Una splendida, enorme luna a metà illumina il cavalcavia della Strada Reale, appena oltre la rotonda della Bossola. Ormai il mio bioritmo non conosce più alcuna regola: la sveglia ha fatto sentire la sua voce, stanotte, all'una, dopo quattro ore di un sonno un po' incerto. Per fortuna, mi porto dietro un debito di sonno arretrato così pesante che riesco a crollare addormentata in qualsiasi luogo, in qualsiasi circostanza, a qualsiasi ora del giorno e della notte; non mi è difficile allungarmi sul materasso alle nove di sera e conquistare immediatamente il conforto di Morfeo.
La Corsa, come sempre unica fedele compagna e colonna portante delle mie scorribande, corre nel vuoto, sotto un cielo stellato che conforta il cuore del ciclista randagio, verso Cuneo. Mai una volta che il mio programma di viaggio sia definito e chiaro. Fino a ieri, avevo intenzione di saltare in sella a Borgo San Dalmazzo, intorno alle tre; ora, però, mi assalgono i dubbi: almeno il primo tratto della strada della Valle Stura, fino a Demonte, è tale da solleticare le ambizioni da pilota di Formula 1 degli automobilisti della notte, magari pure reduci da qualche bicchiere di troppo. Può darsi che io incontri due o tre auto in croce, ma è più che sufficiente per rischiare la pelle. Esagero, forse? Probabilmente sì... Ma il dubbio basta a farmi imboccare, a Borgo San Dalmazzo, la direzione della valle, anziché quella del parcheggio della stazione ferroviaria. Il cartellone luminoso mi segnala che il Colle della Maddalena è aperto: perfetto, anche l'ultimo timore è fugato. Il valico è stato chiuso per giorni a causa di lavori nel comune di Argentera; un'ordinanza ne disponeva la riapertuta per ieri sera, alle 19. Bene, oggi sarò la prima ciclista a verificare le condizioni della strada, mi sa. La giornata sarà lunga, molto lunga; meglio che risparmi il fiato... Ma la radio congiura contro di me e manda le note di Fiorella Mannoia: "Cambia il vento ma noi no / e se ci trasformiamo un po'..." E come si fa a non approfittare della solitudine dell'abitacolo? Con la sola accortezza di chiudere il finestrino, per non turbare l'ecosistema della valle, mi lancio nei più terrificanti acuti che orecchio umano abbia mai potuto immaginare. Altro che risparmiare il fiato...
La galoppata della Opel si conclude nell'ampia piazza all'uscita di Demonte, dove c'è il distributore di carburante. E qui comincia la mia. Sono quasi le tre e mezza: deserto e silenzio assoluto; si sente solo lo scroscio dell'acqua della fontanella. Secondo i miei calcoli, stanotte dovrei incontrare ancor meno veicoli di quei pochi che già s'incontrano nottetempo da queste parti; molti avranno il dubbio che il transito sia ancora vietato, visto che il via libera è stato dato meno di nove ore fa. Accurato controllo dello zaino: il telo termico c'è, la giacca c'è, il portafoglio c'è, fazzolettini e batterie di ricambio per le luci ci sono, la farmacia c'è, la pappatoria idem. Focaccia, crostatine, fichi secchi, barrette; smisto tutto tra la schiena ed il borsello da manubrio. Ancora da indossare le bande rifrangenti, da piazzare la luce sul manubrio – una bella Cateye, potente e nuova di zecca – e da sistemare sul capoccione la frontale. Perfetto: il clac dei miei pedali rompe il silenzio, si parte. Mi lascio presto alle spalle le ultime case dell'abitato: la luce gialla dei lampioni si allontana, ma non si può certo dire che tutt'intorno sia buio pesto. La luna è a mezzo servizio, ma limpidissima; illumina la vallata di un alone azzurro e le righe bianche a bordo strada per una bella distanza. A me tocca comunque tenere accesa almeno la frontale, non tanto per vederci, quanto per farmi vedere. Temperatura piacevolissima: 18°C, secondo un termometro a Demonte; in effetti, i manicotti sono quasi di troppo. Il fascio della frontale illumina i cartelli stradali fin quasi ad abbagliarmi; una brezza leggera agita le foglie, di tanto in tanto un animale fugge via al mio passaggio, calpestando rumorosamente le frasche. Nel silenzio pesantissimo della notte, qualsiasi fruscio sembra un insopportabile frastuono. Anche il senso dell'equilibrio è alterato: ma qui, credo sia in buona parte colpa della miopia. Mi sembra di essere sospesa a mezz'aria, non riesco a valutare le distanze. Per fortuna, i pochi camion si fanno sentire, e vedere, già da lontano, e mi incrociano o sorpassano con cautela. Nessuno capisce cosa sia questo UFO luminoso che viaggia lemme lemme sulla statale, un po' a zig zag.
Brillano le stelle e le luci della valle; si distinguono i contorni delle montagne. Di tanto in tanto, la frontale illumina un paio d'occhietti che mi fissano per un istante e poi schizzano via nella boscaglia: per lo più gatti, credo, forse qualche volpe. Il puntino rosso luminoso, che per un attimo mi sconcerta, è invece la luce dell'allarme di un'abitazione nascosta tra le fronde.
Pochi chilometri e spuntano le luci di Aisone e, poco oltre, di Vinadio. Che bello, il campanile romanico di Aisone illuminato, spicca sui tetti sonnacchiosi. Il semaforo è operativo anche di notte: un bel rosso tondo... Nessun problema, tanto qui è d'obbligo la mia prima sosta. Credo di poter ambire alla cittadinanza onoraria di Aisone, per la fedeltà con cui ne frequento il bagno pubblico. Uno dei pochi comuni civili italiani di mia conoscenza, come Frassino e, un po' meno, Sampeyre o Vinadio, dove la toilette pubblica c'è ma è in stato pietoso. Ad Aisone, come a Frassino, il locale è sempre aperto, gratuito e persino pulito! Qualcuno potrebbe obiettarmi che, col favore della notte, qualsiasi cespuglio potrebbe fare a caso mio, a beneficio della romantica immagine del randagio amante della natura... Ma la tazza, diceva il saggio, è sempre la tazza.
Riparto inforcando il semaforo rosso: tanto non c'è nessuno... E, se qualcuno dovesse avere la sfrontatezza di incrociare il mio cammino... Salterò sul marciapiede. Da Aisone a Vinadio, il tratto è breve ed in leggera salita. Buio ancora fondo, la luna è sempre lì; sensazione di leggerezza, benessere, euforia, sorriso a trentadue denti, al lordo di quelli che mi hanno già estirpato, anche se lo zaino pesa un po' troppo. Vinadio è deserta; nessuna traccia nemmeno di escursionisti né scialpinisti in partenza: ma che fine hanno fatto i duri e puri? Solo le mura del Forte testimoniano il mio passaggio, ed i camionisti che arrivano dalla Francia. Nella discesina, centro una bella buca che mi risveglia, con una botta di adrenalina, dai fumi del sonno mancato... Tutto bene, per fortuna, la Ridley è un carro armato in miniatura. Del resto, dopo che è sopravvissuta indenne all'incontro troppo ravvicinato con la fiancata dell'auto, a Capodanno, penso di poterla definire una bici indistruttibile.
Il lungo tratto quasi rettilineo che porta al bivio per le Terme di Vinadio è ventoso e decisamente più freddo. Allo stabilimento dell'Acqua Sant'Anna, il lavoro ferve ed i camion, anche a quest'ora inurbana, vanno e vengono. Chiudo la cerniera della maglia. La valle è più chiusa adesso; il mio cielo è solo più uno spicchio. Freddo alle mani; spero che la salita riprenda in fretta... Quasi non mi accorgo dell'ingresso nelle due gallerie, non illuminate; cambia poco, solo che mancano le stelle e dalle volte, qua e là, cadono goccioloni d'acqua. Fuori, il rumore sordo della Stura e scheletri d'alberi spezzati, forse dalle valanghe, s'intravedono nell'oscurità. Tra le poche case della frazione al bivio per le Terme, spunta una finestrella illuminata; un cane latra, forse fa la guardia alle mucche che non vedo, ma di cui sento lo scampanìo. Mi inseguirà? Ma no, perché dovrebbe, è lontano, e poi io sono sulla strada pubblica, e sono per giunta vegetariana... Le sue mucche non le tocco!
Ho l'impressione che il cielo abbia appena cambiato colore. Un'idea, una sfumatura, il primo occhiolino del giorno. L'ambito desiderio del ciclista attanagliato dal sonno: la luce, ma non solo; i raggi del sole diretti su di sé, chiari, caldi e luminosi, che risvegliano i sensi ed il neurone un po' rimbambito. Per questo, ci vorrà ancora qualche ora, però. Ma non ho fretta; questa notte quasi tiepida, ora che la salita torna a far sudare, è piacevolissima. L'aria è così limpida che il cielo s'infiamma in pochi istanti; inutile che tenti di orientarmi, non riesco ancora ad indovinare dove sorge il sole. E nessuno mi chieda com'è orientata la valle, perché proprio non lo so, anche se dovrei. Le gallerie, la cappelletta votiva sulla sinistra, le prime case di Sambuco: è una sequenza che dovrei avere stampata in mente, ma che ogni volta si presenta con una veste diversa. Quest'inverno son passata di qui a piedi e c'era neve dappertutto... Ora si sente il profumo della prima fioritura, misto all'odore dell'erba umida. Procedo con cautela, al risparmio: le gambe sembrano in buona forma, ma il viaggio è molto lungo. Intanto, sbocconcello pezzi di focaccia bianca e sorrido. Ma guarda tu... Sono secoli che ricevo valanghe di rimproveri per la mia alimentazione sconclusionata, a dir poco criminale; tutti consigli non richiesti, che entrano da un orecchio, viaggiano nel vuoto alla velocità della luce ed escono dall'altro. Poi, un bel giorno, arriva a dire la sua nientemeno che un veterinario: com'è, come non è, colpisce nel segno. Almeno per ora, finché è vivo l'effetto della campagna terroristica messa in atto dal buon Giorgio contro le barrette. Così, ieri ho fatto incetta di focaccia in panetteria. Non so se la focaccia all'olio sia poi tanto meglio delle barrette: ma vediamo di non rompere troppo i santissimi; panini, non ho voglia di prepararmene, e poi sono poco pratici, sbriciolano e sporcano dappertutto. Sulla frutta secca, poi, siamo d'accordo. Lui, Giorgio, sarebbe il tipo che, a colazione pranzo e cena, smonta dalla bici ed allunga le gambe sotto il tavolo di qualche trattoria; per fortuna che non è ciclista... Per me non se ne parla nemmeno, ogni sosta è un sacrilegio, una piccola stilettata alla dignità del giro in bici. Oggi però dovrò aver cura di concedermela, qualche sosta; altrimenti, la zavorra finirà per tritarmi le spalle e la schiena. E mi abbatterò rovinosamente su qualche prato, lungo la via.
A Pietraporzio è ormai chiaro, quanto basta per spegnere le luci. Le cime, ancora striate di neve, in pochi istanti s'incendiano di rosa, uno spettacolo che ogni volta mi dà gioia, nonostante la fatica. Una striscia di fumo sale da un comignolo: del resto, qui, la temperatura non è certo confortevole, non a quest'ora del mattino. Rispetto alla partenza, s'è già perso più di qualche grado. Passa qualche auto con gli sci sul tettuccio; ne capisco poco, ma mi sembrano sci da discesa: chissà dov'è che gli impianti sono ancora aperti? Forse a Vars, ma mi pare strano. Il lungo tratto di strada dritta, poi il tornante che supera lo scalino e conduce alle poche case di Pontebernardo: è il primo punto in cui posso buttare l'occhio verso il fondovalle, senza voltarmi. Colore incerto del cielo, tra il grigio e l'azzurro: la luce non è ancora sufficiente per capire se davvero la giornata sarà limpida. Di fronte a me, spuntano le Barricate. Stupende le cascate che si gettano giù dalla parete: pochi mesi fa erano ghiacciate, lunghe immobili colate di vetro.
Ormai conosco ogni metro di questa lunga, silenziosa salita. Mi godo il breve tratto quasi pianeggiante che precede la galleria: sulla piazzola, un fuoristrada e, poco oltre, un capannello di gente, tutti vestiti di colore grigioverde, cacciano a turno l'occhio in un cannocchiale con tanto di cavalletto. Chissà cosa cercano sulla parete... Mi volto anch'io, ma tutto quel che vedo è roccia ed arbusti appesi lassù, radicati chissà come. Del resto, che io non abbia l'occhio di lince è fatto noto.
M'infilo in galleria: fa freddo; il vento crea una corrente gelida. Il rumore di un camion che incrocio in questo tratto è amplificato fino a diventare un frastuono insopportabile; le gallerie sono un gradito conforto solo quando piove. La strada sale un po' più ripida, in uscita, poi mi porta in due tornanti verso il rettilineo del Villaggio Primavera. Con calma e cautela: le gambe vorrebbero frullare, ma è meglio mordere il freno. Che desolazione... E' vero, l'ora non è certo da picco di traffico turistico, anzi, ma qui è tutto chiuso, immobile. Il bar, le case, i giardini. Luce limpida, cristallina, anche se il sole non mi grazia ancora dei suoi raggi sulla schiena. Qualche sbadiglio di troppo: il primo bagliore del giorno è il nemico più insidioso per chi ha sonno. La testa pesa un po' troppo, mentre spingo con cautela su per la rampa e poi oltre i due tornanti che salgono a Bersezio. Il chilometro traditore per superare l'abitato: pende sempre un po' di più, fino ad arrivare all'orrendo scheletro di cemento che voleva essere, chissà, forse un albergo o un complesso residenziale. Simpatica sorpresa: la griglia di cemento oggi è popolata; c'è vita, pecore, per la precisione, ed un cane da pastore rifugiato giù, al piano terra. Che la natura voglia riconquistarsi quel che era suo?
Nel tratto pianeggiante, sbocconcello la focaccia. Scorre acqua ovunque intorno a me: suggestive cascate giù dai pendii, corsi d'acqua improvvisati e vivaci attraverso il prato, acqua limpidissima, che mette allegria. Mi infonde fiducia tutto questo gorgoglio, lo scintillio dei raggi del sole sulla superficie, il verde acceso dell'erba nuova nata sotto la neve. Non credo potrei mai apprezzare un paesaggio desertico, mai.
Ad Argentera, una famigliola con due bambini a spasso: insonni anche loro, a quanto pare... Alla fontana in paese faccio il pieno alla borraccia e bevo anch'io, a garganella. Un po' di sete l'avevo, ma, fino ad ora, non mi sono azzardata a bere, se non qualche sorso, per una ragione molto semplice: nella borraccia c'è ancora un liquido di natura indefinita, acqua in cui ho sciolto, un tot di giorni fa, una bustina di non so nemmeno cosa. Una delle tante che si trovano nei pacchi gara delle corse. A dire il vero, non ho nemmeno controllato se si trattasse di sali o, che so, di un prodotto per la pulizia della catena: a giudicare dal gusto che l'intruglio ha assunto adesso, sarei portata a propendere per la seconda ipotesi. Buttiamo via tutto e speriamo di non recare troppo danno alla popolazione ittica della Stura.
