Una giornata anomala, già nella sua genesi. L'ha partorita, cullata e cresciuta Matteo, questa volta, l'idea: una pensata che nemmeno la mia mente bacata avrebbe potuto escogitare. Vegeto sul sedile passeggero, un po' addormentata, un po' infiacchita per colpa della giornata bigia, buia, umida. Non si vede ancora, che sarà bigia e buia ed umida, per la verità; in questa stagione, un po' prima delle sette, è normale che la luce si faccia attendere. Già prima di abbandonare l'amena terra carmagnolese, nel furgone è calato un silenzio di tomba: un recupero di sonno in extremis, per me; la paralisi del terrore, per Matteo, che, tra meno di un'ora, sarà costretto ad affrontare le conseguenze della sua sconsideratissima trovata.
Si parcheggia a Dogliani, lungo la strada che sale verso Bossolasco, ma ancora in paese, proprio all'incrocio con la via che va a Monforte d'Alba. Il rito della vestizione, per Matteo, è lungo e tribolato; ma oggi, tutto sommato, non mi spiace godere ancora per qualche istante l'illusione di calduccio del sedile. Fa freddo e non c'è nemmeno la speranza di un raggio di sole, almeno a dar retta alle previsioni. Più rintronata che mai, osservo il piccolo parco giochi e la fontanella, rigorosamente a secco in questa stagione, ed i tronchi ed i rami nodosi e nudi dei grossi platani. Il furgone resta qui; noi torniamo a Carmagnola a piedi, di corsa. E non per la via diretta, ovvio: rientriamo via Monforte, Gallo, La Morra, Pocapaglia, Sommariva Perno, Ceresole. L'idea mi piace, m'è piaciuta subito quando ne ho letto la proposta via e-mail; datemi tanti km da correre e mi farete contenta... Nel contempo, però, mi ha stupito che a proporla sia stato proprio Matteo. Beninteso, non ho alcun dubbio che lui sia in grado di portare a termine la traversata; qui lo dico e qui lo ripeto, quel satanasso non patisce nulla, si farebbe calpestare da un camion a rimorchio piuttosto che cedere. Però, quando in passato ero io a spronarlo verso le lunghe distanze su asfalto, al solo pensiero attaccava a starnazzare come tutte le oche del Campidoglio messe assieme, adducendo le più fantasiose ed elaborate scuse per sottrarsi al supplizio. Oggi siamo qui e l'ha deciso lui... Non discuto e mi adeguo. Si parte e, di certo, indietro non si torna. Tanto lo so che, prima o poi, una cento km su asfalto la proverà anche lui... E' un'attrazione fatale, non si scappa. Ci avviamo al trotto, con gli zaini in spalla: quello di Matteo è di dimensione ragionevole, il mio è proprio enorme, anche se quasi vuoto. Si parte in salita: l'ultima occhiata languida alla vetrina della panetteria sull'angolo: sforna vere prelibatezze, quella bottega, ma, a quanto pare, non apre la domenica mattina. Meglio così: affrontare l'ascesa con un chilometro cubo di focaccia sullo stomaco potrebbe forse risultare fastidioso.
La strada risale morbida lungo una valletta selvaggia, resa ancor più buia dalla coltre di nuvole. Poche abitazioni, che parlano di freddo e muri umidi quaggiù; qualche cane che abbaia nei cortili; vegetazione sparuta, invernale, grovigli di rovi. I fianchi della collina, chiazze bianche di sabbia che si sgretola pian piano e rovina giù. Si chiacchiera, anche se io fatico ancora un po' a sfuggire alla morsa del sonno... E non ho ancora capito come butti, oggi; se le gambe mi faranno la grazia di girare bene oppure no. La strada, nera di pioggia, comincia con un accenno di salita e disegna curve morbide tra le colline; un ponticello in pietra, un arco che è un piccolo capolavoro, mi offre il passaggio verso un posticino strategico per una sosta. Al mio passaggio, urto qualche ramo che mi scarica in testa uno scroscio di pioggia. Per ora, quella dal cielo non arriva, anche se l'aria è talmente umida che gli indumenti ed i capelli sono già fradici. Matteo attacca ben presto il lavoro di ganasce, ancor prima di arrivare al punto in cui la strada svolta decisa a destra e prende a salire, portandoci via dal fondovalle, offrendoci un po' d'aria, di luce in più. Il cielo è un po' meno bigio, ma solo perché è sorto il sole. E' la prima salita della giornata ed è tutt'altro che ostica: riesco a correrci senza problemi e senza smettere di chiacchierare. Il freddo se n'è andato ed ha ceduto il posto ad un bagno di sudore: purtroppo non c'è alternativa, se non quella di svestirsi e rivestirsi ad ogni inversione di pendenza. Ora sì che son contenta, quasi euforica direi. Conosco ogni millimetro di questa strada, per averci consumato i copertoncini della bici, anche se di solito qui passo in discesa. Quei piccoli rigonfiamenti, presto gemme, che punteggiano i rami degli alberi da frutto, i minuscoli fiori azzurri sul bordo della strada, la cascata gialla delle forsizie sul pilone di una casa ben esposta, tutto sembra smentire le minacce del termometro: graffia quanto vuoi, caro inverno, ormai sei agli sgoccioli. Poche auto: è ancora presto per i turisti. Quei pochi che si aggirano per le Langhe in questa stagione si materializzano all'ora del pranzo. Il grigiume appiattisce il paesaggio. In quattro e quattr'otto siamo a Monforte. Incredibile quanti particolari sfuggano non solo a chi viaggia in auto, ma anche a chi pedala in bici; la ricca e bellissima facciata del Duomo non è certo un'immagine di secondo piano... Eppure non l'avevo mai vista, o meglio, mai osservata con attenzione, passandoci davanti in bici. Avrei saputo dire che lì c'è una chiesa, questo sì, ma niente di più. Del resto, ripetuti incontri ravvicinati con l'asfalto o con la lamiera delle auto mi hanno convinta dell'opportunità di tenere gli occhi ben incollati alla strada.
Il centro del paese, curato e ristrutturato con gusto, è ancora deserto; solo qualche passante infreddolito, con il quotidiano del giorno sotto il braccio. Le mie narici, infallibili come quelle di un cane da tartufi quando si tratta di captare effluvi alimentari, si animano all'intenso profumo di croissant: meglio filare via di qui, e alla svelta, prima che la tentazione prenda il sopravvento. Imbocchiamo il bivio in direzione di Castiglione Falletto, passando davanti a palazzine costruite proprio sul ciglio, in faccia al panorama di Langa, verso Monchiero e Novello. Senz'altro gli ingegneri avranno fatto i dovuti conti per assicurare la stabilità degli edifici, ma io una casa così non la comprerei di certo, vista già solo la facilità con cui l'asfalto delle strade qui intorno scivola giù ad ogni pioggia. E poi sono orribili, queste costruzioni, non hanno nulla a che vedere con l'ambiente che le circonda. Rammarico inutile, tanto ormai è così dappertutto. Resta solo un magro sollievo: gi occhi dei posteri, nemmeno troppo lontani, probabilmente non saranno aggrediti dall'orrenda visione di questo ed altri anche peggiori scempi. Se buona parte delle nuove costruzioni, spuntate dal nulla a tempo di record, sono state erette con gli stessi "criteri" che ho visto, per lavoro, applicati in molti, troppi edifici nuovissimi in Carmagnola e dintorni... Quelle strutture non dureranno a lungo.
