocca aperta a veder le loro evoluzioni in curva. Addirittura, quando percorro questa strada in salita, drizzo le orecchie al rombo dei motori e mi preparo per immortalare le pieghe con la macchina fotografica... Ma di solito son più veloci loro, del mio dito; finisco per fotografare una curva deserta!
In discesa, però, nulla di tutto ciò; ho già il mio bel da fare a guardare dove metto le ruote. A Borgomale, sotto il castello, rifornimento acqua alla fontanella: oggi fa più caldo, bevo come una spugna! Poi il programma prevede la salita a Lequio Berria: con i tre rapporti più "morbidi" fuori uso, non sarà una passeggiata... Ma non sia mai che io mi tiri indietro!
La stradina per Lequio è un gioiellino, una di quelle che devi proprio andare a cercare con il lanternino, minuscola in mezzo a vigne, noccioleti e qualche cascina. Qualche rampa severa c'è e, oltre ad una certa pendenza, il cambio comincia a sferragliare in modo preoccupante... Però sembra reggere, anche stavolta. Ma sì, dai, magari riesco ad evitare di accorciare il giro. Mi spiacerebbe da matti dover dire ai miei colleghi "Andate per la vostra strada, che io torno a casa"... La vista sulla vallata è splendida, di qua. Muretti a secco, case in pietra, fiori azzurro intenso che sembrano messi lì per sbaglio, in questa stagione; poi la strada, dopo Lequio, torna ampia e va ad immettersi sulla principale, quella in cresta che va da Alba a Bossolasco, all'altezza dei Tre Cunei. Da lì, decidiamo di raggiungere la Pedaggera e scendere, via Costepomo, verso Sinio. Sarebbe bello potersi infilare su per una di quelle stradine da capre che, da Sinio, salgono verso Roddino o Serralunga... Ma ho i miei limiti, con il 34x23 come rapporto più morbido, su di lì potrei salire solo a piedi, con la bici in spalla. Dirotto la compagnia verso una scelta più umana per la mia disgraziata condizione meccanica: la salita a Montelupo Albese via Bricco, che è, a mio parere, meravigliosa ma, nel contempo, accessibile anche con un rapporto un po' più duro. Beninteso, io di norma salgo anche qui, come ovunque, con il 34x29... Altra salita in mezzo agli alberi, foglie da calpestare e ricci di castagne, poche sparute abitazioni. Che fatica, povere gambe, oggi che ho anche lo zaino. Da una parte, scopro con sorpresa che ce la faccio, anche senza rapporti da rampichino; dall'altra, però, mi chiedo quanto durerò ancora, Va bene che non sono più molto lontana da casa.
La salita a Montelupo, dopo qualche km severo, spiana e percorre un tratto in cresta prima del paese. Alla fine, trovo come sempre Mik e Luca in via di mummificazione; si riparte tutti quanti verso Diano: e ci si imbottiglia in un caos di pullman, auto, moto e gente nei pressi di un agriturismo. Una marea di ragazze e signore imbellettate e vestite a festa, di uomini incravattati, di chiacchiere vuote, di vite sprecate! Sì, è pur vero e sacrosanto che ciascuno, della propria esistenza, fa ciò che vuole, ma per me una domenica pomeriggio di sole, passata così, a mangiare e bere e bighellonare, insomma, una domenica senza bici o senza scarpe da corsa ai piedi, non ha proprio alcuna ragione di esistere! Non ha senso, è tempo prezioso sprecato... E poi la folla mi dà ai nervi, mi fa venir voglia di spianarli tutti, questi pecoroni... Meno male che ne usciamo abbastanza in fretta e torniamo a viaggiare verso Diano. Sulla breve risalita, mi sorpassa di gran carriera un ciclista, senza nemmeno salutare: "Ringrazia che la salita finisce qui – gli sibilo, tra me e me – perché a me lo puoi anche fare, un affronto del genere; è come sparare sulla Croce Rossa; ma prova a far lo stesso numero in salita a Mik, là davanti... E ti insegna lui a stare al mondo!!!".

A Diano ci sarebbe la fontana, ed io sono a secco... Ma non mi va di prolungare ancora l'attesa dei miei compagni; andiamo giù, poi si vedrà. Discesa su Gallo, patria del torrone – ci penso ogni volta che ci passo – poi si va verso la frazione Annunziata, per salire a La Morra. Nel tratto in piano, Luca fa un numero da funambolo: prende la mia borraccia, la svita, fa lo stesso con la sua, travasa un po' d'acqua e ricompone il tutto... Sono allibita! Io che non riesco nemmeno a staccare entrambe le mani dal manubrio! Inutile, c'è chi può...

Mi preparo psicologicamente ad affrontare l'ultima salita con il mio cambio disintegrato: che fatica... La Morra diventa d'improvviso lontanissima. E' tutto un altro modo di pedalare; il guaio è che non posso nemmeno alzarmi in piedi sui pedali, perché, se lo faccio, lo sferragliamento aumenta in modo minaccioso... Che fatica boia! Adesso capisco perché, al momento di stabilire le caratteristiche della bici, ho preteso il 29 posteriore...
La rampa dopo la rotonda è un supplizio; mi sforzo di mantenere un'espressione facciale il più possibile serena, per non fare proprio la figura della moribonda, ma corro il serio rischio che la bici si abbatta su un fianco... Sudando e smadonnando come un turco, finalmente supero la rampa e riesco persino a riprendere forma umana prima di raggiungere la cima. Stavolta la borraccia mi tocca proprio riempirla, prima di ripartire in discesa.

Questo è uno dei pochi casi in cui non mi spiace che le salite serie siano finite, per oggi. Vorrei ancora aggiungere quella di Santa Vittoria... Ma ho le gambe in pappa e la catena che sta alzando il volume della sua personale protesta; meglio tirare dritto per la via tradizionale: Pollenzo, Sommariva Perno, casa. Mik ed io salutiamo Luca che, da Pollenzo, torna su verso La Morra dal lato di Meane, quindi ci avviamo verso il defaticamento... Ma, prima, c'è ancora la rampetta di Pocapaglia. E' nella successiva discesa che mi accorgo, guardando giù, che una maglia della catena è mezza aperta, il pernino in fuori... Porca miseria! Che faccio mò? Mi fermo e tento di chiuderla battendoci sopra con un sasso, oppure nascondo la testa sotto la sabbia come gli struzzi e spero che regga fino a casa? Ovviamente, la mia natura previdente e saggia mi porta diritta verso la seconda opzione. In fondo, da Sommariva Perno a casa ci sono venti km di falsopiano in discesa; dovrebbe farcela... E, se anche non dovesse farcela, la distanza è tale che posso tornare tranquillamente alla mia umile dimora a piedi! Spero solo che il buon Mik non abbia voglia di fare il matto anche nell'ultimo tratto... Per fortuna no: mosso a pietà – o forse preda, pure lui come me, dei morsi della fame? - viaggia a velocità umana, tale da permettermi di non tirarmi troppo il collo. Mestamente ci avviamo alla conclusione del nostro viaggio, in compagnia delle nostre ombre sempre più lunghe; Ceresole, il viale d'ingresso a Carmagnola... Io ci sono, per me è fatta. Non lo invidio, povero Mik: a lui toccano ancora 15 km... Di pianura!

domenica 19 ottobre 2008

Uicchènd in Langa, 18/19 ottobre 2008 - primo giorno

Tutta la settimana a godermi i raggi del sole sulla schiena, seduta alla scrivania dell'ufficio, accanto alla finestra: ma naturalmente, oggi che è sabato mattina, metto il naso fuori di casa, poco dopo le otto, quando manca poco al momento di saltare in sella... E tutto quel che vedo è il grigio del cielo e la pioggia. Poche gocce, per carità, ma pur sempre pioggia. Non è possibile, porcaccia miseria... L'ho meditato e coccolato tanto, questo fine settimana in bici su e giù per le colline di Langa, e rischia di andare tutto a ramengo. Richiudo la finestra, sconsolata. Arriva un messaggio sul cellulare da Luca, che annuncia il MeteoLanga: lui che vive lassù, ha un punto di vista privilegiato. Dice che non piove: è già qualcosa; qui qualche goccia vien giù. Ma quel che più mi lascia interdetta è che son quasi le otto e mezza e ancora nessuna notizia da Mik. Non riesco a capacitarmene: pioviggina, fa freddo, si respira aria quasi liquida... E se lo conosco almeno un pochino, non è proprio possibile che sia partito! Eppure, a quest'ora dev'essere partito per forza... Che invece si sia svegliato ed abbia saggiamente pensato, vista la giornata, di girarsi dall'altra parte e ripiombare tra le braccia di Morfeo? Presa dallo sconforto, quasi rassegnata, gli mando un messaggio per chiedergli quale sia stato il suo destino; poco dopo, in risposta, Bip Bip, il trillo del cellulare. Esito un attimo a cliccare sulla bustina chiusa sullo schermo... Poi mi decido, in fondo il colpo di grazia è pur sempre meno doloroso di una lenta agonia, l'agonia del mio sospirato miniviaggio, in questo caso. I cerotti vanno strappati via con un colpo secco! Leggo... E faccio un salto di gioia: "Arrivo". Non ci posso credere... Non trovo una spiegazione scientifica a questo fenomeno... Sfugge a qualsiasi legge fisico-matematico-astrofisica... Ma non importa, si parte lo stesso!!!
Sotto una lieve ma fastidiosa pioggia, ci avviamo, direzione Ceresole e Sommariva Perno. Mik ha indosso l'antipioggia, ma io preferisco evitare, almeno finché son poche gocce: rischierei la sauna. L'unica nota positiva è che il tempo uggioso scoraggia i vacanzieri fuori porta: per strada c'è ben poco movimento. Pare una giornata autunnale... In effetti, anche se io non mi ci sono ancora rassegnata, siamo nel pieno dell'autunno! E' tutto grigio, il cielo, i campi, gli alberi quasi spogli, tutto dello stesso tristissimo colore. Tutto tranne il mio umore, che fa l'arcobaleno. Il meteo secondo Luca prevede, nel corso della giornata, un miglioramento, nel senso che dovrebbe almeno smettere di piovere: e non c'è nulla di più facile che convincere me medesima di qualcosa di cui voglio, con tutto il cuore, essere convinta. Migliorerà, non c'è ombra di dubbio; intanto, pedaliamo. L'allegria mi si trasmette ai pedali, perché a Ceresole il rilevatore di velocità dice "25 km/h": che exploit, di solito per me si ferma a 22-23!
E' a Ceresole che guardo giù e vedo il portaborraccia desolatamente vuoto... Porcaccia miseria, ho preparato la borraccia e l'ho lasciata a casa sul tavolo... E mo'? Meno male che non fa caldo; in qualche modo me la caverò, prenderò una bottiglietta in qualche bar, berrò alle fontane, pazienza, non torno certo indietro.
La pianura fino a Sommariva è l'ideale per il riscaldamento, ma non vedo l'ora di levarmela di torno: si passa il paese, giù per la prima stradina a destra ed eccoci in direzione Pocapaglia. Già qui la pacchia finisce e Mik va in fuga... Scena che si ripeterà altre millecinquecento volte da qui a domani sera!
Se non altro, sembra aver smesso di piovere. Da Sommariva, il colpo d'occhio sulle colline è comunque suggestivo, anche se, alle gradazioni di verde che si possono ammirare nelle giornate di sole, oggi si sostituiscono tante sfumature di nebbia, contorni appena accennati, sfumati. Pocapaglia, Pollenzo, ponte sul Tanaro, e finalmente il bivio per La Morra ci proietta in un altro mondo. Più niente strada trafficata di fondovalle, solo vigneti e case isolate ed ancora vigneti. Mik parte all'assalto, come al solito; lui non le percorre, le salite, le aggredisce, via, agile come un gatto. Io mestamente comincio a pensare che, per quanto abbia cercato di ridurre lo zaino ai minimi termini, ci ho comunque messo dentro troppa roba. Questo dannato pesa! Aggiungi poi il peso della borsina da bici (con dentro otto fagottini al cioccolato), della bici stessa e del voluminoso posteriore della proprietaria... E vabbuò, in fondo sono qui per far fatica.
La frazione Rivalta, le nocciole, le viti, la nebbia... La nebbia? Com'è possibile, non c'era nebbia a Carmagnola che è la capitale mondiale della nebbia, e c'è qui sulle alte vette, dove non si vede mai?
Arranco sull'ultima rampa dopo la rotonda: all'incrocio, in fondo, trovo Mik e Luca che nel frattempo s'è aggregato. Passo loro accanto con il terrore che abbiano meditato qualche saggia decisione contro il mio giro... Ma nulla, anche stavolta sono smentita; giù in discesa verso Santa Maria e Gallo. Non è che piova, ma c'è una nebbia fitta che ha lo stesso effetto, infradiciare i vestiti e rendere la frenata difficile. Gli occhiali, li ho già levati e messi nel borsello in salita, tanto sono inutili. Così, adesso, i contorni indefiniti non sono più solo colpa della foschia, ma anche del fatto che non vedo un accidente. Va bè, più o meno vedo la strada, grazie soprattutto alle linee bianche di lato. Tutto il resto mi appare un po' come quei quadri, non so di che epoca, autore e con che tecnica – lo so, sono gnorrrante, e allora? - quei quadri, dicevo, fatti tutti a puntini, o quelli in cui il paesaggio è dipinto a macchie di colore non ben definite. Più o meno sopravviverò.
A Gallo, svolta a destra, augurio di orribile fine ad una madama che mi taglia la strada per parcheggiare, e poi, passati i vigneti di Fontanafredda, che sono, credo, disegnati con la riga e la squadra, tanto sono belli, ordinati, curati, si va a Monforte dalla frazione Castello. Un po' di fondovalle e poi su per le rampe, sempre in mezzo alla nebbia, che paradossalmente si fa più fitta man mano che si sale di quota. Rampe con pendenza a doppia cifra, la casa "a righe" di proprietà di una famiglia olandese, le pere schiacciate a terra, Mik e Luca che sono solo più due puntini lontani. Io di più non posso, e poi la giornata è lunghissima!
Li ritrovo al bivio per Monforte, sulla strada che sale da Castiglione Falletto. Centro paese, un po' di pavè, poi giù verso Dogliani: discesa ampia ed abbastanza facile, persino per me; mi preoccupa solo un po' il fondo umidiccio e qua e là sporco di terra e fogliame. A Dogliani svoltiamo a sinistra, destinazione Cissone e Serravalle Langhe.

