Tra tutti i possibili suoni di una sveglia, la vibrazione del telefonino è uno dei peggiori! Mamma mia che tristezza, iniziare la giornata con un frastuono, ed inseguire il cellulare a tastoni, come se si cercasse di schiacciare una mosca, prima che quello, a furia di vibrare, precipiti per terra. Dovrebbero essere le sei e venti. Vero, ieri sera s'è detto di scender dalla branda alle sei e mezza... Ma io odio essere in ritardo, e so che Matteo alle sette e mezza sarà puntualissimo. Che saranno mai, dieci minuti, di fronte all'eternità?
Il guaio è che nemmeno io ho alcuna voglia di alzarmi; finisco per poltrire ancora un po', facendo però uno sforzo per restare cosciente. Se ripiombo nel sonno, è finita, riemergo a mezzogiorno! Basta, prendiamo una decisione coraggiosa: giù un piede, giù anche l'altro, è fatta. Luca è già più che attivo; Mik riemerge dal letargo dell'orso brontolando sull'ora... E tutti quanti ci tuffiamo sulla Nutella. Troppa grazia: Luca è dotato anche di polvere solubile per fare la cioccolata calda con il latte! Quanti vizi; del resto si sa, la crema della crema del ciclismo mondiale, ma che dico, interplanetario, merita solo il meglio!
Faticosamente ci buttiamo fuori di casa. Non appena spuntiamo lungo l'Aurelia, vediamo una sagoma semovente in lontananza; non può che essere Matteo: chi mai potrebbe essere in bici a quest'ora di una domenica mattina di novembre, se non lui? Beh, a dire la verità, se vivessi da queste parti, a queste temperature, credo che uscirei in giro a qualsiasi ora del giorno e della notte, altro che!
Avevo scommesso che Matteo sarebbe partito in bici nel cuore della notte almeno almeno da Savona... Invece no, il marrano mi fa perdere la posta in palio; è saltato in sella ben più vicino, ad una ventina di km da qui. Vabbè, pazienza, andiamo, che è meglio. Direzione Diano Marina e, da lì, Diano Aretino: già, se solo ci accorgessimo del bivio... Invece no; Mik e Luca si sono già involati; Matteo l'ho arpionato io e non lo mollo finché non avrà finito di raccontarmi le vicende speleologico-fedifraghe della settimana appena trascorsa in Valle Imagna, ad un qualche raduno di gente che va per grotte. Ovviamente l'aspetto professionale della questione mi interessa ben poco; è il resto dell'avventura che mi incuriosisce! Eh sì, perché Matteo tanto gentile e tanto onesto pare, ma sotto sotto è un vero Casanova! Anche se in certi momenti mi dà da pensare... Infatti, non gli risparmierò, più avanti. sarcastiche battutacce quando il poverello osserverà che Mik ha cambiato la sella! Ma insomma, giù le zampe, passi la concorrenza femminile, ma che anche gli occhi maschili vadano a posarsi laddove di solito si posano i miei, è concorrenza sleale!!!
Meno male che ci accorgiamo dello sbaglio, o meglio, si accorgono dello sbaglio, poco oltre Diano. Fosse stato per me, s'arrivava minimo minimo a Mentone. Il bivio per Diano Aretino è saltato; indietro tutta! Con un po' di giravolte nel paese, imbocchiamo la strada giusta: una bella salita, qualche rampa; si vede il mare, i raggi del sole squarciano i nuvoloni che guatavamo stamattina presto dalla finestra di casa. Pochi km ed il mare sparisce; siamo un'altra volta in mezzo ai boschi. Attraversiamo il paese su per una ripida rampa di ciottoli e lastre di pietra che mi impensierisce un po': non sarà mica che le ruote scivolano, qui sopra?
Alla fine della salita, troviamo Luca e Mik in attesa, subito prima di un tratto di saliscendi che attraversa qualche borgata. Bellissime, queste case che spuntano dal nulla, queste piccole botteghe che vendono di tutto, con le insegne che hanno l'aspetto di anni ed anni fa; fan quasi tenerezza rispetto ai colori ed alle linee chiassose dei giorni nostri. E' banale ma è proprio così: sembra che, qui, il tempo si sia fermato.
Non mi sono ancora accorta della fatica: buon segno; speriamo solo che sia merito delle gambe e non solo della compagnia di Matteo, con i suoi racconti. Bella discesa su Pontedassio; risaliamo un po' la strada di fondovalle, dove trovo anche una fontana, e poi imbocchiamo il bivio per il Colle d'Oggia. A quanto pare, però, qui non ci siamo solo noi: ci fa compagnia un esercito di rumorosissime auto da rally che viaggiano in direzione contraria alla nostra. Il frastuono dei motori fa impressione; sembra ogni volta che stia per arrivare un bolide a velocità folle; invece no, l'auto passa a velocità tutto sommato moderata, incollata all'asfalto anche nelle curve più strette. E comunque non sono certo i piloti di rally a farmi paura; credo proprio che sappiano bene quello che fanno. Mi terrorizzano ben di più gli automobilisti della domenica, che della guida in montagna di solito non hanno un concetto ben chiaro! Quelli sì, te li trovi davanti all'improvviso, che allargano o tagliano una curva...
Come se non bastasse il rally, pare che sia anche in corso una battuta di caccia al cinghiale, a detta di alcuni cartelli appesi lungo la strada, con tanto di foto dell'animale: casomai qualcuno non sapesse cos'è un cinghiale... E infatti si sentono gli spari in lontananza, ma nemmeno troppo! Speriamo bene che nessuno ci scambi per un branco di ungulati, anche se credo non si sia mai visto un cinghiale con scritto "Nove Colli Cesenatico" sulle chiappe. Va bè che oggi l'ingegneria genetica fa miracoli.
Sola e soletta, questa volta, procedo per questa bella salita tranquilla, strada abbastanza ampia, il solito asfalto bagnato – qui ha piovuto persino ieri, mentre noi, scorrazzando su e giù per il versante piemontese, l'abbiamo scampata – e le solite foglie viscide per terra. Ho già le ganasce in azione: meno male che di pappatoria oggi ne ho portata tanta!
Trovo i colleghi fermi ad un bivio; prendo la salita a sinistra senza nemmeno pensarci: mi fermano loro, facendomi notare che la strada, quella che sale al Colle d'Oggia, è chiusa per il rally. Ma porca miseriaccia che jella, proprio qui? E adesso dove si va? Poco male, proviamo a tirare dritto per l'altra strada. Ci troviamo subito in una borgata, Ville San Pietro: c'è una cartina, della serie "Voi siete qui", ma non è che se ne capisca poi molto. Ancora una volta, tirem'innanz, che da qualche parte andiamo. I miei colleghi si fermano dubbiosi all'uscita del paese; chiedono lumi ad una signora, che ci segnala che la stradina va a finire a San Bernardo di Conio, dove, tra l'altro, scende anche una delle strade che arriva dal Colle d'Oggia, dove avremmo, credo, dovuto passare stando al piano di viaggio originario.
Gli incauti si avviarono... Ignari! La stradina, di lì a poco, si impenna con rampe inaudite: panico, mi trovo più volte a serio rischio di cadere per terra su un fianco; le pedivelle si piantano in posizione parallela al terreno e non vogliono saperne di andar giù; la ruota anteriore tende a staccarsi pericolosamente da terra... E così una, due, tre volte, finché arrivo a giurare "Alla prossima scendo!!!". Ma non sia mai: a prezzo di immani fatiche – 'azz, qui si sente eccome, il sovraccarico di lardo... - arrivo in vista del paese, che raggiungo dopo l'ennesima impietosa rampa, suscitando un po' di pena in un gruppo di turisti a passeggio. San Bernardo di Conio non avrà mai visto tanta gente tutta assieme: dev'essere la folla degli appassionati del rally!
I miei compagni di merende sono ovviamente freschi e riposati come roselline; son solo io, che arrivo su da quella stradina in uno stato tale che forse nemmeno il mio Skipper mi riconoscerebbe. Mi sforzo di far finta di nulla, anche se ho lasciato un paio di polmoni giù per le rampe; dove si va adesso? Proposta, Pieve di Teco, poi si vedrà. Magari, Colle di Nava e Colle di Caprauna dal lato piemontese, vedremo. Aggiudicato: intanto scendiamo con molta calma. Anche troppa: sono qui che vado a spasso, non pedalo neanche nei tratti in cui la pendenza è proprio debole, eppure nessuno dei tre forsennati mi supera. Li ho tutti alle spalle... Che stiano tramando qualcosa di orribile a mio danno? E' così strano!
Non ho indossato la giacca, ma la discesa è lunga ed io arrivo in fondo brinata. Superiamo Pieve di Teco, ci avviamo verso il Nava, poi ci fermiamo: perché, boh? Come al solito, non ho coscienza alcuna dell'itinerario; pare, però, che abbiamo saltato un'altra volta un bivio. Poco male: è un'ottima occasione per tornare indietro e scovare la fonte del meraviglioso profumo di pane e focaccia che abbiamo captato, tutti, poco prima. Nasi al vento, giriamo le bici e torniamo indietro: manca poco a mezzogiorno, è proprio l'ora giusta per fermarci in panetteria e, nel frattempo, chiedere lumi sulla strada per il Caprauna. Alla fine s'è deciso di salire lì: poi, una volta in cima, si tornerà giù diretti al mare. Almeno, io farò così, onde evitare di rientrare con il buio; se il resto della ciurma vuole scendere in Piemonte ed andare al Nava, prego... Ma non li vedo così convinti, nemmeno loro.
La panetteria è uno spettacolo: una distesa di pizze e focacce di ogni genere; nel retro, poi, si intravede una torre di teglie con altra focaccia. Roba da perdere il senno! Mi contengo, limitandomi ad un pezzetto di pizza rossa.
Ci attardiamo a sbafare il meritato pranzo fuori dal negozio: si vede proprio, che oggi nessuno di noi ha questa smisurata foga di prestazione... Tutt'altro. Per quanto mi riguarda, sento un gran bisogno di qualche giro così, tranquillo, anche se ho già la testa alle imprese del 2009. Non che, di norma, io possa permettermi giri forsennati, però viaggio sempre con l'occhio all'orologio, curando di evitare tutte le perdite di tempo... Un po' di tregua, ogni tanto, fa piacere, e poi in queste giornate d'autunno anche le gambe vanno un po' in letargo. Meno male che c'è la bici, altrimenti dormirei tutto il giorno.
Concluso l'appetitoso pasto, ci rimettiamo in marcia verso il Colle di Caprauna. Trovare la strada giusta non è semplicissimo: dalla statale svoltiamo a sinistra, Vessalico, Ranzo, Borghetto d'Arroscia. La salita arriva sempre troppo tardi, ma è tanto tanto bella, benché il cielo ormai abbia deciso di coprirsi e non assisterci più. Fino ad Aquila d'Arroscia, il fondo stradale è decente; poi, più avanti, ci ritroviamo d'improvviso in un luogo dimenticato da Dio e dall'ANAS: una stradina minuscola, sempre più piccola, enormi crateri con un po' di asfalto intorno, pietre, fango che avanza dal bosco, foglie... Non saprei a dire quanti km percorriamo su questo tratto; fatto sta che è una tensione incredibile; la bici ad ogni metro tende a scivolare, a ribaltarsi in qualche buca; io già non sono un fulmine di guerra in condizioni umane, figuriamoci qui!
Gli unici esseri più o meno umani che incontriamo sono i cacciatori, con i loro fuoristrada. Per il resto, non c'è un'anima, e per forza, chi si avventurerebbe mai su di qua, per di più in bici da corsa? Mi domando come sia possibile non avere ancora squarciato qualche copertone. Inaudito, davvero. L'unico squarcio è quello della merendina di Matteo, un boato tale da farmi temere che qualcuno del gruppo sia stato scambiato per un cinghiale. Verrò poi a sapere più tardi del dramma consumatosi in quel momento, quando alcuni preziosi granelli di zucchero si sono staccati dalla merendina e sono crollati a terra, perduti per sempre: una tragedia di proporzioni immani per il povero Matteo, che ne resterà dolorosamente segnato a vita.
Ormai sono rassegnata a questa salita tipo ciclocross... Quando, all'improvviso, si sbuca su una strada decente, ampia, bella. Oh ma cavoli, non sia mai che non ci complichiamo la vita, eh, noi! E' tardi, ma non ammetto di troncare qui l'ascesa. Svoltiamo a sinistra, verso l'abitato di Caprauna, dove ci fermiamo un attimo alla fontana: fa freddo, ma io sono a secco ed ho sete ugualmente. Ci vorrebbe anche una cioccolata calda... Ma non è il momento di tergiversare! Pochi istanti di pausa in quest'altro bellissimo paese un po' fuori dal mondo, poi su verso il colle. Mancheranno circa 400 m di dislivello: i miei compari si involano e, come sempre, mi mollano lì. Pazienza, non è una novità. Salgo con calma; scatto qualche foto alle nuvole basse, che conferiscono a questo luogo un aspetto insieme lugubre e meravigliosamente suggestivo: grigio il cielo, verde scuro il bosco. Si intuisce lassù, verso sinistra, una sella che potrebbe essere il colle; non sembra più molto distante. Approfitto della quiete per rispondere a qualche messaggio con il cellulare; a poco meno di un km dalla cima, ecco i tre elementi che tornano giù. Faccio per girare indietro anch'io, per evitare di far loro perdere altro tempo, ma Matteo è irremovibile: mi accompagna fin su, rifacendo un pezzo di strada, e Luca con lui. Mik no, Paganini non ripete: piuttosto che tornare indietro un metro, preferisce restare lì immobile ad ibernare! Curioso, il personaggio. Se a fondovalle gli proponessi di aggiungere un'altra salita, non batterebbe ciglio: ma la stessa, no, niente da fare!
In vetta, Luca mi cede l'ultimo pezzo della sua focaccia: che tesoro! Come ha fatto a capire che ho una fame mostruosa e non ho più voglia di merendine?
Questa volta, l'unica in tutta la giornata, la giacca la indosso, eccome. Fa un freddo boia e la discesa è molto lunga, una trentina di km prima di Albenga, secondo me. Km che scorrono veloci, perché Matteo questa volta resta pazientemente a tenermi compagnia. Stavolta tocca a lui ascoltare, mentre io dò sfogo a qualche mia paturnia. Fa dannatamente freddo, ho le mani che tremano nonostante i guanti. E il peggio arriva nella piana di Albenga: tanta, troppa orrenda pianura, tanto traffico e le gambe che, sembra incredibile, si inchiodano di colpo. E' pazzesco; sembra proprio che lo sentano: se la strada si appiattisce, basta, è finita, sciopero. I miei compagni di viaggio ogni tanto si girano, come a dire "Embé?". Embé... Non ce la faccio, punto e basta! L'Aurelia è il mio incubo; manca ancora qualche km, che agonia. Meno male che c'è il mare. Matteo cerca di ripararmi dal vento, ma è inutile, io non so stare a ruota, e poi adesso non ne ho nemmeno la testa; sarei solo pericolosa. Lasciatemi guardare il mare. Passiamo Laigueglia, il Capo Mele che mi dà un po' di requie – è la cosa più simile ad una salita che abbia visto negli ultimi km – e finalmente Andora. Già, finalmente... Con sorpresa!
Imbocchiamo contromano una strada a senso unico, quella che ci porta a casa di Luca: saranno 100 m di via ampia, con un sacco di spazio di parcheggio libero ai lati; pericolo, zero assoluto... E' un attimo, ci si avvicina una solerte vigilessa che ci intima di scendere dalle bici, "altrimenti verbale a tutti e quattro". Superato l'attimo di smarrimento, devo compiere un atto di suprema violenza su me stessa per evitare di esprimere quello che sto pensando: ma avrei un'ottima idea circa il luogo in cui la gentil dama se lo potrebbe collocare, il verbale. Ma dico io, ma proprio non hai niente di meglio da fare nella tua inutile esistenza? Quattro ciclisti in contromano in una strada deserta, eh sì questi sono i drammi dell'umanità... Non sto a riportare, per decenza, la cascata di improperi che le rivolgo nella mente, ma mi stupisco io stessa della vastità del mio vocabolario colorito. Certa gente ha addosso una divisa, capirai, la divisa da vigile urbano poi, e si sente onnipotente. Sarei proprio curiosa di sapere se sarebbe intervenuta con altrettanta solerzia, se al posto dei nostri visi sfatti dalla stanchezza ma tutto sommato innocui avesse incontrato quattro facce da patibolo. Ho una rabbia tale, addosso, che tornerei indietro a riempirle la faccia di ceffoni. Ma che vada al diavolo, lei è là con la sua luna storta ed io sono qui in compagnia di tre baldi fanciulli con cui ho trascorso un'altra stupenda giornata.
Approfitto ancora dell'ospitalità di Luca per una bella doccia ristoratrice: quando esco, trovo tre belve assatanate intorno al tavolo, intente in esperimenti culinari di dubbia opportunità: pane, sugo al pomodoro e formaggio, pane miele e Nutella, altre invenzioni che preferisco non approfondire... Per me, Luca pepara due bellissime fette di pane con la semplice Nutella; ma guarda, quanto sono solerti e premurosi questi gregari!
Ci attardiamo ancora qualche momento, a goderci gli ultimi scampoli di risate. Poi, ahimé, è il momento dei saluti: Matteo torna in bici a recuperare la Mini, affrontando almeno una ventina di km di Aurelia al buio; Luca va verso casa, Mik ed io pure. E, siccome non guido, posso godermi il panorama del cielo rosso sul mare. Mi piacerebbe fermarmi ancora un attimo, solo un momento, in spiaggia, perché la sera sulla sabbia umida è qualcosa di impagabile... Ma non posso chiedere troppo; sarà per un'altra volta. Torniamo ad arrampicarci, questa volta in auto, con un po' di malinconia, e quando scolliniamo verso Garessio è proprio finito tutto. Con la speranza che, presto, ricominci.
Come sempre... Grazie di cuore a tutti!
venerdì 14 novembre 2008
giovedì 13 novembre 2008
8-9 novembre 2008 - Vagabondaggi autunnali tra Piemonte e Liguria - I giorno
Ci sono quei giorni che, chissà perché, lo sai già da un sacco di tempo prima, che saranno speciali. Quei giorni che attendi per giorni, con ansia, e già sai che andrà tutto bene, che sarà bellissimo, che persino Giove Pluvio sarà senza dubbio alcuno dalla tua parte.
Non mi guardo allo specchio, ma credo di avere un sorrisone a trentadue denti, anzi, a ventinove, quelli che mi rimangono dopo corsi e ricorsi dal dentista; comunque, dicevo, un sorrisone paralizzato lì in bella mostra sulla faccia, fin dall'istante in cui la sveglia trilla. Sono le cinque e mezza; sono a nanna da poco più di quattro ore, perché ieri sera ovviamente ero di corsa come al solito ed ho tirato tardi tra pulizie e preparazione del bagaglio, o meglio, lancio casuale di capi di vestiario nel sacco da portar via. Schizzo giù, mangiucchio qualcosa ma non molto, tracanno l'intera caffettiera, mi precipito a raccattare i vari pezzi della bici... Ed accatasto tutto davanti al portoncino: compresa la scatola di viveri per la sera. Già, forse è anche questa, una delle cose che mi mette più allegria: stasera niente pizzeria, niente cena fuori, si va a casa di Luca e ci si fa pappa lì da lui! E' assurdo, a ben pensarci: a casa mia, per me, cucino solo se proprio non ne posso fare a meno, e il massimo della mia cucina è una pasta o un minestrone di legumi la cui preparazione consiste nel buttare tutto in acqua e sale e far bollire. Eppure, l'idea di mettermi lì a far la pasta stasera, in compagnia, mi mette addosso un bellissimo senso di allegria. C'è tutto, nella mia scatola: pasta, sugo, olio, sale, pane, Nutella... Tutto, o quasi: me ne accorgerò solo quando sarà troppo tardi, che manca il caffè!
Per la gioia dei miei vicini di casa, visto che sono le sei e mezza, in extremis per le scale mi metto a gonfiar le ruote della bici: proprio in quel momento, ecco il potente rombo di motore della Y di Mik, puntualissimo, anche troppo! Tutto lascia presagire che questo fine settimana sarà eccezionale: persino la proposta di presentarsi qui alle sei e mezza, avanzata in tutta spontaneità proprio da lui... Io mi ero già preparata a combattere con ogni mezzo lecito ed illecito per ottenere di partire presto, e zac, sono stata presa in contropiede! Un vero shock!
Carichiamo tutto, con mia gran meraviglia: ho sempre poca fiducia nella capacità di trasporto di quella macchinina, eppure... Via subito, subitissimo, nella nebbia, direzione autostrada. L'appuntamento è alle sette e un quarto a Ceva: il cartellone luminoso all'ingresso dell'autostrada lancia un terroristico allarme nebbia e scarsa visibilità, ma come al solito esagera. Un po' di nebbia, sì, la troviamo... Ma poi, d'improvviso, sulla destra, spunta la vetta di un meraviglioso Monviso imbiancato fino giù giù, contro un limpidissimo cielo che si fa pian piano più chiaro. Che spettacolo... Dopo una settimana di pioggia incessante, in cui si vedeva solo nuvole e nebbia, mi ero dimenticata che così vicino a me ci fossero le montagne. E' Mik a farmi notare l'effetto della prima neve, il risalto della linea netta di demarcazione della quota neve appunto. E' uno spettacolo bellissimo: ma sì, è inutile che mi stupisca, è solo l'inizio, il degno inizio, di una meravigliosa avventura!
Oggi saremo in quattro: a Ceva troveremo Luca e Gianpaolo, alias GPC del forum di Bicidacorsa. Sono curiosa... Gianpaolo ha fama di essere un ciclista con i controcavoli, soprattutto in salita; vediamo un po' che personaggio è! Io quei tipi lì me li immagino sempre tiratissimi e gasatissimi, e dire che i più forti che conosco sono in realtà persone molto semplici ed alla mano. Gianpaolo infatti non fa eccezione: è già lì sul piazzale, in largo anticipo, lui che fra tutti è quello che ha fatto più strada per unirsi al giro. Pantaloni da bici, scarpe belle da festa, mi ispira un sorriso non appena lo vedo! E la bici... Una meraviglia: un cimelio, direi, e spero che il proprietario non si offenda; lo dico in senso buono, mi è piaciuta davvero tanto! Anzi, gongolo ogni volta che vedo qualcosa del genere: dimostrazione del fatto che non è l'abito che fa il monaco... E che quelli che "vanno forte" davvero non hanno bisogno della bici ipertecnologica iperleggera ipermoderna ipervattelapesca, anzi, agli "iper" di solito fanno mangiare la polvere! Che ci posso fare, a me piace tantissimo l'immagine del ciclismo epico e del ciclista dall'aspetto un po' "antico" che poi, con la sua aria sorniona, rifila solenni batoste a tutti.
Questa pare proprio voler essere la prima vera mattina d'inverno. Il freddo è pungente; i termometri segnano temperature di poco sopra lo zero e la terra luccica al sole, segno inequivocabile di brina. Lassù, oltre il tetto dell'ospedale, le cime delle montagne sono già incendiate dai primi raggi, che giocano anche con i vetri gialli di una cappella proprio qui di fronte al piazzale. Sembra che dentro la cupola qualcuno abbia acceso un enorme falò.
Batto i denti, indosso tutto quel che ho, e così Mik: anche lui è un freddoloso cronico! Di lì a poco, ecco la Opel grigia di Luca, che oggi, a quanto pare, ha rinunciato ad una performance con le PowerCranks, optando per la bellissima Bianchi e le pedivelle normali. Siamo tutti più o meno pronti; i rigori dell'inverno hanno raffreddato un po' i nostri entusiasmi, ma bando ai tentennamenti... Tra frizzi e lazzi, si parte!
Ovvio che le possibilità in partenza sono due, girare a destra o girare a sinistra, ed io imbrocco subito quella sbagliata. Si va verso Battifollo, ma, con mio immenso sollievo, non via fondovalle da Ceva a Bagnasco. Luca, fido tour operator nonché ormai esperto conoscitore delle mie fobie, ha studiato per oggi un giro che riduce la pianura al minimissimo indispensabile e ci porta quasi subito verso la salita. E, come sempre, alla minima pendenza, i miei compari si involano.
