domenica 14 dicembre 2008

Provenza - 7/8 dicembre 2008 - II giorno

Ci vuole qualche istante perché i miei due neuroni si scrollino la brina di dosso e riprendano a funzionare, almeno per le funzioni vitali di base. Un lampo di genio, anzi di preoccupazione, nella notte: ma qualcuno l'avrà messa, la sveglia? Io no... Andando per esclusione, non mi resta che sperare che ci abbia pensato Matteo. "Sì, alle sei e mezza"... Meno male. In ogni caso, dalla finestra non filtra ancora nemmeno un barlume di luce: che goduria inestimabile, svegliarsi e scoprire che si può dormire ancora un po', o almeno poltrire in attesa del trillo, che si fa sentire poco dopo. Tornata del tutto alla realtà, da sotto il calduccio delle coperte, immagino con terrore la temperatura siberiana che mi congelerà il naso non appena aprirò la porta: ma s'ha da fare, tocca svegliarsi dal letargo e prepararsi. Colazione alle sette e mezza: puntualissimi, ci presentiamo a tavola. I titolari della chambre ci ospitano nella loro stessa cucina: peccato, per me, non poter intrattenere uno straccio di conversazione. Devo accontentarmi di far da spettatrice: a dire il vero, un minimo di discorso sarei forse in grado di imbastirlo, ma mi vergogno all'idea di tirar fuori qualche boiata del tipo "Nù vulevam savuar l'indiriss..." e mi censuro. Sembra di essere stati proiettati sul set della pubblicità del Mulino Bianco: casa perfettamente linda ed ordinata; tavola imbandita con ogni possibile leccornia, marmellate, miele di lavanda, biscotti di varia foggia, pane, burro salato e no, frutta, succhi di frutta, yogurt. Ai due lati opposti della cucina, ampie finestre che danno sul giardino, da una parte, e sulla piscina in mezzo agli ulivi, dall'altra. Famigliola con papà e mamma giovani, belli e gioviali e due bimbe, una però ammalata in camera, l'altra che si accomoda a tavola salutando educatamente, vestita e pettinata senza un capello fuori posto, come una bambolina. In altre circostanze, tutto il mio cinismo sarebbe emerso all'istante, come una palla quando tenti di spingerla sott'acqua; davanti ai miei occhi si sarebbe materializzata l'immagine di quelle stesse persone, private della loro bella maschera di cera, nervose o euforiche o tristi o imbestialite come capita a tutti i comuni mortali. Ma tutto sommato oggi anche la mia natura vipera s'è presa un giorno di vacanza; va bene così, va bene che sia tutto bello anche se magari è finto. Meglio pensare alla colazione, anche se non oso mangiare tutto quello che vorrei: mi porto dietro da ieri una buona dose di fame residua, ma non voglio far la figura di quella che non mangia da una settimana, quindi mi modero; Matteo invece non pare farsi questo genere di problemi; anzi, mi stupisco che non addenti anche il tavolo ed il braccio del padrone di casa!
Si parla di distanze e di percorsi; grande meraviglia quando Matteo descrive l'itinerario di ieri e quello che andremo a coprire oggi, tanto che l'uomo di casa si meraviglia di come Matteo riesca a far fare a "sa femme" una cosa del genere. E qui mi ribolle già un po' il sangue nelle vene. Un po' per esser definita "la femme" di chicchessia, che non saprei bene se si traduca come "moglie" o come generico "compagna" ma mi dà ai nervi lo stesso – ricordo, a proposito, un proclama femminista che campeggiava tempo fa sul muro sotto i portici di una via di Torino, "Io sono mia", a cui qualche burlone aveva risposto a tono "E tieniti! Chi ti vuole?". Ma soprattutto perché non c'è alcuna necessità che qualcuno "mi faccia fare" qualcosa in bici; che diamine, è la passione mia e basta! Però, a ben pensarci, un fondo di verità c'è: l'idea della Provenza l'ha avuta Matteo; da sola non ci avrei probabilmente nemmeno pensato.



Quando ci alziamo, l'immagine che resta sul tavolo è una buona rappresentazione di ciò che resta dopo il passaggio di uno sciame di cavallette particolarmente affamate. Abbiamo spazzolato una quantità di cibo tale da sfamare una famiglia africana con sei figli per un mese... Ma noi s'ha da pedalare! Ci prepariamo alla svelta, raccogliendo il nostro bagaglio già molto concentrato. Al momento di partire, però, si presenta un problema inatteso: il fango che s'è appiccicato alle ruote della bici di Matteo durante le scorribande fuoristrada di ieri sera è congelato lì, formando una crosta spessa che non ha la minima intenzione di lasciar girare le ruote od azionare i freni. E non si stacca nemmeno afferrandola con le dita o tentando di raschiarla via con un ramo. E' peggio del mastice! Alla fine, l'idea di versarci sopra dell'acqua calda è vincente. La terra, impregnata d'acqua, diventa molto friabile e si sbriciola subito. Il vapore che sale dal getto della borraccia, riempita con l'acqua calda del lavandino, dà l'idea della temperatura che c'è qui fuori... Il giardino è bianco di brina come i muri della casa, come tutto qui intorno; le foglie delle piantine nei vasi sono ricoperte di minuscoli aghi di ghiaccio. Ma splende il sole, che, confido, provvederà a riscaldare almeno un po' le nostre spalle in viaggio.



Matteo traffica per un po' prima di riuscire a liberare del tutto i freni; sono circa le otto e mezza quando ci rimettiamo in marcia. Sulla carta, oggi ci attendono meno km rispetto a ieri; "solo" 150, circa. Però dobbiamo tornare alla quota di La Palud, partendo dal basso, quindi avremo più salita e non risparmieremo poi molto tempo.

Ci troviamo sul tratto del Raid Provence Extreme che fa parte del tracciato 2009, un'aggiunta rispetto al percorso del 2008. Da Murs infatti si scende per poi andare a risalire allo stesso paese, passato il Col de Murs, attraverso una suggestiva gola. La discesa è blanda e fredda, anche se, pare, molto meno di quella che ieri ha dato inizio al viaggio; ci porta in mezzo a strapiombi di roccia porosa e vegetazione di un'unico colore bianco: luogo suggestivo, ma mai quanto la successiva salita. Ad un bivio, svoltiamo a destra; da qui al Col de Murs ci sono circa sei km di salita dolce in mezzo alle Gorges, dove il sole arriverà solo tra qualche ora; tutto gelato, bianco, scintillante in quei pochi scorci di sole dove un raggio riesce già a trapelare. Le dita delle mani e dei piedi fanno già male: non mi resta che immaginare con ansia la calura che qui troveremo il giorno della corsa, a fine maggio. Qualche foto è d'obbligo, ma il sole non arriva mai? No, di tanto in tanto illude, fa capolino, poi torna a sparire dietro le rocce. E, come per tutte le salite da queste parti, ci si arrampica senza mai riuscire a capire dove possa andarsi a concludere l'ascesa.



Incontriamo proprio qui un cicloturista con bici tipo passeggio ed un bagaglio stile vacanza al mare per tutta la famiglia, enorme: cavoli, ed io che già mi sentivo molto eroica per questi due giorni...
Finalmente il colle ed il sole; scendiamo a Murs, deserta e sonnacchiosa come la sera precedente, se non per un paio di operai al lavoro – oggi in Francia non è festa come da noi. Ripercorriamo la strada che ieri abbiamo coperto in salita, giusto per renderci conto che le rampe non erano solo un'impressione dovuta alla stanchezza: c'erano davvero!




Al bivio in fondo, svolta a sinistra e risalita a St Sautrnin les Apt. Matteo sempre davanti, a far da apripista; io vigliaccamente imboscata a ruota. Poco oltre gli abitati di Rustrel e Gignac, abbandoniamo il percorso del RPE, che sa St Saturnin abbiamo percorso al contrario rispetto al senso di marcia della gara, per dirigerci verso Simiane la Rotonde ed andare a riprendere il percorso originario della corsa in un altro punto, lungo la strada che da Banon conduce a St Michel l'Observatoire. L'alternativa è tra un tratto di pianura ed una deviazione con salita verso Carniol: ovviamente si ricade su quest'ultima scelta; abbandoniamo quindi la strada principale in favore di una stradina secondaria con breve salita, tre o quattro km, e vista spettacolare sulla vallata. Per ora le gambe sembrano voler girare bene, con il conforto di qualche grado in più. Siamo ancora entrambi belli ringalluzziti, anche se un po' di preoccupazione ce l'ho, per il fatto che, secondo me, anche stasera ci toccherà un po' di strada al buio. Il tragitto di oggi è più breve ma è lento; la salita è molta e spezzata, quindi faticosa.
La discesa ci dà, a tratti, l'impressione di entrare ed uscire da una cella frigo. Ci sono alcuni punti, poche centinaia di metri per volta, in cui il sole proprio non arriva; il cambiamento di temperatura dell'aria è repentino, si avverte all'istante con brividi che aggrediscono la schiena ed irrigidiscono le gambe, con le mani che dolgono e si ribellano al contatto con i freni, nonostante i guanti spessi.

Torniamo, di lì a poco, sull'asfalto del percorso ufficiale. Un po' di discesa, poi qualche km di risalita che sembra molto più lungo di quel che è, perché su strada ampia ed ostinatamente dritta; tutte immagini che spuntano pronte nella memoria, tutti luoghi che ho già visto. Poi la discesa verso St Michel, dove Matteo riesce nell'impresa in cui io per ben due volte ho fallito: individuare l'Observatoire! E sì che è grosso: ma, per vederlo, tocca voltarsi indietro; ecco perché non l'avevo scovato, concludendo che St Michel l'Observatoire fosse in realtà un paese millantatore, senza Observatoire.
Passando a qualcosa di più concreto: sarebbe ora di cercar qualcosa da mettere sotto i denti; io ho scorte a sufficienza per l'intera giornata, ma avrei gran voglia di un pezzo di pizza, di qualcosa di buono da scovare in boulangerie, o di un po' di pane e formaggio; quanto a Matteo, mi sa che l'inceneritore ambulante è al limite della risenva fissa... Ma non c'è nulla di aperto qui; tantovale puntare diritti verso Manosque, che è una città più grande e magari offre qualche negozio aperto anche nell'ora di pranzo. Ancora una deviazione a sinistra, verso St Martin les Eaux; sì, me lo ricordo, qui c'è ancora una salita, prima di giungere a Manosque. Nulla di proibitivo, ma per me la fame di qualcosa di sostanzioso comincia a farsi sentire in modo prepotente, insieme alla stanchezza ed all'agitazione che ancora serpeggia per le ore di luce che restano, troppo poche in rapporto alla distanza che ci separa dalla Opel. La salita è più lunga di quel che sembra; qualcuno si ferma a chiedere quale sia la direzione giusta per Manosque. Noi, sia pure per vie traverse, stiamo per arrivarci.
Un momento di panico mi assale quando mi accorgo che, all'improvviso, la catena si mette a "saltare": c'è qualcosa che la fa incastrare nelle rotelline del cambio, causando un mezzo movimento a vuoto dei pedali. Il cuore per un attimo si ferma... No, non è possibile!!! Se si guasta qualcosa qui, adesso, sono panata! Vorrei evitare una sosta inutile, tirando dritto fino a Manosque, ma Matteo, con la sua flemma proverbiale, mi convince a fermare: estrae lo smagliacatena, individua la maglia incriminata, traffica un po' e, nel giro di pochi secondi, risolve il problema. Ed è già almeno la seconda volta nell'anno che mi rimette in sesto la bici, senza contare le innumerevoli volte in cui ha risolto i ben più insidiosi guai dei miei momenti di sconforto e di rabbia. Credo di aver sviluppato nei suoi confronti, tra i miei vari confusi sentimenti, anche una sorta di sindrome del marsupiale: se non c'è lui in giro, mi sento un po' persa... Al contrario, quando c'è, credo che potrei riuscire quasi in qualsiasi impresa matta!

Discesa veloce su Manosque, un paesone che appare orrendo già da lontano. Percorriamo una sorta di circonvallazione, caotica quanto basta per farmela odiare; però, ci offre l'occasione di una bella boulangerie aperta. Un panorama di pane, dolci e focacce dietro il verto del bancone... Non ce lo facciamo dire due volte: pizza e due brioches per uno.
Litigando con il telefonino che non vuol saperne di funzionare, sbrano sia il trancio di pizza che una delle brioches; l'altra finisce nel borsello da manubrio, insieme alle merendine residue. Probabilmente la titolare del negozio, da dentro la vetrina, ci sta osservando con la compassione che si riserva a chi patisce da sempre la fame...