Mi mancano, al colle, i cinque km più belli dell'intera salita, un tornante dietro l'altro: la pendenza è tutt'altro che proibitiva, eppure, nel giro di poco, mi ritrovo sotto le ruote la guglia del campanile di Argentera, che alla fontana guardavo da sotto in su. Prati a perdita d'occhio e fischi delle marmotte scatenate: non parrà loro vero di avere finalmente un po' di compagnia! Viaggio ancora all'ombra, mani fredde e piedi peggio; la strada è sporca di ghiaia e terra, ma in buone condizioni. Ammiro, come sempre, la maestria dei camionisti alle prese con i lunghissimi rimorchi nei tornanti, con il fiato sospeso, rimpiangendo di aver studiato poco, oltre la fisica, anche la geometria. Tornante dopo tornante, ecco la vasca della grossa fontana in pietra, con l'angolo tristemente spezzato e l'acqua che corre via impetuosa a bordo strada, un fiume in piena, in miniatura. Poi il pianoro che conduce al colle: prato, i primi timidi fiori, il bar che sembra quasi aperto. E' forte la tentazione di entrare per un doppio caffè: ma non si può, non è il caso di perdere tempo. Ne perdo un po' in vetta, ma a fin di bene: approfitto della sosta non solo per vestirmi, ma anche per riporre le luci nello zaino. Sul piazzale, nemmeno un'anima. Il cielo, dal lato francese, è promettente almeno quanto lo è stato finora: nemmeno un baffo di nuvola.
Mi butto in discesa sfidando il freddo pungente dei duemila metri, quota che a quest'ora del primo mattino non perdona, nemmeno a giugno. Sono circa le sei e mezza. In ombra anche la discesa: potrò godere la schiena al caldo forse sulla salita al Vars, forse. Il sonno, puntuale, si presenta a confondermi le idee: ci vedo e ci sento, ovviamente, ma sembra che le informazioni arrivino al cervello nebulose ed in ritardo. Tenere d'occhio la strada, schivare buche e crepe, badare di non stamparsi sul radiatore di un TIR in salita, tutte operazioni banali che però diventano all'improvviso ostiche. L'aria fredda della discesa mi congela le orecchie e le dita sui freni: guardo scorrere i metri, che ormai conosco uno per uno, con il desiderio spasmodico di raggiungere il fondovalle. Solo il cielo azzurro mi conforta: ci arriverò, tra poco, al sole... E' solo la luce diretta, piena in faccia, che ha il potere di spazzare via il sonno.
Ogni volta che supero Larche, in discesa, e mi trovo davanti ai cartelli di divieto di passaggio per le bici, ho un po' di timore. Immagino che la Gendarmerie, di fatto, non si sia mai sognata di far applicare quel divieto, vista la quantità di ciclisti che circola di norma su questa strada; però, se volessero... La frana, pochi km prima del fondovalle, è sempre lì, minacciosa di muoversi. Un'occhiata in alto, prima di passare, non è mai di troppo.
Finalmente al bivio per il Colle di Vars. Approfitto di un angolo appartato per una sosta tecnica e per togliermi di dosso qualche strato, soprattutto la giacca, che appendo allo zaino, fuori, perché asciughi un po'. Il primo tratto, fino a Saint Paul, è ancora in ombra. Ritrovo i cartelli che segnano i km progressivi mancanti al colle, il solito asfalto francese a gobbe, la stradina che si stacca a sinistra e porta verso il forte di Tournoux; il verde brillante della vegetazione e le pareti rocciose, ornate dalle cascatelle. Le due gallerie, ravvicinatissime... E poi, finalmente, nel curvone, il sole sulla schiena. Un'iniezione di gioia. C'è già qualche auto in più in circolazione. Supero le due curve prima di Saint Paul, ma con la mente un po' confusa, che va per conto suo: va bene, tagliamo la testa al toro, povera bestia. C'è il muro di un capanno che può fare al caso mio, così ben esposto al sole; mi fermo, punto la sveglia di qui a dieci minuti, mi siedo ed appoggio schiena e testa alla parete. Pochi minuti di sonno immediato e profondissimo, da cui mi risveglio intontita come se avessi ronfato per ore, e con i brividi, perché ho addosso vestiti umidi di sudore. Dinuovo in sella: da qui in poi la salita si fa più seria. Lo spettacolo intorno è meraviglioso; i primi raggi di sole sulle cime, che si incendiano di rosa, le striature di neve, i pascoli, i fischi delle marmotte, i primi fiorellini. Gli immancabili motociclisti in assetto da turismo: qui non c'è posto per i novelli Valentino Rossi. Qualche saliscendi, mani e piedi che tornano a scaldarsi, un po' di timore per le rampe degli ultimi 5 km, che non so se le mie gambe poco allenate in bici, quest'anno, riusciranno ad affrontare. Ma, superato il ponticello nel curvone ed il pugno di case, s'ha da fare. Salgo con cautela: mi sorprende, fin da subito, la facilità con cui girano i pedali, meglio di prima, oserei dire. "Basta un giorno così", canta Max Pezzali: oggi è davvero "un giorno così", semplicemente stupendo, di gioia perfetta. Mentre supero i tornanti che tagliano il pendio, mentre osservo il bellissimo cane maremmano del pastore, che scende ad immergere le sue zampone nel ruscello ed a bere avidamente, mi torna in mente la domanda che, qualche tempo fa, mi ha rivolto un amico: "Perché lo fai?". Me lo sento chiedere spesso, a dire la verità, ma Giorgio è una delle poche che non mi ha rivolto queste parole con sufficienza o sarcasmo, tutt'altro; la risposta gli interessa davvero. Prendo il telefonino, do ancora uno sguardo intorno a me, poi compongo la rivelazione: "Mi chiedi perché lo faccio? Se tu fossi qui in questo momento, capiresti". Il messaggio parte, il telefonino torna in tasca; alzo lo sguardo e strizzo gli occhi per il sole abbacinante. Un giorno pagherò la mia avversione per gli occhiali da sole, almeno con le zampe di gallina, che del resto già fanno bella mostra di sé, insieme a due rughe sulla fronte. Lo sviluppo del mio neurone s'è fermato ai quindici anni, ma il resto del carrozzone, ormai, si avvicina inesorabilmente ai trenta!
Una leggera brezza piega i fili d'erba e spinge qualche ciuffo di nuvole bianche a macchiare il perfetto blu del cielo. L'ultimo tornante, ancora una curva; la fine della salita si avvicina, anche se le gambe avrebbero spinto volentieri ancora un po'. Ma ne avranno ancora occasione, tra poco. Al colle, la madama del bar è intenta a disporre tavolini e seggiole sulla terrazza. Mi fermo un attimo, per indossare la giacca, poi giù verso il Refuge Napoleon ed i laghetti. Di qui in poi, è la fine della poesia: si entra in Vars, o meglio, in una delle tante Vars che animano la strada fino a Guillestre, una più orribile dell'altra. Stazioni sciistiche, e ho detto tutto. Non sembra nemmeno possibile che il versante di Saint Paul e questo lungo cui sto viaggiando si uniscano allo stesso colle. Pare che stiano su due pianeti diversi... I palazzoni sembrano deserti, gli androni chiusi ed impolverati; non è stagione, questa. Bandiere colorate sventolano a vuoto, per nessuno; è un mortorio. La pendenza è sostenuta nell'attraversamento del primo paese, poi si fa un po' più dolce. In alcuni tratti, tocca risalire. Una splendida corona di montagne consola lo sguardo, dovunque ci si volti, ma è bene fare attenzione alle buche ed ai dossi amabilmente installati nei paesi. L'ultima decina di chilometri verso Guillestre sa, finalmente, di montagna, anche se si scende giù in basso; verso il fondovalle, sono già in azione gli irrigatori per i prati.
Alla rotonda di Guillestre, doverosa pausa. Mi sbarazzo finalmente delle bande rifrangenti, che finiscono al fondo dello zaino, e di una delle due magliette che indosso, che va a penzolare da uno spallaccio, a mo' di stenditoio. Riparto al caldo caldissimo del fondovalle: a quest'ora, la strada si è animata, anche di ciclisti. Mi supera una coppia; squadrano con curiosità il mio equipaggiamento. Evito di tentare il dialogo: viaggiano più veloce di me e sono francesi... Meglio evitare figure in stile "Nù vulevam savuar l'indiriss". Riparto sbocconcellando la focaccia, verso le bellissime Gorges du Guil, dove la strada si arrampica sulla destra e s'infila in tante brevi gallerie scavate nella roccia. Una splendida cascata lungo la parete mi arriva quasi in testa: non sarebbe nemmeno spiacevole... La borraccia, a proposito, è quasi vuota, ma dovrò attendere una decina di km, lunghi e noiosi, un leggero falsopiano in salita lungo la corrente schiumosa del fiume. E' il tratto che le mie gambe temono di più; la salita c'è, ma è impercettibile, drena energie e non dà soddisfazione. I turisti si accalcano a scattar foto a chi si lancia tra le rapide con piccoli gommoni o canoe. Mi distraggo scrivendo messaggi sul telefonino, che qui nella valle così stretta, tra l'altro, non dà gran segno di vita. Raggiungo un pugno di case che ben ricordo: correva l'anno 2007 quando qui, a sera inoltrata, ho trovato riparo, raggomitolata contro un grosso portone di legno, da un improvviso e violento temporale. Quella sera sono poi ripartita, un'ora dopo, intirizzita ed in compagnia di una splendida stellata.
La fessura di cielo che vedo oggi da quaggiù si è popolata di nuvole bianche, un po' troppo in fretta, per i miei gusti. Chissà se oggi il mio destino mi ha preparato l'incontro con il temporale? Un po' d'inquietudine c'è, anche se il meteo prometteva, fino a ieri, una giornata calda ed asciutta. Se temporale deve essere, però, gradirei finirci in mezzo dopo aver scollinato l'Izoard.
Supero con un po' di apprensione lo "scalino" che mi conduce, in due tornanti, al bivio per la salita dell'Izoard. Che emozione tornare qui, ogni volta. Il sole è forte, molto caldo; ancora qualche km a gola secca ed arriverò alla fontana di Arvieux. Anzi, ad una delle innumerevoli fontane. Il primo tratto della salita, quello fino al paese appunto, è sempre un supplizio. Forse perché ci arrivo ogni volta con le gambe stanche, forse perché so che Arvieux è tappa obbligata perché offre un provvidenziale bagno pubblico e gradevolissime fontane in cui buttare la testa, quando fa caldo. Come oggi. Cumuli bianchi si rincorrono in cielo, ma non sembrano così minacciosi; solo ogni tanto coprono il sole. Immergo nella grossa tinozza della fontana le mani, le braccia, il viso; faccio il pieno alla borraccia. La piazzetta pullula di motociclisti. Dinuovo in sella, per affrontare l'avversario più rognoso: il lungo rettilineo che porta al primo tornante. Oggi non tira vento; il sole è caldo ma non certo degno delle più torride giornate estive; eppure soffro, oh come soffro. Potere della suggestione... Una certa pendenza, poniamo del 10%, sarà ben la stessa pendenza su una strada dritta o su una strada a tornanti, no? Eppure, il terribile drittone tra Arvieux e la fine degli abitati è angosciante. I pedali non sentono ragione, non vogliono saperne di andare giù. Del resto, qui si sale sul serio; basta vedere a che razza di velocità scendono i ciclisti che incrocio. Lo zaino pesa, le unghie si conficcano nel nastro del manubrio; di tanto in tanto dò uno sguardo alla ruota libera: i rapporti, non c'è niente da fare, sono proprio finiti... Procedo talmente piano che ho paura di alzarmi in piedi sui pedali: rischio di rovinare a terra. O almeno, questa è la mia sensazione... Sembra che le ruote affondino nel catrame nero della strada. Povera Ridley...
L'ultimo abitato e poi via, ancora cinquecento metri di sforzo, mentre dai giardini si diffonde nell'aere un intenso profumo di vivande. Ora di pranzo, quasi. Stringo i denti ancora un po', il naso in su a desiderare il bosco: finalmente, l'ampio curvone. Da qui in poi, la fatica pesa meno; la strada s'insinua, ampia e dolce, tra i pini, profumatissimi, ed i tavolini da picnic piazzati strategicamente qua e là. Potrei disegnarla su un foglio ad occhi chiusi, questa salita. Mi arrampico con calma, con pazienza, fingendo di ignorare le proteste della schiena; ritrovo lo squarcio in mezzo alla vegetazione, attraverso cui si vede, piattissimo, il fondovalle, tagliato in due dal tremendo rettilineo, diviso in riquadri di coltivazioni di diverso colore. Tanti ciclisti in discesa, ma una sola nella mia direzione, una ragazza alta, slanciata, che mi supera ad una velocità tale da farmi percepire lo spostamento d'aria. Mento a me stessa, dicendomi che senz'altro è colpa dello zaino che porto sul groppone.
Gli occhiali scivolano di continuo sul naso; dovrei proprio decidermi, prima o poi, a procurarmene un paio decente, adatto allo sport, con le lenti graduate. Per il momento, però, quelli che indosso sono più che sufficienti per godermi lo spettacolo della Casse Deserte, bellissima sempre, ma a maggior ragione oggi, con tanta neve ancora accumulata a chiazze, a fare da contorno, e vivaci rivoli d'acqua che corrono lungo l'asfalto. E il sole provvidenzialmente libero dalle nuvole, che gli girano intorno. Perfetta meraviglia, mi sembra di scoppiare di gioia. Non riesco a trattenermi: mi fermo un attimo, solo per afferrare un po' di neve e passarmela sulle braccia, sul viso, poi via, verso il monumento a Coppi e Bobet, verso gli ultimi tornanti. Non ricordo d'aver mai visto tanta acqua in questo angolo di paesaggio lunare, sabbia ed imponenti pinnacoli di roccia bianca. La fatica per ora è scomparsa; non sento altro che la voglia di arrivare lassù. Manca pochissimo... Con il sorriso stampato in faccia, mi alzo più volte sui pedali. Grappoli di motociclisti si fermano nelle curve, a scattare foto che, per quanto belle, mai renderanno giustizia a questa meraviglia. Terzultimo tornante, penultimo, ultimo. Una signora applaude, "Bravò, bravò"; un gruppo di centauri italiani discute sul da farsi a proposito del pranzo: sarà aperto il Refuge Napoleon, il secondo che incontro oggi, appena sotto la cima, verso Briançon?
Tolgo la maglietta che ho avuto indosso finora e la scambio con l'altra, penzolante dallo zaino; non profumerò certo di mughetto, ma almeno in discesa starò all'asciutto. Indosso anche la giacca, perché quassù la temperatura è confortevole solo a condizione di restare immobili, contro il muretto in pietra, a fare la lucertola al sole. Manca poco all'una, quando inizio la mia incerta discesa verso Briançon. Incerta perché all'improvviso mi assale la paura: già alla prima curva, sono appesa disperatamente ai freni. Sarà l'andirivieni di moto che mi mette inquietudine: così mi ritrovo a fare, come dice il buon Ivano, le curve quadre...
I centauri italiani, partiti appena prima di me, sono già appollaiati sulle seggiole del rifugio. Immagino stiano osservando con commiserazione le mie traiettorie ad angolo; per giunta, ho l'impressione che la bici proceda a sobbalzi... Senz'altro è frutto della mia immaginazione. E' suggestione. Attendo con ansia che il tratto di curve nel bosco lasci il posto alla più dolce discesa oltre l'abitato di Cervieres. Dovrei aver percorso, secondo i miei calcoli spannometrici, circa 130 km e 3.500 m di dislivello. Posso concedermi, nei tratti in falsopiano, una crostatina al cioccolato: se solo fossi un po' meno maldestra, potrei evitare il sacrificio della mezza crostatina che si spalma sull'asfalto...
