mercoledì 7 ottobre 2009

Citazioni da Joe Simpson, "Questo gioco di fantasmi"

Dedicato a chi è abbastanza folle da poter capire perché questi passaggi mi sono rimasti impressi al punto da volerli trascrivere e conservare...

"Non avevo la minima idea di dove stessimo andando. Non avevo la cartina e neppure il fischietto e la bussola. Non ho mai capito come diavolo si usa la bussola. Ho sempre preferito l'altra tecnica, quella di fidarsi di compagni scelti con cura, il tipo di gente che con carta e bussola in mano ti tira fuori da qualunque postaccio".

"Erano gli eroi, i modelli da imitare; uomini che incutevano timore per quello che avevano fatto, per quello che avevano osato tentare".

"L'aura di gloria di cui avevo circonfuso la Walker era scomparsa nell'attimo in cui avevo terminato la salita. La realtà era banale, insignificante. Era come se mi fossi derubato da solo di qualcosa di sommamente prezioso, come se fosse stato profanato un ideale. Sì, una crocetta in più sul libro, un'altra vetta conquistata, un'impresa da ricordare con vano orgoglio. Ma la gioia era scomparsa. Per ritrovarla dovevo inventarmi un altro obiettivo, un'altra salita, un altro ideale da distruggere. Era un circolo vizioso. Dove mi avrebbe portato?".

"In Occidente viviamo in una civiltà della sicurezza, un mondo di vaccini e di tecnologie mediche che promettono la longevità fine a se stessa. Ci insegnano ad essere prudenti, ad evitare il rischio, a costruirci una vita piena di garanzie e certezze, puntellata da pensioni, assicurazioni e quant'altro serve a schermarci dalla verità. Raramente ci dicono di vivere il presente, di prendere ciò che ci piace senza dar nulla in cambio. Nessuna società si fonda su principi tanto egoistici. Ma a volte una malattia, un lutto, un licenziamento intervengono brutalmente a farci comprendere che, a dispetto di tutti i nostri sforzi, nulla è mai assolutamente sicuro".

"Se la memoria potesse ricordare con esattezza l'esperienza passata, non faremmo più nulla. Resteremmo tutto il giorno seduti a fantasticare sul passato. Perché sfidare il presente, se il passato è così gradevole? Ma la memoria, per fortuna, ci è amica. Sfuma le esperienze negative, stempera quelle positive. E quando a valle, nel mondo reale, se così vogliamo chiamarlo, la vita comincia a corrodere il ricordo dell'ultima ascensione, sentiamo che è giunto il momento di tornare ai piedi della parete e rimettere tutto in gioco".

"Il teologo e filosofo settecentesco Jeremy Bentham sviluppò una teoria detta “del gioco profondo”, secondo cui ciò che il giocatore accetta diperdere è del tutto sproporzionato a ciò che può guadagnare. Ciò è vero anche per l'alpinismo: da un lato la vita, propria e dei compagni, la perdita delle dita delle mani o dei piedi, dall'altro il transitorio piacere della vetta, il brivido dell'avventura, la fugace soddisfazione di un desiderio irrazionale. La dipendenza viene dall'impossibilità di soddisfare pienamente il desiderio. E forse il desiderio è radicato proprio nell'assurdità dell'azione. Andare in montagna è così splendidamente vano ed inutile che dobbiamo farlo”.

"Che gusto ci sarebbe a fare ciò che sai di poter fare? Meglio saggiare i limiti: è il solo modo per imparare e migliorare”.

"Loro non potevano sapere cos'era per me l'alpinismo. Avevo cercato di spiegarlo senza nasconderne gli aspetti pericolosi. Se mi fosse successo qualcosa, dovevano sapere che avevo consapevolmente accettato il rischio. Non sopportavo il pensiero che dovessero accettare la morte di un figlio senza avere gli strumenti per comprenderla. Soprattutto, non volevo che pensassero che era stato uno spreco di vita e non arrivassero mai a capire la verità: che l'alpinismo era stato la cosa che più mi aveva fatto amare la vita, che era la natura stessa della nostra attività a rendere me ed i miei amici quelli che eravamo. Le montagne erano parte inestricabile del tessuto della nostra esistenza.
Allo stesso modo, avevo deciso fin dall'adolescenza che non volevo fare le cose che la societò si aspettava da me. Non volevo compromessi di sorta, non volevo sposarmi e mettere al mondo figli, per timore d'esser privato dell'egoistico desiderio di fare ciò che mi pareva della mia vita: vita che era solo una e finiva con la morte e non prevedeva reincarnazioni, esistenze ultraterrene, paradisi ed inferni di sorta. Afferra le occasioni che ti capitano e goditele. Quello era il mio credo, indietro non tornavo".

"In un certo senso, l'alpinista smette di vivere nel momento in cui comincia ad arrampicare. Esce dal mondo dell'ansia per entrare in un mondo in cui non c'è spazio né tempo per tali distrazioni. L'unica cosa che gli importa è sopravvivere al presente. Bollette e mutui da pagare, amici e nemici, tutto svapora nella necessità di concentrarsi su ciò che accade al momento. E' una vita separata, di decisioni semplici, nette: scaldati, nutriti, bada a quello che fai, riposati, abbi cura di te e del tuo compagno, sii presente. Presente, appunto: finché non c'è altro che il presente e non ci sono più paure a minare la sicurezza".

"Quando l'alpinista si muove sul labile confine tra la vita e la morte e sbircia con cautela dall'altra parte, è come se fosse immortale, né vivo, né morto. Quando scende dalla montagna e rimette piede nella vita cerca, senza riuscirci, di comprendere l'esperienza vissuta. Di quelle giornate conserva un ricordo potente e bellissimo, ma non sa dire esattamente che cosa è successo. Sa che qualcosa è effettivamente accaduto, ma non riesce a metterci il dito sopra. Ma con il riprendere del tempo, con il tornare del pensiero al passato ed al futuro, la certezza a poco a poco svanisce fino ad assomigliare al vago ricordo di un fantasma intravisto di sfuggita in fondo ad un corridoio sbiadito. Un tempo sapevamo cosa avevamo visto, non c'erano dubbi sulla sua realtà; ora non sappiamo più con certezza, ora nulla sembra reale. Allora nasce il desiderio di tornare a guardare, per accertarsi di aver visto davvero. Il dubbio batte e ribatte, fino a che ci costringe a partire. Quando le paure corrosive e le ansie del presente ci si affollano di nuovo intorno, ci torna in mente quello stato fuggevole in cui il tempo si era fermato, quei giorni in cui la prospettiva si era fermata a un'altra dimensione dell'esistenza. E desideriamo tornare laggiù".


Joe Simpson, Questo gioco di fantasmi - Collana "I Licheni", Vivalda Editori

martedì 6 ottobre 2009

4 ottobre 2009 - Maratona di Cuneo e dintorni

Nell'immensa moltitudine dei miei inutili neuroni bacati, ce n'è uno, uno solo, più o meno funzionante, l'unico che lotta strenuamente, nonostante tutto, per mandare avanti la baracca. Credo di poter dire grazie a quell'unico piccolo eroe, se ho superato più o meno indenne il traguardo dei 28 anni. Oggi proprio lui, il neurone solitario, ha avuto un moto d'orgoglio, ha ingaggiato una fiera battaglia contro il nemico, in netta superiorità numerica e molto agguerrito; addirittura, inaudito, è arrivato ad un passo dalla vittoria.
Già da qualche mese, da quando ho letto, non ricordo più dove, la notizia dell'evento, ho deciso che non sarei mancata alla prima edizione della Maratona di Cuneo, più precisamente, Ecomaratona del Parco del Gesso e Stura. Non ho ben chiaro il concetto di "ecomaratona", ma si tratta di un particolare del tutto trascurabile; quel che so, per aver dato uno sguardo ad un volantino che m'è capitato in mano qualche giorno fa, è che si correrà quasi solo su sterrato e che ci sarà un po' di salita, per la precisione, 425 m sulla tradizionale distanza di 42, 195 km della maratona.
Solo da qualche giorno, però, intenta alla più o meno conscia ricerca del modo migliore per aggiungere un tocco di follia alla banalità di una corsa a piedi, ho elaborato il piano diabolico: perché non andare a Cuneo in bici? Andata e ritorno, sono 120 km, tutti in pianura, o meglio, in leggerissima salita perché Cuneo sta più in alto di Carmagnola; tre o quattrocento metri che, su quella distanza lì, non si sentono nemmeno. Questioni pratiche da risolvere: dove lascio la bici? Come faccio a portarmi dietro l'occorrente per correre? Problemi esistenziali che ribalto, via mail, all'organizzazione della Maratona. Mi rassicurano: la bici, opportunamente legata presso gli impianti del Parco della Gioventù, dove avrà luogo la consegna dei numeri e dove si troverà il "quartier generale" della gara, dovrebbe essere al sicuro; per il resto, lo zaino potrà restare anche lì, nei paraggi.

La mattana prende corpo giorno dopo giorno. L'entusiasmo è più forte dei dubbi, e poi via: se vado a Cuneo con la bici più vecchietta, non me la toccherà nessuno. Quanto allo zaino, conterrà solo gli indumenti da bici e le scarpe; basta che mi porti dietro la roba più consunta che ho... E nemmeno un eventuale furto sarà poi quella gran tragedia. L'unica circostanza che potrebbe costringermi a cambiare idea è la nebbia: ovvio, si tratta di partire al mattino prestissimo e sciropparsi buona parte del viaggio di andata al buio; la visibilità è condicio sine qua non, altrimenti ho la certezza di diventare parte integrante del manto stradale, o del cofano del bolide di qualche discotecaro ubriaco, ancor prima di Racconigi. E non si tratta di una circostanza così improbabile, quella della nebbia voglio dire: purtroppo, già qualche giorno fa ha fatto mostra di sé al mattino, una coltre grigia talmente spessa da nascondere alla vista, dal balcone di casa, anche il palazzo accanto.
Ma sono fiduciosa. O meglio: resto fiduciosa, finché oggi, sabato, il neurone non tenta il colpo gobbo. Giornata grigia ed uggiosa, me ne vado a correre in collina, non ho troppa voglia di finire sotto il diluvio in bici; se ci finisco a piedi, non me ne preoccupo. Però corro e penso... Ma è proprio il caso? Ma sei sicura, Gian? Guarda che è una boiata... Metti che buchi o che ti capita qualche guasto, rischi di saltare la Maratona; e poi la statale che porta a Cuneo è già da suicidio con la luce del giorno. La bici, vai proprio a cercartelo, il furto. E se poi non trovi un posto ove lasciare lo zaino? Che fai, te lo scarrozzi appresso per tutta la gara? Insomma, non è meglio che lasci perdere?
Il neurone guadagna terreno. Anche durante il sonnacchioso pomeriggio speso a leggere qualche arretrato de Il Sole 24 Ore, non perde occasione per insinuare il dubbio. Ma sei proprio certa che hai voglia di alzarti alle quattro? Ma và, sicuro, che domani c'è la nebbia, con tutta l'acqua che è venuta giù la notte scorsa. Ormai tranquillo, il marrano, ha la vittoria in pugno. Peggio per lui...

"Se davvero ambisci ad una meta, troverai una strada. Altrimenti, troverai una scusa". Anche di questa citazione non ricordo la fonte, ma non ha importanza. L'esercito dei neuroni bacati ha incassato il colpo ed è già passato al contrattacco. Che fai, Gian, ti tiri indietro? Rinunci? Senza nemmeno averci provato? E che essere ignobile vedrai nello specchietto retrovisore, domani mattina, un attimo prima di avviare il motore?

"Allora buona notte mamma, ci sentiamo domani"
"Buona notte, domani che macchina prendi?"
"Nessuna, mamma... Vado in bici"
"In bici?"
"Sì in bici, ricordi, te l'avevo detto no? Ti avviso quando arrivo là". Una banale informazione per lei, che ormai è abituata a qualsiasi follia, ma soprattutto un impegno preciso per me stessa. Sono le otto e mezza di sera, casco dal sonno, ma ho ancora un paio di incombenze da sbrigare. Preparo le luci anteriori e posteriore per la bici, la frontale, le cavigliere ed il giacchino rifrangenti. Prendo lo zaino, ci metto dentro un asciugamano, la divisa per correre, le scarpe da montagna – visto che si corre su sterrato, userò quelle – una maglietta di ricambio per il ritorno in bici, e poi lo zainetto più piccolo, con dentro una giacca, un po' di miele, il telefonino ed il portafoglio, da tenere sulle spalle in gara. E' uno zainetto minuscolo, comodissimo, e mi permetterà di non abbandonare portafoglio, chiavi di casa e telefonino. In più, nel borsello da manubrio metto la catena con il lucchetto, almeno tre chili di metallo che spero basti a dissuadere i malintenzionati, o bongustai, interessati alla mia due ruote. Prima delle nove sono a nanna, con le gambe un po' inchiodate dai ventidue km di corsa su asfalto di questa mattina: lo so, non è l'idea più intelligente che si possa mettere in pratica il giorno prima di una maratona, ma tant'è, sarei diventata idrofoba senza la mia dose quotidiana di fatica.

Il risveglio alle quattro è meno traumatico del previsto. Schizzo giù dal letto, sotto l'occhio assonnato ed anche un po' infastidito di Skipper, che approfitta immediatamente per estendersi anche al mio posto, il suo meraviglioso tartufone ben piazzato sul mio cuscino. Mi precipito alla finestra, combattuta tra la speranza – di trovare nella nebbia una validissima scusa – ed il terrore – di mandare all'aria il mio piano diabolico e tutta la fatica che ho speso per convincermi. Nulla: si vede tutta la fila dei lampioni, luce nitidissima fino in fondo alla via. Il cielo è nuvoloso, niente stelle, ma non c'è aria di pioggia. Bene Gian: hai voluto la bicicletta, mo' pedali. Saresti perfettamente in tempo per cambiare idea e tornare a nanna, recuperando ancora un paio d'ore di sonno... Ma non lo farai.
Colazione spartana: pane e Nutella, ma poco; caffé con miele, tracannato malvolentieri. Sono agitatissima, non certo per la gara; è il viaggio che mi mette ansia. Voglia di partire, paura di buttarmi là fuori. Mentre ci penso, vado su e giù da casa alla cantina, per preparare le ultime cose, con gran gioia dei vicini, del resto ormai avvezzi al mio nottambulismo. Pantaloni ¾, due magliette con le maniche corte, il giacchino girato al contrario, per fare anche da scudo antivento sul torace; manicotti, guanti, scarpe vecchie, frontale in testa. Chiudo il cancello, salto in sella: si parte.