I primi tre o quattro km dopo il bivio sono in mio incubo... Un falsopiano in salita dove vedo regolarmente i sorci verdi. Mi distraggo con un bombolotto al cioccolato, tra l'altro piacevolmente arricchito con un po' di rhum che, si sa, è l'ideale per l'attività fisica intensa, ma non basta. Soffro ed imploro l'arrivo della salita, che finalmente giunge: così prendo il mio passo e via. Chissà dove sono già, i due satanassi. Spariti nel nulla da un po'! Indago scrutando i bivi; ci sono almeno altre due strade per salire a Serravalle, e prima o poi andrò a cacciare il naso! Oggi però non è il caso. Risalgo lentamente verso la nebbia, con la sgradevole sensazione dello zaino che, oggi più di altre volte, pesa. O forse non è lo zaino, è l'umido, è l'uggia di questa giornata appiccicosa e fredda. Sì, perché la temperatura non credo proprio sia bassa, anzi, ma manca il sole che scalda un po' la pelle ed il cuore. Mi sembra quasi che abbiano aggiunto qualche tornante! Poi Cissone, con quel meraviglioso edificio del Residence Radice Verde, che ci vorrebbe un premio per chi ha elaborato e curato un progetto di ristrutturazione del genere: ogni volta che ci passo, resto a bocca aperta.

Ancora un po' di salita ed arrivo a Serravalle, dove ritrovo Luca e Mik nascosti da chissà quanto sotto un tetto.
Luca mi cede una delle sue due borracce; fin qui non ho toccato acqua, ma effettivamente adesso ne sento la mancanza! Poco più avanti, a Pedaggera, centriamo a fatica, nella nebbia, il bivio con la strada che va verso Serralunga; strada che lasciamo poco più avanti, svoltando a destra verso Costepomo. Discesa lunga e fredda, che mi fa un po' paura per la sensazione di scivolare nei tornanti con fondo bagnato; davanti a noi dovrebbe esserci il castello di Serralunga... Dovrebbe! Anzi c'è di sicuro, ma non si vede. Poi la salita di Albaretto: ho perso il conto delle volte in cui l'ho percorsa, è troppo troppo bella. Infatti, avevo pensato anche di imboccare l'altra strada, quella che sale da Lesme... Ma poi la ragione del cuore prevale. Cartello 18%, i compari schizzano via, io arranco sotto il peso dello zaino; ormai potrei chiamare per nome i sassi, qui; so già perfettamente dove, come e quanto soffrirò! L'umidità è davvero tremenda, rende difficile persino respirare. L'agriturismo, ancora vigneti, poi un attimo di respiro, ancora un paio di rampe, ancora respiro, l'ultimo strappo e sono nel paese, sotto la torre; un paio di km dopo, ecco il bivio ed ecco i due fuggitivi, fermi, come al solito, in paziente attesa. Io davvero non so come facciano... Ovviamente sono contenta, contentissima che abbiano aderito al viaggio; però mi chiedo, al posto loro... Io che odio metter piede a terra quando pedalo, e lo faccio volentieri solo quando poi da terra lo sposto sul pavimentodi una panetteria, non potrei nemmeno concepire di pedalare così! Aspettare qualcuno, ma neanche per idea: darei di matto dopo due salite! E poi, peggio che mai, io non mi faccio aspettare solo in salita; mi stacco anche in pianura ed in discesa... In fondo, meno male che non c'è nessuno che vada più piano di me!

A destra, Pedaggera, a sinistra, discesa al torrente Belbo, bellissima strada in mezzo al bosco ed a poche abitazioni, anche qui ho già consumato le ruote. Ponte sul Belbo e breve ma cattiva risalita: si vedrebbe tutta la vallata, di qui... In teoria!
Approfitto per mandare qualche messaggio, così dimentico un po' la fatica; arrivo su e subito giù verso Torre Bormida. Da qui in poi, mistero: ci son già passata parecchie volte, ma sempre in compagnia di qualcuno che conosceva il luogo; quindi, non mi sono mai preoccupata di studiare le direzioni. Ma oggi c'è Luca, ci pensa lui!

Bellissima anche questa vallata, più selvaggia, boscosa. Poco fondovalle, in cui mi sforzo, con miseri risultati, di tener la ruota di Luca; poi, come una liberazione, il bivio per Levice e Bergolo. Salita dolce, un po' di tornanti; cosa ci sarà dietro il prossimo, mistero: solo e sempre nebbia. Qualche km e poi uno stop: e mò? A destra Prunetto, a sinistra Bergolo. Ricordavo di doverci passare, a Bergolo, ma... Meglio controllare la carta. No, effettivamente la mia idea originaria contemplava una strada che da Torre Bormida avrebbe dovuto portare a Bergolo e poi Levice, ma mi sa che non abbiamo fatto quella salita. In ogni caso, devo andare verso Prunetto, adesso; ci sarà poi un bivio verso sinistra per scendere a Castelletto Uzzone.
Da qui in poi, è solo nebbia: non posso vedere altro che il bordo della strada; non posso fare a meno di sentire la fatica. Non riesco ad essere serena; faccio tanta fatica, ma penso che molto sia dovuto a questa strana tensione, colpa della pioggia, della nebbia. Spero almeno che quelle pochissime auto di passaggio mi vedano. Intanto guardo a sinistra, ma di bivi nemmeno l'ombra, se non qualche minima stradina che va a perdersi chissà dove. Eppure sono già a Prunetto, e non avrei dovuto arrivarci! Procedo ancora, chissà che fine han fatto Luca e Mik? Stà a vedere che ho sbagliato strada, o che loro han trovato quella giusta...

Li ritrovo in paese, fermi in preda ai miei stessi dubbi. Ci avviamo in discesa, superiamo un bivio che indica Gottasecca: ma no, allora è tutto sbagliato! A Gottasecca avremmo dovuto arrivare da Pezzolo, quindi dal fondo della valle Uzzone, alla nostra sinistra... Rapido consulto della carta: abbiamo mancato quel famoso bivio, però possiamo sempre rimediare, salendo a Gottasecca da qui. Non ho idea di come sia, la strada: bella, dissestata, facile o ripida... Lo scopriremo solo vivendo. In effetti è una salita suggestiva, che alterna strappi severi a tratti di falsopiano ed anche discesa. Non so quanti km ci siano fino a Gottasecca; non riesco a rendermi conto delle distanze, con questa nebbia. Le gambe sono un po' refrattarie; comincio ad essere stufa di quest'umidità che impregna le ossa!
Da Gottasecca, giù verso Monesiglio: da qui, Luca mi fa notare che in 20 km si potrebbe arrivare comodi comodi a Cairo Montenotte, meta del nostro viaggio... Certo, la tentazione del lettuccio e della doccia calda è forte, ma suvvia, siamo uomini o caporali? Ancora almeno una salita...

Da Monesiglio avevo programmato di salire verso Mombarcaro da Noceti, via ripida assai e cattiva: ma è una stradina remota, a quest'epoca certo coperta di foglie che, con la pioggia, formano un tappeto scivolosissimo. E poi l'asfalto è, o almeno era, l'ultima volta che l'ho percorsa, in pessimo stato... Mah, meglio non cercare guai. Meglio salire verso Mombarcaro dalla via tradizionale. Sarebbe anche bello andare fin su al paese: ma oggi, con questa nebbia, il panorama non esiste di sicuro; in più, è già abbastanza tardi, conviene darsi una mossa ed avvicinarsi a Cairo, pena il rischio di arrivare con il buio.
Qualche km di salita bella, ampia, regolare, che ogni volta mi piace un sacco, poi a sinistra, breve discesa, altra salita, un po' di km su strada in cresta, ampia: qui sì, ho il terrore che le auto non ci vedano, perché stento persino io a vedere Luca, poco più avanti. E ci vuole un sacco di tempo perché la strada cominci finalmente a scendere, verso Camerana e poi Saliceto. E qui, davvero, ho solo più voglia di arrivare. A Saliceto, approfitto di una sosta dei miei due colleghi per prendere un po' di vantaggio: ma è falsopiano, odioso falsopiano, che mi fiacca nelle gambe e nel morale. Cengio: qui dovremmo trovare, sulla sinistra, un bivio per Rocchetta Cengio, strada che ci porterebbe direttamente a Cairo passando su per la collina. Ovviamente, però, non c'è uno straccio di indicazione, così ci ritroviamo nel caos insopportabile di Millesimo. Consulto alla carta; mi sforzo di mantenere un contegno, ma mi vien male quando vedo ciò che ci tocca fare: Carcare, Cairo. Sarà che non ho l'abitudine a leggere le carte, ma ho la sensazione che mi attenda ancora una valanga di km, per giunta su strade trafficatissime. Panico... Vera disperazione quando, attraversato il centro di Millesimo, non senza provare un moto di odio profondo verso la folla, le auto, tutto! Sono proprio alla frutta... 7 km a Carcare, inizia un tratto di salita sulla strada statale: mi sembra d'esser sul Mortirolo, una fatica dannata, le gambe che non girano più, gli occhi che, dopo ore senza occhiali, non mettono più a fuoco nemmeno quel poco che vedevano fino a poco fa... Non ci arriverò mai, a Cairo, no, se sono sette km così, io do forfait, mi accampo qui a bordo strada! Sto maleeee!!!