La temperatura aumenta a dismisura scendendo su Briançon. I brevi tratti di risalita, che percorro con indosso ancora la giacca, mi fanno provare l'ebbrezza dell'effetto serra; i raggi del sole, incuranti delle nuvole, picchiano senza pietà. E sarebbe un piacevole calore, se solo non mi toccasse subirlo attraversando il caos delirante della città. La borraccia è vuota; l'unica fontanella che vedo è a secco. Pazienza: urge fuggire via da questo catino infernale. Tra cemento, supermercati, bar, parcheggi, semafori e gas di scarico, imbocco la lenta risalita verso il Monginevro, sperando di sopravvivere almeno fino al primo curvone, il vero attacco dell'ascesa. Mi sembra di impazzire: gola riarsa, testa che scoppia, le gambe non girano più; non un filo d'acqua, solo il miraggio dell'asfalto tremolante visto attraverso i fumi delle marmitte. Caos, capannelli di gente, pullman: datti una mossa, Gian, levati di qui, subito. Si tratta di superare il bivio per il Colle della Scala, un breve rettilineo e poi è fatta. Nel senso che lì c'è la grossa, bellissima cascata di una fontana. La raggiungo dopo aver abbattuto, uno ad uno, tutti i santi del calendario, con il capoccione in fiamme: il tempo di appoggiare la bici e mi ci ritrovo sotto, con tutta la testa e buona parte del busto. Immagino che non sia stata un'idea geniale: il cranio è percorso da una dolorosissima fitta, immediata, per effetto dell'acqua gelida; però poi passa tutto. Mi dedico qualche minuto di pace: mi godo il getto sulle braccia, sui polsi, sulle gambe; riempo la borraccia e soddisfo anche i reclami del pancino, con un'ennesima porzione della focaccia che ho centellinato fin qui. A mangiarla così com'è, asciutta, però, non riesco più; la immergo nell'acqua e via, senza troppo badare al gusto. Nel mentre, si ferma qualche istante un ciclista che immagino francese: lo saluto, "Bonjour", replica "Bonjour" e riparte.
Ancora in sella. L'idea è di raggiungere Sestriere intorno alle quattro: per quell'ora, dovrei incontrare il buon Giorgio, che oggi all'una è partito da lì, in compagnia di un amico e di un cagnotto, per un allenamento di corsa su sentiero. Chissà se ce la faccio? Il Monginevro non è certo una salita che preoccupa, ma se nelle gambe ci sono già Maddalena, Vars ed Izoard e se il ciclista non si chiama Fausto Coppi.. Ecco, anche il Monginevro ha il suo perché. Lo affronto con cautela, sperando che il sole ora feroce non asciughi troppo in fretta la maglietta ed i capelli. Il traffico non fa concessioni ai miei zig zag; auto, moto, camper, uno dietro l'altro, senza misericordia. E qualche ciclista che sorpassa senza salutare. Mi sento un po' fiacca, ma non è il momento di mollare; quanto a rallentare, non se ne parla, ne va dell'equilibrio. Di tanto in tanto, le narici riescono a captare il profumo del bosco, subito sopraffatto dalla fumata nera di un furgone o di una bagnarola mai revisionata. Tornanti su tornanti, ampi e morbidi: toh, un paio di km prima della vetta, ecco il presunto ciclista francese, alle prese con il magnete del contakm. Non mi sembra nulla di grave: passo, saluto ma non mi fermo; del resto, non saprei nemmeno chiedergli se è tutto ok.
L'ultimo rettilineo prima di Monginevro è un bel calvario. Ormai qui i panorami sono finiti: solo più casermoni ed impianti dedicati allo sci, più quel che resta delle strutture costruite per le Olimpiadi. Mi prende la nostalgia della Valle Maira, delle rampe e delle pareti minacciose del Vallone di Elva, di quelle quattro case in pietre e tetti in lose... Qui è il festival della pacchianeria. Discesa verso Claviere e Sauze: breve, quasi indolore, uno stradone che sembra una tangenziale.
A Sauze, riempo la borraccia per l'ennesima volta. Alla fontana, un ragazzo con bici ed abbigliamento da Downhill ed una vistosa ferita sul braccio tatuato: "Non è nulla, ho preso un albero"... Urca! Se lo dice lui! Quattro parole, poi riparto. L'ultima salita, Sestriere: mi sento pimpante, di ottimo umore. Ormai è fatta. Comincio a pensare "al dopo": una volta scesa a Pinerolo, avrò davvero voglia di infliggermi la pianura quasi assoluta fino a Demonte, per andare a riprendere l'auto? A ben pensarci, potrei anche tirare dritto per Carmagnola... E tornare al recupero della Opel domani, magari in bici da casa, o in treno fino a Borgo e di lì a piedi, di corsa, poco più di venti km. La tentazione è forte... Le mie elucubrazioni vengono spazzate via dall'arrivo del ciclista presunto francese, che in realtà francese non è, ma torinese. Mi affianca, attacchiamo bottone. E' partito da Torino, è andato a Briançon, ora è di ritorno, ma si fermerà a Sestriere, dove ha una casa e dove troverà pronto un bel piatto di pasta, per grazia della consorte che lo attende. Avrà una sessantina d'anni ed un bel passo, anche se, come tutti i ciclisti sempre, oggi guardacaso è in giornata no. Resta di stucco quando gli racconto il mio giro... Non posso negarlo, concedetemelo questo sprazzo di megalomania; faccio la ruota del pavone, sono contentissima dei complimenti... Mi sforzo di rispondere ai suoi brevi allunghi, salto in piedi sui pedali per non farlo andar via; il collega, magnanimo o forse a torto intimorito, resta a fianco. Inutile dire che chiacchieriamo dal primo all'ultimo metro: nel giro di undici km di salita, ciascuno conosce una buona fetta della vita dell'altro. Intanto, tengo d'occhio l'orologio sul cellulare, una volta tanto: quando mancano un paio di km a Sestriere, ricevo il messaggio di Giorgio che ha concluso l'allenamento. Affronto in piedi l'ultima rampa con vista sullo scempio di questa povera montagna; a mio parere, sarebbe stato facile costruire in maniera appena più decente, ma del tutto impossibile raggiungere livelli ancor più indegni di bruttura. E la desolazione di questo luogo non sembra solo dovuta alla stagione estiva, almeno a giudicare dalla fioritura di cartelli "vendesi" ai vetri dei tristissimi alloggi negli alveari, o sulle serrande degli esercizi commerciali.
Declino gentilmente l'invito del mio collega ciclista a condividere un piatto di pasta: ormai sono le quattro e mezza; difficilmente sarò a Pinerolo prima delle sei. E da lì, ovunque decida di dirigermi, la strada sarà ancora lunga. Mi fermo alla fontana, proprio in cima alla salita, in mezzo al paese; infilo la giacca, perché i raggi del sole, già obliqui ed un po' incerti tra le nuvole sparse, non bastano a calmare i brividi. Breve pausa: pochi minuti dopo, ecco che arrivano Giorgio, il suo amico Filippo ed il tenerissimo Presidente, altresì detto Stupor Mundi, Consolatio Afflictorum, ecc. ecc. Il cagnotto, per intenderci, bello, fulvo e baldanzoso. Chissà come può, con quelle zampotte così corte, tener dietro a quei due satanassi dei suoi compagni podisti umani. Un saluto veloce, poi giù per la discesa: lunga e terribile, puro terrore nel viavai di auto, camper e motociclisti che se ne infischiano della linea di mezzeria.
Adesso, però, fatico a credere che si tratti ancora di suggestione. La bici procede davvero a balzelloni. Ho la netta sensazione di sapere di cosa si tratta; in realtà, l'avevo già pensato scendendo dall'Izoard, ma non avevo osato fermarmi a controllare. Il dubbio lascia sempre uno spiraglio aperto alla speranza ed è meglio di un'impietosa certezza... Mi fermo di lato, faccio girare la ruota anteriore sollevandola da terra: eccola lì, la bolla. Il mio fido copertoncino da 28, che mi ha accompagnata per tanti, tanti impervi km, forse troppi, si è deformato. E mò? Un copertoncino di ricambio ce l'ho; il necessario per la sostituzione, pure. E' la voglia che mi manca: la buona volontà per fare la sostituzione e per procedere, poi, con la gomma mezza sgonfia, perché la pompetta portatile, è risaputo, fa quel che può. E se nascondessi la testa sotto la sabbia? Detto, fatto. Riparto, procedo come se stessi pedalando sulle uova, prego il copertoncino di non scoppiare, altrimenti è matematico che qui finisco sotto un'auto. E non desidero altro che la fine di quest'incubo di discesa, in cui, come se non bastasse il problema meccanico, ci si mette anche il vento a complicare la faccenda. Scendo piano quanto basta, a balzelloni: Pragelato, Sucheres-Basses, Fenestrelle, i due tornanti col pavè che mi fa gelare il sangue nelle vene, pensando al mio copertoncino sinistrato. Brivido di angoscia ogni volta che sento un'auto alle spalle... Il tratto più piatto, tra Perosa Argentina e Pinerolo, è una lotta impari contro il vento. Ormai il dubbio non si pone più: con la bici in queste condizioni, l'unica decisione saggia è riparare al sicuro per la via più breve. In una parola, andare a casa. Da Pinerolo a Carmagnola ci sarà poco più di una quarantina di km. Lo ammetto: non è che questo inconveniente meccanico capiti poi così a sproposito... Con la luce morbida del tardo pomeriggio, mi tuffo nel traffico di Pinerolo; sbaglio strada un po' di volte, poi finalmente l'azzecco. Buriasco, Vigone, Pancalieri, lunghi km di pianura tra campi di grano e granturco, e gaggie e trattori,, acqua fredda e limpida che corre nelle bealere, estratta dai motori, le montagne ormai alle spalle, il morale alle stelle, l'aria fresca della sera sulla pelle. Le gambe girano a meraviglia, la schiena non si lagna nemmeno più; mi godo la galoppata, veloce, ad effetto martello pneumatico, per via della bolla sul copertoncino. Reggerà fino a casa? Poco male. Casalgrasso, il ponte sul Po; l'altro ponte, sul Maira, frazione La Motta, finalmente Carmagnola. "Quanti km hai fatto oggi?", chiede provocatoriamente Luisa, la cugina, non appena metto piede in giardino. "Circa 275... Per cinquemila metri di dislivello in salita, mal contati". Mi godo l'assalto di Skipper, mi abbatto sulla sedia, contemplo la Ridley appoggiata al muretto, immobile. Con una bottiglia da un litro e mezzo di Coca Cola fredda in mano, rivolgo l'ultimo pensiero alla Opel, che mi attende paziente a Demonte: tranquilla piccola, in un modo o nell'altro, domani, tornerò a prenderti!
martedì 22 giugno 2010
venerdì 28 maggio 2010
22-23 maggio 2010 - La Nove Colli Running

"I'm more than a bird
I'm more than a plane
more than some pretty face beside a train
and it's not easy
to be me"
Le note e le parole di questa splendida canzone dei Five For Fighting mi risuonano nelle orecchie da giorni. Hanno accompagnato, ieri sera, il mio lungo e tranquillo viaggio in auto, da casa, e tornano puntuali ora che riemergo da una notte di sonno tutto sommato profondo e confortevole. E pensare che c'è chi denigra il sedile della Opel Corsa. Ho voluto superare il girone infernale di Bologna, ieri, per non rischiare di imbottigliarmi stamattina; poi, freccia a destra al primo autogrill, parcheggio, sedile reclinato, sacco a pelo steso, bandana sugli occhi come riparo dalla luce del lampione, e via, poco prima di mezzanotte, tra le accoglienti braccia di Morfeo. Mi stiracchio, pigra; non è il trillo della sveglia che mi ha riportata alla realtà, bensì il chiacchiericcio di un capannello di comari appena scese da un pullman. Mannaggia a voi, sono le sei e mezza... Nessun rispetto per chi ambisce a ronfare in autogrill! Tiro via la bandana dagli occhi: cielo azzurro, luce del giorno, camion ed auto che sfrecciano a pochi metri da me. Spalanco la portiera, giù le scarpe, sotto l'occhio perplesso della famigliola in camper che sta facendo colazione poco lontano. Tranquilli, non verrò a scroccarvi il caffé: sono organizzata! La mia automobilina è più attrezzata del celeberrimo monolocale di Renato Pozzetto ne "Il ragazzo di campagna". Sollevato il sedile, ritirato il sacco a pelo, ecco pronta la tovaglietta ed il contenitore di plastica con la pasta in bianco, scotta e fredda, preparata ieri, e persino due uova sode, che lusso! Mi compiaccio; una volta tanto, un pasto quasi degno di un vero atleta, e non di una discarica ambulante, quale sono in realtà.
Non so quanto manchi da qui a Cesenatico, anzi, a dire il vero non ricordo nemmeno quale sia l'uscita. E dire che ci sono già stata due volte, in occasione della Nove Colli tradizionale, quella che si corre in bici. Confido nelle indicazioni dei cartelli. E' un altro, il pensiero che turba il mio operoso ruminare. Cesenatico non è una grande città, ma è un immenso caos per chi ci si trova in auto. Già ha il pessimo difetto di essere una località turistica; figuriamoci poi oggi, in questi giorni, con l'invasione di dodicimila ciclisti e relativo sciame di familiari al seguito... Mi attende l'improba fatica di raggiungere il Porto Canale e poi mollare la Opel possibilmente non troppo lontano da lì, con l'aggravante del fatto che non ho idea di dove si trovi quel misterioso luogo. Mah, coraggio, in fondo sono appena le sette; la Nove Colli Running parte a mezzogiorno...
Sguscio distratta l'uovo sodo, un frammento per ogni chilometro che dovrò mettere sotto le suole, e non basterebbero forse dieci uova per coprirli tutti. Era ormai da tempo immemore che non mi capitava d'essere così ansiosa, prima di una corsa, in bici o a piedi che fosse. Certo, un po' di tensione in griglia, a pochi istanti dal via, in mezzo alla folla, ma nulla di più. Questa volta, invece, lo stato di incapacità di intendere e volere l'ho invocato già da più di una settimana. In effetti, a ben pensarci, le proporzioni dell'impresa lo giustificano: si tratta di correre per oltre duecento km, duecentodue per la precisione, su asfalto, lungo lo stesso percorso dell'omonima gara ciclistica, scavalcando, come s'intuisce dal nome della manifestazione, nove colli, per un totale di più di tremila metri di dislivello in salita. Ed altrettanti in discesa: particolare non da poco, quando si tratta di superarli a piedi. E' qualcosa che supera ogni mia fantasia ed immaginazione. E' vero, fino ad oggi, in particolare dallo scorso autunno, ho concluso tre gare da cento km, oltre ad aver messo in saccoccia quattro o cinque allenamenti in solitaria oltre i settanta km, in condizioni, devo dire, parecchio critiche, viste le temperature dell'inverno appena trascorso. Ma nulla di tutto ciò si avvicina, nemmeno vagamente, all'impegno che richiederà una prova di questo genere. Pare che la Nove Colli Running sia considerata una delle ultramaratone più dure al mondo.
In effetti, è da tanto che accarezzo l'idea di provare a partecipare, già da molto prima di prendere la decisione; però, non ho mai pensato, nemmeno per un attimo, di poterla concludere, perlomeno non al primo colpo. Ormai ho imparato, grazie soprattutto all'esperienza in bici, che le prove sportive "esagerate", o meglio, quelle "esagerate" rispetto a ciò che si è già vissuto, riservano sempre qualche sorpresa che non poteva essere prevista né con la preparazione, né attingendo al racconto di chi c'è già stato. La NCR prevede due traguardi intermedi, al km 84 sul quarto colle ed al km 158 al secondo passaggio in località Ponte Uso. Ecco, io sarei già contentissima di centrare questo secondo obiettivo e, nel contempo, assaggiare sulla mia pelle cosa significa questo massacro. Perché di massacro, questo è certo, si tratterà. Non avrebbe senso illudermi di giungere al traguardo, perché i cancelli orari intermedi impongono un ritmo di corsa che non sarei mai in grado di reggere per duecento km, e perché quella distanza è superiore anche alla mia immaginazione, figuriamoci poi alla preparazione dei miei garretti.