Manca poco alle cinque e mezza: si sente qua e là il motore di qualche auto, il fruscìo del passaggio in lontananza. Le vie sono illuminate di luce gialla dei lampioni, tanto che quasi non sembra d'essere ancora nella notte: ma non bisogna che mi lasci ingannare; so bene che, appena fuori città, sbatterò il naso contro la mia cronica difficoltà di vista notturna. A poco servono le luci, anche potenti... San Giovanni, la Bossola, la rotonda illuminata a giorno; Carmagnola è alle spalle, ora si parte davvero. Ho il cuore che scoppia: non è la fatica, è l'inquietudine che sempre mi assale quando viaggio, in bici o a piedi, al buio. Forse è il neurone saggio che tenta il tutto per tutto, che mi fa sentire auto inesistenti che arrivano veloci alle mie spalle, che mi irrigidisce i muscoli nel timore di saltare in una buca o su un ostacolo che non sono riuscita a vedere. La campagna è nera e silenziosa; davanti a me, il cerchio di luce della pila frontale serve solo a darmi l'illusione della vista. Eppure devo pedalare, sbrigarmi il più in fretta possibile, anche se questo non varrà ad anticipare il sorgere del sole. Prima delle sette, non ci sarà luce.
Con il cuore in gola e le mani ben salde sul manubrio, nonostante lo zaino enorme che punta in modo del tutto asimmetrico sulla schiena, mi costringo a procedere per piccoli traguardi intermedi. La rotonda della circonvallazione di Racconigi: adesso qui, sulla circonvallazione appunto, posso contare per qualche km su un asfalto liscio, quasi perfetto. Peccato solo non avere gli abbaglianti, per restituire la cortesia a quei maledetti, pochi ma dannosi, che, incrociandomi in auto, nemmeno si sognano di abbassare i fari. Per lunghi istanti, finché non mi passano accanto, io resto cieca, senza poter vedere nulla di quel che c'è davanti a me. Anche la discesa dal cavalcavia diventa un brivido... E non di freddo: se c'è un problema che questa mattina proprio non si pone, è il freddo.

Dai Gian, è vero che è buio pesto, ma in fondo è quasi l'alba. Devi solo riprendere l'abitudine al fatto che il sole sorge tardi, non è più la pacchia di giugno. Le auto parcheggiate, di tanto in tanto, a bordo strada in luoghi e situazioni equivoci... Tira dritto Gian, non guardare. Strani incubi nascono dalle tenebre; ho la sensazione che tra poco qualcuno mi affiancherà in auto, minacciandomi, "Tu non hai visto niente, chiaro?". "Chi, io? Io non c'ero, e se c'ero, giuro che dormivo!".
L'asfalto tra Racconigi e la rotonda di Cavallermaggiore è il mio spauracchio peggiore. Tutto buche, fessure e gobbe, rattoppi fatti male e rattoppi dei rattoppi, nessuno che abbia nemmeno lontanamente pensato di spianare un po' la strada. Non sempre posso scegliere la traiettoria; qualche auto in giro c'è, anche se, così, a naso, mi sembra di essere ben visibile, visto lo sconcerto di chi rallenta a dismisura prima di incrociarmi o superarmi. Quindi, a volte mi tocca affrontare di punta l'ostacolo, sperando di non bucare e, possibilmente, non cadere. Cavallermaggiore, il piazzale della discoteca Evita: ci sono solo più alcune auto ordinatamente parcheggiate nei pressi dell'ingresso; credo che ormai dentro restino solo più i dipendenti. Troppo tardi, o troppo presto, anche per il più incallito degli animali da pista da ballo.

Nel rettilineo prima di Savigliano, un momento di panico: i fari di un'auto vengono verso di me, in lontananza... E poi si spostano pericolosamente verso la mia corsia: urca, qui son fatta... Invece no, il marrano imposta la curva e svolta in una viuzza alla sua destra. Scampato pericolo, una dose di adrenalina in più per le gambe. La città mi elargisce dieci minuti di risparmio della luce frontale, grazie a quella dei lampioni; qui c'è già un po' di fermento, qualche auto in più.. Ancora buio pesto e senza stelle, compagnia dell'interminabile rettilineo fino a Genola: la punta di una delle scarpe da corsa ha trovato alloggio proprio in mezzo a due costole... Ma non ho tempo di fermarmi a sistemarla, e nemmeno voglio interrompere questo precario equilibrio di sensi e di mente che ho faticosamente raggiunto.

Oltre Genola, il cielo mi sembra appena un po' più grigio. Vuoi vedere che... Sta per diventare chiaro?

Raggiungo Levaldigi quando il campanile segna le sette in punto; qui metto per la prima volta il piede a terra, visto che non mi pare il caso di bruciare il semaforo rosso su un incrocio cieco. Sfilo poi accanto all'aeroporto, mentre la mia inquietudine pian piano se ne va via con il buio della notte. Ora la mia unica preoccupazione è pestare sui pedali; devo arrivare a Cuneo entro le nove e non si sa mai... Macino come un frullatore, 34xnonsocosa ma è la terzultima coroncina verso destra; Centallo e l'infinito rettilineo successivo, che mi ricorda un po', fatte le debite proporzioni, gli infiniti stradoni che si vedono nelle foto della RAAM, solo che là non ci sono i cartelli "Vendesi pere, mele, kiwi", e forse nemmeno le rotonde, chissà.

La Michelin, il cavalcavia, la zona industriale; punto decisa verso il ponte basso. Lo spettacolo delle linee di Cuneo e del maestoso Viadotto Soleri è un paesaggio da cartolina, anche in una giornata così grigia ed indefinibile come oggi. Trovo le frecce che mi guidano verso una parte di Cuneo a me ancora sconosciuta: i campi sportivi di via Parco della Gioventù. Due gentilissimi personaggi della Protezione Civile mi spediscono diritta al punto di consegna dei pacchi gara, che poi è anche il piccolo bar: ecco, un buon posto per abbandonare la bici, ci sarà gente tutto il giorno qui, e c'è anche la tenda dei militari. In quattro e quattr'otto, i miei dubbi sono fugati: ritiro il pacco gara e scopro che c'è anche un ampio locale spogliatoio, dove potrò lasciare lo zaino. Così, in men che non si dica, cambio aspetto: maglietta, pantaloncini corti, scarpe da corsa, zainetto sulle spalle; numero 217, mi avvio verso la scalinata che porta su, verso il centro città, verso Piazza Galimberti. Con un occhio di rimprovero ai podisti che, a dispetto del loro nome e del loro ruolo, si imboscano nell'orrendo ascensore. Mamma mia che obbrobrio... Proprio necessario?

Piazza Galimberti è già in fermento, e non sono ancora le nove. Gente indaffarata a tirare su due o tre archi gonfiabili, atleti che già corricchiano, si scaldano, si stiracchiano. La mia prima missione, dopo aver dato uno sguardo reverenziale tutt'intorno alla piazza che per me è la più bella al mondo, è il raid alla Panetteria Buschese: si sa mai che sia aperta anche la domenica mattina... No, mannaggia, purtroppo non lo è, o per fortuna, altrimenti ne sarei uscita gonfia come un pallone. Tento un paio di vasche in via Nizza, un occhio svogliato alle vetrine, un altro a caccia di banconi di pizze & focacce... Macché, nulla di nulla, il coprifuoco; tutto chiuso, anche la maggior parte dei bar.
Torno in piazza, addocchio una panchina, mi stiracchio un po' anch'io: non certo perché pensi che possa essere utile, solo per ammazzare il tempo. Tira di qua, stendi di là e butta l'occhio a destra ed a manca. Mi fa ridere, poveretta, una madama anziana a cui evidentemente manca qualche venerdì: mi avvicina, tutta preoccupata, mi parla in Piemontese, chiedendomi se tutti quelli che si trovano nella piazza debbano correre. Lì per lì le rispondo di sì: allarmatissima, mi spiega che "Io ho più di settant'anni, non ce la faccio a correre, ho già corso abbastanza nella mia vita! E poi qui c'è tanta gente anziana che non può mica correre!". Trattengo a stento le risa, la tranquillizzo: "Ma no... Solo quelli vestiti da corsa devono correre". Ancora qualche giro intorno alla piazza; mi sposto al sole; qui ferma ho freddo, nonostante la giacca. C'è gente che è qui da un'ora abbondante, in canottiera e basta; in effetti, sono l'unica che si sia portata appresso lo zainetto. Ma che importa... Io ho bisogno della mia copertina di Linus, del mio carapace a marchio Camp, della mia giacca impermeabile anche se oggi pare proprio che non pioverà.

Quando finalmente apre la griglia di partenza, alle dieci meno venti, mi c'infilo quasi subito: non certo per spirito agonistico, ma solo perché fuori il tempo non passa più. Da dentro, sento già l'atmosfera... E mi rassegno, solo qui, a togliere la giacca.
Mentre mi guardo distrattamente intorno, la folgorazione. Jeans e giacca gialla, berretto con visiera in testa... Lì, tra il pubblico, è Marco Olmo! Nientemeno... La tentazione di andare a salutarlo è fortissima, ma a che titolo? Non gli ho mai rivolto la parola e nemmeno oserei farlo; cosa potrei dirgli io, che non abbia già sentito mille volte da chiunque? Ma no... Gian, lascia perdere, lascialo tranquillo, non essere importuna. Mi accontento di partecipare al fragoroso applauso che lo accoglie sul palco, ben più caloroso di quello che tocca al Sindaco, poverello! Del resto, con una figura quasi mitica come quella di Olmo non si può competere.

Al Sindaco tocca il conto alla rovescia: con tanto di sparo, in un attimo siamo già partiti. Quanti saremo? Cento, centocinquanta, non saprei. Personaggi di tutti i generi, più o meno in forma, abbigliati con capi più o meno tecnici e colorati. Non posso fare a meno di apprezzare subito questa partenza così tranquilla: fin da subito, c'è gente intorno a me che si dedica con più foga alla chiacchiera, che non alla corsa. Smanio per trovare subito il mio punto di riferimento, qualcuno che mantenga un'andatura regolare, tranquilla, da poter seguire senza pensare.
Un breve tratto di asfalto e poi, in discesa, si entra nel parco, lungo una strada sterrata. Come sempre, sono già nelle retrovie, ma non me ne preoccupo: l'importante è dosare le forze; 42 km possono essere terribilmente lunghi. Sterrato e veri e propri sentieri, con tanto di fango, pozze residue dai recenti temporali, ciottoli tondi di fiume; corriamo ora in mezzo a prati, ora tra la vegetazione fitta, con tanto di rovi a minaccia dei polpacci. Non è che ne sia proprio felice: comincio a capire cosa sia, un'ecomaratona, ed il mio primo pensiero è che, a me, correre su una superficie diversa dall'asfalto non è mai piaciuto. Sarà anche vero che è meno traumatico per le giunture, perché l'appoggio è più morbido, ma io rischio di inciamparmi ovunque, ancor più se vado di fretta.
I passaggi in mezzo al bosco mi nascondono la vista di chi mi precede e mi danno l'idea di essere completamente sola, ma non è così; non appena guadagno qualche metro di visibilità, mi accorgo che un buon gruppo è sempre lì davanti, a pochi metri. In particolare, i due podisti che corrono in coppia e che ho individuato come punti di riferimento. Corrono più di me, ma ai ristori si fermano, e lì li riacchiappo. Già, i ristori: acqua, sali, the, Coca Cola; frutta secca, banane e crostata dall'aspetto molto appetitoso, che però non ho voglia di assaggiare; meglio ripiegare su qualcosa che non impasti la bocca. Per ora, mi basta il miele che mi sono portata dietro, quindi bicchiere di Coca e via.
C'è persino un po' di pubblico, gente in bici ed a piedi, che applaude ed incita. Corriamo a tratti proprio accanto ad un fiume, che, a naso, potrebbe essere il Gesso, visto che, secondo i miei incerti calcoli, lungo la Stura passeremo più avanti. L'alternarsi continuo di salitelle e discese non permette al cuore di assestarsi su un ritmo costante, ma, se non altro, dà alle gambe un po' di respiro; non corro il rischio che i muscoli si irrigidiscano ripetendo sempre lo stesso movimento. Però, km 15, km 20, devo rallentare un po', perché sto esagerando: ora sì, mi sembra di star bene, ma una mezza maratona è ancora lunga, lunghissima.
Ogni tanto mi sorpassano gli angeli custodi della corsa, muniti di mountain bike e bandierina: che assistenza! Un vero lusso, e tutti sempre sorridenti, disponibili.

Sento la faccia polverosa, incrostata di sale: effettivamente, nella concitazione dell'arrivo a Cuneo in bici e nella fretta di spostarmi verso la partenza, in Piazza Galimberti, non ho nemmeno pensato di sciacquarmi un po' la faccia. Magari, se più avanti vedo una fontanella...
Riprendo più o meno consapevolezza dello spazio quando la strada sterrata ci porta dritti verso il ponte basso: per un attimo, stento a riconoscerlo; eppure sì, è lui, e appena dietro si vede già il Viadotto Soleri. Impressionante: più mi ci avvicino, più gli archi ed i pilastroni si fanno imponenti, maestosi; nulla a che vedere con quelli della nuova strada, credo di poterla chiamare circonvallazione, costruita più avanti. Archi immensi che mi fanno volgere il naso per aria, a serio rischio di ruzzolone. Le mie due lepri sono sempre lì, poco più avanti, sempre un po' più vicine. Uno dei due soffre un po', l'altro allunga e poi si volta.

