sabato 24 gennaio 2009

17 gennaio 2009 - Notturna a Punta Aquila

La proposta era già stata lanciata qualche giorno fa: un itinerario nella zona di Giaveno, una salita in parte su asfalto ed in parte su neve, con destinazione tale Punta Aquila, a quota 2.100 circa. Leggendo quella mail, mi sono chiesta se Mik si fosse per caso dato all'alcool o all'uso di chissà quale droga pesante: 2.100? A gennaio, con tutta la neve caduta quest'inverno, senza sci, senza racchette, con le sole scarpe? Non so un emerito tubo di montagna invernale, visto che ho sempre accuratamente evitato di andare volontariamente a caccia di freddo; però, sulle prime, l'idea non mi ha affatto entusiasmata. Anzi: la risposta nata nella mia mente è stata molto colorita; poi, lavorando di lima, seghetto, scalpello e martello, si è tradotta in un morigeratissimo "Non mi pare il caso". Con tanto di argomentazione scientifica: se la neve non fosse gelata, affonderemmo fino alle orecchie, almeno io che concentro un peso massimo su una superficie di scarpa abbastanza piccola; se la neve al contrario fosse gelata, magari riusciremmo a salire, ma sarebbe l'ultima ascesa della nostra vita, perché in discesa prenderemmo senza dubbio alcuno il volo, come gli sciatori che si lanciano dal trampolino. Ma senza trampolino e senza sci. A nulla sono valse le garanzie offerte da Mik: le informazioni del collega scialpinista, la promessa che, in caso di difficoltà, avremmo rinunciato... Il metro con cui lui misura le difficoltà non è lo stesso che uso io! E poi, scherzi a parte, mi spaventano la quota, la possibilità di trovare freddo davvero severo, visto che in pianura, in questo periodo, la temperatura scende parecchi gradi sotto lo zero... Insomma, ho timore di cacciarmi nei guai. Non sono mai stata una persona granché saggia, ma se c'è una regola a cui non intendo contravvenire, è questa: la montagna non va mai sottovalutata... Anche una passeggiata apparentemente innocua può essere pericolosa, se non si è adeguatamente equipaggiati e se non si ha un minimo di esperienza. Ed io non sono un cuor di leone.

Però... Il tarlo, si sa, lavora nell'ombra, senza farsi sentire, nascosto dal tran tran quotidiano. Scava, scava, si fa la sua strada. A me questo no così deciso, in fondo in fondo, non piace... Mi resta un senso quasi di colpa: rinunciare senza aver provato, non è da me... Magari il pericolo è solo nella mia testa. Potrei anche provare; vorrà dire che, prima di finire nei guai fino al collo, me ne accorgerò, no? Sarò sempre in tempo a tornare indietro... Almeno, spero! Insomma, come sempre, non ci vuole poi molto per convincermi a lanciarmi nell'impresa. Beh, lanciarmi è una parola grossa; diciamo, per avvicinarmici in punta di piedi. Detto fatto, si combina l'uscita per un sabato sera, in modo da avere un paio d'ore di nanna in più al mattino successivo. Anche se in realtà non sarà affatto così, visto che, al mattino successivo, la sveglia sarà puntata alle sei e mezza per una fuga ciclistica a caccia del calduccio del mare!
Fagocitiamo nell'avventura anche l'altra immancabile testa matta: da Genova con furore, arriverà anche Matteo. Così, poco dopo le otto di un sabato sera di gennaio, eccoci alla frazione Maddalene, dalle parti di Trana se ho ben capito: in realtà, come sempre, da passeggera, non ho badato alla strada che abbiamo fatto per arrivare fin qui. Matteo arriverà probabilmente con un po' di ritardo: siamo già d'accordo, Mik ed io ci si avvia, tanto il Genovese non avrà alcun problema a raggiungerci di corsa!
Siamo sulla piazzetta di un paese fantasma: una chiesa, alcune case, nessuna traccia di presenza umana. Solo segni di ex-umanità, gli annunci mortuari proprio davanti al naso. Che effetto strano, il solito pensiero di vederci il mio nome lì sopra: prima o poi succederà... Ma tu guarda cosa devo andare ad elucubrare proprio adesso! Mi pare d'esser mia nonna, quando secoli fa già pretendeva dal fotografo un'immagine "ca vada bin da bütè en s'la tumba"... Ed è ancora perfettamente viva, vegeta e più arzilla di me! Torno precipitosamente alla realtà: Mik ha pensato proprio a tutto! Nientemeno che un paio di ghette ed un paio di ramponi anche per me... Io che, come al solito, non mi sono nemmeno lontanamente preoccupata dell'equipaggiamento, nei giorni scorsi. Sarei partita serena e fiduciosa con le scarpe da trail... Il problema è che i ramponi, nello zaino, non ci stanno più, vista la quantità vergognosa di vestiario che ci ho messo. E pure il telo di sopravvivenza... Si sa mai che ci si perda! Non è poi un'ipotesi così peregrina, visto che mi è già successo. Almeno, fino a domani, sopravviveremo! Appendo i ramponi allo zaino: lo so, è una scelta ben poco saggia, dato il mio equilibrio instabile che, su neve, moltiplica le occasioni di caduta, ma tant'è, non ho voglia di sottilizzare. Così mi ritrovo a percorrere i primi chilometri, su asfalto, con i ramponi che ad ogni passo mi massaggiano la chiappa sinistra: non ho diritto di lamentarmi; c'è gente che paga per farsi fare i trattamenti anticellulite...

Ci avviamo al buio, di buon passo, lungo la salita. Per ora siamo su asfalto, in mezzo alle abitazioni, sia pur diradate; in basso, le luci del fondovalle, Superga lassù, in fondo, sulla collina. Tendo l'orecchio: se Matteo è in arrivo, dovremmo sentirlo già a partire da quando uscirà dalla tangenziale. La sua macchinina è tascabile, ma fa più fracasso dello Shuttle al decollo... Mik ed io procediamo di buon passo: così il nemico sarà costretto a correre più forte per raggiungerci, e magari si stancherà un po' e non ci tirerà il collo per il resto della salita. Pia illusione, secondo me: Matteo è infaticabile, l'ho visto in crisi una sola volta da quando lo conosco, ed anche da quella crisi si è ripreso con un vigore che non so davvero da dove possa essere sgorgato. Intanto elaboriamo il piano d'azione per l'indomani: partenza per il mare, destinazione Savona o dintorni, per un bel giro in bici finalmente al caldo. O "al meno freddo". Ad essere sinceri, nemmeno qui sembra fare particolarmente freddo stasera. Ma siamo partiti da quota ottocento metri circa; quel che temo io è lassù...

Case sonnacchiose e cani vigili: Mik ricorda con timore gli scatti in bici, in fuga dalle bande di inarrestabili e mordacissimi cagnetti. Però mi sa che questa sera i cagnetti sono in sciopero; ci notano, sì, ma con molta sufficienza.. Passiamo indenni. Mi volto spesso indietro, ma la strada è deserta. Confesso che immaginavo che Matteo arrivasse prima; è vero, ha un sacco di strada da fare, ma questo silenzio mi preoccupa un po'. Va bè, se proprio, alla fine dell'asfalto, non si sarà ancora visto, lo cercherò via telefono. Ma non ce n'è bisogno: non ho ancora finito il pensiero, che Matteo ci spunta a fianco, arriva di corsa su per queste rampe senza neanche il fiatone. No, decisamente il fiato non gli manca! Più o meno è come se avessimo acceso la radio... Mik ed io siamo di norma più taciturni, io non per indole ma per la fatica che mi porta via l'ossigeno; provvede lui a fare il giullare per cavarci la risata! Così, con la cronaca del rocambolesco viaggio da Genova, arriviamo alla fine dell'asfalto ed all'inizio delle mie preoccupazioni. Un enorme piazzale investito di luce e musica di un altoparlante: nientemeno che un ristorante quassù! In questo posto dimenticato dal mondo... E noi che andavamo a caccia di solitudine, quiete e meditazione! Beh, quiete più o meno; anche noi, nel nostro piccolo, riusciamo a creare un bel po' di sconquasso nell'ecosistema del luogo.

Quando il gioco si fa duro... Si comincia a pestare neve. Da qui in poi, cammineremo sulle tracce degli scialpinisti. Prima qualche tornante dolce dolce, per scaldarci: si affonda, ma non troppo; anzi, direi che la neve tiene discretamente. Non c'è ancora bisogno della luce frontale: stanotte non c'è la luna, ma il riverbero della neve permette comunque di procedere senza perdere la retta via; e poi c'è la luce che emana dalla pianura, nonché dal megaristorante appena sotto di noi. Cielo, anche questa volta, meravigliosamente limpido e stellato; pochi alberi carichi di neve. Tracce, nessuna, se non quelle degli sci. Eppure il sentiero è definito, come se ne stessimo seguendo la proiezione sopra il manto nevoso.

Come immaginavo, perdo terreno rispetto a Mik, da subito. Lui levita come i treni giapponesi, mentre io affondo nelle sabbie mobili, e più cerco di camminare in fretta, più mi areno. Per fortuna a chiudere la fila c'è Matteo, che non mi molla un momento. Ecco. Dal momento che c'è lui, per questa sera ho messo via la paura. Se lo sapesse, probabilmente se ne preoccuperebbe, ma la sua presenza per me fa da parafulmine di qualsiasi preoccupazione, sempre, e soprattutto in montagna, e ancor più questa sera che, con l'aggiunta della neve e del buio, io sono proprio in balia degli elementi. La traccia si fa sempre più ripida; salgo con il naso contro la neve, o meglio ci provo, scivolando di continuo, talvolta affondando fino al ginocchio. Vado giù, appoggio l'altro piede, vado giù anche con quello, insomma sembro una balena spiaggiata... I bastoncini aiutano, ma non molto. Non vedo quasi nulla intorno a me, perché non posso distogliere gli occhi dal punto in cui appoggerò il prossimo passo, e forse è meglio così. La pendenza sostenuta mi fa pensare che, in discesa, sarà vita dura, durissima... Ma non importa, ormai sono qui e non è proprio il momento di fare i capricci, anche se il fiato è sempre più corto, il cuore sempre più affannato, il capocordata sempre più lontano. Ma c'è Matteo...
Un bivio dietro l'altro, e davvero non riesco a capire come Mik riesca a vedere un itinerario in questa distesa di neve senza forme, senza riferimenti. Ogni tanto, alzando lo sguardo, mi par di vedere una sella, ma no, noi non andiamo verso di lì, infiliamo un'altra rampa e poi un'altra ancora. E mi sembra incredibile poter progredire con le scarpe, semplicemente con le scarpe, che si conficcano nella neve quel tanto che basta a stare in piedi, e solo ogni tanto, in qualche punto, affondano più giù. Grazie anche alle ghette, i piedi sono ancora asciutti.

Non mi par vero di veder apparire davanti a me, all'improvviso, un edificio. Forse il rifugio a cui accennava Mik nella mail? Me n'ero dimenticata... E' lui stesso a rispondermi; si tratta del rifugio a quota circa 1.800 m o poco più. Quindi, facendo due conti, abbiamo percorso seicento metri di salita, dal ristorante, in quel che mi è sembrato un lampo, nonostante la fatica. Per la prima volta alzo lo sguardo e vedo la sterminata distesa di luci dalla pianura: non mi piace, anzi, mi dà immediatamente un senso di vuoto e di vertigine. Mi rendo conto che, scendendo, l'avrò davanti a me, quella vista, e non sarà facile, niente affatto. In cuor mio vorrei scendere, subito, ma, quando Mik propone di proseguire verso la cima, approvo senza indugio. Non posso lasciare che la paura mi fermi qui, non adesso, non stasera, quando proprio non c'è ragione di aver paura. Ci lasciamo alle spalle il rifugio ed il traliccio che credo fosse parte degli impianti di una pista da sci ormai inesistente, riprendendo il nostro viaggio nella neve. Non manca più molto dislivello, ma ci sono alcuni passaggi "in cresta": probabilmente nulla di che, per chi è abituato a questo genere di esperienze, ma difficilissimi per me che ho il terrore del vuoto. Superare il primo di questi tratti mi costa uno sforzo di volontà non indifferente: cammino su una sottile striscia, mentre il pendio a destra e sinistra si tuffa ripidissimo verso il nero della notte. Non vedo quel che ci sia oltre; potrebbero esserci venti metri di salto o mille, non lo so, non ho nemmeno più gli occhiali, inutili quando si appannano. Ed è meglio così: se fosse giorno, io qui non passerei nemmeno al traino; vedrei il baratro in tutto il suo splendore e tornerei con le pive nel sacco al rifugio, in attesa del ritorno dei miei compagni di avventura. Invece passo. Via la prima cresta, via un tratto di pianoro, un po' di risalita secca. Scruto il nero davanti a me, ma non riesco ancora a distinguere dove possa essere la nostra meta, la Punta Aquila. Mi limito a seguire Mik, aiutandomi con la frontale che l'immancabile Matteo mi presta, visto che ho dimenticato la mia. Più che prestarmela, mi costringe a mettermela sul cranio, dopo avermi anche derubata dei ramponi appesi allo zaino, per timore che mi faccia male. In altre circostanze, ad un affronto del genere avrei reagito catapultando il malcapitato direttamente sul sagrato della Basilica di Superga... Ma qui sono in condizione di inferiorità, direi di infimità; sto già combattendo una lotta senza quartiere contro i nervi che potrebbero saltare da un attimo all'altro per la paura... E poi sarebbe assurdo, lo so che Matteo si preoccupa davvero. Ed ha ragione, io qui sto camminando su una corda tesa; è più che probabile che prima o poi cada e che le punte dei ramponi, nella migliore delle ipotesi, mi obliterino una chiappa.

Una piccola costruzione, poi ancora un breve tratto di salita. La croce è inequivocabile: questa volta ci siamo. Ci fermiamo un attimo, tiro il fiato. Mi guardo intorno, è bellissimo, ma è una sensazione sgradevole; le luci laggiù in fondo, piccolissime, il silenzio pesante, il vento mi investono in un senso di vertigine quasi immediato. Mi chino sullo zaino per non perdere l'equilibrio; in quel momento, mi ricordo anche che è forse il caso di mettere qualcosa sotto i denti. Ho mangiato una sorta di pranzo/cena alle tre oggi pomeriggio, dopo un giro di corsa piattissimo da venticinque chilometri; è da un po' che sento la fame, ma la tensione era troppa per fermarmi. Ho un ciucciotto di gel, di quelli che si comprano da Decathlon, disgustosi quanto basta, ma abbastanza efficaci per tappare il buco nella pancia; lo faccio fuori, mentre Matteo imbandisce la tavola per il suo lauto ed abbondante pasto, raccogliendo con cura ogni minima briciola che cade nella neve. Inutile tentare di spiegargli che una briciola fornisce meno calorie di quelle che si sprecano per raccoglierla...