Semafori, rotonde e ancora rotonde, poi inizia l'odiosa risalita verso Valensole: odiosa perché impietosamente dritta, molto dolce ma non per questo meno insopportabile. E meno male che non tira vento. E' primo pomeriggio, non sono ancora le tre, ma il sole è già basso, la sua luce gialla, le ombre sempre più lunghe. E' una salita odiosa perché non si conclude mai, non offre la consolazione di una discesa ma solo di un tratto finale in piano, in mezzo ai campi di lavanda, con le montagne innevate sempre più vicine. L'aria è così limpida che sembra di poterle toccare allungando la mano. Ormai la mente, complice la stanchezza, viaggia per conto suo e si fissa sulle cose più strane; mi colpisce, poco prima del paese, un signore che scende da una lussuosa auto a bordo strada, vestito con un bel maglione ed un paio di pantaloni con un vistoso strappo su un ginocchio ed un lembo di stoffa che penzola: un "alternativo" un po' troppo cresciuto, oppure un reduce da un diverbio con qualche cane poco amichevole?

Appena oltre Valensole, svoltiamo a sinistra verso Puimoissons, ripercorrendo a ritroso la strada di ieri mattina. In teoria, avremmo dovuto svoltare a destra secondo quanto previsto dal percorso ufficiale; di qua, però, si risparmiano tanti km ed un paio di saliscendi; vista l'ora e la strada ancora da percorrere, è meglio così. Matteo snocciola le cifre della distanza che abbiamo ancora da metter sotto le ruote, e le previsioni circa l'ora di arrivo, a cui io, che ormai conosco il mio pollo, aggiungo un'ora buona. Sole sempre più basso, ombre sempre più lunghe; da Puimoissons verso Moustiers, si sale, si scende, ancora una volta in mezzo ai campi di lavanda, alla terra che adesso ha il colore dell'oro, appena accarezzata dai raggi lunghissimi e radenti.



Mi sbizzarrisco con la macchina fotografica, sperando di cogliere i giochi di luce ed ombra; ormai la prestazione sportiva in sé, se mai ha avuto qualche importanza, non conta più. L'unica cosa davvero infaticabile è la lingua: non smettiamo mai di chiacchierare; gli argomenti non ci mancano!



Gli ultimi km prima di Moustiers sono una sofferenza, prima in pianura e leggera salita, poi in rapida discesa che ancora una volta ci congela; ormai la strada è in ombra; abbiamo ancora breve autonomia prima di essere obbligati a fissare le luci sulla bici. Il paese è una meraviglia, così arroccato all'ingresso delle Gorges du Verdon, alla luce fioca della sera; ci passiamo proprio sotto, poi scendiamo ancora un paio di km prima di imboccare il bivio per La Palud. Da qui ha inizio l'ultima fatica: circa 17 km all'auto. Anzi, per me saranno 15: per sua somma magnanimità, infatti, Matteo farà questa salita "a tutta", recupererà la Opel a La Palud e tornerà un paio di km verso di me, per attendermi proprio in cima al colle e risparmiarmi gli ultimi due km di discesa. Lo so, lo so: sono solo due km, ma ne sono terrorizzata, perché già immagino quanto possa essere feroce il freddo, lassù.




I primi tornanti ci portano in vista del lago, meraviglioso, rosso fuoco come il cielo all'orizzonte; tento un paio di foto, ma la macchina fotografica ostinatamente fa scattare il flash. Mi sa che verrà fuori una schifezza, ma pazienza. Poi mi fermo per montare le luci e caccio letteralmente via Matteo, che poveretto, da due giorni morde il freno! Parte, sparisce, non lo vedo più. Mi riavvio con calma, dopo aver litigato per qualche minuto con la frontale e con il giacchino rifrangente. Per la mia vista scarsa, questa è l'ora peggiore, quand'è già buio ma non completamente. In più, spesso la strada in questo tratto tende a scendere; io non riesco a definire in modo nitido il bordo della strada, ma so che al di là c'è un gran bel salto... Quindi rallento, ben più del dovuto, e mi tengo, per quanto possibile, in mezzo alla strada. Sulla mia testa, paretoni verticali quasi inquietanti; sulla pelle, vento freddo che sta pian piano rinforzando. La luna non si vede, ma se ne intuisce la luce, che illumina il vallone quel tanto che basta a distinguere il profilo della montagna dal cielo. Una miriade di stelle limpidissime, scintillanti; ancora vento che sibila nelle orecchie e rende un po' più ardua la salita. E' un misto di preoccupazione e pace quello che sento in questo istante; preoccupazione per il freddo che ormai si fa intenso e risale dalle braccia al tronco, dai piedi alle gambe, assale la faccia; pace perché non si sente un rumore, solo il fruscio degli arbusti ed il latrato di qualche cane in lontananza.

Mi accorgo all'improvviso che il baratro ha lasciato il posto a morbidi prati in parte innevati. Di tanto in tanto, in lontananza, spuntano le luci di qualche auto che mi sfila poi accanto con cautela, nemmeno avesse visto un fantasma. La luce della bici illumina i cippi che segnalano i km mancanti a La Palud; sempre due di meno alla fine del mio viaggio. Meno tre, meno due, meno uno; la pendenza si allenta finché, sotto un cielo tempestato di stelle sempre più belle e più vicine, scorgo la figura di un'auto e, accanto, in piedi, di una persona. Ebbene sì, è Matteo, che, nel giro di pochi km, mi ha dato un distacco tale da arrivare a destinazione, cambiarsi e tornare un po' indietro ad attendermi. La gioia ed il sollievo di questo incontro sono immensi: adesso anch'io posso tirare un sospirone di sollievo, schizzare in auto e cambiarmi, mentre il mio efficientissimo compagno di viaggio carica la mia bici nel bagagliaio. Sfido qualunque professionista al mondo ad avere un gregario così!

Conclusa la fatica sui pedali, ce ne attende ora un'altra. Il viaggio di ritorno sarà lungo: sono quasi le sette, abbiamo diverse ore di auto davanti a noi. Il che, da una parte, mi preoccupa un po', perché so che presto il sonno si farà sentire in modo prepotente; dall'altra, però, mi lascia la soddisfazione di poter trascorrere ancora un po' di tempo insieme al mio compagno d'avventura, dare libero sfogo all'entusiasmo, raccontare e sentir raccontare le impressioni delle due giornate. Si torna verso la costa; vana è la ricerca di un negozio di alimentari ancora aperto: devo dire che, questa volta, la mancanza di pappatoria mi preoccupa più delle volte precedenti... Dividiamo salomonicamente la mia scorta residua di merendine; poi però, superato in autostrada il confine italiano, si impone una sosta in autogrill alla ricerca di qualcosa di commestibile, onde evitare che il senso di debolezza che mi sta assalendo mi faccia rischiare troppo alla guida. Un caffé con zucchero e mezzo tubetto di biscotti Grancereale mi riportano allo stato cosciente; Ventimiglia, Sanremo, Imperia, le uscite scorrono in fretta, per fortuna, ma purtroppo. Ogni volta che vivo momenti come quelli appena trascorsi, farei di tutto per prolungare ancora un po' l'atmosfera del viaggio, in compagnia di chi ha contribuito a rendermelo tanto caro. Ma domani, ahimé, tocca tornare in trincea; del resto, se una favola durasse troppo a lungo, probabilmente non sarebbe più una favola. L'importante, in fondo, è che, quando la favola si conclude, rimanga più vivo che mai il desiderio di cominciarne un'altra, appena possibile. E noi la prossima l'abbiamo già in mente!

sabato 13 dicembre 2008

Provenza - 7/8 dicembre 2008 - I giorno

Le cifre rosse della temperatura campeggiano impietose sullo stabilimento della Maina, quando l'autostrada passa nei pressi di Marene: sette gradi sotto zero. Chissà se è giusto: la Opel non me ne può dare conferma; lo schermo su cui dovrebbero comparire data, ora e temperatura ha reso l'anima molti anni fa e nessuno s'è mai curato di farlo sistemare. Tanto, in soldoni, a che serve? Me ne accorgo da sola, che fa un freddo boia; lo vedo nell'aria limpidissima e nello scintillio dell'asfalto e della neve ghiacciata a bordo strada. Quel che è peggio, lo sento nelle curve del tratto appenninico, dove l'auto tende a pattinare un po'. Non ha gomme termiche, povera bestia; ha gomme vecchissime e chissà quanto consumate, ma poco male; non c'è nessuno nel raggio di chilometri, ergo posso appropriarmi dell'intera carreggiata e raddrizzare le curve per quanto possibile.
Mi tornano in mente i viaggi a Savona di quand'ero piccola: la minuscola A112, l'autostrada ad una sola corsia per ogni senso di marcia, le due ciminiere della centrale di Vado Ligure che segnavano la fine della lunga marcia. Stanotte no: sono le quattro e mezza e Savona è solo la prima tappa del viaggio. Ho appuntamento con Matteo appena fuori dal casello: dopo aver sbagliato strada un paio di volte, evento per me direi fisiologico, scorgo nelle tenebre una losca figura, uno zaino enorme, un paio di ruote. Evito per un pelo di travolgerlo: eccolo qui!
Ben poco educatamente, esco un nanosecondo dall'auto e ci rientro subito: le operazioni di carico preferisco seguirle dall'interno, dove non è che faccia caldo, ma almeno non si iberna! Pochi minuti e rieccoci in autostrada: in fondo, il vero viaggio inizia qui, in due, entrambi in fibrillazione per l'avventura ed ansiosi di arrivare, di scoprire cosa troveremo laggiù. E' un'emozione che entrambi conosciamo bene...
I km scorrono veloci con le chiacchiere; arriviamo a Nizza in un attimo, poi fuori, basta autostrada, si va su per i monti. E già comincia, ben prima del previsto, lo spettacolo. Ci lasciamo alle spalle Grasse e saliamo lungo una strada ampia, dalla pendenza morbida, su per i fianchi di montagne arrotondate, pelate come zucche: direi che questo è un posto caldo, molto caldo, di sole cocente, di sete; probabilmente lo è davvero, nella bella stagione, che qui è senz'altro molto lunga. Ma oggi è il 7 dicembre e non ci si salva, nemmeno qui. Le cime di fronte a noi sono imbiancate, solo una spruzzata, ma è già molto, visto che parliamo di monti affacciati sulla costa. E ci basta valicare il primo colle, infilarci nell'interno, perché crolli qualsiasi speranza di incontrare, oggi, il conforto di un po' di tepore. Quel che vediamo è una landa desolata, bianca: non solo di neve, ma di vivo, spesso, inconfondibile ghiaccio. Ghiaccio sono le colate d'acqua attraverso la strada, ghiaccio i candelotti che pendono dalle rocce, ghiaccio l'erba sui pendii. Il sole qui non è ancora arrivato; l'alba è giunta da poco, ma i raggi scalderanno questo posto solo tra parecchie ore, e per un tempo brevissimo. L'auto pattina vistosamente sulle ampie lastre di ghiaccio; mi tocca procedere con le ruote di piombo e guai a toccare i freni. Sono, anzi siamo, a bocca aperta: le stime su quanto possa essere bassa la temperatura si sprecano. Tutto, indistintamente, bianco, tutto in ombra, tutto immobile, cristallizzato, addormentato. Un colle, poi un altro ed un'altro ancora, salite sempre dolci lungo questa strada enorme e perfetta, che mi chiedo cosa stia a fare in questo luogo che pare deserto. Ogni tanto compare qualche casupola, qualche locale, ma tutto immobile in mezzo al bianco; sembra un paesaggio irreale, mette quasi paura, anche se qualche altra auto in viaggio c'è.