Troviamo un ristoro in un breve tratto di asfalto, poi si inizia a salire. Ed anche a preoccuparsi, almeno per quanto mi riguarda. Sento all'improvviso una stanchezza esagerata, le gambe che si induriscono; corro, corro, ma chissà ancora per quanto? La salita, dapprima leggerissima, è logorante, ma non posso certo pensare di mettermi al passo, già qui. Il 25° è passato da poco... Dai, Gian, sono ancora 17 in fondo. E' più o meno come se tu uscissi adesso di casa per uno dei tuoi giri lunghi, solo che esci con un po' di fiacca addosso. Quante volte t'è successo? Ebbene, non hai mica rinunciato, giusto? E allora vai, forza.

In un tratto di rettilineo, incrocio due assistenti in mountain bike e, subito dopo, una specie di missile con le gambe: ecco il primo! Strano, però. Non ho idea di che ora sia, e nemmeno lo voglio sapere, ma ho la sensazione che sia già tardi; vero che si tratta di una corsa molto più impegnativa di una tradizionale maratona, ma come mai i primi passano qui solo adesso? E di strada da fare ne hanno ancora un po'! Altri missili a ruota, uno, due, poi a gruppetti, sempre più gente man mano che procedo. In questo tratto, il percorso è andata e ritorno. Bisogna stare attenti a non intralciare la traiettoria di chi arriva incontro, ma anche a non storcere malamente i piedi tra buche e sassi, che qui certo non mancano. Che invidia per questi fenomeni che tra non molto saranno oltre l'arco d'arrivo... Lunga serie di soli uomini, poi la prima donna; è tutto un incitarsi a vicenda, un urlo, "Bravo", cacciato fuori a forza anche se il fiato che resta è poco, non va sprecato. Qui le rampe sono sempre più ravvicinate ed anche cattive, tanto che affrontarle di corsa diventa quasi un punto d'onore. Io ci provo, ma sento di essere al limite; chissà se e quanto reggerò ancora, così. Mi rincuora il fatto che, pian piano, raggiungo e supero qualche avversario, qualcuno che forse ha speso troppo nei primi chilometri e adesso paga gli effetti del dislivello. Vero, non si può certo dire che 425 m in 42 km siano tanti... Non lo sarebbero affatto, se si trattasse di camminare, ma lo diventano eccome, se si vuole a tutti i costi correre. E' una pena: cerco di distrarmi, di pensare ad altro, ma il cuoricino fa male, come se un oggetto appuntito premesse contro il petto; respiro a fondo ma l'aria non entra, attacco le salitelle solo per poi prendere un po' di fiato nella successiva discesa. Ancora sentiero, buche e sassi, curve secche ed il canale d'irrigazione che scorre accanto, impetuoso, d'acqua limpida, verrebbe voglia di fermarsi e buttarci le mani, la faccia. Peggio mi sento e più cerco di correre, quasi a voler mettere fine a questa fatica insopportabile; meno male che c'è un punto di ristoro... Una scusa per un bicchiere di Coca e qualche passo più lento. Per la verità, le due rampe successive le affronto al passo: inutile, sono troppo ripide; se anche corressi, non ne avrei beneficio in velocità e mi massacrerei inutilmente i muscoli. Quel che conta, però, è che le facce che incontro adesso, di quelli che han già superato il giro di boa, sono sfatte e stravolte dalla fatica, più o meno come immagino sia la mia: significa che non sono più lontana. Lontana da cosa, poi? Dal punto in cui si torna verso Cuneo, mancano ancora più di dodici km... Non importa, è uno dei tanti traguardi intermedi. Ci arrivo e già mi sento più leggera; schizzo indietro, gambe in spalla, anche se è l'euforia a farmi credere d'essere tornata pimpante; le gambe, poverette, fan quel che possono. Incontro gli stessi che ho superato prima, ed ancora parecchia gente al seguito; toh, non sono nemmeno poi così mal messa come posizione, voglio dire, può darsi che io non arrivi proprio ultima. Ma che importanza ha? Conta arrivare...

Il sole è più caldo adesso; la sete si fa sentire. Un po' di miele, ancora un bicchiere di Coca al ristoro, poi via, si sa che una stessa strada, percorsa al ritorno, sembra sempre più breve rispetto all'andata. Pian piano riemergo dal fitto della vegetazione; si torna verso Cuneo. La mia lepre ora è un podista con la canotta rossa: dei due corridori che inseguivo prima, uno è rimasto un po' indietro, l'altro ha proseguito per conto suo. Incrocio l'ultimissimo concorrente, scortato da due assistenti in bici, poco prima del cartello del 35° km. 35... Fantastico Gian. Ancora 7, solo più 7. Come il giro di corsa che fai in pausa pranzo quando hai proprio poco tempo. Ce la fai, sicuro che ce la fai. La canotta rossa è sempre più vicina; guadagna qualche passo solo quando io mi fermo qualche secondo, proprio per inginocchiarmi ed immergere mani e faccia nell'acqua del canale. Troppo forte la tentazione... Ma quanto possono diventare difficili, in momenti come questo, anche le azioni più banali, tipo, appunto, inginocchiarsi!

All'ultimo ristoro, ancora Coca ed una fetta d'arancia; qualche centinaio di metri dopo, il podista fuggiasco è agguantato. Proseguiamo insieme ed insieme raccattiamo qualche altro avversario: anche il secondo podista della mia coppia di lepri... La strada, sempre sterrata, risale ancora; facciamo lo slalom tra le anime dolenti, ma dolentissime sono anche le mie gambe, che ormai attingono vigore solo più dalla voglia di arrivare. Chilometri eterni, su e giù ed ancora su, ponticelli, collinette, i raggi del sole finalmente caldi, il profumo di una catasta di legna e l'odore pesante, carico di umidità e muffa, del depuratore. 40: quasi non ci credo, sono proprio al lumicino. Corro, perché non si può mollare qui, ma il podista della canotta rossa ne ha più di me. Allunga un po', mi incita: no... Ti ringrazio, vai se puoi; io qui non ce la faccio, se accelero combino un disastro. Le gambe sono stanche, ma è il fiato che è al limite, il cuore come schiacciato. Dai Gian, è finita davvero, corri, non puoi mollare qui, ma quanto possono essere lunghi due km... Sorpasso ancora un paio di persone. Poi l'asfalto, la voce dello speaker che annuncia i nomi di chi raggiunge il traguardo. Che ora sarà? Non he ho idea, ma sono quasi certa che siano passate almeno cinque ore dal via. L'ultima curva, l'arrivo, finalmente, più una liberazione che non una gioia. Due chiacchiere con il podista della canotta rossa, che negli ultimi 500 m è scattato avanti per raggiungere la moglie; poi oasso oltre. Solo per caso mi volto indietro, alla ricerca di un banchetto con qualcosa da bere, ed altrettanto per caso guardo il cronometro a caratteri cubitali, fissato proprio accanto all'arrivo: 4h 12'. Strabuzzo gli occhi, chiedo l'ora ad un podista accanto a me: eppure sì, sono proprio le 14.12. Beh che dire... Non è certo un tempo fenomenale, ma è una gran soddisfazione per me che, proprio nella migliore delle ipotesi, avrei potuto pensare di impiegare quattro ore e mezza. In preda all'euforia, metto il telefonino alla frusta: messaggi a destra e a manca, telefonata alla mamma... E ad Ivano, che avrebbe voluto assistere all'arrivo, ma che mai si sarebbe aspettato, manco lui, un simile exploit.

Gli spogliatoi distano dalla zona dell'arrivo forse trecento metri, una breve camminata che mi permette di sciogliere un po' i muscoli. Poi la doccia e, in quattro e quattr'otto, torno nei panni della ciclista. Un piatto di pasta, veloce e graditissimo, in compagnia di Ivano che nel frattempo è arrivato in bici; quattro parole, poi si riparte. Non devo lasciar passare troppo tempo: già così, mi rendo conto che, se sto ferma in piedi, sento quasi subito sopraggiungere quel senso di stanchezza immensa, di testa che gira, insomma, la cotta.

Saluto il buon Ivano, che non nasconde d'essere un po' preoccupato: "Stai attenta, non fare cavolate, non sei lucida"... Ivano, quando mai io sono stata lucida in vita mia? Gli lascio gran parte del pacco gara: nel mio zaino riesco ad infilare solo l'asciugamano rosa marchiato "Maratona di Cuneo" ed un paio di calze; il resto, lo shampoo, gli spaghetti, il latte, i depliants e la borsa, resta tutto a lui.
Le gambe rispondono bene. Imbocco il ponte basso, arrivederci Cuneo; sotto i raggi di un tiepido sole, in mezzo al traffico da grandi magazzini della domenica pomeriggio, mi rimetto in strada verso casa. Lo zaino, se possibile, ancora più pesante, i garretti che questa volta si adattano meglio al 48, un po' di vento, la compagnia di una bella soddisfazione. Centallo, Levaldigi, Genola, Savigliano, Cavallermaggiore, Racconigi; insisto nel dire che la strada, al ritorno, per qualche inspiegabile fenomeno fisico, si accorcia. Non sento né stanchezza, né affanno, né mal di gambe, nulla di nulla. Quella meravigliosa consapevolezza di poter fare, nel mio piccolo, tutto quel che mi salta in mente, sapendo che il fisicaccio mi asseconderà. Infatti, poco più di due ore e un quarto dopo averlo salutato, mando ad Ivano un messaggio: "Poco lucida, ma molto rapida... Sono già a casa!".

A questo punto posso anche accasciarmi sulla sedia in giardino... E lasciare che le zanzare, quest'anno perenni ed assatanate, facciano banchetto di quel poco sangue che ancora scorre nelle mie vene. Soddisfatta, come il peggiore dei beoni incalliti, mi attacco alla bottiglia della Coca Cola, che mammà non manca di farmi trovare. Il mio ricostituente preferito. Anche per oggi, mi sono guadagnata la pagnotta... Adesso a spasso con Skipper!

venerdì 2 ottobre 2009

27 settembre 2009 - Trofeo Besimauda e salita in bici al Monte Ray

In una domenica di fine settembre, sulle alture appena sopra Genova, la temperatura è ancora adorabile, per me che detesto il freddo e la nebbia; ecco perché la sveglia alle quattro del mattino non è poi così drammatica. Non lo è nemmeno uscire di casa tre quarti d'ora dopo: un meraviglioso tepore che mi leva la voglia di passare al di là dei bricchi e tornare in Piemonte.
In più, la ripida rampa in discesa che conduce dalla casa di Matteo alla strada mi regala una buona dose di fiducia: nonostante i 70 km del Gran Trail Rensen di ieri, le gambe sembrano in ottima forma; beh, ottima magari no, ma i muscoli non sembrano né induriti, né dolenti, niente di niente. Certo che non posso illudermi di essere proprio brillante al Trofeo... Ma, del resto, non lo sarei nemmeno se fossi reduce da un congruo periodo di riposo!
In viaggio con Matteo verso Peveragno, la sosta all'autogrill poco prima di Mondovì mi riporta bruscamente alla cruda realtà climatica piemontese: non appena metto la zampa fuori dall'auto, il brivido mi assale a tradimento, dalla caviglia fino alle punte dei capelli. Un freddo ignobile, che razza di escursione termica in un'ora e poco più. La conseguente corsa verso l'autogrill, e poi di ritorno verso la Opel, conferma se non altro la mia impressione: i garretti sono in buona forma; hanno digerito la mattana alla perfezione, nel giro di poche ore di nanna. Poche, ma profonde; ho dormito come un sasso!

Il sole sorge mentre ci avviciniamo a Peveragno. Qualche difficoltà a scovare la frazione in cui si trova il Centro Congressi, ma, quando ci arriviamo, ne resto davvero colpita. Per quel poco che ho saputo a proposito del Trofeo Besimauda, si tratta di una gara con partecipazione molto ridotta, poche decine di persone; eppure, già l'accoglienza è in grande stile: un piazzale ampio per il parcheggio di auto e camper; volontari già pronti e scattanti alle sette del mattino; un locale pulito, luminoso e confortevole per la distribuzione dei numeri di gara. Bellissimo!
In realtà, so bene di essere oggi nel posto sbagliato al momento sbagliato; questa corsa non ha nulla a che vedere con il tipo di competizioni a cui prendo parte di solito. Quelle sono accomunate da lunga distanza, dislivello notevole, di norma dai tremila metri in su, e si possono affrontare, per chi ha meno spirito, o fisico, agonistico, come me, anche camminando per buona parte del percorso. Questa è una skyrace: significa correre come disperati dall'inizio alla fine, con il cuore che batte all'impazzata ed il respiro talmente affannoso che sembra di soffocare. Insomma, qualcosa che a me è precluso, perché non ne ho le doti fisiche, né tantomeno la testa. A me piace fare fatica, ma non soffrire... E allora perché sono qui? Buona domanda. Perché l'anno scorso ho appiccicato al Rensen, il giorno successivo, una maratona siu strada, e quest'anno avrei voluto ripetere in qualche modo l'exploit. Giusto per vedere se ne sono ancora capace. Per questa domenica, ci sarebbero state tre alternative possibili. Una, il Trail des Alpes Maritimes, dal Col de Turini a Menton, poco più di 50 km e 3000 m di dislivello positivo: mi sarebbe piaciuto, ma, per poter accedere al servizio di trasporto, al mattino, da Menton al Col de Turini, partenza della manifestazione, avrei dovuto ritirare, per regolamento, il numero di gara al sabato. Impossibile, visto che non ho ancora il dono dell'ubiquità, anche se mi sto attrezzando. La seconda, il Trail des Aiguilles Rouges, a Les Houches, appena oltre il Traforo del Monte Bianco: e lì sì, ci sarei andata di corsa, anche a costo di viaggiare la notte, di non dormire, di presentarmi al via pesta e distrutta di stanchezza; peccato che ho saputo di questa corsa solo una settimana fa, ad iscrizioni desolatamente chiuse... Per esclusione, è rimasto il Trofeo Besimauda; non certo una corsa da quattro soldi, tutt'altro, solo che è un genere che nulla ha a che vedere con il mio.