Concluse le operazioni di pieno di carburante e vestizione, litigato un po' con la luce di Mik che non vuol saperne di stare accesa, ritorniamo sui nostri passi. Ecco, è proprio il momento che avrei voluto vedere più lontano possibile. Ora le luci della pianura sono tutte lì davanti a me, beffarde, a dirmi il salto che c'è tra me e loro, tanto facile da compiere, soprattutto perché in discesa il mio equilibrio è, se possibile, ancora più precario. Il cuore impazzisce, peggio che in salita. Calma Gian, calma. Guarda le punte dei piedi, guarda lo spazio di luce di Mik là davanti, segui le sue orme ed andrà tutto bene. Il silenzio, c'è troppo silenzio qui intorno. E le tracce, mi sembra che si moltiplichino a dismisura. Se fossi sola, qui, avrei già perso completamente l'orientamento. In effetti, qualcosa del genere succede. All'improvviso, ci troviamo davanti ad una chiesetta: all'andata, non l'avevo notata... Semplice: non siamo passati di qua, all'andata. E allora... Mi sforzo di lasciarmi contagiare dalla calma olimpica dei miei due colleghi; "Tracce ce ne sono tante, e vanno in giù", mi rassicura Matteo... Ma confesso che il panico si impossessa di me all'istante. Giriamo alla ricerca della casermetta che abbiamo visto poco prima della cima; cammina cammina, a me pare che si stia tornando indietro, verso la Punta: mi sembra che si vada troppo indietro... Invece no: è evidente che non ho più alcuna idea di come siamo girati, perché Matteo mi fa notare che la Punta è, com'è giusto che sia, alle nostre spalle. Non me ne sono resa conto, ma siamo tornati sulla retta via. Gaudio e giubilo... Sono talmente sollevata che quasi quasi la discesa mi si spiana. In effetti, non ho ancora trovato nulla di così pauroso come mi aspettavo, nemmeno un tratto di cresta che ci regaliamo in più rispetto all'andata; anzi, la neve è talmente soffice che attutisce le cadute e permette persino di lanciarsi in qualche piccola scivolata. Mik si lancia giù a valanga, ma qualcosa mi dice che non è il caso di imitarlo...

Dopo un tratto di pendenza dolce, ecco spuntare là in fondo, credo almeno cinquecento metri più in basso, il ristorante, ancora illuminato. Una bella picchiata fin laggiù: impressionante... Ma anche qui il buio gioca a mio favore, impedendomi di avere un'idea chiara delle distanze, del vuoto. Scivolo e scivolo, cerco di non perdere troppo terreno rispetto ai colleghi, che intanto si dilettano nella ricerca delle costellazioni. Senza occhiali, io di stelle ne vedo la decima potenza di quelle che esistono lassù! Ma ho addosso un'euforia incontenibile adesso, quel misto di senso di avventura compiuta e di pericolo scampato, ed anche, perché no, di orgoglio per una piccola impresa che non credevo possibile per me, con tutto il mio bagaglio di fobie. Però adesso ho voglia di scendere, basta neve, basta punte, basta buio e silenzio. Il piazzale è sempre più vicino e tuttavia sempre troppo lontano, per quanto la discesa sia ripida.

All'improvviso, Matteo ne combina una delle sue... Lo vedo accasciato sulla neve: non capisco, ma manco tre o quattro battiti del cuore. Ma cosa fai? Dice di volersi fermare per un attimo di sonno. Sonno? Ma stai scherzando? Non ci credo nemmeno per un attimo: non ha senso, non può essere; senza dubbio non si sente bene... In un istante, un diluvio di pensieri, prendere il telefonino, chiamare i soccorsi... Lo so che è una reazione esagerata, ma non stiamo mica parlando di un Tizio qualsiasi! No no, io mi rifiuto di andar giù se non riparti anche tu. Alla fine scatta come una molla e si rimette in cammino: ok, aveva ragione lui, era solo sonno... Ma come avrei potuto credergli?

Restano poche decine di metri su e giù per i tornanti, schivando qualche ramo di pino che si spinge troppo audace sulla strada, e finalmente siamo al piazzale. Via la frontale, via i bastoncini, finalmente si cammina da persone civili. Anzi, dopo tanto incespicare, sembra quasi di volare!

Libero sfogo alla chiacchiera, all'euforia. Si torna a parlare di tutto, di bici, di pedali, di catene, di stagione da pianificare, di personaggi da convincere a tentare certe imprese, Eedi altri da svegliare nel cuore della notte per trascinarli nel giro in bici di domani. Ma che dico, di domani: di oggi, tra poche ore! E poi si parla di passate avventure in bici, quelle di quando non ci frequentavamo ancora: ed è sempre curioso scoprire particolari della vita di chi ti sembra ormai di conoscere da sempre. E' vero quel che ho letto in più di uno dei libri di alpinismo che consumo pedalando sui rulli; è vero per l'alpinismo, probabilmente, ma di certo è vero anche per tante altre circostanze: condividere un'esperienza intensa, faticosa, magari anche una paura, una preoccupazione, crea tra le persone talvolta un legame più solido di quello che potrebbe nascere in anni di "semplice" amicizia. E ti sembra di camminare, di pedalare insieme da secoli, e non ti ricordi più che è solo un anno, pochi anni...

Passo dopo passo, ritroviamo la frazione, le case, i cani di prima, e persino qualche auto che sale, il conducente ignaro della nostra presenza, forse un po' addormentato, pure lui. E pure io, visto che non mi accorgo che siamo già a Maddalene, se non quando sono in vista dell'auto. Via le ghette, via i ramponi; meno male che è Mik a guidare, perché io stento a tener gli occhi aperti. Tra un'oretta, nebbia permettendo, sarò a nanna, per ben tre ore di sonno abbondanti. Poi s'ha da pedalare! Per dormire ci sarà tempo, come sempre... La prossima volta!

14 gennnaio 2009: passeggiata notturna al Monastero di Pra 'd Mill

"E' troppo grande e brillante per essere una stella!"
"Ma è anche troppo immobile per essere un aereo..."
Mi sento di escludere l'ipotesi che si tratti di un ufo, dal momento che non tocco alcool da un bel po'; quanto a Mik, mi sembra sobrio pure lui, visto che è alla guida e per ora non ha raddrizzato alcuna curva. E allora mi sa che non restano molte alternative: quel punto luminoso, lassù a mezzo cielo, non sarà altro che una luce artificiale sul costone della montagna, forse lungo la strada che sale a Montoso. Cielo e terra non si distinguono più, ora che sono quasi le nove. E, se quella non è una stella, pazienza; sopra le nostre teste ne abbiamo a migliaia, basta sceglierne una che sia una stella per davvero. Tanto, brillano tutte, perché l'aria è limpida, gelida; sette, otto gradi sotto zero, non oso pensare quando mi toccherà scender dall'auto, tra pochi minuti. E poi la luce blu, un bel blu intenso: quella è una croce, son sicura, anche se da qui, con il mio occhio di lince miope, non vedo altro che un enorme asterisco azzurro. Non ricordo esattamente in che punto si trovi: e dire che qui, di giorno, sarò già passata un'infinità e mezza di volte! Poco più in alto, le antenne, quelle che svettano a poca distanza da quegli obbrobri di cemento e grigiume e sfacelo che sono gli alberghi di Rucas. Un po' di nostalgia ce l'ho: è vero che stasera son qui per camminare, è vero che la fatica non mi mancherà, ma in cuor mio vorrei aver la bici per pedalare fin lassù, perché lassù è squallido, è vero, ma i tornanti della salita a Rucas sciolgono il cuore del più duro degli scalatori; il mio, poi, guai, lo riducono in pappa! Coraggio Gian, sarà questione di un paio di mesi; poi, potrai andare lassù e persino tornare giù senza che il ghiaccio recapiti te e la bici per posta prioritaria e per via direttissima in centro a Bagnolo.

Abbandoniamo l'auto proprio ai piedi della salita che va a Montoso, onde evitare anche un solo metro di inutile pianura. Appena usciti dall'abitacolo, il freddo è pungente e fa venir voglia di tornare dentro, anzi, proprio a casa. Ma sappiamo entrambi che sarà sufficiente avviarci di buon passo per scaldarci un po'. Io indosso una canottiera traforata, una maglietta di pile a collo alto, una felpa ed una giacca Windstopper, tutto rubato all'armadio del corredo ciclistico, un paio di pantaloni lunghi leggeri, calzettoni pesanti e scarpe da trail, oltre ai guanti ed al berretto; nello zaino, ancora un pile spesso e la giacca antivento, più qualcosa da mangiare per l'emergenza fame; Mik pare avere un bagaglio più leggero, a giudicare dal minuscolo zainetto: che abbia liofilizzato il vestiario? Ci son circa otto gradi sotto zero.

Percorriamo un paio di km lungo la salita di Montoso, la rampa iniziale che porta all'abitato di Villar. Saranno circa le nove, c'è ben poca gente in giro; solo i cani, dai giardini, si curano di noi, una scia di latrati al nostro passaggio, di tutte le intonazioni, di tutte le intensità. Tranquilli, non siamo qui per farvi del male; ne faremo solo, come sempre, a noi stessi!
Si chiacchiera, benché a me l'avvio crei come ogni volta qualche problema di fiato, che mi accompagnerà almeno per la prima mezz'ora. Man mano che Bagnolo si allontana alle nostre spalle, vediamo più netto lo scintillio delle stelle, una miriade di stelle, e quello delle luci della montagna; riusciamo appena, di qua, a distinguere il profilo nero dei monti dal cielo, appena meno nero. L'asfalto luccica, come tempestato di brillantini. Ghiaccio, neve.

Lasciamo la strada principale all'altezza della chiesa di Villar, in favore di una via sulla sinistra, dove un cartello indica: "Pra 'd Mill 8,5". Alla luce gialla dei lampioni, la borgata appare ancora più immobile, congelata come l'asfalto che brilla sotto i piedi. Eppure qualche luce alle finestre tradisce ancora un po' di vita; non è così tardi, del resto. Saran passate da poco le nove. Ma è buio, ed è proprio il buio che ci frega. Bel belli, giungiamo ad un incrocio, a sinistra una stradina che va in direzione di Bagnolo, a destra un'altra stradina che sale su. Proprio come quella che sale a Pra 'd Mill. Ma le strade si perdono nell'oscurità e noi, che pure di qua siamo già passati in bici, ci facciamo gabbare come polli. Soprattutto io che qui sono di casa! Sicuro, si deve girare a destra, e allora su per una stradina sconnessa, in mezzo a qualche casolare, qualche albero, il ghiaccio. Già, sarà perché ci tocca viaggiare con gli occhi fissi a terra, che non ci rendiamo subito conto dell'errore. La pendenza sale subito, ma è senz'altro giusto: Pra 'd Mill è una salita arcigna. Latrati di cani che si perdono nel buio, un ponticello sul torrente impetuoso, l'acqua nera come petrolio, la neve a bordo strada. Ancora una vecchia casa, un cancello, un box improvvisato in lamiera ed assi di legno, ma noi si chiacchiera e non ci si pone alcun dubbio. Poi una breve discesa, l'asfalto sparisce; la strada prosegue ma è solo più terra, fango ghiacciato. Sconcerto: e che diamine è successo? Vero, non è mai stata una pista da bowling questa salita, ma così è un po' troppo! Eppure siamo certi di non aver superato alcun bivio; non è possibile che si sia sbagliata la direzione. Proviamo a procedere ancora un po', spaesati e con una certa difficoltà a restare in equilibrio: giungiamo ad un ciabòt, una casetta che pare abbandonata o usata solo come magazzino, oltre la quale la strada muore in mezzo ai rami tetri del bosco. Ohibò. Ma dove diavolo siamo finiti? Cos'è capitato alla strada del monastero? Eppure deve essere questa! L'ipotesi meno assurda è quella di Mik: può darsi che l'asfalto sia stato spazzato via dall'alluvione della scorsa estate; in effetti, da allora nessuno dei due è più passato di qui.

Un po' frastornati e con le pive nel sacco, torniamo sui nostri passi, pur buttando l'occhio e la luce della frontale in ogni possibile direzione che lasci intuire la traccia di un passaggio. Ma no, qui non c'è proprio nulla. Tantovale tornare giù, sarà poco più di un chilometro, e rassegnarsi a percorrere un tratto della salita verso Montoso. Però non siamo convinti... Quasi quasi si potrebbe bussare ad una delle finestrelle illuminate di qualche casa: ma il dubbio è che, nella migliore delle ipotesi, ci venga rovesciata in testa una valanga di improperi. Nella peggiore, che i nostri deretani siano destinatari di una rosa di pallini per uno! Tiriamo mestamente avanti, ripassiamo il ponticello su cui il ghiaccio è spesso ed insidioso. Rieccoci all'incrocio. Però... A dire il vero, la strada che arriva da Villar prosegue ancora, dritto! E se andassimo a veder dove finisce?

Ecco svelato l'arcano. Più avanti c'è un altro incrocio, molto simile al precedente, solo che stavolta è quello giusto, con tanto di indicazione per il monastero. Che imbecille sono stata a non capirlo prima. Ricominciamo da capo: via, svolta a destra, si sale. Altri casolari, altri cani che non gradiscono il nostro passaggio; un altro ponte sullo stesso torrente, altri quadratini di luce. Chissà, da lì dentro, quanti si chiedono ragione dell'agitazione dei quadrupedi in giardino. Penseranno a qualche cinghiale, a qualche volpe nei paraggi. Invece no, siamo noi, in carne, ossa e scintilla di follia. Sempre di buon passo, su un tracciato tutto sommato facile, a parte un po' di ghiaccio: la strada è stata evidentemente pulita. Del resto, ricordo abitazioni disseminate un po' ovunque, a parte poi il monastero al termine della salita: è ovvio che chi abita qui debba avere la possibilità di muoversi, nonostante la neve.