Per fortuna, la salita finisce abbastanza in fretta; conto i km che mancano a Carcare sui cartelli segnaletici... 4, 3, 2... E' quasi buio quando arrivo ad una rotonda e becco Luca, in questo caso San Luca direi, che mi indica la retta via. Non riesco più a leggere le indicazioni nemmeno incollando il naso al cartello.
Da qui manca davvero pochissimo: mi pare di scorgere un "Cairo 4"... Speriamo che sia 4 e non 14, questo posto orrendo e caotico mi sta dando ai nervi. Eppure no, son proprio quattro; passiamo San Giuseppe, e se non ricordo male esiste un San Giuseppe di Cairo, quindi ci siamo. Quasi.

Non ci risparmiamo un po' di su e giù turistici per il paese: già, in teoria io so benissimo dove stia l'agriturismo... Ma in pratica no, niente affatto! La direzione è quella per Cortemilia; maciniamo ancora un paio di km, che a me sembrano duecento... Poi decidiamo che forse è meglio chiedere lumi: Mik si fa carico dell'ingrato compito e fa irruzione in un ristorante. Ci siamo, è la strada giusta: scopro qui che l'agriturismo si chiama "Cascina del Vai", è poco più avanti, un km o due, ormai ho perso la nozione delle distanze. O meglio, poco più avanti è il bivio: poi c'è ancora un ultimo km su una stradina minuscola, stretta, con due rampe tali che medito seriamente di metter piede a terra. Non c'è niente da fare, ormai nella mia mente la salita era finita; non ce la faccio proprio più! Ma dove cavolo è appollaiato 'sto agriturismo? Ci sono le luci lungo la strada, tanti lampioncini, ma non finiscono mai!

Quasi un miraggio, ecco l'edificio, anzi gli edifici: nonostante la fatica ed il buio – eh sì, ormai è buio pesto, abbiamo rischiato, siamo giunti a destinazione al pelo! -, non posso non notare che questo posto... E' una meraviglia! Una splendida scalinata in pietra che unisce diverse piccole costruzioni. Entro nel locale principale, mi investe un meraviglioso tepore di caminetto; poi il titolare mi accompagna alla camera: anche qui, caldo, caldissimo... Basta già questo per riprendermi un po'.

Parcheggiamo i potenti mezzi sotto una tettoia; doccia e pennichella: non me ne rendo nemmeno conto e mi addormento di brutto! Però il languorino è troppo forte; credo che la pancia brontoli al punto tale da svegliarmi. Ci trasferiamo in blocco a tavola: qualche antipasto ed un meraviglioso piatto di gnocchi verdi col formaggio, per me; sono piena...
Non si può dire che siamo loquaci, decisamente no: sarà che la dura vita del ciclista "da viaggio" porta ad apprezzare i silenzi e la solitudine; sarà che io non credo affatto che un silenzio vada riempito per forza, quando non ci si sente di dir nulla; sarà anche che siamo un po' cotti, almeno io, e quindi un po' poco reattivi, come le lucertole quando comincia a far freddo. Però, condivisa una bella giornata, si condivide anche una godutissima cena, e poi via. "Andate già a dormire?", ci chiede stupito il cuoco. Chissà cosa pensano di noi: gente che va in giro da queste parti e non beve il vino, gente giovane che alle nove e mezza si inuma sotto le coperte... Ma noi oggi abbiamo duramente lavorato, e domani sarà almeno lo stesso!
Vorrei fare due passi digestivi, ma non ce la posso fare; fa troppo troppo freddo! No, meglio una ritirata strategica... E mentre i miei due compagni d'avventura seguono in TV un documentario terroristico sui vulcani, io che come sempre sono proprio zotica mi abbatto sul materasso... Poco rispettosamente, senza neanche augurar la buona notte, entro in coma e adiòs! 185 km, 2.900 m di dislivello che, fatti così, un continuo su e giù, mi sfiniscono più di un giro con dislivello doppio su lunghe salite e lunghe discese di montagna; insomma, ho una buona scusa!

giovedì 16 ottobre 2008

12 ottobre 2008 - Trail dei Tre Comuni

"Tranquillo Matteo, io vedo di arrivare per tempo; li avviso io, quelli che distribuiscono i numeri, che tarderai un po'...". Le ultime parole famose. Quando parcheggio la Opel al Santuario di Albisola, è talmente tardi che non solo Matteo è già arrivato e si è già ritirato il numero di gara, ma addirittura non faccio più in tempo a ritirarlo io! Meno male che posso ancora sistemare la faccenda domattina, dalle 4 alle 5. Povero Matteo, mai una volta che possa contare su di me! Nemmeno per moltare la tenda: sarà che sono particolarmente lenta di comprendonio, ma ho già assistito alla procedura almeno un paio di volte e non riesco proprio a capire com'è che funziona quell'aggeggio! Meno male che non lavoro nell'edilizia...

Pazienza, in un modo o nell'altro, la tenda sta su e la sveglia suonerà domattina alle quattro e un quarto. E questa volta, nonostante siamo in mezzo al prato del Santuario, non sembrano esserci campanili importuni, come a Cantalupo... C'è solo un cane che abbaia forsennato in lontananza, ma a me i cagnoni non danno fastidio, anzi! Però... Perché siamo al mare e fa questo freddo? Checché ne dica Matteo, io sto ibernando; se poi aggiungiamo il fatto che ho anche un certo languorino... Sarà una lunga notte!

Infatti, di tanto in tanto mi sveglio, chiedendomi perché il cellulare non abbia ancora dato segni di vita; intorno al Santuario c'è già movimento, gente che va e viene, perché i percorsi non competitivi consentono partenza libera dalle 4: ovvio che i partecipanti siano già in circolazione con anticipo! E poi, com'è ovvio, non appena mi addormento bene, ma proprio bene... Zac, trilla il cellulare di Matteo, battendo in volata il mio. Soliti grugniti da risveglio dell'orso, solita domanda di rito: "Ma chi me l'ha fatto fare?". Anni e anni, ed ancora non ho risposta...

Filo al recupero del numero di gara, mentre Matteo smonta l'abuso edilizio in quattro e quattr'otto. E' sereno, con tanto di luna e di stelle! Ed io son già terrorizzata... Chip alla caviglia; il pettorale invece fila in tasca: non ci sono le spille nella busta, ma non importa, non è fondamentale. E' più importante invece far colazione: ingoio con l'imbuto i due etti di pasta che ho cotto ieri e che adesso, ovviamente, sono un blocco unico colloso e freddo. Ma mi convinco che sono carboidrati e mi faranno bene! Certo che la pasta di Matteo ha un aspetto più appetitoso... Avrei anche qualcosa di dolce, ma proprio non ce la faccio a far colazione a base di dolci. Devo avere qualche gene dei Paesi del Nord, vista l'affinità con la loro colazione tradizionale! Non mangio wurstel alle quattro del mattino, ma solo perché son vegetariana.

Mi aggiro per il cortile del Santuario, senza meta e con la solita agitazione che cresce. Tanti corridori sono in canotta e pantaloncini corti, mentre io batto i denti per il freddo; tanti, soprattutto, si presentano al via senza zaino: al massimo, una cintura portaborraccia... Mi domando come facciano: io mi porto dietro la casa, come le chiocciole; anche oggi sono perfettamente attrezzata per la pioggia ed il freddo, nonostante le previsioni meteo che assicurano sole e tepore. Non parliamo poi delle scorte di cibo!
Mi guardo intorno e, poco lontano, scorgo due persone che credo di riconoscere come i vincitori di un altro mega trail di due settimane fa, Le Porte di Pietra: tale Barnes e consorte, di cui non ricordo il nome. Ormai comincio ad imparare nomi, luoghi e talenti! Cavoli, che coppia... Chissà che figlio verrebbe fuori da due così! O magari è già nato, questo non lo so. Mah, poi la natura a volte fa scherzi strani; magari cresce un sarchiapone che passa le sue giornate a giocare alla Playstation e mangiar patatine!

Matteo sembra molto più tranquillo e rilassato di me. Ma non resta molto tempo per preoccuparsi: senza alcun preavviso, mentre la gente è ancora sparpagliata per il cortile, vien dato il via: tutti schizzano come saette verso la prima salita. Ci provo anch'io, ma, come sempre, l'avvio per me è drammatico: cuore che batte all'impazzata, fiato che manca, bruciore in gola, il tutto peggiorato dall'ansia di essere già quasi ultima. Qualcuno rimane, dietro di me, ma per poco: passata la rampa iniziale, devo cedere il passo, onde evitare di far da tappo nei primi tratti di saliscendi. Mi rendo conto appieno oggi di un'altra difficoltà seria: la mia vista notturna, che è davvero scarsa ed è un ostacolo non da poco. Faccio molta fatica a mettere a fuoco ciò che guardo, che, ad esempio oggi, è di volta in volta il sasso su cui posare il piede, la prossima curva nel sentiero, il bastoncino rifrangente che segna il sentiero. Sarà che oggi, tutto sommato, sono un po' più tranquilla: fatto sta che ho modo e tempo di accorgermene. La salita è proprio l'unico terreno su cui me la cavo benino, ma discese e tratti in piano sono una disgrazia, soprattutto se percorsi di notte. Infatti, in breve, sono sola, solissima e staccata. Riavvicino le voci quando la strada impenna un po', le sento allontanarsi quando la pendenza si inverte; non riesco a valutare, nel buio della notte, la distanza. Notte, che parolone: non è così presto, in realtà; è solo che faccio fatica ad abituarmi ai ritmi autunnali della natura!
Seguo le frecce rosse, in realtà senza troppa convinzione: non mi sono nemmeno premurata di controllare quale fosse il colore abbinato al percorso da 65 km! Non sono poi così sicura di essere sulla strada giusta... Ma ormai sono qui, inutile che mi preoccupi: che sarà, sarà!

Al termine di una breve discesa, si raggiunge un paese, di cui ignoro il nome: come al solito, non ho la minima nozione di dove mi trovo. Curioso, passiamo proprio sulla porta di una casa: chissà come saranno stati contenti, gli abitanti, di assistere, loro malgrado, al passaggio di un bel po' di rumorosi escursionisti già ad ore antelucane! Ancora scalini e si scende giù, nella piazzetta e nella "civiltà", dove i solerti volontari vigilano affinché gli insonnoliti camminatori non si facciano stirare da qualche auto di passaggio. Poi una rampa asfaltata, dove recupero alcuni dei compagni di marcia – che però, se ho ben capito, si limiteranno al percorso corto: è giorno, ormai. Non dovrebbe mancare molto al primo ristoro; tra i rami del bosco filtrano i primi raggi, che cerco, invano, di immortalare in una foto... Beh, già non sono proprio un fenomeno come fotografa; figuriamoci poi se pretendo di scattare senza nemmeno fermarmi! Vorrei un'immagine "ad effetto" con il raggio di sole che buca le foglie dei cespugli... E invece scatta ostinatamente il flash, che non riesco a disattivare; risultato, sullo schermo compare solo il cespuglio, ovviamente. Va bè, per questa volta non lo catapulto giù nel burrone, questo malefico aggeggio, anche perché non c'è alcun burrone a portata di lancio. In compenso, recupero lungo il sentiero un bel pile nero a manica lunga The North Face: cavoli, che nervi per chi perde un capo del genere! Lo recupero, ripromettendomi di lasciarlo al prossimo ristoro.