Ho lo stomaco in fondo ai calzini quando finalmente si arriva a La Palud, a due passi due dalle Gorges du Verdon. Si vede che guido talmente male, ma talmente male, che mi patisco da sola. E quel che vedo intorno a me non mi conforta per niente: ancora ghiaccio sull'asfalto, auto che potrebbero avere i colori di Arlecchino ma in questo momento sono tutte, uniformemente, bianche. Mi assale la preoccupazione: come posso pensare di mettermi in strada con la bici da corsa, in queste condizioni? Mi spaventano le dieci e più ore di viaggio che presumo mi attendano, ma soprattutto mi terrorizza l'idea di scivolare. L'incontro ravvicinato tra la mia faccia e lo spigolo di una rotonda, dello scorso gennaio, me lo ricordo ancora bene! Per fortuna c'è Matteo che, con la sua calma olimpica, riesce sempre a fare da contrappeso alle mie fobie. Mi guardo intorno. Poco fa abbiamo superato l'incrocio con la Route de Cretes, quella che porta dritta verso le gole, e un brivido, questa volta non di freddo, mi ha attraversato la schiena. Del Raid Provence Extreme dello scorso maggio, quello è uno dei tratti che ricordo in modo più nitido. Era notte fonda; la strada su in alto non si vedeva, ma sapevo che avrei dovuto superare alcune rampe impietose, per poi buttarmi giù lungo una discesa che di giorno fa venire, garantito, le vertigini. Già, me l'ero quasi dimenticato, ma il Raid Provence Extreme è la ragione prima per cui oggi siamo qui. E' Matteo che tempo fa ha lanciato l'idea: ovvio che, in due giorni a dicembre, non possiamo pensare di provare l'intero percorso di seicento e rotti km, ma possiamo sbirciarne almeno una parte, soprattutto quella che, rispetto all'edizione del Raid 2008, presenta qualche modifica.
Neve e ghiaccio... E' tutto quel che ho davanti agli occhi mentre osservo Matteo che sistema il suo enorme bagaglio sul portapacchi della bici. E' una struttura portentosa: chissà come fa a stare su; è perfetta, ha una forma tondeggiante senza nemmeno una sbavatura... Certo che avrà il triplo del carico che ho io nello zainetto! E l'ottanta per cento, conoscendo il mio pollo, è cibo. Cinghie, lacci, laccetti ed abili manovre: voilà, ci siamo, il dado è tratto. Tocca partire. Se riesco a muovermi, dato che sono già ibernata!





Il sole che a La Palud aveva appena fatto capolino, ci abbandona subito mentre imbocchiamo la strada verso Moustiers. Figuriamoci: i primi due km sono blanda salita, e già qui io litigo con la fisica e la mancanza di stabilità. Addirittura, in qualche punto, attraverso a piedi il lastrone di ghiaccio, rischiando anche così di volar per terra. Vorrei godermi lo spettacolo intorno a me, ma proprio non ce la faccio, tali sono la paura e la tensione che mi paralizzano le braccia ed i due neuroni. E fa freddo, dannatamente sempre più freddo! La discesa non è lunghissima, ma diventa eterna se fatta a venti all'ora quando va bene, con la sensazione di scivolare ad ogni metro, l'occhio fisso a cercare ogni parvenza di ghiaccio anche dove il ghiaccio non c'è. Tutto quel che vedo è l'asfalto, un po' di bordo strada con l'erba bianca di brina, i candelotti trasparenti che brillano in naturale prosecuzione del filo d'erba a cui sono appesi. Le mani, speriamo che almeno le mani resistano, che le dita non si irrigidiscano; speriamo che la discesa finisca, perché sto congelando! Ed è un misto di rabbia e paura quello che si sta facendo beffe di me, lo conosco bene ed ogni volta ci casco, anche se Matteo fa tutto quel che può per rassicurarmi e per distrarre la mia attenzione dall'ossessione. Se persino lui dice che fa freddo, allora fa freddo davvero. Ho fortissimi dubbi di riuscire, in queste condizioni, a percorrere i centosettanta km che abbiamo messo in preventivo per oggi. Come farò a resistere, se già adesso ho i brividi ed ho male, ma davvero male, a tutte le dita, mani e piedi?

La vista del lago alla mia sinistra mi rincuora un po': stiamo finalmente arrivando alla civiltà. Non ho visto nulla dei quindici km che mi sono appena lasciata alle spalle, non saprei dire se il panorama fosse bello o meno. Spero solo, con tutto il cuore, che, allontanandoci dalle gole, il clima diventi un po' meno nemico. Intanto, i brevi tratti di risalita, quelli che di solito detesto, mi sono preziosi per riscaldarmi un po'. Primo bivio, a destra per Moustiers: pian piano, i ricordi riaffiorano, le immagini, i luoghi. Se dovessi descrivere, sulla carta, il tragitto del Raid che ho percorso la scorsa primavera, dapprima in prova e poi in corsa, non ne sarei in grado, ma qui, ora che ci sono, pian piano rivedo i particolari. Un po' di salita, alla rotonda dritto e poi giù; ha inizio l'interminabile serie di saliscendi che mi ridurrà a brevissimo le gambe in pappa. Davvero, mi domando che ci faccio, io, qui su un tracciato di questo tipo, proprio io che non sopporto, né nel fisico né nella mente, i percorsi ondulati, su cui soffro moltissimo. Però adesso, finalmente, c'è il sole. Fiacco, ancora timido a quest'ora, ma c'è e riscalda il cuore prima ancora dei muscoli. La tensione si scioglie pian piano con la neve a lato strada, anche se non bisogna abbassare la guardia, perché, nei tratti in ombra, il ghiaccio è sempre in agguato. Non avrei davvero mai detto che questi luoghi, roventi già a primavera, potessero essere, in questa stagione, tanto inospitali. Eppure il cielo è blu come non mai, il sole splende, ma sembra quasi che i suoi raggi siano freddi. Puimuissons, poi Valensole; colline dolcissime, tutt'intorno i campi di lavanda, le piante disposte a file che accompagnano e sottolineano i morbidi declivi. E sullo sfondo, lontano, spunta il Mont Ventoux nella sua livrea invernale, con la vetta innevata appena un po' più bianca di quanto già appaia nella bella stagione, quasi accecante per i raggi del sole che accentuano il colore delle pietre e della sabbia, il paesaggio lunare, come viene spesso definito. Il Ventoux, e più in qua le Alpi, almeno, direi che, per esclusione, può trattarsi solo delle Alpi; vette ben più alte, cariche di neve, nitide, belle. E' là che vorrei poter pedalare, in realtà; mi manca la salita vera, mi manca la quota, guardare il mondo dall'alto quando l'alto te lo sei conquistato con la fatica dei garretti. Ci vorrà ancora qualche mese di pazienza, l'inverno è appena all'inizio.

Fatico, ma non posso che dare ragione a Matteo, quando osserva che tutto questo è molto rilassante. E' vero, questo ambiente dolce, un po' addormentato nel letargo invernale, ispira pace, tranquillità, anche se poi io litigo con i saliscendi. Matteo non scappa, resta pazientemente accanto, permettendomi così di godermi il viaggio senza angosciarmi di continuo perché causo ritardo nella marcia. E' tormentato da una tosse che non gli dà tregua, poveretto, chissà che non abbia la febbre; però è qui lo stesso, perché l'entusiasmo è più forte di qualsiasi malanno, perché in lui c'è quella vena di follia che me lo fa apprezzare ancor di più. Un comune mortale sarebbe a letto con la tisana sul comodino e la borsa dell'acqua calda sui piedi. Ma lui non è un comune mortale... Per fortuna!

A Puimuissons non potrei sbagliare, mi sembra d'esserci stata ieri; si svolta a sinistra e poi a destra, imboccando una stradina quasi interamente rettilinea che ci conduce a Valensole, non prima d'averci offerto ancora una volta lo spettacolo delle cime. Non si può correre, qui, neanche volendo. Tutto ispira pace, calma, tranquillità. Solo a Valensole c'è un po' di movimento; quasi cerco con lo sguardo il punto di controllo e ristoro a cui è obbligatorio timbrare il cartellino, nel Raid ufficiale, due volte, prima e dopo la gara. Mi sembra ancora di vedere il tavolino imbandito e gli indaffarati volontari intenti a preparare panini e caffé solubile. Incredibile, quanto un'avventura possa conficcarsi nel cuore e nei ricordi, riaffiorare quasi come sensazione sulla pelle a distanza di tanto tempo. Significa che l'hai vissuta davvero!
Da Valensole, ha inizio un lunghissimo tratto di pianura, leggera discesa, verso il Pont de Mirabeau. In realtà non è poi così lungo, saranno venti km, ma è orrendamente dritto e piatto. Matteo si mette davanti e, contrariamente a quel che temevo, prende un'andatura semplicemente adorabile, che non faccio fatica a seguire. Un breve tratto in ombra, che credo in questa stagione non venga mai raggiunto dai raggi del sole, ci ributta nella ghiacciaia: alla nostra sinistra, un pendio ripido che nasconde la strada alla luce diretta del sole; a destra, un campo di granoturco, alto, con le pannocchie ben formate, vista decisamente insolita per la stagione, almeno dalle mie parti. Viaggiamo verso Greoux Les Bains, soprattutto, verso la pappatoria: siamo vicini all'ora di chiusura dei negozi... E dobbiamo assolutamente procurarci qualcosa per la cena!

A Greoux non troviamo alcun minimarket; decidiamo di rischiare, proseguendo verso Vinon sur Verdon. Alla peggio, ci fermeremo lì. Ancora qualche km di pianura interminabile e poi ecco il paese: c'è persino il mercato; un banchetto sepolto di forme di formaggio di ogni tipo provoca una rivoluzione dei succhi gastrici. Dalla partenza, un bel po' di km fa, io non ho ancora toccato cibo; non oso nemmeno immaginare cosa sia già riuscito ad ingurgitare invece l'inceneritore ambulante che mi fa compagnia oggi.
Panetteria o negozietto di alimentari? La scelta cade su quest'ultimo, che scopriamo, con sorpresa, essere gestito da una concittadina di Matteo. Che bello sentire qualche parola di italiano! Mi riprometto spesso di imparare almeno un po' di francese, almeno i rudimenti, visto che viaggio oltralpe spesso e volentieri... Ma poi non lo faccio mai, per mancanza di tempo, o meglio, per pigrizia!
Incuriosita, chiedo alla signora come mai, da Genova, si sia trasferita qui: in un attimo, mi racconta la storia della sua vita; ha gestito per anni un bar trattoria nel capoluogo ligure, poi ha raccolto l'invito della sorella e s'è trasferita a Vinon, e ne è soddisfattissima. Ci posso credere, questo posto è un paradiso; anche se il freddo invernale, a quanto pare, è feroce, credo che sia davvero breve.
Quasi mi spiace non poter restare a fare ancora quattro chiacchiere, ma non possiamo permetterci di perdere tempo: le ore di luce sono poche. Toccata e fuga alla boulangerie accanto, dove prendiamo due brioche da sbafare subito, più una pagnotta per la sera. Vedo la pagnotta intera... Ed allibisco trovandomela in mano, tre secondi dopo, sezionata in almeno una ventina di fette, se non di più. Fenomeno paranormale o macchina apposita?



Trangugiamo le brioches e ripartiamo. 11 km al Pont de Mirabeau: suvvia, s'ha da fare. Almeno si sta con la schiena al sole, e pazienza se si viaggia su uno stradone enorme, accanto ad un corso d'acqua artificiale, sulla piatta piattura. Passata quella che sembra essere una base militare, il ponte è già là in fondo. Certo che, all'inizio di maggio, qui il sole del primissimo mattino era già cocente! Ritrovo la pensilina del bus sotto cui mi ero fermata a dormire qualche minuto, dopo quasi quattrocento km di marcia, al mattino presto: che emozione...

Superato il ponte, ricordo di dover imboccare la seconda strada a sinistra, di cui ho ancora viva la memoria: asfalto disastroso, puro dolore per il soprasella e per le mani. Salita breve e blanda verso Beaumont de Pertuis, poi ancora strada verso La Bastide, mentre Matteo fa già altri programmi, mi parla di un itinerario a piedi che vorrebbe tentare in unica tappa, verso la costa, un luogo caro agli appassionati di arrampicata ma accessibile anche agli escursionisti scarsi come me. Sì, l'idea mi piace, aderirò volentieri quando sarà il momento: però, tra una chiacchiera e l'altra, riesco a distrarmi ed a perdere la strada giusta. Sono davvero un caso disperato: è la terza volta che passo di qua... Eppure ho svoltato a destra all'incrocio prima di quello dove avrei dovuto girare. Come diavolo posso pensare di concludere una randonnée, se ho il senso dell'orientamento di un comodino bendato?