Seguire la strada principale per Castiglione, oppure scendere a Gallo via Perno? Non ho dubbi, la scelta cade su Perno; strada secondaria, offre un po' di su e giù ed attraversa un borgo che io trovo meraviglioso. Matteo, preoccupatissimo per le sorti della sua impresa, mi prega di non aggiungere chilometri ai chilometri già previsti: "Ma no – lo rassicuro – tranquillo, di qua o di là come lunghezza è lo stesso!". In realtà non ne ho la più pallida idea... Assaporo il gusto della vendetta: quasi sempre, quando ci lanciamo in qualche raid, è Matteo ad avere il controllo della situazione e del percorso; io, per quanto mi sforzi di prepararmi ogni volta al peggio, cado regolarmente vittima dei suoi peccati di sottostima (delle difficoltà del viaggio) e sovrastima (delle mie capacità fisiche e psicologiche). Nella corsa su asfalto conservo, per ora, una posizione di vantaggio: non certo per superiorità fisica, quanto piuttosto perché lui ha sempre rifiutato con orrore l'idea delle corse su asfalto di lunga distanza, già a partire dalla maratona, preferendo di gran lunga boschi e sentieri. Se io parto per correre sessanta km, ho la ragionevole certezza di completare il percorso, a meno di catastrofi; ce l'avrebbe anche lui, la certezza, solo che non ci crede. Per ora. Ergo, meglio che io mi goda quest'ultimo scampolo di supremazia.
Si torna a vedere cose belle: lungo la breve salita, un fitto bosco, intrecci di rami e rovi e primi timidi cenni di fiorellini; due edifici, uno più bello dell'altro; il secondo ancora in corso di ristrutturazione, ma un vero capolavoro, per quel che si può vedere. La strada abbandona il versante con vista su Novello per offrirci il panorama di Serralunga d'Alba; la pendenza s'inverte, in corrispondenza del bivio per la frazione Castello. Giù in discesa tra i filari di viti spoglie, d'aspetto quasi sinistro; il piccolo cimitero, l'abitato di Perno, un gioiello. Qui, chi ha messo mano alle case l'ha fatto con molto gusto. Oltrepassiamo la strettoia: i vistosi segni di strisciata sui muri lasciano intendere che non sempre chi guida i veicoli su di qua ha l'occhio attento per le misure...
Altri due ripidi tornanti ci precipitano giù verso il fondovalle. Per me, seconda sosta tecnica, a cui segue la saggia, sacrosanta quanto inutile lezione di Matteo sulla corretta alimentazione. Io lo so benissimo, cosa dovrei mangiare, quanto, quando e come. Ma è più forte di me: credo di avere una buona disciplina quando si tratta di costringermi a macinare km, ma sono impotente di fronte allo strapotere del mio disordine alimentare. I pasti regolari sono un lontanissimo ricordo dell'adolescenza, quando ancora comandava la mamma; da allora, non sono mai più riuscita a superare la dipendenza dal mangiucchiamento continuo e disordinato. Il fatto di lavorare a casa, vicina alla dispensa, peggiora la situazione; le premure di una mamma che mi vede sempre più smagrita e che, anziché prenotare una visita dall'oculista, mi fa trovare in ufficio carichi di derrate alimentari sufficienti per superare un assedio che duri un lustro, completano il disastro. Ovvio che ogni tanto il mio apparato digerente si ribelli, poveraccio, è il minimo che possa fare. Io invidio tanto, ma proprio tanto, chi ha la forza di volontà di seguire una dieta, o anche solo un criterio sensato nell'alimentazione; chi riesce a colmare il vuoto allo stomaco con una mela, anziché con un chilo di grissini; chi non sente la necessità di mantenere le mascelle in movimento perpetuo. Forse c'è stato un errore; forse era previsto che io nascessi ruminante, anziché essere umano... Non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio; ingurgito roba quando ho fame, per tacitare la fame, ed anche quando non ho fame, per chissà che razza di necessità compulsiva. Per carità, non uso condimenti di alcun genere al di fuori del sale, ma è proprio la quantità che mi rovina. Se non facessi tanto sport, sfiorerei probabilmente il quintale e mezzo...
La rampa più ripida ci scodella alla fine della discesa. Dal cortile di una cascina si avvicina un grosso cane: minaccioso per un istante, lascia ben presto intendere che l'abbaio è stato dettato da puro senso del dovere. Svolto il minimo sindacale del suo lavoro, ci osserva allontanarci, pigro. Ci rattrista molto, appena più avanti, il corpicino di un cagnolino a bordo strada: mi fermo, lo sfioro, ma non c'è speranza, è rigido. Morto, con l'occhio sbarrato. Una stretta al cuore: l'unica speranza è che, così com'è, credo che il trapasso sia stato istantaneo, senza troppa sofferenza. Povera bestiola...
La torre tonda di Castiglione Falletto incombe sui nostri crani, lassù, sulla sinistra. Non avevo mai notato la ricca segnaletica dei sentieri; forse è comparsa da poco, o forse me ne accorgo solo ora che mi sono convertita dalla bici da corsa alla MTB. In questa stagione sarebbe più adatta un'imbarcazione da palude, per sguazzare nel fango, ma, nella bella stagione, se mi resterà tempo, verrò in esplorazione. All'incrocio con la strada che da Gallo va a Serralunga, attraversa la strada un cagnolino quasi identico al piccolo che abbiamo trovato morto: un istante dopo, passa un'auto... Mi manca il fiato. Vorrei tanto poter mettere personalmente il cappio al collo del suo disgraziato padrone, due volte incosciente perché, lasciando l'animale libero, mette a rischio la vita della povera bestiola ed anche quella di chi, in auto o peggio in moto o in bici, dovesse trovarselo improvvisamente di fronte.
Superiamo l'ingresso della tenuta di Fontanafredda e raggiungiamo Gallo; da lì, imbocchiamo la direzione di La Morra. Un pallidissimo sole sembra quasi provare a farsi strada tra le nuvole. Qui la stanchezza si fa sentire, un po'. Gambe irrigidite, ecco, e fiato corto. Faccio finta di niente: la strada è ancora lunga; bisogna che mi convinca che sto bene, benissimo, perché in un modo o nell'altro a casa bisogna tornare. La collina è punteggiata di piccoli gruppi di case; i filari, ordinatissimi, sembrano disegnati con gli strumenti del geometra. Terra che deve valere uno sproposito, questa; pianti un palo ed esce vino, e che vino, per giunta!