Sparecchio la tavola. Un giro di toeletta all'autogrill e posso riprendere, con calma, il mio viaggio. Con calma, perché non faccio altro che ripetermelo, una nenia infinita, "calma, calma, calma". Imola, poi Cesena, infine Cesenatico. Ancora una ventina di pericolosissimi km, fuori autostrada, per arrivarci: pericolosissimi perché ho i nervi a fior di pelle, perché ogni semaforo, ogni rotonda o passaggio pedonale piovono dal cielo appena un istante prima che io possa affondare il piede sul freno. Ho i nervi a fior di pelle e sono felice, un miscuglio esplosivo.
La città, come previsto, è una bolgia, anche a quest'ora del mattino. Giro come una trottola, spreco mezzo pieno di carburante vagando senza meta, finché mi trovo, quasi per caso, nei paraggi delle indicazioni per la consegna dei numeri della corsa ciclistica. Se non ricordo male, non dovrei essere troppo lontana dal centro, dal Porto Canale, con le vecchie barche colorate che ricordo di aver già visto nelle mie visite precedenti. Ma la fortuna, oggi, è dalla mia parte. Scovo un meraviglioso parcheggio semivuoto, a due passi due dal Municipio. Mi sembra persino troppo bello per essere vero: eppure, guato ovunque; nessun divieto, nessun trabiccolo per il pagamento del parcheggio, nessuna minaccia di rimozione forzata, niente di niente. Pare proprio un parcheggio libero e gratuito. E pensare che, a poche centinaia di metri da qui, masse di pecoroni impazziscono per impilare le vetture una sull'altra, per schiacciarle come scatole di sardine, pur di non trasportare, pedibus calcantibus, i loro reverendissimi ed importanti deretani. E mò che faccio? Saggezza vorrebbe che, essendo poco più delle otto, mi sdraiassi ancora un po' in auto, raccattando magari un'altra ora di sonno, nonostante il sole che presto arroventerà le lamiere della mia fedelissima. Ma la saggezza non mi è mai stata compagna. Lo è, invece, l'ansia. Meglio andare a dare un'occhiata all'ipotetico punto di partenza, di fronte al Municipio. Le strade sono già invase di ciclisti di ogni ordine e grado, chi in allenamento, chi in ricognizione, chi a passeggio per pavoneggiarsi con la tutina attillata. Lungo il canale, su una panchina, scorgo però due loschi figuri in tuta e scarpe da corsa, con due borsoni. Mi avvicino con cautela e voce quasi tremante: "Scusate... Siete qui per la Nove Colli Running?". Un sorrisone d'intesa: meno male, lascio andare un sospirone di sollievo che potrebbe gonfiare una mongolfiera. Quattro parole, giusto per intenderci, siamo nel posto giusto, ben prima del momento giusto.
A questo punto, saggezza, sempre lei, vorrebbe che tornassi alla Opel e mi concedessi quell'oretta di riposo di cui parlavo prima. Tanto, qui, dell'organizzazione e della frenesia della gara non c'è ancora traccia, è troppo presto. Ma l'ansia me lo impedisce. E se poi, in mia assenza, capitasse qualcosa d'importante? Se mi perdessi per strada qualche pezzo? Il sole è già limpido ed arrabbiato, quando torno alla mia macchinina. Scarico i bagagli: borsa per cambiarmi d'abito, visto che per ora sono in borghese; borsa da spedire al km 84; borsa da spedire al km 136. Eh sì, perché è vero che chi ha inventato questa corsa è un sadico, però qualche vizio ce lo offre, come estremo conforto prima della dipartita. Possiamo spedire, in teoria, una borsa su ogni colle, con dentro abiti di ricambio, pappatoria, quel che si vuole. Ho pensato al Barbotto ed al Pugliano: in cima al Barbotto dovrei arrivare a notte fatta, quindi potrei aver bisogno di un po' di vestiario; al Pugliano invece, boh, chissà, quando arriverò non sono in grado di prevederlo, ma di certo ci arriverò stravolta, dopo 136 km; ergo, avrò tanto bisogno di generi di sostentamento.
Carica dello zainetto che porterò in gara, e delle tre borse, mi avvio un'altra volta verso il Porto Canale. Il popolo dei podisti è già lievitato; ne sono spuntati altri due, seduti al tavolino di un bar. Saluto, scambio quattro parole, ma poi, come mio solito, vado a caccia di solitudine. Mi accampo su una panchina proprio davanti all'ingresso del municipio: non sono neanche le nove... E mò, che faccio? Qui, sotto il sole a picco? Il modo migliore per buscare una bella botta di caldo. Viavai di ciclisti e turisti, pian piano la città si risveglia. Le barche ondeggiano pigre, le guardo ma in realtà non le vedo, né vedo la gente che mi passa davanti, in fondo nemmeno i podisti che di lì a poco mi raggiungono e fanno capannello vicino a me. Uno di loro, in particolare, ha voglia di chiacchierare: ed è anche simpatico... Ma son proprio io che oggi ho la luna storta, vorrei silenzio e raccoglimento. Mi meraviglio di me stessa. Forse sto invecchiando... Scambio messaggi via cellulare con gli amici ciclisti che oggi sono qui, anche loro, sparsi chissà dove per Cesenatico, guardo l'ora ogni due minuti, ma il tempo non passa mai. Tornare all'auto? Cambiarsi? Ci sarà uno spogliatoio, qui? Dovrò riportare il borsone nella Opel? Per ora, tutto tace, tranne i miei compagni di sventura, che non fanno altro che snocciolare allenamenti, tempi, gare. Li osservo di sottecchi: con mio gran sollievo, non vedo gente che si atteggia a supereroe, che ostenta muscoli e tatuaggi, anzi. Volti ordinari, scuri di sole, questo sì, segno dei tanti chilometri macinati, spalle appoggiate alla panca con noncuranza, borsoni a terra. Questi personaggi, immagino, correranno, come me, senza assistenza; son qui con il loro bagaglio e basta. Ci sarebbe, volendo, la possibilità di farsi accompagnare, in bici o in auto: ma è un'eventualità che non ho preso nemmeno per un istante in considerazione. Un po' perché non c'è nessuno, in fondo, a cui voglia così male da infliggergli, nella peggiore delle ipotesi, trenta ore di agonia al seguito di un podista. Ma soprattutto perché io stessa non potrei tollerare una simile persecuzione. Le previsioni meteo sono incoraggianti, promettono caldo e bel tempo; quindi, uno zainetto con un k-way ed una buona dose di barrette sarà più che sufficiente. Ci saranno i ristori, ma non ho un'idea precisa della loro dislocazione lungo il percorso. Il regolamento dice una cosa, ma qui le voci si susseguono ed annunciano tutt'altro. Tanti ristori, pochi ristori, abbondanti, scarni, ciascuno sostiene la sua, e come si fa a capirci qualcosa? E' uno dei tanti misteri che scioglierò solo vivendo, anzi, solo correndo.
Un insistente languorino mi offre l'occasione per schiodare il fondoschiena, che ormai ha assunto la forma della panca, e per sottrarmi alla morsa del podista troppo chiacchierone. Parto in spedizione punitiva, naso all'aria a mò di cane da punta, in cerca di una panetteria: il mio ultimo desiderio, un lenzuolo di focaccia... Macché. Niente panetteria. Giro in lungo e in largo, ma, a quanto pare, gli autoctoni non amano il pane. Ciò che ci somiglia di più è una pasticceria: pazienza, mi toccherà accontentarmi... Mi faccio violenza per costringermi almeno ad evitare le maialate più maiale, i vari bomboloni con creme e cioccolato, e mi dirigo su due esemplari di una specie di raviolo, coperto di zucchero e ripieno di marmellata, roba quasi da penitenti; tempo di tornare alla panca e posso dare libero sfogo alla furia delle fauci. Il podista chiacchierone mi chiede, candido, se secondo me sia sufficiente la piccola brioche che lui ha mangiato a colazione: "Mah, fai un po' tu... - replico – io ho ingurgitato tre etti di pasta, due uova sode e adesso questo ben di Dio...". Certo, ci sono i ristori, ma vedrai, caro mio, che a furia di inanellare decine e decine di km, i ristori ti serviranno a poco, perché sarai disgustato anche alla sola idea di avvicinarti ai tavolini.
Consumato il frugale pasto, colgo l'occasione della panca finalmente libera, per sdraiarmici sopra e godermi il caldo sempre più arrabbiato del sole. Mi scrolla dal torpore, dopo un tempo indefinibile, una voce più che nota: "Ma chi poteva essere quella squilibrata che si mette qui in pieno sole"... Schizzo su ancor prima di avere aperto gli occhi: eccola qui, la mitica Rosanna, nome e volto inconfondibili del ciclismo amatoriale in Italia ed in giro per il mondo. In forma e brillante come sempre, arriva in bici, in compagnia del marito Giulio e dell'amico Marco, ma soprattutto della macchina fotografica da cui, ormai, non si separa più. In qualunque impresa sportiva la Rosi si sia cimentata, tutte le ciambelle le son sempre riuscite con un buco a regola d'arte; lo stesso si può dire, adesso, della sua passione per la fotografia. Rosi e Marco sono qui per partecipare alla Nove Colli by Night. Non si può dire che questo sabato sia vuoto di eventi, a Cesenatico: a mezzogiorno, partiranno i podisti; alle cinque del pomeriggio, i ciclisti che percorreranno i 202 km in versione non competitiva ed in buona parte nella notte; domani mattina, alle sei, i tradizionali ciclisti da granfondo. Tre manifestazioni sulla stessa strada.
Rosanna scatena la sua fantasia fotografica; tutti insieme si prodigano in consigli, incoraggiamenti, raccomandazioni. Prima tra tutte, quella di filare all'ombra, nell'unico francobollo d'ombra dove già si sono accatastati gli altri podisti in attesa. Alla spicciolata, poi, arrivano altri elementi in tenuta da gara, forse i veterani, quelli che sanno già che non è il caso di presentarsi qui ore prima del via. Molti con uno o più persone al seguito, familiari, amici, pronti a far da scorta per innumerevoli, interminabili ore. Rosanna, Giulio e Marco se ne vanno, con la promessa di tornare ad assistere alla partenza, mentre lo spiazzo pian piano si riempe di gambe, di borse, di voci. Dal mio angolino d'ombra, scruto tutto con soggezione, illudendomi d'essere ben mimetizzata con il suolo ed il muro; invece no, qualcuno mi stana, e mi fa anche piacere, ma di qui non mi muovo, per ora.
Di lì a poco, alcuni loschi figuri cominciano ad armeggiare con tavolini, sedie e l'arco gonfiabile del via. Ahi ahi, mi sa che ci siamo, è giunta l'ora. Anche se sono solo le dieci. Mi giro intorno, spaesata: ma possibile che io debba sempre essere l'unica che casca dal pero? Bah, cominciamo a ritirare il pettorale, poi si vedrà. Numero 74 ed un bel borsone rosso, omaggio, con dentro un cappellino ed un pacco di sale grosso: apprezzatissimo, direi. Dovrebbe esserci, tra non molto, un incontro in Comune, una sorta di riepilogo delle informazioni essenziali. Cincischio. Che faccio, mi cambio? Non mi cambio? E dove? Basta, tagliamo la testa al toro, povera bestia. Mi cambio qui, coram populo, come tutti gli altri, e se qualcuno si scandalizza, pazienza. Cominciando dai piedi, pasta di Fissan, calze, poi i pantaloni sotto il ginocchio, la canotta traforata, la maglia, rigorosamente bianca e con le maniche lunghe. Lo so, sono senza dubbio fuori posto in mezzo a questo sfoggio di canottiere minime e pantaloncini ancor più ristretti, con grande esposizione di macelleria; ma se l'idea è di correre per venti e più ore, molte delle quali sotto il sole a picco... Beh, non ho alcuna intenzione di ridurmi a mò di aragosta.
Torno per l'ennesima volta al parcheggio, a lasciare il mio borsone con il ricambio per il ritorno, ammesso e non concesso che io ne esca viva. Ancora un controllo allo zainetto: barrette, borraccette, fazzolettini di carta, k-way Camp nuovissimo, omaggio beneaugurale di un caro amico, e poi la luce frontale, per la sera. Mi muovo ormai come un automa, i nervi a fior di pelle. Non ho nemmeno il tempo di sedermi sullo scalino, di fronte al Municipio, che il boss della gara, Mario Castagnoli, richiama i podisti a gran voce. Tutti ammucchiati nella sala consiliare, per i saluti delle autorità ed alcune informazioni dell'ultimo minuto. Non ho nemmeno il coraggio di sedermi: sono talmente tesa che non riuscirei a piegarmi. L'unica nota che colgo riguarda il percorso: "Siccome 202 km sono pochi – annuncia il boss – grazie ad una frana sul Perticara, abbiamo aggiunto un km e 300 metri". Urla di giubilo, applausi scroscianti: se mai ne avessi avuto un barlume di dubbio, ebbene ora ho la certezza di essere stata rinchiusa in una gabbia di pazzi. Poi, le intemperanze dell'angoscia e del pancino mi costringono ad abbandonare l'aula, in favore di altri e più appartati lidi. Ahimè.
Novantaquattro partecipanti, dodici donne: un record, a quanto pare. Sciamiamo fuori dal palazzo, ancora sotto il sole: sono felice di ritrovare i volti noti degli amici di prima, a cui si sono aggiunti anche Franco e Graziano. Sono commossa, tutti qui per farmi coraggio... Foto, ancora foto, brusio, rumore, confusione, la mia testa che scoppia. Ecco, lo sapevo, questo è il regalo del sole che ha troppo picchiato sul mio capoccione. Ci chiamano per nome, uno per uno, allineati alla partenza, con il cuore impazzito. Ecco, ci mancava solo la benedizione del parroco. Già a me questi signori in tonaca ispirano proprio poca, ma poca, ma poca simpatia... E poi dai, suvvia, un po' di serietà; anche ammesso che qualcuno voglia proprio credere che il buon Dio esista... Se lo figura così poco impegnato da avere tempo e voglia di preoccuparsi del destino di un centinaio di squinternati in tenuta da pagliaccio, con tutti i guai a cui dovrebbe già badare, in giro per il mondo? Al posto suo, del buon Dio intendo, trasformerei i nove colli in altrettante rampe al 25% di pendenza costante, e cosparse di cera da pavimenti, per giunta, come punizione per l'irriverenza...