Arriviamo alle porte di Pierrevert, dove Matteo si ferma ed estrae la carta. Eh sì, poco da fare, abbiamo sbagliato strada. E' evidente che il nome di Pierrevert me lo ricordavo a sproposito. E qui è il dubbio amletico del randonneur: tornare indietro e reimmettersi sull'itinerario prestabilito, oppure ricongiungersi per altra via? Visto che il tempo a disposizione stringe, scegliamo la seconda opzione; scendiamo in direzione Manosque, poi ci immettiamo lungo la salita che da Manosque ci allontana, andando in direzione Reillanne. Matteo ammutolisce e si flagella per l'errore: ok, è vero, lui ci teneva a vedere il percorso giusto, visto che ha intenzione di tentare il RPE nel 2009 (tentare, nel suo caso, non è il termine corretto; ci riuscirà). Ma non vedo il dramma! Pazienza, abbiamo sbagliato, aggiungeremo una decina di km, una goccia nell'oceano! E poi tutto sommato sto bene, non sono nemmeno disfatta; le gambe girano ancora discretamente. E' qui, in salita, che addento la seconda razione di cibo del giorno; una merendina, dopo la brioche di Vinon. Scolliniamo, discesa e direzione Cereste, per un lungo tratto di pianura ed un bel viale d'ingresso al paese. Passiamo davanti alla boulangerie dove a maggio, nel viaggio di ricognizione con Mik, ci eravamo fermati a fare incetta di pizza e leccornie varie: ma oggi, domenica pomeriggio, è tutto chiuso, e comunque non ne avremmo il tempo. Le ore di luce saranno già strette così; la previsione, al momento, è di viaggiare un'oretta al buio. Previsione sbagliatissima: ma, per fortuna, non lo sappiamo ancora. Qualche km di discesa, poi svoltiamo a destra in direzione Viens: salita dolce e breve, che conduce ad uno dei caratteristici paeselli con le case color sabbia, anche qui ad indicare clima caldo... Quasi sempre.



Gignac, Rustrel, le località indicate sui cartelli stradali mi tornano man mano familiari; dopo Viens, si va a St Saturnin d'Apt, altro gioiellino tra i tanti in questa zona. Ormai il sole è basso all'orizzonte, le ombre lunghissime; la temperatura ha perso quei pochi gradi faticosamente guadagnati a metà giornata, anche se, per fortuna, non fa ancora freddo come stamattina. Breve pausa per montare le luci sulla bici ed indossare il giacchino rifrangente, poi via, ancora, nel tramonto. "Quattro e mezzo al bivio – sentenzia Matteo – cinque e mezzo in salita e siamo a Murs". Bene, la cosa non può che farmi piacere. E' vero che ormai sono abituata al nottambulismo ciclistico, ma non in questa stagione, io che sono tremendamente freddolosa. Non so perché, ma l'idea di protrarre il viaggio al buio mi inquieta un po'. Per fortuna, almeno sulla carta, gli ultimi km sono in salita, una salita a tratti ardua; ci si scalda e poi ci si tuffa sotto una doccia calda. Già, la doccia... Non oso chiedere a Matteo, non mi va di fare la menagramo: ma sei sicuro che, in quel paesello dimenticato dal mondo che troveremo lassù, qualcuno ci accoglierà per la notte? Io ho qualche dubbio... Va bè, preoccupiamoci di una cosa per volta. Quando saremo lassù, vedremo, ma, chissà perché, non oso sperare che il viaggio si concluda a Murs. Salgo salgo e non vedo nulla intorno a me, non una luce, niente che faccia pensare alla presenza di un paese; è evidente che lo stesso dubbio è sorto a Matteo, che un attimo dopo si domanda ad alta voce: "Ma ci sarà davvero, il paese?"

C'è; per esserci, c'è. Appena ci arrivo, rischio la collisione con un furgoncino che vende pizze, fermo a bordo strada; un'attrazione fatale. Mi rimetto in carreggiata e seguo Matteo nella ricerca di un ricovero: qui a Murs dovrebbero esserci due locali, ma sono chiusi. E' tutto silenzioso e morto; butto lo sguardo oltre la finestra illuminata di una casa e quasi quasi spero che qualcuno esca ed offra ospitalità... Sì, mia nonna! Un cartello sulla sinistra indica "Chambres d'Hotes" a un km e mezzo, giù per una stradina secondaria, ed io ho già il cuore in gola e la certezza matematica che saranno chiuse. Scendo con cautela, seguo Matteo che punta deciso in direzione dei cartelli. Ci infiliamo in un tratto di strada sterrata, in mezzo al bosco: ma qui non si vede nulla, non c'è una luce; non è possibile che ci siano chambres d'hotes aperte. Matteo guadagna terreno, mentre io combatto faticosamente con fango, buche e ghiaia per restare in piedi, e tra me e me maledico... Chi? Già, la cosa più indisponente è proprio non avere nessuno su cui scaricare la colpa! In questa situazione disgraziatissima mi son cacciata di mia spontanea iniziativa. Avrei dovuto immaginarlo, che a dicembre qui non ci fosse trippa per gli albergatori & affini. Incespico ed abbatto santi finché mi ritrovo nel cortile di un piccolo edificio: c'è anche un'auto parcheggiata, ma è tutto chiuso, e buio. Meglio che me la fili, prima che il proprietario decida di uscire con la doppietta! Torno al bivio precedente, dove sento la voce di Matteo, qualche metro più in su: c'è un'abitazione illuminata, incredibile, quasi un'apparizione extraterrestre in questo luogo sperduto; ma è una casa privata.

Ho il morale sotto le tacchette, sono preoccupatissima e sconcertata. E arrabbiata: mi dispiace, perché finisco per causare a Matteo un senso di colpa per una colpa che non esiste affatto; me ne accorgo dal modo cauto in cui mi si rivolge, quasi avesse paura di maneggiare dinamite... Avrei voglia di sfogarmi, è sempre così quando sale la rabbia; ma non è il momento, non sarebbe produttivo, non servirebbe a nulla se non ad incrinare la magia di questo splendido e, una volta tanto, totale accordo che s'è creato tra noi oggi. Gian, cerca di mantenere la calma; non è successo nulla; si tratta solo di sopportare ancora un po' di strada. Non può essere molto tardi; è buio, vero, ma saranno al massimo le sei e mezza... C'è ancora tempo per trovare posto. Decidiamo di scendere a Gordes, che è un paese un po' più grande, nella speranza di scovare un tetto ed un materasso. Ancora un tentativo a vuoto nei primissimi km di discesa: poi, quando meno te l'aspetti, quando già la stanchezza ha preso il sopravvento e sobilla la rabbia, la preoccupazione, quando il freddo è ormai pungente... La sorpresa: sulla destra, un'indicazione, "Chambres d'Hotes". E soprattutto... "Ouvert"! Stento a crederci... Matteo suona la campanella. Mi affloscio come un palloncino sgonfiato, tale era la tensione, che si tramuta immediatamente in euforia, a stento trattenuta, fino al liberatorio "Oui" della gentilissima padrona di casa. Incredibile, è finita, davvero!

Solo adesso riesco a guardarmi intorno ed a notare che siamo capitati in un posto meraviglioso. Un complesso di tre piccole costruzioni con i muri in pietre sporgenti, lindo, ordinato, molto molto bello. A noi tocca la camera "ocra": è da un po' che il riscaldamento non viene acceso, ma, ci informa la signora, basta avviare il calorifero al massimo. Prima ancora che io possa notarlo, la padrona di casa raccoglie con cura dal pavimento un piccolo scorpione: lo osservo da vicino con meraviglia, non ho mai visto uno scorpione vivo; vorrei tenerlo nel palmo della mano, ma, prima che riesca a farmi capire nel mio francese inesistente, l'inquilino abusivo è già sfrattato in giardino.

Il mio passo successivo? Mi incollo al calorifero e ci resto. Ho freddo fino alle ossa, ho i brividi; l'effetto del calore su mani e piedi intirizziti è dolorosissimo Però sono finalmente tranquilla. Cedo a Matteo la pole position per la doccia, mentre resto attaccata al getto d'aria rovente e medito sulla giornata: beh, insomma, quasi 180 km, e stavolta i cicloturisti arditi siamo noi, davvero! Non abbiamo incontrato nessuno con borse e bagagli... Nessuno che sia così folle! Ora che sono "al sicuro", posso dire d'aver vissuto una splendida giornata. Domani saranno circa 150 i km, tendenzialmente in salita. E poi... Il mio turno sotto la doccia: ci passo un'eternità, godendomi l'acqua calda caldissima, crogiolandomi sotto la cascata bollente in una sensazione direi paradisiaca. Di solito io odio sprecare l'acqua e faccio docce telegrafiche: ma questa volta mi è indispensabile per riprendere forma umana. La doccia, e poi ci vorrebbe un tazzone di latte bollente...
Con la temperatura corporea, recupero anche il mio buonumore e la mia voglia di scherzare... Già ridendo al pensiero della reazione, lancio il sasso: "Guarda, ho deciso che da qui sotto io non esco più, però potresti venire a farmi compagnia tu!". Dall'altra parte del muro, un grugnito cavernicolo... Uh? Strano, ed io che la risposta me l'aspettavo immediata! Ma non resto delusa; qualche minuto dopo, eccola in arrivo: "Stavo mangiando la pastasciutta... Nella vita ci sono delle priorità!". A momenti mi ribalto per terra dal ridere... Quando il mio compare di merende, di lì a poco, fa capolino dalla porta, con un interrogativo "Ma scherzavi o dicevi sul serio?", scuoto la testa e mostro un ghigno satanico: "Spiacente, troppo tardi"... Infatti è vero; ho già indossato la muta da palombaro dei mari artici, mi sento sexy come appunto potrebbe apparire il suddetto palombaro in divisa e, data la temperatura siberiana, completo l'agghiacciante quadretto arrotolandomi nella coperta supplementare che ci ha portato la padrona di casa.



Resta la frugale cena a base di pane e formaggio tipo Camembert, poi a nanna: domani è un altro giorno... E speriamo di arrivarci senza defungere per ipotermia!

giovedì 20 novembre 2008

15-16 novembre 2008 - Un fine settimana di sole nel Levante ligure - parte III, Trail del Monte di Portofino

Aveva ragione la titolare dell'albergo: da Rapallo a Santa Margherita Ligure ci son tre minuti di auto. Peccato che non sia stata del tutto precisa: tre minuti per arrivarci... E mezz'ora di giri in tondo ed improperi per scovare un parcheggio. Avrei dovuto saperlo da sola, ormai, che da queste parti è così, ma mi ci imbestialisco lo stesso. Se avessi immaginato, avrei lasciato l'auto direttamente a Rapallo e sarei venuta fin qua a piedi. C'è il parcheggio riservato per la corsa, certo, ma è lontanissimo, ed io alle otto ho l'appuntamento con la mia squadra, e sono già le otto!!! Trovo, dopo mille peregrinazioni, un buco credo del tutto illegale in una viuzza lungo un torrente e mollo l'auto lì: certo che non potrei mai viverci, qui, ne andrebbe del mio fegato. In fretta e furia mi preparo, infilo le scarpe, prendo la giacca e la cintura portaborraccia: nient'altro, per oggi; lo zaino non serve, la distanza è molto breve, quattro ore dovrebbero essere sufficienti, a meno di imprevisti. Poi mi metto a correre in direzione del mare, o meglio, in quella che spero sia la direzione del mare: passo davanti al parcheggio dei pullman; per ricordare, al ritorno, dove ho lasciato l'auto, sarà bene che mi metta in testa questo posto, che almeno è indicato dalle frecce agli incroci.

Corri e corri, arrivo alla passeggiata lungo il mare oltre le otto e venti: mi sa che a quest'ora l'appuntamento è sfumato... Panico, e adesso come faccio a recuperare il mio numero di gara? Ce l'ha il boss! Mi aggiro tra i gazebo, ma non c'è traccia del raduno della squadra; uffa, ma perché deve sempre saltar fuori qualche contrattempo? Meno male che esiste il cellulare! Dopo troppe peregrinazioni, ci troviamo; recupero il pettorale ed anche la maglietta della squadra, che indosso sopra la mia maglietta da bici. E' vero che fa caldo, ma uno strato di più, a novembre, non farà certo dispiacere.

Ora che sono a posto, tranquilla ed organizzata, posso finalmente guardarmi intorno. Splende un bel sole, ma qui il mare mi piace già molto meno, siamo in città; si sente già troppo la presenza umana. E, come tanti altri, anche questo luogo mi sembra un baraccone per turisti più che una cittadina marittima, e credo sia proprio così. Però la giornata pare voler accompagnare.

Telefono a mia sorella: anche lei sarà qui oggi, con il mio adoratissimo Skipper ed un suo amico (di mia sorella, non di Skipper, anzi beh sì anche di Skipper; diciamo, un bipede). L'intera armata Brancaleone parteciperà alla 23 km non competitiva; siamo già d'accordo che, quando arriverò alla fine – moooolto prima dei miei polli, se conosco i miei polli – tornerò indietro lungo l'itinerario della corsa per andar loro incontro.
C'è davvero tanta gente oggi; più o meno tutti, come me, hanno lasciato a casa lo zaino. Io però, per non smentirmi, ho comunque esagerato con il carico: una borraccia grande, che pure nella cintura portaborraccia romperà le scatole, e la giacca impermeabile che al massimo potrebbe servire in caso di vento forte, ma non sarà necessaria per la pioggia. Non c'è una nuvola!