Bella: strada larga, ancora poco traffico a quest'ora mattutina; ci siamo proprio solo noi, in mezzo agli alberi dalle foglie gialle e marroni che scendono pigre e cullate da qualche soffio di vento. Non posso che tirare fuori la macchina fotografica!
Mi accorgo ben presto che c'è qualcosa che non va: ok, ho portato la ruota da 26 anziché quella da 29, quindi dovrò fare un po' di fatica in più sulle salite ripide; questa però non è affatto una salita ripida, nulla di tremendo, e la fatica che sto facendo qui è troppa, decisamente. Sento le gambe rigide, non riesco a spingere come vorrei; quasi ci fosse il freno chiuso a bloccare la ruota. Cominciamo bene... E' vero che, nelle ultime tre settimane, non ho toccato la bici... Ma sono stata tutt'altro che ferma! Boh, speriamo che sia solo l'effetto della prima salita, speriamo che sia solo il freddo. Bando alla tristezza, si sta alzando il sole, limpido, splendido; i raggi violenti, bassi come d'inverno che si riflettono sull'asfalto lucido. Pazienza se s'avrà da faticare un po' di più: mi spiace solo per i miei colleghi di viaggio, già costretti ad interminabili attese quando io sono al meglio della mia condizione; figuriamoci così... Mi distraggo ascoltando i rumori della mia bici che, una volta tanto, rumori proprio non ne fa: l'ho ritirata dal meccanico proprio ieri; è bella pulita e sistemata come non mai! Anche se mi viene da pensare, vista la faticaccia nera che sto facendo, che quel buontempone di Michél, il meccanico, mi abbia sostituito la ruota libera da 26 con una da 21...
Tengo la giacca GoreTex per tutta la prima salita; non mi viene per nulla voglia di levarla, né tantomeno di cercare un posto ove riempire la borraccia. Troppo freddo, per adesso.
Verso la vetta, il panorama si apre sull'immagine di una torre diroccata, quasi lugubre, alta e slanciata, nera per effetto della luce violenta del sole, che svetta contro il blu del cielo. I miei colleghi sono lì in paese, mi aspettano; insieme ripartiamo giù in discesa, verso Bagnasco. Scendo con estrema cautela: la strada è ancora tutta in ombra e dà l'idea di essere molto, molto scivolosa. La temperatura, beh, non oso pensare quale sia... Ma, nonostante la giacca ed i guanti invernali, arrivo giù brinata. Colpa anche del fatto che non ho portato il paraorecchie: il guaio è che l'ho perso in casa, e si sa che ogni cosa che si perde in casa mia viene inglobata e scompare nel nulla eterno... Ergo, devo ricordarmi di comprarne un altro, prima o poi.
Il contrasto tra i tratti di strada illuminati e quelli in ombra è violentissimo in questa stagione, soprattutto oggi, prima giornata serena dopo giorni e giorni di pioggia. L'aria è ancor più limpida e fredda. Arrivo giù a Bagnasco mezza ibernata: c'è un po' di pianura adesso; tutto sommato, non va nemmeno male... Così mi scaldo un po', soprattutto le dita!
Speriamo solo di resistere. Luca si mette davanti, la solita locomotiva, e a me già vengono i sudori freddi, questa volta non per colpa del clima. Quando si comincia così, di solito per me finisce a mazzate... Infatti, tempo trenta secondi e mi ritrovo con il cuore in gola, a pestare come una forsennata su pedali che non ne vogliono sapere di andare giù. Ci devo almeno provare, a stargli a ruota! Anche se poi, come sempre, di stare davvero a ruota non sono capace e finisco, regolarmente, con il mettermi con la ruota anteriore a fianco di quella posteriore di Luca: che significa, prendere comunque un sacco d'aria di fronte. Per fortuna, a quanto pare, oggi i miei compagni han deciso di avere pietà: Luca non mi stacca – potrebbe farlo come e quando vuole – e gli altri due non superano. Si accontentano, insomma. Meno male, perché a me quelle due o tre blande risalite lungo il fondovalle fanno schizzare il cuore in mezzo alle orecchie, tanto che a Priola, qualche km dopo, arrivo con il mal di testa. Sulla destra un cartello, "Viola": fantastico, fine della tortura; si torna in salita. Imbocchiamo una stradina minuscola le cui intenzioni sono chiarissime fin da subito: rampe, rampe ed ancora rampe, su un tappeto di foglie secche, ricci di castagne, asfalto rovinato, quando c'è. Stavolta la giacca la tolgo eccome, approfittando del tratto in piano sull'esterno del primo tornante. Luca e Mik partono all'impazzata; GPC li insegue poco dopo... Ed io resto qui con la mia fatica. Faticaccia nera, adesso più che mai me ne rendo conto. Non è solo nelle gambe, è anche nelle braccia che sembrano quasi molli, senza la forza per aggrapparsi al manubrio ed aiutare la spinta dei garretti. Mi prende un po' di sconforto, anche perché non capisco bene cosa stia succedendo. Il cuore batte in modo strano: certo, è solo una mia sensazione, non può essere altrimenti, ma mi sembra che abbia un ritmo del tutto irregolare, sconclusionato. Del resto, è dallo scorso sabato che ho questa sensazione, correndo a piedi: di male al petto, battito come "rallentato", fiato che viene a mancare. Forse è solo un momento di stanchezza: però, ho davvero paura di non farcela, oggi! Non riesco nemmeno ad impugnare il manubrio come vorrei...
Le rampe si susseguono una dopo l'altra; non capisco se sia la strada che davvero pende tanto, oppure la mia fiacca che rende le pendenze più severe. Mi distraggo con qualche foto, badando bene a non perdere l'equilibrio facendo lo slalom tra le buche che, man mano che si sale, sembrano sempre più grosse e profonde. Cavoli, ma dove l'ha scovata, Luca, questa stradina? E' bellissima, incredibilmente suggestiva nella sua solitudine di foglie, umido, bosco e castagne. Se mi perdessi qui, non mi troverebbero più: e potrebbe non essere affatto una prospettiva spiacevole! Scatto qualche foto, nell'illusione di poter poi rivivere la stessa sensazione che provo ora: ma la foto non rende mai fino in fondo la vera idea di come sia qui. Sono talmente presa, un po' dalla preoccupazione per il mio stato, un po' dalla bellezza dell'itinerario, che quasi mi dimentico che su in cima c'è gente che mi aspetta. Vorrei andare anche solo un po' meno lentamente, ma proprio non ce la faccio. Mi costa fatica persino prendere la roba dalle tasche sulla schiena: sono un rottame! Però stavolta taccio, per decenza: non è mica possibile che ogni volta che vado in giro in compagnia salti fuori qualche guaio... Stavolta no, niente scuse, soffro in silenzio, in qualche modo ce la farò.
Al Colle San Giacomo trovo, come sempre, il trio delle meraviglie in attesa. Non mi fermo, scendo giù; nemmeno il tempo di commentare il curiosissimo parcheggio di un furgone, messo lì in retromarcia su per un sentiero ripidissimo... Ed ecco che la ruota posteriore, nel tornante, scivola, sbanda un po', mi fa prendere un bello spaghetto. Meglio scendere con cautela: la strada è bagnata; foglie secche e fanghiglia fanno il resto. Certo che, in fondo, chi mi suggerisce di montare copertoncini più larghi, almeno in questa stagione, non ha mica torto!
La temperatura non accenna a salire. Finché si va su, tutto bene, ma le discese restano un calvario. Per le mani, per i piedi, per tutto!
Il passaggio a San Grée è l'unico momento triste della giornata: cemento e vetri rotti, gli ultimi resti di una stazione sciistica ormai in disuso. Che strazio... Questi edifici già erano, senza dubbio, immondi obbrobri quand'erano nuovi; adesso, peggio che mai. Ma ce li lasciamo alle spalle in fretta, per scendere a Pamparato, dove, per la prima volta della giornata, riempo anch'io la borraccia. Niente sali né integratori di altro genere: c'è già dentro una rigogliosa coltura di muffa dalle proprietà beneficissime, ne sono certa!
Dalla fontana ripartiamo in direzione della Colla di Casotto. Come al solito, viaggiando in compagnia, non ho ben coscienza del luogo in cui mi trovo; questa salita l'ho già percorsa almeno iun paio di volte, ma non me la ricordo più. L'inizio è promettente: una bella rampetta, un cartello che indica l'obbligo delle catene da neve in un certo periodo dell'anno. Poi, però, l'amara sorpresa; la strada si appiattisce, diventa qualcosa che sembra un lungo, lunghissimo, interminabile falsopiano, senza un tornante che sia uno, nemmeno a pagarlo! Si viaggia in mezzo a boschi e qualche casolare isolato, qualche cane disturbato dall'intrusione; non ne vedrà tanti, di esseri umani, da queste parti.
Qualche nuvolone va a chiudere la valle, dando quasi l'impressione di voler buttare giù uno scroscio d'acqua: non appena il sole si nasconde, brividi! Io arranco senza speranza: sto facendo una fatica inaudita, non vado proprio avanti, su una pendenza a dir poco ridicola. Cerco di intuire dove possa andare a scollinare la strada: non è mia abitudine, desiderare con ansia la fine di una salita, ma sono proprio cotta cottissima; la fiacca non mi dà tregua, unita poi al nervoso che ribolle dentro. Mi alzo sui pedali, ma anche lì è una gran fatica, perché ci vorrebbe forza nelle braccia; invece non c'è nemmeno lì, anche le braccia sono vuote, peggio che andar di notte. E chissà quanta strada c'è ancora da fare, fino alla cima, fino a stasera. Mollare, accorciare il percorso? No, questo mai. Finché riesco, faccio finta di niente, poi si vedrà.
Finalmente la Colla arriva. Mik, Luca e GPC sono immancabilmente lì: mi dispiace soprattutto per Mik che già ha una bella tosse... Tutte queste attese al freddo in cima ai colli, dove tira la corrente, saranno di certo un toccasana! Tiro dritto, giù verso il fondovalle, non prima di aver debitamente espresso a Luca la mia opinione poco lusinghiera circa la scelta infelice di questa infelice salita. Come se fosse colpa sua!
La discesa su Garessio, cinque o sei km, è anch'essa gelida. Sarà quasi mezzogiorno: pausa di riflessione a Garessio, dove GPC fa scorta di viveri presso un negozietto di alimentari. Il povero Mik, in preda alla tosse, si lamenta: "Mi avrete sulla coscienza...". Ovviamente non viene preso sul serio, anzi: io lo consolo, "Ti immolerai per una nobile causa"; Luca, però, pensando alla prossima destinazione del nostro giro, è il più feroce... "Ti faranno un monumento... Sul Colle Quazzo: ecco, un monumento al ciclista del Quazzo!". Altro che la statua di Pantani sul Fauniera! Manca poco che mi stenda a terra dalle risate...
Sotto un cielo sempre più grigio e nuvoloso, ci riavviamo verso il centro del paese. A dire il vero, prima del Quazzo ci sarebbe da fare un'altra salita; peccato che non ne troviamo l'imbocco. Poco male. Passiamo la ferrovia: ah ma questa volta non mi faccio più fregare; visto che i binari non sono perfettamente perpendicolari rispetto alla strada... Io sgancio i pedali e li oltrepasso a piedi! La chiappa destra fa ancora troppo male, segno che il ricordo è ancora ben vivo nella memoria. Così Mik può subito vendicarsi; stavolta è lui, a sghignazzare!
La salita del Quazzo in realtà è una bellissima salita; attacca con qualche rampa dura, poi si attenua; passa, anche qui, in mezzo ai boschi, dove oggi circoliamo solo noi ed i cacciatori. Davvero: caso strano, oggi non abbiamo ancora incontrato nessun ciclista, ma proprio nessuno. Un po' la cosa ci lusinga: nessuno osa altrettanto! In questa stagione, tutti a fare i criceti nella ruota, su e giù per l'Aurelia o per gli stradoni di fondovalle... Un po' di freddo, di nebbia, di grigiore autunnale abbattono qualsiasi volontà. Ma noi no, non ci fermiamo davanti a nulla! A meno che non si tratti di un TIR, allora lì può anche darsi...
La fatica è sempre tanta; questa volta, però, se non altro, la salita è gradita. Qualche tornante, qualche rampa in più, e si comincia passando accanto ad un bel santuario. Spero solo di resistere ancora; mi preoccupa non tanto la stanchezza delle gambe, che bene o male riesco a far girare, ma questo senso di vuoto in tutti i muscoli. Ed ho una fame boia, continuo a mangiare come un inceneritore!
Cielo scuro, nuvole che sembrano fumo e corrono veloci, rubando quel poco di conforto che possono dare i raggi del sole di novembre, intorno solo silenzio, solo qualche latrato di cani in lontananza.
Foto in cima al Colle Quazzo, in acrobazia come sempre per riporre la macchina fotografica prima che la strada cominci a scendere. Poi giù verso Calizzano: in paese, supero il gruppetto fermo alla fontana e mi infilo in una stradina minuscola tra le case, per poi sbucare in direzione di Caragna e del Colle dei Giovetti. Solo che non si va lì. Novità: Luca ha preparato, anche qui, una sorpresa. Si lascia la strada principale per imboccare una stradina minuscola verso sinistra, direzione Vetria. Capperi, sono secoli che pedalo da queste parti, ma la stradina di Vetria m'è sempre sfuggita. Anche qui, altro posto da lupi; inutile negare che sono un po' preoccupata: le forze sono proprio al lumicino e non so cosa mi riservi questa salita. Devo mettere pazienza, salire con calma, dosare le forze. Mi stupisco io stessa: mi ritrovo a pensare che ormai siamo nel primo pomeriggio; ci saranno ancora un paio d'ore di luce a disposizione, quindi per forza la gita di oggi sta per volgere al termine. E la cosa insolita, per me, è concludere il pensiero con un sospiro di sollievo: "Meno male". Niente da fare, oggi non va, ho voglia e, credo, davvero bisogno di qualche ora di tregua. Sarà che quest'anno, ancor più che negli anni passati, ho fatto vera indigestione di uscite in bici lunghissime, di giorni passati sui pedali con in mezzo poche ore di sonno, di allegra tensione, ma pur sempre tensione, in vista delle granfondo, delle randonnée, delle varie follie: fatto sta che, adesso, mi ritrovo ad avere una gran voglia di bici, ma un po' più tranquilla. Il fatto che le giornate siano brevi, in questo momento, non è per niente un danno. Ho voglia di arrivare a Ceva, caricare la bici, godermi il San Bernardino ed il viaggio verso Andora senza nemmeno il pensiero di dover guidare... Sono viziata, lo so! Che sia la stanchezza fisica che si traduce in una richiesta di pausa?
Così elucubrando, arrivo in cima alla salita. La discesa che segue è davvero critica: strada stretta, fondo umido completamente ricoperto delle immancabili foglie secche, dei ricci, di fango e pietrisco. Sembra di scendere con le ruote sul sapone. Di lì a poco, incontriamo, a breve distanza l'uno dall'altro, gli unici due ciclisti di tutta la giornata: una signora che sale in mountain bike ed un giovane che ci supera in discesa, ben più stabile e sicuro sulle ruote spesse e rumorose: in mountain bike anche lui.
La discesa, stupenda, porta dritti a Priola. L'ultimo tornante mi regala un'emozione forte: scendo sull'esterno, curva a sinistra, ed incrocio una Panda che ha, caricati sul tettuccio, due tronchi lunghissimi, che sporgono in modo spropositato sia davanti che dietro rispetto all'auto; per un pelo non mi trovo uno di quei tronchi direttamente in mezzo alla fronte! Ma si può? Questo è un pazzo furioso!
Ritrovo i compagni di merende al bivio con la statale di fondovalle. Ne percorriamo un tratto, verso Bagnasco: per fortuna, questa volta, la pendenza è leggermente a favore. Oggi in pianura, quel poco di pianura che questo giro prevede, ho sofferto meno del solito: ahimé, ho imparato a riconoscere questo come un pessimo sintomo, ormai. Di solito, se mi sento un po' meglio in pianura, fatico ben più della norma in salita, sempre. Chissà perché. In ogni caso, non amo il piattume e sono ben contenta di arrivare a Bagnasco. Ultima salita a Battifollo: ripercorriamo a ritroso il tratto iniziale dell'itinerario. Ormai si tratta solo più di stringere i denti. Sono KO, non c'è proprio niente da fare, mi sento più vuota e cotta che mai. Qui la pendenza è davvero ridicola, eppure questi pedali sono pesanti come macigni. Ritrovo però la bellissima immagine della torre di Battifollo, ora illuminata dai raggi bassi del sole che scende. Arrivo in cima con vero sollievo: bene o male, anche oggi ho portato a casa la pagnotta. Manca un buon tratto di discesa; la temperatura, che nelle ore centrali della giornata ha concesso una parentesi quasi mite, sta scendendo in fretta, soprattutto nei tratti in ombra. Piombiamo, si fa per dire, su Ceva; meno male che Luca mi aspetta all'incrocio, perché io mi son già persa la strada per tornare alle auto! Che bello, però... Mi coccolano sempre un sacco, questi compagni d'avventura! Essere la schiappa della compagnia ha anche i suoi vantaggi: qualcuno, di tanto in tanto, prova pietà per te!
Arrivati alle auto, con 140 km e 3.500 m di dislivello circa nei garretti, caricate le bici, ci congediamo da Gianpaolo, che domani non sarà dei nostri, e prendiamo la via del mare: lui verso Levante; Luca, Mik ed io verso Ponente. Si parte; il calduccio dell'auto già colpisce a tradimento, confonde un po' i pensieri ed ispira voglia di nanna. Ma non è il momento di dormire; è il momento di aprire bene gli occhioni e godersi un meraviglioso tramonto dai tornanti del San Bernardino, il cielo che si fa sempre più scuro e si confonde con i contorni delle cime tonde e del bosco, di indovinare le lucine di qualche borgata, il fumo caldo e buono di qualche camino sperduto nella vallata, e pazienza se le curve e controcurve sono poco gradite al pancino. E' stupenda, questa strada; peccato solo che sia piuttosto trafficata, per salirci in bici.
Zuccarello: fine delle curve, fine dell'ambiente duro e selvaggio dell'entroterra; in un attimo siamo nel caos della costa. Mi sa che ho qualche momento di defaillance: mi risveglio di colpo e mi rendo conto d'essermi persa un paio di paesi lungo l'Aurelia... Siamo a Laigueglia, altro luogo di memorie granfondistiche; come dimenticarmele, quelle partenze assassine che ho sperimentato, mio malgrado, gli scorsi febbraio e maggio nelle gare di inizio stagione? Mai più... Siamo sull'Aurelia, troppa gente, troppo caos, troppi semafori. Meno male che c'è il Capo Mele, meno male che si vede il mare.
Ad Andora, Luca ci fa strada verso casa sua: l'agognata doccia, poi mi cimento nella nobile ed antica arte della bollitura dell'acqua per la pasta, con immediato cazziatone da parte di Luca che mi fa giustamente notare: "Il sale va messo alla fine!". Giusto, ne farò tesoro per la prossima volta, intanto butto giù una scatola intera di pasta. Ceniamo a pasta col sugo e torta di mele e chiacchiere: credo di essermi goduta pochi momenti belli così. Semplici, leggeri, bellissimi. E poi due passi lungo il mare, perché c'è forse una sola circostanza in cui amo vedere il mare, ed è la sera, nella stagione fredda, che qui non è fredda per niente. Anche se, pure qui, non posso fare a meno di voltarmi verso la montagna, indovinare le strade che vanno su seguendo i fari delle auto, immaginare dove ci arrampicheremo domani.
Prima di rientrare, doverosa una visita alle vetrine del negozio Shimano che ho notato mentre si arrivava in auto: ci sono alcune Colnago il cui prezzo è stato censurato a tutela delle persone deboli di cuore, ci sono componenti, capi di abbigliamento, un piccolo paradiso; c'è il Campagnolo 11 velocità, che chissà poi a che cavolo serve, se penso che io già ne leverei tre o quattro dal mio pacco pignoni. E infine, per conciliare la nanna, il DVD della Oetztaler Radmarathon 2008, che Luca, attrezzatissimo, ci mostra sul PC portatile: immagini che mi lasciano a bocca aperta, posti belli da togliere il fiato, anche se ci ho già pedalato tante e tante volte. E poi la corsa dei primi, quella che, da "dentro" la GF, io non potrei mai e poi mai vedere: un altro pianeta.
Vado a nanna rinfrancata, fiduciosa che domani sarà meglio, in bici naturalmente, perché, per il resto, meglio non potrebbe essere. Penso che Luca e Mik sono una splendida compagnia, che domani ci sarà anche Matteo a completare il quadro perfetto. Non so cosa ne pensino loro, ma la mia sensazione è che, nonostante le abissali differenze di prestazioni ciclistiche, si sia creato un bel gruppo, il mio gruppo ideale, persone con una passione smisurata come la mia e la libertà di viverla senza orari, senza vincoli e senza timore di non farcela. Chissà se e quanto durerà tutto questo; io spero, con tutto il cuore, a lungo, perché ora son qui con il naso sotto le coperte ed è come se avessi dimenticato tutto il resto, casa, lavoro, tutto. Beninteso, non c'è nulla della mia vita ordinaria che mi dia alcun motivo di lamentarmi, per carità: ma qui è speciale, qui si sta bene, qui è tutto tranquillo e sereno. Per me, un bellissimo rifugio.
Ora di nanna, adesso. Mik ha ceduto il controllo della sveglia: ahilui, se ne pentirà!
Non mi guardo allo specchio, ma credo di avere un sorrisone a trentadue denti, anzi, a ventinove, quelli che mi rimangono dopo corsi e ricorsi dal dentista; comunque, dicevo, un sorrisone paralizzato lì in bella mostra sulla faccia, fin dall'istante in cui la sveglia trilla. Sono le cinque e mezza; sono a nanna da poco più di quattro ore, perché ieri sera ovviamente ero di corsa come al solito ed ho tirato tardi tra pulizie e preparazione del bagaglio, o meglio, lancio casuale di capi di vestiario nel sacco da portar via. Schizzo giù, mangiucchio qualcosa ma non molto, tracanno l'intera caffettiera, mi precipito a raccattare i vari pezzi della bici... Ed accatasto tutto davanti al portoncino: compresa la scatola di viveri per la sera. Già, forse è anche questa, una delle cose che mi mette più allegria: stasera niente pizzeria, niente cena fuori, si va a casa di Luca e ci si fa pappa lì da lui! E' assurdo, a ben pensarci: a casa mia, per me, cucino solo se proprio non ne posso fare a meno, e il massimo della mia cucina è una pasta o un minestrone di legumi la cui preparazione consiste nel buttare tutto in acqua e sale e far bollire. Eppure, l'idea di mettermi lì a far la pasta stasera, in compagnia, mi mette addosso un bellissimo senso di allegria. C'è tutto, nella mia scatola: pasta, sugo, olio, sale, pane, Nutella... Tutto, o quasi: me ne accorgerò solo quando sarà troppo tardi, che manca il caffè!
Per la gioia dei miei vicini di casa, visto che sono le sei e mezza, in extremis per le scale mi metto a gonfiar le ruote della bici: proprio in quel momento, ecco il potente rombo di motore della Y di Mik, puntualissimo, anche troppo! Tutto lascia presagire che questo fine settimana sarà eccezionale: persino la proposta di presentarsi qui alle sei e mezza, avanzata in tutta spontaneità proprio da lui... Io mi ero già preparata a combattere con ogni mezzo lecito ed illecito per ottenere di partire presto, e zac, sono stata presa in contropiede! Un vero shock!