L'avvicinamento al vero e proprio inizio dell'ascesa, alla frazione di Santa Maria, è uno strazio: un lunghissimo falsopiano in salita, con l'aggravante delle auto che, a quest'ora, ormai imperversano. Qualche timida sfumatura di azzurro si intravede in mezzo alla nebbia. Corro finché posso, o meglio, mi sforzo di rappresentare il movimento della corsa, ma c'è poco da fare. Riesco a correre per intero un'unica salita, anche ben più lunga di quella che ho affrontato stamattina verso Monforte; non riesco invece proprio a correre una seconda salita, per quanto facile, se in mezzo c'è stata una discesa. Le gambe si imballano, il cuore si rifiuta. Pazienza: m'infilo tra le case di Santa Maria al passo. Matteo non sembra avanzare obiezioni in proposito.
E' ancora presto, ma già si sentono effluvii di sughi. Sulla piazzetta della frazione, adibita a parcheggio, un bellissimo cockerino ci punta con interesse: schizza sull'attenti, punta deciso verso di noi, scodinzolando con il suo moncherino di coda. Siamo in una doppia curva cieca; per evitare che il piccolo scriteriato finisca sotto un'auto, schizzo io dall'altro lato della strada. Una bestiola dolcissima, un bel pelo fulvo, fresco fresco di toeletta. Da un cortile, lì di fronte, esce una madama non più di primo pelo, fasciata in una pelliccia che arriva fino ai piedi e traballante su tacchi vertiginosi; "A cuccia – rivolta al cagnolino, in tono secco – a cuccia!". Le lancio un'occhiata torva, che esprime tutto il mio disprezzo per l'indumento e per il contenuto; saluto il cagnetto, via, si riparte. Ma la bestiola non ritiene, è chiaro, di dare peso alle parole della proprietaria, ammesso che quella persona sia la proprietaria. Anzi, pensa bene di mettersi in marcia con noi. Trotta sul bordo della strada, salta il fosso con un'agilità insospettabile in un cagnetto di nobile stirpe, fa lo slalom tra le viti, ruzzola nel giardino non recintato di un'abitazione; esplora ogni centimetro quadrato di terra, ogni foglia, ogni vaso, tutti accuratamente segnati con alzata di zampa. Ma sì, adesso si ferma, adesso torna indietro... Macché: incurante dell'impegno profuso da chi gli ha appena lisciato, pettinato e cotonato il morbido mantello, il piccolo satanasso sguazza nel fosso, nel fango, in mezzo all'erba, fino ad assumere l'aspetto di uno straccio da pavimento infeltrito. Sembra persino felice di aver riconquistato la sua dignità di cane, lasciandosi alle spalle la maschera del pelouche da salotto. Se la carampana impellicciata è davvero la sua padrona, vorrei godermi lo spettacolo dell'espressione del suo viso, quando lo rivedrà... Come minimo stramazza a terra svenuta!
La sorpresa per il tenero incontro si tramuta però ben presto in un incubo, almeno per me. Il cagnetto non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. Continua a seguirci e, quel che è peggio, si lancia in folli corse da un capo all'altro della strada; ogni volta che si accorge dell'arrivo di un'auto, si acquatta e le si lancia contro, abbaiando, la insegue avvicinandosi alle ruote, troppo. Ho il cuore in gola, mi copro gli occhi ogni volta, vorrei fermarlo, prenderlo, riportarlo giù. E' vero, ha senz'altro ragione Matteo, quell'animale conosce bene il posto e sembra muoversi con naturalezza; ciò non lo salva, tuttavia, dall'immenso rischio di finire investito. Angoscia, paura, lo vedo già colpito e steso sul ciglio, come quell'altro povero cagnotto che abbiamo visto appena prima di Gallo; mi manca il fiato... Non c'è verso di convincerlo a tornare a casa; non serve che Matteo ed io ci dividiamo, non serve che tentiamo la via in mezzo alla boscaglia; quello sparisce per qualche istante, ma poi ci ritrova, naso a terra, gioioso e soddisfatto come se si aspettasse un premio. Ed io che avrei voluto godermi questa piacevole, lunga salita! Eccolo dinuovo accucciato, ecco l'auto che arriva, lo investe, no, lo investe! Non c'è più nulla, né il panorama sfumato delle colline, né il timido raggio di sole, ho solo il terrore di ciò che accadrà a questa povera bestiola. Non è possibile che non accada... Vorrei, con tutte le mie forze, stringere un cappio al collo dell'irresponsabile che lo ha lasciato libero, mettendo a rischio lui stesso, povero piccolo, e chiunque abbia la sventura di cozzare contro di lui, magari in moto o in bici.
L'unica speranza è quella di "perderci": oltre la rotonda, oltre il penultimo tornante prima di La Morra, tento il tutto per tutto, imboccando una stradina sulla sinistra che dovrebbe, credo, salire più diretta in centro paese. Faccio cenno a Matteo, che mi segue; il botolo è più avanti, impegnato in chissà quale tracciatura di piste ed odori. Ci affrettiamo su per la rampa: forse è fatta, forse non se n'è accorto, forse finalmente torna giù... Macché: rieccolo, più che mai allegro e sporco, infaticabile, torna a precederci, guida la nostra rotta. Dalla stradina imbocchiamo una ripida rampa in ciottoli, che ci porta al belvedere di La Morra: sbuffo, fatico, invoco i bastoncini. La bestiola no: da Santa Maria, avrà già percorso due volte la distanza ed il dislivello che ho accumulato io, a tutt'altra velocità, eppure schizza su come una biglia impazzita. In paese, prende ad esplorare tutti gli angoli, ad osservare i passanti; attraversa la strada principale schivando per un pelo le auto... Che facciamo adesso, che facciamo? Il senso di colpa è fortissimo, pari almeno a quello di impotenza. Sono terrorizzata; se ci ha seguiti fin qui, ci seguirà ancora, fin giù alla strada che passa sul Tanaro e raggiunge Pollenzo: lì non ha speranza, è destinato a finire sotto un'auto nei primi dieci metri. Bisogna fare in modo che non ci veda più, che se ne torni a casa, sperando che rientri incolume. Perché la strada la conosce, questo è sicuro. Detto, fatto; in un impeto di sconforto, ci lanciamo gambe in spalla lungo una via secondaria; non ci vede, non può vederci dal punto in cui si trova. Via, via, via, veloci! Il mio sprint dura poco: Matteo è già cento metri più avanti, quando io rischio il collasso. Non sono fatta per gli sprint. Qualche passante ci osserva interdetto; mi volto di continuo, come se fossi inseguita, braccata. Stavolta ce l'abbiamo fatta, sì, sembra proprio che ce l'abbiamo fatta. Devo solo fare attenzione a non inciamparmi, nella foga. E magari cercare di raggiungere Matteo, che ha preso il volo. Sussulto ad ogni fruscio di pianta, ad ogni abbaio dai giardini: non è lui, ditemi che non è lui... Infatti non lo vedo più. Spero solo, davvero, che torni a casa sua senza danni.