Incontro alcuni utenti del forum di Quotazero, ormai la mia terza casa, dopo quella vera e propria ed il forum Bicidacorsa; il primo è Trailmaker, poi c'è Vans, da cui scopro, con gran gioia, che la prima salita è a pochissima distanza dal via. Come al solito, non so un beneamato nulla del tracciato; questa è una buona notizia.

Ormai manca pochissimo al via; seguo la direzione della massa, "Sotto il castello cinquecentesco" come indica la voce dall'altoparlante: invece no, tutti dietrofront, si parte in un altro punto, proprio sull'Aurelia. Chissà come sono contenti i turisti inscatolati in auto, in coda! Non posso trattenere un ghigno di soddisfazione...
Ancora saluti, persone note, di cui magari non ricordo il nome, ma certo il volto e soprattutto l'occasione in cui abbiamo già incrociato le nostre strade: questo o quel trail, è ovvio!
D'improvviso l'arco gonfiabile si accascia sui primi schierati sulla linea di partenza: urca, cominciamo bene, speriamo che non sia un cattivo segno! Ma in quel momento mi assale a tradimento un volto, anzi un muso noto: è arrivato Skipper, eccolo qui! E' tutto un turbinio di coda, tutto un fremito, una festa, il mio tesorone; dispensa baci appassionati a me e, già che c'è, anche ai vicini, che per fortuna sembrano gradire. Che bello! Me lo coccolo ancora un po' prima che arrivi il momento di fuggire; poi lo cedo alle cure di Stefania e dell'amico, che, dopo un paio di foto, si accodano al gruppone. Non li vedo più, ma non ho tempo a voltarmi che son già di corsa.

Proprio come da programma, ci sarà un km di asfalto, forse meno, poi si va su. E che salita! Una lunga scaliata di cui non si intuisce, da qua sotto, la fine. Scalini alternati a tratti di sentiero, poi ancora scalini, tornanti e scalini. Siamo tutti intruppati in coda; immancabile, si palesa subito il piantagrane, sotto forma di una signora alta un metro ed un tappo che sale dietro a me: "Eh ma non è possibile, ma andate avanti, ma almeno correte, di questo passo arriviamo stasera", ed altre innumerevoli variazioni sul tema, condite da sbuffi e scuotimenti sconsolati di testa che non vedo ma immagino. Mi assale la fortissima tentazione di voltarmi e chiederle dove cavolo voglia andare con tanta fretta, che ormai il podio non lo vede più... Poi scelgo di tacere, allungo un po' il passo man mano che la fila si sgrana e recupero qualche posizione, non tanto perché voglia correre, più che altro per levarmela d'intorno e non sentirla più.

Scalini ed ancora scalini. L'unica cosa che, sì, dà un po' fastidio anche a me, è la presenza, in mezzo al gruppo, di persone che hanno il pettorale della non competitiva, che avrebbero dovuto partire, come da raccomandazioni ricevute al via, più indietro rispetto ai corridori della competitiva. Perché siete partiti prima degli altri, se poi non vi interessa il cronometro? Poi però mi fermo un attimo, mentalmente s'intende, e ci rifletto: ma a te, Gian, il cronometro interessa? Ok, ti piace vedere il nome in classifica, a fondo classifica, ma vedrai che se anche perdi trenta secondi, il tuo destino non cambierà!

Gli scalini lasciano poi il posto ad un ampio sentiero in mezzo al bosco. Qui sono pochi i temerari che azzardano qualche passo di corsa. Ce n'è una, sì, una ragazza che è un fenomeno, con la maglietta degli Orsi: è evidente che lei non è rimasta a questo punto, lo stesso in cui sono io adesso, perché non può far di meglio, ma solo perché sta aspettando qualcuno. Mi colpisce, non so bene perché: è bionda, viso bellissimo e splendido fisico asciutto e scattante; non fa altro che correre su e giù, incoraggiare gli amici, chiacchierare, scherzare, che fenomeno! Se penso che a me a momenti manca il fiato per trascinarmi su...

E' ricca di curiosi incontri umani, questa salita. Di lì a poco, mi sorpassa una figura ormai familiare, un personaggio non più giovanissimo, non troppo alto, con le braccia appesantite da una quantità abnorme di braccialetti di varia foggia e colore, un berretto nero in testa, e soprattutto con un passo da invidia! Esclamo "Ma questo è il Colonnello!", e lui, pronto, senza nemmeno voltarsi, risponde "In persona!". Mitico, il Colonnello...

La salita prosegue, si addolcisce un po'. Dietro di me, ora, ho un uomo ed una ragazza, di cui non posso fare a meno, proprio per vicinanza, di captare i discorsi. O meglio, li sento per caso e poi mi metto deliberatamente all'ascolto... Lei, a quanto ho capito, lavora in una palestra, frequentata per lo più da fanciulle di un certo "spessore", diciamo così; lui, con evidente accento savonese, commenta sarcastico la stazza delle atlete. La ragazza annuncia di voler accompagnare le fanciulle, in primavera, in vetta ad un monte nelle vicinanze; lui esclama sdegnato: "Belìn... Ma così l'Antola s'abbassa di dieci metri!!!". E poi rincara la dose: "Meno male che in quella stagione ci sono già i pascoli alti... Si sentiranno a casa!". Immaginatevi tutto ciò, con quella tipica cantilena ligure... Giuro che faccio una fatica sovrumana a trattenere le risate! Meno male che poi il sentiero spiana, scende un po', ed io posso ricominciare a correre. Non c'è storia, oggi corro tutto quel che posso! Tanto, 23 km sono pochi, finiscono in fretta. Curioso: poco prima della partenza, sentivo i commenti di gente che diceva di aver scelto il percorso da 12 km perché quello da 23 è troppo lungo... Per me ormai 23 km sembrano una passeggiata di piacere! Non certo per la qualità della prestazione, perché vado sempre e comunque piano, ma è proprio una condizione mentale; venti, trenta km non fanno paura; alla fine, a meno di incidenti, è chiaro, ci arrivo tranquilla.

Davanti a me, un signore già avanti con gli anni corre a torso nudo: capperi che fisicaccio! Va bene che fa caldo, ma...

Meno male che i sentieri qui, almeno in discesa, sono ampiamente corribili. C'è da prestare un po' d'attenzione alle foglie umide e viscide, ma nulla di tremendo, tant'è che senza difficoltà riesco a correre anch'io. Purtroppo oggi non ho con me la fotocamera; senza lo zaino, non avrei saputo dove metterla; tenerla in mano sarebbe stato rischioso, in caso di caduta, per la sua stessa incolumità. Spero che al reportage fotografico provveda mia sorella! A dire il vero, io sto un po' esagerando, perché non riesco nemmeno a guardarmi più di tanto intorno: vedo quasi solo le mie scarpe!

Al primo ristoro butto l'occhio alle bevande, ma decido di non fermare, tiro dritto. Si sale nel folto del bosco, con alcune rampe anche severe. Il gruppo ormai si è sfoltito, posso prendere la mia andatura. Intorno ho più o meno sempre le stesse persone con cui dividerò, tira e molla, l'intero percorso. Mi sforzo, sempre, di correre dove possibile, sempre con gli occhi incollati a terra: infatti non posso fare a meno di notare un sacco di particolari, dalle grosse bacche rosse che trovo un po' dappertutto e non so bene cosa siano, ai fiori che ancora a novembre rallegrano l'ambiente, ai segni tracciati con vernice rossa sulle pietre. C'è da dire che l'assistenza è capillare; ci sono addetti della gara davvero in ogni dove, auto di servizio, personale del soccorso.

Alla fine della prima discesa, ecco un ristoro dove, golosa come non mai, mi riempo le mani di cubettoni di cioccolato e zollette di zucchero, oltre a buttar giù un bel bicchiere di sali. Dicono gli esperti, o sedicenti tali, che lo zucchero puro faccia più danno che beneficio: ma allora, in questa gara, dovrei lasciarci le piume, visto che, prima della fine, ne avrò ingollate almeno quindici zollette! La mia sosta è brevissima; riprendo subito la corsa lungo un tratto di strada lastricata, proprio sul mare, bellissima. E ritrovo, per un tratto, una ragazza già incontrata alle Porte di Pietra. Oltrepassiamo alcune abitazioni, un micio ci guarda sconcertato e pigro. Poi ancora su, in mezzo al bosco, su sentiero: anche qui, la salita non scherza! I dislivelli sono, com'è ovvio, contenuti, dell'ordine dei tre-quattrocento metri per volta, ma forse proprio perché sto tirando più del solito, avverto già la stanchezza e la difficoltà a riprendere la corsa nei tratti in cui la via spiana. Supero un'altra volta il corridore a petto nudo, chiedendo come sempre permesso; "Scusi eh, io passo, ma non è che voglia andare chissà dove... Il podio questa volta me l'han già fregato!". E lui, divertito, replica: "Te l'han fregato? Ma che sfiga!".

Ancora su, decisi, mentre il caldo sembra farsi più deciso; poi un paio di km su e giù, un po' di corsa un po' di passo, e infine giù in picchiata verso il mare, discesa lunga e veloce. Quasi non riesco a credere di poter sorpassare qualcuno in discesa, e persino di non perdere troppo facilmente il distacco da chi mi precede. Anche qui, riesco ad attaccar bottone, stavolta con un corridore di Deiva Marina, o meglio, di Sestri residente a Deiva. Tra un salto ed una storta, spuntiamo all'improvviso, per me in modo del tutto inatteso, sulla spiaggetta di San Fruttuoso, per poi attraversare una piazzetta, insinuarci in uno stretto pertugio in mezzo alle case, e via ancora in salita. Anzi no: prima c'è ancora un ristoro, un po' di sali e qualche zolletta di zucchero e cioccolato. Poi su, ad aggredire quella che il Deivese mi ha annunciato come una salita durissima. Infatti sale, eccome se sale! Il mare scivola subito giù, in fondo, mentre mi inerpico in mezzo al bosco. Bella, la spiaggetta, per carità, però... Sarò forse l'unica voce fuori dal coro, ma proprio perché non amo il mare troppo da vicino, io trovo più suggestivo il sentiero nel fitto degli alberi, il fango e le pietre sotto i piedi. Qui che ormai sono entrata in temperatura, come le caldaie, mi prendo qualche piccola soddisfazione, lasciando indietro un po' di gente che poi tanto mi riacchiapperà in discesa. Anche qui c'è chi si ferma, si abbatte su una roccia, sfinito. Ma dai che ormai è l'ultima!

La salita va poi attenuandosi, diventa un saliscendi a mezza costa, tra gli alberi ma con scorci meravigliosi verso il mare, finché ci immettiamo su un tratto di strada lastricata, che apre la vista sugli uliveti e sul quadretto arlecchino delle reti per la raccolta delle olive. Si vedono le prime abitazioni; c'è ancora una lunga rampa dritta, poi si lascia la strada e si riguadagna il sentiero che va giù. Quattro km e più niente salita, ci dice uno dei volontari lì appostati. Benissimo! Poco dopo, lungo la discesa, investo un paio di minuti per riempire la borraccia alla fontanella; poi giù a rotta di collo, lungo un sentiero fangoso nel fitto del bosco, che poi torna strada ampia ed aperta tra gli ulivi. Qui ci sono abitazioni e turisti a passeggio; per la verità, di escursionisti oggi ne ho visti davvero tanti!

Corro e corro, tanto ormai sono alla fine e non mi devo più preoccupare di scoppiare. Però dovrei almeno preoccuparmi di mantenere l'equilibrio... Invece no, poco prima di Santa Margherita, uno spuntone di pietra mi gioca un brutto scherzo: neanche me ne accorgo e sono già spalmata per terra. Meno male che, d'istinto, ho buttato le mani avanti ed ho letteralmente salvato la faccia. Mi rialzo subito, grazie anche all'aiuto del corridore che mi segue; non c'è tempo per controllare i danni, comunque credo nulla di serio. Accanto ad uno splendido palazzo con torrette ornate da merli, ecco l'incrocio con l'Aurelia ed il ritorno alla civiltà. Un po' di corsa su asfalto, tra gli sguardi perplessi di chi passeggia sul lungomare e le rimostranze degli automobilisti costretti all'attesa, ed eccomi sotto l'arco, all'arrivo.

Ma non è mica finita qui. Restituisco il chip, passo a fare il pieno al ristoro: c'è di tutto, dolci ma soprattutto focaccia adorabilmente unta e persino le uova sode! Un uovo e cinque o sei pezzi di focaccia, il tutto annaffiato con qualche bicchiere di birra: non c'è che dire, il pasto ideale post gara, per il recupero! Poi telefono a Stefania, per chiedere dove siano lei e la banda, e faccio dietrofront. Con la medaglia di "finisher" al collo, ripercorro a ritroso l'itinerario, sbocconcellando focaccia e cioccolato, in rigoroso ordine sparso, almeno per i primi due km. E poi la banana.