Non ha importanza: farò il possibile per rendere l'esperienza positiva, anche se so già che resterò da sola per tutta la strada e che, probabilmente, finirò fuori tempo massimo incappando in qualche cancello orario intermedio. In compenso, sono sicura che Matteo porterà a casa un bel risultato; mentre io sono iscritta al percorso con salita e discesa, da 25 km per circa 1.900 m di dislivello, lui si è limitato, si fa per dire, alla cronoscalata fino alla vetta della Bisalta, la Besimauda appunto; 8 km per 1.500 m di dislivello.

I ragazzi che si occupano dell'organizzazione sono gentilissimi: immagino che tutti rivolgano loro le nostre stesse domande, sul percorso, sulla segnaletica, sui tempi, eppure rispondono con grande disponibilità a tutti.
Il via della mia gara è fissato per le otto o giù di lì: siamo talmente pochi che, quand'è ora, ci chiamano così, a voce, "Tutti alla linea di partenza!". Breve spiegazione del percorso: c'è una salita lunga e dura e poi una salita più breve, a quanto pare. Mi guardo intorno, sono l'unica che indossa una maglia con le maniche lunghe, per giunta felpata. Gli altri, tutti in canotta o maniche corte, e non so quanti abbiano con sé una copertura in più...
Bene. Sotto un cielo nuvoloso e malaticcio, si parte: che qualcuno ce la mandi buona e senza vento, che ieri ne ho già preso abbastanza!
Partiamo di corsa, per strada asfaltata e poi strada sterrata in leggera salita. Le gambe sembrano fare il loro dovere, senza problemi, e per un paio di chilometri riesco persino a tenere d'occhio il resto del gruppo, non ancora troppo avanti rispetto a me; il guaio è che quelli riescono a correre anche in salita, mentre io, non appena la strada tende a salire, anche una pendenza solo accennata, devo tornare al passo, veloce sì, ma sempre passo, perché non ce la faccio. O meglio: forse ce la potrei fare, almeno per un po', ma a prezzo di una fatica spropositata rispetto al vantaggio in velocità. No, no: passo di marcia veloce e buonanotte. Attraverso così la prima parte della gara, boscosa, prima su strada sterrata e poi su sentiero. Funghi dappertutto; quei bellissimi funghi dal cappello rosso, tondo, con i puntini bianchi, proprio come li si trova nei fumetti: ed io che pensavo non esistessero nemmeno, i funghi fatti così! Immagino siano velenosissimi, ma non c'è problema; io non li tocco, così come non toccherei nemmeno quelli commestibili, perché, se c'è una cosa di cui non m'importa nulla, culinariamente parlando, sono i funghi. Mi risulta poi che anche quelli "buoni" non siano poi una gran manna per il fegato, tutt'altro: meglio lasciar perdere, visto che il mio fegatino lo maltratto già abbastanza in altro modo.

Dall'erba umida del sentiero, sbuco sotto un traliccio dell'alta tensione, incrociando il passaggio di alcuni cercatori armati di cestini. Da qui, la pendenza si impenna: si sale su dritti per una rampa di terra, scivolosissima, umida oltre misura, com'è umido tutto qui intorno. Non piove, ma gli abiti, le mani, i capelli sono fradici, l'aria che si respira è pesante, densa. Le gambe, in compenso, apprezzano la salita, su cui si arrampicano ad andatura regolare, lenta ma costante, con l'aiuto dei bastoncini. Alle mie spalle, la scopa: povero ragazzo... Mi scuso fin da subito per la pena che lo costringerò a subire, ma, se non altro, ho qualcuno con cui attaccare bottone. Ecco: già l'idea di correre una skyrace, correre si fa per dire, chiacchierando, è un controsenso, è aberrante, ma che ci posso fare?
L'unico aspetto sgradevole di questa ascesa è il fondo, sempre più fangoso man mano che si sale, quindi scivolosissimo. I bastoncini si conficcano giù, a volte per qualche centimetro, ed offrono comunque un sostegno precario; le gambe spingono, ma di tanto in tanto il piede perde la presa ed io mi ritrovo in ginocchio nella pauta. Così, due passi avanti ed uno indietro, arrivo a superare il primo tratto, non senza l'incontro ravvicinato con un cacciatore ed il suo fido fucile. La vegetazione si fa sempre più rada, rispetto ai settecento m di quota di Peveragno. Pochi passi in piano lungo la strada, un bicchiere di the al ristoro, e poi la seconda, lunghissima parte di salita, questa volta su terreno aperto, senza più alberi. S'inizia con un sentiero abbastanza definito, anche se disastroso; fango e pietre viscide, scivolosissime. Sembra che qui si sia appena abbattuto un fortunale: davvero non so dove poggiare i piedi per avere un minimo di sicurezza. Complice la fortissima pendenza, qui davvero casco ad ogni piè sospinto. Quando sarò in cima, ammesso che io ci arrivi, somiglierò ad una statua di creta!

La scopa mi segue, con la pazienza di Giobbe, e riesce anche a mantenere la calma, ridendo e scherzando. Scopro che è ciclista pure lui, anche se, a differenza di quel che piace a me, lui in passato s'è dedicato allle corse a circuito, insomma, quelle in cui si viaggia a velocità motociclistiche, magari su un anello di due km da ripetere millecinquecentosettantatre volte e mezza... Che sia quello, il corrispondente ciclistico di una skyrace? Per me la situazione della stabilità peggiora man mano che salgo. Ogni passo costa una fatica esagerata, per il solo fatto di dover correggere lo scivolone; anche l'appoggio apparentemente più fidato non tiene: complici forse anche le mie scarpe semidistrutte, con una suola ormai così liscia, in certi punti, che andrebbe bene per pattinare sul ghiaccio. Dopo un tempo imprecisato di lotta con le sabbie mobili, in cui non è che abbia poi superato quel gran dislivello, mi superano i primi due corridori della cronoscalata, partita con mezz'ora di ritardo rispetto alla corsa intera: salgono come se avessero quattro zampe di camoscio, come se non avessero peso. Mi faccio da parte, li lascio andare e poi riprendo a brancolare nella terra molle. Va sempre peggio man mano che salgo: e lassù, sopra la mia testa, non si vede nulla, solo nebbia.
Qualche minuto dopo i primi, arriva all'inseguimento un gruppo di tre persone, sempre della cronoscalata – del percorso lungo, manco a dirlo, l'ultima sono io, con distacco abissale – e in testa c'è Matteo, che sale di gran carriera, quasi senza fiato. Ce lo metto io, il fiato, per incoraggiarlo. L'ultima dei tre è una donna, la campionessa italiana, sibila Matteo: campionessa non so di cosa, presumo di skyrunning, comunque si vede che è una che va come un treno... E sarà lei la garanzia dell'eccellente prestazione di Matteo: piuttosto di farsi superare da una donna, sarebbe capace di raggiungere la vetta della Bisalta per via di levitazione.

Quando già comincio a dubitare di essere tecnicamente in grado di proseguire, si materializza davanti al mio naso un incubo: una sorta di placca unica di pietra, con alcune fessure verticali come la pietra stessa. Il sentiero lì sparisce; ricompare poi su, in alto, oltre la roccia. Significa che ci si deve proprio arrampicare lì. Esito un attimo: ma qui c'è qualcuno che mi piglia per il soprasella... Salire lì? E come si fa? Dove ci si aggrappa? Ma non è mica possibile!
Mi pento e mi dolgo per la malaugurata idea di iscrivermi a questa gara... Ma ormai sono qui, non posso mica tornare indietro! No, indietro proprio no, non sarei assolutamente in grado di scendere di qui, è fuori discussione. Ma la consapevolezza di poter solo salire, come certi alpinisti quando sono costretti ad uscire da una via senza poter ripetere in discesa l'itinerario percorso in salita, non mi è di alcun conforto, anzi. Bastoncini in una mano, con l'altra mi aggrappo alle minime sporgenze, sempre fredde ed umide e scivolose, della roccia, appoggiando i piedi nelle fessure e poi spingendo; in un tempo eterno, tra scivolate ed esitazioni, più o meno riesco ad uscirne, ma solo dopo aver lasciato passare avanti la seconda delle donne della cronoscalata, una madama minuscola, tutta nervi, che passa oltre come se avesse appena salito la scala che porta al pianerottolo di casa. "Se fosse tutta così", esclama, sottintendendo che ne sarebbe ben lieta; ringrazi che non posso perdere nemmeno uno dei miei precari appigli, altrimenti le assesterei una porzione di questo odioso monolite, staccata a morsi per l'occasione, direttamente in miezz' alla capoccia!

Da qui in poi, però, smetto di ridere. Adesso sì che comincio ad aver paura. Non c'è più un vero e proprio sentiero, solo una traccia di erba calpestata, ripidissima oltre misura, umida e scivolosa, tanto che mi capita di tentare tre o quattro passi di fila senza riuscire a muovermi né a sollevarmi da terra quando scivolo. Chissà cosa se ne dice il poveretto al mio seguito; avrà le mani nei capelli, anche se mi ripete di non preoccuparmi. La fatica di salire è nulla rispetto al dolore dei muscoli che si tendono in modo innaturale, si torcono, si irrigidiscono di colpo per parare una caduta. C'è un diluvio di mirtilli qui intorno, alcuni belli grossi e pasciuti, ma riesco a coglierne, proprio al volo, pochissimi. Il guaio è che ho già una gran fame, ma qui di mangiare proprio non se ne parla; troppo ripido, troppo incerto.
Raggiungo una sella che non è ancora il colle a cui dovrei concludere la salita, ma, se non altro, segna un cambio di pendenza, un po' meno severa. Non che sia molto meglio, però: adesso il minuscolo sentierino, appena accennato, taglia il pendio di traverso; io guardo giù e mi sforzo di non pensare a cosa potrebbe succedere se scivolassi qui... No, ammetto che non avrei immaginato nulla del genere. Se l'avessi saputo, non sarei salita fin quassù a masticare paura e ridicolo; questo è un itinerario stupendo, ma, per le mie enormi difficoltà di equilibrio, andrebbe affrontato con tutte le cautele, mettendo da parte qualsiasi ambizione di velocità Non so se ce la faccio... La scopa, che ora però è diventata la mia guida, non si pronuncia più; nemmeno lui può negare l'evidenza!

La nebbia quassù è fitta e fredda; devo dire che la felpa è stata l'unica decisione saggia della giornata. Peccato, chissà che fantastico panorama sulla Bisalta si potrebbe godere da qui: vorrà dire che dovrò tornarci, prima o poi, magari in elicottero.
Speravo tanto che la discesa fosse un po' meno drammatica: ahimé, mi sbagliavo, e di grosso, anche. Appena oltre il colle, al bivio a cui la cronoscalata gira a sinistra per raggiungere la vetta, devo tirare invece dritto sulle orme dei compagni di gara. Bene, il primo tratto è tutto su roccioni grossi, accumulati l'uno sull'altro e viscidi; qui non c'è proprio speranza, scivolo ovunque, mi tocca avanzare con i piedi di piombo, tastare ogni appoggio, spostare con cautela il mio tonnellaggio. E non basta: poggiato il piede su una roccia che sembrava sicura, scivolo all'indietro, batto il fianco sinistro, ruzzolo di sotto, mi fermo su un'altra roccia, quasi piatta per fortuna, concludendo il volo con una solenne craniata. Sotto lo sguardo a metà tra l'allibito ed il preoccupato della scopa, mi rialzo a fatica, pesta e contusa: non è tanto la testa a far male, quanto la coscia, che ha attutito gran parte del colpo. Ecco, è vero che Madre Natura non è stata generosa con me quando si è trattato di distribuire l'equilibrio, sia fisico che psichico; però, ha avuto cura di compensare in altro modo, dotandomi di spesso strato adiposo protettivo per limitare i danni. Infatti l'involucro morbido ha funzionato alla grande: resterà un livido, ma nulla di più.
Quando la fitta alla gamba si placa, riprendo a camminare, ma ovviamente con il cuore in gola; scivolo altre mille volte, tanto che il mio guardiano si offre di passare avanti, in modo che io possa seguire la sua traccia di pietra in pietra. Dal colle in poi, la discesa è ancora un miraggio; si scende e si risale un'infinità di volte, sempre su e giù per queste grosse pietre tondeggianti. A ciascuno dei tanti punti lungo il sentiero in cui c'è il presidio di alcuni volontari, sempre la stessa solfa: "Siamo gli ultimi, sono la scopa". Sigh... Giriamo il coltello nella piaga!

Nonostante si salga e si scenda da un bel po', è evidente che qualche metro di quota l'abbiamo perso; siamo scesi appena sotto la cappa di nebbia più fitta. Ora s'intravede il colore di un pallido sole e l'idea della vallata, a colori pallidissimi, sotto di noi. Comincio a non poterne più di pietre... Ho impiegato un'eternità ad arrivare fin qui, una marcia lentissima, quasi un'agonia; non riuscirò mai a spiegarmi come si possa essere veloci qui, senza rischiare l'osso del collo. Poi, finalmente, quando già avevo smesso di sperare, inizia qualcosa che somiglia ad una vera discesa: sentierino traverso in mezzo al prato, fangoso e viscido pure questo, ma, se non altro, meno ripido. Almeno si chiacchiera, di La Sportiva, di Olmo, di Jornet, di tutto e di più, mentre il pendio ripido digrada verso il pascolo più tranquillo, verso un alpeggio, mentre tuffo i piedi nel ruscello che in molti punti s'è impadronito del sentiero. Finalmente si gode un po' di paesaggio ed è bellissimo! In fondo, poi, nella discesa vera e propria ho rimediato solo due crolli, uno direttissimo sull'osso sacro, che dolenzia... Appena prima di abbandonare la traccia di sentiero ed immettersi sulla strada sterrata, però, non mi faccio mancare ancora una ginocchiata giusto giusto contro lo spigolo di una roccia, un vero e proprio dolorosissimo attentato alla rotula, di cui porterò il ricordo per parecchi giorni: per la serie, come soffrire in silenzio, perché, se mettessi l'audio, sarei giustamente insultata.