Imbocchiamo la lunga discesa verso Rivalta e poi al fondovalle; lunga, morbida e piacevole, con tanto di deviazione in mezzo ad un noccioleto. Esperimento da non ripetere attraverso i filari delle viti, onde evitare di essere impallinati all'istante. Va tutto bene, per il momento, anche se la pena per il cocker non si dissolve. Del resto, cosa avrei potuto fare? Non si sarebbe lasciato acchiappare... E ci avrebbe seguiti ancora, verso il tratto più pericoloso dell'itinerario.
Un pallido alone di sole tenta, di quando in quando, di bucare la foschia. I filari delle viti, ancora spoglie, danno al paesaggio un che di sinistro con questa luce così grigia. Ci sorpassano due ciclisti: mosche bianche, oggi. Del resto, io stessa non sarei saltata in sella; sono stufa stufa stufissima del freddo. Correndo ci si scalda di più.
Dalla vetta di La Morra a casa ci sono 38 km. Quindi ce ne mancheranno 36, giù di lì. A Rivalta poche anime al piccolo parco giochi davanti all'orrenda chiesa; nei cortili, solo i cani si accorgono del nostro passaggio. Non troppa fatica; solo qualche svogliato abbaio, il minimo sindacale per meritarsi la pappa. Appena prima del bivio con la strada di fondovalle, approfittiamo di una fontanella, accanto al cortile di un'abitazione; in bella vista campeggia la minaccia, "non potabile", ma non ce ne curiamo. Io non ho nemmeno la borraccia: mi dà fastidio sentirla ballare nello zaino. E preferisco non approfittare troppo di quella di Matteo, che è molto più fobico verso la sete, rispetto a me. Berrò a casa.
Il tratto di corsa lungo la strada di fondovalle, che passa sul ponte del Tanaro ed arriva a Pollenzo, è il più caldo, proprio letteralmente. Il sole sembra finalmente fare breccia ed io sono vestita come l'Omino Michelin. In più, qui è il caso di accelerare il passo: c'è un traffico dannato; si respira gas di scarico e si rischia la cotenna. Via il berretto, almeno quello.
Pollenzo come non l'avevo mai vista: noto solo oggi un campanile ed un arco che non credo siano stati eretti negli ultimi mesi. E sì che in bici, di qua, sarò passata un milione di volte. Ma in bici, qui, non puoi permetterti di tenere d'occhio altro che la strada ed i criminali a quattro ruote.
Lancio un'occhiata di cupidigia al camioncino del venditore di arance, fermo alla rotonda. E pensare che a me neanche piacciono le arance; o meglio, mi piace la spremuta, ma non il frutto. Oggi però vince la sete... Matteo sembra tirare dritto senza esitazione: impossibile che lui ignori la presenza di materia commestibile nel raggio di sette chilometri! Che sia in arrivo la fine del mondo?
Ancora lo straziante rettilineo fino al semaforo di Macellai, poi saremo fuori dal caos. Attingo per l'ennesima volta alla borraccetta di miele, nell'illusione che questo basti ad allontanare la fiacca. Il boom dell'edilizia e del cattivo gusto ha dato il meglio di sé anche qui; ville, villette e palazzine spuntano come i funghi. Ce la faccio a proseguire fino a casa? E dai Gian, la cotta arriva sempre, ormai dovresti saperlo. Passerà. Superiamo il semaforo, le case, la farmacia; esorcizziamo la stanchezza chiacchierando. Ci troviamo in quel punto in cui abbiamo già tanta strada nelle scarpe, ma ancora tanta prima della meta. Matteo tenta il toto-chilometri mancanti. Venticinque o poco più. La breve risalita che passa sotto il ponte della ferrovia è un'ottima, inattaccabile scusa per camminare un po'; se persevero nel corricchiare in salita, qui rischio di saltare... Matteo accoglie la proposta e ne approfitta, guardacaso, per uno spuntino. La corsa riprende non appena dalla stradina di Macellai ci immettiamo sulla strada che da Bra va verso Pocapaglia. Il paese è steso come un lenzuolo sul pendio ripido della collina. Naso in su a guardare la chiesa; c'è una stradina che parte di lì e si reimmette su quella che stiamo percorrendo, più avanti. Certo, rispondo alla domanda inquisitoria di Matteo, che potremmo passarci, ma bisognerebbe salire fin lassù. Tutto dislivello inutile; non hai chiesto il percorso più breve possibile?
Superiamo un cortile con quattro splendidi pastori tedeschi che piantano cagnara per venti: non capita loro tutti i giorni di potersi scatenare contro un paio di podisti, qui. Passiamo anche oltre la microscopica filiale di banca, accanto al bivio per il centro dell'abitato: è una struttura così mingherlina che sembra di poterla rapinare dando un pugno alla parete... Un paio di curve e la pendenza s'inverte. Coraggio, un po' di discesa e leggerissimo falsopiano. Poche case, pioppi, borgate sparse su per il pendio; il bivio per Monticello segna la fine della discesa. Le gambe se ne accorgono subito: si torna a salire, una salita appena accennata che patisco moltissimo. Mi distraggo seguendo con lo sguardo le stradine che si staccano sulla sinistra e risalgono la collina; chissà se ce n'è una che arriva a Sommariva perno, a parte quella che imboccheremo noi? Questo tratto mi sembra puntualmente interminabile, anche in bici. Mi conforta il pensiero della cioccolata calda che ci concederemo a Sommariva Perno: caso più unico che raro, è stato Matteo ad avanzare la proposta, questa volta. Anche se, ora che la temperatura ha raggiunto un livello confortevole, ci vorrebbe piuttosto una Coca Cola. Ed ho anche fame...