Torno lungo l'aurelia, imbocco il bivio ed il sentiero: c'è ancora qualcuno dei competitivi in dirittura d'arrivo; mi squadrano come se avessero visto un marziano. Io trotterello con molta calma: la corsa l'ho già fatta; adesso voglio solo godermi la passeggiata e magari osservare meglio qualche scorcio che prima mi è sfuggito. Da questa parte, la salita è lunga e blanda; incrocio gli ultimi corridori e tanti partecipanti alla non competitiva, e tantissimi turisti, gitanti della domenica, famiglie, cani. Ora che non corro, non ho più quel gran caldo, anzi; speriamo di non prendere un accidente, visto che la mia giacca l'ho scaricata nello zaino di Stefi poco prima del via. Le gambe per ora sono attive, stanno bene. Risalgo la stradina in mezzo alle case, imbocco il sentiero che va su nel bosco, oltrepasso la fontanella, scendo lungo la rampa e mi incammino lungo la discesa verso la spiaggetta di San Fruttuoso, chiedendo qua e là se qualcuno avesse superato da poco due persone con un meraviglioso cane bianco: core de mamma...

A circa cinque km dall'arrivo, dietro una roccia spunta l'inconfondibile coda a pennacchio del mio tesorone peloso: anche lui s'accorge e mi si lancia addosso con un impeto inaudito, come se non mi vedesse da anni. Ricambio le coccole entusiaste, poi ci avviamo. Skipper è senza guinzaglio: non oso far sempre la rompiscatole ed imporne l'uso, ma confesso che ho il cuore in gola a vederlo scorrazzare libero. Anche se lui, tesoro, è un perfetto guardiano del gregge: va un po' avanti, poi si ferma, si volta, non riparte finché non gli siamo vicini. E, se io prendo un po' di vantaggio sugli altri due, lui sì, mi segue, ma poco più avanti si ferma ed aspetta che il gruppo si riunisca. Più guardo quegli occhioni gialli tenerissimi e più mi sciolgo. Che fortuna averlo con me...

Nei pressi delle case, lo leghiamo, onde evitare problemi con la gente che va a spasso e con eventuali altri animali. Dev'essere proprio stanco il mio Skipperone, se non si accorge di due gatti che vedo persino io. In altri tempi, sarebbe partito come un razzo!

Sosta alla fontanella per tutti: Skipper adora bere dal getto d'acqua che scende giù. L'amico di mia sorella qui lo libera dinuovo: c'è un tratto in mezzo al bosco; per fortuna, però, tra le case vediamo in lontananza un altro cane di grossa taglia e rimettiamo al mio bestione il guinzaglio. L'incontro ravvicinato, infatti, è poco amichevole, anche se lo scontro è solo vocale, visto che l'altro padrone ed io teniamo ben stretti i guinzagli. Qui tra l'altro incontro Antonella, la ragazza con cui ho scambiato qualche mail in occasione del trail di Arenzano: prometto anche per questa corsa un racconto sul blog!

Ancora avanti, ci siamo quasi: un'ultima pausa affinché Skipper possa fare amicizia con una bella cagnolona di taglia sua pari; qualche effusione, ma la cagnona poi non sembra più di tanto interessata e se ne va. Povero Skipper, proprio non ci sai fare!

A Santa Margherita ci riuniamo con un gruppetto di altri non competitivi; c'infiliamo nella folla della passeggiata, dribblando due levrieri, un boxer ed un bovaro bernese, finché arriviamo, o meglio arrivano, alla fine. Per me è un ritorno. Peccato solo che ci sia un po' l'aria della smobilitazione: del resto, è passato davvero tanto tempo dal via... Eppure sento qualcuno dell'altro gruppetto che protesta vibratamente: insomma, va bene che è una manifestazione non competitiva, quella a cui hai partecipato, ma non puoi aspettarti di impiegare sei ore e mezza per 23 km e poi trovare ancora qualcuno all'arrivo! Per fortuna, la mia truppa è contenta e basta. Li accompagno alla loro auto: Skipper andrà con loro, perché io in auto ho già la bici e dovrei fare i salti mortali per incastrare tutto e garantire a lui lo spazio necessario. Però devo accompagnarlo fino all'auto dell'amico di Stefania, aspettare che salti nel bagagliaio e farmi dare il bacio: altrimenti sono strepiti e pianti, povero piccolo!

Tranquillo Skipper, ci vediamo stasera a casa. Mi congedo, macino gli ultimi due km verso l'auto, salto su così come sono e riparto. Devo arrivare a casa prima che il sonno mi assalga... E speriamo d'aver smaltito la birra!

mercoledì 19 novembre 2008

15-16 novembre 2008 - Un fine settimana di sole nel Levante ligure - parte II

L'appuntamento è stasera alle otto, appena oltre la galleria della Ruta di Camogli. Matteo mi ha promesso una bella camminata, sui 300 m di dislivello, "che non comprometterà il tuo trail dell'indomani". Ma cosa vuoi compromettere? Le mie possibilità di successo sportivo, le ha già compromesse Madre Natura ventisette anni fa, e poi a completare il disastro provvedo io, a suon di pane e Nutella! Domani ci son 23 km di marcia; in un modo o nell'altro, alla fine ci arrivo, quarto d'ora più, quarto d'ora meno. E poi, non sia mai che io sacrifichi un'avventura a beneficio di un'altra avventura; valgono tutte allo stesso modo, tanto!

Però il tepore della doccia, quando arrivi in camera e sei tutto intirizzito, ha un effetto micidiale. Esco da sotto il getto bollente, mi asciugo e mi infilo sotto le coperte "solo per mezz'oretta": va a finire che mi sveglio per un pelo! Schizzo subito in auto, mi lascio alle spalle quest'obbrobrio di cittadina turistica e caotica che è Rapallo, via verso Genova. Speriamo di vederla, la galleria: sono talmente suonata, stasera, che potrei passarci sotto e non accorgermene! Invece, per fortuna, la vedo: e, appena fuori, vedo anche la 313 di Matteo, ma quant'è bella 'sta macchinina, così piccina che potrei quasi quasi parcheggiarla dentro la mia! Puntualissimi, sincronismo perfetto.

Molliamo le auto poco più avanti, lungo un bel viale alberato. Prendo la borsa con le focacce che ho portato da casa: stasera si va a far cena in un posto magnifico! E ancora non me l'immagino, ma so che, se Matteo dice che un qualche luogo è bello, allora è bello davvero, come dico io. Ovviamente mi son dimenticata un pezzo, cioè qualcosa da bere: meno male che lui ha la borraccia!

Chissà perché, quando mi ha preannunciato la passeggiata con un po' di dislivello, ho pensato di dover prima salire, e poi scendere: in effetti, questa è la norma, per me che vivo tra le montagne da una parte e le colline dall'altra, ma qui non funziona così. Anche se impiego qualche momento a rendermene conto.

Appena scesa dall'auto, sono già a bocca aperta per le mille luci che brillano lungo la costa in questa serata limpidissima, ed altre luci che spuntano in mezzo al mare. In effetti, da quassù, è solo la linea delle luci lungo la spiaggia, che mi dice dove finisce il nero della terraferma e dove comincia quello del mare. Matteo imbocca con passo sicuro un sentiero che scende giù, in buona parte lungo una scalinata: è quasi tutto illuminato da lampioncini, quasi, appunto. Io incespico spesso, faccio fatica a mettere a fuoco il bordo dello scalino, che ogni tanto è smussato, spezzato, scivoloso. Guai poi quando la luce proprio non c'è! Però, che meraviglia di posto... Chiacchierando, poi, mi passa presto l'inquietudine; alla peggio, pianterò uno scivolone, nulla di che. L'aria è tiepida, le luci intorno scintillano sempre di più; man mano che scendo, sento sempre più nitido il rumore del mare, le onde tranquille che vanno e vengono un po' più in basso. Incontriamo d'un tratto una chiesa attorno a cui sono raccolte poche case, poi ancora scalini, ancora ed ancora, fino ad un'altra minuscola bomboniera di casette che sembrano incastrate l'una sull'altra: passiamo proprio sulla porta di chi abita qui; sembra quasi di violarne la tranquillità domestica. Piante fiorite, rami carichi di limoni, pergolati. E' tutto ristretto, schiacciato, persino il ruscello che scorre proprio sotto la scalinata ed accanto ai muri di queste abitazioni.

Bruta cittadina, io non ci avrei nemmeno fatto caso, se non me l'avesse fatto notare Matteo: come si sposta, chi abita qui? Semplice, ci sono due vie, la scalinata oppure il mare. Il mare... E' vero, ormai siamo quasi a livello del mare; si vedono file di barchette ormeggiate, proprio come le auto parcheggiate sotto casa. Per chi vive qui, andare a far la spesa in barca è normale, continua Matteo, come, per te, andarci in bici o a piedi o in auto: difficile, davvero difficile da immaginare, anche se senz'altro è proprio così.

La scalinata finisce proprio giù al mare: ora la schiuma delle onde è proprio lì, sotto i miei piedi. Attraversiamo un ponticello che taglia un'insenatura: alla mia sinistra, a fatica nel buio, scorgo una vera e propria parete di roccia, e giù, accanto al ponticello, alcuni teloni tesi a ricoprire le barche. Incredibile... Ecco qui i garage! Io che mai, nonostante il mio corredo genetico savonese per metà, avevo visto una cosa del genere.

Il ponticello finisce sugli scogli, poi un'altra scalinata ci riporta un po' più su, in mezzo ad altre case. Non c'è un'anima qui, sembra d'essere fuori dal mondo; siamo persi nella penombra, tutto ciò che muove è solo il vento, ed il mare. Poi il camminamento diventa terra; ci lasciamo alle spalle l'ultimo faro, che però è abbastanza potente da concederci ancora qualche metro di chiarore. Lo sapevo io, che prima o poi a seguire Matteo mi metto nei guai: infatti, gli ultimi metri sono sulle rocce, umide e scivolose quanto basta, ed irregolari ed insidiose per me che già non vedo un accidente con la luce del giorno, figuriamoci la notte. Ma, quasi in cima al promontorio, ne troviamo una che fa al caso nostro; sembra piatta e ce la faremo andar bene, anche se piatta non è. Che meraviglia: penso che, se avessi un sacco a pelo decente, mi piacerebbe un sacco dormire qui, magari solo un paio di rocce più in alto, giusto per evitare di andare alla deriva con l'alta marea. Anche se fa freddo: me ne accorgo ben presto, smaltito il calore della camminata. Ho la giacca impermeabile, ma il vento non perdona. Chissà fin dove si vede, di qui, la costa: Savona? O ancora oltre? Difficile stabilirlo. Intanto, dalla contemplazione dell'infinito passiamo rapidamente a qualcosa di ben più prosaico: la masticazione della focaccia! Cavoli, dopo la pedalata di oggi, ho una fame boia, e mi sa che Matteo non è da meno. Povera focaccia, che orrbile fine.

Non me ne vorrei più andare, da questo posto: è bellissimo, è pace, non c'è anima viva, o, se c'è, è ben chiusa dietro le imposte delle finestre sotto cui siamo passati poco fa, è un paradiso. Ma i brividi di freddo non danno tregua, il vento s'infila dappertutto e fa battere i denti: meglio avviarsi, almeno in salita ci si scalderà un po'. Superiamo un'altra volta il porticciolo, sempre con lo sguardo fisso al mare, con gli schizzi delle onde che di tanto in tanto raggiungono le mani, col vento che sferza il viso. Inizia la risalita, uno scalino dopo l'altro: e pensare che a me viene il fiatone già solo con i due piani di scale che mi portano a casa... Pianino, per evitare una sudata che adesso non è proprio necessaria, ma soprattutto per prolungare ancora un po' questa sera bellissima che sembra sospesa al di là del solito mondo. Anche in salita, com'è ovvio, Matteo trotterella ed io arranco al seguito; adesso non dovrebbe più esserci gran rischio di scivolare... Infatti, le ultime parole famose, per un pelo evito un incontro ravvicinato tra il mio naso e lo scalino. Si chiacchiera del mio trail di domani, delle mattane passate e di quelle che verranno, mentre il mare scivola sempre più giù, rampa dopo rampa.