Una folla di spettatori a metà tra l'ammirato e l'allibito accompagna con urla ed applausi il conto alla rovescia. Pacche sulle spalle, euforia alle stelle, il mio sogno finalmente comincia. Sotto un cielo ora un po' velato, ma sull'asfalto cocente, scortata dalle auto dell'organizzazione e dai Vigili Urbani, la massa multicolore lascia il porto e se ne va. La prima sorpresa: il passo è meravigliosamente tranquillo. E non c'è da stupirsi, visto che ci attendono oltre duecento km di fatica: ma io mi stupisco lo stesso, perché anche le corse da cento km sono lunghe, eppure al via c'è chi schizza come una molla e sparisce. Qui no: chi chiacchiera, chi scherza, chi attacca bottone con i tanti spettatori lungo il percorso, in uscita dall'abitato. Ho di fronte circa venti km di piattissima pianura. Ed intorno a me tanti, tra i podisti, che senz'altro conosco, che ho già incontrato, con cui ho già parlato: eppure, prima del via, ne ho salutati in paio; tutto il resto è vuoto di memoria, di sguardo, di voce, come se li vedessi tutti oggi per la prima volta. Probabilmente rimedierò la solita figura barbina, ma proprio non posso farci nulla; dimenticherò anche i volti di chi, in questi primi istanti della lunghissima sfacchinata, mi coinvolge nei suoi discorsi o nei suoi teatrini. Testa che scoppia e gambe legnose. Ormai non mi spavento più; so che, per due o tre ore almeno, starò male al punto da pensare che non ce la farò mai, nemmeno a cominciare. E' sempre così, è colpa del motore diesel, che a scaldarsi impiega un'eternità. Rotonda dopo rotonda, paese dopo paese, il gruppo s'è un po' allungato, ma tutti sono ancora a portata di vista. E' la prima volta in cui vedo mantenuta la promessa di una partenza ad andatura controllata. Strada, caos, traffico, paesi, palazzi e lussuose ville con giardino; chissà quanta strada ho già fatto... Sogno l'arrivo della prima salita, che spero terrà lontano almeno il caos delle automobili. Ci si mettono anche le auto dell'assistenza privata, a rompere le scatole viaggiando a passo d'uomo, è il caso di dirlo, accanto ai podisti: ma che bisogno c'è di porgere cibo e bottigliette; sarà si e no un'ora che corriamo! In tutta sincerità, la possibilità di farsi scortare è una delle caratteristiche della gara che non mi va giù: l'assistenza privata logora chi non ce l'ha... So bene cosa vuol dire avere una voce amica che ti sussurra la parola magica, quella giusta, quella che può risolvere e ribaltare una crisi, quando si tratta, ovviamente, di crisi psicologica. Se quella voce manca, te la devi cavare da solo, e spesso non è facile. Meno male che a tener su il morale ci pensano gli "scarriolanti", una simpatica banda di squinternati in costume tradizionale, che corre alcuni tratti di gara spingendo carriole di legno e torturando le orecchie dei già sofferenti atleti con melodie tradizionali romagnole. Quando poi parte l'aria "La cerco verginella, la voglio campagnolaaaaaa", confesso che mi rammarico di non avere con me un'accetta... Mi consolo con le bellezze dei paesi che attraversiamo, Cesena soprattutto, con uno splendido centro storico.
I punti di ristoro sembrano più ravvicinati di quel che si credeva. Acqua, bibite e frutta secca per cominciare; poi, al ventesimo km o giù di lì, un'intera tavolata con ogni leccornia, persino la pasta. Ma della pasta, dopo sole due ore, non ho proprio ancora voglia... Nonostante mi risuoni ancora nelle orecchie la raccomandazione ripetuta mille e mille volte da Rosanna – "Ai ristori, fermati!" - ho fretta, voglio ripartire, mi avvio tenendo tra le mani pane, marmellata e frutta secca. Finalmente, la strada ha un po' di pendenza, anche se è solo un primo cenno. Rinuncio a capire come sto. Male, sto, ma non è perché io abbia esagerato con l'andatura: starei male anche se me la fossi presa più comoda. Mi raggiunge Luciano, altro volto noto di molte mie corse; pure lui ha la caratteristica di essere sempre ovunque, come il prezzemolo... Pare ben deciso a farcela, lui, a tornare a Cesenatico con le sue gambe. Mi incita a credere altrettanto: ma è un'idea che mi rifiuto di prendere in considerazione. Non voglio illudermi, punto. Non voglio crederci, perché so che i 202 km sono un obiettivo al di fuori della mia portata, oggi, e so che, illudendomi, mi farei solo del male. Sbatterei il naso, inevitabilmente, contro la dura verità. "No – ripeto per l'ennesima volta, per convincere me stessa più che lui – io mi accontento del km 158". Poi, là dove io mi rassegno al passo, il compare continua a correre e se ne va.
Calma, Gian, calma e sangue gelido. Questo è il primo colle. Se anche ti senti di affrontarlo di correre, non ci devi provare, nemmeno per scherzo. Non fare cretinate, per favore, non oggi, non adesso. Vai di buon passo, quasi di marcia, sputa i polmoni, ma qui non correre. Sono ormai quasi ventinove anni che convivi con un didietro che ti obbliga al cartello "Carichi sporgenti". Quelli come te, in salita, non possono permettersi di correre. Non se ambiscono al traguardo di un buon numero di colli. E' una tensione continua, logorante. Il caldo è meraviglioso, dopo mesi di freddo penetrante; mi guardano come se fossi un marziano, così bardata e coperta, ma io mi godo il tepore, anche se la gola è secca e le borracce si svuotano subito. "I'm only a man in a funny red sheet / I'm only a man looking for a dream", ancora lei, la stessa canzone, quella dolcissima melodia di pianoforte. Oggi la musica ma le posso solo immaginare. Non ho voluto portare con me il lettore Mp3: tanto, la batteria dura si e no otto ore, un nonnulla rispetto alla lunghezza che spero abbia la mia fatica. Le case produttrici di marchingegni elettronici dovrebbero adeguarsi alle esigenze degli atleti "ultra", che sono tali, se non per l'eccezionalità delle prestazioni sportive, di certo per il tempo che trascorrono in compagnia della loro passione. Qualche anno fa ho conosciuto, durante una gara in bici a tappe, la più bella che abbia mai corso in vita mia, un fortissimo ciclista di ultradistanza, Andrea Clavadetscher: nelle prove più estenuanti ed interminabili, la squadra di assistenza, che lo seguiva con il furgone, gli teneva compagnia via radio, per mezzo di un auricolare e di un microfono. Così, a richiesta, il fenomeno poteva avere il sostegno morale degli amici oppure la musica, naturalmente brani a richiesta. Ma lui era, anzi è appunto un fenomeno...
Non so che ora sia, né che chilometro. Qualche parola, di tanto in tanto, la scambio, ma oggi la faccenda è tra me e me. Mi guardo intorno, alla ricerca di immagini che dovrebbero essere note: ricordo, dalla corsa in bici, il colossale imbottigliamento proprio all'inizio della prima salita, il Polenta, il cartello del paese di Settecrociari, la rampa che fa metter piede a terra alla folla immensa dei ciclisti, ma non riesco a trovare alcunché di familiare. Sarà perché, in sella, soprattutto nella prima parte di gara, si è troppo impegnati a badare a dove si mettono le ruote, ad evitare di toccare, essere colpiti, volare per terra. Il paesaggio non esiste; esistono al massimo le terga del ciclista che precede, cosa che spesso è tutt'altro che spiacevole, tra l'altro. A piedi è tutt'altra faccenda, bellissima. Io non ho, e non voglio avere, la percezione del tempo; ho una vaga idea che, alla mia andatura normale, più o meno dovrei poter rientrare nei cancelli orari intermedi, e questo per ora mi basta. Guardo le ombre allungarsi appena, il verde meraviglioso di boschi e colline. Sciami di ciclisti viaggiano in ogni direzione: molti sanno chi siamo, e perché siamo qui a piedi con un numero appiccicato addosso; feste ed incoraggiamenti a più non posso.
Pian piano, i chilometri della prima, breve e facile salita si portano via anche il mio malessere. E' forte la tentazione di azzardare qualche passo di corsa, anche sulle rampe che vanno a finire contro il cielo, quando qualcuno ti sorpassa di gran carriera e se ne va. Ma non si può, non si deve. Lasciali andare, Gian. I casi sono due. Se possono correre così fino alla fine, allora mettiti il cuore in pace, che rispetto a te quelli sono su un altro pianeta. Altrimenti, vedrai che prima o poi li raccatti... Mi concedo un po' di trotto solo là dove la strada sembra spianare o, addirittura, scende. E taglio le curve, finché posso, con un occhio attento al traffico di auto e bici. Pochi metri qua, pochi là, è tutta fatica che si risparmia. Il verde è finalmente esploso ovunque, nei campi e nei cespugli, ed accompagna ogni passo. Chissà quanti passi. Contando, certo per difetto, un passo ogni metro, sono duecentomila passi. Primo colle, il Polenta, e punto di ristoro. Pochi istanti di calma per mangiare quel che c'è: pane, marmellata, fragole, banane. Noto con curiosità una ciotolina di sale grosso: servirebbe per i pomodori... Ma ne pizzico un po' tra le dita e me lo metto in bocca così, succhiandolo pian piano mentre riparto. Come le capre: è eccellente per combattere quel senso di nausea e rifiuto del gusto dolciastro, che già si fa sentire. E poi, lo spicchio di limone.
Il calore opprimente del sole pian piano si attenua, anche se non perdo occasione per buttare la testa sotto ogni fontana che mi capiti a tiro. In discesa, poi, il corpo fatica meno, soffre meno la temperatura; ciò non significa, però, che la discesa sia un terreno facile, tutt'altro. Si corre comunque, e si corre in discesa, con i muscoli impegnati a frenare il passo. Io poi ho i miei dubbi che la mia tecnica di appoggio del piede sia la più ortodossa: tutta la mia dolce massa va a scaricarsi sul tallone... Qualcuno suggerisce che sia più opportuno appoggiare il piede di piatto, o di punta, ma vorrebbe dire, nel primo caso, correre a mò di papera, e nel secondo, beh, sfido chiunque a correre in discesa appoggiando per prima la punta del piede. Non sono mica la Carla Fracci! Se non altro, almeno l'abbigliamento è azzeccato.
Purtroppo, la prima discesa ha il triste difetto di smuovere le intemperanze del mio pancino. Mannaggia, lo sapevo, che non mi avrebbe risparmiata, il malefico. Ci risiamo, come sempre nelle grandi occasioni: d'ora in poi, occhio a periscopio, a caccia del primo luogo idoneo ad un momento di raccoglimento. Intanto, la discesa prosegue verso l'abitato di Fratta. Davanti a me, poco lontano, i due o tre corridori che mi hanno superata venendo giù: anche sull'asfalto, quando si tratta di andare verso il basso, io perdo regolarmente terreno. La strada prosegue, quasi in piano, tra campi verdissimi ed una lieve brezza che agita le spighe dei "peru-peru", come si chiamano dalle mie parti.
Passano i primi trentacinque, quaranta km. Le gambe li sentono, eccome, e non solo loro. Ormai da un bel po' di tempo, direi da mesi, ci si mette anche un importuno doloretto sulla sinistra, appena sotto le costole, un doloretto costante che di tanto in tanto si acuisce, soprattutto in salita, costringendomi a camminare per qualche minuto piegata in avanti; poi passa, sparisce, ricompare. In generale, più dei dolori ai muscoli delle gambe, con cui ormai ho stabilito una sorta di tregua armata, mi tormentano i vari doloretti itineranti tra addome e torace; a parte il mal di pancia contingente, a cui spero di poter dare presto soddisfazione, spuntano mille doloretti qua e là, muscolari, credo. Esisterà un modo per correre senza che gli addominali restino costantemente così contratti?
D'improvviso, a lato della strada, un sentiero segnato dai trattori sale su nel campo e si perde tra la boscaglia. Sotto gli occhi perplessi dell'equipaggio di uno dei corridori, fermo con l'auto sulla piazzola in attesa del suo protetto, mi lancio di gran carriera tra l'erba e le ortiche e sparisco nel folto della vegetazione; ne riemergo, a tempo di record, ben più ottimista e sollevata. Non so ancora, me tapina, che questo è solo l'inizio...
Il primo cancello orario, alle 19.30, è in cima alla seconda salita, che attacco al passo, senza sapere che ora sia. Inseguo un'ombra che si allunga, senza più necessità di strizzare gli occhi per ripararli dalla luce, in mezzo ad un corridoio di papaveri e fiori di camomilla, di cicoria e chissà quante altre varietà. Pochi ciclisti, ormai, poche auto; cammino, respiri profondi, allungo le braccia in alto, stiracchio un po' i muscoli delle spalle, del collo. Me ne devo ricordare, per allontanare il più possibile il momento in cui, oltre alle gambe, anche gli altri muscoli urleranno di dolore all'unisono. E' confortante la presenza delle auto dell'organizzazione, che vanno avanti e indietro, vegliano su di noi e ci porgono persino le bottigliette d'acqua al volo. Acqua frizzante, massimo gaudio!
Secondi, minuti, ore, scorrono senza forma e senza parole, salvo le poche battute scambiate qua e là con qualche compagno di una decina di metri. Non è un percorso che si possa condividere, questo. Un po' per mera ragione pratica; è pressoché impossibile imbattersi in un corridore che condivida la stessa andatura in salita ed in discesa, la stessa necessità di fermarsi o continuare, lo stesso spirito. E un po' perché la testa ha bisogno di correre lungo un binario e ci deve restare da sola. Per lasciare da parte la mia fatica, penso alla fatica d'altri. Matteo è in sella dalle otto di stamattina, al Raid Provence Extreme, 600 km in versione no stop, su e giù per la Provenza; un giretto niente male che, per gradire, inizia con la salita al Mont Ventoux... Abbiamo già scambiato qualche messaggio, pare che stia bene e sia a buon punto, secondo la sua tabella di marcia.
Quando dovrebbe ormai mancare poco al secondo colle, uno dei nostri angeli custodi ci avvisa che manca ormai poco: "Dieci minuti e sei su". L'ultimo tratto di salita, in curva, nasconde il banchetto del ristoro; ci arrivo, a quanto sembra, con venti minuti di anticipo rispetto al limite orario. Al pelo... Qualche battuta con i volontari; mi riempo le mani di frutta secca ed il bicchiere di Coca Cola, poi, come sempre, riparto subito, per non dare tempo alle gambe di raffreddarsi o irrigidirsi. Rimarranno un paio d'ore di luce, poco più. Sulle prime, la discesa è un sollievo, respiro finalmente un po' più lieve, ma la pendenza, per quanto blanda, affatica le gambe. Poche centinaia di metri, poi, sono sufficienti a mettere un'altra volta in agitazione la pancia: ahi ahi, pessimo segno. Per fortuna, con il favore delle tenebre, non avrò problemi particolari a trovare un angolino idoneo alla sosta; però, se le cose stanno così, rischio seriamente la cotta, o quantomeno la disidratazione. Alla fine della discesa, il tratto di pianura è per fortuna brevissimo; altra sosta in un campo di grano, con l'occhio preoccupato sulla cascina in cima alla collina: qui, va a finire che il contadino, se mi becca, mi condisce le terga a sale grosso... Riparto trangugiando due pastiglie di Dissenten, benedetta farmacia.
Lungo la salita al Ciola, terzo colle, mi accompagna una brezza appena più fresca delle ore precedenti; procedo con passo di marcia, ma sempre spedita, forse troppo, senza perdere occasione per corricchiare nei tratti in piano. La calma che sarebbe opportuna fa fatica a farsi strada rispetto all'ansia. Chissà quante persone ci sono, dietro di me? E quante davanti? Quanto sarà lunga la notte? Il cielo pian piano digrada al blu, al nero, dona le prime stelle, ma un barlume di luce all'orizzonte sembra non voler morire mai ed è un vero conforto per il cuore. E poi la luna, che non è piena, è più o meno a metà, ma illumina quasi a giorno la rotta del podista. E' da un po' che rimugino su tempi e distanze: in cima al Ciola, saranno settanta km. I ciclisti della Nove Colli By Night sono partiti intorno alle cinque, o meglio, con il via "alla francese" tra le cinque e le sei del pomeriggio, come previsto dal regolamento. Considerando, per i miei amici, una media dei venticinque all'ora, mal contati, dovrebbero completare i primi settanta km all'incirca in tre ore; insomma, non dovrebbero più essere lontani, ormai.