Fino a poco fa, quand'era buio, l'autunno non si vedeva: si percepiva, solo, nel crepitio del tappeto di foglie secche ad ogni passo. E naturalmente negli spari implacabili dei cacciatori, maledetti. Adesso, invece, nel sottobosco si vede in tutta la sua bellezza, anche se è una bellezza triste: colori tenui, grigio, marrone, qualche funghetto qua e là. Animali, oggi, nulla, nemmeno uno scoiattolo, un cinghialotto: ma forse c'è troppa gente, troppa confusione.

Trottando trottando – di correre per me non se ne parla nemmeno – arrivo a Stella San Martino: primo punto di ristoro. E c'è LEI... Finalmente lei... La Coca Cola!!!! Tracanno due bicchieri, con somma golosità. Fame no, per ora niente; prendo un pezzo di banana e due quadretti di cioccolato, che mi sforzo poi di buttar giù lungo la salita successiva. E dimentico, ovviamente, di consegnare il pile raccattato prima. Pazienza, ci penserò più avanti. Saluto, riprendo a salire in mezzo al bosco, cauta come sempre: la strada è ancora lunga. Riacchiappo qualche collega di fatica; una ragazza mi chiede quanta strada abbiamo percorso: boh... Non so risponderle; non conosco il percorso, non ho nemmeno guardato la carta, in poche parole non ho idea di dove mi trovo! A che servirebbe? Tanto, devo seguire i segnali finché ci sono. Quando non ne vedrò più, vorrà dire che sono giunta al capolinea!

Si esce dal bosco per raggiungere la cima di una collina erbosa; giù dall'altra parte, si percorre un tratto di strada carrozzabile, dove trovo un paio di volontari dell'assistenza a cui consegno il pile perduto; poi procedo, sempre camminando di buon passo, tipo marcia, ma senza mai sognarmi di correre. Guadagnerei ben poco in velocità, se corressi, e di certo mi giocherei le gambe. No, questo è un tratto ideale per prendersela calma, godendosi la vista intorno che, nonostante un po' di foschia, è spettacolare. Sono bellissime e suggestive persino le tre eliche di un impianto eolico, imponenti per la loro altezza. Ce le abbiamo proprio sopra la testa, in una curva.



Peccato per il viavai dei fuoristrada dei cacciatori: l'unico lato piacevole di questi ignobili individui è la presenza dei loro cani, che abbaiano quando la vettura sorpassa un corridore. Figuriamoci... In tratti come questo, anche i più scarsi corrono come saette; chissà che distacco ho già, dal resto del mondo. Ma non m'importa, oggi meno che mai.

Il bivio tra i percorsi corto, 45 km, e lungo, 65, arriva all'improvviso a spazzar via ogni mio dubbio circa il fatto di essere sulla strada giusta o meno. I corridori del corto tirano dritto, mentre noi del lungo, o meglio io, al momento ultima superstite, vanno su verso destra. Non ne ho coscienza, ma questo è l'inizio della salita più lunga, quella che va su al Beigua. Più lunga, ed anche più bella, a maggior ragione proprio per il fatto che sono completamente sola. Salgo in mezzo al bosco che quasi forma, in molti tratti, una vera e propria galleria; affondo i piedi in un morbidissimo tappeto di foglie secche, vedo i raggi di luce limpidissima filtrare attraverso i rami, come tante lame sottili fino a terra. Raggiungo un ponticello in ferro, dall'aspetto poco rassicurante: già, mi ricordo che, in partenza, lo speaker aveva accennato proprio ad un ponte poco dopo la biforcazione dei percorsi. Ci passo con cautela, poi via sul sentiero, che ormai, più che un sentiero, è una traccia di foglie calpestate in mezzo a foglie secche ancora integre. Non ci metto molto a rendermi conto che questo luogo ha qualcosa di magico. Foglie sotto i piedi e fronde sopra la testa, tanto che quasi il cielo non si vede più; la luce che filtra qui sotto è attenuata, così come sono ovattati i rumori, lo scroscio del torrente che scorre alla mia destra. Bellissimi i colori, davanti a me ed alla mia sinistra il marrone delle foglie, a destra il grigio scuro delle rocce bagnate. La salita non è mai ripida; permette di godersi tutto questo con calma, tant'è che ad un certo punto mi rendo conto di aver perso, per chissà quanto tempo, la cognizione di essere nel corso di una gara, o perlomeno in lotta con un tempo massimo. Complice anche la solitudine, sto camminando come se fossi sola davvero, come se stessi facendo una passeggiata. Il sentiero è evidente per un po'; poi, la traccia è data solo più dai segni rossi sui tronchi degli alberi, che mi fanno andare a zig zag senza una logica apparente, tanto che non riesco in alcun modo a capire, guardandomi intorno, a che punto della salita io mi trovi, quanto manchi alla fine. Si sale per un'eternità in questo bosco che sembra pulito e curato tutti i giorni da un giardiniere: solo foglie per terra e tronchi d'albero, senza arbusti, cespugli, senza "corpi estranei" a turbare quest'armonia perfetta di terra ed alberi e cielo, come un salotto con pochi elementi d'arredo, ma raffinati. Chissà se è così per natura o se viene appositamente curato e pulito? Mah, chiederò lumi.

Ad un certo punto, però, la meraviglia lascia spazio ad un'improvviso quanto intenso senso di insofferenza. Questa salita è interminabile: e non è certo la salita in sé a disturbarmi così, quanto il fatto di non riuscire a capire dove sto andando, di non intuire una direzione e di non vedere una meta. Il disagio si ripercuote subito sulle gambe, in un senso di pesantezza... Tant'è che di lì a poco incontro un corridore, seduto su un tronco abbattuto ed intento in uno spuntino, e sbotto: "Se continuiamo a salire così, qui arriviamo come minimo a Cervinia!!!". Per fortuna, è quasi fatta... Con mia grande sorpresa, l'itinerario va a sbucare su una strada asfaltata, nient'altro che la strada che avrò percorso almeno una decina di volte in bici! Eh già, lì ci sono le orrende antenne che contraddistinguono la fine della salita al Beigua. Nel tratto di strada asfaltata mi supera un ciclista in mountain bike: un po' lo invidio, le vorrei anch'io le ruote, adesso!

Sbuco in vetta e trovo due volontari che mi indicano il ristoro poco oltre. C'è un monumento, che non alzo nemmeno lo sguardo per vedere; alcune attempate turiste che parlano di un conoscente comune, in termini non proprio lusinghieri, visto che gli danno più volte del belinone... Mi vien da sorridere, si sente, che siamo in Liguria! Al banchetto del ristoro, mi avvento, come al solito, sulla Coca Cola, e faccio il pieno di acqua e sali. Anche qui, niente fame; prendo una banana ed una marmellatina, che, nella successiva discesa, ingoio come le oche, più per forza che per voglia.

Pure questa discesa sarebbe più che corribile, ma anche qui, non mi azzardo nemmeno, a provare. Vado giù di buon passo, anche se, nei tratti in cui il fondo è coperto dal fogliame, ho difficoltà non da poco a stare in equilibrio. Di lì a poco, mi raggiunge il corridore bresciano che ho incontrato quand'era fermo nel bosco: è evidente che lui, in discesa, se la cava meglio di me. Poco male, guadagno un'altra volta l'ultima posizione.



La discesa fino a Giovo è lunga, interminabile, anche perché, complice forse la stanchezza che comincia a farsi sentire, la digerisco davvero male. In un sacco di punti fatico a mantenere l'equilibrio, inciampo di continuo, fino a che, messo malissimo il piede in appoggio, scivolo e batto malamente la schiena ed il ginocchio destro. Puro dolore... Resto qualche istante a denti stretti senza fiato, poi pian piano mi rialzo in piedi: beh, almeno sembra che sia tutto ok... Riparto bestemmiando in aramaico antico, sforzandomi di pensare ad altro finché il dolore non si attenua e si fa dimenticare; via, di buona lena, fino al ristoro di Giovo, all'interno del cortile di un locale, credo un bar. Mi chiedono se ci sia ancora qualcuno dietro di me... No, chi volete che ci sia di più scarso? Se non altro, magra consolazione, scopro di essere in anticipo di mezz'ora sul cancello orario: buono a sapersi. Soliti due o tre bicchieri di Coca, solito pieno alla borraccia e via: un km di strada asfaltata, su cui ovviamente non corro – neanche qui!!! - e poi su a destra, lungo un sentiero. Con soddisfazione vedo che quello che ho adottato come il mio "rivale" del momento è lì, davanti, a pochi passi; però, più che il combattimento all'ultimo sangue, in questo momento mi interessa riuscire a far la foto... Ai bucaneve!



Siamo ad ottobre e qui c'è una splendida distesa di bucaneve lilla, proprio quelli che nel mio giardino fanno capolino a marzo, talvolta a febbraio, negli anni buoni. Ce n'è uno ritto proprio nel mezzo di un gradino del sentiero: sembra quasi più grosso degli altri, bello, con il suo stelo bianco. Incredibile, è come se l'orda di barbari che è passata qui oggi avesse avuto per questo fiorellino, e chissà perché proprio per questo, un sentimento di rispetto. Quante persone, cinquanta, cento, quanti piedi sono passati qui, eppure nessuno l'ha schiacciato, nemmeno le suole dei primi, che di certo sono intenti a scannarsi tra loro e non hanno il tempo di badare ad un bucaneve lilla. Eppure...

Gli passo accanto anch'io, con cautela, e poi riprendo l'inseguimento del rivale. Siamo in salita, gli arrivo addosso in fretta; dopo di lui, altri colleghi dal passo un po' stanco ed appesantito: supero anche loro, a passo svelto, con i piedi che sembrano nuotare nel mare di foglie. Solo una ragazza bresciana decide di vender cara la pelle: accelera, approfittando del tratto di falsopiano, e non si lascia acchiappare. Quando la salita si fa più aspra, l'avvicino molto; quando la pendenza scende, lei guadagna vantaggio e se ne va. Per carità, non è che la cosa mi preoccupi più di tanto... Io comunque mi guardo bene dal forzare, perché non so quanta strada abbiamo fatto, ma davanti ce n'è ancora tanta! La ragazza bresciana con le trecce diventa però un'ottima lepre, da avvicinare in salita, da non lasciar scappare in discesa. Altra vetta, il Monte Greppino; altra lunga discesa e poi improvvisa risalita, dove finalmente acchiappo la mia rivale. Scambiamo qualche parola, ci chiediamo quanta strada manchi: ad un tratto, troviamo una jeep dell'assistenza e due volontari, a cui la Bresciana chiede dove si trovi il ricongiungimento dei percorsi lungo e corto. Ci informano che abbiamo superato quel punto già da un po' e che siamo già tornati sul tratto di sentiero comune ai due itinerari. Sagace... Io ovviamente non avevo alcuna coscienza del fatto che i due percorsi dovessero riunirsi né, di conseguenza, a che punto del lungo fosse il punto di ricongiunzione; avrei continuato a viaggiare nella mia beata ignoranza ancora per un bel po'. Invece la fanciulla, molto più attenta e preparata e logica di me, tira le somme: le strade si ricongiungono al km 46 del lungo; da lì mancano 19 km alla fine. Concludo io: se abbiamo passato quel punto già da un po', vuol dire che ce ne mancheranno 17, 16, giù di lì insomma!



Nel tratto di discesa, la ragazza prende rapidamente vantaggio. Mi raggiunge anche il collega del Beigua, pure lui più abile in discesa; però, poi, percorre un tratto insieme a me, chiacchierando un po'. La discesa è lunga e mitigata da tratti in piano; pur galvanizzata all'idea che manchi così poca strada, mordo ancora il freno e mi sforzo di non correre, perché 15 km sono pur sempre 15 km! Un altro volontario, lungo la discesa, ci informa che mancano 7 km ad Ellera, l'ultimo ristoro, e, da lì, 13 alla fine: ma no, allora i conti non quadrano... Ecco, lo sapevo, dannazione, sarebbe stato meglio se non si fosse avviato il toto-distanza, perché è odioso esser convinti che manchi un tot all'arrivo e scoprire poi che manca di più! Quest'ultima informazione, tuttavia, si rivelerà poi falsa e tendenziosa.