Rieccoci alla chiesetta; c'è solo una lucina ad una finestra, lì accanto: sarà il parroco. Ancora su, fino alla fontanella, al sagrato della chiesa da cui siamo partiti: ma guarda, non avrei mai pensato che fossimo già qui. Me ne accorgo con un pizzico di dispiacere ed un po' di fastidio per la luce violenta dei lampioni, proprio ora che i miei occhi si erano abituati al buio. Mi volto ancora un momento; in mezzo al mare ci sono luci che sembrano appartenere a grosse navi: chissà come si sta, là in mezzo? L'idea del viaggio in mare non mi affascina, anzi, mi preoccupa quasi quanto quello aereo; però l'avrei, una volta, la curiosità di sentire il silenzio che dev'esserci in mezzo al mare, lontano dalla costa; silenzio e buio. Il buio perfetto della notte, non quello che vediamo noi dalla città, credo d'averlo già conosciuto in montagna, quando si vedono miriadi di stelle, ma il silenzio no, quello dev'essere una cosa particolare.

Ho sonno, sono cotta e stracotta, ma davvero non vorrei tornare all'auto. Avrei voglia di passeggiare ancora, in compagnia del mio Cicerone... Ma domani s'ha da correre; meglio che io non faccia troppo la furba. Mi vien da pensare, però, che non avrei potuto immaginare una serata più bella e suggestiva di quella che ho appena trascorso. Cena al sacco, solitudine, mare: e poi c'è chi si va ad infognare nei ristoranti che straripano di gente... Bleah! Penso che prenoterò subito Matteo per altri tre o quattro...cento passeggiate così!

martedì 18 novembre 2008

15-16 novembre 2008 - Un fine settimana di sole nel Levante ligure - parte I

Questa volta sono riuscita ad essere un po' più rigorosa nel preparare la trasferta: ieri sera, all'alba delle undici, ho già caricato l'auto con tutto il necessario, la bici, le scarpe, la borsa con gli indumenti, quella con la pappatoria per la cena, più varie borsine e borsette. Che sollievo, dover solo più preparare me stessa e partire. Infatti, alle quattro e un quarto sono pronta è scattante: beh insomma, scattante più o meno, viste le quattro ore di sonno e l'ammutinamento della caffettiera che stamattina ha rifiutato di far passare il caffé. Amen, farò tappa in un autogrill.
Dicevo, pronta e scattante, mi metto al posto di combattimento, infilo la chiave, giro... Gniiik gniiik gniiik... Niente. Ancora, riprovo, gniiik gniiik gniiik... Niente di niente. Le lucine del cruscotto si accendono debolmente, poi muoiono. Voilà, batteria andata. Mea culpa, ci ha già provato un po' di volte, la povera Opel, ad avvertirmi, negli ultimi due-tre mesi, stentando ad avviarsi o rifiutando del tutto. Alla fine, ahimé, è spirata.

Calma e sangue freddo, Gian. Che fare? Accanto c'è l'altra auto di famiglia, che questo fine settimana non servirà a nessuno. Scarto subito l'idea di collegare i cavi: per ricaricare la batteria, ammesso che si ricarichi, ci vorrebbe troppo tempo. Tantovale trasferire tutta la mercanzia dall'altra parte: bici, scarpe, borse. Mi ci vuole qualche momento di pazienza per togliere dall'auto di riserva la griglia canina ed abbattere i sedili, ma tutto sommato riesco a risolvere l'intera faccenda in un quarto d'ora. Replay: mi metto al posto di combattimento, giro la chiave, odo un rassicurante rombo di motore, si parte. Gian, non hai alcun diritto di innervosirti, primo perché è colpa tua che come al solito hai ignorato i sintomi del problema; secondo perché... Quanti, in un caso del genere, avrebbero pronta l'auto sostitutiva, lì, a disposizione?

Il viaggio è interminabile, non tanto per la distanza – fino a Sestri Levante saranno 200 km o poco più – quanto per il sonno che mi assedia, al punto che, poco oltre Genova, sono costretta a fermarmi in autogrill per il caffè, altrimenti qui combino qualche macello. E' sempre stupendo sentire l'aria tiepida del mare, quando si è saliti in auto a Carmagnola, con la temperatura prossima allo zero, e meno male che non c'è nebbia stanotte. Il viaggio si conclude poco dopo, a Sestri. Sono agitatissima: oggi devo tentare di seguire un itinerario che mi ha suggerito Matteo; sono munita di cartine su cui ho accuratamente segnato il percorso, ma mi conosco: la mia capacità di perdermi è superiore a qualsiasi immaginazione. Il fatto è che oggi, con me, avrebbero dovuto esserci sia Mik che Matteo; almeno, fino ad una settimana fa, questi erano i piani. Invece Matteo ha dovuto restare in negozio e Mik ha ben pensato di ammalarsi; ergo, in qualità di unica superstite, mi tocca avventurarmi da sola. Ai primi raggi di un limpidissimo sole, scarico la bici e controllo che più o meno ci sia tutto: quando sono in preda alla preoccupazione, rischio di dimenticare qualcosa di fondamentale, più del solito. Infatti, qualcosa sì, lo dimentico, ma, com'è ovvio, me ne accorgerò troppo tardi: le luci! Le avevo portate per essere un po' più tranquilla, anche in caso di ritardo nel giro...

Si parte. La cartina che ho stampato da Googlemap, su cui ho accuratamente tracciato il percorso con l'evidenziatore giallo, fa capolino dal borsello. E' assurdo, ma sono davvero preoccupata. Mi conosco; lo so, che non ho proprio l'attitudine alla vita avventurosa dell'esploratore. La prima salita è il Passo del Bracco: beh, fin qui dovrei farcela; basta seguire lo stradone in direzione La Spezia. Ad un certo punto, troverò, sulla destra, la deviazione verso Deiva. In sé, il Bracco è tutt'altro che una salita terribile; mi lascio Sestri alle spalle e, sulla destra, pendii che certo qualche tempo fa erano ricoperti di bosco, ma adesso sembrano macabri puntaspilli, con quei tronchi nudi e neri d'incendio. Mette tristezza questo posto.
Scorrono i km, le case lasciano il posto al solo bosco. Si vede accanto, sulla sinistra, la vallata. Saranno passate in tutto due o tre auto finora. Viaggio all'ombra, è ancora presto per sperare in un raggio di sole sulla schiena; un curvone, un altro curvone. Il guaio è che, man mano che salgo, mi tocca fare i conti con il vento sempre più violento: quando soffia di fronte, non lascia andare avanti e toglie il fiato; quando mi investe di fianco, quasi mi butta per terra, considerato che, già di mio, non sono un mostro di equilibrio. Non so se sia più la sensazione di cadere o l'inquietudine di sentire l'urlo delle raffiche sulle cime degli alberi, ma sto già rimpiangendo amaramente le mie Langhe: ecco, se oggi fossi rimasta a casa, se mi fossi limitata a venire giù in Liguria domani per il trail, adesso non mi troverei in questa situazione assurda! Che faccio? Avanti non riesco ad andare; indietro non ne parliamo, in discesa con questo vento. Ho paura! Irrigidisco tutti i muscoli dal primo all'ultimo, un attimo prima di sbucare da una curva; cerco di rattrappirmi, ma la superficie che offro al vento è comunque troppa, ahimè...
Primo dubbio al bivio per Moneglia: possibile che debba già andare giù adesso? Ci andrei volentieri, perché da quassù vedo una splendida strada a tornanti e, là in fondo, il mare più azzurro che mai; ma no, la mia via non è questa, e non è nemmeno il prossimo bivio; devo attendere il terzo. Di qua scenderei a Moneglia, sono fuori strada.
Ancora un po' di salita, blanda, ma sofferta per il vento; poi, sulla destra, la deviazione attesa. Un'altra pausa per controllare la carta. Ecco, questa è una cosa che odio. Non dovrei mai cimentarmi a provare un itinerario ignoto da sola, per il semplice fatto che detesto, con tutto il cuore, dovermi fermare mentre pedalo: ed oggi l'ho già fatto un po' di volte! Ok, qualche volta per colpa del vento, ma altre volte anche solo per essere sicura della direzione. Qualcuno suggerisce il GPS; io preferirei in ogni caso una guida in carne ed ossa, qualcuno a cui chiedere il perché ed il percome. Come faccio a chiedere informazioni alla frecciolina sullo schermo? Come potrei farci quattro chiacchiere?

Inizio la discesa con somma cautela: questa strada sembra appena un po' meno esposta al vento, ma le raffiche ogni tanto arrivano anche qui, a tradimento. Ho a disposizione una mezza autostrada e scendo a freni più che mai tirati; è poi tutto da dimostrare che la stabilità sia maggiore, in caso di vento laterale, se la bici va piano... Ma che posso farci se ho paura?

Ai bordi della strada, decine di auto di cacciatori. Lo si intuisce dalle gabbie dei cani a bordo e dagli spari che si susseguono, lontano ma neanche troppo. Oggi marca male, me ne rendo conto da subito: le discese saranno, tutte, un calvario. Ormai ho imparato a riconoscere le giornate storte, più storte delle altre: se parto con la paura, per le più varie ragioni, non mi riprendo più, resto con la tensione tutto il giorno. E già sono una discesista da strapazzo anche nelle giornate buone...

Pazienza. In un modo o nell'altro, arrivo all'abitato di Piazza. Mi fermo un attimo, guardo la cartina; benissimo, Piazza è lungo il mio itinerario. Ripongo la mappa e, con pedalata sicura, imbocco subito la strada sbagliata: in discesa, tre o quattro km, mi ritrovo poi su un falsopiano ed arrivo diritta al mare, a Deiva. Uhm... Mi sa che qualcosa non quadra; diciamo che il dubbio m'è già balenato in mente mentre venivo giù, ma ora è una certezza. Qui non si va più da nessuna parte; ergo, non so dove fosse la strada giusta, ma altrve, non certo nella direzione che ho scelto io. Con le pive nel sacco, non mi resta che tornare su: e meno male che sono partita a pedalare molto presto: ho già perso un fracasso di tempo!

Con tanta pazienza, mi sciroppo al contrario il falsopiano e torno su a Piazza, che, per fortuna, mi spunta davanti prima di quanto pensassi. Ecco, la strada giusta è quella che fa il tornante secco a destra. Si sale, per fortuna; finalmente vedo qualcuno dei nomi segnati sulla mia cartina: Castagnola, Framura. E, di tanto in tanto, cerco anche di godermi il mare. A Framura, un omino vestito di arancione mi intima l'alt: sulla strada c'è una scavatrice e, su nel folto del bosco, si sente il rumore di una motosega. Pochi attimi, qualcuno grida "taglia, taglia!" ed un albero si abbatte rovinosamente sulla strada. Povero albero... Spero che avessero un buon motivo per tagliarlo, ma mette enorme tristezza veder morire così una pianta. Gli operai infieriscono sul tronco, lo tagliano in tante sezioni, ne strappano via i rami; la scavatrice poi fa piazza pulita di quel che rimane, cosicché, nel giro di dieci minuti, la strada torna libera. Passo per forza sui resti dell'albero, con un po' di vergogna, quasi come se gli mancassi di rispetto; ci vuole ancora una volta la vista del mare per rimettermi allegria. E riprendo a salire, puntando una sella poco più avanti, che mi dà l'idea che poi si vada giù.

Di tanto in tanto, do un'occhiata alla ricerca di fontanelle, perché è già un po' che pedalo, ma la borraccia è rimasta com'era in partenza: vuota. E il vento ed il caldo mettono già sete. Al momento, però, nulla. Certo che, come si dice dalle mie parti, son proprio balenga: sarebbe bastato portarmi l'acqua da casa!
Poco male. Per ora, mi godo il tepore; vorrei solo riuscire ad essere un po' più tranquilla, non con i nervi a fior di pelle come adesso; possibile che mi lasci spaventare così da un banale giro in bici? Dai Gian, pensa che qui si sta da favola, pensa che a Carmagnola a quest'ora c'è la nebbia e dieci gradi di meno. Lunga discesa verso Levanto, che appare dietro una curva, all'improvviso, una perla incastonata tra terra e mare, bellissima da quassù, anche se poi, quando ci passo in mezzo, mi accorgo che anche qua non mancano gli orrori. Fotografo una bellissima villa a picco sul mare: tanto, pausa più, pausa meno...

Attraversata Levanto, seguo la direzione di Monterosso, cercando di togliermi il prima possibile dal caos. Ho voglia di salita e sono presto accontentata; la strada riprende quota in mezzo agli ulivi, che in questa stagione formano un varipointo quadretto con le reti di tutti i colori, appese per raccogliere le olive. Bellissima, questa salita, molto regolare; un altro paese, bello come il precedente, mi appare proprio sopra la testa, in mezzo al bosco. Raggiungo un tornante da cui si stacca una stradina: e chissà mai perché dovrebbe interessarmi, quella stradina! Studiando la carta con il senno di poi, mi chiedo come diavolo ho fatto a pensare di dover andare lì... Eppure, sul momento, mi vien di girare, abbandonando la strada principale. Per fortuna, l'errore è subito chiaro: poche centinaia di metri dopo, finisco in mezzo ad un grumo di casette del borgo di Chiesa Nuova: più in là non si va. Impressionante, però, è vedere l'effetto di un cedimento del terreno: alcuni operai sono affaccendati a studiare una enorme crepa che ha spezzato in due la sede stradale, facendo scivolare una corsia ben più in basso dell'altra per diversi metri di carreggiata. Sembra un evento recentissimo. Non vorrei essere nei panni di chi abita in queste case! Non dormirei affatto sonni tranquilli.