All'inizio della salita, mi supera infatti il primo dei randonneurs, un ciclista oserei dire nudo, nel senso che non sembra avere nulla con sé, oltre alla bici; non uno zainetto, non un borsello, niente. Forse ho visto male... Ha un ritmo invidiabile, passa avanti senza proferire verbo. I primi "inseguitori", se così si può dire dei partecipanti ad una manifestazione non agonistica, sfilano con almeno una decina di minuti di ritardo, e quasi tutti si mostrano più affabili, ben disposti ad un saluto, una parola d'incoraggiamento, di entusiasmo. Mi ricoprono letteralmente di complimenti: e sarà pur vero che i complimenti non si mangiano, ma è incredibile quale energia ne traggano le gambe. Anche troppa. Stanchezza, fiato corto, dolori e doloretti sembrano sparire per un momento, meglio di un'anestesia: grazie a tutti, di cuore... La scia dei ciclisti mi trascina su, curva dopo curva; ogni volta che taglio una curva, mi volto indietro, nel buio, e vedo chiazze di luce che avanzano lentamente, un po' a zig zag, e voci o solo fruscii che si avvicinano. In mano ho la mia luce frontale, non sempre accesa; alle ginocchia ho indossato le fasce rifrangenti. Le luci delle bici si accompagnano allo scintillio delle innumerevoli lucciole.
Al ristoro in cima alla salita mi fermo solo per pochi istanti: tempo di tracannare un po' di tutto, Coca Cola, aranciata, succhi di frutta, e riempire il bicchiere di frutta secca e cioccolato. Poi via di corsa in discesa, per timore che la banda di Rosanna & C. mi sorpassi senza vedermi. Neanche ci fossimo dati appuntamento... Di lì a pochi metri, la notissima voce: "Eccola!". Sono proprio loro, Rosanna, Marco, Franco, Graziano. Si prodigano in saluti e lodi: dietro di me, dicono, ci sono ancora tantissimi corridori, molti dall'aria ben più afflitta... Non posso che gioire alle loro parole, anche se in cuor mio so che devo restare con i piedi ben piantati per terra. Settanta km, un terzo dell'intera gara, comunque un nulla rispetto a ciò che spero di riuscire a concludere. Rosanna si ferma, scatta foto, si allontana, scatta ancora; mi ripete le sue raccomandazioni: mangiare, fermarsi, fermarsi e mangiare... Tranquilla Rosi, per ora sto bene. Non perdere tempo per me, vai e corri la tua avventura. Ringalluzzita, li guardo allontanarsi, le loro lucine sparire oltre la curva. E' il momento di porre massima attenzione, lungo la strada: la discesa in compagnia dei ciclisti è piacevole, ma molto pericolosa, soprattutto per il rischio che posso far correre a loro. Le luci di una bici, per quanto potenti, non sono come quelle di un'auto, e soprattutto non lo sono i freni. Non devo, assolutamente, tagliare la strada a chi scende su due ruote. E' vero che questo è il mio anno sabbatico per la bici da corsa, ma nel cuore e nell'anima sono pur sempre una ciclista...
Dall'alto, quando la boscaglia libera per un attimo lo sguardo, mille luci punteggiano le colline, e mille altre, minuscole, segnano la strada. Che meraviglia, le lucciole. Gli unici rumori sono il frinire dei grilli ed il fruscìo delle ruote. Unica nota stonata, le auto al seguito dei corridori: ho già assistito ad una sequela di manovre da brivido; solo per un pelo non c'è scappato l'incidente per qualche randonneur. C'è anche da dire che 'sti benedetti ciclisti vengono giù a velocità da suicidio... Li invidio, per il coraggio e per la vista. Io ho già serie difficoltà, di notte, con gli abbaglianti della Opel. Altra sosta forzata, ormai non le conto più... La prossima volta, nello zaino, metto un rotolo mega di papiro egizio: già così, m'è toccato rimpinguare la scorta di fazzolettini con i tovaglioli rubacchiati al ristoro!
La lunga, estenuante discesa va a morire nel centro di un paesello dal nome curioso, Mercato Saraceno. C'è ancora qualche anima viandante nel centro, sul porfido della piazza, che aggiunge dolore al dolore. La stanchezza m'è piombata addosso improvvisa: sento il torace come stretto da una morsa, fatico a respirare, come se una punta premesse nel centro dello sterno. Mi sento debole. Provo a mangiare una barretta, pian piano: ma, dopo due morsi, devo già riporla nella tasca dello zaino. Non riesco a masticare. La salita del Barbotto inizia subito dopo il ponte, con una rampa di tutto rispetto. Un ciclista mi domanda quanto sia lunga: "Mi dispiace, non lo so... E preferisco non saperlo!". Pochi metri dopo, un cartello sentenzia quattro km e mezzo. Vorrei urlarlo al ciclista, che di certo non l'ha visto, così nascosto sul ciglio della strada... Ma quello è già troppo lontano.
La salita è un lungo supplizio. Ho fame, ma riesco a malapena a mandar giù qualche boccone. Ho sete, ma le borracce sono ormai vuote. Le gambe, per forza e costrizione, marciano ancora spedite, ma ogni passo va meditato e comandato; il conforto dei ciclisti non manca, ma fatica a contrastare la stanchezza. Strappo i respiri uno dopo l'altro: dai Gian, quattro km non sono poi così lunghi; ne avrai già percorso mezzo, uno, ne hai già passati due. Guardo in alto, alla ricerca della spalla della collina, seguo la linea delle luci che si arrampicano lente, quelle montate sulle bici, lentissime quelle dei podisti. Per la prima volta, temo. Fatica, gambe dure, i primi brividi di freddo, è notte fatta ormai. L'ora? Anche quella, preferisco non saperla. Matteo sarà nelle Gorges du Verdon a quest'ora. Non mollerebbe, lui. Non mollare nemmeno tu. Cerco distrazione nel telefonino, nei messaggi di amici che mi seguono da casa. "Rallenta, stai correndo troppo", mi rimprovera il buon Giorgio: è vero, ma non ho scelta, i cancelli intermedi impongono questo. Al Barbotto alle 12, ci arriverò?
La strada pende senza pietà. Cammino piegata in avanti, appoggio le mani sulle ginocchia in cerca di una spinta che da sola non mi posso dare. Muscoli duri, affaticati, richiedono sempre più energia. Dai Gian, è vicino il ristoro, ce la fai; arrivi su, ti riposi un attimo. A questo punto, una pausa un po' più lunga delle precedenti è essenziale. Devi fermarti, e mangiare.
Sono ormai ql lumicino quando intuisco, non più lontano, luci e rumori di folla. Il ristoro, anzi ben due ristori, quello della rando a destra e quello della Nove Colli Running a sinistra. Un vero paradiso terrestre: senza esitazione, chiedo subito una ciotola di pasta. Posso persino scegliere il condimento: pomodoro e parmigiano, e tanti sorrisi. Mi accascio su una sedia: alla spicciolata, dietro di me, arrivano un bel po' di corridori che, in salita, non vedevo alle mie spalle. Del resto, in molti tratti viaggiamo tutti a luce spenta; il chiaro di luna, questa sera, è più che sufficiente ad indicarci la via. Ci sarebbe anche la possibilità di un massaggio: prima ancora che io mi decida a chiederlo, è uno dei massaggiatori ad offrirmi i suoi servigi. Il pensiero malandrino mi salta subito in mente: "Così, perdo tempo...". Lo schiaccio senza pietà. In questo caso, perdere tempo significa guadagnare tempo. I km nelle gambe sono già 84, e non proprio facili e leggeri. Trangugio le ultime penne e mi sdraio sul lettino, a pancia in giù. Mi abbandono alle sapienti mani del massaggiatore, premurosissimo, che si preoccupa innanzi tutto di non farmi male. Male no, affatto, anzi!
Un grosso televisore proietta gli ultimissimi minuti della partita, credo di Coppa dei Campioni, tra Inter e Real Madrid, che si conclude a vantaggio della squadra italiana, mentre io appoggio la testa sulle mani incrociate e scivolo in qualche istante di oblio. Il massaggio è lungo, accurato, rilassante. Continua ad arrivare gente: uno dei podisti mi saluta, sorride, "Visto? Al pelo!", esclama. Ne deduco che sia quasi mezzanotte, ora di chiusura del secondo cancello. Va bene, Gian, ci sei dentro. Con calma, riprendo zaino e luce ed indosso il leggerissimo k-way. Mi attardo ancora qualche momento al tavolo del ristoro, per qualche boccone, un dito di birra ed un ottimo caffé caldo. Uno dei volontari mi stringe una fascetta rifrangente, con tanto di lucine rosse intermittenti, al braccio destro.
Giù di corsa, in discesa. I brividi, conseguenza della sosta prolungata, pian piano spariscono. M'infilo in testa la bandana, leggera, per coprire le orecchie. Riesco ancora a correre e corro per un'eternità: sempre in leggera discesa, sempre da sola, salvo il viavai delle auto dell'organizzazione e di quelle dell'assistenza privata. Il cielo è limpido e stellato a meraviglia: più di così, davvero, non si sarebbe potuto desiderare. Una notte simile raffredda l'aria, ma scalda e conforta il cuore. Corro, corro e corro, e insieme alla nozione del tempo ho ormai perso anche quella dello spazio. Su, al Barbotto avevo spedito la prima delle mie due borse, ma non avevo bisogno di nulla, infatti non l'ho nemmeno cercata. Il k-way sarà più che sufficiente: forse patirò un po' il freddo all'alba, ma non prima.
Per l'ennesima volta, mi trovo a fare i conti con il dissesto del pancino. Chissà cosa diavolo ha visto. La fatica? La tensione? Eppure, ieri e nei giorni scorsi, una volta tanto, ho seguito un'alimentazione decente... Che sia una forma di protesta per la mancanza della focaccia? Dopo un tempo che mi pare interminabile, di su e giù ma soprattutto giù, arrivo ad un bivio, con un punto di ristoro dove trovo, sommo gaudio, lattine di una bibita analoga alla Red Bull, oltre alla Coca Cola ed alla piadina con lo stracchino. Bevo, bevo e chiedo quanto manchi al prossimo cancello. "Qui siamo al novantasettesimo". Novantasette? Sul serio? E' una sorpresa meravigliosa: pensavo di essere almeno dieci km più indietro... E il cancello orario delle quattordici ore, a Ponte Uso, è a soli quattro km da qui. Incredibile: riparto mangiando piadina, travolta da un'onda di incontenibile entusiasmo. Quattro km e mezzo: ci stai, Gian, ci stai sicuro, e poi da lì hai via libera, fino al km 158; niente più limiti orari per cinquantasette km. Arrivare al tuo obiettivo, il km 158 appunto, dipenderà solo da te.
Ennesima sosta, con il favore delle tenebre, e terza pastiglia di Dissenten. Oggi non mi sono ancora massacrata il fegato con gli antiinfiammatori, in compenso però mi ci sto impegnando con altri farmaci. Questa, porca miseria, non ci voleva... Nonostante tutto, a Ponte Uso arrivo carica di vigore e di entusiasmo. Curva dopo curva, scendo a fondovalle; proprio quando arrivo giù, raggiungo un altro concorrente che decide di fermarsi qui. Rapida sosta, per me, al banchetto: anche troppo rapida, visto che mi dimentico di riempire le borracce. Pazienza, sarà per il prossimo ristoro, o magari per la prossima fontana. Ponte Uso: fin qui, 13h 15'. Ho corso troppo, lo so bene, ma che altro avrei potuto fare? A parte che non avevo riferimenti cronometrici, perché non porto nemmeno l'orologio; se anche li avessi avuti, non mi sarei mai azzardata ad arrivare consapevolmente al limite della chiusura.
Riparto al trotto. A destra, poi ancora a destra, salita di Monte Tiffi. Ormai, ciclisti non ne passano più. Resto davvero completamente sola su questa strada che corre lungo il torrente, qualche curva prima, poi un lungo rettilineo. Calma, Gian, prendi fiato. Puoi anche permetterti, adesso, di rallentare un poco. Ascolta i merli e l'acqua che scorre. Le gambe fanno male, adesso, anche in salita. Stiro le braccia, la schiena, mangio una barretta, a piccoli morsi. Ho fame, ma è difficile far accettare alla pancia qualsiasi cibo, ormai. Li passo in rassegna con la fantasia: pasta, yogurt, pane... Non c'è nulla che mi alletti. E' ancora presto, per disperare, ma anche per sperare. Quel che è certo è che questa è l'occasione per dimostrare di sapere stringere i denti. Ci sarà da soffrire, e tanto.
La discesa, pur breve, mi getta nel più nero sconforto. Mi ostino a correrla ancora, ma ho le gambe in fiamme; dolore, puro, intenso, crudelissimo dolore. I muscoli sono così rigidi che il ginocchio, anziché piegarsi nel naturale movimento del passo, quasi fa uno scatto; il respiro è affannoso, anche in discesa. Per fortuna, l'unico fastidio che per ora non si fa vivo è il sonno. Ci mancherebbe solo quello. Al punto di ristoro, ai piedi del Perticara, il sesto colle, arrivo con il sorriso sulle labbra, ma l'angoscia nell'anima. Gentilissimi e premurosi, i volontari mi offrono il caffé, oltre alla consueta pappatoria di fragole, frutta secca, pane, marmellata. Dovrei impazzire alla vista del barattolo di Nutella, eppure tutto quel che ne provo è disgusto. Devo ripartire, subito, questa salita sarà il mio supplizio, mi sento debole come non mai. A sinistra, in faccia all'impietoso cartello: otto km e rotti, che diventeranno dieci con la deviazione annunciata prima della partenza, ieri mattina. Anche la semplice andatura al passo richiede uno sforzo esagerato: il cuore che sembra non voler battere, le gambe che rifiutano di muoversi, devo proprio costringerle, ad ogni passo. Il silenzio di tomba, solo un fruscio del vento, qualche animale che sguscia via. Le luci scintillanti della collina, le poche case isolate, qualche finestra illuminata a quest'ora della notte. Mi rendo conto che la mia andatura è ormai l'ombra di quella che ho tenuto per i primi 100 km: correre, ormai, mi riesce quasi impossibile anche nei tratti in pianura. I muscoli sono rigidi, faticano a tenere il passo di marcia.
La deviazione arriva presto, dopo un paio di km, ed è un'agonia nell'agonia. Imbocco una stradina che, sulla sinistra, scende in picchiata: tento di correre e reprimo a stento un gemito. Non c'è verso, la gamba non si piega, su questa pendenza non ce la faccio. La stradina, stretta e sconnessa, sale e scende tra le cascine, con gran dispetto dei cani da guardia, e probabilmente dei padroni, che a quest'ora saranno strappati malamente alle braccia di Morfeo. Non ce la farò mai, altro che km 158. Non ce la farò nemmeno ad arrivare in cima a questo colle. Imbecille che non sono altro, mi sono dimenticata un'altra volta di riempire le borracce; complimenti, almeno sei km senza una goccia d'acqua, adesso. Si scende, si scende ancora, poi si torna a salire, la stradina è una rampa; non mi sembra vero di poter finalmente rientrare sulla strada principale...
Di lì a poco, mi raggiunge un altro concorrente. Deciso, ha un bel passo, marcia quasi senza problemi. Scambiamo qualche parola, non di più: sono costretta, mio malgrado, a lasciarlo andare; troppo svelto per le mie possibilità. Scruto l'orizzonte scuro, strizzo gli occhi tra le foglie degli alberi, alla vana ricerca del colle. Chissà dov'è, quanto manca...