Respiro affannoso, qualche alito di vento, un tappeto di luci dalla pianura che ad ogni tornante compare e poi se ne va, inghiottito dai rami e dal fitto della vegetazione addormentata. Qualche lampione che stride con il buio, la quiete di questo luogo un po' fuori dal mondo; qualche casa con giardino illuminato, chiassoso, quasi offensivo della semplicità del luogo. Poi ci rituffiamo in mezzo alla vegetazione, dove questo nastro d'asfalto sembra essere sorto per sbaglio, e ancora camminiamo, spediti. Ciascuno immerso nei propri pensieri, che viaggiano dal sasso sotto la suola della scarpa ad immagini e sensazioni lontane mille chilometri, che pure arrivano fin qui, chissà come. Le cellule grigie lavorano, lavorano, quasi se ne può sentire il rumore. Finché alzo la testa, davanti una curva, in mezzo al legno nero degli arbusti una grossa macchia color del fuoco, una palla, anzi no, una palla un po' schiacciata. Un attimo di stupore, sì, quasi di paura: cosa diavolo è? Ma sì... La luna! La luna, la luce, una fiamma che accende il ghiaccio fin sotto ai nostri piedi, quasi un'alba improvvisa, ma di un intenso color arancio. Le arriviamo in fronte, le voltiamo la schiena al tornante, scoprendo quasi come se fosse appena spuntato l'asfalto, che fino a poco prima potevamo sentire ma non vedere, che ci tendeva il tranello di una buca o di una crepa senza che noi potessimo difenderci dalla storta. Ora è chiaro come di giorno, senza bisogno di ricorrere al trucco delle luci frontali, che comunque finora son rimaste spente. Nelle notti di neve non serve la luce; basta lasciare che gli occhi si abituino, e presto si impara a distinguere il nero della strada dal grigio della neve; si possono scambiare i rami nudi degli alberi come tentacoli che sembrano proprio muoversi, abbassarsi verso di noi, puntare minacciosi come per ricacciarci indietro. Lo ammetto: se fossi da sola, qui, un po' avrei paura. Non c'è nulla di nulla da temere, anzi, molto meno di quanto ci sia a quest'ora in città... Ma fruscii, scricchiolii, schiocchi, non capisci da dove arrivino, non ti accorgi di dove si allontanino. E l'auto parcheggiata lì dietro la curva non c'entra proprio un tubo, rompe la poesia: però, a pensarci bene, mi sa che la poesia l'abbiamo rotta noi agli occupanti... E pure le scatole! Via, meglio filare... La luna sale con noi, diventa sempre meno gonfia, meno rossa, fino a diventare poi una luna come tutte le lune di sempre, bianca, accesa, quasi banale. Ma la sua luce continua a farci comodo. Case e ancora case, non ne ricordavo tante quassù. Addirittura una cappelletta, orrenda, un obbrobrio, appena prima di una rampa cattiva. Gli ultimi chilometri sono i più severi, anche a piedi. Ne mancano meno di quattro quando, con nostra sorpresa, ci imbattiamo in un cartello di stop. Stop? Che significa? Semplice, significa che la stradina che stiamo percorrendo noi si immette su un'altra strada, evidentemente principale. Significa che c'è un'altra strada che sale da Bagnolo. Possibile che questo incrocio ci sia sempre sfuggito? O forse una volta non c'era lo stop?

Ci ripromettiamo di scendere, al ritorno, a sinistra. Intanto io cerco di mettere insieme i miei riferimenti geografici, pochi ma confusi, e di capire dove può andare a finire quell'altra strada: mi dichiaro in breve sicurissima di una conclusione... Che sarà poi completamente sballata.
Si sale ancora, tra casolari abbandonati o forse solo disabitati 'inverno, fornetti per il barbecue e tavolini nei giardini, di cui s'intuisce solo la sagoma sotto la coltre di neve ghiacciata, numeri civici che pendono da improvvisati paletti, tracce di ruote sulla strada che ora sembra pulita e persino asciutta, ora è ingombra di neve. E' difficile, nella notte, prioettare qui il ricordo di ciò che vedo quando salgo in bici. Le distanze sono a volte dilatate, a volte ristrette, le curve diventano dritte e nei rettilinei si finisce a girare. Non ricordo più nulla dell'arrivo, solo un tratto di strada sterrata, brevissimo, ed un paio di cagnoni grossi e pigri che mi si lanciano incontro dagli edifici del monastero. Nemmeno quelli, a dir la verità, mi ricordo. E' Mik che mi preannuncia una svolta a destra, una splendida vallata: è così, è proprio così; il bosco scompare in un istante, la vista spazia lungo un'ampia vallata, bianca di neve, illuminata dalla luce violenta di una bellissima luna, scintillante nell'aria perfettamente limpida ed immobile di questa sera. Si vede ogni particolare dei declivi, si vede qualche luce, qualche alpeggio sperduto, qualche luogo da eremita che non posso non invidiare. E' uno spettacolo che mi lascia senza fiato, più delle rampe. E le stelle, quante infinite stelle: non ho mai imparato i nomi delle costellazioni, ma ormai cerco ad istinto quelle che hanno quella certa disposizione, quelle che formano una certa figura, son sempre lì, quasi una sicurezza. Lì una fila dritta di tre, laggiù una spezzata di altre tre, un quadrilatero, i famosi Carri. L'asfalto sotto i piedi non c'è più, solo terra battuta ed insidiosissimo ghiaccio; un cartello di legno, modesto, ad indicare il monastero; una vecchia Panda parcheggiata a testimoniare la presenza di qualche anima. Ecco gli edifici bassi e coperti di neve, quasi sprofondati nella coltre bianca; fanno contrasto con la natura del luogo le lucine rosse e verdi del quadro elettrico, il rumore sordo e continuo di un generatore. Nulla muove, nessuno esce, nessuna finestra si illumina, nulla di nulla. Forse nessuno s'accorge di noi. Meglio così, forse ne avrebbero paura: anche se, a ben pensarci, chi avesse cattive intenzioni non credo farebbe tutta questa strada per cercare un bersaglio... E, quando l'avesse fatta, non avrebbe più forze residue per commettere alcuna efferatezza!

Mik è stato più saggio di me, s'è portato gli abiti di ricambio per la discesa. Io no... Ma tanto, conoscendomi, non avrei avuto il coraggio di esporre la mia ciccia al freddo ed al gelo dell'aria notturna! No no, per carità... Mi limito ad indossare uno strato in più, la giacca antivento, e ad attendere qualche momento con il naso all'insù, verso il pendio innevato, grigio così come si vede adesso, e le stelle. Le luci della pianura da qui non si vedono più, ma tra poco le ritroveremo. La breve discesa finale ora è una salita che ci permette di riscaldarci appena un po' dopo la sosta al monastero; mi vien quasi voglia di avvicinarmi alla Panda e tirare su i tergicristallo... Ma si sa che i monaci non hanno gran senso dell'umorismo; rischio che mi lancino qualche anatema, non sia mai!
E' solo adesso, in discesa, che mi accorgo della temperatura non proprio sahariana. La giacca ripara bene, ma il naso fende l'aria gelida e non ne è troppo contento. Se non altro, però, le gambe lavorano e un po' di calore lo mandano in circolo. Chi è ciclista nell'animo è abituato a considerare la discesa come un apostrofo rosa tra la fine della salita e la fine del giro, o l'inizio della salita successiva, comunque un tratto di riposo che scorre via in fretta. A piedi ormai ho imparato che non è affatto così, anzi; la discesa costa fatica, dolore ai muscoli se si è su sentiero, un po' di noia e di freddo se si è su strada e si scende, per forza, lentamente.

Ripercorriamo i quattro km circa prima del bivio che abbiamo notato all'andata: le rampe sono quasi più evidenti adesso, che non prima, quando le abbiamo superate in salita. La luna è ormai alta, le poche case ancora più immobili e silenziose, i pochi quadretti di luce spenti, spariti. Solo più i lampioni e l'asfalto a dirci che siamo vicini alla civiltà. Al bivio, giù a destra, questa volta: chissà se poi si rivelerà davvero una scelta saggia? Magari questa strada non arriva affatto dove vogliamo andare noi; magari al fondo c'è un muro altissimo o un fossato con i coccodrilli e ci tocca tornare indietro... Ma un vero esploratore non teme l'ignoto, soprattutto se l'ignoto si presenta sotto forma di una bella strada comoda che passa tra le case ed offre la vista sulla pianura... Man mano che scendiamo, nell'oscurità si delineano i tetti, poi i muri, poi i cortili delle case, una qui una là; cani che latrano senza sosta, forse più per sorpresa che per minaccia; altre strade che si staccano e vanno verso la montagna, che ci ripromettiamo di provare prima o poi... Magari poi. E lo scampanio delle bestie al pascolo: non avrei mai immaginato che qui, a quest'ora di notte, in pieno inverno, le mucche e le pecore fossero lasciate all'aperto. Eppure le sentiamo e le vediamo con i nostri occhi personali!

La discesa è lunga, noiosa, eppure son questi i momenti che vorrei non finissero mai. In silenzio, lontana da tutto, posso illudermi per un po' che la vita sia tutta qui, camminare, salire, vedere, sentire, faticare, respirare, in questo momento d'inverno in cui si coltivano i sogni o quando i sogni, ormai cresciuti, sono pronti per essere vissuti. Sono serena così, quando sono fuori, al freddo con le dita che piangono nei guanti inutili, una maglia fradicia che mette i brividi, nulla a cui pensare se non il prossimo chilometro, la prossima meta, il prossimo punto di partenza. Lo so che è un atteggiamento infantile, irresponsabile, inaccettabile alla mia età, ma l'ufficio, il telefono, le scartoffie non mi appartengono. L'unico pezzo di carta che mi appartiene è quello bianco, senza quadretti e senza righe, da riempire in libertà tra un'avventura e l'altra. Peccato che la poesia non si mangi!

Mi riporta alla dura realtà un verso indefinibile, quasi la tipica, diciamo così, emissione sonora di chi ha appena concluso una pantagruelica mangiata e, soprattutto, bevuta: vien dal bosco, appena sopra la mia testa... Che cosa possa aver prodotto quell'inquietante suono, lo ignoro; fatto sta che le mie gambe attaccano a fare giacomo giacomo... Affretto il passo e continuo a voltarmi indietro per un po', nel timore che quell'essere imprecisato decida di seguirci con intento minaccioso; Mik, per nulla preoccupato, se la ride sotto i baffi... Lui che è abituato a viaggiare per il mondo, non ha certo paura della sua ombra, come invece ho io! Quante belle avventure ho già mandato a monte per colpa della paura... Però mi vendico quando a prendersela con noi sono i cani, che io adoro... Ma Mik no!

Dopo un tempo interminabile, la strada spunta in un luogo che mi è immediatamente familiare: è nientemeno che lo stesso bivio da cui si stacca la via che abbiamo percorso in salita. Ah, ecco... Si può fare l'anello, dunque! Tutte le mie congetture circa il punto in cui saremmo andati a scendere diventano carta straccia... Ricalchiamo le nostre stesse orme fino a Villar, dove per un attimo mi distrae una locandina che parla di montagne dell'Himalaya: da quando ho preso a divorare i libri di alpinismo, nulla mi sfugge sul tema... E poi l'interminabile drittone, sarà poco più di un chilometro ma non finisce mai. La sagoma nera di un castello, in alto sulla destra; le villette alla periferia di Bagnolo, molte dall'aspetto probabilmente lussuoso nelle intenzioni, ma che a me sembrano solo un po' pacchiane, poi il peso, finalmente la rotonda. A dire il vero, l'unica parte di me che desidera il calduccio dell'auto son le mani: tolti i guanti, mi ritrovo con dieci salsicciotti gonfi e gelidi, come sempre. E non c'è verso di risolvere questo problema; le ho già provate tutte... Pazienza, sotto le coperte si scalderanno. E, mentre Mik litiga con un CD che non vuol saperne di fare il suo dovere, io penso che ancora una sera di quest'inverno, una bella sera di luna e stelle, a Pra 'd Mill ci dovrò tornare.

martedì 13 gennaio 2009

13 gennaio 2009: buon compleanno blog!

Oggi è, o ieri è stato? Siamo a cavallo di mezzanotte... Comunque è, o è stato, il primo compleanno di questo mio blog. Nato quasi per scherzo, per caso, per occupare un'ora buca. E poi ha attecchito davvero! Ed io che non ho mai avuto il pollice verde...

Grazie a chi mi legge, tutti dal primo all'ultimo! E grazie anche a chi mi dà argomenti su cui scrivere, a chi commenta, critica, a chi cita, a chi ride... Un'altra stagione ci attende!

domenica 11 gennaio 2009

6 e 8 gennaio 2009: notturne sulla neve

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: così dicono... In realtà, in questo caso, più che di gioco duro, si dovrebbe parlare di gioco gelido. Ci sono occasioni in cui vorresti tanto che le previsioni del tempo si rivelassero completamente sballate; ovvio che, in quelle occasioni, invece, ci azzeccano con precisione millimetrica, anzi, se possibile, non bastano a rendere un'immagine abbastanza tragica di quel che accadrà. Così è stato nella seconda metà di dicembre 2008 e nei primi giorni di gennaio 2009, da queste parti: neve, neve, e ancora neve, e, tra una nevicata e l'altra, pioggia e ghiaccio, per non farci mancare nulla. Insomma, tempi durissimi per il ciclista incallito, e pure per il podista, il cui osso sacro è seriamente minacciato dall'asfalto scivoloso. Non resta che rinchiudersi in casa e costringere la bici all'immobilità sui rulli: anche lo spirito più vagabondo deve talvolta rassegnarsi a far fatica senza andar da nessuna parte.

...o no? Ma insomma, siamo uomini o caporali? Ci lasciamo annientare così dalla furia degli elementi? Non sia mai! Meno male che, ogni tanto, quando il mio neurone è in pausa caffé, ci pensa qualcun altro, a generare idee folli ed a propormele. La prima vede la luce, luce si fa per dire, il giorno dell'Epifania, uggioso e nevoso quanto basta: e se tentassimo una camminata con un po' di dislivello? Alla proposta generica, Mik allega due o tre ipotesi di itinerari; la mia scelta cade sulla salita da Piossasco al Monte San Giorgio: solo perché Piossasco è, tra i possibili punti di partenza, quello più vicino a Carmagnola; dovendoci arrivare in auto, con questo tempo da lupi, preferisco metter sotto le quattro ruote meno strada possibile.