Carichiamo tutto, con mia gran meraviglia: ho sempre poca fiducia nella capacità di trasporto di quella macchinina, eppure... Via subito, subitissimo, nella nebbia, direzione autostrada. L'appuntamento è alle sette e un quarto a Ceva: il cartellone luminoso all'ingresso dell'autostrada lancia un terroristico allarme nebbia e scarsa visibilità, ma come al solito esagera. Un po' di nebbia, sì, la troviamo... Ma poi, d'improvviso, sulla destra, spunta la vetta di un meraviglioso Monviso imbiancato fino giù giù, contro un limpidissimo cielo che si fa pian piano più chiaro. Che spettacolo... Dopo una settimana di pioggia incessante, in cui si vedeva solo nuvole e nebbia, mi ero dimenticata che così vicino a me ci fossero le montagne. E' Mik a farmi notare l'effetto della prima neve, il risalto della linea netta di demarcazione della quota neve appunto. E' uno spettacolo bellissimo: ma sì, è inutile che mi stupisca, è solo l'inizio, il degno inizio, di una meravigliosa avventura!
Oggi saremo in quattro: a Ceva troveremo Luca e Gianpaolo, alias GPC del forum di Bicidacorsa. Sono curiosa... Gianpaolo ha fama di essere un ciclista con i controcavoli, soprattutto in salita; vediamo un po' che personaggio è! Io quei tipi lì me li immagino sempre tiratissimi e gasatissimi, e dire che i più forti che conosco sono in realtà persone molto semplici ed alla mano. Gianpaolo infatti non fa eccezione: è già lì sul piazzale, in largo anticipo, lui che fra tutti è quello che ha fatto più strada per unirsi al giro. Pantaloni da bici, scarpe belle da festa, mi ispira un sorriso non appena lo vedo! E la bici... Una meraviglia: un cimelio, direi, e spero che il proprietario non si offenda; lo dico in senso buono, mi è piaciuta davvero tanto! Anzi, gongolo ogni volta che vedo qualcosa del genere: dimostrazione del fatto che non è l'abito che fa il monaco... E che quelli che "vanno forte" davvero non hanno bisogno della bici ipertecnologica iperleggera ipermoderna ipervattelapesca, anzi, agli "iper" di solito fanno mangiare la polvere! Che ci posso fare, a me piace tantissimo l'immagine del ciclismo epico e del ciclista dall'aspetto un po' "antico" che poi, con la sua aria sorniona, rifila solenni batoste a tutti.
Questa pare proprio voler essere la prima vera mattina d'inverno. Il freddo è pungente; i termometri segnano temperature di poco sopra lo zero e la terra luccica al sole, segno inequivocabile di brina. Lassù, oltre il tetto dell'ospedale, le cime delle montagne sono già incendiate dai primi raggi, che giocano anche con i vetri gialli di una cappella proprio qui di fronte al piazzale. Sembra che dentro la cupola qualcuno abbia acceso un enorme falò.
Batto i denti, indosso tutto quel che ho, e così Mik: anche lui è un freddoloso cronico! Di lì a poco, ecco la Opel grigia di Luca, che oggi, a quanto pare, ha rinunciato ad una performance con le PowerCranks, optando per la bellissima Bianchi e le pedivelle normali. Siamo tutti più o meno pronti; i rigori dell'inverno hanno raffreddato un po' i nostri entusiasmi, ma bando ai tentennamenti... Tra frizzi e lazzi, si parte!
Ovvio che le possibilità in partenza sono due, girare a destra o girare a sinistra, ed io imbrocco subito quella sbagliata. Si va verso Battifollo, ma, con mio immenso sollievo, non via fondovalle da Ceva a Bagnasco. Luca, fido tour operator nonché ormai esperto conoscitore delle mie fobie, ha studiato per oggi un giro che riduce la pianura al minimissimo indispensabile e ci porta quasi subito verso la salita. E, come sempre, alla minima pendenza, i miei compari si involano.
Bella: strada larga, ancora poco traffico a quest'ora mattutina; ci siamo proprio solo noi, in mezzo agli alberi dalle foglie gialle e marroni che scendono pigre e cullate da qualche soffio di vento. Non posso che tirare fuori la macchina fotografica!
Mi accorgo ben presto che c'è qualcosa che non va: ok, ho portato la ruota da 26 anziché quella da 29, quindi dovrò fare un po' di fatica in più sulle salite ripide; questa però non è affatto una salita ripida, nulla di tremendo, e la fatica che sto facendo qui è troppa, decisamente. Sento le gambe rigide, non riesco a spingere come vorrei; quasi ci fosse il freno chiuso a bloccare la ruota. Cominciamo bene... E' vero che, nelle ultime tre settimane, non ho toccato la bici... Ma sono stata tutt'altro che ferma! Boh, speriamo che sia solo l'effetto della prima salita, speriamo che sia solo il freddo. Bando alla tristezza, si sta alzando il sole, limpido, splendido; i raggi violenti, bassi come d'inverno che si riflettono sull'asfalto lucido. Pazienza se s'avrà da faticare un po' di più: mi spiace solo per i miei colleghi di viaggio, già costretti ad interminabili attese quando io sono al meglio della mia condizione; figuriamoci così... Mi distraggo ascoltando i rumori della mia bici che, una volta tanto, rumori proprio non ne fa: l'ho ritirata dal meccanico proprio ieri; è bella pulita e sistemata come non mai! Anche se mi viene da pensare, vista la faticaccia nera che sto facendo, che quel buontempone di Michél, il meccanico, mi abbia sostituito la ruota libera da 26 con una da 21...
Tengo la giacca GoreTex per tutta la prima salita; non mi viene per nulla voglia di levarla, né tantomeno di cercare un posto ove riempire la borraccia. Troppo freddo, per adesso.
Verso la vetta, il panorama si apre sull'immagine di una torre diroccata, quasi lugubre, alta e slanciata, nera per effetto della luce violenta del sole, che svetta contro il blu del cielo. I miei colleghi sono lì in paese, mi aspettano; insieme ripartiamo giù in discesa, verso Bagnasco. Scendo con estrema cautela: la strada è ancora tutta in ombra e dà l'idea di essere molto, molto scivolosa. La temperatura, beh, non oso pensare quale sia... Ma, nonostante la giacca ed i guanti invernali, arrivo giù brinata. Colpa anche del fatto che non ho portato il paraorecchie: il guaio è che l'ho perso in casa, e si sa che ogni cosa che si perde in casa mia viene inglobata e scompare nel nulla eterno... Ergo, devo ricordarmi di comprarne un altro, prima o poi.
Il contrasto tra i tratti di strada illuminati e quelli in ombra è violentissimo in questa stagione, soprattutto oggi, prima giornata serena dopo giorni e giorni di pioggia. L'aria è ancor più limpida e fredda. Arrivo giù a Bagnasco mezza ibernata: c'è un po' di pianura adesso; tutto sommato, non va nemmeno male... Così mi scaldo un po', soprattutto le dita!
Speriamo solo di resistere. Luca si mette davanti, la solita locomotiva, e a me già vengono i sudori freddi, questa volta non per colpa del clima. Quando si comincia così, di solito per me finisce a mazzate... Infatti, tempo trenta secondi e mi ritrovo con il cuore in gola, a pestare come una forsennata su pedali che non ne vogliono sapere di andare giù. Ci devo almeno provare, a stargli a ruota! Anche se poi, come sempre, di stare davvero a ruota non sono capace e finisco, regolarmente, con il mettermi con la ruota anteriore a fianco di quella posteriore di Luca: che significa, prendere comunque un sacco d'aria di fronte. Per fortuna, a quanto pare, oggi i miei compagni han deciso di avere pietà: Luca non mi stacca – potrebbe farlo come e quando vuole – e gli altri due non superano. Si accontentano, insomma. Meno male, perché a me quelle due o tre blande risalite lungo il fondovalle fanno schizzare il cuore in mezzo alle orecchie, tanto che a Priola, qualche km dopo, arrivo con il mal di testa. Sulla destra un cartello, "Viola": fantastico, fine della tortura; si torna in salita. Imbocchiamo una stradina minuscola le cui intenzioni sono chiarissime fin da subito: rampe, rampe ed ancora rampe, su un tappeto di foglie secche, ricci di castagne, asfalto rovinato, quando c'è. Stavolta la giacca la tolgo eccome, approfittando del tratto in piano sull'esterno del primo tornante. Luca e Mik partono all'impazzata; GPC li insegue poco dopo... Ed io resto qui con la mia fatica. Faticaccia nera, adesso più che mai me ne rendo conto. Non è solo nelle gambe, è anche nelle braccia che sembrano quasi molli, senza la forza per aggrapparsi al manubrio ed aiutare la spinta dei garretti. Mi prende un po' di sconforto, anche perché non capisco bene cosa stia succedendo. Il cuore batte in modo strano: certo, è solo una mia sensazione, non può essere altrimenti, ma mi sembra che abbia un ritmo del tutto irregolare, sconclusionato. Del resto, è dallo scorso sabato che ho questa sensazione, correndo a piedi: di male al petto, battito come "rallentato", fiato che viene a mancare. Forse è solo un momento di stanchezza: però, ho davvero paura di non farcela, oggi! Non riesco nemmeno ad impugnare il manubrio come vorrei...
Le rampe si susseguono una dopo l'altra; non capisco se sia la strada che davvero pende tanto, oppure la mia fiacca che rende le pendenze più severe. Mi distraggo con qualche foto, badando bene a non perdere l'equilibrio facendo lo slalom tra le buche che, man mano che si sale, sembrano sempre più grosse e profonde. Cavoli, ma dove l'ha scovata, Luca, questa stradina? E' bellissima, incredibilmente suggestiva nella sua solitudine di foglie, umido, bosco e castagne. Se mi perdessi qui, non mi troverebbero più: e potrebbe non essere affatto una prospettiva spiacevole! Scatto qualche foto, nell'illusione di poter poi rivivere la stessa sensazione che provo ora: ma la foto non rende mai fino in fondo la vera idea di come sia qui. Sono talmente presa, un po' dalla preoccupazione per il mio stato, un po' dalla bellezza dell'itinerario, che quasi mi dimentico che su in cima c'è gente che mi aspetta. Vorrei andare anche solo un po' meno lentamente, ma proprio non ce la faccio. Mi costa fatica persino prendere la roba dalle tasche sulla schiena: sono un rottame! Però stavolta taccio, per decenza: non è mica possibile che ogni volta che vado in giro in compagnia salti fuori qualche guaio... Stavolta no, niente scuse, soffro in silenzio, in qualche modo ce la farò.
Al Colle San Giacomo trovo, come sempre, il trio delle meraviglie in attesa. Non mi fermo, scendo giù; nemmeno il tempo di commentare il curiosissimo parcheggio di un furgone, messo lì in retromarcia su per un sentiero ripidissimo... Ed ecco che la ruota posteriore, nel tornante, scivola, sbanda un po', mi fa prendere un bello spaghetto. Meglio scendere con cautela: la strada è bagnata; foglie secche e fanghiglia fanno il resto. Certo che, in fondo, chi mi suggerisce di montare copertoncini più larghi, almeno in questa stagione, non ha mica torto!
La temperatura non accenna a salire. Finché si va su, tutto bene, ma le discese restano un calvario. Per le mani, per i piedi, per tutto!
Il passaggio a San Grée è l'unico momento triste della giornata: cemento e vetri rotti, gli ultimi resti di una stazione sciistica ormai in disuso. Che strazio... Questi edifici già erano, senza dubbio, immondi obbrobri quand'erano nuovi; adesso, peggio che mai. Ma ce li lasciamo alle spalle in fretta, per scendere a Pamparato, dove, per la prima volta della giornata, riempo anch'io la borraccia. Niente sali né integratori di altro genere: c'è già dentro una rigogliosa coltura di muffa dalle proprietà beneficissime, ne sono certa!
Dalla fontana ripartiamo in direzione della Colla di Casotto. Come al solito, viaggiando in compagnia, non ho ben coscienza del luogo in cui mi trovo; questa salita l'ho già percorsa almeno iun paio di volte, ma non me la ricordo più. L'inizio è promettente: una bella rampetta, un cartello che indica l'obbligo delle catene da neve in un certo periodo dell'anno. Poi, però, l'amara sorpresa; la strada si appiattisce, diventa qualcosa che sembra un lungo, lunghissimo, interminabile falsopiano, senza un tornante che sia uno, nemmeno a pagarlo! Si viaggia in mezzo a boschi e qualche casolare isolato, qualche cane disturbato dall'intrusione; non ne vedrà tanti, di esseri umani, da queste parti.
Qualche nuvolone va a chiudere la valle, dando quasi l'impressione di voler buttare giù uno scroscio d'acqua: non appena il sole si nasconde, brividi! Io arranco senza speranza: sto facendo una fatica inaudita, non vado proprio avanti, su una pendenza a dir poco ridicola. Cerco di intuire dove possa andare a scollinare la strada: non è mia abitudine, desiderare con ansia la fine di una salita, ma sono proprio cotta cottissima; la fiacca non mi dà tregua, unita poi al nervoso che ribolle dentro. Mi alzo sui pedali, ma anche lì è una gran fatica, perché ci vorrebbe forza nelle braccia; invece non c'è nemmeno lì, anche le braccia sono vuote, peggio che andar di notte. E chissà quanta strada c'è ancora da fare, fino alla cima, fino a stasera. Mollare, accorciare il percorso? No, questo mai. Finché riesco, faccio finta di niente, poi si vedrà.
Finalmente la Colla arriva. Mik, Luca e GPC sono immancabilmente lì: mi dispiace soprattutto per Mik che già ha una bella tosse... Tutte queste attese al freddo in cima ai colli, dove tira la corrente, saranno di certo un toccasana! Tiro dritto, giù verso il fondovalle, non prima di aver debitamente espresso a Luca la mia opinione poco lusinghiera circa la scelta infelice di questa infelice salita. Come se fosse colpa sua!
La discesa su Garessio, cinque o sei km, è anch'essa gelida. Sarà quasi mezzogiorno: pausa di riflessione a Garessio, dove GPC fa scorta di viveri presso un negozietto di alimentari. Il povero Mik, in preda alla tosse, si lamenta: "Mi avrete sulla coscienza...". Ovviamente non viene preso sul serio, anzi: io lo consolo, "Ti immolerai per una nobile causa"; Luca, però, pensando alla prossima destinazione del nostro giro, è il più feroce... "Ti faranno un monumento... Sul Colle Quazzo: ecco, un monumento al ciclista del Quazzo!". Altro che la statua di Pantani sul Fauniera! Manca poco che mi stenda a terra dalle risate...
Sotto un cielo sempre più grigio e nuvoloso, ci riavviamo verso il centro del paese. A dire il vero, prima del Quazzo ci sarebbe da fare un'altra salita; peccato che non ne troviamo l'imbocco. Poco male. Passiamo la ferrovia: ah ma questa volta non mi faccio più fregare; visto che i binari non sono perfettamente perpendicolari rispetto alla strada... Io sgancio i pedali e li oltrepasso a piedi! La chiappa destra fa ancora troppo male, segno che il ricordo è ancora ben vivo nella memoria. Così Mik può subito vendicarsi; stavolta è lui, a sghignazzare!
La salita del Quazzo in realtà è una bellissima salita; attacca con qualche rampa dura, poi si attenua; passa, anche qui, in mezzo ai boschi, dove oggi circoliamo solo noi ed i cacciatori. Davvero: caso strano, oggi non abbiamo ancora incontrato nessun ciclista, ma proprio nessuno. Un po' la cosa ci lusinga: nessuno osa altrettanto! In questa stagione, tutti a fare i criceti nella ruota, su e giù per l'Aurelia o per gli stradoni di fondovalle... Un po' di freddo, di nebbia, di grigiore autunnale abbattono qualsiasi volontà. Ma noi no, non ci fermiamo davanti a nulla! A meno che non si tratti di un TIR, allora lì può anche darsi...
La fatica è sempre tanta; questa volta, però, se non altro, la salita è gradita. Qualche tornante, qualche rampa in più, e si comincia passando accanto ad un bel santuario. Spero solo di resistere ancora; mi preoccupa non tanto la stanchezza delle gambe, che bene o male riesco a far girare, ma questo senso di vuoto in tutti i muscoli. Ed ho una fame boia, continuo a mangiare come un inceneritore!
Cielo scuro, nuvole che sembrano fumo e corrono veloci, rubando quel poco di conforto che possono dare i raggi del sole di novembre, intorno solo silenzio, solo qualche latrato di cani in lontananza.
Foto in cima al Colle Quazzo, in acrobazia come sempre per riporre la macchina fotografica prima che la strada cominci a scendere. Poi giù verso Calizzano: in paese, supero il gruppetto fermo alla fontana e mi infilo in una stradina minuscola tra le case, per poi sbucare in direzione di Caragna e del Colle dei Giovetti. Solo che non si va lì. Novità: Luca ha preparato, anche qui, una sorpresa. Si lascia la strada principale per imboccare una stradina minuscola verso sinistra, direzione Vetria. Capperi, sono secoli che pedalo da queste parti, ma la stradina di Vetria m'è sempre sfuggita. Anche qui, altro posto da lupi; inutile negare che sono un po' preoccupata: le forze sono proprio al lumicino e non so cosa mi riservi questa salita. Devo mettere pazienza, salire con calma, dosare le forze. Mi stupisco io stessa: mi ritrovo a pensare che ormai siamo nel primo pomeriggio; ci saranno ancora un paio d'ore di luce a disposizione, quindi per forza la gita di oggi sta per volgere al termine. E la cosa insolita, per me, è concludere il pensiero con un sospiro di sollievo: "Meno male". Niente da fare, oggi non va, ho voglia e, credo, davvero bisogno di qualche ora di tregua. Sarà che quest'anno, ancor più che negli anni passati, ho fatto vera indigestione di uscite in bici lunghissime, di giorni passati sui pedali con in mezzo poche ore di sonno, di allegra tensione, ma pur sempre tensione, in vista delle granfondo, delle randonnée, delle varie follie: fatto sta che, adesso, mi ritrovo ad avere una gran voglia di bici, ma un po' più tranquilla. Il fatto che le giornate siano brevi, in questo momento, non è per niente un danno. Ho voglia di arrivare a Ceva, caricare la bici, godermi il San Bernardino ed il viaggio verso Andora senza nemmeno il pensiero di dover guidare... Sono viziata, lo so! Che sia la stanchezza fisica che si traduce in una richiesta di pausa?
Così elucubrando, arrivo in cima alla salita. La discesa che segue è davvero critica: strada stretta, fondo umido completamente ricoperto delle immancabili foglie secche, dei ricci, di fango e pietrisco. Sembra di scendere con le ruote sul sapone. Di lì a poco, incontriamo, a breve distanza l'uno dall'altro, gli unici due ciclisti di tutta la giornata: una signora che sale in mountain bike ed un giovane che ci supera in discesa, ben più stabile e sicuro sulle ruote spesse e rumorose: in mountain bike anche lui.
La discesa, stupenda, porta dritti a Priola. L'ultimo tornante mi regala un'emozione forte: scendo sull'esterno, curva a sinistra, ed incrocio una Panda che ha, caricati sul tettuccio, due tronchi lunghissimi, che sporgono in modo spropositato sia davanti che dietro rispetto all'auto; per un pelo non mi trovo uno di quei tronchi direttamente in mezzo alla fronte! Ma si può? Questo è un pazzo furioso!
Ritrovo i compagni di merende al bivio con la statale di fondovalle. Ne percorriamo un tratto, verso Bagnasco: per fortuna, questa volta, la pendenza è leggermente a favore. Oggi in pianura, quel poco di pianura che questo giro prevede, ho sofferto meno del solito: ahimé, ho imparato a riconoscere questo come un pessimo sintomo, ormai. Di solito, se mi sento un po' meglio in pianura, fatico ben più della norma in salita, sempre. Chissà perché. In ogni caso, non amo il piattume e sono ben contenta di arrivare a Bagnasco. Ultima salita a Battifollo: ripercorriamo a ritroso il tratto iniziale dell'itinerario. Ormai si tratta solo più di stringere i denti. Sono KO, non c'è proprio niente da fare, mi sento più vuota e cotta che mai. Qui la pendenza è davvero ridicola, eppure questi pedali sono pesanti come macigni. Ritrovo però la bellissima immagine della torre di Battifollo, ora illuminata dai raggi bassi del sole che scende. Arrivo in cima con vero sollievo: bene o male, anche oggi ho portato a casa la pagnotta. Manca un buon tratto di discesa; la temperatura, che nelle ore centrali della giornata ha concesso una parentesi quasi mite, sta scendendo in fretta, soprattutto nei tratti in ombra. Piombiamo, si fa per dire, su Ceva; meno male che Luca mi aspetta all'incrocio, perché io mi son già persa la strada per tornare alle auto! Che bello, però... Mi coccolano sempre un sacco, questi compagni d'avventura! Essere la schiappa della compagnia ha anche i suoi vantaggi: qualcuno, di tanto in tanto, prova pietà per te!
Arrivati alle auto, con 140 km e 3.500 m di dislivello circa nei garretti, caricate le bici, ci congediamo da Gianpaolo, che domani non sarà dei nostri, e prendiamo la via del mare: lui verso Levante; Luca, Mik ed io verso Ponente. Si parte; il calduccio dell'auto già colpisce a tradimento, confonde un po' i pensieri ed ispira voglia di nanna. Ma non è il momento di dormire; è il momento di aprire bene gli occhioni e godersi un meraviglioso tramonto dai tornanti del San Bernardino, il cielo che si fa sempre più scuro e si confonde con i contorni delle cime tonde e del bosco, di indovinare le lucine di qualche borgata, il fumo caldo e buono di qualche camino sperduto nella vallata, e pazienza se le curve e controcurve sono poco gradite al pancino. E' stupenda, questa strada; peccato solo che sia piuttosto trafficata, per salirci in bici.
Zuccarello: fine delle curve, fine dell'ambiente duro e selvaggio dell'entroterra; in un attimo siamo nel caos della costa. Mi sa che ho qualche momento di defaillance: mi risveglio di colpo e mi rendo conto d'essermi persa un paio di paesi lungo l'Aurelia... Siamo a Laigueglia, altro luogo di memorie granfondistiche; come dimenticarmele, quelle partenze assassine che ho sperimentato, mio malgrado, gli scorsi febbraio e maggio nelle gare di inizio stagione? Mai più... Siamo sull'Aurelia, troppa gente, troppo caos, troppi semafori. Meno male che c'è il Capo Mele, meno male che si vede il mare.
Ad Andora, Luca ci fa strada verso casa sua: l'agognata doccia, poi mi cimento nella nobile ed antica arte della bollitura dell'acqua per la pasta, con immediato cazziatone da parte di Luca che mi fa giustamente notare: "Il sale va messo alla fine!". Giusto, ne farò tesoro per la prossima volta, intanto butto giù una scatola intera di pasta. Ceniamo a pasta col sugo e torta di mele e chiacchiere: credo di essermi goduta pochi momenti belli così. Semplici, leggeri, bellissimi. E poi due passi lungo il mare, perché c'è forse una sola circostanza in cui amo vedere il mare, ed è la sera, nella stagione fredda, che qui non è fredda per niente. Anche se, pure qui, non posso fare a meno di voltarmi verso la montagna, indovinare le strade che vanno su seguendo i fari delle auto, immaginare dove ci arrampicheremo domani.
Prima di rientrare, doverosa una visita alle vetrine del negozio Shimano che ho notato mentre si arrivava in auto: ci sono alcune Colnago il cui prezzo è stato censurato a tutela delle persone deboli di cuore, ci sono componenti, capi di abbigliamento, un piccolo paradiso; c'è il Campagnolo 11 velocità, che chissà poi a che cavolo serve, se penso che io già ne leverei tre o quattro dal mio pacco pignoni. E infine, per conciliare la nanna, il DVD della Oetztaler Radmarathon 2008, che Luca, attrezzatissimo, ci mostra sul PC portatile: immagini che mi lasciano a bocca aperta, posti belli da togliere il fiato, anche se ci ho già pedalato tante e tante volte. E poi la corsa dei primi, quella che, da "dentro" la GF, io non potrei mai e poi mai vedere: un altro pianeta.