Passo accanto ad una casa, sotto una tettoia di fortuna che fa da riparo all'automobile, poi via verso il fondovalle, verso Ellera. Sono in compagnia di un gruppetto; la ragazza bresciana è poco più avanti. Quando mancano un paio di km al ristoro, raggiungo un corridore che, lì per lì, mi spaventa: muove passi brevissimi, trascinando le gambe con cautela, senza piegare le ginocchia; regge il proprio peso quasi completamente sui bastoncini... A me ed ai miei compari di viaggio spiega di avere le gambe tormentate dai crampi; non possiamo far molto, se non scendere ed avvisare al ristoro. Il podista infortunato, però, non pare poi così spaventato! Cavoli che nervi... E' qui che scopro, dai discorsi dei colleghi, che pare esserci stato un problema ad un ristoro, dove non c'era più acqua. Boh... Io quel ristoro non l'ho manco visto, non sapevo che dovesse esistere, e, ad ogni modo, ho ancora la borraccia mezza piena dopo il passaggio a Giovo. Non mi pare una mancanza così grave, anche se, a sentire i loro discorsi, pare una tragedia!

In quattro e quattr'otto, il sentiero scende ripido verso Ellera. Percorro un breve tratto della strada di fondovalle, poi a destra lungo la rampetta d'ingresso al paese, dove riacchiappo la ragazza con le trecce. Ho in corpo una sorta di euforia... Ormai so che, cascasse il mondo, è fatta. I volontari che sorvegliano il passaggio sulla strada ci salutano, ci incoraggiano ancora; un ragazzo con la maglietta gialla ci indica il ristoro, che per un pelo rischio di mancare, ormai lanciatissima su per una rampa in cemento. Anche qui, Coca Cola e poco di solido: mezza banana ed un formaggino mangiato più che altro per mettermi in bocca il gusto di salato. C'è un sacco di folla qui, ma che è, il raduno delle famigliole? Gli schiamazzi dei marmocchi mi gettano addosso un senso di insofferenza istantaneo... Per cui, rapida carezza ad un bassotto accovacciato in grembo al padrone, su una panca, e poi via, gambe in spalla! Questo tratto me lo ricordo, dalla 45 km dello scorso anno: c'è una rampa della miseria su strada asfaltata, che mi riprometto di venire prima o poi a provare con la bici. Acchiappo ancora un'anima, mentre ammiro gli ulivi ed il curioso cancello di un giardinetto, le cui ante sono formate... Da due di quei sostegni metallici dei materassi, fatti con le molle, che non saprei come si chiamano. Vorrei farci una foto, ma adesso non è il momento delle foto. La rivale con le trecce è dietro, al ristoro... Me lo pongo come piccolo personale obiettivo, non devo più farmi beccare! Ma qui sono in vantaggio; la salita è ripida su asfalto ed ancor più cattiva sul sentiero che segue: si marcia con il naso attaccato alla terra, come farà giustamente notare Matteo nel suo resoconto. Già, Matteo, a quest'ora avrà concluso da un bel po'! Chissà se me lo vedrò dinuovo spuntare incontro, come alle Porte di Pietra, mentre vado giù per l'ultima discesa? Mi piacerebbe, sì, sarei contenta di vederlo arrivare e sentirlo gongolare per il suo piazzamento, che, sono arcisicura, è ottimo. Ma oggi c'è anche sua mamma ad Albisola, che percorre il giro da 11 km; di certo non la mollerà giù da sola per venire su, tantomeno senza sapere a che punto io sia. Vabbè, pazienza. Salgo i gradini combattendo tra la voglia di balzare in cima e la consapevolezza che le gambe vanno risparmiate: al ristoro mi han detto che i km mancanti da Ellera alla fine sono nove, non tredici; comunque, sempre, nove km dopo averne macinati già cinquantasei. Cautela, Gian, almeno fino in cima. Il tratto ripidissimo si conclude presto; poi, la pendenza si attenua, pur con qualche strappo ancora su per le varie anticime – già, perché una salita non finisce mai laddove sembra dover finire! Ce n'è sempre ancora dell'altra, dopo... E' la bandiera che sancisce la definitiva conclusione delle fatiche. Ma non per me: mi aspettano cinque o sei km di discesa... E, se non voglio farmi riprendere dalla rivale, qui devo filare! Animo Gian, muovi le chiappe e vai: si vede il mare di qui, ma non è il momento di essere contemplativa. A questo punto, risparmiare i muscoli non mi interessa più; devo correre dovunque sia vagamente possibile, e comunque sbrigarmi quando non lo è. Giù a rotta di collo, senza troppo riguardo per le caviglie, troppa cautela per le storte; giù con un occhio al sentiero ed uno ai segni rossi, e mai un occhio dietro, per non vedere chi m'insegue, perché altrimenti è finita, mi demoralizzo.
Solo un momento di smarrimento quando trovo una freccia che sembra voler indicare una svolta a destra: ma lì c'è solo una vaga traccia di sentiero che scende nel canalone, mentre quello su cui sto filando è un sentiero ampio e ben segnato. Ma no, ho le traveggole; tiro dritto per la mia strada, scoprendo poi più avanti gli altri segni rossi. Maledico, solo per questa volta, i lunghi tratti in piano; correre qui mi costa una fatica ignobile! Ma ormai ci siamo quasi. Arrivo alle spalle di un corridore vestito di scuro: spontanea è la domanda, ma questo che ci fa, qui? Sì, perché ormai più o meno ho fatto l'occhio a riconoscere la struttura fisica di quelli che filano... E, per di più, questo qui indossa la maglia degli Orsi, che direi è una garanzia di velocità; ergo, che ci fa a quest'ora in questo punto dove sono anch'io? Non chiedo strada, lui accelera il passo; sospiro di sollievo da parte di entrambi quando, poco più sotto, compare il Santuario: ne approfitto per fargli presente, quasi a scusarmi di stargli così addosso, che sono in fuga e sto cercando di non lasciarmi raggiungere dall'avversaria... Mi spiega che oggi ha corso "per defaticamento" o qualcosa del genere: ah ecco, adesso sì che è chiaro. Bastano poche parole per farmi capire con che razza di elemento ho a che fare... Un personaggio che di corsa ha girato mezzo mondo!

Ormai è fatta: le voci della folla di corridori e familiari nel giardino del Santuario, la musica, il ponticello, ci siamo. Mi sforzo di mimetizzare un po' il mio aspetto disfatto, anche se non posso davvero dire d'essermi distrutta, anzi – e corro gli ultimi metri prima dello striscione: c'è Matteo, prontissimo, che immortala il glorioso passaggio sulla linea del traguardo. Sono contenta, sì, ma soprattutto sono ansiosa di sapere che cos'ha combinato lui: come volevasi dimostrare, settimo assoluto!!!
Io mi devo accontentare, modestamente, delle mie 10h 40' sui 65 km, e di sentire annunciare l'arrivo imminente degli ultimi, una ventina di minuti dopo, mentre, in auto, mi sto dando una veloce sistemata per poi ripartire e tornare a casa... Pazienza, l'importante è esserci stata! Appuntamento tra due settimane al Gran Trail Rensen e, come sempre, grazie a tutti coloro che lavorano sodo per permettere a noi bambini cresciuti solo nel corpo, ma non nel cranio, di divertirci così!

lunedì 13 ottobre 2008

Le Porte di Pietra 2008 - 28 settembre 2008

Non mi pare possibile che sia già passato un anno... 365 giorni da quando sono passata di qui l'ultima, nonché unica volta prima di oggi: uscita dell'autostrada a Vignole Borbera e strada tortuosa che passa in mezzo a questi mammelloni bianchi e pelati, dove l'unica vegetazione è fatta di cespugli che danno l'effetto delle chiazze sul mantello di un dalmata. E' banale, come osservazione, ma non c'è niente da fare, è proprio così: mi sembra ieri!

Solo che, un anno fa, era tutto diverso. Le Porte di Pietra 2007 è stato il mio primo trail, quando ancora non avevo un'idea ben definita di cosa fosse un trail. Ergo, in preda all'agitazione, avevo sbagliato strada almeno un paio di volte, prima di azzeccare la retta via per quel luogo, allora del tutto sconosciuto, che risponde al nome di Cantalupo Ligure. E dire che avevo anche chiesto lumi al casellante! Passavo di qui, l'anno scorso, con il timore d'essere in ritardo per la consegna dei numeri, di non trovare il centro sportivo, di non poter parcheggiare l'auto, insomma, un'accozzaglia di paure che si sarebbero poi rivelate assurde. E' che son fatta così, ho il terrore dei regolamenti; se leggo che bisogna presentarsi in un certo posto entro l'ora tale, è automatico, mi convinco che all'ora tale e quindici secondi troverò già la porta sprangata e addio!

Oggi no, oggi vado tranquilla, anche se la strada son riuscita a sbagliarla lo stesso, uscendo a Serravalle Scrivia anziché al casello successivo di Vignole Borbera. Va bè, poco male, c'è tempo.
Cantalupo è un paese addormentato, anche oggi: se non fosse per il pallone pubblicitario colorato che vedo sulla destra passando in auto, non si direbbe affatto che stia per partire una corsa: per carità, non ci saranno grandi numeri, ma almeno duecento persone, tra percorso lungo e corto, sì! E dove si sono imboscati tutti, che qui non c'è un'anima? Eppure il giorno della consegna dei numeri è oggi, senza dubbio!
Parcheggio la Opel nella piazzetta del Municipio ed addocchio il negozietto di alimentari: siccome questa mattina sono uscita in bici e nel primo pomeriggio ho sonnecchiato un'oretta e fatto un po' di pulizie, mi è mancato il tempo per fare un po' di merenda-cena; quella bella distesa di formaggi sotto il vetro del bancone fa al caso mio! Sono le sei e mezza, c'è tempo. In primis, si va a ritirare il numero di gara ed a sottoporsi a quell'ingrata procedura che è il controllo dello zaino. Già. Questo è il passo che più odio. Già la consegna dei numeri, in sé, è un'inevitabile incombenza che mi mette ansia: chissà perché, mi aspetto sempre che qualcosa non vada bene, che manchi qualche scartoffia, che per chissà quale assurda ragione mi sia opposto il divieto di prendere parte alla gara. E' insensato, lo so, ma è un timore che abita lì, in un anfratto del mio cuoricino, come un inquilino abusivo che non riesci a cacciar fuori nemmeno con uno sfratto esecutivo. Figuriamoci poi quando, di fronte a me, c'è un inflessibile censore del contenuto del mio zaino! Conoscendo la mia distrazione ed il mio caos mentale e fisico, è più che probabile che io, nel preparare il necessario per la corsa, dimentichi qualcosa; di solito, si tratta della più indispensabile tra le cose indispensabili! Brontolo tra me e me, "Ma a voi che diamine importa se io ho portato il necessario per sopravvivere? Saranno ben cavoli miei?". E poi mi rassegno all'evidenza; a "loro", cioè ai responsabili dell'organizzazione, importa eccome! In quanto responsabili...