Accolgo la ripida "bretella" verso Sommariva con gratitudine. Oggi non è giornata: quanta fiacca... Si cammina, a passo svelto, in mezzo ai pioppi, per spuntare poi ai piedi dell'abitato. Lo risaliamo dall'interno, da una bella via in pavè, fino a tornare sulla strada principale, in corrispondenza del viale, che attraversiamo decisi in direzione del bar. Matteo armeggia con le bustine dello zucchero; ce ne metterà dodici, come minimo. E stavolta lo farei anch'io, se solo osassi. Invece ne metto una e mi tengo la fame. Ed anche la sete: la fontanella sulla piazza è ovviamente a secco, come precauzione per il gelo. Riparto mogia e molto fiacca, giù in discesa lungo la strada che porta a Ceresole. Matteo guadagna terreno, ma non ce la faccio proprio a seguirlo. Tengo il mio passo, aspetto che la situazione migliori un po'. Cimitero, supermercato, centro sportivo, in leggera discesa. Dalla rotonda mancheranno circa venti km. Orribili, lungo lo stradone, ma è la via più breve. Intanto, la regolarità dell'itinerario fa sì che io mi senta un po' meglio. Ora procediamo per tappe ideali: la rotonda al bivio per Monteu; l'altro bivio per Sommariva Bosco; il passaggio a Ceresole; l'arrivo alla stradina di Santa Rita; casa. In effetti, la prima tappa è rispettata. Corro sul ciglio della strada; mi accorgo che sto tenendo, soprapensiero, una sorta di archivio dei rifiuti gettati nei fossi dai soliti, purtroppo numerosi ed agguerriti, idioti. Un ombrello, una bambola, una scarpa, l'altra chissà dov'è. Propongo a Matteo una variante: una stradina sulla destra che ci porta, con una breve risalita, a Ceresole per la via delle cascine. Almeno ci si leva da quest'autostrada. Matteo è molto preoccupato per l'inopportuna deviazione: "Ma no – sorvolo – fidati, è la stessa cosa". Dinuovo con una certa maligna soddisfazione. Una volta tanto, non sono io quella che vive nell'angoscia. Anzi, devo dire che adesso mi sono ripresa; sto proprio bene. Un paio di morbide curve ed eccoci alla strettoia tra le cascine. Subito dopo, riprendiamo a correre in mezzo alla campagna, con l'occhio fisso al ripetitore, che indica la nostra meta. Intermedia, beninteso. Imponenti i filari di pioppi ancora spogli. In paese, tentiamo la sorte con la fontanella, senza speranza; infatti, anche questa è chiusa. Non lo ammetterò mai, ma ho una sete che mi divora. Dai, ancora un'ora o poco più e siamo a casa. Ultimo sforzo, ultimo tratto di strada trafficata. Ho la quasi certezza che ci sia, alla nostra destra, almeno una sterrata che corre parallela alla strada principale, ma non oso proporla; Matteo è un po' provato, credo più preoccupato che stanco. Non vedo l'ora di potergli dire che manca poco, senza troppo mentire; conto i metri che mancano all'ultimo bivio, ma non posso ingannare me stessa, dal momento che conosco ogni sasso di questa strada.
"Ecco, guarda laggiù, quel cartello. Giriamo lì". E poi, davvero, è l'ultimo sforzo; sei km al massimo, fuori dal traffico. Le cascine, i tralicci, l'impianto di pannelli solari ancora in costruzione; la cappella senza più tetto, in mezzo alla campagna. E' bello questo tratto di strada, dolce, ondulato, da cui si vede, in posizione privilegiata e sopraelevata di qualche metro, la distesa della pianura e la corona delle Alpi. Offro per l'ennesima volta al mio sofferente compagno di viaggio la borraccetta del miele: "Dai prendila... Anche se ti fa venire sete, ormai siamo quasi arrivati". Capitola, questa volta. Lo vedo più preoccupato che stanco, in realtà, ma non ce n'è più ragione. Quando ricevo il messaggio di mamma, che si domanda quale sia stato il nostro infausto destino, siamo ormai al cavalcavia dell'autostrada. Le prime case di Santa Rita, la curva, il sottopassaggio della ferrovia. E' proprio fatta, poche centinaia di metri, l'ultimo tratto al passo. Casa: una sessantina di km di corsa alle spalle e l'accoglienza travolgente di Skipper, abbandonato parecchie ore fa, solo e ramingo, sul lettone. Solo dopo aver scolato un litro e mezzo d'acqua riprenderemo la favella.
domenica 13 febbraio 2011
giovedì 20 gennaio 2011
18 gennaio 2011 - In bici a salutare l'alba
Solo un anno fa, non mi sarebbe mai passato per l'anticamera del cervello di buttarmi fuori di casa in bici, alle sei e mezza di una gelida mattina di gennaio. Non tanto per il freddo, la pigrizia, il sonno. E' che con la bici da corsa ho condiviso migliaia di km negli anni, in lungo ed in largo toccando i più venerati tra i santuari degli appassionati, ma non ho mai conquistato sicurezza nella guida del mezzo; ho sempre avuto la netta, inquietante sensazione che fossero le ruote, non io, a comandare la situazione. Figuriamoci: affrontare il buio, la nebbia, il ghiaccio e la strada viscida, tutti insieme, sarebbe stata una pura follia, una candidatura al suicidio con ottime probabilità di successo. Ero ormai così rassegnata al rapporto di amore-odio con il velocipede, che mai avrei osato sperare in un cambiamento a mio favore. Anzi, a dire la verità, dopo l'ultimo incidente di Capodanno 2010, stavo pian piano abbandonando la mia prima passione di sempre, in favore della corsa...
L'arrivo della mountain bike, con qualche giorno di adattamento per superare la reciproca diffidenza, mi ha cambiato la vita. Eh sì, non esagero; posto che lo sport è tutta la mia vita, poter finalmente pedalare su un mezzo che mi dà sicurezza è impagabile. Sarò legata da sempiterna gratitudine a chi mi ha messo tra le mani, anzi, sotto il didietro questa meravigliosa meraviglia... Sbircio tra le righe dell'avvolgibile; si vede tutta la fila di lampioni, fino in fondo alla via. Evito di aprire la finestra per pietà nei confronti dei vicini di casa; sono le sei ed è già un'ora che io imperverso per casa con le varie faccende. Tardo ancora un po': è vero che alle otto e mezza devo essere pronta al posto di combattimento, in ufficio, ma è altrettanto vero che, con le temperature mattutine di questo periodo, difficilmente resisto in sella più di un'ora e mezza: oltre, il dolore alle dita di mani e piedi diventa davvero insopportabile.
Tre strati di maglie: una canotta traforata alla pelle, una vecchia maglia di cotone con le maniche lunghe, di quelle che risalgono ancora all'ora di ginnastica alla scuola media, più la mia primissima maglietta da bici, rossa, sbiadita e consunta dall'uso, ma ancora intera. Non importa se tutto ciò non incontra il gusto dei più raffinati stilisti: c'è la giacca, anch'essa molto datata, a ricoprire il tutto. Pantaloni lunghi, la finezza delle calze in Goretex con sopra un altro paio di calze leggere, ormai bucherellate, per fare strato isolante; guanti con doppio strato, collare e berretto di pile, un paio di scarpe che ho già consumato a spasso sui sentieri ed ancora spremuto di corsa sull'asfalto. In caso non si fosse intuito, detesto buttar via roba che può ancora servire, e pazienza se faccio la figura dello spaventapasseri. Tanto a quest'ora mi possono vedere solo i cinghiali, che non credo s'intendano di alta moda. Così bardata, con l'aggiunta di giacchino e bande rifrangenti un po' ovunque, più la luce frontale, saluto Skipper che ha preso orgoglioso possesso del lettone e del mio cuscino e me ne vado.