Vado a nanna rinfrancata, fiduciosa che domani sarà meglio, in bici naturalmente, perché, per il resto, meglio non potrebbe essere. Penso che Luca e Mik sono una splendida compagnia, che domani ci sarà anche Matteo a completare il quadro perfetto. Non so cosa ne pensino loro, ma la mia sensazione è che, nonostante le abissali differenze di prestazioni ciclistiche, si sia creato un bel gruppo, il mio gruppo ideale, persone con una passione smisurata come la mia e la libertà di viverla senza orari, senza vincoli e senza timore di non farcela. Chissà se e quanto durerà tutto questo; io spero, con tutto il cuore, a lungo, perché ora son qui con il naso sotto le coperte ed è come se avessi dimenticato tutto il resto, casa, lavoro, tutto. Beninteso, non c'è nulla della mia vita ordinaria che mi dia alcun motivo di lamentarmi, per carità: ma qui è speciale, qui si sta bene, qui è tutto tranquillo e sereno. Per me, un bellissimo rifugio.
Ora di nanna, adesso. Mik ha ceduto il controllo della sveglia: ahilui, se ne pentirà!
domenica 2 novembre 2008
Un sogno per il 2009
"...pernottamento fino a domenica in tende o tendoni allestiti di materassi e tappeti. Vitto fino a domenica presso tendone mensa con ricco buffet ad orario continuato".
Mi ci vuole qualche secondo a riemergere dalle nebbie dell'inserto de Il Sole 24 Ore in cui mi sono immersa. Ma cosa diamine sta dicendo? Io l'ho già sentita, questa storia...
Alzo la testa con aria interrogativa. Mia mamma è qui a casa mia oggi pomeriggio; rifugio tranquillo per stare in compagnia, soprattutto del mio Skipper, e leggere in santa pace. Con mio grande stupore, la vedo immersa nella lettura di uno tra i mille volantini sparsi sul tavolone della cucina, quelli che raccatto nei pacchi gara delle varie corse a piedi ed in bici e prima o poi raccolgo con la pala e butto via: ma guarda... Non è andata a pescare proprio quello?
Mi sembra di tornare indietro di cinque anni. Anche allora, una sera di fine giugno o inizio luglio, non ricordo, ma era la sera precedente la Maratona delle Dolomiti, a La Villa, galeotto fu un volantino. Quello della XXAlps che avrei poi corso l'anno dopo: una delle più belle esperienze ciclistiche che abbia mai vissuto. E pure stavolta c'è di mezzo un volantino, quello che mia mamma sta passando ai raggi X in questo momento: che sia un buon auspicio? E' già qualche giorno che gira nell'aria 'sta storia del Marocco; io poi non ce la faccio a tenermele per me, le notizie; sarei una pessima spia: lascio troppe tracce! Non ci mette molto, lei, a collegare le due cose. Solo stamattina le ho chiesto se per andare in Marocco, che lei sapesse, ci voglia qualche vaccinazione particolare... E già lì ha mangiato la foglia!
"Ore 16.00, briefing. Ore 4.00, appello concorrenti. Ore 4.30, partenza".
Ormai s'è abituata anche lei. Segue le mie peripezie; conosce le consuetudini ed i ritmi di ogni manifestazione, a piedi o in bici che sia, più o meno come le conosco io. Continua a leggere, con tono inquisitorio, poi attacca con le domande:
"Uhm... Devi fare attenzione ai cibi, all'acqua. Come stiamo ad assistenza medica? E a 4.000 m... Sei sicura che ce la fai?".
Bon, è cosa fatta... D'ora in poi, a pendere dalle labbra, o meglio dalle pagine Internet, del sito web del Toubkal Trail 2009, saremo in due, da queste parti. La tranquillizzo, "Ci devo ancora pensare, non sono sicura, devo ancora chiarire un bel po' di cose"... Ma, strano davvero, non mi pare che la mia ultima pensata la preoccupi particolarmente. Tanto meglio, son già io che mi preoccupo. E pensare che, fino ad una settimana fa, vivevo nella mia beata ignoranza. Poi Matteo, probabilmente senza pensarci, la butta lì: "Dev'essere bello quel trail in Marocco... Con passaggi a 4.000 m!!!". Sul momento, la mia risposta è quasi automatica; "Bleah, in Marocco, neanche se mi pagano". Non immagino ancora che probabilmente a pagare, per andarci, sarò proprio io. Infatti, lì per lì, butto la conversazione nel dimenticatoio. E ci resta due o tre giorni. Poi, un mattino, scavando nel mucchio di carte sul tavolo in cucina – beato disordine, non si perde mai nulla così! - mi capita in mano il pieghevole: "Toubkal Trail". Errore fatale, lo apro... 125 km, 9000 m. Fatto, colpita al cuore. Son panata.
E mo' son qui che ci penso, mancano undici mesi e quattro giorni, c'è tempo, ma tanto il chiodo è piantato. I dubbi sono tantissimi: il costo, non proprio irrisorio; la sicurezza da quelle parti; la possibilità di andar via per qualche giorno quando le vacanze ufficiali son finite da un po'. Le mie possibilità di farcela? No, di quello non mi preoccupo. Se avessi mai dovuto decidere un'avventura in base alle mie possibilità di successo, avrei passato i miei ventisette anni e più sdraiata sul divano. Per fortuna, mi manca il senso della misura! Ed anche l'autocritica! Diciamo che, se ci sarà qualche possibilità di provare, senza troppo rischio né troppa spesa... Non mi tirerò indietro! Per adesso, lavoro di fantasia; se continuo così, per il 2009 accumulerò più progetti di quanti siano i giorni disponibili per realizzarli!
Per gli interessati...
http://www.toubkaltrail.com
Mi ci vuole qualche secondo a riemergere dalle nebbie dell'inserto de Il Sole 24 Ore in cui mi sono immersa. Ma cosa diamine sta dicendo? Io l'ho già sentita, questa storia...
Alzo la testa con aria interrogativa. Mia mamma è qui a casa mia oggi pomeriggio; rifugio tranquillo per stare in compagnia, soprattutto del mio Skipper, e leggere in santa pace. Con mio grande stupore, la vedo immersa nella lettura di uno tra i mille volantini sparsi sul tavolone della cucina, quelli che raccatto nei pacchi gara delle varie corse a piedi ed in bici e prima o poi raccolgo con la pala e butto via: ma guarda... Non è andata a pescare proprio quello?
Mi sembra di tornare indietro di cinque anni. Anche allora, una sera di fine giugno o inizio luglio, non ricordo, ma era la sera precedente la Maratona delle Dolomiti, a La Villa, galeotto fu un volantino. Quello della XXAlps che avrei poi corso l'anno dopo: una delle più belle esperienze ciclistiche che abbia mai vissuto. E pure stavolta c'è di mezzo un volantino, quello che mia mamma sta passando ai raggi X in questo momento: che sia un buon auspicio? E' già qualche giorno che gira nell'aria 'sta storia del Marocco; io poi non ce la faccio a tenermele per me, le notizie; sarei una pessima spia: lascio troppe tracce! Non ci mette molto, lei, a collegare le due cose. Solo stamattina le ho chiesto se per andare in Marocco, che lei sapesse, ci voglia qualche vaccinazione particolare... E già lì ha mangiato la foglia!
"Ore 16.00, briefing. Ore 4.00, appello concorrenti. Ore 4.30, partenza".
Ormai s'è abituata anche lei. Segue le mie peripezie; conosce le consuetudini ed i ritmi di ogni manifestazione, a piedi o in bici che sia, più o meno come le conosco io. Continua a leggere, con tono inquisitorio, poi attacca con le domande:
"Uhm... Devi fare attenzione ai cibi, all'acqua. Come stiamo ad assistenza medica? E a 4.000 m... Sei sicura che ce la fai?".
Bon, è cosa fatta... D'ora in poi, a pendere dalle labbra, o meglio dalle pagine Internet, del sito web del Toubkal Trail 2009, saremo in due, da queste parti. La tranquillizzo, "Ci devo ancora pensare, non sono sicura, devo ancora chiarire un bel po' di cose"... Ma, strano davvero, non mi pare che la mia ultima pensata la preoccupi particolarmente. Tanto meglio, son già io che mi preoccupo. E pensare che, fino ad una settimana fa, vivevo nella mia beata ignoranza. Poi Matteo, probabilmente senza pensarci, la butta lì: "Dev'essere bello quel trail in Marocco... Con passaggi a 4.000 m!!!". Sul momento, la mia risposta è quasi automatica; "Bleah, in Marocco, neanche se mi pagano". Non immagino ancora che probabilmente a pagare, per andarci, sarò proprio io. Infatti, lì per lì, butto la conversazione nel dimenticatoio. E ci resta due o tre giorni. Poi, un mattino, scavando nel mucchio di carte sul tavolo in cucina – beato disordine, non si perde mai nulla così! - mi capita in mano il pieghevole: "Toubkal Trail". Errore fatale, lo apro... 125 km, 9000 m. Fatto, colpita al cuore. Son panata.
E mo' son qui che ci penso, mancano undici mesi e quattro giorni, c'è tempo, ma tanto il chiodo è piantato. I dubbi sono tantissimi: il costo, non proprio irrisorio; la sicurezza da quelle parti; la possibilità di andar via per qualche giorno quando le vacanze ufficiali son finite da un po'. Le mie possibilità di farcela? No, di quello non mi preoccupo. Se avessi mai dovuto decidere un'avventura in base alle mie possibilità di successo, avrei passato i miei ventisette anni e più sdraiata sul divano. Per fortuna, mi manca il senso della misura! Ed anche l'autocritica! Diciamo che, se ci sarà qualche possibilità di provare, senza troppo rischio né troppa spesa... Non mi tirerò indietro! Per adesso, lavoro di fantasia; se continuo così, per il 2009 accumulerò più progetti di quanti siano i giorni disponibili per realizzarli!
Per gli interessati...
http://www.toubkaltrail.com
lunedì 27 ottobre 2008
25 e 26 ottobre 2008: Gran Trail Rensen + Maratona 42.000 Passi in Valle Susa - Secondo giorno
La sveglia trilla alle sei: drammaticamente troppo presto. Sono ancora nel profondo dei sogni, benché abbia dormito sette ore buone: benedetto il cambio dell'ora!
Mi ci vuole qualche istante per raccapezzarmi: ho un mal di testa formidabile, manco avessi gozzovigliato in qualche cantina langarola ieri sera; è evidente che un trail da 70 km fa più o meno lo stesso effetto di una sbronza, per quanto io non abbia mai sperimentato l'esperienza della ciucca. Chissà l'effetto sulle gambe?
Dopo attenta riflessione e con somma cautela, provo ad alzarmi dal letto: giù una gamba, poi l'altra, poi faccio un bel respiro e provo a mettermi in piedi. Oplà: incredibile! Mi gira un po' la testa, questo sì, ma le gambe sembrano rispondere! Bene, la prima prova è fatta; adesso si tratta di muovere un paio di passi. Ce la farà la nostra eroina? Uuuuuno, duuuuue, la porta della camera da letto è raggiunta. Niente male, come traguardo! A questo punto, prendo coraggio e mi dirigo verso la cucina; sì, direi proprio che la deambulazione è buona, insomma, accettabile. In complesso, mi sento più o meno come se fossi reduce da un incontro molto ravvicinato con un TIR a due rimorchi, carico di tondini di ferro; però, a parte questo dettaglio del tutto irrilevante, sto bene.
E' il momento della resa dei conti. Tra poco più di tre ore, devo essere al via. Devo correre una maratona. La domanda, ora che sono di fronte alla dura realtà, sorge spontanea: "Ma a me... Chi &%$/£ me l'ha fatto fare?". Eh, lo sapevo, che al momento cruciale avrei avuto qualche ripensamento. Mi sarei posta delle domande, e mi sarei anche data le inevitabili risposte. Lo sapevo; infatti, con buon anticipo ho curato di precludermi qualsiasi via di fuga: ho pagato la quota di iscrizione ed ho diffuso a mezzo mondo, quello reale e quello virtuale, la notizia della mia bella pensata. Gran Trail Rensen il sabato, maratona la domenica. Per carità, lo so bene da sola, che al mondo non può fregar di meno, delle mie mattane corsaiole; ma io mi vergogno troppo a rinunciare a qualcosa di cui ho già annunciato il progetto...
Ieri sera avevo preparato una bella vasca di yogurt con miele e caffè, ma riesco a mangiarne solo una minima parte: sono ancora troppo suonata, anche per aver fame. Meglio non insistere: in fretta e furia, mi vesto, mi preparo, salto in auto sotto gli occhi allibiti di un'anziana vicina di casa che mi vede partire prima delle sette, in una coltre di nebbia fittissima, in pantaloncini corti. Ma dico io, santa donna, sei in pensione, non puoi startene a dormire?
Fino a metà strada, non ho tempo né modo di preoccuparmi della corsa: troppo impegnata a capire dove metto le ruote; c'è una nebbia che si taglia con la motosega! Sentirò poi più tardi, alla radio, che qualche genio ha avuto la bella pensata di immettersi proprio sulla Tangenziale Sud di Torino contromano...
Viaggiando in direzione Val di Susa, finalmente, la nebbia si dirada, lascia spazio ad una splendida giornata di sole. E si vede già lassù la sagoma della Sacra di San Michele, e più avanti l'inconfondibile vetta del Rocciamelone.
Arrivo ad Avigliana alle sette e mezza; il luogo di distribuzione dei numeri di gara è segnalato in modo eccellente, tanto che non riesco a perdermi nemmeno io. Saremo in tutto tre gatti: io e la mia mania di essere sempre in anticipo! Parcheggio, attraverso la piazza a piedi: ahimè, inutile che menta a me stessa; le gambe fanno male, eccome! Se non altro, sono i muscoli che "tirano", ma caviglie e ginocchia sembrano a posto, per ora. Ritiro chip e numero, torno verso la Opel: direi che per un'oretta posso ancora dormicchiare!
Riemergo, invece, verso le otto, messa in agitazione dal brusio che intorno comincia a crescere. Il grosso dei podisti sta arrivendo; la piazza si riempe in un attimo, decine di auto da cui scendono grappoli di corridori in assetto di guerra. Li sento discutere di tempi, tattiche e naturalmente dei millecinquecento motivi per cui non faranno oggi una buona gara: mi sto curando la sciatica, ho la tendinite, ieri sera sono rientrato tardi, ho l'unghia incarnita... Tutti uguali! Beh, a dire il vero, un buon motivo che giustificherà la mia defaillance ce l'ho anch'io: ma meglio che non lo dica, non ci crederebbe nessuno.
Approfitto del centro commerciale sulla piazza per andare a buttar l'occhio in qualche vetrina: così almeno mi allontano da qui, che mi viene il nervoso! Pessima idea... Salgo su con la scala mobile, non per scelta ma perché non vedo alternativa, se non l'ascensore, peggio ancora; faccio il mio giretto... Poi imbocco con noncuranza la scala in discesa ed a momenti precipito! Già, non m'era mai successa una cosa del genere; vedo d'improvviso il vuoto davanti a me e mi sbilancio in avanti, pur avendo entrambi i piedi ben fissi sullo scalino. Riesco per qualche strano caso ad aggrapparmi al mancorrente di gomma, ma arrivo giù con il cuore in gola... E' già il secondo brutto scherzo delle vertigini, o qualcosa di simile, in due giorni!
Faccio finta di niente, torno all'auto per sistemare le ultime cose, soldi documenti e telefono nel marsupio. Un po' di stretching prima di trovare il coraggio di togliere la giacca, ovviamente presa in prestito dall'abbigliamento ciclistico, come del resto la maglietta, quella della Randonnée 8000; c'è gente che gironzola già da un'ora in canotta e mi mette i brividi!
Sono le nove e qualche minuto; ora di prendere il coraggio a quattro mani ed avviarsi alla partenza, a circa un km, poco più, da qui. Parto corricchiando, più che altro per scaldarmi: c'è il sole, ma a quest'epoca si iberna! Seguo la corrente di podisti, mi porterà verso la giusta destinazione. Poco dopo, ecco un viso noto: mi affianca Michelangelo, pronto per correre la Stravigliana, prova da 10 km che partirà una decina di minuti dopo la Maratona. Scambiare qualche parola mi fa dimenticare, per un attimo, il male alle gambe. La sensazione, più o meno, è quella di avere i quadricipiti pizzicati con due gigantesche mollette da bucato; in più, i polpacci sono induriti, hanno la stessa consistenza sia che io tenga la gamba a riposo, sia che la contragga. In queste condizioni, non ce la potrò mai fare; sarà tanto se arriverò al km 10, poi partiranno i crampi; succede quando sono più o meno fresca e riposata, figuriamoci oggi!
Va bè, sarà quel che sarà. Ancora un po' di stretching, poi via in griglia, mentre il presentatore declama il curriculum di alcuni dei favoriti per la vittoria. C'è gente di tutti i tipi, quello magro magro alto alto, quello tutto muscoloso, quello un po' culone... Idem per le donne; a quanto pare, non sono l'unico peso massimo! Anzi, per la verità, ci sono certuni e certune che non so davvero come facciano a correre per 42 km... Come sia umanamente possibile... Eppure, per esperienza, so che quei tipi lì ce la faranno, e di certo meglio di me!
Il momento del via arriva all'improvviso: non ho ancora acceso il lettore Mp3 e sono già in corsa. Ci saranno duecento persone? Mah, non so. Il grosso del gruppone va via subito; io mi impongo di restare calma, calmissima, e cerco subito di individuare qualcuno che tenga la mia stessa andatura, da usare come riferimento. C'è un signore non più giovanissimo, divisa bianca, fascia intorno alla testa e lingua inarrestabile; potrebbe fare al caso mio. Dietro non c'è più nessuno! E qui inizia la preoccupazione: non devo farmi staccare troppo, perché poi chissà se e come i bivi sono segnalati e presidiati; se resto in fondo, e sola, rischio poi di sbagliare strada. E vado subito in affanno, combattuta tra il tentativo di restare a breve distanza da qualche compagno di sventura e la paura di esagerare, tenendo un ritmo che non sento di poter sopportare.
Di lì a poco, inizia il sorpasso della corsa da 10 km, che si sovrappone al primo quarto della maratona: i primi sfrecciano a velocità inaudita, leggeri e sinuosi nei movimenti, come se non stessero faticando per nulla; poi arrivano gli inseguitori, tra cui il buon Mik che mi incoraggia: "Solo più 39!". Scherza, lui... Ma è proprio quello che sto pensando io: via un km, via due, via tre, ho già percorso un quattordicesimo di gara, poi quattro, tra poco il ristoro, cinque, un bicchiere d'acqua, pochi metri al passo perché altrimenti non sono capace di bere senza allagarmi la maglia. Continua la sfilata dei corridori della Stravigliana, passa la prima donna, impressionante per quant'è piccola e magra e scattante, poi via via gli altri, quelli più tranquilli, quelli meno tirati, meno assatanati nel corpo e nello spirito. Le gambe fanno male, la schiena strilla, la solita anca destra ballerina si fa sentire; il mio terrore è di sentire, da un attimo all'altro, il crampo nei polpacci o dietro le cosce, punti critici quando sono così affaticata. Ancora 36, 35, non ce la farò mai... E' un calvario, più di testa che di gambe. E' terribile sapere che hai ancora tutti quei km da affrontare, hai male e stai procedendo a velocità da lumaca, con un mezzo, le tue gambe, che potrebbe cedere da un momento all'altro. Ancor peggio perché, quando si conclude il percorso della 10 km, l'illusione di essere in compagnia finisce: mi ritrovo quasi sola, con tre o quattro sventurati che da un momento all'altro, lo sento, mi molleranno qua e se ne andranno.
Invece no. Approfitto della loro sosta al ristoro del km 10 – siamo ancora ad Avigliana, abbiamo percorso una sorta di anello – per prendere un po' di vantaggio e filare via. Sempre lì, a combattere tra la tentazione di accelerare un po', visto che il cuore sta benone ed è calmo e tranquillo come al solito, e la consapevolezza che non posso permettermi errori: oggi devo solo arrivare, davvero, è l'unico obiettivo a cui posso puntare. Non che di norma possa ambire a grandi risultati... Ma oggi no, proprio no.
Continua la mia marcia solitaria: se non altro, ora sono certa di avere qualcuno alle spalle: ma durerà? E quanto? La corsa impone lunghi estenuanti tratti in rettilineo, anche su stradoni; c'è da dire che, per ora, il servizio di assistenza è davvero eccellente. Ci sono decine di persone, tra Vigili Urbani e personale della Protezione Civile, distribuiti su ogni minimo incrocio nei paesi e lungo i tratti di strada statale, a controllare e rallentare il traffico, a fare strada anche a noi ultimi tapini, che così abbiamo sempre e comunque la precedenza. Tralascio per decenza di descrivere ciò che leggo negli occhi degli automobilisti costretti all'attesa, perché non è lusinghiero... Però, se non altro, nessuno si pronuncia; tacciono rassegnati.
E intanto i primi 15 km se ne sono andati: sono già oltre ogni più rosea previsione. Vorrei solo riuscire ad essere un po' meno angosciata, in fondo è solo una corsa, ma ci tengo davvero molto: non alla maratona in sé, ma a questa piccola impresa dell'accoppiata trail + maratona che, a costo di sembrare presuntuosa, non è proprio cosa da tutti i giorni. Scorrono anche gli abitati: ad Almese, scopro, piccola curiosità, che il paese è gemellato con una cittadina polacca il cui nome è costituito solo da consonanti, "SCZC...", non me lo ricordo nemmeno tutto, e chissà come si pronuncia!
Non mancano applausi ed incoraggiamenti per tutti, quando passiamo in mezzo alle case, sul porfido delle vie centrali. Per fortuna, spesso c'è qualche tratto di salita e discesa: non so, forse è solo un effetto placebo, ma la pendenza permette di cambiare un po' il gesto della corsa e forse tiene lontani, per quanto possibile, i crampi ed affini. Ogni tanto, spunta qualche meravigliosa villa con giardino; in particolare, una, splendida, Villa dei Cedri, con due di questi alberi enormi e maestosi nel giardino.
Comincio a sentirmi un po' più tranquilla quando, pian piano, riacchiappo qualche avversario: di tanto in tanto, in lontananza, vedo un puntino saltellante che pian piano diventa una maglietta colorata ed infine, fugato ogni dubbio, un podista da superare. Immenso conforto arriva al km 21, il giro di boa: altri 21 sono ancora tantissimi, ma da quel momento in poi, il maratoneta sa che, passo dopo passo, la strada alle spalle diventa più lunga di quella che ancora c'è da percorrere. E' quasi come andare in discesa. C'è anche il rovescio della medaglia, ci si sente invogliati ad accelerare, ma no, oggi Gian non è proprio il caso; calma, sangue freddo. Quanto reggerò ancora? 5 km, 10? Le gambe continuano a far male, ma è un dolore costante; quel che temevo, quel che era successo alla Maratona di Venezia lo scorso anno, contratture che quasi mi hanno portata a zoppicare fino all'arrivo, per ora non sembra volersi replicare.
Va bene tutto per distrarsi, le montagne, le scritte sui muri, il censimento delle cartacce di integratori, che tra l'altro può essere anche un'indagine istruttiva, si sa mai che si possa scoprire qualche nuova bomba.
Ora il mio obiettivo non è più il 42esimo km. E' di volta in volta il ristoro successivo. Vai Gian, 4 km al prossimo ristoro, 3, 2, 1, ecco il ristoro, solo più 5 al prossimo ristoro. Non che ci sia molto da mangiare; qualche pezzo di dolce tipo panettone e qualche pezzo di mela, ma ci sono i sali, importantissimo per me. Non tanto per il beneficio dei sali, quanto per il gusto di qualcosa di diverso dall'acqua. Mi sforzo di sorridere e ringraziare sempre chi sta lì a farsi il mazzo per me e riesce, a sua volta, ad essere ancora sorridente, anche se so che in cuor suo pensa... "Ma questi quand'è che si levano dai piedi?".
Quando manca poco al km 30, mi affianca e mi saluta un ciclista della mia stessa squadra, la Jolly Europrestige di San Mauro, con una splendida bici tirata a lucido: facciamo due parole, mi passa un altro chilometro. Ecco: al 30° km, in altre circostanze, avrei detto "Via, o la va o la spacca", come a Reggio Emilia l'anno scorso, dove ho rischiato, son partita ed ho realizzato il mio tempo migliore su questa distanza. Oggi invece resto sospesa; adesso sì, mi accorgo che non sono solo più i muscoli a dolere, ma anche le forze a venir meno. Mi rendo conto che sto rallentando un po', ma non posso farci nulla. Mi sorpassa una coppia che avevo passato parecchi km prima; mi restano davanti per un po', poi lei, con una progressione splendida, accelera e va via, mentre lui cede un po' e, dopo qualche tentativo di resistenza, resta indietro anche rispetto a me.