E brontolando, chiudo le portiere della Opel – una per volta, la chiusura centralizzata nel '93 non andava ancora di moda – e mi avvio con il mio zaino sulle spalle verso il palazzetto dello sport. Mi ci avvicino, come sempre, in punta di piedi, come se stessi entrando in casa di qualcun altro, in un luogo in cui non dovrei stare, di cui non faccio parte. E' la stessa sensazione di sempre; mi sento "pesce fuor d'acqua" anche quando le formalità sono quelle che precedono una corsa in bici, e sì che ne ho già messe tante, nel mio curriculum... Sarà che proprio non mi riesce di sentirmi un'"atleta"; quasi mi par d'essere irriverente con la mia presenza qui, in mezzo a gente che corre sul serio, in mezzo a tutti questi personaggi dai garretti scolpiti, dai corpi magrissimi ed esaltati dalle tutine aderenti che sfoggiano anche a riposo. A dire il vero, ce l'ho anch'io, addosso, una tutina del genere: però, più che di capo aderente, nel mio caso si tratta, drammaticamente, di capo acquistato per sbaglio di una taglia in meno del dovuto... E quelli che la stoffa sottolinea, nel mio caso, non sono i muscoli, ma gli eccessi della mia passione per la pasta, i ravioli e le focacce del panettiere!

Mi affaccio all'ingresso del palazzetto: butto l'occhio a sinistra, verso la palestra, dove pare sia in corso quella roba che, con il solito immancabile orrendo termine inglese, è definita "briefing"; però, passo oltre e vado su, al primo piano, dove sono collocate le forche caudine della consegna dei numeri. Per fortuna, il clima qui è ben diverso dalla Santa Inquisizione che m'è toccata al controllo del Trail CCC: ci sono sorrisi, persone amichevoli, anche qualche "volto virtuale" noto, cioè qualche personaggio dei vari forum su Internet che infesto quotidianamente con la mia presenza. Dai Gian, buttati, tanto prima o poi lo devi fare! Il fatidico controllo... Fischietto, luce frontale, scorta di cibo e di acqua, giacca impermeabile, telo di sopravvivenza: c'è tutto, incrediBBBBile! Ora, e solo ora, posso tirare un sospiro di sollievo: giusto in tempo per ricordarmi che devo portare l'ambasciata di Matteo! Chiedo ai ragazzi dell'organizzazione se il poverello, ahimé costretto al lavoro fino a tarda ora, potrà essere ammesso al controllo intorno alle otto e mezza... No problem, pare.

Fatto ciò, torno al piano inferiore e metto il naso in palestra, restandomene però in un angolino: appena in tempo per incontrare Isacco, anche lui giunto in ispezione, anche lui preoccupato. Devo dire che non faccio molto per confortarlo: cito qualche particolare della passata edizione di questo trail, che ricordo io stessa con vivo terrore. Un altro paio di abitanti del forum di Quotazero di passaggio... E poi, finalmente, ecco il momento che speravo arrivasse: la voce al microfono annuncia lui, il mito vivente, Marco Olmo, che arriva tranquillo dal fondo della sala, con il suo atteggiamento semplice, il suo inconfondibile accento cuneese, una tuta indosso che quasi gli fa da tunica, tanto è spaventosamente magro; poche e semplici parole, in linea con la sua figura di atleta di grandissimo talento sportivo e di altrettanto grande modestia. Lo so, spesso e volentieri queste sono definizioni "di rito" che nascono dalla penna di giornalisti e romanzieri; però, nel caso di questo personaggio, sono convinta che non si tratti di apparenza. Non lo conosco, ed aggiungo, purtroppo, ma sono certa che lui sia davvero così come appare.

In breve, il discorso introduttivo alla gara si conclude, per lasciare spazio alla cena a cui però non partecipo. Guai: restare qui dentro, in mezzo a gente che parla solo della corsa, respirando l'atmosfera della corsa, mi farebbe impazzire di ansia. No no, preferisco andar fuori, via, lontano di qui. Sono talmente tesa che non oso nemmeno avvicinarmi alla tavolata dei forumendoli di Quotazero, che gesticolano da lontano: non è maleducazione, giuro, è proprio angoscia... Taglio la corda, filo via, fuori, giusto per rendermi conto che... Fa freddo!
Meglio che mi sbrighi a far visita al negozietto di alimentari, se voglio trovare ancora qualcosa da mettere sotto i denti. Nel pacco gara, capita a fagiolo una piccola toma: benissimo, mi manca il pane e poi sono a posto!

Mi chiudo in auto con due paninotti, la formaggetta ed un libro che ho trovato sempre nel pacco gara e che parla del Po: non chiedo di meglio, per ingannare l'attesa di Matteo. Fa freddo, davvero, anche qui dentro. Mi agghiaccia l'idea di dover passare la notte in tenda... Quasi quasi mi rifiuto e resto a nanna nella Opel, a costo di essere accusata di viltà. Troppo troppo freddo.
Conclusa la frugale cena, mi ritrovo lì nel dormiveglia; è calato il buio; la piazzetta è animata solo da un gruppo di ragazzini con le pizze da asporto in mano, li osservo andare e venire ma in realtà non è a loro che sto pensando. Penso che l'anno scorso, a quest'ora, pioveva a dirotto, e invece adesso ci sono le stelle, speriamo che duri.

Lo squillo del cellulare, che annuncia l'arrivo di Matteo, mi riporta bruscamente nel mondo dei vivi. Indosso non una ma due giacche e mi rituffo nella Siberia; lo incontro al palazzetto, già sistemato e dotato di numero e, soprattutto, più che mai determinato a montare la tenda. Accidenti a questi montanari che non temono niente; io non sono affatto convinta... Va bè, a caval donato non si guarda in bocca; meno male che all'incombenza edilizia provvede lui, mentre a me spetta il ruolo di direttore e supervisore dei lavori: cioè, in pratica, non muovo un muscolo, a parte quelli che si muovono da soli per il tremore da freddo. Un saluto veloce ai colleghi di forum, che stanno gozzovigliando al pasta party, giusto per farmi ribaltare dalle risate... E poi sacco a pelo da pernottamento in cima all'Everest!

Sveglia alle tre meno un quarto... Ma alle due e mezza son già quasi fuori dal coma, grazie – si fa per dire – a quell'infernale campanile che non si perde non dico un'ora, non dico una mezz'ora, ma neanche un quarto d'ora! Incubo! Ma... Devo proprio? E' proprio necessario che io vada là fuori? Ha senso? Devo fare mente locale, raccattare gli abiti per la corsa, cercare di non dimenticare nulla; le doppie calze, i guantini, i manicotti, possibile che queste cosine piccole si disperdano sempre nei meandri della borsa? Bah, in un modo o nell'altro, siamo pronti, Matteo molto prima di me. E' sempre lui che provvede all'eliminazione dell'abuso edilizio e ne stipa i resti nella microscopica Mini: meno male, io non sono proprio in grado di intendere e di volere. O meglio, di volere, sì: voglio la colazione e voglio il caldo della palestra.

Sembra di entrare in un girone infernale: già la temperatura è calda, sì, anche troppo... C'è chi dorme ancora, ostinatamente sepolto nel sacco a pelo; chi si aggira come uno zombie, sveglio ma non del tutto; chi è già pronto e scattante, si massaggia, fa stretching; chi assale il tavolo della colazione. Mi butto a casaccio su quel che c'è: due fette di pane e Nutella, che però ingoio con l'imbuto, perché al mattino, paradossalmente, non riesco più a buttare giù la colazione dolce. Sono troppo abituata alla pasta, ormai, anche nei giorni "tradizionali"! Pasta, pizza, formaggi, basta che sia salato. Il dolce mi nausea all'istante. Per fortuna, poco dopo, compare uno splendido vassoio di focaccia unta e bisunta: goduria maxima! Così non mi accorgo che l'ora X si sta avvicinando a grandi falcate.

Ad un certo punto, la massa di anime erranti prende una direzione uniforme, assiepandosi verso l'uscita. Mi sa che il momento è arrivato. Tutti fuori, tutti al controllo del chip di cronometraggio, tutti in griglia. Il cielo è limpidissimo e stellato, buon auspicio. Musica a palla, fumogeni colorati; ultime raccomandazioni del boss della corsa e poi... Si parte! Uno sguardo d'intesa con Matteo, che rivedrò solo a fine corsa, e via, ognuno per sé e Giove Pluvio per tutti, speriamo che duri!

Con mio disappunto, partono tutti correndo come pazzi: tocca correre pure a me, se non voglio già restare sola nel nulla da subito. Il gruppone si infila nel paese, passa una strettoia ed attacca una scalinata che poi diventa un sentiero ripido: per fortuna, così i bollenti spiriti si calmano e posso camminare. Buio pesto; alla luce delle frontali, percorriamo un tratto di salita in cui, per fortuna, non sono l'unica ad andare al passo. Sono già nelle retrovie, ma non importa, qualcuno intorno c'è ancora. Già... Ma la mia tranquillità dura ben poco. La salita si conclude bruscamente e diventa una discesa ripida su sentiero impervio: alè, la frittata è fatta; quei pochi che ancora riuscivo a seguire schizzano via come schegge impazzite ed io mi ritrovo sola a combattere con il mio nemico di sempre, l'incapacità in discesa... E con un nemico inatteso: gli occhiali tragicamente appannati! Pochi secondi e mi ritrovo a non veder più niente; panico; se li tolgo, peggio che mai, non vedo un tubo; se li pulisco e li indosso, nel giro di cinque secondi si appannano un'altra volta. Terrore... Non so se per la cecità o per la paura, ecco che inizio ad incespicare, buttar male i piedi, storcere pericolosamente le caviglie e le ginocchia; intorno a me, davanti a me, più nessuno. Paura ed angoscia: mamma mia, cominciamo bene... Arrivo ad una borgata, non capisco dove andare: imbocco un paio di direzioni sbagliate prima di scorgere i segnali che indicano il sentiero; mi ci precipito con il cuore in gola. Si sale ancora, per fortuna, si sale per un po': e mi pare di sentire delle voci... Ero convinta d'aver già accumulato chissà quale distacco, invece no, forse qualche altro ritardatario c'è. O forse no, sono le "scope" che salgono dietro di me; non ha importanza, comunque c'è vita!

La terra del sentiero è asciutta, sabbiosa. Probabilmente non piove da un bel po'... Tanto meglio! Ma dov'è che mi fanno andare, qui? Ricordo bene che l'anno scorso il tratto iniziale della gara non era così! Alla famigerata passerella di Pertusio siamo arrivati molto più in fretta. Provo a guardarmi intorno, ma non riesco ad orientarmi, è buio e si vedono solo le lucine di qualche casa qua e là. Mi ci trovo davanti all'improvviso, alla passerella: cavoli... Passarci l'anno scorso, in mezzo alla folla, è stato un conto. Quest'anno, però, il prologo ben più lungo mi ha dato il tempo di finire ultima e molto staccata dal resto del gruppo: quindi ci passo da sola! Io vorrei personalmente stringere la mano, sotto una pressa però, alla mente sadica che ha coniato questo ponticello fatto ad arco, scivolosissimo nel tratto in cui si scende, nonostante il tappetino piazzato ad hoc per la corsa, e che, con la forma curva, aumenta ancor più l'altezza del salto che ci sta sotto!
Con un salto alla fine del ponte, abbrevio la mia sofferenza e schizzo via, esclamando "Il peggio è passato": mi corregge una delle volontarie che fanno sicurezza in questo punto delicato del passaggio, "No no, deve ancora arrivare", ma a me basta aver superato il baratro! Adesso arriva un tratto breve e delicato, dove si sale attaccandosi a corde metalliche fisse. La prima vera salita è questa: circa 500 metri di dislivello, se non ricordo male, ma soprattutto un percorso da capre! Non è solo ripida, è una rampa interminabile, un sentiero appena accennato in mezzo alla boscaglia. Ed io che credevo non fosse possibile, qui, soffrire più di quanto ho sofferto l'anno scorso, con tutto il fango e quell'acqua che veniva giù... Invece no: sarà che il tempo mitiga il ricordo delle difficoltà, ma ho la sensazione che stavolta, anche se in cielo ci son le stelle e sotto i piedi c'è terreno asciutto, sia molto peggio. Un po' per la tensione d'essere già ultima, un po' per il fatto che le lenti degli occhiali continuano ad appannarsi, fatto sta che non riesco a prendere il mio passo, incespico di continuo, mi inciampo in qualsiasi cosa e persino quando non c'è proprio nulla in cui inciamparsi. Nonostante le segnalazioni capillari, rischio più volte di perdere la traccia, proprio perché non riesco a vedere un tubo: di tanto in tanto, per fortuna, dal nulla spunta un alone di luce, la frontale di uno dei tantissimi volontari che sorvegliano il percorso.
Mi raggiunge un concorrente che era ancora dietro di me: incredibile, non pensavo ci fosse più anima viva! Il suo arrivo è un conforto; sono talmente affannata, con il cuore in gola, preoccupata, che quasi quasi avrei già voglia di mollare; se il buongiorno si vede dal mattino, oggi sarà una giornata da tregenda!
Qualche parola, mentre cerco di allungare un po' il passo per star dietro all'insperata compagnia: di lì a poco arriva anche la prima "scopa", la persona dell'organizzazione che ci assiste nella prima frazione di corsa. Mi fa notare che forse ho un paio di scarpe particolarmente scivolose: no no, magari fossero le scarpe... Son proprio io, che non sono capace di stare in piedi. Continuo ad inciampare ed ancora inciampare, manco fossi ubriaca! Spiego che si tratta di un mio problema cronico di equilibrio: "Ma è solo fisico o anche interiore, questo problema?". "Beh – replico – ovviamente è SOPRATTUTTO un problema di equilibrio psicologico! Se non fossi completamente squilibrata, ti pare che sarei qui oggi?".