Ci sono ancora i volontari a presidio del mini ristoro; ancora sorridenti, gentili, benché siano quassù da chissà quanto tempo e solo per colpa mia. Un bicchiere di the e riparto di corsa lungo la sterrata, felice di poter finalmente poggiare i piedi su qualcosa di piatto, più o meno. Alla corsa i muscoli rispondono bene; quel che mi suona un po' strano è che mi sia stato ancora permesso di procedere. Dovrei già essere fuori tempo da un po'... Intanto mi godo una temperatura un po' meno severa ed un barlume di panorama attraverso gli occhiali non più appannati. Lungo la strada, incrociamo un fuoristrada da cui scende un personaggio in tenuta da corsa: pare che questo sia il cambio della scopa. Peccato solo che lo capisco troppo tardi per salutare il podista che ha vegliato su di me fin qui. Non perdo occasione di riattaccare bottone anche con il nuovo venuto, però. Adesso dovrei imboccare una breve salita di trecento metri di dislivello, prima della discesona finale: al bivio, le persone che presidiano la strada ci chiedono se vogliamo proseguire lo stesso... Ah ecco, mi pareva: allora sono fuori tempo massimo! Guardo con occhio implorante la mia nuova guida: "Se tu hai voglia, io proseguirei volentieri"... Il poveretto non osa rifiutare, anche se, a dirla tutta, non leggo entusiasmo nei suoi occhi; senza troppo pensarci, mi butto su per il sentierino: peccato che, dopo qualche centinaio di metri, ci si pari davanti un personaggio tutto vestito di arancio, armato di radio, che ci intima di fermarci e tornare indietro. "Siete troppo in ritardo".

La mia prima reazione, istintiva, è uno scatto di rabbia: ma cosa vuole questo? Ma non siamo mica sull'Himalaya, non sono neanche da sola; ma se vuole io gli do il pettorale, cosa me ne importa, e scendo giù per conto mio... Niente da fare, non sente ragioni. L'istinto vorrebbe che gli stringessi le mani al collo; in fondo, però, so bene che il tapino non ha alcuna colpa: la colpa è mia, che ho voluto cimentarmi in una prova in cui me la cavo più o meno come me la caverei con la fisica quantistica. Calma, Gian, lo sapevi che sarebbe finita così; che senso ha incavolarsi? Torniamo alla strada sterrata: ci darà un passaggio nientemeno che una Guardia Forestale, sul fuoristrada d'ordinanza. Beh insomma... Vista la Guardia... Direi che non tutti i mali vengono per nuocere! Davvero un bell'uomo, con una bellissima voce, e pure simpatico. E mi faccio una cultura sul regolamento della raccolta funghi... E su come una jeep slitti pericolosamente sul fango! Poi chiudo il becco e sprofondo nella mia mestizia. Il bosco qui intorno ha indossato la livrea autunnale; mille tonalità di giallo, marrone, verde molto scuro, un tappeto di foglie secche su cui i raggi del sole disegnano luci ed ombre; peccato passarci in auto, troppo in fretta.

A Peveragno, al parcheggio, scendo baldanzosa dalla jeep: non appena appoggio il piede sinistro a terra, una fitta mi gela lì sul posto. Un dolore intenso, che per forza dev'essere saltato fuori nel viaggio, quando la caviglia s'è raffreddata. Malissimo ad ogni passo: cavoli, speriamo bene... Con il fumo che esce dalle orecchie, zoppico fino alla Opel e poi al Centro Congressi, a caccia di Matteo e della chiave dell'auto. Sono furibonda: so benissimo che non ha senso, me ne rendo conto, so anche che sto per rovinare la bella giornata di Matteo, che di certo ha concluso la gara alla grande, ma non c'è niente da fare, non riesco a sbollire. Lo pizzico subito, poveretto, lui che pure si preoccupa; prendo la chiave, gli abiti per cambiarmi, mi sistemo, riprendo forma umana ed asco dal bagno in tenuta ciclistica.

Già, l'intenzione sarebbe stata quella di trasferirci, dopo la corsa, ad Entracque, per salire in bici, in compagnia del montanaro autoctono alias Isacco, al Monte Ray (o Rai? Mah. Con la Y fa più esotico!); una salitella di cui mi sono innamorata e che avrei voluto mostrare a Matteo. Infatti, io viaggio da ieri con la bici in auto, e stamattina c'è finita anche la bici di Matteo. Peccato, si fa per dire, che lui abbia conquistato il quarto posto assoluto alla cronoscalata e che sia quindi destinato al premio; peccato che, per la premiazione, ci sia ancora un bel po' di tempo da attendere. Eh ma sono trenta euro... Trenta euro, non ci rinuncerebbe nemmeno se minacciassero di tagliargli la gola!
E'lui stesso a lanciare la proposta: "Tu vai a farti il giro in bici, io aspetto, scarico adesso la mia bici e poi con quella verrò ad Entracque". Poveretto, ormai mi conosce abbastanza da capire al volo quand'è che non è aria. Da una parte, mi spiace abbandonarlo qui e non assistere alla premiazione; mi sento proprio un po' carogna. Dall'altra, so che c'è solo una cura per raddrizzare questa giornata storta. Consiste nel poggiare le chiappe sulla sella. Allora accetto, raccomandandogli di telefonarmi per qualsiasi problema. Poi metto in moto, via di qua; ho già davanti agli occhi i tornanti del Ray... E la vita mi sorride!

Bloccata qui sul sedile, per quella mezz'oretta di strada che mi attende fino ad Entracque, comincio a sentire ovunque dolorini e doloretti: lo credo; in quindici km scarsi e circa 1.500 m di dislivello, ho preso più mazzate io di Mike Tyson in tutta la sua carriera; comincio a capire cosa prova un tappeto sotto la gragnuola di colpi della massaia che lo batte per levar la polvere. In fondo, la persona che mi ha costretta ad interrompere la gara mi ha probabilmente salvato, se non la vita, almeno un buon numero di ossa. Ero sulla buona strada verso l'autodistruzione. Che vita grama! Ma alla diga è già tornato il sorriso, da un orecchio all'altro. Isacco arriva di lì a poco, in sella alla sua tamarrissima bici da corsa full carbon, questa volta munito di morigerato pantalone nero sotto il ginocchio. Nonostante i guai del suo menisco, in bici non sembra aver problemi; infatti, già dopo un paio di chilometri di salita e di boiate a raffica, sparisce oltre la curva e va. Io salgo tranquilla, meravigliandomi che nemmeno qui le gambe trovino alcunché da ridire; devo solo prestare bene attenzione a dove metto le ruote, perché la strada è invasa da pietrisco, rami e da qualche rocco più grosso ed insidioso. Speriamo che nulla di simile decida di darsi al volo proprio mentre ci passo sotto io!
In cielo si rincorrono e si addensano nuvoloni scuri che sembrano voler minacciare pioggia; a seconda dell'orientamento della strada, un vento non troppo intenso ma gelido mi investe di fronte o di schiena. Un tornante sopra l'altro, i chilometri scorrono, il dislivello si accumula; la distanza progressiva è segnata a bordo strada, ma tanto non mi ricordo mai di buttare l'occhio, persa come sono tra i miei confusi pensieri e l'antenna che spunta lassù in mezzo al bosco, la mia meta. E' proprio vero che una salita sembra meno ostica se la conosci già, così come, del resto, un certo itinerario, per qualche strano fenomeno fisico-chimico, diventa sempre più breve ed agevole man mano che lo si ripercorre.
Che differenza di paesaggio rispetto a ieri, lassù, a picco sul mare. Meno male che le nuvole sono abbastanza alte. Nonostante questo, quando supero gli ultimi tornanti ed arrivo in vista del parapetto di pietra ove l'asfalto va a morire, trovo Isacco semiassiderato. Eccolo qui, l'uomo da bivacco invernale a millemila metri di quota! E' più forte di me, non ce la faccio a non prenderlo in giro; la sua reazione mi fa morire dal ridere ogni volta... Giacca e discesa, per me eterna proprio come la discesa giù dalla Bisalta; qui a farmi paura è il fondo sporco, sabbioso o coperto di foglie, dove una frenata improvvisa può rispedirmi a guardare l'asfalto da vicino: francamente, per oggi di contusioni e lividi ho già fatto il pieno, grazie. Così il povero Isacco si sciroppa la discesa a rate, anzi, ne approfitta per esplorare un paio di strade laterali. Quando torniamo alla Opel, dopo ventidue km e circa novecento metri di salita, Matteo è già nei pressi di Entracque: una decina di minuti e lo vediamo spuntare in fondo alla strada, gioioso e soddisfatto dei suoi trenta euro, nonostante i frizzi e lazzi che Isacco ed io gli rovesciamo addosso, Eh sì, lo sapevo, che la terapia ciclistica avrebbe funzionato; la rabbia di prima è solo un ricordo, da seppellire, tornando a casa, sotto una betoniera di Lasonil... Ed un piattone di tortellini!

giovedì 1 ottobre 2009

26 settembre 2009 - Gran Trail Rensen

"Oh, come sono contenta di vedere... La pizza!".
Il povero Matteo è lì, al luogo dell'appuntamento, il semaforo tra la via centrale e l'Aurelia, chissà da quanto tempo. Mea culpa: son partita troppo tardi da Carmagnola, causa cliente dell'ultimo minuto in ufficio. E poi, siccome non amo girare come una trottola alla ricerca di un parcheggio, ho lasciato l'auto ad un chilometro buono da qui, oltre la stazione ferroviaria, dove lo spazio per abbandonare la fida Opel certo non manca. I due cartocci che il malcapitato tiene in mano, a mò di trofeo, contengono due pizze ormai non più fumanti: si raffredderanno ancora, perché, prima che noi ci si abbandoni ai piaceri del cibo, io devo ancora provvedere al ritiro del numero di gara. Per fortuna, il Cinema Italia è a due passi due: mi ci fiondo, con il solito timore di essere arrivata troppo tardi. Non è così, per fortuna: Lorenzo è ancora lì, a vigilare sulla sua creatura, con l'aiuto della gentilissima moglie e degli altri volontari intenti a distribuire le scartoffie per la corsa di domani. In un attimo, il mio pacco gara si materializza sotto il mio naso: all'interno, oltre al pettorale di gara, anche il buono per il parcheggio gratuito, biscotti e prelibatezze varie, il road book, un po' di materiale pubblicitario sulle bellezze della terra ligure e, soprattutto, una splendida felpa rossa con la scritta a caratteri cubitali, "Gran Trail Rensen".
Poche parole, un saluto: scappo via, c'è qualcuno che mi aspetta... Matteo non ha voluto avvicinarsi agli stand della corsa; avrebbe dovuto esserci anche lui, domani, alla partenza, ed invece non potrà, incastrato dal lavoro in negozio. Gliene ho già dette di tutti i colori, in proposito: sarei stata contentissima anch'io di vederlo al via; il Gran Trail Rensen sarebbe stata la corsa adatta a lui, per eccellenza. Avrebbe potuto riuscire bene, anzi benissimo, come già ha dimostrato di poter eccellere in altre prove di questo genere... Gliel'ho detto e ripetuto mille volte, possibile che tu, per un sabato su un milione, sia proprio indispensabile ed insostituibile in negozio? Possibile che, sapendo già da mesi che la corsa si sarebbe svolta di sabato, non sia riuscito a ritagliarti quella giornata? Lo so, lo so, avrei dovuto mordermi la lingua, anzi già me la sono morsa parecchie volte, per evitare di sconfinare nel campo minato del "non sono cavoli miei e non ci devo mettere il naso"; il fatto è che mi dispiace davvero, sia per l'occasione che lui ha dovuto gettare al vento, sia perché lo vedo triste e so bene quanto gli pesi questa rinuncia. Ma tant'è, ormai è tardi. Tutto quel che può fare il poverello è restare lontano dall'area dedicata alla manifestazione; si sa, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Lo ritrovo ancora lì, nella stessa identica posizione. Potrei pensare che sia congelato, se il termometro accanto alla vicina farmacia non segnasse venticinque gradi: alle nove di sera a fine settembre, una vera goduria! Ci accampiamo sugli scogli, poco lontano dalla spiaggia; faccia al vento ed al mare, questa bellissima distesa di olio nero, appena appena increspato. Basta allontanarsi di pochi metri dalla sabbia e già le luci della costa sono molto più luminose: di fronte a noi, Genova e la pista dell'aeroporto. Guarda là, un faro enorme si alza dal mare: per Matteo è abitudine vedere un aereo al decollo in mezzo all'acqua, ma per me è già uno spettacolo. La schiuma che lambisce gli scogli, lo sciacquio sempre uguale, sommesso, ai miei piedi. Sbraniamo le pizze con avidità: sono buonissime davvero!
Quando i cartocci sono vuoti, nessuno dei due ha ancora voglia di andar via. Ci costringiamo solo dopo un po': purtroppo è ora di nanna, almeno per me che punterò la sveglia alle tre meno dieci. La partenza è fissata per le quattro, ma io nei preparativi sono lunga come la Quaresima!
Ci avviamo verso la Opel, io a piedi, Matteo in bici; ormai, per lui, il ciclismo non conosce più alcuna distinzione tra la notte ed il giorno; tornerà a casa, tra i bricchi, pedalando. Invece io preparo il giaciglio: giù il sedile, un telo a coprire il parabrezza per evitare la luce dei lampioni, stendo il sacco a pelo, anche se non credo servirà, e via, nanna e buio.