Io continuo a non volermi illudere, anche se penso "Dai Gian, sono ancora 10 km, come il giro che fai alle Oselle – una delle frazioni di Carmagnola dove spesso passo in allenamento -; quel giro lì lo fai anche quando sei cotta e disfatta; immagina di essere appena partita, vai piano e ce la fai!". Quando i km che mancano sono solo più 9, ecco alcuni saliscendi graditissimi, ecco che riacchiappo un bel gruppo di fuggitivi. Intanto mando qualche SMS e telefono a mia mamma, tanto per distrarmi: "Mamma, solo più 9 km...". E lei: "Ah, ma allora te la cavi in fretta!". Come no, mamma, grazie della fiducia ma sto per defungere...
Al 35°, comincio a crederci davvero. Mancano 7 km, come quelli del mio giro di allenamento brevissimo quando ho poco tempo. 7 km, dai Gian, quel giro lì lo fai anche con le stampelle. E poi, adesso stai ancora bene; se proprio dovessi saltare all'ultimo, te la puoi anche finire camminando, non importa. Non so che ora sia, ma secondo me non è neppure poi così tardi. Cinque, quattro: supero un anziano corridore che ogni tanto rallenta e si ferma, poi riparte; scoprirò all'arrivo chequesto signore è classe 1938: ecco, se dovessi arrivare alla sua età, vorrei arrivarci così. Altrimenti non ne vale la pena, fermatemi prima!
-3, poi -2. Riconosco alcune insegne di aziende e bar che ho già visto alla partenza, segno che siamo davvero in dirittura d'arrivo. Avevo il dubbio che al 40° km il ristoro non ci fosse più; invece lo trovo, bevo ancora un po' di sali, mangio un pezzetto di mela schizzando via: si sa, gli ultimi 2 km sono i più lunghi ma in realtà non contano. Le gambe non si nutrono più di energia ma di felicità: non mi sembra vero, sono state ore eterne, mai e poi mai avrei pensato di farcela, e invece eccolo lì, il cartello 41, ecco l'ultimo sorpasso di una rivale: non l'avrei voluta passare prima del traguardo, mi sarebbe sembrata una guerra tra poveri, ma lei ha smesso di correre ed a quel punto non ho potuto farne a meno. L'ultima curva davanti alla stazione, poi l'arco nero: pubblico sparuto, poche anime all'arrivo, ma non importa; non l'ho mica fatta per qualcun altro, tutta questa fatica, l'ho fatta per me stessa, solo per vedere fino a che punto sarei riuscita ad arrivare. Vanno bene anche i sorrisi di commiserazione... Io taccio ma tra me e me gongolo. 4h 37', oltre 40 minuti in più rispetto al mio già scarso miglior tempo, ma non importa, questa volta la pacca sulla spalla me la merito tutta... E pazienza se me la devo dare da sola!
Mi ci vuole qualche istante per raccapezzarmi: ho un mal di testa formidabile, manco avessi gozzovigliato in qualche cantina langarola ieri sera; è evidente che un trail da 70 km fa più o meno lo stesso effetto di una sbronza, per quanto io non abbia mai sperimentato l'esperienza della ciucca. Chissà l'effetto sulle gambe?
Dopo attenta riflessione e con somma cautela, provo ad alzarmi dal letto: giù una gamba, poi l'altra, poi faccio un bel respiro e provo a mettermi in piedi. Oplà: incredibile! Mi gira un po' la testa, questo sì, ma le gambe sembrano rispondere! Bene, la prima prova è fatta; adesso si tratta di muovere un paio di passi. Ce la farà la nostra eroina? Uuuuuno, duuuuue, la porta della camera da letto è raggiunta. Niente male, come traguardo! A questo punto, prendo coraggio e mi dirigo verso la cucina; sì, direi proprio che la deambulazione è buona, insomma, accettabile. In complesso, mi sento più o meno come se fossi reduce da un incontro molto ravvicinato con un TIR a due rimorchi, carico di tondini di ferro; però, a parte questo dettaglio del tutto irrilevante, sto bene.
E' il momento della resa dei conti. Tra poco più di tre ore, devo essere al via. Devo correre una maratona. La domanda, ora che sono di fronte alla dura realtà, sorge spontanea: "Ma a me... Chi &%$/£ me l'ha fatto fare?". Eh, lo sapevo, che al momento cruciale avrei avuto qualche ripensamento. Mi sarei posta delle domande, e mi sarei anche data le inevitabili risposte. Lo sapevo; infatti, con buon anticipo ho curato di precludermi qualsiasi via di fuga: ho pagato la quota di iscrizione ed ho diffuso a mezzo mondo, quello reale e quello virtuale, la notizia della mia bella pensata. Gran Trail Rensen il sabato, maratona la domenica. Per carità, lo so bene da sola, che al mondo non può fregar di meno, delle mie mattane corsaiole; ma io mi vergogno troppo a rinunciare a qualcosa di cui ho già annunciato il progetto...
Ieri sera avevo preparato una bella vasca di yogurt con miele e caffè, ma riesco a mangiarne solo una minima parte: sono ancora troppo suonata, anche per aver fame. Meglio non insistere: in fretta e furia, mi vesto, mi preparo, salto in auto sotto gli occhi allibiti di un'anziana vicina di casa che mi vede partire prima delle sette, in una coltre di nebbia fittissima, in pantaloncini corti. Ma dico io, santa donna, sei in pensione, non puoi startene a dormire?
Fino a metà strada, non ho tempo né modo di preoccuparmi della corsa: troppo impegnata a capire dove metto le ruote; c'è una nebbia che si taglia con la motosega! Sentirò poi più tardi, alla radio, che qualche genio ha avuto la bella pensata di immettersi proprio sulla Tangenziale Sud di Torino contromano...
Viaggiando in direzione Val di Susa, finalmente, la nebbia si dirada, lascia spazio ad una splendida giornata di sole. E si vede già lassù la sagoma della Sacra di San Michele, e più avanti l'inconfondibile vetta del Rocciamelone.
Arrivo ad Avigliana alle sette e mezza; il luogo di distribuzione dei numeri di gara è segnalato in modo eccellente, tanto che non riesco a perdermi nemmeno io. Saremo in tutto tre gatti: io e la mia mania di essere sempre in anticipo! Parcheggio, attraverso la piazza a piedi: ahimè, inutile che menta a me stessa; le gambe fanno male, eccome! Se non altro, sono i muscoli che "tirano", ma caviglie e ginocchia sembrano a posto, per ora. Ritiro chip e numero, torno verso la Opel: direi che per un'oretta posso ancora dormicchiare!
Riemergo, invece, verso le otto, messa in agitazione dal brusio che intorno comincia a crescere. Il grosso dei podisti sta arrivendo; la piazza si riempe in un attimo, decine di auto da cui scendono grappoli di corridori in assetto di guerra. Li sento discutere di tempi, tattiche e naturalmente dei millecinquecento motivi per cui non faranno oggi una buona gara: mi sto curando la sciatica, ho la tendinite, ieri sera sono rientrato tardi, ho l'unghia incarnita... Tutti uguali! Beh, a dire il vero, un buon motivo che giustificherà la mia defaillance ce l'ho anch'io: ma meglio che non lo dica, non ci crederebbe nessuno.
Approfitto del centro commerciale sulla piazza per andare a buttar l'occhio in qualche vetrina: così almeno mi allontano da qui, che mi viene il nervoso! Pessima idea... Salgo su con la scala mobile, non per scelta ma perché non vedo alternativa, se non l'ascensore, peggio ancora; faccio il mio giretto... Poi imbocco con noncuranza la scala in discesa ed a momenti precipito! Già, non m'era mai successa una cosa del genere; vedo d'improvviso il vuoto davanti a me e mi sbilancio in avanti, pur avendo entrambi i piedi ben fissi sullo scalino. Riesco per qualche strano caso ad aggrapparmi al mancorrente di gomma, ma arrivo giù con il cuore in gola... E' già il secondo brutto scherzo delle vertigini, o qualcosa di simile, in due giorni!
Faccio finta di niente, torno all'auto per sistemare le ultime cose, soldi documenti e telefono nel marsupio. Un po' di stretching prima di trovare il coraggio di togliere la giacca, ovviamente presa in prestito dall'abbigliamento ciclistico, come del resto la maglietta, quella della Randonnée 8000; c'è gente che gironzola già da un'ora in canotta e mi mette i brividi!
Sono le nove e qualche minuto; ora di prendere il coraggio a quattro mani ed avviarsi alla partenza, a circa un km, poco più, da qui. Parto corricchiando, più che altro per scaldarmi: c'è il sole, ma a quest'epoca si iberna! Seguo la corrente di podisti, mi porterà verso la giusta destinazione. Poco dopo, ecco un viso noto: mi affianca Michelangelo, pronto per correre la Stravigliana, prova da 10 km che partirà una decina di minuti dopo la Maratona. Scambiare qualche parola mi fa dimenticare, per un attimo, il male alle gambe. La sensazione, più o meno, è quella di avere i quadricipiti pizzicati con due gigantesche mollette da bucato; in più, i polpacci sono induriti, hanno la stessa consistenza sia che io tenga la gamba a riposo, sia che la contragga. In queste condizioni, non ce la potrò mai fare; sarà tanto se arriverò al km 10, poi partiranno i crampi; succede quando sono più o meno fresca e riposata, figuriamoci oggi!
Va bè, sarà quel che sarà. Ancora un po' di stretching, poi via in griglia, mentre il presentatore declama il curriculum di alcuni dei favoriti per la vittoria. C'è gente di tutti i tipi, quello magro magro alto alto, quello tutto muscoloso, quello un po' culone... Idem per le donne; a quanto pare, non sono l'unico peso massimo! Anzi, per la verità, ci sono certuni e certune che non so davvero come facciano a correre per 42 km... Come sia umanamente possibile... Eppure, per esperienza, so che quei tipi lì ce la faranno, e di certo meglio di me!
Il momento del via arriva all'improvviso: non ho ancora acceso il lettore Mp3 e sono già in corsa. Ci saranno duecento persone? Mah, non so. Il grosso del gruppone va via subito; io mi impongo di restare calma, calmissima, e cerco subito di individuare qualcuno che tenga la mia stessa andatura, da usare come riferimento. C'è un signore non più giovanissimo, divisa bianca, fascia intorno alla testa e lingua inarrestabile; potrebbe fare al caso mio. Dietro non c'è più nessuno! E qui inizia la preoccupazione: non devo farmi staccare troppo, perché poi chissà se e come i bivi sono segnalati e presidiati; se resto in fondo, e sola, rischio poi di sbagliare strada. E vado subito in affanno, combattuta tra il tentativo di restare a breve distanza da qualche compagno di sventura e la paura di esagerare, tenendo un ritmo che non sento di poter sopportare.
Di lì a poco, inizia il sorpasso della corsa da 10 km, che si sovrappone al primo quarto della maratona: i primi sfrecciano a velocità inaudita, leggeri e sinuosi nei movimenti, come se non stessero faticando per nulla; poi arrivano gli inseguitori, tra cui il buon Mik che mi incoraggia: "Solo più 39!". Scherza, lui... Ma è proprio quello che sto pensando io: via un km, via due, via tre, ho già percorso un quattordicesimo di gara, poi quattro, tra poco il ristoro, cinque, un bicchiere d'acqua, pochi metri al passo perché altrimenti non sono capace di bere senza allagarmi la maglia. Continua la sfilata dei corridori della Stravigliana, passa la prima donna, impressionante per quant'è piccola e magra e scattante, poi via via gli altri, quelli più tranquilli, quelli meno tirati, meno assatanati nel corpo e nello spirito. Le gambe fanno male, la schiena strilla, la solita anca destra ballerina si fa sentire; il mio terrore è di sentire, da un attimo all'altro, il crampo nei polpacci o dietro le cosce, punti critici quando sono così affaticata. Ancora 36, 35, non ce la farò mai... E' un calvario, più di testa che di gambe. E' terribile sapere che hai ancora tutti quei km da affrontare, hai male e stai procedendo a velocità da lumaca, con un mezzo, le tue gambe, che potrebbe cedere da un momento all'altro. Ancor peggio perché, quando si conclude il percorso della 10 km, l'illusione di essere in compagnia finisce: mi ritrovo quasi sola, con tre o quattro sventurati che da un momento all'altro, lo sento, mi molleranno qua e se ne andranno.
Invece no. Approfitto della loro sosta al ristoro del km 10 – siamo ancora ad Avigliana, abbiamo percorso una sorta di anello – per prendere un po' di vantaggio e filare via. Sempre lì, a combattere tra la tentazione di accelerare un po', visto che il cuore sta benone ed è calmo e tranquillo come al solito, e la consapevolezza che non posso permettermi errori: oggi devo solo arrivare, davvero, è l'unico obiettivo a cui posso puntare. Non che di norma possa ambire a grandi risultati... Ma oggi no, proprio no.
Continua la mia marcia solitaria: se non altro, ora sono certa di avere qualcuno alle spalle: ma durerà? E quanto? La corsa impone lunghi estenuanti tratti in rettilineo, anche su stradoni; c'è da dire che, per ora, il servizio di assistenza è davvero eccellente. Ci sono decine di persone, tra Vigili Urbani e personale della Protezione Civile, distribuiti su ogni minimo incrocio nei paesi e lungo i tratti di strada statale, a controllare e rallentare il traffico, a fare strada anche a noi ultimi tapini, che così abbiamo sempre e comunque la precedenza. Tralascio per decenza di descrivere ciò che leggo negli occhi degli automobilisti costretti all'attesa, perché non è lusinghiero... Però, se non altro, nessuno si pronuncia; tacciono rassegnati.
E intanto i primi 15 km se ne sono andati: sono già oltre ogni più rosea previsione. Vorrei solo riuscire ad essere un po' meno angosciata, in fondo è solo una corsa, ma ci tengo davvero molto: non alla maratona in sé, ma a questa piccola impresa dell'accoppiata trail + maratona che, a costo di sembrare presuntuosa, non è proprio cosa da tutti i giorni. Scorrono anche gli abitati: ad Almese, scopro, piccola curiosità, che il paese è gemellato con una cittadina polacca il cui nome è costituito solo da consonanti, "SCZC...", non me lo ricordo nemmeno tutto, e chissà come si pronuncia!
Non mancano applausi ed incoraggiamenti per tutti, quando passiamo in mezzo alle case, sul porfido delle vie centrali. Per fortuna, spesso c'è qualche tratto di salita e discesa: non so, forse è solo un effetto placebo, ma la pendenza permette di cambiare un po' il gesto della corsa e forse tiene lontani, per quanto possibile, i crampi ed affini. Ogni tanto, spunta qualche meravigliosa villa con giardino; in particolare, una, splendida, Villa dei Cedri, con due di questi alberi enormi e maestosi nel giardino.
Comincio a sentirmi un po' più tranquilla quando, pian piano, riacchiappo qualche avversario: di tanto in tanto, in lontananza, vedo un puntino saltellante che pian piano diventa una maglietta colorata ed infine, fugato ogni dubbio, un podista da superare. Immenso conforto arriva al km 21, il giro di boa: altri 21 sono ancora tantissimi, ma da quel momento in poi, il maratoneta sa che, passo dopo passo, la strada alle spalle diventa più lunga di quella che ancora c'è da percorrere. E' quasi come andare in discesa. C'è anche il rovescio della medaglia, ci si sente invogliati ad accelerare, ma no, oggi Gian non è proprio il caso; calma, sangue freddo. Quanto reggerò ancora? 5 km, 10? Le gambe continuano a far male, ma è un dolore costante; quel che temevo, quel che era successo alla Maratona di Venezia lo scorso anno, contratture che quasi mi hanno portata a zoppicare fino all'arrivo, per ora non sembra volersi replicare.
Va bene tutto per distrarsi, le montagne, le scritte sui muri, il censimento delle cartacce di integratori, che tra l'altro può essere anche un'indagine istruttiva, si sa mai che si possa scoprire qualche nuova bomba.
Ora il mio obiettivo non è più il 42esimo km. E' di volta in volta il ristoro successivo. Vai Gian, 4 km al prossimo ristoro, 3, 2, 1, ecco il ristoro, solo più 5 al prossimo ristoro. Non che ci sia molto da mangiare; qualche pezzo di dolce tipo panettone e qualche pezzo di mela, ma ci sono i sali, importantissimo per me. Non tanto per il beneficio dei sali, quanto per il gusto di qualcosa di diverso dall'acqua. Mi sforzo di sorridere e ringraziare sempre chi sta lì a farsi il mazzo per me e riesce, a sua volta, ad essere ancora sorridente, anche se so che in cuor suo pensa... "Ma questi quand'è che si levano dai piedi?".
Quando manca poco al km 30, mi affianca e mi saluta un ciclista della mia stessa squadra, la Jolly Europrestige di San Mauro, con una splendida bici tirata a lucido: facciamo due parole, mi passa un altro chilometro. Ecco: al 30° km, in altre circostanze, avrei detto "Via, o la va o la spacca", come a Reggio Emilia l'anno scorso, dove ho rischiato, son partita ed ho realizzato il mio tempo migliore su questa distanza. Oggi invece resto sospesa; adesso sì, mi accorgo che non sono solo più i muscoli a dolere, ma anche le forze a venir meno. Mi rendo conto che sto rallentando un po', ma non posso farci nulla. Mi sorpassa una coppia che avevo passato parecchi km prima; mi restano davanti per un po', poi lei, con una progressione splendida, accelera e va via, mentre lui cede un po' e, dopo qualche tentativo di resistenza, resta indietro anche rispetto a me.
Io continuo a non volermi illudere, anche se penso "Dai Gian, sono ancora 10 km, come il giro che fai alle Oselle – una delle frazioni di Carmagnola dove spesso passo in allenamento -; quel giro lì lo fai anche quando sei cotta e disfatta; immagina di essere appena partita, vai piano e ce la fai!". Quando i km che mancano sono solo più 9, ecco alcuni saliscendi graditissimi, ecco che riacchiappo un bel gruppo di fuggitivi. Intanto mando qualche SMS e telefono a mia mamma, tanto per distrarmi: "Mamma, solo più 9 km...". E lei: "Ah, ma allora te la cavi in fretta!". Come no, mamma, grazie della fiducia ma sto per defungere...
Al 35°, comincio a crederci davvero. Mancano 7 km, come quelli del mio giro di allenamento brevissimo quando ho poco tempo. 7 km, dai Gian, quel giro lì lo fai anche con le stampelle. E poi, adesso stai ancora bene; se proprio dovessi saltare all'ultimo, te la puoi anche finire camminando, non importa. Non so che ora sia, ma secondo me non è neppure poi così tardi. Cinque, quattro: supero un anziano corridore che ogni tanto rallenta e si ferma, poi riparte; scoprirò all'arrivo chequesto signore è classe 1938: ecco, se dovessi arrivare alla sua età, vorrei arrivarci così. Altrimenti non ne vale la pena, fermatemi prima!
-3, poi -2. Riconosco alcune insegne di aziende e bar che ho già visto alla partenza, segno che siamo davvero in dirittura d'arrivo. Avevo il dubbio che al 40° km il ristoro non ci fosse più; invece lo trovo, bevo ancora un po' di sali, mangio un pezzetto di mela schizzando via: si sa, gli ultimi 2 km sono i più lunghi ma in realtà non contano. Le gambe non si nutrono più di energia ma di felicità: non mi sembra vero, sono state ore eterne, mai e poi mai avrei pensato di farcela, e invece eccolo lì, il cartello 41, ecco l'ultimo sorpasso di una rivale: non l'avrei voluta passare prima del traguardo, mi sarebbe sembrata una guerra tra poveri, ma lei ha smesso di correre ed a quel punto non ho potuto farne a meno. L'ultima curva davanti alla stazione, poi l'arco nero: pubblico sparuto, poche anime all'arrivo, ma non importa; non l'ho mica fatta per qualcun altro, tutta questa fatica, l'ho fatta per me stessa, solo per vedere fino a che punto sarei riuscita ad arrivare. Vanno bene anche i sorrisi di commiserazione... Io taccio ma tra me e me gongolo. 4h 37', oltre 40 minuti in più rispetto al mio già scarso miglior tempo, ma non importa, questa volta la pacca sulla spalla me la merito tutta... E pazienza se me la devo dare da sola!
domenica 26 ottobre 2008
25 e 26 ottobre 2008: Gran Trail Rensen + Maratona 42.000 Passi in Valle Susa - Primo giorno
Qualche tempo fa, era uscito al cinema un film comico, con Jim Carrey dal titolo “Una settimana da Dio”. Non essendo un'amante del grande schermo, e neanche del piccolo, non ne conosco la trama, ma potrei rubare il titolo e trasformarlo a mio uso e consumo: un fine settimana da Dio... Anche perché un'intera settimana così, mi sa che non ce la farei a sopportarla!
Cominciamo dall'inizio, cioè da sabato, anzi da venerdì. Rosicchio un'ora all'orario d'ufficio, alle sei di sera chiudo i battenti e salto in auto; destinazione, Arenzano, dove domattina alle 4 partirà il Gran Trail Rensen: 70 km, 4.000 m di dislivello in salita, come al solito è tutto quel che so riguardo il percorso. Anzi no: so anche che pare essere una prova molto dura, addirittura, si vocifera, più delle Porte di Pietra.
Prima di entrare in autostrada, però, è d'obbligo una sosta in panetteria, dove faccio incetta di pizza rossa ed un bel pezzo di focaccia alle olive, per cena. Le mangerò in viaggio... Manco a dirlo, prima ancora di arrivare al casello, ho già le ganasce in azione. E' quasi un gioco di prestigio, rallentare, aprire il finestrino, prendere e riporre il biglietto, ingranare la marcia e ripartire, il tutto ovviamente con la sola mano sinistra, perché la destra è impegnata a reggere un etto di pizza col pomodoro: non ci si può permettere di far crollare la pizza, altrimenti è un macello!
Solite domande di rito, mentre incamero risorse energetiche per domani ed ascolto la radio: ho preso tutto il materiale obbligatorio? Giacca, fischietto, borraccia, riserva di pappatoria, telo termico, berretto.
Poco prima di Mondovì, attacca a piovere. Perfetto: se prima ci si vedeva poco, adesso non si vede proprio più un tubo. Ma questo è il problema minore: il guaio grosso è che, se stasera piove, domattina i sentieri saranno un unico pantano. E camminare sarà impresa ardua! Per la serie, cominciamo bene... Le mille curve della To-Sv, con asfalto bagnato, inducono alla prudenza; vedo qualche pilota poco accorto e troppo sportivo che pattina vistosamente prima di ripiegare saggiamente su una velocità più adeguata alla situazione. Per fortuna che ho già finito la pizza... E che, in vista del mare, non piove più. Anzi, brillano le luci di Savona che, al buio, pare persino una bella città, come del resto Genova. Non me ne vogliano i locals, ma io detesto le città; più son grandi e peggio è!