Raggiungo io, questa volta, un terzo collega. Cammina in mezzo alla strada, con passo incerto: "Non ho più voglia", mi dice. In cuor mio, non solo lo capisco, ma condivido, se il "non ho più voglia" prelude ad una continuazione del tipo "di soffrire, di aver male, di faticare". Forse per questo, per convincere me stessa e non lui, raccolgo il fiato dal fondo dei miei polmoni: "Come sarebbe a dire, non hai più voglia? Dai dai, su, animo!". Indignata lo sono davvero, non contro il malcapitato, ma contro me stessa: sono qui, sto vivendo l'avventura che ho sognato per tanto tempo e tanti chilometri di allenamento e sudore, e adesso medito di mollare? No no, non devo nemmeno permettermi di pensarlo per un istante.
La salita culmina in mezzo al paese, tra le luci di un bel viale, quelle dei lampioni e quelle dei giardini privati. Silenzio, nessuno in giro. Il ristoro, il ristoro, dov'è... Spunta improvviso, dietro una curva. Il ristoro, la mia salvezza, forse, almeno per un altro tratto di strada. Ci arrivo sfinita, vuota di energie e di coraggio. Approdo al banchetto con l'animo e l'espressione del naufrago che raggiunge la riva dopo giorni e giorni tra i flutti, avvinghiato ad un frammento della nave colata a picco La pasta: una ciotola di pasta calda, indispensabile, adesso. Ecco, Gian. Qui sono 116 km. Un cartellone elenca i nomi di chi è già passato; una quarantina di persone, più o meno. Su novantaquattro partenti... Beh, significa che fin qui non ho viaggiato poi così male. Ma è una magra consolazione. In capo a dieci km, sono precipitata in una situazione che mi pare ben più critica di una semplice crisi passeggera. Non sarà facile recuperare, proseguire.
Qui al Perticara ritrovo il massaggiatore che già mi aveva rimessa in sesto al Barbotto, trenta km fa. Ancora una volta, il demonio tentatore: "Gian, se ti fermi, perdi altro tempo...". Niente da fare, bastonata sulle corna a Belzebù, e rieccomi stesa sul lettino, triste e lamentosa. Il massaggiatore capisce e fa quel che può per correre ai ripari, non solo grazie alle sue mani miracolose, ma anche con il conforto di un'iniezione di fiducia. Cauta, si capisce, perché è probabile che non si renda ben conto della reale entità del mio sfinimento; in questi casi, è pericoloso incitare un corridore al di là del confine delle sue possibilità. Potrebbe trattarsi di istigazione al suicidio!
Mentre il mio soccorritore si prende cura dei miei garretti, do libero sfogo al mio sconforto: "Male, ho male, le gambe sono dure come i chiodi", mi lagno. Conferma, il massaggiatore; in effetti, le sue dita non traggono buona impressione dalla condizione dei miei muscoli. Però, mi consola, spiegandomi di aver fatto il possibile per sciogliere tutti i muscoli, chiappe ed anche comprese.
Il freddo mi è entrato fin nel più remoto degli ossicini. Errore strategico, fermarsi a lungo con la maglia fradicia sulla pelle: avrei dovuto spedire una maglietta di ricambio, oppure, più realisticamente, avrei dovuto portarla nello zaino, visto che non sarebbe stata poi quel gran peso. Con l'angoscia di uscire fuori dal capannone, al buio, ancora una volta, e ributtarmi nella mischia. Chiedo in prestito un pezzo della carta con cui vengono di volta in volta rivestiti i lettini del massaggio; me l'infilo tra la pelle e la maglia, sia sulla schiena che sul torace. Così fasciata, a mo' di panino, mi sento appena un po' meglio. Saluto, mi prendo a calci per ricominciare a correre; salvo fermarmi, cinquanta metri oltre il punto di ristoro, e tornare indietro, di corsa sul serio, a recuperare telefonino e portafoglio abbandonati.
Altri corridori, nel frattempo, sono approdati dopo di me in cima al colle e ripartiti prima, con una cera molto migliore della mia, e ciò non mi è d'aiuto. Al buio, due figure si allontanano. Raggiungo invece un altro compare di fatica, che scoprirò poi chiamarsi Vincenzo. In questi momenti, non c'è bisogno di presentazioni, e poi sfido chiunque a ricordare il proprio nome e cognome. Sfiliamo insieme di fronte ad un bar, dove alcuni personaggi, non proprio sobri, inneggiano rumorosamente alla vittoria dell'Inter: un tizio squinternato, con un grosso lenzuolo nerazzurro, dà prova del proprio discutibile talento canoro, barcollando in mezzo alla strada, e ci si avvicina fino ad urlarci nelle orecchie. Silenziosi ed indifferenti, tiriamo dritto; per nostra fortuna, il tifoso notturno rinuncia a noi e va a sfogare altrove le sue intemperanze. La sua nenia stonata va a perdersi nella notte. Son tanti anni ormai che non so più nemmeno quanti siano i giocatori sul campo di calcio, ma da piccolina ero tifosissima del Milan e di Gullit: non posso reprimere un moto di insofferenza verso i cugini milanesi. Anche se ricordo che il vero fumo negli occhi, ai tempi, era la Juve, forse perché tutti i miei compagni di giochi erano di fede bianconera, a parte qualche alternativo un po' snob e già votato al martirio, che teneva per il Toro.
Sarà ancora lunga, questa notte? La risposta è quasi immediata. Mentre percorro un tratto di strada esposto al cielo, alla mia destra noto una striscia più chiara, limpidissima com'è limpido il resto della volta celeste, ancora nera. Solo una striscia, ma significa che è fatta: la notte è alle spalle. La discesa non è già più corsa, è un alternarsi di trotto e passo, con le gambe sempre più rigide. E il respiro difficile, il petto che fa male, una fitta ogni volta che i polmoni si gonfiano. Dai Gian, ce la devi mettere tutta. La discesa è una tortura. Ma l'alba sulle colline è una meraviglia: sfumano le luci dei paesi, che adesso si perdono tra i colori della vegetazione, della terra, delle aree coltivate.
Lungo la discesa, mi imbatto in un punto di ristoro inatteso. Sono passati pochi km dalla vetta del colle. Il freddo dell'alba è pungente, acuito dalla stanchezza. Lo sconforto non mi abbandona, è sempre lì, appollaiato sulla mia spalla. Gentilissimi come sempre i volontari: insistono perché io mi rimpinzi, beva e mangi anche se ormai pure quello è diventato uno sforzo quasi intollerabile. Mi allettano con due bocconi di una torta che doveva essere meravigliosa, sfoglia cioccolato e zucchero a velo: li arraffo, insieme ad un bicchiere colmo di frutta secca e cioccolato amaro. "Dai, adesso prendi una strada a destra, c'è un po' di salita, un tratto quasi in piano e via, una discesa bella lunga". Animati dalle migliori intenzioni, i signori non sanno che una notizia del genere, per le mie gambe sfinite, è un annuncio ferale. La discesa...
Con il morale sotto i tacchi, mi avvio corricchiando, la corsa di un ronzino zoppo che va a morire lungo la stradina in leggera salita. Il telefonino è il mio collegamento con chi può darmi, forse, un po' di conforto; un messaggio a Giorgio, che tra poco partirà a sua volta per una gara di corsa in montagna: "Sono al km 120, sono sfinita...". "Hai già fatto abbastanza, non rovinarti la salute". Intende dire proprio quel che ha scritto, lui che non mi conosce ancora così bene. E' un saggio, il buon Giorgio, ama la corsa ma è ben lontano dalla mia furiosa passione, dal mio atteggiamento quasi patologico nel fare della fatica l'unica ragione di vita. Però le sue parole, su di me, hanno l'effetto di una frustata; non possono essere d'aiuto alle gambe disfatte, ma sono altrettante vigorose martellate sul chiodo della mia cocciutaggine. In piedi ci stai ancora, Gian. E allora fila!
La salita al settimo colle, il Pugliano, è una lunga agonia. Di male alle gambe, ma soprattutto di forze che mancano. Vorrei riempire d'aria i polmoni e non ci riesco; sento la debolezza in ogni muscolo, sento i piedi gonfi nelle scarpe. Avanti, Gian, ancora, ce la fai ancora. La tentazione è forte, buttarsi a sedere, nell'erba, riposarsi un attimo, solo un attimo. Ma lo sai bene, non sarebbe così. Se ti fermi, non riparti più.
Mi raggiunge Vincenzo, che era rimasto un po' indietro nella discesa del Perticara; supera, passa avanti, sempre di passo, ma implacabile. Vuole finire, lui, me l'ha detto. Ricordo bene le sue parole, sul Perticara: "E che te ne frega del tempo massimo? Continua, anche camminando, che t'importa se arrivi magari alle otto, alle nove, anziché alle sei?". Alle sei... Un'eternità, quante ore ancora di fatica. Non credo di farcela. E' vero, le crisi vanno e vengono, ma questa non è più una semplice crisi. Ho chiesto troppo al mio corpaccione, nei primi cento km. Ora pago il conto, salatissimo. Tra nuvole di pollini, che per fortuna non patisco, vado a caccia di ossigeno; manca poco che mi tocchi afferrare, ora una ora l'altra, le gambe per spingerle avanti. Mi mancano quasi quasi i bastoncini... E' un'altalena di sentimenti, di dieci metri in dieci metri penso che potrei farcela, e poi che non ho speranze, ma forse sì, ci arrivo. Al km 158, naturalmente; la mia meta è quella, resta quella, l'unica che abbia forse un vago senso di esistere, al momento. Cesenatico, per quest'anno, resterà troppo lontana.
Sul Pugliano, un manipolo di volenterosi sta componendo tavoli ed assi e pezzi di cartone; credo che il gran lavorìo abbia come oggetto uno dei punti di ristoro della corsa in bici. I ciclisti della Granfondo Nove Colli sono partiti, o forse partiranno, alle sei: non ho idea di che ora sia. Il banchetto dei podisti è ben più misero, un po' triste, quassù, così come è un po' sottotono l'accoglienza. Li capisco, in fondo, questi tapini che sono in attesa da chissà quante ore. Chilometro 136. Guardo sconsolata il tavolino: la solita frutta secca, che ormai mi esce persino dalle orecchie, e pane e marmellata. Non riesco nemmeno a pensare di mangiare ancora quella roba. Però dovrei... Ho fame. E sono confusa: cincischio, prendo e poso, bevo quel che c'è, senza entusiasmo. La podista che è arrivata quassù insieme a me, in compagnia della scorta in bici e di quella in auto, sembra molto stanca; si abbatte sulla sedia, è arrabbiata, sbotta. Lo sfinimento porta a questo ed a ben altro... Sbotterei anch'io, se solo avessi qualcuno su cui sfogarmi. Invece no, mastico nervoso, riparto. Mi fermo immediatamente: un momento, io quassù ho spedito una borsa! Chiedo dove siano depositati i bagagli: lì, accanto al tavolino, mi risponde l'assistente, con mal garbo. Frugo frettolosa nel mio sacco; ne estraggo le lattine di bibita simil – Red Bull, il tarocco che costa meno, e la maglia con le maniche corte. Almeno qui, conviene cambiarsi, ripartire un po' ripuliti e forse appena più freschi. Forse, pia illusione. Le derrate alimentari restano lì, nella borsa; non ho nemmeno mangiato le barrette che avevo nello zaino dalla partenza.
Pian piano, la vita ricomincia. Anzi, c'è gran fervore, andirivieni di auto, moto e qualche ciclista. Come promesso, mi attende una lunghissima, interminabile picchiata, ancora fresca, sotto un cielo azzurro pallido e, se possibile, ancora più limpido di ieri. Striscie di nuvole, il sole non è ancora arroventato. La vista è meravigliosa, spazia su una distesa di colline a perdita d'occhio e poi si posa, è inevitabile, sulla meravigliosa rocca di San Leo, un suggestivo borgo di costruzioni in pietra a picco su una parete di roccia talmente irreale, "fuori posto" nell'ambiente circostante, da far pensare che sia stata tagliata apposta, per chissà quale bizzarra e faraonica iniziativa. L'itinerario della corsa la mostra da lontano, poi pian piano si avvicina e le gira intorno; la strada va ad infilarsi in una strettoia, giù alla base dello strapiombo, dove soffia una corrente d'aria fredda.
I piedi, per la prima volta nella mia onorata carriera di corridora da asfalto, hanno già dato inizio ad una sottile ma inarrestabile ribellione. Sono gonfi e, quel che è peggio, irritati dietro al calcagno. Tra non molto, si formerà una piaga. Non m'era mai successo: ma è anche vero che non avevo mai percorso a piedi, prima d'ora, una distanza del genere, su asfalto, quindi con un movimento sempre costante, uguale a se stesso. Nella borsa, su al Pugliano, avevo il tubetto di Pasta di Fissan: peccato che fossi troppo suonata per ricordarmene. La gestione razionale delle pause, ormai, era già andata a farsi friggere da un po'... Se si apre la piaga, è finita. Posso soffrire il mal di gambe, la fatica, ma quello no, so benissimo che sarebbe troppo. Spingo il piede verso la punta della scarpa, cercando un po' di sollievo; mi sforzo di non pensarci, ma ahimé qui la psiche non ha più alcun potere. La situazione ha tutta l'aria di voler precipitare...
Per mia fortuna, tra la fine della discesa del Pugliano e l'inizio della successiva salita non c'è quasi intermezzo. Perché, se questa discesa l'ho ancora percorsa al mezzo trotto, in pianura non riuscirei proprio più a correre. Coraggio, Gian. Ancora una salita, ancora una discesa, poi sarai a Ponte Uso. Al cancello orario che, ho sentito dire da più voci, chiuderà a mezzogiorno. Al ristoro, nell'abitato di Secchiano, sotto un sole ormai alto e caldissimo, mi fermo qualche minuto. Ritrovo, quasi una sorpresa, il buon Vincenzo: più deciso e determinato che mai. "Non ce la faccio più" – dichiaro, risoluta – "Voglio arrivare a Ponte Uso, poi mi fermo". E' un coro immediato ed unanime di proteste. "Non è vero che non ce la fai più – mi apostrofa, secco, Vincenzo – già molto tempo fa avresti voluto ritirarti, e invece sei arrivata fin qui. Ce la fai, sei una dura". In cuor mio, lo ringrazio... E' vero, sono coriacea, ma conosco i miei limiti. E li ho già superati da un po'. Tregua, Gian, cinque minuti. Si parla del cancello orario: "Tranquilli – ci rassicurano i volontari – il cancello di Ponte Uso non chiuderà a mezzogiorno. Saranno tolleranti, vedrete, vi lasciano passare". A queste parole, il mio compare di sventura si ringalluzzisce: e non mi pare che ne avesse bisogno; lo vedo già determinato ed ancora in buone condizioni fisiche. "Abbiamo quasi due ore – esulta – ce la facciamo!". Dal canto mio, non so se gioire della notizia, o affliggermi. Di solito, la mia convinzione d'essere alla frutta non è mai davvero radicata, fino in fondo; di solito, scavando ancora un po' più in giù nel profondo della mia coscienza, riesco sempre a trovare ancora un giacimento di convinzione, di speranza. Anche un misero zampillo. Oggi no, potrei anche impiegare una trivella da pozzo petrolifero: oltre il fondo non c'è nulla, solo impenetrabile roccia. Sarà già molto se riuscirò ad arrivare al km 158. Oltre, è semplicemente impossibile.