Sonno breve, ma ristoratore, tanto che la sveglia, meno di cinque ore dopo, non è nemmeno così traumatica. Zittisco il trillo del cellulare, mi guardo in giro: nulla, il deserto nel parcheggio semivuoto. In primis, la pappatoria: faccio fuori l'abbondante porzione di riso che, da brava massaia, ho preparato ieri. Con una buona dose di disgusto, ad onor del vero: mi sa che ho dimenticato di metterci il sale... Poi la vestizione dell'inferma: pantaloni ¾, strato di crema protettiva sui piedi e doppio paio di calze, canotta traforata, maglietta in tessuto tecnico, gilet antivento a collo alto, manicotti, guantini da ciclista e scarpe da montagna, per la verità semidistrutte. Speriamo che sopravvivano ancora per questi settanta km, poi prometto che le cambio! Piazzo il numero sulla gamba, controllo lo zaino: giacca impermeabile, luce frontale, seconda luce e batterie di ricambio, telo di sopravvivenza, portafoglio, telefonino, due ciucciotti di miele, tre torroncini, rotolo di papier de cul e, importantissima, la consueta scorta di medicine: Nimesulide, Muscoril, Aspirina, Maalox, Imodium, insomma, tutto il tuttibile per ogni evenienza. Il sacchettino della farmacia è la mia coperta di Linus!

Saluto la fida Opel e mi incammino verso il centro di Arenzano, nel silenzio e nel deserto. Solo quando arrivo alla Via Bocca trovo un po' di fermento: troppa grazia, persino un bar aperto, benché siano le tre e mezza di notte. Il locale, manco a dirlo, è preso d'assalto dai concorrenti a caccia di colazione; mi ci fiondo anch'io per un doppio caffé ed una capatina in bagno. Mentre attendo, occhio ed orecchio mi cadono su tre ragazze sulla soglia del locale: vestite eleganti, da sabato sera, giovanissime e molto belle, eppure tutte e tre con la sigaretta in bocca; le braccia mi cascano del tutto quando poi una, apparentemente la più spigliata, propone "un giro di Vodka". Ossìgnur... So bene che la ragione imporrebbe di farsi i cavoli propri, e nessuno stabilisce che la mia vita sia migliore della loro; però, a me l'istinto suggerisce una gran tristezza. Insomma, io di notte alla loro età... O dormivo o pedalavo per monti! Oggi poi ci corro anche.

Con la sferzata del doppio caffé in circolo, mi avvio all'arco di partenza, in compagnia di Antani, uno degli amici del forum di Quotazero.com e, soprattutto, uno dei favoriti per i primi posti della classifica, nella sua consueta divisa verde, con il suo tipico fare pacato e quasi un po' timido, lui che potrebbe tirarsela senza misura tanto è forte. Da lì poi è tutto un salutarsi con gli altri conoscenti, forumendoli anche loro: Scion, sempre sorridente nonostante il mal di schiena, e Cesare, che raccontano la loro sfortunata esperienza alla Petite Trotte à Leon, massacrante percorso a squadre, in autonomia, da 270 km intorno al Bianco, e poi Trigi e tanti altri. Qualcuno s'avvicina a chiedermi se io sia Giancarla: ormai sono famigerata... Non ho mai combinato un cavolo di buono, sportivamente parlando, ma ormai mi conoscono tutti perché sono sempre dappertutto! Proprio come la gramigna.

Al buio e nella quiete del paese addormentato, il via viene dato all'improvviso e quasi in silenzio: la piccola folla si ritrova di colpo a correre senza quasi rendersene conto. Di gran carriera, ma subito in salita, verso il Santuario e poi la Torre dei Saraceni, con un paio di tornanti in salita su asfalto. Qui abbiamo tutti ancora voglia e fiato per scherzare, ma non durerà a lungo... Poi via allo sterrato lungo il Sentiero degli Inglesi, che per un po' è pianeggiante e permette di corricchiare: in realtà, io non riesco ad essere molto veloce, non tanto per colpa delle gambe, quanto per il fatto che, al buio pesto delle quattro del mattino, i miei occhi malandati non riescono a mettere a fuoco l'appoggio del piede. A poco vale la luce della frontale, pure ottima ed intensa; la vista, con il buio o con la pioggia, è uno dei miei peggiori nemici su sentiero. Ogni passo mi costa un po' di esitazione in più, che di giorno non avrei; anche per questo, mezzo mondo mi passa avanti. Ottima occasione per salutare Mark, il terribile Inglese di Bologna, che schizza via in un attimo. Non vedo l'ora che la strada cominci a salire... Solo là dove la pendenza è tale da costringere me e gli altri a camminare, posso permettermi di procedere sicura e senza perdere troppo terreno rispetto ai compagni di corsa. Intendiamoci, non è che il fatto di restare indietro mi spaventi: anche perché ormai so bene che, su percorsi con simili distanze e dislivelli, molti incauti partono a razzo e poi scoppiano lungo la via, tanto che persino io li raccatto e li sorpasso. E comunque, se anche fossi ultima dal primo all'ultimo metro, le venti ore di tempo massimo mi danno la ragionevole certezza che tornerò ad Arenzano in tempo per essere classificata. Quel che conta, per me: esserci... E finire la corsa!

Lungo la salita verso il Passo Gua, mi affianca il corridore genovese con cui già nell'edizione dell'anno scorso ho condiviso buona parte della gara: bellissima sorpresa; avrò qualcuno con cui chiacchierare, da qui in poi, spero per un bel po' di km. Intanto, la pendenza mi permette di rallentare il passo, prendere fiato – eh sì, io posso prendere fiato solo in salita – e guardarmi intorno, alle luci sul mare ed alla miriade di stelle. La temperatura è meravigliosamente tiepida; tira un po' di vento.
La prima discesa è un dramma, ma già me l'aspettavo. Supero una signora in evidente difficoltà, ancora peggio di me; a mio parere, però, la luce molto fioca della sua lampada frontale non le è di alcun aiuto. Provo a lasciar correre le gambe, ma con il cuore in gola, perché riesco a vedere poco o nulla; l'unico piccolo aiuto mi viene dal fatto che ho già percorso questa discesa, in compagnia di Matteo e di Lorenzo, l'organizzatore della gara di oggi, nella stagione invernale. Intorno a me è tutto nero, ma so che sto scendendo giù lungo il versante di un vallone profondo, incassato, boscoso, e che tra poco sentirò il rumore della corrente del ruscello, giù giù, invisibile. Solo quando la pendenza si attenua, posso distinguere di fronte a me, dal buio delle fronde, il buio appena diverso del cielo. Mi raggiunge nel frattempo il collega genovese, con cui non tardo a riprendere il fitto chiacchiericcio: mi parla delle sue gite di scialpinismo con gli amici, del disagio di chi da Genova deve macinare interminabili km in auto per andare a caccia della neve; dei suoi viaggi in camper attraverso l'Europa, della nipotina nata da un anno
Un lungo tratto quasi pianeggiante, in cui ci tocca guadare un buon numero di piccoli ruscelli, e raggiungiamo una stradina asfaltata, un bivio come sempre ben presidiato dai volontari. Da lì, discesa in mezzo alle case di località Campo; un faro di quelli automatici s'accende al nostro passaggio, abbagliando per un attimo i nostri occhi ormai abituati a farsi bastare il cerchio di luce davanti ai piedi. Ripido sentierino ed ancora asfalto, da correre ma solo un po', perché poi la pendenza torna a farsi sostenuta. Non è il caso di fare i furbi già adesso!

Passiamo accanto all'agriturismo Argentea: da una finestrella filtra una luce fioca; un micio ci osserva svogliato, abbandonato sullo zerbino. Alla Cappella di Sant'Anna di Lerca incontriamo un punto di ristoro: qui la sosta è d'obbligo; c'è la Coca Cola! Non posso resistere alla Coca Cola.... Siamo gli ultimi, o quasi; il mio compagno di viaggio non se ne capacita. Vero, l'anno scorso forse c'era più gente alla corsa, ergo è possibile che dietro di noi fosse rimasto ancora qualche corridore. Ma in fondo a noi che importa? E poi, non preoccuparti, vedrai che qualcuno lo riacchiappiamo.
Comincia qui la lunga salita al Monte Rama. Oltrepassiamo l'orrendo cantiere di cui ormai non mi stupisco più; l'ho già visto, solo che ogni volta che passo di qua è un po' più brutto, invadente, pacchiano, mostruoso. Palazzoni enormi a sfregiare quest'angolo di montagna con la vista sulle onde; mi domando come sia stato possibile autorizzare uno scempio del genere... Passiamo oltre, imbocchiamo un bivio; vediamo le fettucce, tiriamo dritto, ma per due – trecento metri di percorso lungo una traccia appena accennata in mezzo ai rovi non vediamo più nulla. Niente segnalazioni, solo un cane che latra in lontananza: non ci siamo, qui abbiamo sbagliato qualcosa. Torniamo sui nostri passi: infatti, il sentiero giusto era appena a sinistra rispetto a quello che abbiamo imboccato noi. Attacco la salita, il collega al seguito; ci sorpassano di gran carriera altri due concorrenti: anche loro, tapini, hanno sbagliato strada... Ma si sono sciroppati un bel po' di distanza e dislivello in più! Pessima idea: è sempre bene tornare indietro, quando per un buon tratto non si vede più traccia di segnalazione.

La pendenza, sostenuta ma costante, mi permette finalmente di impostare un buon passo regolare. I garretti ringraziano, i polmoni pure; quando arriveremo su, sarà giorno e non ci sarà più da temere la discesa al buio. Ora i bastoncini sforacchiano la terra con vigore, quasi con cattiveria, perché le braccia lavorano quasi quanto le gambe; senza l'aiuto delle bacchette, ormai, non credo sarei più in grado di trascinarmi su per i monti. Sono indispensabili, sia in salita, per scaricare un po' di fatica alle gambe, sia in discesa, perché, con il mio equilibrio terribilmente precario, quattro appoggi sono meglio di due. Anche se spesso non bastano ad evitare che intervenga il quinto appoggio: il deretano!
Qualche goccia di tanto in tanto sulle braccia e sul viso: non è pioggia, solo umidità che cade dagli alberi. Intuire la direzione del sentiero di fronte a me è impossibile, anche quando la vegetazione si dirada un po'; tutto quel che posso cogliere è la linea delle cime dei monti, là dove si interrompe la distesa di stelle.
Proprio quando ormai son tranquillla e rilassata in salita, una pietra malandrina mi gioca uno scherzo da prete; mi ritrovo lunga e distesa per terra. Solo per fortuna ho riparato la caduta con il braccio sinistro: il gomito urla subito vendetta... E' un dolore acuto, ma credo sia tutto OK, visto che si piega ancora. Riprendo la mia baldanzosa marcia come se nulla fosse, superando alcuni compari di viaggio. Ci sono altre due conoscenze, Stefano ed Alice, entrambi giovini assai, lei poi giovanissima ed al suo primo trail lungo: ci sorpasseremo e risorpasseremo a vicenda, io avanti in salita, loro avanti in discesa e, ovviamente, avanti anche al traguardo, visto che il traguardo sta a livello del mare e si raggiunge, ahimè, in discesa... Qui il tracciato di gara assume i contorni di un percorso alla Indiana Jones, con un rocambolesco guado sul torrente, in mezzo a rovi e sterpaglie tagliate di fresco ed apposta per permetterci di passare. Tribolo non poco per superare questo passaggio: credo che al buon Lorenzo fischino già le orecchie, con tutti gli accidenti che gli sto inviando. Già me l'immagino: sarà partito da casa sua armato di forbici da giardiniere e machete, per venire fin qui a tracciare la via....

Solo nella seconda parte della salita, quella più aperta, in quota, mi accorgo che il cielo sta cambiando colore. Chiacchierando chiacchierando, non mi sono accorta dello scorrere del tempo, e nemmeno della fatica, benché stia tenendo un ritmo quasi dignitoso. Il collega si lamenta delle scarpe, comprate apposta per questo trail su consiglio del negoziante, ma troppo sottili e poco protettive per questo genere di percorso. Intanto la mia frontale illumina un tratto di salita un po' più fangoso, scivoloso, a cui prestare attenzione. Intorno, rocce aguzze, quasi lame piantate nel terreno, frastagliate, che al buio hanno un aspetto ancora più tetro; sembrano lamine di pietra strappate via da qualche montagna, dal vento, e conficcate lì.
Ci sorpassa un altro corridore: anche lui vittima di un errore nell'itinerario. Peccato, perché sale davvero forte! Raggiungiamo intanto quella che ha la parvenza di una cima, ma non lo è ancora, anche se concede un po' di tregua nella pendenza del sentiero; riprendiamo a salire e solo ora mi viene in mente un'immagine ripescata chissà dove nella memoria: la cima che dobbiamo raggiungere noi non è quella che ci svettava esattamente davanti fino a poco fa. Ho la sensazione che ci si debba spostare leggermente verso destra: infatti, è così.

Si fa chiaro in fretta, mentre arriviamo al rifugio Prà Riundo. Un po' d'acqua ed un po' di Coca Cola, il primo controllo orario, poi via lungo la strada sterrata. L'anno scorso, quassù, per colpa della nebbia si vedeva poco o nulla; oggi la situazione è un po' meno tragica, ma la nebbia non manca e, con quella, raffiche di vento teso e gelido. Che differenza, rispetto a quel che c'era giù al mare. Sento i brividi, ma non ho voglia di indossare la giacca: sarebbe inutile; basterà oltrepassare il Rama e scendere un po', e la nebbia si diraderà. Il collega genovese, che si è fermato qualche momento di più al ristoro, mi raggiunge, manco a dirlo, nella discesa, dove io fin da subito vedo i sorci verdi. Lunga, interminabile, ostica per me, come tutte le discese; abbozzo qualche passo di corsa, ma non conto nemmeno più le volte in cui sono lì lì per volare a terra, a pelle d'orso. Pazienza quando scivolo indietro, perché il mio posteriore è ben ammortizzato di natura; quel che mi fa davvero paura., però, è il rischio di cadere faccia in avanti. Insomma, ho già sul viso più cicatrici di Frankestein... Gradirei, se fosse possibile, non peggiorare la situazione! Però, ritrovo con sorpresa – non li ricordavo più – gli alberi che, appena oltre il colle, crescono con le fronde solo nella direzione del vento, i rami tutti protesi nella direzione del vento. Pochi alberi, quelli che sopravvivono alla furia delle raffiche.