Di galleria in galleria, raggiungo Arenzano, dove vago per un po' alla ricerca del locale dedicato alla corsa ed alla distribuzione dei pettorali. Il passaggio di alcune borse sospette, tutte uguali, mi fa capire che non sono lontana: abbandono la Opel su una piazzetta, risalgo la corrente delle borse e sbuco sul lungomare, dove trovo la mia meta. Un'accoglienza che mi lascia sorpresa ed anche un po' stordita: c'è un sacco di gente che mi saluta calorosamente ed io, vergognosa, di molti di loro non ricordo il nome! Tutti mi chiedono come va; la mia risposta è sempre la stessa: “Ho paura!”. In effetti è proprio così; ho paura, sono tesa, preoccupata, come sempre in queste circostanze. Trovarmi in mezzo ad una folla di corridori duri e puri, dall'aspetto molto più adatto alla situazione rispetto a me, mi incute timore e mi mette ansia. Vorrei scappare subito subito, sbrigate le formalità del ritiro del numero di gara e del controllo dello zaino, ma è meglio di no: meglio drizzare le orecchie, perché gli organizzatori stanno parlando del percorso, delle sue caratteristiche, dei punti critici, dei ristori. Mi sforzo di prestare attenzione, ma non sono mai stata una brava spettatrice; nemmeno a scuola riuscivo mai a stare attenta! Infatti, più che le parole, colpisce la mia attenzione la parlata buffissima ligure. Sento di discese difficili, di tratti attrezzati con corde fisse: giusto per mettermi tranquilla. Uno dei papà di quest'avventura (Lorenzo, il nome... O sbaglio? Non vorrei farmi una gaffe!) mi rassicura sullo stato dei sentieri, sulle previsioni meteo e... Dice che sta per andare a fare un'ultima ricognizione! Stakanovista incallito, non andrà nemmeno a dormire! Resto a bocca aperta: è sempre difficile rendersi conto di quanta gente si faccia un mazzo quadro per organizzare l'altrui divertimento! Beh, divertimento forse non è proprio la parola giusta; in uno sport così, si soffre, ci si fa del male, si raccolgono enormi soddisfazioni e cocenti delusioni, ma divertimento è un termine fuori luogo, non c'entra proprio nulla.
Mi perdo a scrutare i corridori presenti in sala: qualche volto noto, qualcuno di cui conosco il nome e la storia – c'è il mitico Orso dell'Himalaya, c'è il podista coi riccioli d'argento delle Porte di Pietra, ci sono altri che di certo ho già visto, ma non so più dove; del resto, sono talmente tesa in questo momento, che il cervello collabora meno del solito.
Esco quasi con sollievo: non posso però andare a nanna prima di aver visto il mare. A dispetto del mio patrimonio genetico mezzo savonese, non amo il mare, se non in un particolare momento dell'anno: l'inverno, meglio ancora se di sera. Stasera c'è un tepore invidiabile, 16 gradi secondo uno dei pannelli luminosi che ho visto poc'anzi. Me ne vado con il mio pacco gara ed il mio zaino a calpestare un po' la sabbia, guardare le luci di Genova lungo la costa e quelle delle imbarcazioni sospese chissà dove là in mezzo al nero, la montagna che si intuisce solo per via di qualche casa illuminata o per i fari di qualche veicolo che ci si arrampica. E naturalmente l'acqua, così placida da sembrare olio, le onde pigre che lambiscono le punte delle mie scarpe. Aspetto l'onda più lunga, quella che arriverà a cancellare le mie orme quando io, un attimo prima, avrò fatto un salto indietro... Ma l'onda lunga non arriva, si vede che non è orario, si vede che il venerdì è prefestivo anche per il mare. Pazienza. Potrei, a pensarci bene, prendere il sacco a pelo e venire a dormire qui... E lo farei, davvero, anche se la notte in spiaggia è umidissima, anche se è scomodo dormire sulla sabbia o sui sassi; mi riporta alla realtà il timore che un'idea del genere equivalga un po' ad andare in caccia di guai. Non che dormire in auto sia molto più sicuro, ma almeno c'è una sorta di guscio metallico intorno, ci sono delle serrature.
Meglio che mi avvii: sono le nove passate; la sveglia suonerà poco dopo le due e mezza – le due e quaranta mi pare un compromesso adeguato. Il crepitio dei sassi levigati sotto le scarpe, uno sguardo alle barchette ritirate una accanto all'altra sulla sabbia, poi via verso l'auto. Il più vicino parcheggio dove non vedo traccia di pedaggio né di limite orario è quello di fronte alla stazione: occupo il posto più defilato possibile, proprio sotto il cartellone pubblicitario di una palestra – palestra? Ma muovete il deretano ed andate a correre, altro che palestra! - sbircio un po' il contenuto del pacco gara... E si accende una luce rossa? Ossignur, eppure giuro che non ho toccato alcoolici, ma non c'è nulla nella mia auto che faccia una simile luce rossa! Attimo di panico, scavo nella borsa... E' un portachiavi luminoso! Gian, mettiti a dormire che è meglio, sei nervosa come se avessi tracannato l'intera produzione della Lavazza di un anno. Detto, fatto; abbasso il sedile, mi copro un po' col sacco a pelo – non mi ci infilo, farei la sauna – e sono già nel mondo dei sogni.
La sveglia squilla scrollandomi senza pietà alcuna dal più profondo del mio profondissimo sonno. Il bello dei risvegli in auto in Liguria, però, è che non fa freddo... Anzi! Anche stamattina, o meglio stanotte, c'è un incredibile tepore. Apro un occhio, poco convinto, poi l'altro; la stazione è tutta illuminata, ma in giro non c'è un'anima. Tanto meglio: mi cambio in fretta, ripetendo mille volte l'inventario delle cose necessarie di oggi; faccio colazione sbafando metà della vaschetta di insalata di riso, con uovo sodo e piselli, che mi sono preparata ieri. Sarà che ieri ho mangiato come un camion degli spurghi, ma adesso non mi riesce proprio di aver fame: meglio non insistere, anche se so che poi la pagherò. Metto vaschetta e cucchiaio nello zaino: in fondo, manca ancora un'ora al via; magari, prima di quel momento, la fame arriva.
Abbandono la Opel e mi avvio verso il lungomare: credevo fosse presto, invece c'è già parecchia gente. Chi si presenta bardato dai capelli agli alluci, chi in pantaloncini corti e maglietta. Ci sono addirittura alcuni bar aperti, a quest'ora! Incontro diversi partecipanti del forum di Quotazero, uno per tutti il fortissimo Antani, intento a tracannare un beverone dall'aspetto poco invitante e dal gusto, pare, ancora peggiore. Ancora qualche cucchiaiata di riso, da ingoiare controvoglia, poi via verso la piazzetta di partenza, dopo le ultime rassicurazioni sulla situazione meteo. Per ora, stelle in cielo non se ne vedono... Ma almeno non piove. La tendenza dovrebbe essere verso il miglioramento nel pomeriggio.
Ci saranno più o meno cento persone, occhio e croce, al via. Uno fra tutti, il grandissimo Marco Olmo, lì a due passi, che parla con un altro grande di queste corse, Pablo Barnes, argentino, o almeno così ho sentito dire. Resto lì come un baccalà a fissarlo, Olmo, di continuo illuminato dai flash di macchine fotografiche; confesso che mi piacerebbe da matti chiedergli di poter fare una foto con lui... Ma temo che farei la figura dell'idiota, o quantomeno della noiosa ed inopportuna; meglio lasciar perdere.
Devo essere talmente suonata che, di tanto in tanto, qualcuno viene a salutarmi da vicino, perché da lontano si sbraccia, ma io non lo vedo. In effetti, non vedo l'ora di partire: almeno, fine della tensione!
Matteo mi aveva detto, qualche giorno fa: “...i primi 10 km sono in pianura”. Spero tanto che sia una notizia falsa e tendenziosa, ahimè invece no, è proprio vero. Beh, 10 km è eccessivo, ma c'è comunque un buon tratto tutto da correre, pessima notizia per me che, in questo tipo di gare, non amo correre. La nota positiva è che, essendo all'inizio del percorso, non ho ancora le gambe inchiodate, quindi ci posso anche riuscire.
Il via è quasi indolore, niente musica, niente conto alla rovescia, che sono molto coreografici ma mettono tensione (e probabilmente, dati l'ora ed il luogo, comporterebbero il lancio sincronizzato di vari oggetti contundenti da tutte le finestre del paese). Si parte di corsa, ma non troppo, almeno, non tutti. Infatti trovo ben presto il mio ritmo ed il mio gruppetto, in particolare un corridore valdostano ed un simpaticissimo Genovese, non più giovanissimo, alla prima esperienza di trail così lunghi. Un tratto lungo la passeggiata, un altro sulla spiaggia, un altro ancora in galleria, dove un tempo passava il treno. Un po' di strada lungo l'Aurelia, fino al bivio per l'abitato di Lerca: qui siamo ancora su asfalto, ma per fortuna si sale un po' e si smette di correre. Per carità, si potrebbe anche correre, se uno non fosse sovrappeso e con il fiato corto... Direi che è meglio non esagerare, anche perché siamo appena all'inizio e, a quanto pare, sarà una lunga giornata di tregenda.
Attraversiamo borgate addormentate, dove si sente solo il latrato dei cani, stupiti pure loro dalla presenza di tanti strani individui con un terzo occhio luminoso in mezzo alla fronte. Ci han detto che i proprietari sono stati tutti avvisati di tener chiusi i loro animali... Ma mi sa che, tra un po', qualche indigeno che non gradisce la sveglia ad ore antelucane li libera, i cani, e ce li sguinzaglia contro! Poco male, io adoro i cani...
Un po' di asfalto, poi un tratto di salita su un sentiero di mattoni, scivoloso: sarà questo, il significato di quel termine che ho sentito pronunciare spesso ieri sera alla riunione? Potrebbe, anche perché mi viene in mente, a ben pensarci, il titolo di un album di De Andrè, "Crêuza de mä", e allora sì, tutto quadra.
In fondo, il temuto tratto di corsa iniziale potrebbe avermi fatto bene. Di solito, il primo tratto di salita significa affanno, cuore che batte all'impazzata, invece questa volta no. C'è da dire che per ora si alternano tratti di strada asfaltata in mezzo alle case, tratti di sentiero in piano, e che qui e là mi lancio ancora a correre un po', trascinata anche dai miei compagni di viaggio. Siamo ancora in quella fase in cui si chiacchiera, si ride, si scherza; ciascuno racconta le proprie esperienze ed i propri guai passati, presenti, futuri; chi è qui con il furgone e la moglie ed il cane, chi arriva da vicino, chi da un po' meno vicino; ci si informa sui tempi realizzati alle varie corse, si scopre che più o meno si è stati tutti negli stessi posti. E' curioso; la mia sensazione è che questo dei trail sia un movimento sportivo nato da non molto tempo, non ancora così noto, tanto che quasi ci si conosce tutti, o in buona parte, e ci si ritrova nelle varie occasioni, almeno nell'ambito di due o tre regioni vicine. Se penso che ho partecipato in tutto a sette trail e, volta per volta, ho riconosciuto un bel po' di persone e sono stata a mia volta riconosciuta... Ed è bellissimo!
Già qui, nel tratto iniziale, i volontari che assistono la corsa sono tantissimi. Ci avvisano che l'asfalto sta per finire: beh ma non è che a me facesse proprio così ribrezzo...
Quando inizia, la prima salita, fa subito sul serio. Ormai non c'è più la pacchia delle luci delle borgate; tocca accendere le frontali ed addentrarsi nel bosco.
Ancora in gruppo, ci arrampichiamo su per una serie di tornantini e tratti più dritti, ma dalla pendenza severa, tanto che qualcuno, all'improvviso, annuncia di volersi fermare al prossimo bar. Poi, qualcuno si ferma, qualcuno si fa da parte, ci si dirada.
Si sale verso il Monte Rama: così dice il corridore genovese, mio compagno di viaggio in questo tratto. Le segnalazioni non mancano, ma in molti tratti il sentiero non è facile da intuire, anche se le nostre luci illuminano, avanti, le fettucce rifrangenti che sventolano e danno quasi l'idea di avere davanti altri corridori. In realtà il gruppo ora si è sgranato; una o due persone ci sono, ma parecchio più avanti.
Questa salita ha un aspetto rassicurante: si annuncia lunga e pare avere una pendenza sostenuta ed abbastanza costante, l'ideale per me che ho bisogno di poter prendere un mio ritmo, per andar bene. Ciò che mi mette in difficoltà, come al solito, è il buio, un po' perché faccio davvero fatica a mettere a fuoco i particolari del sentiero ed un po' perché fissare sempre e solo il cerchio di luce della frontale, a lungo andare, è alienante.
Qualche goccia, due o tre: che sia l'umidità che il vento scuote giù dalle fronde degli alberi? E' una speranza che condivido con il mio compagno di viaggio... Ma alzo il naso al cielo; fin qui non ci avevo nemmeno fatto caso, ma, a pensarci bene, non si vedono stelle. E, man mano che si sale, il vento si fa più arrabbiato e freddo: tiro su i manicotti, chiudo la zip del gilet. Inutile nascondere la testa sotto la sabbia; questa è pioggia, bella e buona. A tratti, qualche goccia, poi un po' più intensa, ma non tanto da mettere la giacca impermeabile: altrimenti, si rischia una sudata e ci si infradicia esattamente come se si prendesse la pioggia.
Calpesto foglie e sassi insidiosi perché umidi, e funghetti spuntati qua e là e foglie viscide. Ad un tratto, mi trovo davanti ad una pozza che mi pare un po' più grande delle altre, un po' troppo: per un pelo, presa dalla foga della salita, non ci salto dentro! Il sentiero svolta a sinistra... Ma scoprirò poi, al punto acqua più avanti, che qualcuno, nella pozza, c'è finito davvero.
Il punto di assistenza compare inaspettato e, devo ammettere, confortante. Continua a piovere, tira vento e quassù, all'uscita del bosco, come se non bastasse, c'è un nebbione fitto tale che non si vede più nulla. Il Genovese ed io riempiamo le borracce e via, verso l'ignoto. Ringrazio davvero di non essere sola, qui: ho le lenti degli occhiali appannate e, con la nebbia, non vedo assolutamente nulla, nemmeno dove metto i piedi. Come possano esserci tutte queste cose insieme, vento violento e gelido, pioggia, nebbia, lo ignoro, eppure è proprio così! Dovremmo essere a Prà Riundo e percorrere un tratto dell'Alta Via dei Monti Liguri: dovremmo, ci crediamo sulla fiducia perché non vediamo nulla. Infreddoliti, ci fermiamo per indossare le giacche: non vorrei essere nei panni di chi è partito in pantaloncini; e dire che, alla partenza, siamo stati ben ammoniti circa le condizioni della temperatura in quota!
Sono preoccupata, seriamente. Se il meteo dovesse restare così tutto il giorno, dubito che riuscirò ad arrivare alla fine del trail. Già qui sto battendo i denti dal freddo, anche se il GoreTex protegge bene; forse è più la tensione nervosa, l'urlo ossessivo del vento nelle orecchie, cattivo, che ti prende a schiaffi ogni volta che abbandoni un tratto di sentiero riparato. E' aspro, l'ultimo tratto della salita del Rama; è qui che inizia appena appena a fare chiaro e che, nel grigio della nebbia, si delineano all'improvviso guglie di roccia che creano un'immagine tetra, minacciosa, eppure splendida. Dai Gian, tanto qui non hai scelta. Vai avanti, qualche santo sarà.

Incespico un po' di volte sulle rocce scivolose, prima di giungere in cima; per la seconda volta nella mia carriera di trail runner malriuscita, metto le dita su un lumacone... Povera bestia lui, ma che schifo!!! Beh, però al CCC questo mi aveva portato fortuna...
Un attimo dopo il lumacone, ecco la croce, la vetta. Qui arriva il bello, cioè il dramma: la discesa attrezzata con le corde. Ci sono, anche qui, volontari ad ogni angolo: noi corridori faremo fatica, ma loro, che quassù passano ore ad aspettare nella nebbia ed al freddo, loro sono i veri eroi!
Scendo con una lentezza esasperante, battendo, strisciando e graffiandomi ovunque; però, inaspettatamente, reagisco meno peggio di quanto pensassi, nel senso che almeno questa volta non mi lascio prendere dal panico. La verità è che potermi appendere ad una corda mi dà grande sicurezza; infatti, mi ci aggrappo. Dove non ci sono le corde, scivolo, scendo a quattro zampe, ne faccio una per colore; meno male che c'è già un po' di flebile luce. Com'è ovvio, mi supera mezzo mondo; mi supera anche Isacco, ormai immancabile, pure lui, a questi appuntamenti.
Le mie difficoltà continuano ben oltre il tratto attrezzato. Cammino come se fossi su un tappeto di cristallo, anche perché riesco a scivolare su qualsiasi pietra su cui appoggi il piede. Mai come oggi sono utili i guantini da bici! Avrei già le mani massacrate, se no. Intanto si fa giorno sul serio e, pian piano, anche la discesa diventa un po' più trattabile. Non che si riesca a correre, questo no, almeno per me; però, se non altro, posso aumentare un po' il ritmo. Man mano che si scende, cambia la vegetazione, compaiono gli alberi, castagni soprattutto, ricci sul sentiero, molli di pioggia.
In un tratto asfaltato, la corsa da 70 km incrocia quella da 35: ci si saluta e ci si incoraggia a vicenda. Tanti mi salutano per nome: alcuni li riconosco, altri no, ma è colpa del fatto che le mie cellule grigie sono in tragica carenza di ossigeno! Provo a corricchiare un po', visto che questo tratto è in piano; meno male che poi si riprende un sentiero sulla sinistra, così mi sento autorizzata a smettere!
Si arriva, dopo un tempo interminabile, ad un ponticello ed una leggera risalita: i miei compagni di viaggio in questo tratto rimuginano sul cancello orario, che è proprio qui, in località Campo; dovremmo essere al km 24. E siamo ampiamente in orario: in vantaggio, anzi, di un'oretta e mezza. Ne prendo atto, come al solito, perché viaggio senza orologio.
I volontari del ristoro idrico ci informano che a questo punto ci attendono quattro km di salita dura, mille metri di dislivello in un botto e circa cinque e mezzo di discesa fino al ristoro di località Gava, dove troveremo anche qualcosa di solido da mettere sotto i denti.
Riparto in fretta e furia, mentre gli altri corridori giunti lì con me si attardano qualche momento al ristoro. E di certo non mi volto più indietro. Salita al Monte Argentea, quota poco più di 1.000, come ci hanno annunciato. Da un po' ha smesso di piovere, ma il cielo è ancora grigio e minaccioso. Dopo un breve tratto di asfalto, imbocco un sentiero sulla destra, che si preannuncia subito ripido. Prendo un passo tranquillo ma costante, inizio a fare mentalmente la calcolatrice: dunque, km 24, ne mancano 9,5 al ristoro, quindi laggiù saremo quasi a metà strada. Piano, Gian, che è ancora lunga.

Il paesaggio ora ha assunto connotati di vera montagna. Il sentiero corre dapprima lungo un pendio sassoso, tagliato da gradoni, grigio com'è tutto grigio in questa giornata. Dovrebbero essere più o meno le nove, ma èimpossibile regolarsi con la luce. Anche perché, man mano che si sale, ci si avvicina alla coltre di nebbia: mi sembra assurdo che la nebbia sia sulle cime anziché giù in basso, ma è così. Salgo e raccatto qualche avversario che accusa un po' la salita: bene, significa che almeno qui, su questo terreno, ogni tanto posso dire la mia! Raggiungo uno, due, tre escursionisti; intanto riprende a piovere, rinforza il vento che mai ci ha abbandonato, e fa freddo. Tengo un po' in mano la giacca, meditando se indossarla o no; poi rinuncio, in fondo non piove così forte, meglio sopportare, almeno per un po'.
Verso la fine, quando già la nebbia ha avvolto tutto tutt'intorno, la salita si impenna prepotente: mi ritrovo a salire con il naso incollato al sentiero, ad aggrapparmi a qualsiasi cosa che mi permetta di fare forza almeno con le braccia, visto che i piedi scivolano ostinatamente nel fango. E' difficilissimo trovare un appoggio; le scarpe non fanno alcuna presa, c'è troppo fango, tutto molle, viscido, e non parliamo poi delle rocce. Supero una ragazza che scopro essere anche lei parte del forum di Quotazero, Elena: cavoli, e lei che temeva di non farcela, guarda qui dov'è già arrivata!
Mi arrampico alla bell'e meglio guardando in su, ma è inutile, non si vede niente; non riesco a valutare dove sia la vetta, finché non mi ritrovo davanti una madonnina e più nulla su cui arrampicarmi. Qui prendo una cantonata; tiro dritto e mi fermo subito, davanti ad un baratro. Meno male che Elena ed il suo compagno di viaggio intuiscono il sentiero: più veloci di me, scendono tranquilli, mentre io, di fronte ad un'altra discesa ripida e scivolosa, perdo la solita eternità. Ma ormai sono rassegnata...
Nella nebbia si materializza una costruzione, un rifugio. Riempo la borraccia e via, in discesa verso il Passo Gava, dove c'è il ristoro: ci arrivo relativamente in fretta, senza grandi difficoltà, anche se qui le gambe cominciano a farmi capire che non è il caso di insistere con la corsa. In questo tratto, passano a grappoli i corridori della 35, per uno strano intreccio di percorsi che non ho ben capito: mi fa impressione il fatto che quasi nessuno di loro abbia lo zaino. Stanno viaggiando tutti in pantaloncini, maglietta e basta: ma come diavolo hanno fatto, lassù nella nebbia?
Già da lontano si vede il rifugio con il ristoro. Ho fame e non troppa voglia di barrette; meglio che mi fermi due minuti e butti giù qualcosa di consistente.
Il tavolo imbandito è una meraviglia, c'è di tutto: frutta secca di vario tipo, soprattutto l'ananas che a me piace da matti; parmigiano, focaccia, panini con il salame, e poi le bottigliette di Powerade da portare via: fantastico! Manca solo la Coca Cola, ma non si può avere tutto dalla vita. Scelgo la versione della bibita color puffo, più per il colore che per altro; la berrò più tardi. Riparto, non senza aver accarezzato due cagnoni che fanno supervisione; la signora del ristoro mi dice che ci rivedremo, perché la corsa da 70 km ripassa da qui: ah sì? Non lo sapevo! Quindi, se ho ben capito, il percorso lungo fa un anello che parte ed arriva alla Gava e poi prosegue altrove, non so dove.
Via al Passo della Gava, dove c'è il bivio tra i sentieri. Il volontario lì sopra mi dice "Hai l'onore di veder passare il primo della tua corsa": "Spero sia Olmo", rispondo... No, è Barnes. Non me ne voglia il signor Barnes, ma c'è differenza tra un campione ed un mito... Ed Olmo è IL mito! Un attimo dopo, mentre io attacco la salita a sinistra, ecco la maglietta arancio di Barnes che arriva dall'altro sentiero e la sua voce, fresca e riposata come se fosse appena partito. Mi dice il volontario, "Ha 24 km di vantaggio su di te": beh, che ti devo dire? La cosa importante – come mio solito, scoperta per caso – è che questo anello è lungo 24 km, quindi, se al ristoro precedente si era circa al km 33, quando torneremo qui saremo al 57, quindi ne mancheranno 13. Con queste cifre che rimbalzano in mente, mi avvio di buon passo su per questa salita che, al pari delle due precedenti, mi ispira simpatia. Anche qui si sale secchi, anche qui non subisco alcun sorpasso ma anzi riacchiappo tre avversari, tra cui il Genovese con cui ho viaggiavo ad inizio gara. Lo vedo lì davanti, mi ci avvicino con i miei soliti passetti brevi e frequenti, votati al massimo risultato con il minimo sforzo; lo acchiappo proprio sulla cima, al Monte Reixa, come sempre immerso nella nebbia più fitta, dopo quattrocento metri circa di dislivello dal ristoro. Infatti il rifugio appare all'improvviso. Poi un tratto di sentiero ampio, qualche saliscendi, dove viaggio in compagnia del Genovese e dell'altro corridore conosciuto ad inizio gara, di Collegno. Incrociamo un corridore del percorso lungo che torna indietro: accenna al fatto che ha sbagliato strada... In effetti, anche Barnes, quando l'ho intravisto all'inizio di questa salita, diceva di aver sbagliato!