Detto, fatto; poco dopo le otto, quella sera stessa, siamo al punto di partenza, abbigliati di tutto punto e dotati di scarpe da trail e, per me, anche di bastoncini. Sei chilometri di salita su mulattiera, in mezzo al bosco ed ai pini, affondando, ma non troppo, in una coltre di neve morbidissima, polverosa, quasi asciutta, che infatti non s'infila nelle scarpe, benché arrivi ben presto a salire oltre la caviglia. In salita riusciamo a tenere un buon passo, anche se io sbuffo e fatico, temendo che Mik decida di tener fede, anche a piedi, alla sua indole di scalatore folle e di mollarmi, di punto in bianco, per schizzare su verso la meta. E' pur vero che qui è difficile sbagliare strada... Ma io, lasciata a me stessa, ne sarei capace! E poi toccherebbe mobilitare i soccorsi, l'Esercito, la Marina, la Legione Straniera per venirmi a cercare. Per carità Gian, vedi di darti da fare. Ma il compagno di merende stasera non pare avere intenzioni minacciose. Per mia fortuna, è in convalescenza da malanni vari!

E' un'esperienza strana. Se non avessi fatto, proprio ieri in Liguria, una sorta di battesimo della camminata sulla neve, qualcosa di più dell'attraversamento di un piccolo nevaio, stasera sarei senza dubbio ben più preoccupata, anche se, in realtà, non c'è nulla di cui preoccuparsi. Nemmeno del buio c'è da preoccuparsi; ormai sono anni che vado a correre in ore serali ed anche notturne... Il bosco è immobile, non si sente rumore né suono, solo il fruscio dei rami, solo la neve che di tanto in tanto scivola tra gli aghi, chissà perché proprio in quel momento in cui passiamo. E non sono nemmeno da sola, né lontana dall'abitato. Nonostante tutto questo, non riesco a ricacciare del tutto indietro il timore, semplicemente, di essere qui. Forse per questi pini così alti e così scuri, questi tronchi che si proiettano verso il buio, questi rami che disegnano figure contorte che nella fantasia diventano subito minacciose. Come nelle illustrazioni sui libri di fiabe, quelli che da bambina ho divorato in quantità quasi pari a quella dei barattoli di Nutella. Il bello, però, è che non serve la pila frontale. Il riverbero della neve basta già a permetterci di vedere dove mettiamo i piedi; mi vien da chiedermi da dove arrivi, questa luce... Anche questo fa parte del mistero.

In salita, il freddo non si sente. Anzi, non si sente nemmeno la pendenza. Son talmente impegnata a cercar di stare in piedi, ed a mettere una scarpa davanti all'altra, che quasi non mi rendo conto dei tornanti, delle debili lucine della pianura che si fanno sempre più lontane. Il buio, il silenzio, la vista in "modalità bassa definizione", come ironizza Mik – nessuna pietà per una povera talpa! - creano un'atmosfera sospesa, in cui quasi non mi rendo conto né dell'ora né del luogo né dello sforzo. Però passiamo di tornante in tornante, quindi per forza stiamo salendo. Nemmeno della distanza riesco a dare una valutazione corretta: quando mi sembra ragionevole pensare d'aver percorso più o meno metà strada, un leggero venticello mi fa rabbrividire e lascia intendere che la cima è ormai vicina. Mik conferma; ancora un paio di curve e la strada si perde in un'ampia radura, ovviamente coperta di neve, da cui la vista spazia sulle luci della pianura. Ancora pochi metri dietro l'ultima propaggine del bosco e ci troviamo di fronte l'abside di una piccola chiesetta che, con il beneficio d'inventario della mia mostruosa ignoranza, parrebbe essere romanica. Se il retro è così bello, chissà la facciata: mi affretto a fare il giro intorno a questo edificio di culto bonsai e, come previsto, scopro una splendida struttura di pietra e legno che, se non era così in origine, è stata comunque ristrutturata con cura e gusto, direi.

Fermi quassù, però, non conviene restare: il vento e gli abiti bagnati fanno immediatamente venir la pelle d'oca. Scartata l'idea peregrina di Mik di scendere a valle per via retta, lanciandosi giù dal pendio a mò di bob umani – non mi stupirei affatto di vederglielo fare davvero – ci rimettiamo sui nostri passi, ripercorrendo a ritroso uno dopo l'altro tutti i tornanti. Benché il passo sia svelto, il freddo arriva lo stesso a mordere le ossa e soprattutto le mani, tanto che ho la netta sensazione che qualcuno ci abbia giocato lo scherzo di allungare la strada, dopo il nostro passaggio. Le luci della città son sempre là sotto, lontane, e non ci arriviamo mai, per quanto camminiamo! Le uniche tracce son quelle delle nostre scarpe: mi sa che nessun altro, stasera, si avventurerà quassù. O quasi: ormai giunti alle prime case di Piossasco, incontriamo due loschi figuri, in tenuta non certo montana ma, direi, da struscio cittadino in mezzo alle vetrine, che si avviano verso l'alto. Ma che diamine ci faranno qui, questi due, a quest'ora? Probabilmente, la curiosità è reciproca...
A conclusione di tutto ciò, poco meno di dodici chilometri e poco più di quattrocento metri di dislivello. Soprattutto, benedetto chi ha inventato, per le automobili, il riscaldamento!

Forti dell'ottimo risultato del nostro primo esperimento, due sere dopo, decidiamo di rimetterci in marcia, più che mai fiduciosi. Peccato che, in quei due giorni, la neve non abbia smesso di cadere... Particolare che non sarà irrilevante.
La meta prescelta, questa volta, è sulle pendici del Monte Musinè. L'idea sarebbe quella di andare da Caselette a Madonna della Bassa, un po' più di venti chilometri tra andata e ritorno: se solo la quantità di neve sul sentiero fosse la stessa di martedì scorso. Per fortuna, in un impeto di buonsenso, mi faccio venire il dubbio che non sia così ed opto per gli scarponi da montagna, alti oltre la caviglia, al posto delle scarpe da trail. E' da tempo che ho pensionato gli scarponi, in realtà. Quand'ero ragazzina e partecipavo, qualche volta, a qualche gita del CAI o qualche escursione con mio padre, la montagna per me si basava su due solidissime certezze. Una era il fatto che le uscite su sentiero si misuravano in metri di dislivello, non in distanza lineare, e l'altra era appunto il fatto che "in montagna si va con gli scarponi". Le gare di trail hanno spazzato via entrambi i miei punti fermi: in questa disciplina, infatti, la distanza conta eccome... E la caviglia bloccata non è più un obbligo imprescindibile, ma anzi sarebbe solo un fastidio.
Ma ho il sospetto che, stasera, gli scarponi serviranno eccome. E meno male. Alla partenza, da Caselette, ci è subito chiaro che la neve ci darà del gran filo da torcere. La pioggia caduta nelle ultime ore ha trasformato il tratto iniziale del sentiero in un torrente di acqua e neve marcia, scivolosa, appiccicosa. Eppure qui qualcuno si è avventurato; ci sono tracce di passi e forse addirittura di sci. Poi, man mano che faticosamente avanziamo, l'acqua sparisce, ma la neve è comunque pesante; soprattutto, è tanta, troppa. Avremo percorso sì e no due chilometri ed io affondo già fino a metà polpaccio; se non avessi i bastoncini, sarei già finita faccia a terra chissà quante volte. E la cosa peggiore è che, mentre io incespico e fatico in modo ignobile ad ogni passo, Mik lì davanti sembra levitare sulla neve, leggero ed agile come un camoscio, che in questo frangente mi pare l'animale più adeguato alla situazione: un bel termine di paragone sarebbe l'antilope, ma mi sa che di antilopi nei boschi del Musinè non se ne vedano spesso. Nutro più di qualche dubbio sull'opportunità di proseguire, ma non oso esprimerlo: temo che Mik non prenderebbe nemmeno in considerazione l'idea di tornare indietro. E, comunque, non ho il fiato per parlare. Mi rinchiudo nel mio affannato silenzio, mentre cerco di ricacciare indietro la paura che sento salire su, combattendola con gli argomenti della logica: ma cosa vuoi che possa succedere qui; siamo vicinissimi alla città; è vero che è difficile camminare, ma di certo qua non si resta bloccati; non fa nemmeno così freddo... Però la logica non è mai stata il mio forte e soccombe al pensiero delle mie calze ormai fradice. Vero che gli scarponi sono impermeabili ed alti... Ma sono scarponi da escursionismo, mica stivali da pescatore, ed io qui affondo fino al ginocchio! Mi pare di correre i quattrocento metri ostacoli, ma al rallentatore... Non oso pensare a quanto urleranno domani i muscoli delle gambe, costretti a questo movimento così insolito ed innaturale!

Per fortuna che la luce non serve, nemmeno stasera. Sono nitidissime le luci della pianura, sulla nostra sinistra; se solo l'aria fosse un po' più limpida, dall'altra parte della valle si vedrebbe la Sacra di San Michele.

Quando ormai sono rassegnata al mio destino, all'idea di macinare dieci e più chilometri in questo stato, impiegandoci chissà quante ore, quando ormai ho liberamente scelto di sottopormi al martirio, per la salvezza del mio buon nome di uomo che non deve chiedere mai... Mik se ne esce con un "mi sa che non riusciamo ad andare dove avevo programmato". Trattengo un attimo il fiato, per essere certa di aver capito bene... E poi butto fuori un sospiro di sollievo tale che, per il rinculo, quasi finisco a terra, manco fossi un palloncino bucato di colpo. 'azz... Va bene, siamo qui in mezzo ad un bosco, al freddo, sotto la nevicata e mezzi sepolti, ma se non altro non peggioreremo la nostra condizione! Ed io che già temevo, donna di poca fede, di dover fare ricorso al telo termico, che in ogni caso ho portato nello zaino...

Su una provvidenziale mappa appesa ad un tabellone di legno lungo il sentiero, Mik mi mostra dove siamo e dove andremo: dovremmo percorrere un tratto di sentiero in discesa e raggiungere l'abitato di Almese. Da lì potremo proseguire ancora un po', finché ne avremo voglia, su asfalto. E' solo per darmi un contegno, che non mi metto a far le capriole. Anche perché, in ogni caso, non è finita; bisogna appunto scendere! Riprendiamo a fatica la marcia; mi rimetto a ruota, per sfruttare vigliaccamente almeno le impronte lasciate dagli scarponi di Mik, che mi aiutano un po': l'ho sempre detto, io, che l'acqua e la neve non sono i miei elementi. Questa sarebbe stata una sera da racchette, altro che.

Le uniche orme che accompagnano le nostre sono quelle di qualche piccolo abitante del bosco: lepri e volpi, con tutta probabilità. Saranno loro a provocare i flebili rumori, i fruscii, gli schiocchi di rami che si sentono ogni tanto.
Poco oltre la tavola segnaletica, giungiamo al bivio con la strada che in teoria avremmo dovuto seguire; mi affretto a tirar dritto dall'altra parte, casomai Mik avesse un ripensamento... Tavolini da picnic: allora siamo vicini alla civiltà, anche se poi la strada si immette in una pineta in cui mi è quasi difficile intuire la giusta direzione. Ma poi, una rete, un cordolo di pietra spazzano via ogni dubbio: è la strada giusta, siamo ad Almese. Finalmente, con gran gioia dei miei garretti, l'asfalto.

Ancora un dubbio mi tormenta: ma, al ritorno, dovremo ripassare di qua? E' lacerante... Ma lo tengo per me; se Mik rispondesse di sì, sprofonderei nella disperazione; a volte è meglio non sapere cosa ci aspetta. Me ne preoccuperò quando sarà il momento.

La stradina asfaltata è una ripida discesa verso il centro del paese. Passiamo in mezzo alle case, a giardini carichi di neve, ad alberi ancora addobbati con la veste natalizia. Sono quasi le undici, ma molte finestre illuminate lasciano intendere che non siamo i soli nottambuli, anche se gli altri son più saggi e se ne stanno al caldo delle stufe. Noi, di quel caldo, respiriamo solo il profumo del legno che sbuffa dai camini. Se qualcuno uscisse portandoci una tazza di cioccolata fumante... No, non penso proprio; già i pochi automobilisti che incontriamo ci guardano come se avessero visto due fantasmi. Se qualcuno ci venisse incontro, sarebbe solo per vestire entrambi con un'elegantissima camicia di forza!

Mi sforzo di non pensare ai miei piedi zuppi: calze bagnate, pozzangherina privata in ogni scarpone. Ovvio, sono impermeabili: l'acqua non entra, ma, quand'è entrata, non esce più! Beato Mik che, con le ghette, è rimasto all'asciutto...

Anche nella piccola Almese non manca il capannello di facce patibolari ramazzate fuori dal bar all'orario di chiusura, sulla piazzetta centrale. Passiamo con fare spedito, diretti verso la strada del Col del Lys: come compromesso della serata, sfumata la prima opzione, ci accontenteremo di percorrerne un pezzetto. D'accordo, a mezzanotte faremo dietrofront. Ormai trotto con allegria: poco fa, il mio compagno di viaggio ha sciolto i miei angosciosi dubbi, annunciandomi che a Caselette torneremo via strada asfaltata, via pianura... Fantastico, ora non ho più nulla da temere, se non l'andatura di Mik che, su terreno agevole, prende letteralmente il volo. E meno male che gli scarponi sono troppo pesanti ed ingombranti per correre, altrimenti sarei panata! Mi metto a marciare anch'io alla bell'e meglio, sperando che fiato e gambe resistano ancora un po'... E che qualche abitante delle ville che si affacciano sulla strada, spaventato dall'abbaiare forsennato dei cani da guardia, non ci scambi per ladri e non decida di accoglierci a fucilate! Tocca anche schivare un pilota di Panda che crede evidentemente d'essere un rallysta provetto, a giudicare dalla foga con cui prende una curva sul ghiaccio! Un po' è anche colpa nostra però: non siamo per niente visibili! Meno male che ci sono i lampioni.

Ad un tratto, sulla destra, si stacca un sentiero che punta verso il basso: se ho ben capito, è da qui che dovremmo tornare verso l'abitato. Un paio di fogli scritti fitti fitti, appesi alla sbarra che chiude il passaggio ai veicoli, ci fa però intendere che non sarà possibile passar di lì nemmeno a piedi: per quel poco che il buio mi permette di leggere, si parla di una frana... Ostinati, proviamo lo stesso a superare la sbarra, ma, poco più avanti, ci troviamo di fronte ad un pino a testa in giù. Anzi, probabilmente è qualcosa di più di un pino: è proprio un pezzetto di montagna! Qui mi impunto, le acrobazie non fanno per me, soprattutto perché, a lato della strada, non si vede nulla e, in compenso, si sente lo scorrere di un torrente. Non ho voglia di un gelido bagno fuori programma. Dietrofront, si torna giù per la stessa via, sicura ed asfaltata, da cui siamo saliti.