Quasi non ci credo, quando finalmente la pendenza s'inverte. Un sentiero che proprio non ricordavo, dev'essere forse una delle varianti introdotte rispetto al percorso originale del Rensen; parte sterrato, parte lastricato di rocce piatte, a strapiombo sulla sinistra in molti punti, bello e suggestivo con le luci dell'alba. Solo adesso noto che spesso la rotta dei miei piedi rischia di collidere con quella di grossi insetti neri, non saprei di che genere, tipo scarabei; quelli che, in dialetto piemontese, ricomprenderei nell'ampia categoria delle "baboie". Per quanto possibile, cerco di non calpestarli, povere creature; né loro, né i fiorellini lilla, molto simili ai bucaneve ma di altra stagione: l'anno scorso c'è stato chi mi ha spiegato la differenza... Ma il loro nome proprio non me lo ricordo più. Poveri fiorellini, quasi tutti caduti sotto la furia delle suole dei corridori. Il corridore genovese è poco più avanti rispetto a me; quando la pendenza torna sostenuta, riprendiamo la nostra marcia insieme, io davanti a far da locomotiva, lui dietro perché gli vien comodo seguire il passo di qualcun altro. Io non lo sopporterei: se non posso stare in testa, allora preferisco marciare da sola; l'importante è che siano le mie gambe a comandare. Guardo avanti, c'è vita poco oltre; ecco, lo sapevo che qualche altro concorrente l'avremmo riacchiappato, prima o poi. Continuo di buona lena, anche se un po' mi preoccupo io stessa: riuscirò a reggere questo ritmo fino alla fine? Mi distraggo chiacchierando di vacanze e di campeggi, di altri trail e di personaggi folli, come e più di noi. Non ci penso e la salita passa.

Raggiungiamo una prima costruzione che ha tutta l'aria di un rifugio, ma al momento deserto; ci giriamo intorno, saliamo ancora, seguendo fedelmente le fettucce. Un secondo rifugio, più avanti, spunta all'improvviso nella nebbia: questa volta è il nostro, il Rifugio Argentea, punto di ristoro. Guardo con riconoscenza, ma senza invidia, i volontari costretti a restare lì al freddo ed al vento che non smette più di sferzarci non appena prendiamo un po' di quota; pochi istanti di sosta e sono già in marcia: ora ci tocca la discesa verso il Passo della Gava, che significa, cinque km al ristoro dove si mangia. Un primo tratto su strada sterrata, un tratto dell'Alta Via, dove abbozzo qualche metro di corsa; la nebbia qui è fitta, tanto che, con gli occhiali appannati, stento non poco ad individuare la giusta direzione. E' tutta un'affannosa ricerca della fettuccia segnaletica successiva; l'occhio che, se potesse, schizzerebbe fuori dall'orbita per andare a vedere più da vicino...

Anche stavolta, resisto alla giacca. Un giovane compagno d'avventure di Pavia s'è aggregato; è al suo primo trail così lungo e non tarda ad intabarrarsi per bene, per timore del freddo; giustissimo, per carità. Io però preferisco aspettare: infatti, pochi metri più in giù, la storia cambia un'altra volta; tornano il sole ed il tepore. Tempo di fermarmi un istante a legarmi una scarpa, cosa che mi dà enorme fastidio ma che non posso evitare: è bene non dare alla forza di gravità un'ulteriore occasione per avvicinare il mio naso al sentiero... Poi corricchio, ma il Parmigiano mi ha già rubato parecchi metri. La discesa è tale per modo di dire; in realtà è dolce, in molti punti corribile anche per me, un lungo traverso in mezzo al pendio di erba e cespugli bassi, spazzato dal vento. Passi veloci alle mie spalle: ecco che arrivano, di gran carriera, i primi due concorrenti del percordo corto, si fa per dire, da 45 km. Spariscono in fretta, ma non tanto in fretta da impedirmi di buttare l'occhio sul secondo dei due: alto, corpo tutt'altro che scheletrico, gran bella schiena sotto la maglia bianca aderente, gran bel posteriore tornito e capelli appena un po' lunghi: quasi quasi potrei pregarlo di portare i miei complimenti alla mamma... Ma ha le cuffiette nelle orecchie, non mi sentirebbe, e poi è già troppo lontano. Peccato non poterlo inseguire, ma devo risparmiare le forze. Accidenti, in me l'ormone è un caso unico al mondo di moto perpetuo! Quasi quaranta km di marcia e lui è più arzillo che mai...

Altri due corridori del corto ci sorpassano di lì a qualche minuto; ormai il ristoro della Gava è a portata di occhio: ci arrivo corricchiando, accolta come tutti dal saluto festoso dei volontari. C'è anche una signora che si presenta: è la moglie di Gaetano, un altro dei matti corridori di Quotazero. Qui mi fermo almeno due o tre minuti, è già un po' che ci penso. Una lattina di Pepsi, che non è Coca ma ci somiglia e va benissimo; una manciata di albicocche secche, un cubetto di Parmigiano, mezza banana. Riempo di albicocche il sacchettino che sarebbe destinato all'immondizia; tanto, l'unica cartaccia che avevo in tasca, l'involucro di uno dei torroncini, l'ho già lasciata nel bidone all'Argentea. Poi afferro tre o quattro bocconi di focaccia e riparto: approfitterò del breve tratto di strada sterrata, con pendenza modesta, per incamerarli. Così faccio... Subito dopo aver dato un'altra occhiata, molto da vicino, ai sassi del sentiero. Questa volta davvero non so come ho fatto a cadere, fatto sta che mi ritrovo lunga e distesa sotto l'occhio attonito di una signora che segue la corsa a bordo strada. Eh sì, sarà che mi sono rilassata...
Per fortuna, contusioni a parte, la funzionalità della mascella non è compromessa. Ma non avevo dubbi. Ingoio la focaccia a mò di struzzo, subito prima del passo; da lì, la salita torna aspra e non permette di far due cose insieme, per esempio mangiare e respirare. Il sentiero si inerpica in mezzo al pendio senza alcuna vegetazione oltre l'erba; qui l'aiuto dei bastoncini è essenziale. Vedo due persone un po' più avanti rispetto a me: sono Cesare e Trigi, ma mi ci vuole un po' per metterli a fuoco. Inutile dire che la tentazione di inseguirli è forte: come sempre, quando in salita c'è qualcuno che mi fa da lepre. Qui, posso anche concedermi di osare un po': in salita, non dovrei aver problemi. Infatti, pur sapendo che la strada è ancora molto lunga e che esagerare adesso non conviene, mi sforzo di salire il più in fretta possibile, tenendo d'occhio i miei due "nemici", scherzosamente s'intende, del momento. Il Genovese è sempre al seguito, anche se qui, ahimé, il fiato per chiacchierare latita.
Man mano che prendiamo quota, c'infiliamo nella nebbia: le raffiche di vento non danno tregua, la visibilità è ridotta al minimo sindacale. Tengo d'occhio le fettucce: ne vedo poche in questo tratto; è vero, il sentiero è uno e non ci si può perdere, ma qualche segnale in più potrebbe essere di grande conforto... Poco male: Cesare e Trigi sono lassù, due ombre appena percettibili, e nemmeno sempre. La nebbia è talmente fitta che sembra pioggia, gocce sbattute in faccia dal vento impietoso. Fa freddo, ma per ora, finché si arranca in salita, non è un problema.
Il panorama è scomparso un'altra volta, confinato a quei due metri di sentiero visibili davanti alle mie scarpe. Già, le scarpe: ogni tanto le tengo d'occhio, ho il terrore che da un momento all'altro decidano di sbrindellarsi. Capisco che la salita è al capolinea solo quando vedo, o meglio intuisco, alcune figure ferme: i colori sgargianti delle divise dei volontari, davvero stoici, immobili quassù, intenti a scambiare qualche parola con Trigi e Cesare. Non mi fermo, perché chi si ferma quassù è congelato, e poi perché non ce n'è ragione. Un po' di strada sterrata in piano, sempre nella nebbia, e poi s'inizia a scendere: provo a correre, insomma, a trascinarmi avanti un po' più in fretta, anche se i due colleghi mi sorpassano immediatamente, con tanto di spostamento d'aria. Se non ricordo male, adesso ci tocca raggingere il Faiallo e poi, ahimé, affrontare la terribile discesa all'abitato di Fiorino, terribile perché lì si fa il pieno di vuoto! L'ideale per me che ne ho orrore. Ma dai Gian, te ne preoccuperai quando sarà il momento. Per ora, i piedi fendono un sicuro e morbido tappeto di foglioline secche, mentre i raggi del sole filtrano tra i rami e danno l'effetto della luce che attraversa il fumo, minuscole particelle in sospensione, forse polvere, qualche insetto, uno scintillìo a mezz'aria.. Poi la strada asfaltata, verso sinistra, non più di due, trecento metri, in cui si forma una piccola truppa di quattro persone, e qui la nebbia è già un ricordo. Ancora il sentiero a destra, un tratto a mezza costa, poca salita che scalpito per affrontare in prima posizione alla guida del minuscolo drappello di eroici: eroici cosa, non si sa, diciamo eroici e basta.
Quando poi comincia la discesa, sono costretta a cedere il passo; Trigi e Cesare sono troppo veloci e sicuri su questo fondo. Io ci provo, ma rischio più di una volta le caviglie, scivolando e storcendo malamente il passo sulla sabbia scivolosa, sulle pietre malferme, sotto l'occhio perplesso di uno dei nostri angeli custodi che presidia il bivio. Ancora strada asfaltata, ma solo per un centinaio di metri: svolto a destra... E so che il nulla mi attende. Dalla piazzola, occupata guardacaso dall'ambulanza, il sentiero precipita: di per sé, la pendenza non sarebbe nemmeno terribile; quel che mi spaventa, al limite del capogiro, è il modo in cui i prati a destra ed a sinistra sembrano tuffarsi nel vuoto. Non riesco a vedere dov'è il fondo... I piedi, devo concentrarmi sui piedi; guardare un metro avanti a me, occhi a terra, guai ad alzare la testa, guai a sbirciare di lato. Ci vorrebbe il paraocchi. In questo modo, sia pure con i nervi a fior di pelle, riesco ad andare avanti. Dietro a me, le voci si avvicinano inesorabili; qui mezzo mondo mi sorpasserà., ma a me non importa un accidente. Quel che conta è passare indenne questo lungo tratto. Il sentiero, una strettissima rotaia, taglia un pendio molto ripido; devo andarci davvero con i piedi di piombo, perché, se m'inciampo come spesso mi capita, non me la cavo con una panciata per terra. No no! Rotolo fino in fondo... E questa non è una delle esperienze che mi piacerebbe sperimentare nell'immediato futuro, ecco. Piano, pianissimo, studio ogni passo; tiro il fiato nei brevissimi tratti in cui c'è un po' di margine, ma poi torno in apnea, qui proprio non posso evitare di vedere ciò che non vorrei. Anche perché il mio neurone, che mi piaccia o no, s'è già spaventato di suo. Ormai conosco questa sensazione: inizia con un formicolio che dalle mani e dai piedi risale su, gambe, braccia, persino le labbra; i colori si confondono, vedo tutto blu, sento voci e rumori allontanarsi. Provo a correre ai ripari con un po' di miele, di solito funziona. Ma non oggi: continuo a camminare, ma sempre più malferma. Occhio Gian, che qui, se dai il giro, ti raccolgono qualche centinaio di metri più in giù, con il cucchiaino da caffé! Mi fermo qualche istante, giusto il tempo di tirare su le gambe; un minuto o due e sto già meglio. E' una sensazione che ho già provato qualche volta e sempre in occasione di discese particolarmente ripide, in cui si perde quota in fretta. Ma possibile che sia questa la causa?
Mah, non importa. Quel che conta è che sia passato il fastidio e che passi anche quest'infame discesa. Per fortuna, quando si arriva al bosco ed alle prime case, la musica è cambiata. Butto l'occhio nei cortili di queste belle abitazioni dal sapore antico, ma ben tenute, tra cataste di legna, cucce e panni stesi. Trovo anche una fontanella, più o meno ufficiale, per scrostarmi un po' di sudore dal viso, per sciacquarmi un po' la bocca e riempire le borracce. La valle è tornata verde ed amica; le cime preferisco vederle sopra la mia testa, che sotto i miei piedi.