La discesa qui è lunga, ma non particolarmente difficile; infatti, non solo questa volta non perdo terreno, ma riesco a staccare un po' i due colleghi. Si scende fino al bosco ed alla strada asfaltata, al Passo del Faiallo; ne percorriamo un tratto, dove approfitto per mangiare. Non corro, ma mantengo un buon ritmo; i due inseguitori sono poco indietro, ma, per fortuna, un tratto di risalita su sentiero mi consente di recuperare un altro po' di vantaggio. Intanto, sembra che la giornata voglia sistemarsi e che anche le mie gambe non diano ancora segni di insofferenza. La salita arriva al Bric del Dente, poi il sentiero torna a scendere giù verso l'asfalto: da sopra, si vedono le vetture dell'assistenza. Mi affretto, anche se qui il fondo non è dei migliori per aiutare le mie povere caviglie; spunto sulla strada: "Dall'ambulanza, a sinistra", mi dicono. E, all'ambulanza: "attenzione perché qui il sentiero è scosceso". Infatti, da qui, i due o tre km per me più drammatici dell'intero percorso. Il sentiero è ripido e da qui si vede, a picco, l'intera vallata, qualche cima più in basso.

Il senso di vuoto è forte; mi sforzo di guardare solo il sentiero, ma talvolta non posso fare a meno di alzare lo sguardo e subito sento la testa che gira, la sensazione di dover cadere in avanti, anche se magari mi sto muovendo a quattro zampe. E' l'unica cosa che posso fare, scendere a ginocchia piegate, mani spesso appoggiate a terra, perché sento che la testa va giù, verso il pendio scosceso. Dietro, le voci dei due colleghi: ma, a quanto pare, la difficoltà non è solo mia, perché, anche più avanti, non mi raggiungeranno.
Provo anche a distrarmi, a fare qualche foto, tutto per tenere a bada il panico, sperando che questo tratto di sentiero abbia fine, sperando di tornare giù, in mezzo al bosco, chiuso e protettivo. In effetti ci si arriva, per fortuna; compaiono alcune case, sperdute, che si raggiungono solo via sentiero: davvero una vita fuori dal mondo...
Raggiungo due corridori, una coppia; quando s'accorgono di me, allungano il passo: beh, poco importa, io di certo non li inseguo. Anzi, trovo un getto d'acqua e mi fermo a riempire la borraccia: non sapevo che, di lì a poco, sarei arrivata al ristoro idrico di Fiorino. Infatti, quando ci arrivo, uno dei volontari mi offre l'acqua, ma rifiuto: ne ho già, e poi ho ancor sempre la bevanda blu puffo!
Passo davanti al tavolino e tiro dritto: meno male che mi fermano e mi spediscono lungo il sentiero giusto, a destra. La coppia di prima è ferma al ristoro: voilà cari miei, adesso si sale e non mi beccate più! Come si è crudeli, anche nelle retrovie... Una guerra tra poveri!
Qui ci si arrampica in mezzo alle borgate, un po' su sentiero un po' su asfalto. Vedo alcune splendide viti con alcuni invitanti grappoli di uvetta, magari già un po' passa, ma son sicura che sia dolcissima lo stesso: la tentazione è forte... Ma poi rinuncio, non è roba mia, meglio tirare avanti. Faccio arrabbiare un bellissimo Labrador passando intorno a casa sua: poi asfalto, un lungo tratto molto ripido, che mi fa sentire la mancanza della bici da corsa.
Si sale così per circa duecento metri di dislivello, ed io già spero che questa sia la salita seria... Invece no: si torna a scendere, si perdono quegli stessi duecento metri, poi il bivio per l'abitato di Sambuco. Altra strada asfaltata, bella ripida, e poi, dal paese, via su sentiero. Questa sì, è la volta buona. Incrocio un dialogo incomprensibile in stretto dialetto, urlato da casa a casa da due anziani; incrocio lo sguardo incuriosito di un gatto pezzato ed accarezzo sulla testa un cagnotto in cerca di affetto; poi via, su lungo il pendio, un bel sentiero a tornanti, anche questo ripido. Guardo i tetti delle case farsi sempre più piccoli e lontani; cerco di valutare il dislivello, la distanza: potrebbero mancare circa venti km... Anche qui salgo bene, senza stanchezza; anche qui si sale nel bosco, poi la vegetazione scompare; anche qui riacchiappo un paio di anime. Poi vedo, poco più su, una chioma sciolta, una persona seduta su una pietra. L'avevo visto solo in foto, ma lo riconosco subito, e lui con me: è Ennio, il geologo siciliano con cui ho scambiato un po' di posta elettronica proprio in occasione dei trail. Ci presentiamo; lo vedo un po' in crisi, forse più di testa che di gambe, e gli chiedo se vuol provare a seguirmi. Così fa: la salita non è più molto lunga; c'è ancora qualche tratto aspro, ma ormai ci siamo.

Non riesco bene a capire dove si debba arrivare: c'è qualche cima qui, ma mi pare troppo alta... Infatti, all'improvviso, deviamo giù per un sentiero che piega a sinistra e scende lungo il pendio, dolce. Ennio s'è staccato un po' in salita, ma in discesa recupera subito. Mi chiede, "Sai quanto manca alla fine? "Mah guarda, secondo me meno di venti". A dimostrazione di quanto fosse per difetto la mia stima, dopo una decina di minuti arriviamo in vista del Passo Gava: altro che venti, ne mancavano sì e no quindici quando me l'ha chiesto! Dal Passo, brevissima discesa al ristoro.
Al ristoro arriviamo chiacchierando, rinfrancati entrambi dalla compagnia. Facciamo un bel pieno di cibo: io ho finito la bottiglietta di bevanda blu; questa volta scelgo quella rossa, mi riempo le mani di frutta secca e focaccia, che mangio in rigoroso ordine casuale. Si torna su al passo, ci dicono, e da lì alla cima che c'è proprio sopra, il Monte Tardio. Circa 150 m di dislivello da coprire con un sentiero molto ripido: nell'ultimo tratto, mani e piedi servono tutti! Ennio è un po' indietro, ma vado su tranquilla, certa che poi mi raggiungerà in discesa. Spunto sulla cima, trovo un volontario anche lì: eccezionali!
La discesa, nel primo tratto, è ripida e malagevole. Non so che ora sia, ma la luce si sta pian piano affievolendo. Meglio che mi sbrighi: non sarei troppo felice di arrivare giù a notte. Mai ragionamento fu più sballato... Al ristoro, mi han detto che, dal Tardio in poi, sarebbe stata tutta discesa. Così, quando arrivo giù sulla carrozzabile sterrata, mi metto a correre. E' vero, ho pensato che quasi 13 km di discesa fossero un po' tanti; però, se lo dicono loro...
Corro per tutto il tratto di carrozzabile; poi, d'improvviso, una freccia intima di lasciare la strada ed imboccare un sentiero sulla sinistra. Di lì a poco, si torna a salire in mezzo agli alberi: bah, sarà un saliscendi, una cosa breve... Mi sembra che, poco più su, ci sia una sella; ma non è una sella, è solo una curva, dietro la quale si vede altra salita. Ed altra salita, e altra ancora. Non c'è nulla di terribile, per carità; il fatto è che ormai mi ero convinta di dover scendere; questa inversione di tendenza proprio non me l'aspettavo. E poi tra non molto sarà buio, e qui si continua a salire, salire e ancora salire; ma dove cavolo andiamo a finire? E' un misto di stanchezza, rabbia, paura quello che mi assale. E' ovvio che, se l'itinerario continua a prendere quota, rimarranno ben pochi km per la discesa, e quindi la discesa stessa sarà terribile. E mi toccherà affrontarla col buio, perché, per quanto mi sforzi di marciare il più in fretta possibile, continuo a trovare salita. Poi un po' di discesa, sembra che finalmente sia il momento, e invece no, ancora no. Ormai sono talmente agitata, preoccupata per quello che mi attende, che parlo ed impreco da sola. Poco avanti a me ci sono due persone, ma non riesco a raggiungerle; lancio invettive a chi ha avuto la malaugurata idea di inserire questo tratto di sentiero... In realtà, tutto questo è assurdo; l'anno prossimo, se nulla cambia, saprò già cosa mi attende e saprò già di non dovermi angosciare. Ma adesso guai, il festival delle cattive sensazioni; fame, sete, paura. Le luci del mare sono là, sembra di toccarle, eppure io continuo ad allontanarmene; ormai affronto ogni risalita con rassegnazione; non ci spero nemmeno più, che ci sia una discesa... Se non fosse per le segnalazioni e le fettucce, avrei il dubbio di aver sbagliato strada.

Poi la temuta discesa arriva... Ed è proprio come me l'aspettavo: scoscesa, difficile, orrenda. Peggio ancora perché, adesso, l'unica luce è quella della frontale. Io vedo male e sono pure stanca; inciampo, scendo pianissimo, e penso che al traguardo ci sarà già Matteo che aspetta e mette le ragnatele, e penso "Chissà a che razza di ora arrivo giù", insomma, qualsiasi cosa buona per alimentare la mia rabbia. Continuo ad augurare le disgrazie più truculente a chi ha pensato di inserire, come unlima discesa, questo attentato alla spina dorsale dei corridori... Ben immaginando di chi possa trattarsi!
Qui sì, qualcuno mi sorpassa e va, ma non c'è nulla da fare, sono in crisi nera. Ho la sensazione che questi 13 km siano diventati il doppio, sono insofferente, ho solo voglia di arrivare giù, eppure mi sembra che le luci siano ancora troppo troppo lontane... Non ci arriverò mai!
Liberazione, improvvisa: il sentiero finisce su un'altra strada carrozzabile; stiamo a vedere che è finita sul serio! Sono talmente felice d'essere uscita da quell'incubo, che non c'è più stanchezza che tenga; mi metto a correre, con un po' di cautela perché non so esattamente quanto manchi. Poco più tardi, arrivo all'asfalto, dove, ovviamente in presenza di un bel po' di gente, mi inciampo ed arrivo ad un pelo dal piantare una facciata per terra; mi ricompongo, fingo noncuranza e via. Supero ancora un paio di corridori, più un altro gruppetto poco sotto, lungo le famose "creuze". Ultima coltellata per i garretti, una scalinata: ancora un po' di corsa nel paese, poi la sorpresa, ecco Matteo in bici; come sempre felicissima di vederlo, anzi, stavolta ancor di più perché significa che è finita! Passo sotto l'arco, con tanto di fotografo personale, Granpasso di Quotazero. Quattro chiacchiere: sono troppo troppo felice anche per articolare un discorso sensato! Cosa posso dire, se non che questo trail mi è piaciuto da morire? Ok, le discese sono state un calvario, ma ho pagato volentieri questo prezzo, in cambio di salite che sono davvero salite, ideali per me. Non mi sento stanca, no, per niente; sono solo tanto contenta.
Al ristoro, un bicchiere di macedonia... E gli auguri dei presenti: sembra proprio che lo sappia mezzo mondo... Domani sarò alla Maratona di Avigliana! Una piccola follia in cui non spero più di tanto, ma garantito che ci proverò, e ce la metterò tutta prima di mollare! Ma adesso via, alla doccia, a casa, che stanotte, con il cambio d'ora, si dorme un'ora in più!
Cominciamo dall'inizio, cioè da sabato, anzi da venerdì. Rosicchio un'ora all'orario d'ufficio, alle sei di sera chiudo i battenti e salto in auto; destinazione, Arenzano, dove domattina alle 4 partirà il Gran Trail Rensen: 70 km, 4.000 m di dislivello in salita, come al solito è tutto quel che so riguardo il percorso. Anzi no: so anche che pare essere una prova molto dura, addirittura, si vocifera, più delle Porte di Pietra.
Prima di entrare in autostrada, però, è d'obbligo una sosta in panetteria, dove faccio incetta di pizza rossa ed un bel pezzo di focaccia alle olive, per cena. Le mangerò in viaggio... Manco a dirlo, prima ancora di arrivare al casello, ho già le ganasce in azione. E' quasi un gioco di prestigio, rallentare, aprire il finestrino, prendere e riporre il biglietto, ingranare la marcia e ripartire, il tutto ovviamente con la sola mano sinistra, perché la destra è impegnata a reggere un etto di pizza col pomodoro: non ci si può permettere di far crollare la pizza, altrimenti è un macello!
Solite domande di rito, mentre incamero risorse energetiche per domani ed ascolto la radio: ho preso tutto il materiale obbligatorio? Giacca, fischietto, borraccia, riserva di pappatoria, telo termico, berretto.
Poco prima di Mondovì, attacca a piovere. Perfetto: se prima ci si vedeva poco, adesso non si vede proprio più un tubo. Ma questo è il problema minore: il guaio grosso è che, se stasera piove, domattina i sentieri saranno un unico pantano. E camminare sarà impresa ardua! Per la serie, cominciamo bene... Le mille curve della To-Sv, con asfalto bagnato, inducono alla prudenza; vedo qualche pilota poco accorto e troppo sportivo che pattina vistosamente prima di ripiegare saggiamente su una velocità più adeguata alla situazione. Per fortuna che ho già finito la pizza... E che, in vista del mare, non piove più. Anzi, brillano le luci di Savona che, al buio, pare persino una bella città, come del resto Genova. Non me ne vogliano i locals, ma io detesto le città; più son grandi e peggio è!
Di galleria in galleria, raggiungo Arenzano, dove vago per un po' alla ricerca del locale dedicato alla corsa ed alla distribuzione dei pettorali. Il passaggio di alcune borse sospette, tutte uguali, mi fa capire che non sono lontana: abbandono la Opel su una piazzetta, risalgo la corrente delle borse e sbuco sul lungomare, dove trovo la mia meta. Un'accoglienza che mi lascia sorpresa ed anche un po' stordita: c'è un sacco di gente che mi saluta calorosamente ed io, vergognosa, di molti di loro non ricordo il nome! Tutti mi chiedono come va; la mia risposta è sempre la stessa: “Ho paura!”. In effetti è proprio così; ho paura, sono tesa, preoccupata, come sempre in queste circostanze. Trovarmi in mezzo ad una folla di corridori duri e puri, dall'aspetto molto più adatto alla situazione rispetto a me, mi incute timore e mi mette ansia. Vorrei scappare subito subito, sbrigate le formalità del ritiro del numero di gara e del controllo dello zaino, ma è meglio di no: meglio drizzare le orecchie, perché gli organizzatori stanno parlando del percorso, delle sue caratteristiche, dei punti critici, dei ristori. Mi sforzo di prestare attenzione, ma non sono mai stata una brava spettatrice; nemmeno a scuola riuscivo mai a stare attenta! Infatti, più che le parole, colpisce la mia attenzione la parlata buffissima ligure. Sento di discese difficili, di tratti attrezzati con corde fisse: giusto per mettermi tranquilla. Uno dei papà di quest'avventura (Lorenzo, il nome... O sbaglio? Non vorrei farmi una gaffe!) mi rassicura sullo stato dei sentieri, sulle previsioni meteo e... Dice che sta per andare a fare un'ultima ricognizione! Stakanovista incallito, non andrà nemmeno a dormire! Resto a bocca aperta: è sempre difficile rendersi conto di quanta gente si faccia un mazzo quadro per organizzare l'altrui divertimento! Beh, divertimento forse non è proprio la parola giusta; in uno sport così, si soffre, ci si fa del male, si raccolgono enormi soddisfazioni e cocenti delusioni, ma divertimento è un termine fuori luogo, non c'entra proprio nulla.
Mi perdo a scrutare i corridori presenti in sala: qualche volto noto, qualcuno di cui conosco il nome e la storia – c'è il mitico Orso dell'Himalaya, c'è il podista coi riccioli d'argento delle Porte di Pietra, ci sono altri che di certo ho già visto, ma non so più dove; del resto, sono talmente tesa in questo momento, che il cervello collabora meno del solito.
Esco quasi con sollievo: non posso però andare a nanna prima di aver visto il mare. A dispetto del mio patrimonio genetico mezzo savonese, non amo il mare, se non in un particolare momento dell'anno: l'inverno, meglio ancora se di sera. Stasera c'è un tepore invidiabile, 16 gradi secondo uno dei pannelli luminosi che ho visto poc'anzi. Me ne vado con il mio pacco gara ed il mio zaino a calpestare un po' la sabbia, guardare le luci di Genova lungo la costa e quelle delle imbarcazioni sospese chissà dove là in mezzo al nero, la montagna che si intuisce solo per via di qualche casa illuminata o per i fari di qualche veicolo che ci si arrampica. E naturalmente l'acqua, così placida da sembrare olio, le onde pigre che lambiscono le punte delle mie scarpe. Aspetto l'onda più lunga, quella che arriverà a cancellare le mie orme quando io, un attimo prima, avrò fatto un salto indietro... Ma l'onda lunga non arriva, si vede che non è orario, si vede che il venerdì è prefestivo anche per il mare. Pazienza. Potrei, a pensarci bene, prendere il sacco a pelo e venire a dormire qui... E lo farei, davvero, anche se la notte in spiaggia è umidissima, anche se è scomodo dormire sulla sabbia o sui sassi; mi riporta alla realtà il timore che un'idea del genere equivalga un po' ad andare in caccia di guai. Non che dormire in auto sia molto più sicuro, ma almeno c'è una sorta di guscio metallico intorno, ci sono delle serrature.
Meglio che mi avvii: sono le nove passate; la sveglia suonerà poco dopo le due e mezza – le due e quaranta mi pare un compromesso adeguato. Il crepitio dei sassi levigati sotto le scarpe, uno sguardo alle barchette ritirate una accanto all'altra sulla sabbia, poi via verso l'auto. Il più vicino parcheggio dove non vedo traccia di pedaggio né di limite orario è quello di fronte alla stazione: occupo il posto più defilato possibile, proprio sotto il cartellone pubblicitario di una palestra – palestra? Ma muovete il deretano ed andate a correre, altro che palestra! - sbircio un po' il contenuto del pacco gara... E si accende una luce rossa? Ossignur, eppure giuro che non ho toccato alcoolici, ma non c'è nulla nella mia auto che faccia una simile luce rossa! Attimo di panico, scavo nella borsa... E' un portachiavi luminoso! Gian, mettiti a dormire che è meglio, sei nervosa come se avessi tracannato l'intera produzione della Lavazza di un anno. Detto, fatto; abbasso il sedile, mi copro un po' col sacco a pelo – non mi ci infilo, farei la sauna – e sono già nel mondo dei sogni.
La sveglia squilla scrollandomi senza pietà alcuna dal più profondo del mio profondissimo sonno. Il bello dei risvegli in auto in Liguria, però, è che non fa freddo... Anzi! Anche stamattina, o meglio stanotte, c'è un incredibile tepore. Apro un occhio, poco convinto, poi l'altro; la stazione è tutta illuminata, ma in giro non c'è un'anima. Tanto meglio: mi cambio in fretta, ripetendo mille volte l'inventario delle cose necessarie di oggi; faccio colazione sbafando metà della vaschetta di insalata di riso, con uovo sodo e piselli, che mi sono preparata ieri. Sarà che ieri ho mangiato come un camion degli spurghi, ma adesso non mi riesce proprio di aver fame: meglio non insistere, anche se so che poi la pagherò. Metto vaschetta e cucchiaio nello zaino: in fondo, manca ancora un'ora al via; magari, prima di quel momento, la fame arriva.
Abbandono la Opel e mi avvio verso il lungomare: credevo fosse presto, invece c'è già parecchia gente. Chi si presenta bardato dai capelli agli alluci, chi in pantaloncini corti e maglietta. Ci sono addirittura alcuni bar aperti, a quest'ora! Incontro diversi partecipanti del forum di Quotazero, uno per tutti il fortissimo Antani, intento a tracannare un beverone dall'aspetto poco invitante e dal gusto, pare, ancora peggiore. Ancora qualche cucchiaiata di riso, da ingoiare controvoglia, poi via verso la piazzetta di partenza, dopo le ultime rassicurazioni sulla situazione meteo. Per ora, stelle in cielo non se ne vedono... Ma almeno non piove. La tendenza dovrebbe essere verso il miglioramento nel pomeriggio.
Ci saranno più o meno cento persone, occhio e croce, al via. Uno fra tutti, il grandissimo Marco Olmo, lì a due passi, che parla con un altro grande di queste corse, Pablo Barnes, argentino, o almeno così ho sentito dire. Resto lì come un baccalà a fissarlo, Olmo, di continuo illuminato dai flash di macchine fotografiche; confesso che mi piacerebbe da matti chiedergli di poter fare una foto con lui... Ma temo che farei la figura dell'idiota, o quantomeno della noiosa ed inopportuna; meglio lasciar perdere.
Devo essere talmente suonata che, di tanto in tanto, qualcuno viene a salutarmi da vicino, perché da lontano si sbraccia, ma io non lo vedo. In effetti, non vedo l'ora di partire: almeno, fine della tensione!
Matteo mi aveva detto, qualche giorno fa: “...i primi 10 km sono in pianura”. Spero tanto che sia una notizia falsa e tendenziosa, ahimè invece no, è proprio vero. Beh, 10 km è eccessivo, ma c'è comunque un buon tratto tutto da correre, pessima notizia per me che, in questo tipo di gare, non amo correre. La nota positiva è che, essendo all'inizio del percorso, non ho ancora le gambe inchiodate, quindi ci posso anche riuscire.
Il via è quasi indolore, niente musica, niente conto alla rovescia, che sono molto coreografici ma mettono tensione (e probabilmente, dati l'ora ed il luogo, comporterebbero il lancio sincronizzato di vari oggetti contundenti da tutte le finestre del paese). Si parte di corsa, ma non troppo, almeno, non tutti. Infatti trovo ben presto il mio ritmo ed il mio gruppetto, in particolare un corridore valdostano ed un simpaticissimo Genovese, non più giovanissimo, alla prima esperienza di trail così lunghi. Un tratto lungo la passeggiata, un altro sulla spiaggia, un altro ancora in galleria, dove un tempo passava il treno. Un po' di strada lungo l'Aurelia, fino al bivio per l'abitato di Lerca: qui siamo ancora su asfalto, ma per fortuna si sale un po' e si smette di correre. Per carità, si potrebbe anche correre, se uno non fosse sovrappeso e con il fiato corto... Direi che è meglio non esagerare, anche perché siamo appena all'inizio e, a quanto pare, sarà una lunga giornata di tregenda.
Attraversiamo borgate addormentate, dove si sente solo il latrato dei cani, stupiti pure loro dalla presenza di tanti strani individui con un terzo occhio luminoso in mezzo alla fronte. Ci han detto che i proprietari sono stati tutti avvisati di tener chiusi i loro animali... Ma mi sa che, tra un po', qualche indigeno che non gradisce la sveglia ad ore antelucane li libera, i cani, e ce li sguinzaglia contro! Poco male, io adoro i cani...
Un po' di asfalto, poi un tratto di salita su un sentiero di mattoni, scivoloso: sarà questo, il significato di quel termine che ho sentito pronunciare spesso ieri sera alla riunione? Potrebbe, anche perché mi viene in mente, a ben pensarci, il titolo di un album di De Andrè, "Crêuza de mä", e allora sì, tutto quadra.
In fondo, il temuto tratto di corsa iniziale potrebbe avermi fatto bene. Di solito, il primo tratto di salita significa affanno, cuore che batte all'impazzata, invece questa volta no. C'è da dire che per ora si alternano tratti di strada asfaltata in mezzo alle case, tratti di sentiero in piano, e che qui e là mi lancio ancora a correre un po', trascinata anche dai miei compagni di viaggio. Siamo ancora in quella fase in cui si chiacchiera, si ride, si scherza; ciascuno racconta le proprie esperienze ed i propri guai passati, presenti, futuri; chi è qui con il furgone e la moglie ed il cane, chi arriva da vicino, chi da un po' meno vicino; ci si informa sui tempi realizzati alle varie corse, si scopre che più o meno si è stati tutti negli stessi posti. E' curioso; la mia sensazione è che questo dei trail sia un movimento sportivo nato da non molto tempo, non ancora così noto, tanto che quasi ci si conosce tutti, o in buona parte, e ci si ritrova nelle varie occasioni, almeno nell'ambito di due o tre regioni vicine. Se penso che ho partecipato in tutto a sette trail e, volta per volta, ho riconosciuto un bel po' di persone e sono stata a mia volta riconosciuta... Ed è bellissimo!
Già qui, nel tratto iniziale, i volontari che assistono la corsa sono tantissimi. Ci avvisano che l'asfalto sta per finire: beh ma non è che a me facesse proprio così ribrezzo...
Quando inizia, la prima salita, fa subito sul serio. Ormai non c'è più la pacchia delle luci delle borgate; tocca accendere le frontali ed addentrarsi nel bosco.