La discesa, come sempre, è ben più lunga ed odiosa della salita, anche se poi, di fatto, dal giro di boa fino ad Almese impieghiamo dieci minuti. Questa volta, almeno per me, il passo svelto è un obbligo per evitare che il freddo prenda il sopravvento. Dal paese, dove arriviamo intorno a mezzanotte ed un quarto, all'auto, ci sono circa cinque chilometri piatti: e intanto ha ripreso a nevicare, fiocchi grandi, fitti, che si fermano sugli abiti e sulle labbra e sulle lenti degli occhiali, che già imbiancano un po' la strada. Percorriamo un itinerario secondario, uno dei terreni ciclistici di Mik: di sottecchi guardo la montagna alla mia sinistra e mi compiaccio dello scampato pericolo, di non dover più passare di lassù. Il freddo che tanto temevo, soprattutto per via dei piedi bagnati, non arriva: la marcia del resto è molto veloce; ormai siamo entrambi silenziosi e compresi nel nostro desiderio di raggiungere la Opel. Ci vorrà un'oretta, poco più. Dapprima passiamo in mezzo ai campi, alla luce dei lampioni, accanto ad una pista ciclabile che possiamo solo immaginare sotto la neve; poi, ci immettiamo in una borgata. Da lì, la strada cessa di essere illuminata; resta un breve tratto in mezzo al bosco, dove, d'improvviso, nonostante la semi-cecità causata dalle lenti bagnate, scorgo una grossa forma tondeggiante che incrocia la nostra traiettoria, per fortuna ad una certa distanza da noi, e si fionda in mezzo al bosco fino a sparire: quasi certamente un cinghiale. Confesso che, da lì, mi volterò un paio di volte indietro, casomai il nostro occasionale collega di scorribande notturne dovesse decidere di tornare per approfondire la conoscenza...

Ma ormai ci siamo. Un breve tratto di strada statale, ormai coperta da un velo di neve già ferma, e poi attraversiamo una delle vie di Caselette, una bella strada in salita in mezzo alle case: chissà quanti sono i viandanti che di solito, all'una di notte passata, animano la movida notturna di questo paesello... Una cartoleria, un negozio di alimentari, ovviamente sprangati. Il desiderio di una cioccolata calda non è ancora sopito nel fondo del mio cuore, ma mi sa che non ci sia proprio trippa per gatti! Al massimo, a quest'ora si potrebbe trovare aperto un night club... Ma non a Caselette!

L'effetto del caldo improvviso è micidiale. A fatica riesco a riconsegnare Mik vivo e vegeto a Vinovo – troppo suonata anche per rendermi conto che avrei dovuto cedere la guida – e poi, spento il motore sotto casa, prima ancora di riuscire a sfilare la chiave dal cruscotto, mi addormento sul volante. Per fortuna che il freddo mi risveglia dopo pochi minuti: almeno riesco a completare il passaggio al letto... Sono le due e mezza; la sveglia suonerà alle sei. Domani, anzi oggi, è un altro giorno!

sabato 10 gennaio 2009

3 e 4 gennaio 2009 - Col de Turini e dintorni - II giorno

Alle sei e mezza, quando la sveglia ci riporta alla cruda e soprattutto gelida realtà, è ancora buio pesto. Nonostante le abbondanti libagioni di ieri sera, il mio primo pensiero va alla colazione: una fame da lupi! Restano da spazzolare la torta, due yogurt, il formaggio. Forse la mia è più un'esigenza psicologica che non reale: pochi bocconi di panino al formaggio mi saziano già, sul momento... Ma devo convincermi di essere una discarica e buttar giù più sostanza possibile, perché so che, tra freddo e fatica, ben presto avrò dinuovo fame.
Con i preparativi la tiriamo un po' per le lunghe, in attesa di poter partire con un po' di luce. Dalla finestra si vede, dapprima, solo la sagoma nera delle montagne contro il cielo appena più chiaro; poi, pian piano, i dettagli: il pendio della montagna, terrazzato per fare spazio ad un misero orticello, tutto bianco di brina. Trovo il coraggio per aprire l'imposta e fare un paio di foto: la temperatura è siberiana... Non è che potessi attendermi nulla di diverso, del resto. E non posso farci nulla: tocca partire, a meno di volere svernare qui per un paio di mesi!

Faccio scaldare dell'acqua sul fornello per metterla nelle borracce: in realtà, non ha molto senso, visto che né Matteo né io abbiamo alcuna borraccia termica. Infatti, meno di mezz'ora dopo la partenza, nell'acqua galleggeranno già frammenti di ghiaccio.

Sulla carta, oggi ci attende, rispetto a ieri, più o meno la stessa distanza, con meno dislivello; quindi, dovremmo fare più in fretta. Sulla carta. Io però ho smesso da tempo di credere a queste promesse da marinaio del mio collega: lui ragiona su se stesso; da solo, impiegherebbe un'infinità di tempo in meno, rispetto a me; io invece combatto con mille difficoltà. Non sono capace di andare in bici, l'ho sempre detto; qualsiasi cosa mi crea problemi. Matteo si preoccupa all'idea che oggi si rientri troppo presto alla base e che, per questo, io mi possa arrabbiare. E' vero, effettivamente, in condizioni normali, mi secca molto dover fermare i pedali quando sarebbe ancora umanamente possibile percorrere un po' di strada e dislivello in più; ma queste non sono condizioni normali, questa è una situazione disperata! E, pur avendo voglia di pedalare, anzi, pur sentendone la necessità, sono combattutissima. Nello stesso momento, spero di arrivare presto all'auto, spero di arrivarci il più tardi possibile; in ogni caso, quando ci arriverò, sarò troppo intirizzita e sfinita per essere dispiaciuta.

Il peggio che possa capitare, in una gelida mattina di gennaio alle otto, è dover partire in discesa. Poco più di due chilometri, ma dev'essere più o meno come infilarsi degli spilli sotto le unghie. Arrivo giù, alla strada di fondovalle, quasi senza fiato, e mi lancio lungo lo stradone con tutto l'impeto che posso metterci, solo per riscaldarmi. Anche oggi, la pianura non mi riesce antipatica, affatto. Ne abbiamo circa 16 km, accompagnati dal traffico in senso inverso rispetto a ieri sera: già, perché ieri sera gli sciatori tornavano verso mare, mentre stamattina vanno verso monte.

E pensare che, per oggi, Matteo aveva programmato un itinerario che ci avrebbe condotti per ben due volte a quota 1.600 metri... Sarebbe stato da pazzi, anzi, proprio impossibile. Se davvero fossimo saliti al Col de la Cuillole, probabilmente poi io non sarei stata in grado di scendere; insomma, ne sarebbe venuto fuori un bel guaio. Meno male che, tra tutti e due, siamo stati illuminati da un barlume di buonsenso: anzi, per quanto mi riguarda, più che di buonsenso s'è trattato di paura. So bene di non essere così stoica né così coraggiosa; so bene che, alla minima difficoltà, posso non essere più in grado di proseguire. Ho i nervi di pastafrolla, quando qualcosa va storto. Insomma, oggi resteremo più verso sud, sperando in una temperatura appena appena meno spietata di ieri.

Passano i chilometri, arriviamo prima a Touet sur Var, poi a Puget-Théniers: qui abbandoniamo il fondovalle, attraversiamo un ponte ed iniziamo la prima salita della giornata, verso il Col St Raphael. Otto chilometri di salita sempre in ombra, mentre di là, dal versante opposto della valle, la montagna è già illuminata. Pazienza; in salita più o meno ci scaldiamo; l'importante sarà avere un po' di sole nella discesa, ammesso che quella che ci attende dopo il colle sia una discesa. A giudicare da quel che abbiamo visto sulla carta, si tratterà probabilmente di un lungo, lunghissimo tratto a mezza costa, su e giù. Così sarà, infatti. Perlomeno, questa volta la carta indica la strada in bianco, ma con linea continua: non dovrebbe trattarsi di un tratto infernale come quello che abbiamo percorso ieri dopo Utelle, che, ho scoperto solo alla sera, era segnalato con i trattini rossi!

All'attacco della salita, incontriamo un mezzo spartineve: cominciamo bene... Il freddo è pungente; Matteo mette già in azione le ganasce: probabilmente, quelli delle mascelle sono i più allenati tra i suoi muscoli, pure allenatissimi in generale. Pare di potersi aspettare, dopo ogni curva, un po' di sole... Ma ogni volta si tratta di un'impressione, un miraggio, un'illusione. I raggi si concedono solo per pochi metri.



Al colle, imbocchiamo la strada sulla sinistra: proprio come previsto, si tratta di un'interminabile percorso a saliscendi. Interminabile, davvero. Forse anche perché, poco dopo il bivio, incappo in un'altra foratura. Anche questa volta, Matteo interviene a limitare i danni, cambiando la camera d'aria in pochi minuti; io però fumo dalle orecchie per il nervoso e comincio a nutrire seri dubbi sull'opportunità di montare questi copertoncini. E' vero, sono eccezionali quanto a tenuta di strada, ma è evidente che non sono abbastanza robusti per il tipo di percorsi in cui mi lancio di solito. Qui la strada è più o meno integra, ma sporca di ghiaietto e sassolini, come del resto tutte le strade secondarie, in questa stagione. Non posso mica mettere in preventivo una foratura al giorno! E poi è proprio il luogo ed il momento peggiore per essere costretti ad una sosta forzata; fa un freddo da battere i denti, nonostante il sole che qui, finalmente, ci illumina.

Riparto, contrariata ed innervosita; siamo in marcia da poco e già abbiamo avuto un contrattempo... Questa strada non contribuisce affatto a mettermi di buon umore, anzi. Probabilmente, tra un paio di mesi, la potrei apprezzare; saprei godere della solitudine e del bellissimo panorama. Ma oggi proprio non va; questo luogo dimenticato dal mondo mi mette addosso un senso di inquietudine, una voglia, insolita ma irrefrenabile, di arrivare in qualche luogo più caotico, in qualche modo più caldo. Anche il peggiore dei misantropi sente, ogni tanto, il desiderio di trovarsi in mezzo alla folla. Di tanto in tanto, attraversiamo qualche minuscolo paese, Rourel, Toudon, Revest les Roches, ma poi ritornano deserto e ghiaccio sulla strada, da attraversare con la bici per mano. Ghiaccio nelle curve, nei tratti in ombra, ma anche in pieno sole, anche quando si vede il mare così vicino e quindi dovrebbe far più caldo... Ma non è così, non oggi.



Devo essere proprio pesante, come compagna di viaggio: musona come non mai, d'umore mutevole come una banderuola, anche se cerco, nel limite del possibile, di tacere e tenere tutto per me. Finirà, questa strada, prima o poi! Infatti, sì, finisce, dopo almeno una trentina di km, scendendo giù a fondovalle. Ora ci attendono tre brevi salite prima del Col de Braus, che concluderà la giornata riportandoci a Sospel. La prima sale verso La Roquette ed è in pieno sole, tanto che mi tocca fermarmi a levare una delle due giacche: la temperatura sale di pari passo con il mio morale. Ora sì che mi sento bene: le gambe potrebbero girare fino a sfinimento. Riprendo anche un po' la favella, altrimenti poi Matteo penserà che un pelouche gli avrebbe fatto più compagnia, creandogli per giunta meno fastidi! Sono davvero inspiegabili i corsi e ricorsi della mente: se mettessi in un grafico l'andamento del mio umore in relazione al tempo, ne otterrei una funzione simile a quella del seno o del coseno. Anzi, meglio, quella della tangente: tendente ad infinito, nel bene e nel male...

Discesa a Levens, tutto sommato breve e tollerabile. Altra salitella, poco più di 400 metri di dislivello, a Chateauneuf Ville Vieille, e comincia il toto-orario di arrivo: Matteo promette, le quattro-quattro e mezza; io ci aggiungo due ore e mi regolo su quello. Ultimo salto prima del Col de Braus, quello che da Contes ci porta verso L'Escarene. Ci arrivo già intirizzita: il sole ormai ha perso quel poco di vigore conquistato a metà giornata; non vedo l'ora che la pendenza mi permetta di riscaldarmi un po'. Esorto Matteo a godersi almeno questa salita: poverello, mi è stato fedelmente al fianco per tutta la giornata di ieri, sia in salita che in discesa, ed anche oggi... Soffro io per lui, a vederlo mordere il freno, anche se la sua presenza per me è preziosissima.

Avevo la sensazione che la salita al Braus fosse ben più lunga, ricordandomi questo stesso tratto percorso ieri in discesa: ma, come al solito, è la mia antipatia per le discese, che dilata le distanze a dismisura. Si tratta, in realtà, di una decina di chilometri di salita, che diventa un po' più seria dopo Touet de l'Escarene. E' da lì, a sei chilometri dalla cima, che Matteo, dopo aver fatto l'ultimo pieno alimentare – anche se è difficile definire i momenti in cui mangia: è un aspiratore in continuo! - parte a tutta verso la cima. Lo seguo allontanarsi con lo sguardo, mentre io, al contrario, avverto le conseguenze della fame. Anche oggi, ho cercato di costringermi a limitare gli introiti, ingurgitando un paio di barrette ed un paio di gelatine di frutta, più un provvidenziale pezzo di panettone ed un po' di frutta secca rubati alla scorta di Matteo; complici alcune rampe più serie, sento di essere in difficoltà. Mi conforta il fatto che, davvero, è quasi finita: mi distraggo guardando il bellissimo panorama con i colori del tramonto e scattando fotografie ai morbidi tornanti sopra la mia testa. Mangiare ora, a fine giro, sarebbe inutile; tantovale portare avanti l'esperimento fino in cima.



A due km dalla vetta, ricompare Matteo, che è già di ritorno dalla cima. Io ormai arranco, le gambe molli e refrattarie alla fatica. Mi preoccupano i dodici km di discesa fino a Sospel: qui, su questo versante della montagna, c'è ancora un po' di luce, ma, oltrepassato il colle, sarà ombra, nient'altro. Scatto un paio di foto ed indosso tutto quel che ho: coraggio, mezz'oretta e sarà finita. Giù, tornante dopo tornante, cerco avidamente i cartelli bianchi e gialli a bordo strada che indicano lo scorrere dei chilometri. Vorrei riuscire a fare una tirata unica, ma a metà strada mi tocca fermarmi per riscaldare le dita, ormai inservibili sui freni. Ecco, una cosa che ho imparato leggendo i racconti di vicende alpinistiche: battere le mani l'una contro l'altra, pare un'ovvietà ma io non ci avevo mai pensato. Aprire e chiudere le dita non sortisce lo stesso effetto. Qualche istante di puro dolore quando il sangue torna a scorrere fino ai polpastrelli, poi ancora giù, quattro km, tre, due, uno, eccoci a Sospel. Gli ultimi cinquecento metri per raggiungere il parcheggio sono un vero supplizio: quasi tuffo la bici nel bagagliaio e mi rinchiudo in auto, seguita poco dopo da Matteo.