Altro dietrofront, torno sulla strada principale. Riprendo a salire, fino al bivio per Monterosso. Io devo andare a sinistra e salire ancora un po': infatti, ben presto mi trovo ad un bivio, dritto per Carrodano, a destra per Riomaggiore e Vernazza. Basta, non ne posso più di fermarmi tutti i momenti a guardare la cartina: giro a destra e chi s'è visto s'è visto. Mi pare che Vernazza ci fosse, in mezzo alle mie peregrinazioni; va bene così.

Pochi metri dopo l'incrocio e rimango senza fiato: da quassù si gode un panorama spettacolare! Davvero, resto a bocca aperta, m'è sempre piaciuto vedere il mare dall'alto, pedalando, ma così è davvero troppo! Blu a perdita d'occhio, il mare calmo come olio con i riflessi dorati del sole, il cielo ancor più azzurro, non una nuvola, e la costa visibile fino a lontanissimo, una meraviglia! Dovrei fermarmi qui e riempire la memoria della fotocamera... Ma il dovere chiama, devo proseguire. Un lungo tratto di saliscendi, più che altro discesa; poi, un gruppo di case ed un cartello perentorio che arresta la mia marcia entusiasta: di qui non si passa, nada de nada, strada chiusa. Il cartello consiglia di scendere a Vernazza e poi risalire lungo una strada che, presumibilmente, va a reimmettersi su questa, più avanti. Boh... Se non ho capito male, è proprio il giro che devo fare io! Tentiamo l'avventura. Vernazza 6 km, dice il cartello: mi "lancio", si fa per dire, giù per una stradina che attraversa gli immancabili, bellissimi uliveti. Sembra di vedere un'insenatura, il mare che viene avanti in mezzo alle pareti verdi di bosco, il paese laggiù in fondo ad un imbuto. E' quasi tetro questo posto! Arrivo giù abbastanza in fretta e seguo i cartelli gialli che indicano la deviazione: poche centinaia di metri e mi è subito chiaro con chi, anzi con cosa, ho a che fare! Benedetto San 34x29, questa non è una salita, è roba da free climbing! Mannaggia che rampe pazzesche! Sarà forse che sono un po' cotta, sarà che non me l'aspettavo, ma mi pianto subito, al limite della caduta laterale, prima di riprendere un minimo di controllo e dignità. La strada è nera, ancor più scura perché in mezzo agli alberi fitti; tra una rampa e l'altra, conduce all'abitato di San Bernardino, nome che mi conforta; anche quello, l'ho letto sul mio itinerario.

Con il nastro manubrio martoriato dalle unghie e dai denti, riemergo sulla strada principale, in alto, in costa. E mò, destra o sinistra? Semplice: a sinistra non si può, ci sono i lavori, ergo si va a destra. Non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello che il mio itinerario preveda comunque di andare a sinistra, perché chi l'ha ideato non poteva essere a conoscenza della deviazione. E poi a destra è così bello; si sale ancora un po', poi una lunga picchiata, oltre il paese di Volastra, verso il mare. Avanti ed ancora avanti, sono troppo presa dalla bellezza di questo posto per chiedermi dove diamine sto andando. Così, quando arrivo al cartello "Riomaggiore", prima ancora di mettere il naso in questo gioiellino di paese, mi fermo un attimo ed estraggo la carta. Oh cappero. Sono imprcettibilmente fuori strada... Di un bel po' di km mi sa, almeno quindici. Che faccio adesso? Due conti, rapidi. E' mezzogiorno, più o meno. Ovviamente non ho idea di quanta strada ho fatto fin qua e, quindi, di quanta dovrò farne per tornare indietro. L'itinerario prevedeva, in alcuni tratti, il passaggio lungo una certa strada all'andata ed un'altra strada al ritorno: però, mi sa che non mi conviene più, adesso, andare a caccia delle varianti. Il tempo stringe, io sono un po' cotta; meglio che torni sui miei passi: almeno, la stessa strada che ho fatto per venire fin qui la dovrei ritrovare.

Pedali in spalla, torno su verso Volastra. Non capisco se questa sia una salita ripida sul serio, o se la fatica cominci a farsi sentire; fatto sta che tribolo un po', me ne accorgo dalla pedalata che si fa via via più pesante. Dalle case intorno, profumi di pranzo arrivano a tormentare le mie narici; sembro un cane da caccia con il naso puntato alla preda... Finora ho mangiato solo un paninetto con pezzetti di cioccolato: c'è però da dire che stanotte, alle tre e mezza, ho trangugiato con sommo gusto due etti e fischia di ravioli ricotta e spinaci... Carburante di scorta ne ho!

A Volastra mi infilo un momento nel paese, a caccia di una fontanella: ormai son cinque ore che pedalo senz'acqua... Ma pare proprio che da queste parti non ci sia nulla. Certo, ci sono i bar, ma, da queste parti, forse un salasso è meno doloroso dell'acquisto di una bottiglietta d'acqua minerale. Lasciamo perdere, non ci provo nemmeno.

Scatto ancora qualche foto mentre ripercorro la strada da Volastra al bivio per Vernazza, noiosa, in falsopiano. Curioso come il vento sia del tutto scomparso. Al bivio, copione identico a poco fa: scendo giù a Vernazza, soffrendo quella strada in discesa ben più che in salita, e poi torno su dall'altra parte. Le due rampe cattive iniziali sono solo una minaccia; di qui, l'ascesa è più dolce. Incontro persino un'auto e due motociclisti: inaudito, qui sembra tutto semideserto! Di tanto in tanto, alzo il naso per guardare quanto manca, in verticale, tra me e le case abbarbicate sulla montagna; sono un po' in pensiero per il timore di far tardi, proprio perché non so bene né che ora sia, né quale distanza mi separi dall'auto. A dire la verità, per l'ora, basterebbe che prendessi in mano il cellulare: ma no, preferisco di no, preferisco pedalare tranquilla e quasi "sospesa" in questo stato di incoscienza.

Al bivio, su in cima, incontro, udite udite, ben due ciclisti. E' inaudito che, con queste strade, questa giornata, questo tepore, ci siano in tutto quattro gatti che escono in bici. Se vivessi da queste parti, sarei in sella notte e giorno in questa stagione!

Ancora un po' di falsopiano in salita, mi godo l'ultima parte di questa meravigliosa strada con balconata sul mare delle Cinque Terre, poi mi reimmetto sulla strada che sale da Levanto. Discesa, lunga ed agevole: passo subito accanto ad un santuario, Madonna di Soviore; è uno dei punti che avrei dovuto tenere come riferimento all'andata... Eppure, non so come diamine ho fatto, ma l'ho perso, non l'ho proprio visto. E dire che è grosso!

Discesa rapida su Levanto: anche qui, butto l'occhio alla ricerca di fontanelle, ma non ne vedo nemmeno una che è una! Va bè, pazienza Gian, sopravviverai. Adesso sbrigati a salire, che viene tardi. Però... Sogno o son desta? In un'area di servizio a lato strada, appena iniziata la salita, vedo un distributore automatico di bibite; chissà se funziona? Crepi l'avarizia, ho una sete boia ed un caldo della miseria; posso fare quest'investimento di qualche decina di centesimi di euro, ne va dei miei reni!
La Coca non c'è, mi accontento della Pepsi, che tracanno come se non avessi più bevuto da una settimana a questa parte, tanto che quasi mi ci strozzo. Non che 33 cl siano sufficienti, ma, se non altro, ora va un po' meglio. Proseguo su per la lunga salita, di quelle che mi fanno penare, che non salgono mai ma non lasciano andare avanti. Le ombre si stanno allungando, la luce del sole tende già al giallo; incredibile, quanto la sera inizi presto in questa stagione. Saranno le due, poco più; questa strada scorre piano, troppo piano, sotto le mie ruote. Un po' stanchezza, un po' morale a terra ed inquietudine; chissà se alla macchina arrivo, prima di buio?

Quando la strada inverte la pendenza, ritrovo, dopo un po' di discesa, il tratto in cui questa mattina è stato abbattuto l'albero: bene, significa che sono a buon punto. Ancora un po' di saliscendi, finché, alla buon'ora, vedo una fontanella a destra. Prosciugo le risorse idriche dell'abitato di Castagnola dei prossimi vent'anni e poi riparto, un po' ringalluzzita; almeno un problema è superato!
La strada va poi ad immettersi sulla salita del Passo del Bracco: questa volta, anziché scendere a Piazza e risalire da quella parte lì, che mi porterebbe oltre il passo, verso Sestri, decido di svoltare a destra, tanto per cambiare un po'. E' vero che è tardi, ma non posso essere molto lontana. Per sicurezza, chiedo conferma della direzione ad un gruppo di persone che lavora in un uliveto: ormai ho imparato a non fidarmi di quel che sembra suggerire il mio senso del (dis)orientamento. Ma va bene, stavolta è giusto; devo andare su, svoltare a sinistra e poi ancora a sinistra, "fino alla quota di quei monti lassù!". Mi fa ridere l'espressione dubbiosa e preoccupata del mio interlocutore. Capirai, da qui a lassù saranno duecento metri di dislivello! Dopo il primo dei bivi che mi hanno indicato, la strada diventa un noioso falsopiano. Ormai sono in ombra e sento già qualche brivido; pochi minuti dopo, però, l'inconfondibile sagoma del Passo del Bracco mi scalda il cuore. Smetto di smanettare sul cellulare – approfitto spesso delle salite per scrivere messaggini; è l'unico momento in cui riesco a staccare una mano dal manubrio – e brandisco la fotocamera, per immortalare la strada che passa in mezzo a due blocchi di roccia, che sembra quasi spaccata così ad arte. Anzi, probabilmente lo è. E' in corso, qui, un raduno di motociclisti: molti fermi al passo, molti altri intenti in acrobazie nelle curve, al limite del possibile. Che fenomeni che sono! Vorrei fotografare qualche piega, ma non c'è nulla da fare; sono troppo veloci.

Un po' di falsopiano, poi il paese e la discesa. A pensarci bene, però, una mezz'oretta di luce, intendo, di luce tale da non farmi metter sotto da qualche auto, mi resta. Potrei provare a fare quello che ho pensato stamattina, passando di qua: scendere giù a Moneglia. Infatti, così faccio; imbocco il primo bivio a sinistra, fin giù alle porte del paesello; l'ultima picchiata verso il mare. Poi rapidissimo dietrofront, perché non c'è tempo di dedicarmi al turismo, e via dinuovo verso l'alto, con il conforto degli ultimi fiochi raggi del sole. Ha senso? Non lo so, ma è bellissimo, anche se sto salendo come una forsennata e sto rischiando il soffocamento per fare presto. Anche qui, la pendenza non scherza. Mi sembra che il bivio sia scappato via da dove l'ho imboccato prima! Ma no, è sempre lì, solo che ci mette un po' più tempo ad arrivare in vista. Mi resta solo la discesa su Sestri Levante, breve, ma abbastanza lunga per provare brividi di freddo lungo la schiena. Ormai qui, in mezzo alle piante, è buio; la luce dei fari delle auto comincia ad essere netta. Ma non manca più molto. Una chicca: incrocio un'Ape che sale verso il Bracco; nel cassone, una splendida Bianchi in carbonio ancorata chissà come, con la forcella, ad un supporto montato apposta lì dietro. Non so quanto godesse di quelle vibrazioni evidenti anche a me, povera bici...

Rieccomi a Sestri. Troppa grazia, riesco persino a ritrovare l'auto, ed è quasi un sollievo, questa volta, il ritorno, anche se il giro è stato stupendo. Dovrei aver percorso, mi dirà poi Matteo, circa 160 km e poco più di 3.500 m di dislivello. Carico tutto, parto in direzione di Rapallo, dov'è l'albergo che avevo prenotato qualche giorno fa. Mi attendono una doccia e un pisolino, ma la giornata non è affatto finita. Eh sì, perché qualcuno di mia conoscenza si è sottratto al giro in bici di oggi, per giunta con un'ottima giustificazione... Ma almeno una camminata serale la pretendo!