Buttarsi in strada, appena usciti da un ambiente calduccio, non è poi così traumatico. C'è da dire che siamo sotto zero, senz'altro, ma non di molto, stamattina; in più, bisogna anche considerare che in casa mia non s'arriva a diciassette gradi: l'escursione termica è contenuta... Naso in su: il cielo è limpido, una stellata stupenda, per quel fazzoletto che se ne può vedere tra i tetti delle case. Meglio non illudersi, però; non è detto che, fuori dell'abitato, la situazione sia altrettanto rosea.
Un chilometro, più o meno, da percorrere in città: meglio accendere tutte le luci. A quest'ora, alla cronica insofferenza dell'automobilista medio per tutto ciò che sta al di fuori del suo abitacolo, si aggiunge la palpebra pesante di sonno. Tempo un centinaio di metri e già il freddo risale su per le maniche. La strada sembra ricoperta di polvere di brillantini, tutta scintillante alla luce dei lampioni. Capperi, non ho chiuso bene la cerniera della giacca, a momenti mi congelo la trachea...
Un furgone fermo con le quattro frecce accese, davanti all'edicola: il corriere consegna i pacchi di giornali. Questi giovinastri d'oggi: ai miei tempi, questo sarebbe già avvenuto almeno un'ora fa... S'indigna il maestoso pastore tedesco nel giardino di una villetta: possibile che questa qui, tutti i giorni, debba infrangere il sonno canino del giusto?
La tensione del viavai di auto prende il sopravvento sul sonno e sui brividi di freddo. La rotonda, il sottopassaggio, che tra parentesi sarebbe vietato alle bici: certo, come no, usare l'apposita pista... Pensata, come al solito, di chi concepisce il ciclista nell'unica veste della vecchietta con la Graziella e le borse della spesa. Non ci penso nemmeno, in questo momento sono un veicolo con tutti i crismi e come tale voglio potermi spostare. Riemergo oltre la ferrovia: le luci che spuntano in lontananza, dal fondo del rettilineo della Via Sommariva, sono un po' sfocate, si allargano a stella; come immaginavo, un po' di nebbia dev'esserci, in campagna. Svolto a sinistra, ma con cautela: dovrebbero inventare le luci lampeggianti da polso... Per la verità, ricordo di aver visto qualcosa del genere, in occasione di una randonnée, qualche anno fa. E' vero che ho un bracciale rifrangente, ma non ho alcuna fiducia nella capacità di comprensione dell'automobilista che mi arriva alle spalle. In questi casi, per quanto sia una bestialità in termini di codice della strada, preferisco accostare a destra e poi attraversare, con la strada libera; oggi, per fortuna, non è necessario: nessuno nei paraggi, né di fronte, né dietro.
Imbocco la via del tirassegno, quella che io chiamo "la via vecchia di Ceresole"; non ricordo più se questa definizione l'ho coniata anch'io o se piuttosto l'ho rubata a chissà quale documento di storia recente. Il tirassegno, che poi è un cumulo di rovi rinsecchiti dal gelo e ciarpame di vario genere; della vecchia struttura restano muri e pilastri in mattoni, dall'aspetto severo e minaccioso come si confà ad un luogo in cui si maneggiano armi. Un rettilineo tra le case e poi, in fondo, una curva: so che c'è, la curva, ma oggi non si vede. Percepisco appena appena un alone color arancio, quello dei lampioni della vicina nuova zona industriale. "Un po' di nebbia", alla faccia del bicarbonato. Tempo di raggiungere la curva e mi trovo davanti un muro, umido e gelido. Seguo non la strada, ma la sua immagine che ormai, a furia di passarci e ripassarci negli anni, mi si è stampata in mente; non sono però affatto sicura di saper restare entro i suoi confini... Man mano che le pupille si abituano all'oscurità, anzi alla doppia oscurità della notte e della nebbia, comincio ad intravedere il bordo dell'asfalto, a destra ed a sinistra: per non sbagliarmi, viaggio nel mezzo. E spengo subito la luce frontale, che non mi è di alcun aiuto ma, in compenso, mi abbaglia, illumina le goccioline sospese, riflette in tutte le direzioni. Per qualche chilometro, pedalerò nel fitto della nuvola. E' una sensazione molto strana, simile a quella che si vive in sogno, in cui i contorni, quei pochi che si intuiscono, sono confusi, sfocati. Gli occhi stanno fissi ai bordi della strada, che talvolta scompaiono nella nebbia un po' più fitta, poi riappaiono. In qualche punto mi tocca persino fermarmi e muovere qualche passo con la bici per mano; è davvero impossibile, anche lungo una strada arcinota, capire a che punto sono arrivata. Inchiodo con un po' di spavento quando perdo il mio riferimento. E mi accorgo di aver raggiunto il cavalcavia dell'autostrada, solo perché sento che spingere i pedali diventa più faticoso... In cima, la visuale è appena appena meno fosca, a guardar su, vedo le stelle. Ma scendo e mi ritrovo ancora immersa nel gelido morbido involucro. Curva a destra, curva a sinistra, verso le cascine Commande; qui la strada sale impercettibilmente. Conosco bene la successione delle buche, a meno che non si sia aperto qualche nuovo cratere negli ultimi due giorni. Scorgo, in lontananza, le luci delle cascine. La strada è bagnata e coperta di una patina di scivolosissima fanghiglia, a quest'ora ovunque gelata. Aloni scuri compaiono, si allargano, mi vengono incontro, mi tendono le loro braccia minacciose; sono gli alberi, anche quelli ormai li conosco uno ad uno, ma l'immaginazione ed il timore li trasformano quasi in esseri deformi e vivi, intendo dire, mobili. Ogni rumore, ogni fruscio, è ancor più inquietante perché non posso vedere cosa l'ha provocato: del resto, non credo che a quest'ora del mattino, con questo freddo tremendo, quest'umidità che ti scava nelle ossa, non credo possano esserci molti esseri viventi, oltre alla sottoscritta ed a qualche pantegana. Pedalo ancora con circospezione lungo la strada asfaltata; la variazione delle pendenze mi dà l'idea del punto in cui mi trovo, altro che GPS. La delimitazione delle proprietà delle Commande, il casermotto ed il bivio per Ceresole.