Due giorni splendidi, non lo posso negare, sia per il viaggio che per la compagnia. Però, qualcuno mi ricordi che, per i prossimi due mesi almeno, idee del genere non me le devo più far venire in mente!

3 e 4 gennaio 2009 - Col de Turini e dintorni - I giorno

Secondo gli ambiziosi progetti maturati fin dalla scorsa estate, oggi Matteo, Mik ed io avremmo dovuto essere in Corsica. Avremmo dovuto, per la precisione, partire in traghetto ieri sera, dopo esser giunti al porto, Mik ed io, dal freddo Nord in bici, con il nostro bravo bagaglio sulle spalle, pronti per tre giorni di scorribande ciclistiche sull'isola nonché per il ritorno dal porto a casa, ovviamente sempre a propulsione umana.
Eppure, ora che il mio ingombrante soprasella poggia comodamente sul sedile della Opel e si fa scarrozzare verso tutt'altra direzione, non posso che esserne contenta ed anche un po' sollevata. Per carità, non è che non ci volessi andare, in Corsica, anzi; chi c'è stato, anche da ciclista, sostiene che sia un piccolo paradiso per le due ruote. Però, mi preoccupava, non poco, l'idea di star via cinque giorni in tutto, confidando sulla bici come unico mezzo di trasporto, a parte il traghetto per la traversata, con le temperature siberiane che di solito imperversano a gennaio, soprattutto in questo inverno così assatanato. Insomma, l'avventura non fa per me; io lo dico sempre, che amo far fatica, purché sia comoda! E, in questo caso, comoda non lo sarebbe stata, affatto... Quanto vorrei un maggiordomo, uno come l'Ambrogio della pubblicità dei Ferrero Rocher, che mi faccia da autista dell'ammiraglia mentre vado in giro, mi scarrozzi il bagaglio, mi passi i rifornimenti e mi faccia trovare doccia calda e pasta fumante a fine giro! Sarebbe il non plus ultra.

Va bè, bando alle fantasticherie. Mi sono appena lasciata alle spalle una nebbia fittissima che mi ha tenuto compagnia da Carmagnola a Ceva, in autostrada, e poi da lì ad Ormea; ora finalmente veleggio verso il Colle di Nava: ci sono neve e ghiaccio sulla strada, ma almeno adesso qualcosa vedo. Dovrei essere ad Imperia alle sei; ci arrivo, per un clamoroso errore di valutazione, un quarto d'ora dopo. Per fortuna, nemmeno Matteo spacca il secondo; ha litigato con il parcheggio... E dire che la sua macchinina gli starebbe tranquillamente in tasca, volendo!

Caricati il passeggero, la sua bici, il suo bagaglio; attaccato alla Opel il rimorchio per le cibarie di Matteo, che, si sa, non è di pasto piccolo, partiamo alla volta di Sospel: autostrada fino a Mentone, mentre il cielo comincia a farsi chiaro, e poi un po' di curve fino ad una piazzetta su in paese. Son le sette e mezza quando ci arriviamo: approfittiamo di qualche minuto per fare un po' di colazione, mentre i raggi del sole si danno da fare per consentirci di vedere almeno dove mettiamo le ruote.
Sarà pur vero che siamo a due passi dalla costa, ma a me sembra che qui faccia un freddo boia, né più né meno che a Carmagnola. E' tutto bianco intorno, il parco, gli alberi, le auto intorno, che scintillano come se fossero tempestate di brillanti. L'inceneritore qui al mio fianco sbafa la pasta con la foga di chi non mangia da tre settimane... Quasi quasi temo per l'incolumità del mio braccio destro; meglio trovare il coraggio di scendere, e in fretta, anche: il freddo, in fondo, è un male minore dell'essere vittima di un atto cannibalismo! Che pure sarebbe più rapido e conveniente di un intervento di liposuzione...

Montiamo le bici alla svelta; pochi minuti e siamo in sella. Direzione Col du Castillon: una bella strada ampia, a quest'ora quasi deserta. Incontriamo solo un temerario podista, che, in ogni caso, per esperienza si sta scaldando più di noi. Io ho indossato un bel po' di strati: canotta, maglia tecnica, giacca Windstopper, seconda giacca GoreTex, insomma il festival dei supermateriali, ma batto i denti lo stesso. Ah già dimenticavo: oggi, per l'occasione, i pantaloni lunghi Assos, regalo di qualche anno fa, che ho sempre conservato come una reliquia, usandoli pochissimo. Sono rossi come il fuoco: probabilmente, considerato il mio tonnellaggio, potrei essere scambiata per il Gabibbo!
I rilievi morbidi e tondeggianti della vallata sono ancora indistinti e neri contro il cielo che pian piano si schiarisce; poi s'illuminano di un colore giallo, caldo, che fa da contrasto con la temperatura ancora glaciale lungo la strada in ombra. Glaciale nel vero senso della parola, visto che l'umidità sull'asfalto forma un'insidiosa patina di ghiaccio.
Un bivio e ci immettiamo verso destra, lungo una stradina più piccola e sconnessa, terreno di cacciatori, i cui boati risuonano in mezzo al bosco. C'è persino qualche casa qua e là, davvero fuori dal mondo, anche se non siamo lontani dalla costa. Di tanto in tanto, mi tocca scendere di bici ed attraversare a piedi un lastrone di ghiaccio: Matteo è un funambolo, passa in bici ovunque senza mai nemmeno rischiare la caduta, ma io devo aver cura della mia Ridley nuova e delle mie ossa: ho troppi sogni nella testa, per potermi permettere di finire al traumatologico con qualche pezzo ingessato! No, per carità, non ci voglio nemmeno pensare: per me sarebbe una tragedia.

Il sole è abbastanza alto quando giungiamo al bivio con la strada che, da Sospel, sale direttamente al Col de Braus: bella, ampia, a tornantoni dolci. Sullo sfondo, cime innevate; sulla schiena, qualche raggio di luce che, a dispetto del colore intenso, non vale a riscaldare le membra già intirizzite. Però è pur sempre il sole; non so se sia consuetudine, ma, sul mio morale, l'effetto che ne deriva è di immediato conforto, quasi sollievo. Ricordo qualche lunga notte trascorsa in bici o a piedi: ciò che mi pesa di più non è il freddo né il sonno, in quelle circostanze, ma il buio; il bisogno di luce, ad un certo punto, diventa impellente, quasi urla dentro di me. Al trail Courmayeur Champex Chamonix, lo scorso agosto, l'arrivo dell'alba è stato una sferzata di vigore quando le forze si stavano proprio spegnendo...
Matteo, provvisto di ogni possibile utensile meccanico, oltre che di scorte di cibo tali da aprirci la borsa nera, mi sistema la sella, stufo di sentirmi frignare perché è troppo alta. Proporrò la sua candidatura alla beatificazione, prima o poi: se la merita tutta! Certo che tutto ciò è diseducativo... Sarei in grado di farlo da sola, volendo, ma lasciare che sia qualcun altro a provvedere è molto più comodo!

Si riparte, su verso il colle, in pieno sole. Sei chilometri al colle, salita blanda, tranquilla. Poi la picchiata, si fa per dire, verso L'Escarene, lungo una discesa di una bellezza impareggiabile, una vallata ampia e luminosa, anche se i tratti in ombra dietro le curve sono insidiosi: le lastre di ghiaccio, anche qui, non mancano di certo. Peccato non potermi godere meglio il paesaggio, ma la discesa, come sempre, è il mio cruccio; faccio già anche troppa fatica a badare a dove metto le ruote. Guardo giù con preoccupazione: il fondo dell'imbuto è ancora in ombra... Chissà che freddo farà là sotto!. Ma ci dobbiamo passare, poco da fare. Sfiliamo davanti agli occhi interrogativi di alcuni abitanti di una borgata e finiamo, poco più avanti, a L'Escarene, dove inizia, finalmente, la salita al Col de Turini.

La giornata pare accompagnare: a parte il freddo, il cielo è di un blu quasi sfacciato; non si vede la minima parvenza di nuvola. I primi chilometri sono ostici, per i miei gusti: la strada sale con una lentezza esasperante. Se non altro, però, si riscaldano un po' i muscoli induriti dalla discesa. Gli automobilisti ci danno di clacson, inferociti dal mio vizio di viaggiare in mezzo alla corsia: ma non mi sposto di un centimetro; hanno tutta la strada per loro; che passino, senza rompere troppo le scatole, possibilmente. E che cavolo, non credo proprio che siano tutti affaristi pressati dalla fretta e dagli impegni di lavoro... Certo che non esiste più la Francia di una volta! Almeno qui, dei ciclisti avevano un minimo di rispetto; ora più niente! Mi sento quindi in pieno diritto di ricambiare, con altrettanto affetto, le loro cortesie.



Dopo l'abitato di Luceram, dove mi fermo a riempire la borraccia, dovremmo svoltare a sinistra verso il Col St Roch: un cartello minaccioso piazzato a centro strada ci avverte, però, che la strada è chiusa, sprangata, fermée. E vabbuò. Mentre un gruppo di turisti caciaroni accanto a noi strepita nel tentativo di fare una foto di gruppo, Matteo estrae la carta ed ordina il dietrofront fino all'incrocio: saliremo al Turini via Peira Cava. Agli ordini. Riprendiamo la nostra lenta ascesa in mezzo ai pini marittimi, con la compagnia dei cartelli a bordo strada che ci danno, ad ogni km, la misura della distanza e del dislivello che ci separano dalla vetta. I colori cambiano man mano che si sale, sfumando dal giallo e verde intenso al bianco, al grigio della neve, dapprima un velo sottile sui prati, poi una vera e propria coltre, muri ammassati a bordo strada.

A mezza salita, posso persino permettermi di togliere i guanti, per un po', e scattare qualche foto ai tornanti che si appoggiano l'uno sull'altro, sorretti dai muretti a secco, mentre la vegetazione marittima lascia via via spazio a quella più tipicamente montana. Gran sorpresa quando, oltre una curva, ci troviamo la strada sbarrata da un gregge di pecore: incontro insolito, in questa stagione, ma forse non da queste parti. Ci fermiamo, un po' interdetti: io non perdo occasione per affondare le zampe nel pelo morbido e folto di uno dei cagnoni da guardia, dall'aspetto pacioso, pigro e ben poco interessato alle sorti degli ovini. Si vede, che è un dirigente: lascia che a fiaccarsi le zampe e l'ugola siano due giovani cani Border Collie o simili e si limita a fare da supervisore. Da quest'atmosfera bucolica stile Heidi ci strappa bruscamente il rimprovero di una virago travestita da pastora: in brusco francese, ci ordina di levarci da in mezzo alla strada; vista la frusta, con tanto di nodo in cima alla corsa, che la gentil donzella brandisce con tanto vigore, pensiamo bene che non sia il caso di discutere e ci spostiamo di lato: altrimenti, questa ci spiezza in due!
Non possiamo fare a meno di pensare, Matteo ed io, a quanto scrisse tempo fa, sul forum di Bicidacorsa, il nostro comune amico che oggi, peraltro, ci ha tirato un pacco clamoroso, senza alcuna valida giustificazione. Il buon Mik sogna una compagna che sia all'altezza delle sue prestazioni ciclistiche e podistiche, ossia una ragazza che sia in grado di salire in bici ben oltre i mille metri di dislivello all'ora, e che più o meno, di corsa a piedi, si avvicini ai tempi dei record olimpici sulla maratona. Posto che un essere così, nella realtà, non esiste, concordiamo che la pastora potrebbe essere un buon compromesso tra i due sport: questa qui, messa su un sentiero, i mille metri all'ora se li fuma, e mi sa che può andare avanti per chissà quante ore, altro che maratona! Immaginarsi la scena è un attimo: se Mik fosse qui oggi, leviterebbe come al solito senza gravità lungo la strada, ma, con la sua angelica bellezza, non sfuggirebbe all'attenzione della madama pastora che, armata di frusta, si lancerebbe immediatamente al suo inseguimento... E la storia, di cui censuriamo le scene intermedie per dovere di decenza, si concluderebbe, come commenta serafico Matteo, con l'eterea signora che si lecca i baffi tenendo in mano una tibia del malcapitato, completamente spolpata.

Con le lacrime agli occhi per le risate, fendiamo il gregge, mentre le pecore schizzano a destra e a manca, saltando il muretto come se nulla fosse, sconfinando giù per il dirupo, a sinistra, o su in mezzo alla pineta, a destra. Hanno un bel da fare i cani a contenere la massa entro i confini della strada! Le bestie si spostano tutte verso lo stesso punto, man mano che avanziamo, fino ad un momento critico in cui le teste premono le une contro le altre impedendo il movimento: mi torna in mente quel corso all'Università, sullo studio dei movimenti caotici, che avevo ambiziosamente tentato e prontamente abbandonato; chissà se, pensando alle pecore, avrei potuto capire qualcosa più che nulla?



Va bè, acqua passata, tirem'innanz. Si vede, che è tempo di vacanza: gli automobilisti bloccati dal gregge, anziché inveire, scattano foto, divertiti.
Qualche km ed arriviamo al punto in cui la strada che arriva dal Col St Roch, quella che avremmo dovuto imboccare da Luceram, si congiunge con la nostra: la strada in realtà non si vede, coperta da una spessa coltre di neve. Ecco spiegata la ragione della chiusura!
Ci attendono, da qui, circa sette chilometri di salita dolcissima, quasi un falsopiano, in mezzo ad una splendida pineta ed a muri di neve sollevati dagli spartineve e schiacciati sui bordi. La luce ora è quella grigia, fredda del pieno inverno; la strada in molti punti è coperta di ghiaccio. Mi sembra d'essere stata proiettata in un documentario sulle foreste canadesi! Incontriamo turisti con sci, slittini, snowboard, mezzi indubbiamente più adatti di una bici da corsa, qui, in questa stagione. Ma anche una ciclista!