Cerco di captare qualche parola delle comunicazioni tra la scopa ed i colleghi dell'assistenza; non per farmi i casi altrui, ma per capire più o meno se già mi danno per spacciata, oppure se ha ancora un senso andare avanti. Il mio compagno di sventura si preoccupa dei cancelli orari: io, come al solito, no; non voglio nemmeno pensarci e, man mano che la pendenza si fa meno ostinatamente cattiva, man mano che si intuisce l'avvicinarsi della prima vetta, mi sforzo di aumentare l'andatura. Voglio capire se l'affanno, il batticuore, il bruciore in gola e nel petto che ho sentito finora si dissolveranno, o se è davvero una giornata no: sono fiduciosa, però.

La prima delle tante croci di vetta che vedremo oggi, finalmente, arriva; poi, un po' di discesa, che percorro un po' in posizione eretta e un po' scivolando sul didietro; per fortuna che lo strato di imbottitura, ben abbondante, attutisce i colpi! Intanto prendo fiato, cerco di scambiare qualche parola, più che altro per rincuorarmi un po'. Le scorte si avvicendano: il secondo angelo custode è un personaggio, sì, direi proprio un personaggio, visto il suo pesante curriculum. Il poverello, Checco, già aveva pazientemente sopportato il mio passo da tricheco stanco per un tratto di gara, l'anno scorso: forse però quest'anno gli va un po' meglio, perché il mio ritmo di certo non è migliorato, ma, se non altro, stavolta non mi lagno più. Ho già una vaga idea di ciò a cui vado incontro e, in più, a questo punto, sento di aver più o meno superato la crisi iniziale che ho attraversato durante la prima salita. Non posso negare di essere, in questo caso particolare, contentissima di essere l'ultima della corsa: per me, che in questo sport ho solo da imparare, la compagnia di una scorta del calibro di Checco Galanzino è un'occasione imperdibile per mettere in saccoccia qualche consiglio prezioso, qualche suggerimento da tirar poi fuori al momento buono, quando serve. E' una di quelle persone che tempesterei di domande per ore, e credo che di cose ne abbia, da raccontare: però, per timore reverenziale ed anche per evitare di passare per la rompiballe di turno – già lo sono abbastanza per quanto faccio da palla al piede... - mi limito a partecipare alla chiacchierata, ma senza troppo curiosare. Così, scopro che pare sia possibile correre per ore ed ore ingurgitando solo gel... Una delle rivelazioni che mi lascia più di stucco, io che con la fame combatto sempre battaglie perse in partenza e che sogno focaccia e piatti di fusilli ad ogni piè sospinto! Ma sì, in fondo è normale; sto parlando con un elemento che viene da un altro pianeta rispetto a me... Ammiro tantissimo la leggerezza con cui cammina, sembra quasi sospeso da terra: accelera, corre, rallenta, ma pare che si muova senza peso, nulla a che vedere con il passo pesante, goffo, sforzato che ho io e tanti altri che, come me, militano a fondo corsa. Del resto ha una struttura fisica a dir poco perfetta. Chissà quale mostruosa determinazione ci vuole, per mantenersi così. Di certo, Checco non passa i pomeriggi in ufficio a sgranocchiare amaretti o schiacciatine alle olive tra una pratica e l'altra, e non fa colazione a base di agnolotti ricotta e spinaci... No, non credo. Lo so, lo so, che non ho alcuna ragione di lamentarmi; chi è causa del suo mal pianga se stesso! E' che proprio non ce la faccio, a tenermi...
Quel che mi stupisce di più, degli Orsi – non è un riferimento al loro caratteraccio, è che si chiama proprio così, il gruppo che organizza Le Porte di Pietra –, per quel pochissimo che ho notato in occasione dei miei pochi trail, è il loro essere "alla mano"; non se la tirano per niente, e dire che qualcuno di loro ne avrebbe tutte le ragioni! Se avessi un curriculum come quello di un Olmo o di un Galanzino, credo che dovrebbero tenermi ancorata a terra con i sacchi di sabbia come le mongolfiere, altrimenti leviterei a chissà quanti metri di altezza!

L'unica cosa che mi distrae dalla conversazione è il brivido che mi percorre la schiena ogni volta che sento, in lontananza ma nemmeno troppo, i botti delle doppiette dei cacciatori. Checco scherza, dice che è il trattamento riservato a chi prende una storta e non può più continuare... Ma a me, nella confusione del buio e della fatica, vengono in mente quelle scene da film truculento in cui la vittima di turno viene costretta ad inginocchiarsi ed accoppata con un colpo alla tempia: altro che brivido, ma guarda tu che razza di idiozie devono saltarmi in testa! Però, secondo me il rischio di essere impallinati non è così remoto, oggi. E non solo quello! Ad un tratto, a sinistra del sentiero, un gran trapestio di foglie e rami spezzati: mi giro e per un attimo smetto di respirare... E' un fagottone scuro e peloso, un cinghiale, probabilmente spaventato dai cacciatori, che fugge e punta diritto sul gruppo dietro di me! E' un attimo, per fortuna; l'animale ci vede, si terrorizza, inverte la rotta e si rituffa nella boscaglia, ma che spavento! La carica di una bestia di quella stazza non penso sia una delle esperienze più liete...



Nel frattempo s'è fatto giorno, la tanto agognata luce del sole è arrivata, giusto in tempo per vedere, dall'altra parte della vallata, a sinistra, l'ultima delle cime del nostro percorso di oggi: ce lo fa notare la scopa, "Stasera passerete lassù". Mamma mia, quanta strada... E chissà mai se ci arriverò?
Non sono più l'unica a fondo corsa; già da un po', s'è formato un gruppetto, con cui viaggio fino al primo cancello orario, a Costa Salata, dopo circa 22 km. E ci arrivo un po' più tranquilla, nel senso che mi sembra di aver superato davvero il momento di difficoltà iniziale. Addirittura, in qualche tratto, ho potuto persino corricchiare... Quel che mi ha dato un po' di fiducia è stata una telefonata in cui ho sentito dire alla scorta, riferendosi a noi tapini del gruppo di coda: "Se mantengono questa andatura, non avranno problemi con i cancelli orari". E vai! Al banchetto del punto di controllo mi fermo giusto il tempo necessario per riempire la borraccia: poi, schizzo via, più in fretta possibile. Mi rendo conto che non è un comportamento troppo rispettoso di chi ha condiviso con me la fatica fino a questo punto: taglio la corda senza nemmeno un "Ciao, buon proseguimento", ma non posso farci nulla; in questi momenti è lo spirito agonistico, un po' patetico vista la mia posizione in corsa, che mi assale e muove le gambe al posto mio. Lo scorso anno, qui, ero alle calcagna di una signora austriaca o tedesca, non ricordo, ma si chiamava Kristel: ricordo che l'ho tampinata a distanza per un bel po'; lei prendeva vantaggio nei tratti di discesa, io recuperavo in salita, entrambe annaspavamo nel fango, mamma mia che avventura. Questa volta è più facile, il cielo è meravigliosamente blu! Non fa freddo; addirittura in qualche punto devo abbassare i manicotti: va bè che io parto sempre vestita da spedizione a quota 5.000... Il bello, anzi il brutto del percorso delle PdP è che non si è mai in salita o in discesa: a parte il tratto fetente iniziale, ed a parte la lunga discesa finale su Cantalupo, in mezzo si è sempre su e giù, su e giù. Le mie gambe gradiscono di gran lunga di più un itinerario tipo quello del trail Courmayeur-Champex-Chamonix, con salite lunghe e regolari e discese altrettanto lunghe, che consentono di impostare un passo e mantenerlo per un periodo di tempo abbastanza lungo. Però, oggi il convento passa questo; poi, non posso lamentarmi, né della giornata, né del panorama. A dire il vero, il panorama me lo godo ben poco: occhi fissi sul sentiero, sulla prossima pietra dove appoggiare il piede, e pure questo non basta ad impedirmi di inciampare di continui.




Nove km circa da Costa Salata alla cima del Monte Buio: questo lo leggo a corsa conclusa, perché, durante la marcia, ho solo un'idea molto vaga delle distanze e, soprattutto, viaggio senza alcuna nozione del tempo. Niente orologio; al massimo, posso farmi una vaga idea dell'ora in base alla luce del sole, nulla più. Per me, questo stato di semi-incoscienza è importantissimo: mi aiuta a non preoccuparmi per i cancelli orari intermedi, anzi, quasi me li dimentico. Tanto, tutto ciò che posso fare io è dare il mio massimo; non posso ambire ad alcuna vittoria che non sia la mia personale, quando arrivo e se arrivo sotto lo striscione finale. Se questo è sufficiente per rientrare nei cancelli, OK; altrimenti, pace, lo scoprirò quando arrivo al "posto di blocco" e non prima.

La mia marcia continua, di buona lena. Non saprei valutare la mia velocità, ma direi che le gambe procedono spedite, una salitella, una discesa, un'altra rampa. E' stupefacente lo spiegamento di forze che sta intorno a questa corsa: in realtà non sono mai sola; i punti in cui sono dislocati i volontari sono capillari lungo il percorso, nei punti in cui si incrocia una strada asfaltata, in cima alle salite, ogni tanto anche in mezzo al sentiero, così. E' vero che qui non ci danno da mangiare, è vero che manca la Coca Cola, però... Forse è meglio così, meno pappatoria e più assistenza, anche se io ho già adesso le bollicine della Coca che fanno il balletto davanti ai miei occhi allucinati!
Anche qui, ahimè, l'aiutino però serve. Le gambe cominciano a dolere un po': normale, ma se lascio che la cosa peggiori, addio corsa. No no, la mia brava pastiglietta di antidolorifico non me la leva nessuno, con buona pace dell'etica e del mio fegato: la ingollo proprio mentre passo davanti ad un gruppetto di assistenti, poco prima di una rampa secca che conduce ad una chiesetta. Non so se sia effetto placebo, anzi probabilmente lo è; fatto sta che, nel giro di un quarto d'ora, le gambe non si lamentano più, tornano docili al passo ed alla salita. C'è da dire che io le risparmio; adotto la stessa tecnica che uso in bici: come pedalo con il 34x29 sulla minima asperità, così salgo a passettini frequenti ma brevi. Forse è placebo anche questo, ma a me pare di far meno danni e poter salire più a lungo senza soffrire troppo.