Il miracolo che si ripete in questo breve tratto di strada in salita è tale che, al confronto, San Gennaro è un pivellino. Ci si alza di venti metri, non di più, lungo una rampetta che dell'asfalto conserva un ricordo molto vago... E la nebbia si dissolve. Non so nuotare, ma credo che la sensazione, almeno visiva, sia simile a quella che si prova tornando su dopo un'immersione. Come se, fino ad un attimo fa, avessi guardato il mondo con una benda scura sugli occhi e all'improvviso qualcuno me l'avesse levata. La strada nitida davanti a me; una striscia di cielo appena più chiaro all'orizzonte, luci scintillanti, tremule. La prima traccia dell'alba. E' ancora buio, ma procedo senza accendere la frontale; non ho problemi a vedere dove metto le ruote e mi godo questo paesaggio da favola. Anche il suono, i latrati dei cani, sembrano più nitidi ora. E il freddo, seppur pungente, è meno fastidioso e sgradevole. Mi si allarga un sorrisone: posso anche permettermelo, ora che, con gli incisivi rigorosamente finti, non patisco più l'effetto del gelo sui denti. Gli steli sottili del pioppeto, ricreato solo due o tre anni fa, dopo il fortunale che aveva raso al suolo gli alberi esistenti, svettano neri contro il cielo che pian piano tende al blu, mentre le stelle, ad una ad una, scompaiono. Le cascine, sagome scure in cui le luci tradiscono i segni del lavoro mattutino dei contadini; il ghiaccio nelle pozze, le punte dei piedi già intirizzite. Pedalo di buona lena; Cascina Vigna, il bivio per Cascina Francia... Lo imboccherò dopo, al ritorno; ora voglio arrivare fino al capolinea di questa stradina secondaria, dove il passaggio di auto è un evento più unico che raro. La cappelletta bianca, una breve e gelida discesa. Butto l'occhio con cupidigia a qualsiasi tratturo si stacchi verso i campi: è fortissima, la tentazione di buttarci le ruote... Ma il tempo, prima dell'ufficio, è tiranno; meglio concentrare le energie su un itinerario che abbia un minimo di senso.
Una striscia color rosso fuoco incendia l'orizzonte mentre passo oltre la frazione Cristini, con il suo campanile che si distingue appena dal cielo scuro. L'insegna luminosa blu della Gai, la ditta che produce macchine per imbottigliare il vino, oltre lo stradone. I due cagnoni che di solito incontro qui, di guardia ad una cascina, e che talvolta mi accompagnano abbaiando per un breve tratto, non hanno ancora preso servizio stamattina. Un'altra cappelletta, più vecchia e malconcia della precedente, precede l'ultimo pugno di case e cascine prima che la strada vada a confluire nell'altra, più trafficata, che collega Ceresole a Casanova. Raggiungo l'incrocio e faccio dietrofront; torno sui miei passi, anzi sulle mie pedalate. Non ho più l'alba di fronte, ma quella parte di cielo che è ancora scura; per un attimo ho la sensazione che il tempo stia scorrendo all'indietro. La breve discesa di prima, adesso è una confortante risalita, che infonde un po' di calore nel corpaccione. Rieccolo, il bivio per la Cascina Francia. Imbocco la bella strada sterrata accanto ad una peschiera inesorabilmente congelata. Mi volto e vedo uno spettacolo che non ha pari: il cielo ha preso fuoco, un tripudio di sfumature di colori caldi, rosso, giallo, rosa, non potrei crederci se non lo vedessi con i miei occhiali. La luce lambisce la superficie gelata dell'acqua. Le canne sono imprigionate nel ghiaccio, i rovi proteggono le sponde. Raccolgo un sassolino, lo getto nella peschiera; tac, rimbalza. A fatica, sfilo un guanto e frugo nella tasca posteriore della giacca, sperando che la macchina fotografica, a contatto con il calore del corpo ed avvolta in un sacchetto di plastica, non abbia patito freddo né umidità e voglia degnarsi di collaborare. Lo fa, infatti. Scatto un paio di foto, sforzandomi per tenere le mani il più possibile immobili; pochi secondi e torno ad infilarmi i guanti, con le dita che già dolgono. Devo avere qualche problema di circolazione periferica; non è mica possibile patire così un freddo che arriva a far male nel giro di qualche istante.

Riparto di gran carriera lungo questa stradina che costeggia tre cascine ed un bel pioppeto, già avanti con gli anni; la terra è talmente gelata che alla ruota non s'attacca neanche una molecola di fango. E, là dove è stata buttata di fresco quella ghiaia insidiosa che fa bloccare le ruote, non c'è problema; i sassolini sono congelati l'uno attaccato all'altro. L'alba si allarga sulla campagna e la illumina; persino i cavi del telefono ed i tralicci dell'alta tensione creano ricami neri sul cielo sempre più rosato. Qualche curva, leggeri saliscendi; un frastuono di volatili, credo corvi, si leva dal pioppeto quando passo lì accanto: se mai avessi voluto andare inosservata... Il regno animale, in questo momento, è l'unica compagnia; non c'è traccia di movimento umano al di fuori dell'aia delle cascine. Capita spesso che qualche "profano", qualcuno del mondo dei "normali", sgrani gli occhioni e mi chieda se non ho paura. Paura di aggressioni, intendono. Mah, sbaglierò, ma la risposta è no, non ho paura. Nei periodi in cui l'attività è consentita, ho paura di essere impallinata da qualche cacciatore, questo sì; sulle strade più trafficate, al buio, ho paura che qualche pilota un po' allegro e distratto mi renda un tutt'uno con lo strato di bitume. Ma qui, stamattina, non ho paura di nulla. E' la mia felicità perfetta, che niente e nessuno, nella mia esistenza "borghese", potrebbero mai regalarmi. Me la porto al lavoro, questa felicità, come scorta per attenuare le arrabbiature; funziona sempre!
La strada sterrata confluisce in un'altra strada secondaria, asfaltata. Tiro dritto e percorro quei cinquecento metri che mi portano fino allo stradone tra Ceresole e Carmagnola, passando di fronte alla cascina Novareisa; dietrofront ancora una volta, ma qui seguo l'asfalto. A questo punto, i piedi implorano pietà, li sento gelidi, gonfi e doloranti. Le dita delle mani non stanno poi molto meglio. Pedalo agilissima per ottenere l'effetto frullatore e mandare in circolo un po' di sangue; anche qui, sfilo tra le cascine, Gerbido, Olivè, Brichetto. Un tratto in ripida discesa, più o meno corrispondente al tratto in salita che mi ha strappata poco fa alla nebbia, mi costringe ad immergermi ancora nella coltre umidiccia e gelida. La luce del primo mattino fa sì che la vita del ciclista, al ritorno, sia un po' meno grama, ma che freddo, che terribile freddo... Il paesaggio è sparito; restano i rumori della campagna che prende vita, anche in questa triste stagione, fusi con il brusio dei motori che corrono lungo la vicina autostrada. Stringo i denti per il male, ogni volta è così; scuoto le dita e pedalo come una forsennata. Mi ricongiungo al punto d'inizio dell'anello e risalgo il cavalcavia tra le gaggie paralizzate dal freddo: l'asfalto è ancora scivoloso, molto insidioso. Meno male che la mountain bike è corazzata per qualsiasi prova. Abbasso lo sguardo: il manubrio ed i fili di freno e cambio sono ricoperti da un sottile strato di ghiaccio, più o meno lì dove arriva il mio fiato. Sono bianchi i rovi, i rami degli alberi e degli arbusti, la superficie dell'erba. Un solo desiderio, un termosifone da abbracciare. Carmagnola è appena lì ma non si vede, e non è detto che sia un male. So bene che non mi libererò dal freddo, che me lo porterò addosso per tutta la mattina in ufficio, nonostante strati e strati di abiti, ma ne è valsa la pena, come sempre. Anche se il giro sarà si e no 25 km. Non è il caso di andare tanto lontano per trovare la meraviglia, basta la peschiera di Cascina Francia... Già immagino le foto sullo schermo del computer, mentre imbocco un'altra volta il sottopassaggio, che mi catapulta nella realtà. Tutto ciò che so fare, con una macchina fotografica, è schiacciare il pulsante; solo una foto su mille riesce bene, per puro caso.