Nonostante ciò, finisce come sempre: mi lascio trascinare dall'entusiasmo dei volontari e dall'insistenza di Vincenzo, che in quel momento si rialza e riparte. Gli raccomandano di starmi vicino, farmi forza, ma io inorridisco al solo pensiero: adesso più che mai, la battaglia è mia, solo mia. Forza, Gian, scuotiti di dosso questo torpore. Chiedo un paio di tovaglioli da infilare nelle calze, per proteggere la pelle del calcagno: con ogni cautela, levo le scarpe ed anche le calze. Quel che resta di pelle, proprio sul tendine, è ormai una carta velina, lucida e rossa come un'aragosta. Fa male solo a guardarla: e poi io sono tanto piattola... Se c'è una cosa che non sopporto, è il dolore, fosse anche solo una sbucciatura. Chiudo gli occhi, sistemo il tovagliolo in modo che parta da sotto la pianta del piede e spunti oltre l'orlo della calza, poi allargo le stringhe e torno ad indossare le scarpe. So bene che una simile soluzione potrebbe essere molto peggio del male: i bordi del tovagliolo, con molta probabilità, creeranno altre piaghe, sarà un supplizio. Ma non ho scelta, non ho creme né cerotti né altro. E poi non importa, io devo arrivare a Ponte Uso. E basta.
Ancora una salita, a piedi. Questa volta, non si può certo dire che si soffra di solitudine. Salgono frotte di ciclisti e motorini; altra gente s'apposta nei prati, lungo la strada. Si prepara il passaggio della Granfondo: è stupendo vedere come, da queste parti, una manifestazione sportiva sia tanto sentita e festeggiata. E' una gran giornata, oggi, per chi ama praticare, ma anche seguire da spettatore lo sport.
Ogni passo è uno sforzo esagerato, come se fossi di colpo ingrassata di venti chili. Mi manda avanti la pioggia di saluti, di complimenti, di incoraggiamenti; potere della suggestione, mi sembra quasi di star meglio, addirittura provo a spingere, con un sorriso incontrollato da un orecchio all'altro. E' tutto un "Bravissima", "Sei grande!", "Coraggio!". E quelli più timidi, o forse più sorpresi, che mi sfilano accanto sui pedali e poi, un po' più avanti, si danno di gomito: "Quella ragazza sta facendo la corsa a piedi"... Picchia il sole sull'asfalto e sulla testa. Un ciclista, un bell'uomo con una divisa chiara, mi offre la sua borraccia: come potrei rifiutare? E' l'acqua a darmi forza, ma soprattutto la gentilezza di questo personaggio che non ha nulla da dimostrare a nessuno, che rallenta, quasi si ferma, mi accompagna per qualche metro. Ogni incoraggiamento significa un metro, due, tre di più: spero solo che a nessuno venga in mente di darmi una pacca sulla spalla, perché ho talmente male che mi sbriciolerei all'istante, come un castello di sabbia colpito da una pallonata. Sono senza forze, ma tutto questo entusiasmo mi contagia: ed ora, proprio ora che il neurone è fuori combattimento, preda indifesa delle emozioni più forti e contrastanti, è qui che cado vittima dell'illusione. Coglie l'attimo, la maledetta: forse... Forse però... E se riuscissi ad andare ancora oltre... Le parole mi escono di bocca senza che me ne renda conto: "Devo passare quel maledetto cancello!". Immagino di avere l'aspetto di un'indemoniata; mi costringo ad un'andatura che non ha nulla di sensato, proprio nulla, e che finirà per bruciare senza più speranza anche quell'ultimo residuo di energia che mi rimane. Tutt'intorno, frenesia, suoni, colori, è un vortice senza più contorni.
I ristori della granfondo sono ormai pronti ed imbanditi; le auto di assistenza alla gara sono già in circolazione. Tra non molto, arriveranno i ciclisti della testa della corsa: sarò in discesa e dovrò prestare la massima attenzione, sia per me che per loro, perché quelli sono pazzi furiosi e non badano certo a dove mettono le ruote.
Scollino in preda ad un'insensata euforia e mi butto in discesa, di corsa. Ma bastano dieci metri per dare lo stesso effetto di una bastonata negli stinchi. I muscoli sono di legno: non si contraggono più, né si distendono. Un passo, una coltellata, un dolore che si irradia nella schiena, fin su sulle spalle. E la testa che rimbomba. Ostinatamente cammino, veloce più che posso, ma la dura realtà ha già calato il sipario davanti ai miei occhi, e questa volta è definitivo.
Auto e moto della polizia, gran frastuono di clacson: non capisco, perché si continua a permettere che ciclisti, pedoni, persino qualche auto salgano in senso contrario al percorso di gara? Qui va a finire che succede una carneficina! Cammino con l'angoscia, sulla linea bianca a bordo strada, alla mia sinistra, ma badando bene a non mettere piede sull'erba, perché le caviglie a questo punto non sarebbero più capaci di sopportare alcun movimento brusco. Cadrei per terra come un sacco. Un boato alle mie spalle: tempo di voltarmi e scorgere con la coda dell'occhio un gruppo di proiettili che sfrecciano proprio verso di me. Leggera curva a sinistra: mi butto contro il pendio; le ruote di questi pazzi passano a pochi centimetri dalle suole delle mie scarpe, raddrizzano, spariscono avanti, e poi ancora altre, ed altre. Povero il mio cuoricino, già messo a dura prova.
Ho una gran voglia di piangere. Resisto... Ma solo fin quando mi accorgo che, alle mie spalle, sta arrivando Silvia, la podista che avevo lasciato al ristoro del Pugliano, seduta sulla seggiola. Eccola in compagnia del suo scudiero in bici: mi sorpassa, con un'andatura fresca e leggera; mi invita a seguirla di corsa. Scuoto il capo, con un sospiro: "Non ce la faccio più a correre". "Allora – replica – cerca di camminare un po' più veloce...". A quel punto non ho più freni, non posso più fare nulla per contenere i singhiozzi. In un attimo, le lacrime mi annebbiano quel poco di vista che già la natura mi ha lasciato; sono ridicola, mi rendo ridicola, ma non posso più farci nulla. Era proprio questo, quel che avrei voluto evitare; l'illusione e la dura, cocente, dolorosissima delusione. Veder crollare il sogno accarezzato sia pure per un solo istante è peggio di qualsiasi dolore. Ora non c'è più nulla che mi sostenga, né le gambe, né la volontà. Arrivare al prossimo ristoro e fermarmi, è tutto quel che desidero adesso. Seguo con gli occhi lo sciame di ciclisti, che disegna e sottolinea la traiettoria della strada: la fine della discesa è ancora mostruosamente lontana... Il mio passo è penoso ormai; al saluto di chi mi sorpassa o mi incrocia non riesco nemmeno più a rispondere con un cenno. Male a tutto, male acuto in mezzo al petto, male alle spalle, alle gambe, male ai piedi che ormai appoggio in modo del tutto sconclusionato. Non c'è più un solo centimetro della pianta che non sia già stato sollecitato... Sudore, sete, gola riarsa, ma la sola idea di buttar giù qualcosa mi dà la nausea, anche se lo stomaco borbotta come il temporale che s'avvicina all'orizzonte. Dai Gian, coraggio, ancora tre tornanti, ancora due, ancora il rettilineo. Non crollare ancora, non qui, Gian, dai, almeno là... I metri diventano interminabili. Ora ho una sola speranza, che quel maledetto cancello orario sia davvero già chiuso. Che qualcuno mi risparmi il sacrificio di dire "Mi fermo, non ce la faccio più", che abbia per me la pietà che io, da sola, forse non saprei avere. Salvo poi andare ad accasciarmi sul bordo della strada, poco più avanti. E' quel che spero e desidero con tutte le forze che mi restano.
Un principio di crampi mi tormenta la gamba sinistra. Coraggio, è davvero quasi finita. L'interminabile rettilineo sotto il sole, poi rieccoci a marciare in piano, in direzione di Ponte Uso. In questa località, la granfondo, così come la corsa a piedi, passa due volte: in questo momento, i ciclisti più forti sono già di ritorno, mentre la grande maggioranza degli amatori sta transitando in senso contrario, per poi andare ad imboccare la salita al Monte Tiffi. Scruto le divise, i colori: proprio in quel momento, neanche ci fossimo dati appuntamento, vedo passare Franco e Graziano, implacabili, freschi come se fossero appena saltati in sella. Ed hanno già percorso l'intera Nove Colli una volta, stanotte! Già, sono tra i pochi eletti che hanno preso parte alla Nove Colli by Night e che sono rientrati a Cesenatico in tempo per ripartire un'altra volta, alle sei del mattino, partecipando alla Granfondo. Mi guardo bene dal richiamare la loro attenzione: sono in gruppo, concentratissimi; uno scarto potrebbe causare un'ammucchiata tremenda. E poi, non ci tengo a farmi vedere, così disfatta e lagrimosa. Mi trascino oltre il ponte. Ancora qualche decina di metri: poi, i volontari di guardia alla strada mi indicano il ristoro. O meglio, il punto in cui dovrebbe esserci il ristoro.
In realtà, c'è solo una piazzola sabbiosa, al sole, ristretta dalla rete metallica di un cantiere. Ed un furgoncino bianco, chiuso, ed un omone burbero che, non appena mi vede in arrivo, incrocia le braccia. Non ho bisogno che mi dica che il cancello orario è chiuso, lo capisco da me. "Tanto sarebbe finita comunque, per me", rispondo con un filo di voce, e mi butto per terra, a sedere con la schiena contro la griglia. Sono le undici e quaranta e qualcosa non mi torna: ma, lì per lì, non ci bado. L'omone, in compagnia di una donna e di una ragazzina, mi ripete più volte che ora se ne va con il furgone, ma che tra poco arriverà il pulmino scopa, che sta scendendo a rilento per via della strada occupata dai ciclisti. Me lo ripete più volte; si vede che non ho un aspetto da fulmine di guerra. In effetti, lo guardo senza proferire parola, ma è solo perché non ne posso davvero più. "Sì, sì", mi sforzo di rispondere "Va tutto bene, fate con comodo, a me non importa, io aspetto qui". Ed è davvero ciò che voglio, essere lasciata qui, immobile, in pace. Pazienza se sono al sole, se non ho più niente da bere, se sono seduta, poi sdraiata sulla sabbia. Qualsiasi cosa, pur di non camminare più.
Partito il furgone, una voce mi riscuote dal mio delirante torpore. E' Vincenzo: ma che ci fa qui? Pensavo fosse già avanti... E' furioso per essere stato colpito da un ciclista, che poi ha evitato per un pelo la caduta ed è sparito in discesa; ma, soprattutto, sprizza rabbia da tutti i pori per la chiusura anticipata della barriera oraria. Già, è vero, ecco cos'è che non mi tornava. Al ristoro prima della salita, ci avevano parlato di barriera a mezzogiorno, e ci avevano rassicurati circa il fatto che sarebbe stata una barriera tollerante; alla faccia del bicarbonato... In tutta sincerità, mi spiace per lui che avrebbe ancora potuto macinare strada. Ma per me non cambia proprio nulla. Ora che finalmente sono riuscita a smettere di piangere, guardo i ciclisti sfilare come saette davanti a me e non penso a nulla. La sete mi tormenta, la testa scoppia. Vincenzo si alza e si rimette in cammino, risoluto ad andare fino alla fine, anche se fuori tempo. Ammiro la sua forza d'animo: io sono vuota, proprio vuota di tutto, di forza, voglia e rabbia. Impiego dieci minuti buoni solo per prendere la decisione di sollevarmi da terra e spostarmi nell'unico francobollo di ombra disponibile, quella del silos del cantiere.
Il pulmino scopa arriva prima di quanto mi aspetti. Ci salgo sopra: con me, monta su un'altra podista, che s'era fermata ad aspettare chissà dove. Una donna minuta, magrissima, quaranta chili di muscoli e nervi sotto un caschetto di riccioli neri ribelli. Per lei, il problema non è stato il male alle gambe, ma il sonno, mi dice. Ci fanno da scorta due autisti dall'aria burbera, due brontoloni, ma in fondo buoni e gentili sotto la scorza da duri polemici. Dopo un viavai di telefonate e verifiche con i giudici di gara, anche il buon Vincenzo viene raggiunto e caricato; se avesse proseguito da solo, sarebbe rimasto senza l'assistenza della gara, senza ristori, senza più nulla.
Il ritorno a Cesenatico è lunghissimo, vuoi per la necessità di fermare il furgone in attesa del passaggio dei superstiti sul Gorolo, vuoi per la difficoltà di guidare in mezzo alla massa di ciclisti. E' un vero asso, l'autista: al posto suo, avrei il terrore sacro di sfiorarne qualcuno. Pian piano, la tristezza evapora, se ne va. Come osserva, saggiamente, la mia compagna di viaggio: "Abbiamo pur sempre percorso 158 km". E' una tappa intermedia, per lei che, come me, viene dall'esperienza delle 100 km. "Abbiamo allungato un po'. Una cosa per volta: 100 km, adesso 158. L'anno prossimo sarà 200". E' vero, ha ragione. Non ho motivo di essere triste o delusa. Ho raggiunto il mio traguardo, ho fatto tutto quel che potevo. Non mi ero mai ridotta così. Chissà, forse, se avessi potuto avere un'ora di pausa, un massaggio, magari una fontana per rinfrescarsi... Non importa, Gian, questa volta è andata benissimo così.
Da Gatteo, dove ci scarica il bus, all'albergo convenzionato con l'organizzazione della gara, torno alla ricerca dell'auto: carica dello zaino e delle due borse che, dalla cima dei colli, sono state riportate alla base, mi metto in cammino. Piano, piano, un passo dopo l'altro, senza fretta. Il sole mi cuoce, la pelle tira; madida di sudore, con la pelle che tira per la crosta di sale sul viso e la maglia appiccicata al corpo, probabilmente sarei in grado di compiere il miracolo della divisione delle acque, dal fetore che emano. Due o tre chilometri passando di fronte a vetrine, bar e ristoranti, dehors, turisti e ciclisti che hanno già concluso la loro fatica; cammino lontana da tutto, con il telefonino in mano ed il cuore in subbuglio. Il mio tragitto incrocia le ultime centinaia di metri del percorso della gara, proprio mentre sta arrivando un podista; mi allontano con la voce dell'altoparlante nelle orecchie ed il fragore degli applausi... Un velo di tristezza, ma è solo un velo. Quest'anno non ci sono, non tocca a me tutto questo. Ma credo, spero, di aver messo in saccoccia l'esperienza che serve per provarci, nel 2011. Anche se, potessi, tornerei qui tra qualche giorno, tempo di rimettere le gambe in sesto...
La lunga camminata, molto lenta, giova ai muscoli sfiniti. Molto meno il ritorno in auto: oltre sei ore di autostrada, tra una coda per lavori, una coda per incidente, una coda per chissà quale cavolo. Mi manda avanti la gioia, che cresce chilometro dopo chilometro, con i mille pensieri ed i mille ricordi che già si affollano della splendida avventura. Non mi ero mai ridotta così: il mio sfinimento è inversamente proporzionale alla mia soddisfazione. Potrei scoppiare da un momento all'altro, di gioia.
Metto piede in casa poco prima di mezzanotte. Non c'è nemmeno Skipper ad accogliermi: è in montagna con mia sorella. Il fermo proposito di fare una robusta doccia dura il tempo di arrivare in cucina. Mi abbatto senza più forze sul divano: ne riemergerò, con un mal di testa da sbornia colossale, otto ore più tardi...
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