Sono curiosi, questi sentieri che paiono binari e vanno diritti verso le cime di queste grosse colline, una via l'altra; verrebbe da pensare che forse si potrebbe passare un po' più giù, far meno sforzo, e invece pare che qualcuno si sia divertito a prendere una matita e tracciare una linea che le unisse proprio tutte, queste zucche pelate, senza saltarne una. Minuti, ore a marciare a testa bassa, l'occhio alla prossima bandierina rossa, il pensiero che corre chissà dove, i raggi del sole autunnale a scaldare la pelle, e poi d'improvviso, quando già non ci pensavi più, ecco lassù la cima, l'immancabile croce.

Rischio davvero di perdermi tra strambe riflessioni e bivi nel sentiero; passo accanto ad un corridore fermo, ma vedo solo un casco di capelli ricci e grigi, poi tiro dritto, ci sono altri là davanti, vediamo se riesco a raggiungerli. Poco più avanti, è lui a raggiungere me: un corridore di Reggio Emilia, con cui faremo, tira e molla, un bel po' di strada insieme. Mi raggiunge in discesa, ma poi rallenta, non mi stacca; chiacchieriamo del più e del meno, perché è così che ci si presenta qui: da dove vieni, che gare hai fatto quest'anno; noi di fondo corsa, per decenza, omettiamo di chiedere i tempi... Spremuti nello stesso sforzo, tesi ed angosciati e speranzosi all'inseguimento dello stesso obiettivo, si arriva a sentirsi quasi come se ci si conoscesse da anni, perché l'uno puntella l'altro, l'uno soccorre dove l'altro vacilla, e magari, pochi km più avanti, le parti si invertono. Oggi, pare incredibile, non sono io quella che ha bisogno di soccorso: oggi gioco il ruolo di quella che fa coraggio, che sminuisce le paure, che trascina. Non posso negare di sentirmi davvero orgogliosa quando sento dire al mio collega, al punto di ristoro di Capanne di Carrega "Stavo per mollare, poi ho incontrato questa ragazza".
Già... Perché, nel frattempo, tira e molla, siamo arrivati anche lì. Come una fotografia, ho davanti l'immagine dell'anno scorso: proprio questo stesso punto in cui il sentiero sbuca sulla strada asfaltata, io che mi trascino sfinita nel corpo e soprattutto nello spirito, lamentosa e più che mai decisa a gettar la spugna; poi, all'improvviso, rumore di passi veloci dietro di me; una delle scorte che mi raggiunge, in quattro parole, mi dice che sono fuori tempo e mi chiede se voglio continuare lo stesso seguendo lui; io che in un istante dimentico i muscoli che urlano di dolore, il freddo degli abiti fradici addosso e, senza pensare che in queste condizioni non ce la farò mai... Senza proprio pensare a nulla, mi aggrappo a quella piccola possibilità e riprendo a volare! Per carità, un volo goffo e scalcinato, un po' da gallina, ma pur sempre un volo...




Oggi no, oggi è molto diverso. Un attimo di pausa al ristoro, giusto per riempire la borraccia: il mio compagno emiliano indugia... Io no, non ce la faccio proprio a fermarmi, è più forte di me, io devo ripartire subito. Saluto Isacco che sta facendo tappa panino; una coccola allo splendido Golden Retriever che assiste al ristoro e via, su per un sentiero ampio in mezzo al bosco, che mi porta ben presto in vista della prossima vetta, il Carmo. Anche questo, un cupolone erboso, da raggiungere seguendo una traccia ripida in mezzo al prato. Si gode uno spettacolo maestoso da qui; tira un po' di vento, ma presto la pendenza si inverte, si scende, si va giù. Ora che sono in alto, riesco a vedere che davanti a me, abbastanza vicini, ci sono parecchi colleghi: anche questa volta non ho sbagliato, a voler partire piano... Tanto, prima o poi, qualcuno che ha esagerato in partenza lo si trova sempre!

Mi raggiunge l'Emiliano, che in discesa va molto meglio di me: ancora preoccupato e dubbioso sulle sue possibilità di successo, ma io son sicura che ce la farà. Vero, forse è abituato a distanze inferiori, ma ha un fisico asciutto ed evidentemente ben allenato che lo condurrà fino a Cantalupo. Qui sembra di essere sulle montagne russe: i cupoloni si susseguono uno dopo l'altro; rampa in salita, picchiata in discesa, altra rampa in salita; non sai mai cosa ci sarà dopo la prossima cima. Ad un tratto, incontriamo un gruppo di escursionisti che si accinge a far merenda e tira fuori dagli zaini ogni bontà alimentare: li guardo con intenti omicidi, anzi, li minaccio anche; "Lo sapete voi, vero, cosa state rischiando in questo istante?". Credo abbiano un atimo di terrore, perché mi offrono qualcosa... Ma stoicamente resisto e tiro avanti. Un cancelletto in legno, poi inizia quella che sembra definitivamente discesa. In effetti lo è: da lì perdiamo quota fino ad arrivare al ristoro di Capanne di Cosola.

Qui, la rivelazione. Il mio collega emiliano chiede quanta strada manchi: gli rispondono, venti km. Resto di stucco: venti? Ma no, non è possibile, io ricordo che da qui sono ancora trenta. E poi non ha senso, non posso aver già percorso quaranta km. Riparto con il compare di viaggio, scuotendo la testa, "No no – ripeto – guarda che sono ancora trenta, non venti"... Si accoda a noi una ragazza veneta che invece conferma: sì sì, ne mancano venti sul serio, lo dice il GPS!

Non me l'avessero mai detto... Nel mio piccolo, metto il turbo e parto. La cima Coppi della giornata, il Monte Ebro, è là davanti: c'è un lungo tratto di sentiero in falsopiano, poi l'ultima rampa, cattiva come sempre, che ti porta su in cima per la via più dritta possibile. Ricordo che un giorno, in occasione di un giro in bici con amici e con partenza da Genova, avevo percorso una stradina minuscola con pendenze da ramponi e piccozza: mi avevano spiegato che da quelle parti le strade si fanno così ripide per risparmiare l'asfalto... Ma qui non c'è bisogno di asfalto e non siamo a Genova, anche se ci siamo vicini; costava tanto far due tornanti?
Non importa... Quel che conta è che manca poco, questa è la penultima salita, l'ultima che possa davvero impensierire. Ci sono quattro o cinque persone poco avanti; c'è il filo spinato a farci compagnia, ed alcune moto rumorose e puzzolenti di cui farei volentieri a meno...




La vetta. Secondo me, a questo punto mancheranno circa quindici km; ergo, se la discesa finale è lunga dieci km, ne mancano cinque all'ultima asperità. Giù a rotta di collo nel prato, a destra per il sentiero, passiamo accanto ad un rifugio; poi, in mezzo al bosco, l'unico punto dove ho un attimo di incertezza e sbaglio strada: per pochissimo, però... Torno sui miei passi; mi supera l'Emiliano, che, vedo con piacere, si è ripreso alla grande. Mi ricordo: qui adesso arriva una rampetta, poi un sentiero che piega a destra e sale lungo un recinto... Ci sono le antenne lassù, ed è là che dobbiamo andare. La voglia di arrivare e la stanchezza, evidentemente, a questo punto dilatano le distanze ed allontanano la meta: tutto ciò si traduce in un improvviso e coloritissimo diluvio di improperi in veneto rovesciati dai due tapini che ho appena sorpassato, non appena mettono a fuoco la distanza che ancora li separa dalla vetta! Mi vien da ridere, ormai per me è fatta: metto nelle gambe tutto quel che mi rimane di forza, entusiasmo, voglia; quasi corro verso l'ultimo cupolotto, l'ultima croce; almeno, nella mia mente, è una corsa sfrenata.




Proprio mentre salgo l'ultima rampa, rispondo alla telefonata di mammà: è quasi fatta! Insieme alla quota, sale anche il mio morale che è già alle stelle: passo in cima, saluto, prendo un po' in giro il buon Isacco che si tiene in mano il piedone e, credo, sta litigando con le vesciche, poi... Via via via, più veloce della luce!

Ci sto pensando da un po'... A quest'ora Matteo è già arrivato al traguardo da un pezzo; avrà già mangiato, si sarà già fatto la doccia. Chissà se la mantiene, la promessa di venirmi un pezzo incontro? Da una parte mi dispiacerebbe che dovesse aggiungere fatica alla già mostruosa fatica del trail... Dall'altra, però, non vedo l'ora di vederlo spuntare dietro la prossima curva.
La discesa in alcuni tratti è un po' rognosa, sassi aguzzi che rendono difficile buttare saldamente il piede. Arrivo al punto di controllo, felice come non mai; come sempre, ricevo incoraggiamenti e sorrisi... Sono davvero incredibili, queste persone; è tutto il giorno che stanno lì, fermi, a veder passare gente, eppure non sono ancora stufi, anzi, sono generosissime di parole buone, di tifo, di entusiasmo sincero. "Ormai non mi fermano nemmeno più a cannonate", saluto, tiro dritto: è l'unica discesa che mi azzardo a correre, tanto è l'ultima!

All'improvviso, le traveggole: non ci credo, vedo una lattina di Coca Cola... Non è possibile... E' un miraggio! Intorno alla lattina c'è una mano, e attaccato alla mano c'è il suo proprietario... Matteo!!! Fantastico, mancava solo più lui a far piena la mia felicità! Ovvio, prevale l'istinto e quindi mi butto sulla lattina come farebbe un moribondo di sete nel deserto; però, placate le brute esigenze del corpo, recupero un minimo di umana decenza: giusto per scoprire che Matteo è arrivato sedicesimo assoluto, concludendo il giro ampiamente sotto le 10 ore!!! Eccezionale, davvero, ne sono più contenta che per la mia stessa corsa. Il suo racconto mi distrae dalla fatica di quest'ultima discesa, che davvero non finisce mai. Non voglio illudermi, quando usciamo dal bosco, che sia davvero finita... La luce è ormai quella della sera, le ombre lunghe; io però sto bene, non mi sembra di aver corso per settanta km. Forse è solo l'effetto dell'euforia; domani sarò cadavere, sicuro; però ora mi godo l'ultimo scampolo di panorama, le pareti di fronte a me che sembrano piantate in mezzo alla piana, così, verticali. Ancora poche centinaia di metri, posso anche far lo sforzo di correre: Cantalupo, le viuzze laterali, la mongolfiera gialla, lo striscione dell'arrivo. Ci arrivo di corsa, scoppio di gioia; la sorpresa è doppia perché trovo ancora lì, ad aspettare, far foto ed applaudire, alcuni amici del forum di Quotazero che, poveretti, chissà da quanto erano in attesa; trovo Enzo, l'Orso che mi ha trascinata alla fine della passata edizione della gara. E sono talmente rimbecillita per la felicità, che non riesco a salutare nessuno come si deve... 70 km, 4.000 m di dislivello, 13h 57', poco più di un'ora al di sotto del tempo massimo, che invece ero convinta di sforare. Stringo la mia maglia di Finisher mentre mi incammino verso l'auto e saluto Matteo, anche oggi per me più prezioso che mai: alla fine, lui che ha fatto la corsa in fretta, arriverà a casa alle calende greche...

Un grazie di cuore agli Orsi, a tutti quelli che hanno prestato la propria opera per la corsa, ed anche a tutti quelli che, prima durante e dopo, hanno scambiato qualche parola con me! Alla prossima edizione? E chissà, quei marrani me l'hanno spostata a maggio, la gara... Forse! Se non ci saranno impegni ciclistici...