Prima dell'incubo, ho sentito Trigi dire che, da Fiorino alla Gava, ci sarebbe stata solo più una salita. Io ne ricordavo due... Però, effettivamente, il giro dalla Gava alla Gava è una ventina di km e, da qui, credo ne manchi la metà, forse meno. Probabilmente ricordo male, magari ho stampato in mente l'immagine di qualche spezzone di un'altra gara. Il sentiero, affondato in mezzo alla vegetazione, riemerge dopo aver superato qualche piccolo guado, sulla strada asfaltata. Fiorino: tra poco dovrebbe esserci un punto di ristoro. Due bicchieri di Coca non me li leva nessuno, poi via sul ponte e tra le case del paesetto. Grappoli d'uva pendono invitanti proprio accanto al mio naso: la tentazione è fortissima... Quasi quasi, uno solo, piccolo... Ammetto, non è l'integrità morale a fermarmi, ma la fifa che dalla finestra della casa qui davanti parta un qualche oggetto contundente destinato a collidere con il mio cranio. Meglio di no. Come ripiego, punto i grappoli appesi alla vite alla mia sinistra, che sembrano proprietà di nessuno... Ma hanno anche un pessimo aspetto. Va bè Gian, dai, lascia perdere. Sopravviverai anche senza.
Salutati da un grosso e splendido Labrador prudenzialmente chiuso in un cortiletto, si risale una strada asfaltata con forte pendenza, sempre tra case e lampioni e vegetazione; nei paraggi, due corridori di cui proprio non riesco a capire la nazionalità: parlano una lingua che contiene parole simili al tedesco, ma di certo non è tedesco. Poi un altro concorrente dall'aria un po' stanca, ed infine un altro ancora, che mi rivolge la domanda fatidica: "Ma tu... Sei Giancarla?". Scopro così che questo è Fabrizio, alias Fax – ormai la nostra identità virtuale è importante come e più di quella reale! - un altro degli squilibrati che incontrerò sabato 17 ottobre alla partenza della 100 km Torino – Saint Vincent.

Per qualche forma di ingiustizia divina, alla comoda salitella su asfalto segue una rognosa discesa su sentiero, tra orti un po' malandati e bidoni per raccogliere l'acqua, attrezzi da giardino abbandonati qua e là. I confini delle proprietà delle varie abitazioni arroccate quassù non sembrano ben definiti; forse non è così importante. Poi s'arriva ad un'altra strada asfaltata e da lì, in breve distanza, all'abitato di Sambuco, dove troviamo ancora due simpaticissimi volontari che provvedono a riempire le borracce. Riparto di gran carriera, centrando in pieno la strada sbagliata: chissà dove sarei andata a finire, se i due similtedeschi non mi avessero prontamente richiamata all'ordine. Ancora sentiero, su verso il bosco; l'ultima salita davvero seria. La ricordo impegnativa e molto bella; ricordo che, ad un primo tratto di ripidi tornanti con la vista chiusa da una fitta vegetazione, segue poi una seconda parte in cui ci si può ben rendere conto di quanto si sia già saliti rispetto a Fiorino. L'autostrada è un intrico di striscie d'asfalto sempre più sottili. Ormai zampetto senza più timore, senza il pensiero di dover risparmiare le forze; se avessi uno specchio, vedrei sul mio viso un sorrisone da un orecchio all'altro, più o meno il riassunto del mio stato d'animo: anche questa volta è fatta. Oh, sì, manca ancora qualche chilometro, più o meno quindici. ma non contano più; quindici km significa che è praticamente finita. Nulla potrebbe turbare la perfezione di questo momento, nemmeno la fame, che comincia a farsi rumorosamente sentire sotto forma di bubbolìo della pancia: in effetti, tre torroncini, un po' di frutta secca, qualche pezzetto di focaccia e del miele sono un pieno di carburante un po' misero per tutta questa strada. Centellino la scorta di miele che mi resta: ormai seguo la traiettoria di chi è parecchio più avanti di me, per capire quanto manca, anche se la corona di montagne intorno è sempre più bassa. Manca poco alla Malanotte: lì, al bivio, si girerà a sinistra anziché proseguire verso il colle. La fatica non si sente, non s'è fatta sentire per tutto il giorno; mai un attimo di crisi, non posso che essere soddisfatta. Le gambe hanno ancora voglia di correre!
Solo quando ci arrivo, alla Malanotte, realizzo che questo è lo stesso posto in cui Matteo ed io siamo passati durante la passeggiata notturna di qualche tempo fa, ed è proprio il punto in cui, rientrando al mattino dopo aver trascorso la notte in tenda, ci siamo imbattuti nei miseri resti del banchetto di un lupo, o più d'uno: quel che rimaneva della carcassa di una pecora. Quel mattino, benché fosse già chiaro, non l'avevo notato, ma sulla roccia c'è proprio la scritta, "Malanotte". L'illuminazione: quindi, da qui alla Gava manca pochissimo!

Continuo di buon passo; Fabrizio è rimasto un po' indietro, ma credo mi raggiungerà in discesa. Butto l'occhio a destra ed a manca, a caccia di una roccia magari un po' più grossa ed isolata delle altre, dietro a cui ritirarmi un attimo in meditazione, visto che, insomma, è tutto il giorno che non medito... Ma niente che faccia al caso mio: dovunque tentassi di nascondermi, il mio voluminoso posteriore sarebbe visibilissimo fin dalle spiagge di La Spezia, da una parte, e Ventimiglia, dall'altra... Non vorrei leggere domani sui giornali l'allarmante notizia dell'avvistamento di un UFO! Resisterò.

Alla Gava, a quanto pare, non è più obbligatorio scendere al punto di ristoro, poco sotto; tanto meglio: è vero che ho fame, ma manca solo più una decina di km, all'incirca; resisterò con quel mezzo ciucciotto di miele che mi resta. Riempo la borraccia, riparto di gran carriera; ormai ho solo una gran voglia di arrivare. Nell'edizione precedente, da qui toccava ancora arrampicarsi su per una breve, ma cattivissima cima; questa volta, invece, si percorre un sentiero in leggerissima salita, per un chilometro o forse meno. La nebbia ormai non c'è più; dall'alto si vede nitido il mare, increspato dal vento, che dev'essere davvero violento, se da quassù si vedono le linee di schiuma bianca che segnano le onde. La luce è più gialla, le ombre più lunghe. Raggiungo un gruppo di tre corridori non più giovanissimi: mai sottovalutare l'età, però... Nel momento in cui, preda dell'entusiasmo, attacco di corsa la leggera discesa, uno dei tre mi raggiunge, saltando come una cavalletta, e poi, scambiate quattro parole, allunga con un'agilità impressionante, gelandomi lì sul posto: "Io ho settantadue anni!". E sticaxxi, scusate il francesismo ma qui ci vuole! Settantadue anni, e guarda come fila... In più, noto con raccapriccio che indossa scarponcini alti alla caviglia in luogo delle tradizionali scarpe da montagna: com'è possibile che, in settanta km percorsi con quegli strumenti di tortura ai piedi, sia ancora in possesso delle sue caviglie? Lo osservo senza parole: in viso sì, rivela un bel po' di primavere in più di me, ma gliene daresti al massimo sessanta. Le gambe, però, hanno l'aspetto ed il tono muscolare di un uomo molto, molto più giovane. M'ingegno di seguirlo, mentre penso che gli comprerei volentieri qualche anno, insieme a quei suoi polpacci; provo anch'io a correre, ben più impacciata di lui, consapevole del rischio altissimo di schiantarmi rovinosamente, proprio ora che siamo alla fine. Per fortuna, sembra che questo sentiero, finalmente, consenta un buon appoggio dei bastoncini e non sia lastricato di pietre scivolose. Anche se il formidabile compagno di questo pezzo di viaggio mi prende in giro, quando mi vede saltare giù da uno scalino all'altro reggendomi solo sui bastoncini: "Cosa succede se si accorciano?". Mah, non lo so... In quel caso lì, sarà l'autopsia a stabilirlo!

L'attempato corridore guadagna vantaggio, fino a ragginungere un escursionista ben più maturo di lui: un anziano che scende con molta cautela, reggendosi anche lui sui bastoni. Li sento scambiarsi qualche battuta: il viandante ha più di ottant'anni... Quando lo supero e lo sorpasso anch'io, mi dice, fiero: "Ma io fino alla Gava ci sono arrivato". E poi, con un velo di tristezza, aggiunge: "Eh, ma solo dieci anni fa facevo ben altro...". Ammetto che vorrei rispondergli, ma le parole mi muoiono in bocca. Mi riempie di tristezza questa sua consapevolezza. Ci penso anch'io e, ancora una volta, spero con tutto il cuore di non arrivare mai a poterlo dire: non arrivare all'età in cui, guardandomi indietro, mi renderò conto di non poter più fare tutto quel che mi pare. Qualcuno mi prende in giro, mi dà della matta quando esprimo questo mio desiderio, ma per me è importante davvero. Non ci tengo, ad arrivare a quell'età: molto, molto vigliaccamente, spero in un evento che metta fine a tutto, in un attimo, senza che io me ne accorga, nel sonno, chissà, domani o tra dieci anni o venti, pur di non raggiungere quel momento in cui mi guarderò indietro con nostalgia. Dev'essere terribile avere un corpo che non risponde più a quel che vorrebbe l'entusiasmo. Capiti pure quando vuole: tanto, penso proprio di poter dire di non avere rimpianti, nulla che avrei voluto fare ed a cui ho rinunciato, nulla di cui pentirmi. Finora sono stata molto, molto fortunata...

Bando alla tristezza, qui c'è un breve tratto di risalita che mi permette di passare al contrattacco. Il baldo nonno corridore – poverello, se si sente chiamare così, mi sinistra! - ha, per sua stessa ammissione, qualche difficoltà in salita, un po' per un dolore al braccio che gli limita l'uso dei bastoncini, un po', dice lui, per colpa delle primavere. Lo riacchiappo e lo supero: sono arcisicura che mi riprenderà in discesa... Del resto è un gioco, io mi diverto anche così!
Ricompaiono anche Trigi e Cesare, che mi passano sulle orecchie non appena la strada torna a spianare. Da qui in giù, un lungo serpentone di strada sterrata ma corribile; la vista sui giardini lungo l'Aurelia, sull'autostrada e sul mare. Resto a bocca aperta: c'è una nave.... Una nave gigantesca, immensa! Guardo la nave, guardo il vicino porto di Genova, mi sembra che ci sia una sproporzione assurda! E quella nave lì non è l'unica; ce n'è un'altra, gemella, poco distante, navi da carico, e poi un'altra colossale nave da crociera. Chiunque mi direbbe "Embè? Sono navi", ma, nella piana carmagnolese , il veicolo più grosso in cui io posso imbattermi è una mietitrebbia!
Da qui si corre e basta, anche se le gambe se ne stancano in fretta; le pietre che ricoprono il fondo terroso non offrono certo al piede il più confortevole degli appoggi. E la pancia, ahimé, comincia a dare segni di impazienza. Ma tu guarda... Non avrebbe potuto avere ancora qualche chilometro di pazienza? No, niente da fare: approfitto di un tornante e di uno spazio un po' nascosto, almeno spero, per una rapida sosta. Beh, vero, ho perso qualche minuto... Ma riparto leggera come una piuma!
Finirà mai questa noiosissima strada? Sì, finirà presto, anche perché, in men che non si dica, mi ritrovo al di sotto del piano dell'autostrada, lungo un sentierino che passa tra case, giardini, pergolati di uva e di kiwi, vento caldo del mare. Qualche saliscendi, poi l'asfalto: finalmente, il paese, i complimenti di qualche madama che ancora incoraggia; la discesa lungo la mattonata, l'incontro ed il veloce scambio di battute con la Momma, e poi l'ultimo incrocio, l'arco, la fine. E' fatta! Non c'è nessuno ad aspettarmi, ma io sono felicissima già così, tanto che quasi mi dimentico di far rilevare il mio passaggio. Mi rendo conto a scoppio ritardato che non sono le sette e mezza, come pensavo, ma appena le sei: significa per me quattordici ore di gara, cioè due in meno dell'anno scorso! Per carità, è vero che il cronometro per me non conta gran che... Ma sono contentissima! Significa aver tenuto i 5 km/h di media su settanta km con 4.700 m di dislivello, almeno sulla carta, anche se io stento a credere di aver accumulato davvero così tanta salita.
E poi non è vero, che non c'è nessuno: di lì a pochi secondi, non appena mi avvicino al banchetto del ristoro, attacco almeno tre o quattro bottoni, con altrettante conoscenze dei vari forum internettiani podistici: Digiae, Granpasso alias Gianluca, Longpas ed infine anche Lorenzo, il boss di tutta la baracca. Lo vedo, con mio gran dispiacere, un po' abbattuto: pare che qualche idiota fatto e finito abbia tentato di rovinare la festa, prendendosi la briga di rimuovere parte della segnalazione nella zona del Faiallo. Così alcuni dei primi hanno sbagliato strada! Ma non ti preoccupare, Lorenzo, è stata una giornata formidabile! Bellissimo anche il percorso in alcuni tratti modificato rispetto alla scorsa edizione; del resto, da queste parti, ovunque si metta piede, la montagna è sempre stupenda e, per di più, accessibile per lunga parte dell'anno. E poi, il boss è riuscito a mettere in piedi una manifestazione così bella nonostante le risorse inferiori, almeno per quel che mi è sembrato, rispetto all'anno scorso. L'impressione, mia ma non solo mia, è che da parte delle autorità – non saprei quali, uffici turistici o altri enti di questo tipo – non ci sia stata alcuna forma di pubblicità: basti pensare che, solo dieci giorni fa, qui alla mezza maratona di Arenzano, non s'è visto nulla, né un volantino, né una locandina, che accennasse al Gran Trail. Che non è proprio un evento da due soldi! Beh, che importa: se anche qualcuno gli ha remato contro, Lorenzo ha dimostrato di essere il più forte, il più cocciuto, il più appassionato, il più matto. Ha vinto lui!

Concludo la bella giornata con una bella sorpresa: in piazza compare anche Isacco, che avrebbe dovuto correre oggi, ma è stato messo ko da una seria infiammazione al menisco che lo costringerà a rinunciare al podismo, ed ai sentieri, per un bel po'. Nonostante il dispiacere, ha voluto comunque essere presente per salutare gli amici, soprattutto Stefano ed Alice. Ogni volta che lo vedo, provo un po' di rimorso, in fondo il suo ginocchio sinistrato è colpa mia! Lo so che è colpa mia!
Riemergo dal piacevolissimo turbine di chiacchierate per avviarmi verso la Opel: appuntamento da Matteo e già pregusto la fantastica cucina di sua mamma. Bisogna fare il pieno, perché domani si corre ancora, e si pedala pure: sarà la tragicomica giornata del Trofeo Besimauda... Ma questa è un'altra storia!