Ancora in gruppo, ci arrampichiamo su per una serie di tornantini e tratti più dritti, ma dalla pendenza severa, tanto che qualcuno, all'improvviso, annuncia di volersi fermare al prossimo bar. Poi, qualcuno si ferma, qualcuno si fa da parte, ci si dirada.
Si sale verso il Monte Rama: così dice il corridore genovese, mio compagno di viaggio in questo tratto. Le segnalazioni non mancano, ma in molti tratti il sentiero non è facile da intuire, anche se le nostre luci illuminano, avanti, le fettucce rifrangenti che sventolano e danno quasi l'idea di avere davanti altri corridori. In realtà il gruppo ora si è sgranato; una o due persone ci sono, ma parecchio più avanti.
Questa salita ha un aspetto rassicurante: si annuncia lunga e pare avere una pendenza sostenuta ed abbastanza costante, l'ideale per me che ho bisogno di poter prendere un mio ritmo, per andar bene. Ciò che mi mette in difficoltà, come al solito, è il buio, un po' perché faccio davvero fatica a mettere a fuoco i particolari del sentiero ed un po' perché fissare sempre e solo il cerchio di luce della frontale, a lungo andare, è alienante.
Qualche goccia, due o tre: che sia l'umidità che il vento scuote giù dalle fronde degli alberi? E' una speranza che condivido con il mio compagno di viaggio... Ma alzo il naso al cielo; fin qui non ci avevo nemmeno fatto caso, ma, a pensarci bene, non si vedono stelle. E, man mano che si sale, il vento si fa più arrabbiato e freddo: tiro su i manicotti, chiudo la zip del gilet. Inutile nascondere la testa sotto la sabbia; questa è pioggia, bella e buona. A tratti, qualche goccia, poi un po' più intensa, ma non tanto da mettere la giacca impermeabile: altrimenti, si rischia una sudata e ci si infradicia esattamente come se si prendesse la pioggia.
Calpesto foglie e sassi insidiosi perché umidi, e funghetti spuntati qua e là e foglie viscide. Ad un tratto, mi trovo davanti ad una pozza che mi pare un po' più grande delle altre, un po' troppo: per un pelo, presa dalla foga della salita, non ci salto dentro! Il sentiero svolta a sinistra... Ma scoprirò poi, al punto acqua più avanti, che qualcuno, nella pozza, c'è finito davvero.
Il punto di assistenza compare inaspettato e, devo ammettere, confortante. Continua a piovere, tira vento e quassù, all'uscita del bosco, come se non bastasse, c'è un nebbione fitto tale che non si vede più nulla. Il Genovese ed io riempiamo le borracce e via, verso l'ignoto. Ringrazio davvero di non essere sola, qui: ho le lenti degli occhiali appannate e, con la nebbia, non vedo assolutamente nulla, nemmeno dove metto i piedi. Come possano esserci tutte queste cose insieme, vento violento e gelido, pioggia, nebbia, lo ignoro, eppure è proprio così! Dovremmo essere a Prà Riundo e percorrere un tratto dell'Alta Via dei Monti Liguri: dovremmo, ci crediamo sulla fiducia perché non vediamo nulla. Infreddoliti, ci fermiamo per indossare le giacche: non vorrei essere nei panni di chi è partito in pantaloncini; e dire che, alla partenza, siamo stati ben ammoniti circa le condizioni della temperatura in quota!
Sono preoccupata, seriamente. Se il meteo dovesse restare così tutto il giorno, dubito che riuscirò ad arrivare alla fine del trail. Già qui sto battendo i denti dal freddo, anche se il GoreTex protegge bene; forse è più la tensione nervosa, l'urlo ossessivo del vento nelle orecchie, cattivo, che ti prende a schiaffi ogni volta che abbandoni un tratto di sentiero riparato. E' aspro, l'ultimo tratto della salita del Rama; è qui che inizia appena appena a fare chiaro e che, nel grigio della nebbia, si delineano all'improvviso guglie di roccia che creano un'immagine tetra, minacciosa, eppure splendida. Dai Gian, tanto qui non hai scelta. Vai avanti, qualche santo sarà.
Incespico un po' di volte sulle rocce scivolose, prima di giungere in cima; per la seconda volta nella mia carriera di trail runner malriuscita, metto le dita su un lumacone... Povera bestia lui, ma che schifo!!! Beh, però al CCC questo mi aveva portato fortuna...
Un attimo dopo il lumacone, ecco la croce, la vetta. Qui arriva il bello, cioè il dramma: la discesa attrezzata con le corde. Ci sono, anche qui, volontari ad ogni angolo: noi corridori faremo fatica, ma loro, che quassù passano ore ad aspettare nella nebbia ed al freddo, loro sono i veri eroi!
Scendo con una lentezza esasperante, battendo, strisciando e graffiandomi ovunque; però, inaspettatamente, reagisco meno peggio di quanto pensassi, nel senso che almeno questa volta non mi lascio prendere dal panico. La verità è che potermi appendere ad una corda mi dà grande sicurezza; infatti, mi ci aggrappo. Dove non ci sono le corde, scivolo, scendo a quattro zampe, ne faccio una per colore; meno male che c'è già un po' di flebile luce. Com'è ovvio, mi supera mezzo mondo; mi supera anche Isacco, ormai immancabile, pure lui, a questi appuntamenti.
Le mie difficoltà continuano ben oltre il tratto attrezzato. Cammino come se fossi su un tappeto di cristallo, anche perché riesco a scivolare su qualsiasi pietra su cui appoggi il piede. Mai come oggi sono utili i guantini da bici! Avrei già le mani massacrate, se no. Intanto si fa giorno sul serio e, pian piano, anche la discesa diventa un po' più trattabile. Non che si riesca a correre, questo no, almeno per me; però, se non altro, posso aumentare un po' il ritmo. Man mano che si scende, cambia la vegetazione, compaiono gli alberi, castagni soprattutto, ricci sul sentiero, molli di pioggia.
In un tratto asfaltato, la corsa da 70 km incrocia quella da 35: ci si saluta e ci si incoraggia a vicenda. Tanti mi salutano per nome: alcuni li riconosco, altri no, ma è colpa del fatto che le mie cellule grigie sono in tragica carenza di ossigeno! Provo a corricchiare un po', visto che questo tratto è in piano; meno male che poi si riprende un sentiero sulla sinistra, così mi sento autorizzata a smettere!
Si arriva, dopo un tempo interminabile, ad un ponticello ed una leggera risalita: i miei compagni di viaggio in questo tratto rimuginano sul cancello orario, che è proprio qui, in località Campo; dovremmo essere al km 24. E siamo ampiamente in orario: in vantaggio, anzi, di un'oretta e mezza. Ne prendo atto, come al solito, perché viaggio senza orologio.
I volontari del ristoro idrico ci informano che a questo punto ci attendono quattro km di salita dura, mille metri di dislivello in un botto e circa cinque e mezzo di discesa fino al ristoro di località Gava, dove troveremo anche qualcosa di solido da mettere sotto i denti.
Riparto in fretta e furia, mentre gli altri corridori giunti lì con me si attardano qualche momento al ristoro. E di certo non mi volto più indietro. Salita al Monte Argentea, quota poco più di 1.000, come ci hanno annunciato. Da un po' ha smesso di piovere, ma il cielo è ancora grigio e minaccioso. Dopo un breve tratto di asfalto, imbocco un sentiero sulla destra, che si preannuncia subito ripido. Prendo un passo tranquillo ma costante, inizio a fare mentalmente la calcolatrice: dunque, km 24, ne mancano 9,5 al ristoro, quindi laggiù saremo quasi a metà strada. Piano, Gian, che è ancora lunga.
Il paesaggio ora ha assunto connotati di vera montagna. Il sentiero corre dapprima lungo un pendio sassoso, tagliato da gradoni, grigio com'è tutto grigio in questa giornata. Dovrebbero essere più o meno le nove, ma èimpossibile regolarsi con la luce. Anche perché, man mano che si sale, ci si avvicina alla coltre di nebbia: mi sembra assurdo che la nebbia sia sulle cime anziché giù in basso, ma è così. Salgo e raccatto qualche avversario che accusa un po' la salita: bene, significa che almeno qui, su questo terreno, ogni tanto posso dire la mia! Raggiungo uno, due, tre escursionisti; intanto riprende a piovere, rinforza il vento che mai ci ha abbandonato, e fa freddo. Tengo un po' in mano la giacca, meditando se indossarla o no; poi rinuncio, in fondo non piove così forte, meglio sopportare, almeno per un po'.
Verso la fine, quando già la nebbia ha avvolto tutto tutt'intorno, la salita si impenna prepotente: mi ritrovo a salire con il naso incollato al sentiero, ad aggrapparmi a qualsiasi cosa che mi permetta di fare forza almeno con le braccia, visto che i piedi scivolano ostinatamente nel fango. E' difficilissimo trovare un appoggio; le scarpe non fanno alcuna presa, c'è troppo fango, tutto molle, viscido, e non parliamo poi delle rocce. Supero una ragazza che scopro essere anche lei parte del forum di Quotazero, Elena: cavoli, e lei che temeva di non farcela, guarda qui dov'è già arrivata!
Mi arrampico alla bell'e meglio guardando in su, ma è inutile, non si vede niente; non riesco a valutare dove sia la vetta, finché non mi ritrovo davanti una madonnina e più nulla su cui arrampicarmi. Qui prendo una cantonata; tiro dritto e mi fermo subito, davanti ad un baratro. Meno male che Elena ed il suo compagno di viaggio intuiscono il sentiero: più veloci di me, scendono tranquilli, mentre io, di fronte ad un'altra discesa ripida e scivolosa, perdo la solita eternità. Ma ormai sono rassegnata...
Nella nebbia si materializza una costruzione, un rifugio. Riempo la borraccia e via, in discesa verso il Passo Gava, dove c'è il ristoro: ci arrivo relativamente in fretta, senza grandi difficoltà, anche se qui le gambe cominciano a farmi capire che non è il caso di insistere con la corsa. In questo tratto, passano a grappoli i corridori della 35, per uno strano intreccio di percorsi che non ho ben capito: mi fa impressione il fatto che quasi nessuno di loro abbia lo zaino. Stanno viaggiando tutti in pantaloncini, maglietta e basta: ma come diavolo hanno fatto, lassù nella nebbia?
Già da lontano si vede il rifugio con il ristoro. Ho fame e non troppa voglia di barrette; meglio che mi fermi due minuti e butti giù qualcosa di consistente.
Il tavolo imbandito è una meraviglia, c'è di tutto: frutta secca di vario tipo, soprattutto l'ananas che a me piace da matti; parmigiano, focaccia, panini con il salame, e poi le bottigliette di Powerade da portare via: fantastico! Manca solo la Coca Cola, ma non si può avere tutto dalla vita. Scelgo la versione della bibita color puffo, più per il colore che per altro; la berrò più tardi. Riparto, non senza aver accarezzato due cagnoni che fanno supervisione; la signora del ristoro mi dice che ci rivedremo, perché la corsa da 70 km ripassa da qui: ah sì? Non lo sapevo! Quindi, se ho ben capito, il percorso lungo fa un anello che parte ed arriva alla Gava e poi prosegue altrove, non so dove.
Via al Passo della Gava, dove c'è il bivio tra i sentieri. Il volontario lì sopra mi dice "Hai l'onore di veder passare il primo della tua corsa": "Spero sia Olmo", rispondo... No, è Barnes. Non me ne voglia il signor Barnes, ma c'è differenza tra un campione ed un mito... Ed Olmo è IL mito! Un attimo dopo, mentre io attacco la salita a sinistra, ecco la maglietta arancio di Barnes che arriva dall'altro sentiero e la sua voce, fresca e riposata come se fosse appena partito. Mi dice il volontario, "Ha 24 km di vantaggio su di te": beh, che ti devo dire? La cosa importante – come mio solito, scoperta per caso – è che questo anello è lungo 24 km, quindi, se al ristoro precedente si era circa al km 33, quando torneremo qui saremo al 57, quindi ne mancheranno 13. Con queste cifre che rimbalzano in mente, mi avvio di buon passo su per questa salita che, al pari delle due precedenti, mi ispira simpatia. Anche qui si sale secchi, anche qui non subisco alcun sorpasso ma anzi riacchiappo tre avversari, tra cui il Genovese con cui ho viaggiavo ad inizio gara. Lo vedo lì davanti, mi ci avvicino con i miei soliti passetti brevi e frequenti, votati al massimo risultato con il minimo sforzo; lo acchiappo proprio sulla cima, al Monte Reixa, come sempre immerso nella nebbia più fitta, dopo quattrocento metri circa di dislivello dal ristoro. Infatti il rifugio appare all'improvviso. Poi un tratto di sentiero ampio, qualche saliscendi, dove viaggio in compagnia del Genovese e dell'altro corridore conosciuto ad inizio gara, di Collegno. Incrociamo un corridore del percorso lungo che torna indietro: accenna al fatto che ha sbagliato strada... In effetti, anche Barnes, quando l'ho intravisto all'inizio di questa salita, diceva di aver sbagliato!
La discesa qui è lunga, ma non particolarmente difficile; infatti, non solo questa volta non perdo terreno, ma riesco a staccare un po' i due colleghi. Si scende fino al bosco ed alla strada asfaltata, al Passo del Faiallo; ne percorriamo un tratto, dove approfitto per mangiare. Non corro, ma mantengo un buon ritmo; i due inseguitori sono poco indietro, ma, per fortuna, un tratto di risalita su sentiero mi consente di recuperare un altro po' di vantaggio. Intanto, sembra che la giornata voglia sistemarsi e che anche le mie gambe non diano ancora segni di insofferenza. La salita arriva al Bric del Dente, poi il sentiero torna a scendere giù verso l'asfalto: da sopra, si vedono le vetture dell'assistenza. Mi affretto, anche se qui il fondo non è dei migliori per aiutare le mie povere caviglie; spunto sulla strada: "Dall'ambulanza, a sinistra", mi dicono. E, all'ambulanza: "attenzione perché qui il sentiero è scosceso". Infatti, da qui, i due o tre km per me più drammatici dell'intero percorso. Il sentiero è ripido e da qui si vede, a picco, l'intera vallata, qualche cima più in basso.
Il senso di vuoto è forte; mi sforzo di guardare solo il sentiero, ma talvolta non posso fare a meno di alzare lo sguardo e subito sento la testa che gira, la sensazione di dover cadere in avanti, anche se magari mi sto muovendo a quattro zampe. E' l'unica cosa che posso fare, scendere a ginocchia piegate, mani spesso appoggiate a terra, perché sento che la testa va giù, verso il pendio scosceso. Dietro, le voci dei due colleghi: ma, a quanto pare, la difficoltà non è solo mia, perché, anche più avanti, non mi raggiungeranno.
Provo anche a distrarmi, a fare qualche foto, tutto per tenere a bada il panico, sperando che questo tratto di sentiero abbia fine, sperando di tornare giù, in mezzo al bosco, chiuso e protettivo. In effetti ci si arriva, per fortuna; compaiono alcune case, sperdute, che si raggiungono solo via sentiero: davvero una vita fuori dal mondo...
Raggiungo due corridori, una coppia; quando s'accorgono di me, allungano il passo: beh, poco importa, io di certo non li inseguo. Anzi, trovo un getto d'acqua e mi fermo a riempire la borraccia: non sapevo che, di lì a poco, sarei arrivata al ristoro idrico di Fiorino. Infatti, quando ci arrivo, uno dei volontari mi offre l'acqua, ma rifiuto: ne ho già, e poi ho ancor sempre la bevanda blu puffo!
Passo davanti al tavolino e tiro dritto: meno male che mi fermano e mi spediscono lungo il sentiero giusto, a destra. La coppia di prima è ferma al ristoro: voilà cari miei, adesso si sale e non mi beccate più! Come si è crudeli, anche nelle retrovie... Una guerra tra poveri!
Qui ci si arrampica in mezzo alle borgate, un po' su sentiero un po' su asfalto. Vedo alcune splendide viti con alcuni invitanti grappoli di uvetta, magari già un po' passa, ma son sicura che sia dolcissima lo stesso: la tentazione è forte... Ma poi rinuncio, non è roba mia, meglio tirare avanti. Faccio arrabbiare un bellissimo Labrador passando intorno a casa sua: poi asfalto, un lungo tratto molto ripido, che mi fa sentire la mancanza della bici da corsa.
Si sale così per circa duecento metri di dislivello, ed io già spero che questa sia la salita seria... Invece no: si torna a scendere, si perdono quegli stessi duecento metri, poi il bivio per l'abitato di Sambuco. Altra strada asfaltata, bella ripida, e poi, dal paese, via su sentiero. Questa sì, è la volta buona. Incrocio un dialogo incomprensibile in stretto dialetto, urlato da casa a casa da due anziani; incrocio lo sguardo incuriosito di un gatto pezzato ed accarezzo sulla testa un cagnotto in cerca di affetto; poi via, su lungo il pendio, un bel sentiero a tornanti, anche questo ripido. Guardo i tetti delle case farsi sempre più piccoli e lontani; cerco di valutare il dislivello, la distanza: potrebbero mancare circa venti km... Anche qui salgo bene, senza stanchezza; anche qui si sale nel bosco, poi la vegetazione scompare; anche qui riacchiappo un paio di anime. Poi vedo, poco più su, una chioma sciolta, una persona seduta su una pietra. L'avevo visto solo in foto, ma lo riconosco subito, e lui con me: è Ennio, il geologo siciliano con cui ho scambiato un po' di posta elettronica proprio in occasione dei trail. Ci presentiamo; lo vedo un po' in crisi, forse più di testa che di gambe, e gli chiedo se vuol provare a seguirmi. Così fa: la salita non è più molto lunga; c'è ancora qualche tratto aspro, ma ormai ci siamo.
Non riesco bene a capire dove si debba arrivare: c'è qualche cima qui, ma mi pare troppo alta... Infatti, all'improvviso, deviamo giù per un sentiero che piega a sinistra e scende lungo il pendio, dolce. Ennio s'è staccato un po' in salita, ma in discesa recupera subito. Mi chiede, "Sai quanto manca alla fine? "Mah guarda, secondo me meno di venti". A dimostrazione di quanto fosse per difetto la mia stima, dopo una decina di minuti arriviamo in vista del Passo Gava: altro che venti, ne mancavano sì e no quindici quando me l'ha chiesto! Dal Passo, brevissima discesa al ristoro.
Al ristoro arriviamo chiacchierando, rinfrancati entrambi dalla compagnia. Facciamo un bel pieno di cibo: io ho finito la bottiglietta di bevanda blu; questa volta scelgo quella rossa, mi riempo le mani di frutta secca e focaccia, che mangio in rigoroso ordine casuale. Si torna su al passo, ci dicono, e da lì alla cima che c'è proprio sopra, il Monte Tardio. Circa 150 m di dislivello da coprire con un sentiero molto ripido: nell'ultimo tratto, mani e piedi servono tutti! Ennio è un po' indietro, ma vado su tranquilla, certa che poi mi raggiungerà in discesa. Spunto sulla cima, trovo un volontario anche lì: eccezionali!
La discesa, nel primo tratto, è ripida e malagevole. Non so che ora sia, ma la luce si sta pian piano affievolendo. Meglio che mi sbrighi: non sarei troppo felice di arrivare giù a notte. Mai ragionamento fu più sballato... Al ristoro, mi han detto che, dal Tardio in poi, sarebbe stata tutta discesa. Così, quando arrivo giù sulla carrozzabile sterrata, mi metto a correre. E' vero, ho pensato che quasi 13 km di discesa fossero un po' tanti; però, se lo dicono loro...
Corro per tutto il tratto di carrozzabile; poi, d'improvviso, una freccia intima di lasciare la strada ed imboccare un sentiero sulla sinistra. Di lì a poco, si torna a salire in mezzo agli alberi: bah, sarà un saliscendi, una cosa breve... Mi sembra che, poco più su, ci sia una sella; ma non è una sella, è solo una curva, dietro la quale si vede altra salita. Ed altra salita, e altra ancora. Non c'è nulla di terribile, per carità; il fatto è che ormai mi ero convinta di dover scendere; questa inversione di tendenza proprio non me l'aspettavo. E poi tra non molto sarà buio, e qui si continua a salire, salire e ancora salire; ma dove cavolo andiamo a finire? E' un misto di stanchezza, rabbia, paura quello che mi assale. E' ovvio che, se l'itinerario continua a prendere quota, rimarranno ben pochi km per la discesa, e quindi la discesa stessa sarà terribile. E mi toccherà affrontarla col buio, perché, per quanto mi sforzi di marciare il più in fretta possibile, continuo a trovare salita. Poi un po' di discesa, sembra che finalmente sia il momento, e invece no, ancora no. Ormai sono talmente agitata, preoccupata per quello che mi attende, che parlo ed impreco da sola. Poco avanti a me ci sono due persone, ma non riesco a raggiungerle; lancio invettive a chi ha avuto la malaugurata idea di inserire questo tratto di sentiero... In realtà, tutto questo è assurdo; l'anno prossimo, se nulla cambia, saprò già cosa mi attende e saprò già di non dovermi angosciare. Ma adesso guai, il festival delle cattive sensazioni; fame, sete, paura. Le luci del mare sono là, sembra di toccarle, eppure io continuo ad allontanarmene; ormai affronto ogni risalita con rassegnazione; non ci spero nemmeno più, che ci sia una discesa... Se non fosse per le segnalazioni e le fettucce, avrei il dubbio di aver sbagliato strada.
Poi la temuta discesa arriva... Ed è proprio come me l'aspettavo: scoscesa, difficile, orrenda. Peggio ancora perché, adesso, l'unica luce è quella della frontale. Io vedo male e sono pure stanca; inciampo, scendo pianissimo, e penso che al traguardo ci sarà già Matteo che aspetta e mette le ragnatele, e penso "Chissà a che razza di ora arrivo giù", insomma, qualsiasi cosa buona per alimentare la mia rabbia. Continuo ad augurare le disgrazie più truculente a chi ha pensato di inserire, come unlima discesa, questo attentato alla spina dorsale dei corridori... Ben immaginando di chi possa trattarsi!
Qui sì, qualcuno mi sorpassa e va, ma non c'è nulla da fare, sono in crisi nera. Ho la sensazione che questi 13 km siano diventati il doppio, sono insofferente, ho solo voglia di arrivare giù, eppure mi sembra che le luci siano ancora troppo troppo lontane... Non ci arriverò mai!
Liberazione, improvvisa: il sentiero finisce su un'altra strada carrozzabile; stiamo a vedere che è finita sul serio! Sono talmente felice d'essere uscita da quell'incubo, che non c'è più stanchezza che tenga; mi metto a correre, con un po' di cautela perché non so esattamente quanto manchi. Poco più tardi, arrivo all'asfalto, dove, ovviamente in presenza di un bel po' di gente, mi inciampo ed arrivo ad un pelo dal piantare una facciata per terra; mi ricompongo, fingo noncuranza e via. Supero ancora un paio di corridori, più un altro gruppetto poco sotto, lungo le famose "creuze". Ultima coltellata per i garretti, una scalinata: ancora un po' di corsa nel paese, poi la sorpresa, ecco Matteo in bici; come sempre felicissima di vederlo, anzi, stavolta ancor di più perché significa che è finita! Passo sotto l'arco, con tanto di fotografo personale, Granpasso di Quotazero. Quattro chiacchiere: sono troppo troppo felice anche per articolare un discorso sensato! Cosa posso dire, se non che questo trail mi è piaciuto da morire? Ok, le discese sono state un calvario, ma ho pagato volentieri questo prezzo, in cambio di salite che sono davvero salite, ideali per me. Non mi sento stanca, no, per niente; sono solo tanto contenta.
Al ristoro, un bicchiere di macedonia... E gli auguri dei presenti: sembra proprio che lo sappia mezzo mondo... Domani sarò alla Maratona di Avigliana! Una piccola follia in cui non spero più di tanto, ma garantito che ci proverò, e ce la metterò tutta prima di mollare! Ma adesso via, alla doccia, a casa, che stanotte, con il cambio d'ora, si dorme un'ora in più!
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