Qualche foto per documentare l'epica impresa, e poi via in discesa, con somma cautela, per via del ghiaccio. E' giunto il momento che attendevo con terrore; io speriamo che me la cavo. Matteo è sempre a fianco, vigile, consapevole della mia innata e sconfinata capacità di farmi del male. Discesa su La Bollene, interminabile, con la vana speranza che, perdendo quota, si guadagni qualche grado di temperatura. Manco per niente; in compenso, appena prima dell'abitato, sento che la bici procede in modo strano: la mia sensibilità infallibile mi fa pensare d'aver forato la ruota posteriore... Invece ho forato sì, ma davanti.
Ecco. Questo è uno dei contrattempi che mi fa salire più la rabbia, in assoluto. Ho le mani indurite dal freddo, sono infreddolita io stessa, mi inferocisco al pensiero di dovermi fermare... Ma s'ha da fare, non c'è santo che tenga. Prima ancora che possa raccapezzarmi, il mio fido compagno d'avventura prende il controllo della situazione: in un attimo, smonta la ruota, leva il copertoncino, toglie anche la camera, controlla dove si trova il foro. Con mio gran disappunto, questo copertoncino, almeno in superficie, è già un colabrodo: a ben pensarci, è logico; ha una tenuta di strada eccellente, quindi è molto morbido. Per forza che le pietruzze ci si conficcano.
Porto sempre con me qualche pezzetto di camera d'aria per tappare eventuali buchi che possano passare il copertone da parte a parte; Matteo ne usa uno per proteggere, appunto, uno dei buchi più profondi, poi rimonta il tutto e rigonfia. Io mi sento davvero una nullità a stare lì a guardare: sto proprio facendo la figura, che tanto aborro, della femminuccia che non è capace a far nulla se non ha al seguito un ometto... Però io ci avrei messo molto più tempo, già solo per far tornare il sangue nelle dita delle mani! E meno male che questa piazzola su cui ci siamo arenati è baciata da un timido raggio di sole... Riparto innervosita e mezza ibernata. Attraversiamo La Bollene, poi giù verso Lantosque. Un po' di stradone ed ancora salita, da Saint Jean La Riviere verso Utelle: stradone ampio, niente rampe cattive. A dire il vero, pendenze proibitive, oggi, non se ne sono viste; per carità, non è che mi lamenti: va benissimo così! Basta già il freddo siberiano a creare problemi.

Dal paese, uno dei tanti, bellissimi, arroccati sulla montagna, si passa sotto una breve galleria. Mai più mi sarei aspettata quel che poi vedrò all'uscita... "Per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore", avrebbero dovuto scriverlo sopra l'ingresso! Dall'altra parte, l'Apocalisse: non più lo stradone ampio e liscio, ma poco più che una mulattiera, una stradina sconnessa, che l'asfalto l'ha visto forse all'epoca delle Guerre Puniche, che si tuffa con pochi tornanti giù per l'abisso, il fondo del vallone. La superficie ingombra di sassi, sfasciumi, terra, sabbia, e naturalmente ghiaccio, quello non manca mai. Mi assale il panico. E adesso come faccio io a levarmi da qui? Ancora un po' instabile sulla bici nuova, scendo a passo d'uomo, aggrappandomi ai freni come unica via di salvezza, finendo per vedere ben più pericoli di quelli che in realtà ci sono. D'istinto, mi verrebbe da afferrare Matteo e farlo arrivare al fondo del vallone per via diretta; però, mi rendo conto, in un momento di lucidità, che non ho ragione di scaricare alcuna colpa su di lui: l'ho avuta io, la malsana idea di delegare a lui la definizione dell'itinerario... E dire che ormai doveri conoscere il rischio che deriva dal dare a Matteo carta bianca!






La stradina è sempre più sconnessa e difficile; in molti punti, l'asfalto manca del tutto. All'improvviso, sparisce lasciando il posto ad una gigantesca pozza: tocca scendere di sella e passarvi accanto, sulla ghiaia. Ormai è pomeriggio avanzato; luce, non ne resterà più per molto. Il freddo, dopo la breve parentesi della salita, è tornato cattivo, morde le mani, i piedi. Intorno a noi, il nulla più assoluto. E' solo un'impressione irrazionale, dovuta alla lentezza con cui procediamo, ma a me sembra d'essere piombata in questo luogo desolato da un'eternità. E' bellissimo, ma io non riesco a vederlo, tutta presa come sono dalla preoccupazione di capire dove andremo a finire, quanto impiegheremo, se riusciremo almeno a raggiungere qualche baluardo della civiltà prima che venga buio. Da una parte, mi rendo perfettamente conto che si tratta di un'angoscia immotivata, perché, in fin dei conti, mi trovo pur sempre su una strada asfaltata, e il freddo, per quanto faccia star male, non sarà certo tale da far gravi danni; alla peggio, buscherò un raffreddore. Però, la razionalità non è mai stata il mio forte e, in questo momento, fa a pugni con la paura. Mi sforzo di non far trapelare troppo il mio stato di inquietudine, perché è pur vero che Matteo è infinitamente paziente, ma prima o poi si stuferà di dover sempre fare il gregario – meccanico – psicologo – calmante della situazione e mi manderà al diavolo!
A furia di salire e scendere e ancora salire, sbuchiamo su quello che sembra un colle, oltre il quale la strada piega decisamente a destra. Qui il fondo è molto migliore, ma c'è ghiaccio. Ci sembra di dover iniziare la discesa, ma non è così: la serpentina che si vedeva, dal colletto, sull'altro versante della valle, è proprio quella che dobbiamo percorrere noi, e allora ancora su per tornanti. Il mio sconforto ora è incontrollabile... Chissà quanto dobbiamo ancora salire, chissà quando e dove finiremo. Guardo in su, scorgo solo un edificio, una specie di rifugio, in mezzo al nulla, vuoto, silenzio, ombre sempre più lunghe. Non riesco più a spiccicare una parola: chiacchierare sarebbe il modo migliore per esorcizzare la paura, ma la voce mi muore in gola e le gambe, irrigidite dal freddo, spingono i pedali con fatica. La sensazione è quella di dover andare avanti, perché qui non ci si può fermare; dove, non lo so.

A ben pensarci, è proprio assurdo: so che, non appena mi chiuderò alle spalle la porta di casa, alla fine di questa avventura, sarò felice ed orgogliosa di averla vissuta; mentre ci sono in mezzo, però, che sofferenza. Ha ragione Matteo: da queste pazzie traggo grandissima soddisfazione, ma solo alla fine!

Un miraggio: all'improvviso, un paese si materializza davanti alle nostre ruote. Incredibile, ma esisterà davvero? O è solo un'allucinazione? Un paese, illuminato dagli ultimi deboli raggi che quassù arrivano ancora. E poi, la strada che si allarga, si tuffa giù per una valle di una bellezza selvaggia; sembra incredibile, un paese in mezzo al nulla, uno stradone che porta chissà dove, comunque verso il basso, è quel che conta. Cinque o sei chilometri di discesa che ormai affronto stoicamente pur di perdere quota, stringendo i denti anche se il freddo è quasi insopportabile e rende le dita insensibili, rende difficile la frenata. Non mi par vero di giungere a fondovalle. Risaliamo, in direzione nord, qualche chilometro dello stradone che conduce da Nizza verso Isola, St Dalmas le Selvage, i noti luoghi di scorribande ciclistiche estive. Traffico e ancora traffico, una colonna ininterrotta di auto, la maggior parte sciatori che tornano dalle montagne verso il mare; però, una volta tanto, non provo fastidio, anzi. Questa volta, il caos del fondovalle, i clacson, i gas di scarico sono quasi un conforto, dopo interminabili chilometri in mezzo al deserto, reso ancor più vasto e minaccioso dalla mia inquietudine. Chiedo a Matteo se sia proprio il caso di abbandonare questa bella statale: la risposta è laconica, "Se preferisci possiamo andare fino a St Etienne"... C'è ancora una salita, ma la salita è nulla; è la discesa successiva, che mi preoccupa. Sono stanca, ho mangiato pochissimo durante il giro: questa però è stata una mia libera scelta, una sorta di esperimento di cui pago le conseguenze. Una gelatina di frutta, mentre la strada riprende a salire, blanda, dopo che abbiamo abbandonato la statale di fondovalle. Il sole è ormai sceso dietro le montagne, ma Matteo assicura che manca poco, molto poco; una decina di chilometri. Ormai sono rassegnata: non ci credo; non ho alcuna fiducia che in quel minuscolo villaggio verso cui siamo diretti, Villars sur Var, troveremo una sistemazione per la notte. Sto cercando di far accettare a me stessa, in anticipo, l'idea che ci toccherà un bel po' di chilometri in più, fino almeno al paese successivo, Touet sur Var, se non ancora più lontano.

La salita, dolce, finisce all'abitato di Tournefort, bello e curato, ma completamente deserto: non c'è anima viva in giro, e non è ancora del tutto buio. Proseguiamo per un lungo tratto di falsopiano, poi perdiamo quota e giungiamo a Villars quand'è ormai notte. Un paesino minuscolo, deserto: nonostante l'ottimismo di Matteo, io ho la ferma certezza che qui non troveremo nulla, ma proprio nulla, e che dovremo rassegnarci a pedalare al buio ancora per un po'. In sé, non sarebbe un dramma, visto che siamo ben provvisti di luci; è il freddo che ormai non dà tregua, fa star male, nonostante il vestiario più che idoneo. Freddo, stanchezza. Abbiamo macinato fin qui, annuncia Matteo, 127 km e 3.400 m di dislivello, impiegando quasi dieci ore: vuoi per la mia lentezza cronica e per la mia difficoltà in discesa, vuoi per le innumerevoli volte in cui ci è toccato scendere di sella per via del ghiaccio, vuoi per la foratura. Insomma, è evidente; in queste condizioni, distanza e dislivello costituiscono solo una parte, direi una piccola parte, delle difficoltà.

In questo buco di posto non può esserci nulla. Quasi mi verrebbe da dire, lasciamo perdere, mettiamo su le luci, non sprechiamo altro tempo, rassegnamoci a marciare ancora una ventina di km ed arriveremo a Puget, che, se non altro, è una cittadina degna di questo nome. Lì troveremo qualcosa. Ma Matteo mi precede; sulla piazza centrale, punta diretto verso un bar, dove ottiene l'indicazione per una struttura turistica qui a due passi, un "Gite". Lì, dietro la chiesa, oltre una breve scalinata. Il mio fido gregario ci si fionda: chissà da dove gli deriva tutta questa fiducia. Va bè che, per lui, l'idea di fare fiasco e rimettersi in marcia non costituirebbe il benché minimo problema. Seguo di malavoglia: quasi non credo alle mie orecchie quando afferro che sì, c'è posto per noi. Non mi pare vero. Me lo devo far ripetere una volta, prima di tirare un sospirone di sollievo. E' davvero finita...

Quando entriamo nel piccolo appartamento, a seguito della padrona di casa, l'orologio alla parete segna le sei meno dieci. Eravamo in viaggio dalle otto meno un quarto della mattina. Lascio, come al solito, che sia Matteo ad informarsi di tutto: io punto, come un automa, il calorifero e mi ci incollo. Eppure, per quanto incredibile possa essere, la fortuna stasera ha deciso di essere dalla nostra parte: non solo abbiamo trovato una sistemazione per la notte in un piccolo alloggio a prezzo stracciato, no; eravamo convinti di dover saltare cena o quasi, quando la signora ci informa che il negozietto sulla piazza, a due passi da qui, apre alle sei e mezza, sì, proprio tra mezz'ora. Un orario del tutto inconcepibile per le nostre abitudini, che casca letteralmente a fagiolo. Dopo la doccia, ci fiondiamo al minimarket: c'è poca roba, ma noi non abbiamo grandi esigenze; una confezione di Camembert ed una di altro formaggio altrettanto grasso ed appetitoso, da tre etti l'una; due pagnottone della consistenza di mattonelle di cemento; un dolce dall'aspetto mostruosamente calorico, un po' di yogurt, un succo di frutta. La nostra cena e la nostra colazione.

Ci mettiamo a tavola, rinfrancati; man mano che mi si riempe il pancino, anche il morale si riprende. Trovo però sollievo dal freddo solo dopo aver fatto scaldare un pentolino d'acqua di rubinetto ed averlo bevuto a temperatura al limite dell'ustione: certo, una tisana sarebbe stata più gustosa, ma non ne abbiamo.

Ecco, l'unico vantaggio del pedalare d'inverno è questo: le notti sono tanto tanto lunghe; prima della sveglia, abbiamo quasi dieci ore per dormire. E, per quanto mi riguarda, non saranno troppe!

venerdì 9 gennaio 2009

5 gen 09 - Prova percorso trail Rensen 2009

Lo prevede il manuale del perfetto "trail runner", ossia del perfetto corridore in montagna, che però, detto all'inglese, fa ben più impressione: prima di partire per un allenamento, passate in focacceria e strafogatevi con la focaccia più unta e grassa e colante che riuscite a trovare. E noi, che siamo ligi alle regole e mai ci sogneremmo di sgarrare, obbedienti, raggiungiamo a naso la prima focacceria sulla piazza, da cui un meraviglioso inebriante profumo si spande per le vie del centro di Arenzano, e facciamo il carico glicemico, nonché lipidico, prima della grande avventura.

Matteo ed io abbiamo appuntamento, nella via centrale, alle otto in punto, con Lorenzo, il papà del Gran Trail Rensen a cui ho partecipato lo scorso ottobre: la nostra missione, oggi, è provare la bozza del percorso dell'edizione 2009, la versione corta.
Mentre sbraniamo i nostri pezzi di focaccia, osserviamo con un po' di preoccupazione il fatto che la piazza è deserta e che, su di noi, incombono minacciose nuvole nere. E' probabile che questo abbia scoraggiato gli altri candidati alla prova, ammesso che ce ne fossero: stanare qualcuno per correre, si fa per dire, quaranta km su sentiero il 5 gennaio è impresa titanica! Speriamo almeno che arrivi Lorenzo... Ma sì, figuriamoci se non arriva. Pochi minuti e sarà qui; giusto il tempo, per me, di guardarmi un po' intorno, ammirare le case color pastello dalle geometrie più fantasiose, incastrate le une nelle altre per sfruttare ogni metro quadro di spazio disponibile tra il mare e la montagna.

Un attimo dopo, eccolo, anzi eccoli: Lorenzo con il suo bellissimo cagnone, Billi, musetto affusolato, fisico snello, pelo nero con le calzine bianche alle zampe anteriori, sguardo dolcissimo. Da mamma canina estremamente apprensiva come sono, mi preoccupo: ma ce la farà a far tutta quella strada? Ma non si perderà, non si farà male? Ma no, ha già sperimentato ben altre distanze, mi rassicura il suo amico bipede. Può darsi, ma non son così tranquilla per il piccoletto!

Tempo che il GPS al polso di Lorenzo prenda vita, e si parte, di buon passo ma, per fortuna, di passo, in direzione della stazione ferroviaria. Poi svoltiamo a destra, passiamo sul sagrato di una chiesa, dove Billi, al colmo dell'irriverenza, non trascura di lasciare dono del proprio passaggio, proprio mentre un fastidioso altoparlante ci rende, nostro malgrado, partecipi della messa che si sta celebrando all'interno: è un cane ed è pure anticlericale; insomma, mi sta sempre più simpatico! Rimossa ogni traccia, si riparte, su per una scaletta ed un sentiero, di gran carriera e menando la lingua: siamo freschi e riposati, quindi ancora baldanzosi. Ma è appena l'inizio! Mentre il GPS registra fedelmente ogni traccia del nostro passaggio, chiacchieriamo di tutto, di Billi e di trail. Lorenzo è davvero uno spasso, quando ci si mette; fa morir dal ridere! Il sentiero qui è facile, sale in mezzo al bosco, alle pigne, a qualche rovo che attenta all'integrità dei miei pantaloni; mi perdo nei racconti delle avventure corsaiole della guida, badando davvero poco alla strada: del resto, Billi la conosce benissimo; corre avanti e non sbaglia un bivio. Di tanto in tanto, si tuffa in mezzo alla vegetazione; di lì a poco, qualche metro più avanti, un gran trapestio di rami e foglie, un capriolo che schizza via terrorizzato, e Billi dietro, all'inseguimento. Ma per poco: obbediente al richiamo del padrone, torna accanto a noi, esile ma determinatissima vedetta.

Faccio il possibile per tenere alto il ritmo della camminata, per quanto posso: un po' per non fare brutta figura, un po' perché Matteo è sempre lì con gli occhi incollati all'orologio, ha il rientro obbligato per una certa ora e mi spiacerebbe causargli un ritardo.

Di tanto in tanto, il bosco lascia il posto a radure in cui sorgono case che sembrano isolate nel nulla, anche se da qui si vede il mare. Cos'abbia intenzione di riservarci il cielo, non si sa: le nuvole sono gonfie e scure, ma lasciano filtrare qualche pallido raggio di sole. La temperatura è gradevolissima, almeno per me e, credo, per Matteo: siamo reduci da due giorni di bici nei dintorni del Turini, a temperature sempre ostinatamente siberiane. Qui si sale senza giacca!

Gli argomenti di conversazione, che torneranno più volte nella giornata, tra corsi e ricorsi, son di quelli che mi fanno drizzare tutte le antenne: l'Ultra Trail del Monte Bianco, la Abbots Way, il Cro Magnon e tante altre avventure che Lorenzo ha vissuto e di cui io non perdo una mezza parola. Da chi ha esperienze di questo genere, non si può che imparare! Così, tendo le orecchie mentre gli occhi lavorano per evitare le minime asperità del sentiero che bastano, di solito, a condannarmi all'ingloriosa fine della pelle di leone... E non perdo occasione per ficcarmi nel discorso, più impertinente e curiosa che mai.

Il bosco d'un tratto sparisce, per lasciare spazio all'unica ma immensa bruttura della giornata: un gigantesco cumulo informe di cemento, un cantiere qui sul fianco della collina, reti e grigio e macchinari e cartelloni sbiaditi che illustrano la costruzione del complesso residenziale, mostro orrendo. Che sfacelo... L'importante è lasciarselo al più presto alle spalle e riprendere il cammino.

Anche se oggi non c'è tempo massimo né classifica, proprio non riesco a fare a meno di procedere concentrata, occhi a terra: anche perché, se non lo facessi, camminando a questa andatura mi inciamperei ad ogni passo. Troppo poche, così, le immagini che mi stampo in mente. Dei primi dieci chilometri di marcia, però, non posso non ammirare un meraviglioso vallone boscoso, che percorriamo in leggera discesa, mentre sulla nostra destra, giù in fondo ad un gran bel salto, scorre un torrente. Tutt'intorno, boschi incombenti su quello che per me, terrorizzata dalle altezze, è già uno strapiombo; però, che luogo da favola. Poi spuntano le prime case, un albero carico di limoni sgargianti in un giardino, fiori: in questo inverno così rigido e grigio, mi ero quasi dimenticata di quanto potessero esser belli i fiori!
Il sentiero ci conduce dal vallone alla civiltà, sotto forma di un piccolo nastro d'asfalto che si tuffa in mezzo alle case di una borgata, località Chicchelli. In realtà, asserisce Lorenzo, non avremmo dovuto arrivare fin qui, ma oltrepassare la borgata per un'altra via. Però, tutto sommato, questa variante non è affatto male, anzi. C'è un ortolano impegnato con la zappa, a qualche decina di metri da noi: detto fatto, ne sorge uno spassoso dialogo nella parlata locale. Poco sotto, un altro curioso incontro con un personaggio con salvagente a ciambella incorporato sotto al maglione: ci fa notare che, se avessimo preso l'auto, saremmo giunti alla nostra destinazione più in fretta... Ma no, caro il mio Einstein, lo sai che proprio non ci avevo pensato?

Undici chilometri son già alle spalle, quando risaliamo i tornanti della stradina asfaltata, passando accanto ad una mandria di mucche che ci osservano pigramente, senza capire. Non posso dar loro torto; certe volte non capisco nemmeno io. Però qui sono felice, e allora cosa importa capire?

Del percorso del Gran Trail Rensen, che pure ho corso solo un paio di mesi fa, ho un ricordo molto confuso; sarà che, in gara, non ci si può permettere gran che in fatto di osservazione del panorama, sarà che la traccia è ben segnalata e non occorre imprimersi alcuna immagine nella memoria. Fatto sta che stento a riconoscere i tratti che il percorso di oggi ha in comune con quello della mia gara, compreso un lungo rettilineo di stradina asfaltata dove, a ben pensarci, son passata, in corsa, in senso contrario, incrociando gli atleti impegnati nella versione corta del trail. Però, a ben pensarci, è vero: ci infiliamo giù per una scaletta ed oltre un ponticello e poi risaliamo un sentiero buio nel bosco, fino a sbucare sulla stradina. Billi, l'inarrestabile vedetta, si lascia distrarre da una sorta di spazzolone per pavimenti a quattro zampe che trotterella accanto al padrone: maschietti entrambi, si rasenta lo scontro!

Attacchiamo una bellissima salita ripida in mezzo agli alberi, dove i bastoncini, fin qui scarrozzati per me dal buon Matteo, tornano utili. Salgo a testa bassa, negando a me stessa la fatica, piantando con foga le punte dei miei ausili di metallo nel terreno ed aggrappandomici forte, per sfruttare anche la poca forza che ho nelle braccia: non so se si tratti di un vero aiuto o di un banale effetto placebo, ma sembra funzionare. Prima sentiero, terra, sassi, pigne, poi neve, prima qualche placca, poi qualche mucchio più serio, poi il ghiaccio, infido, sulla roccia. Ringrazio tra me e me Lorenzo che mi ha raccomandato i bastoncini. Qui la mia marcia si fa più goffa: sulla neve stento, alla lentezza s'aggiunge la mancanza di perizia; mi spiace creare problemi ai miei compagni di viaggio, soprattutto Matteo che guarda l'ora ogni due centesimi di secondo e si vede, che sembra star seduto sui carboni ardenti. Non riesco ad estorcergli la ragione di tanta fretta di tornare a Genova dietro il bancone del suo negozio, quando sa che oggi ci sarà il fratello disponibile ad aprire e che, comunque, secondo gli originali piani d'azione, poi sfumati, per queste vacanze, lui oggi avrebbe dovuto essere in Corsica... Ma è chiaro, evidente, lampante, che c'è almeno un secondo, un terzo ed un quarto fine: mi sa che la Monica Bellucci s'è improvvisamente scoperta alpinista ed oggi ha promesso di andar da lui a comprare il materiale! Va bè, allora è giustificato.

Il bosco cede il posto al prato, l'erba, definitivamente, alla neve. Il pendio ormai è solo bianco; il vento che soffia più impetuoso e freddo lascia intendere che siamo vicini a scollinare. Dove, non ne ho la più pallida idea; diciamo che, in questo momento, il mio principale obiettivo è cercare di stare in piedi e, possibilmente, procedere. Sono malferma, affondo, insomma, un disastro! Al contrario, Billi scorrazza avanti e indietro, una saetta nera visibilissima in mezzo al manto bianco.

Con mia gran sorpresa, eccoci in un punto che ben ricordo dal trail: la radura che si apre davanti al rifugio di Prà Riundo. Per la verità, il giorno della gara non ho minimamente sospettato l'esistenza di un edificio, lì a pochi metri da me: la nebbia era impenetrabile e le lenti dei miei occhiali bagnate mi rendevano più talpa di quanto già non sia nella vita ordinaria. Anche oggi c'è un po' di nebbia, ma so che non è una minaccia; pare quasi l'effetto della polvere di neve sollevata dal vento. Ad ottobre, in questo preciso punto siamo giunti dopo una splendida salita nel bosco, sotto la pioggia; qui c'era un punto di ristoro. Oggi mi tocca anche resistere alla tentazione di una cioccolata calda al rifugio: ci fermiamo solo qualche istante, per indossare almeno una giacca. Siamo in cresta e tira un vento niente male; la temperatura qui è decisamente in picchiata.

Si vede, sulla sinistra, il mare. Percorriamo un tratto quasi pianeggiante, poi svoltiamo a sinistra, a seguire una pista che io, da sola, non sarei mai e poi mai in grado di scovare. Come facciano i miei due compagni d'avventura a dirigere con tanta sicurezza la marcia, lo ignoro. Sì, è vero, di tanto in tanto c'è un segno colorato su qualche roccia non coperta per intero dalla neve, ma non ne conosco il significato; se fossi sola, mi perderei senza alcun dubbio. Li sento parlare di un passo, di un Rifugio Argentea, ma mi limito a non perdere le loro tracce; l'orientamento, quello ormai è andato.

Lo spettacolo degli alberi innevati a metà mi lascia senza fiato: la forza del vento ha schiacciato la neve, su ciascuno degli sparuti pini cresciuti quassù, sulla metà della pianta, nel senso dell'altezza; ne risultano composizioni dalle forme fantasiose, quasi fossero viandanti che si proteggono con un mantello bianco. Ed anche la neve, sotto i piedi, ora non cede più; è gelata e coperta di aghi di ghiaccio, come gli aculei sul dorso del porcospino. Sullo sfondo di questa morbida distesa bianca, aperta, si intravedono le Alpi, ma per ora si arriva solo al Rocciamelone; il Monviso no, non si vede, celato dal fianco della montagna.





Ci lanciamo, si fa per dire, in discesa e poi nella lunga traversata, anche qui con pendenza leggermente favorevole, verso il Passo Tardia e, in particolare, verso la costruzione in pietra accanto a cui, durante la gara, era stato collocato il punto di ristoro più ricco. Qui ci separiamo: Matteo si lancia giù a mò di valagna lungo un sentiero sulla destra, per arrivare più in fretta giù ad Arenzano, mentre Lorenzo ed io proseguiamo fino al passo e, da lì, a destra, tenendo però il sentiero più dolce, anziché seguire l'impennata verso la cima. Peccato, quella salita sulla destra, la presunta – solo presunta!!! - ultima asperità del Gran Trail Rensen m'era tanto piaciuta!

La pendenza morbida favorisce la chiacchiera; il sole riscalda le ossa e fa venir voglia di togliere la giacca. No, meglio di no: girata la cima, tirerà ancora vento. Da ora in poi, solo più discesa, prima su sentiero, poi su mulattiera, dove mi sforzo di correre un po', per abbreviare l'agonia di Lorenzo e Billi, che non ne potranno più di starmi dietro, a quest'ora! Il mio collega d'avventura mi parla ancora dei suoi viaggi, delle sue corse, dei suoi sogni: gira e rigira, siamo sempre lì... Più o meno tutti con il cuore rivolto alle stesse ambizioni.

La prima parte della discesa è su sentiero sconnesso, sassoso, terribile per me che rischio il volo a pelle di leone ad ogni passo. Poi ci s'imbatte nella visione più stramba dell'intera giornata: una carcassa d'automobile, abbandonata in un punto in cui un'auto non potrebbe mai e poi mai arrivare: c'è solo bosco ed un minuscolo sentiero! Che l'abbiano portata qui in elicottero? Probabilmente sì, ma il motivo resta un mistero. Boh?

Dalla mulattiera si vede bene il mare, il porto di Genova, una nave immensa che se ne allontana. Billi ogni tanto punta qualcosa che solo lui può vedere, e sparisce nel fitto della vegetazione; io taccio ma sento l'angoscia crescere ogni volta... Meno male che il piccoletto poi spunta sempre alle nostre spalle! Ho paura che qualche cacciatore possa fargli del male scambiandolo per una preda, ho paura che possa ferirsi: insomma, l'ho detto, sono una mamma canina apprensiva!

Mulattiera e poi ancora sentiero, che ci porta, fra i cespugli di mirto, fin sotto l'autostrada. Incontriamo un anziano che briga per mettere in moto una motocicletta dell'età della pietra e ci guarda con aria un po' allibita; due personaggi fasciati come mortadelle in abiti dai colori sgargianti, più un cane che, povera bestia, sarà l'unico essere dotato di buonsenso nella combriccola... Infine una scivolosa "creuza" in mezzo a vecchie case e fiori nei vasi di terracotta, la scalinata, la piazza di Arenzano, ora più affollata di gente a passeggio. Il GPS di Lorenzo si arresta sui 39,5 km. Ci salutiamo; gli strappo la promessa di avvisarmi quando deciderà di collaudare il percorso lungo. Poi mi avvio con passo deciso verso la focacceria: è tutto il giorno che trapano i santissimi ai miei fidi scudieri, con la storia che ho fame e voglio la focaccia; è giunta l'ora di dare sfogo ai miei istinti alimentari fin qui repressi. Arrivo di fronte alla vetrina, inspiro profondamente l'inebriante profumo: poi mi volto e me ne vado. Niente focaccia: bisogna imparare a soffrire... Anche questo, lo dice il manuale del trail runner!