Afferro con due mani la chiave per aprire il cancello del cortile; le dita sono troppo rigide. Entro in casa, levo le scarpe, sfrego le mani, mi godo la temperatura che, pur non essendo mai superiore ai 17 gradi, mi sembra già sahariana. E cerco il Tittone per fargli una coccola. Eccolo lì, il gran cane da guardia: spaparanzato sul letto, apre un occhio, con molta degnazione. Beata caninità!
L'arrivo della mountain bike, con qualche giorno di adattamento per superare la reciproca diffidenza, mi ha cambiato la vita. Eh sì, non esagero; posto che lo sport è tutta la mia vita, poter finalmente pedalare su un mezzo che mi dà sicurezza è impagabile. Sarò legata da sempiterna gratitudine a chi mi ha messo tra le mani, anzi, sotto il didietro questa meravigliosa meraviglia... Sbircio tra le righe dell'avvolgibile; si vede tutta la fila di lampioni, fino in fondo alla via. Evito di aprire la finestra per pietà nei confronti dei vicini di casa; sono le sei ed è già un'ora che io imperverso per casa con le varie faccende. Tardo ancora un po': è vero che alle otto e mezza devo essere pronta al posto di combattimento, in ufficio, ma è altrettanto vero che, con le temperature mattutine di questo periodo, difficilmente resisto in sella più di un'ora e mezza: oltre, il dolore alle dita di mani e piedi diventa davvero insopportabile.
Tre strati di maglie: una canotta traforata alla pelle, una vecchia maglia di cotone con le maniche lunghe, di quelle che risalgono ancora all'ora di ginnastica alla scuola media, più la mia primissima maglietta da bici, rossa, sbiadita e consunta dall'uso, ma ancora intera. Non importa se tutto ciò non incontra il gusto dei più raffinati stilisti: c'è la giacca, anch'essa molto datata, a ricoprire il tutto. Pantaloni lunghi, la finezza delle calze in Goretex con sopra un altro paio di calze leggere, ormai bucherellate, per fare strato isolante; guanti con doppio strato, collare e berretto di pile, un paio di scarpe che ho già consumato a spasso sui sentieri ed ancora spremuto di corsa sull'asfalto. In caso non si fosse intuito, detesto buttar via roba che può ancora servire, e pazienza se faccio la figura dello spaventapasseri. Tanto a quest'ora mi possono vedere solo i cinghiali, che non credo s'intendano di alta moda. Così bardata, con l'aggiunta di giacchino e bande rifrangenti un po' ovunque, più la luce frontale, saluto Skipper che ha preso orgoglioso possesso del lettone e del mio cuscino e me ne vado.
Buttarsi in strada, appena usciti da un ambiente calduccio, non è poi così traumatico. C'è da dire che siamo sotto zero, senz'altro, ma non di molto, stamattina; in più, bisogna anche considerare che in casa mia non s'arriva a diciassette gradi: l'escursione termica è contenuta... Naso in su: il cielo è limpido, una stellata stupenda, per quel fazzoletto che se ne può vedere tra i tetti delle case. Meglio non illudersi, però; non è detto che, fuori dell'abitato, la situazione sia altrettanto rosea.
Un chilometro, più o meno, da percorrere in città: meglio accendere tutte le luci. A quest'ora, alla cronica insofferenza dell'automobilista medio per tutto ciò che sta al di fuori del suo abitacolo, si aggiunge la palpebra pesante di sonno. Tempo un centinaio di metri e già il freddo risale su per le maniche. La strada sembra ricoperta di polvere di brillantini, tutta scintillante alla luce dei lampioni. Capperi, non ho chiuso bene la cerniera della giacca, a momenti mi congelo la trachea...
Un furgone fermo con le quattro frecce accese, davanti all'edicola: il corriere consegna i pacchi di giornali. Questi giovinastri d'oggi: ai miei tempi, questo sarebbe già avvenuto almeno un'ora fa... S'indigna il maestoso pastore tedesco nel giardino di una villetta: possibile che questa qui, tutti i giorni, debba infrangere il sonno canino del giusto?
La tensione del viavai di auto prende il sopravvento sul sonno e sui brividi di freddo. La rotonda, il sottopassaggio, che tra parentesi sarebbe vietato alle bici: certo, come no, usare l'apposita pista... Pensata, come al solito, di chi concepisce il ciclista nell'unica veste della vecchietta con la Graziella e le borse della spesa. Non ci penso nemmeno, in questo momento sono un veicolo con tutti i crismi e come tale voglio potermi spostare. Riemergo oltre la ferrovia: le luci che spuntano in lontananza, dal fondo del rettilineo della Via Sommariva, sono un po' sfocate, si allargano a stella; come immaginavo, un po' di nebbia dev'esserci, in campagna. Svolto a sinistra, ma con cautela: dovrebbero inventare le luci lampeggianti da polso... Per la verità, ricordo di aver visto qualcosa del genere, in occasione di una randonnée, qualche anno fa. E' vero che ho un bracciale rifrangente, ma non ho alcuna fiducia nella capacità di comprensione dell'automobilista che mi arriva alle spalle. In questi casi, per quanto sia una bestialità in termini di codice della strada, preferisco accostare a destra e poi attraversare, con la strada libera; oggi, per fortuna, non è necessario: nessuno nei paraggi, né di fronte, né dietro.
Imbocco la via del tirassegno, quella che io chiamo "la via vecchia di Ceresole"; non ricordo più se questa definizione l'ho coniata anch'io o se piuttosto l'ho rubata a chissà quale documento di storia recente. Il tirassegno, che poi è un cumulo di rovi rinsecchiti dal gelo e ciarpame di vario genere; della vecchia struttura restano muri e pilastri in mattoni, dall'aspetto severo e minaccioso come si confà ad un luogo in cui si maneggiano armi. Un rettilineo tra le case e poi, in fondo, una curva: so che c'è, la curva, ma oggi non si vede. Percepisco appena appena un alone color arancio, quello dei lampioni della vicina nuova zona industriale. "Un po' di nebbia", alla faccia del bicarbonato. Tempo di raggiungere la curva e mi trovo davanti un muro, umido e gelido. Seguo non la strada, ma la sua immagine che ormai, a furia di passarci e ripassarci negli anni, mi si è stampata in mente; non sono però affatto sicura di saper restare entro i suoi confini... Man mano che le pupille si abituano all'oscurità, anzi alla doppia oscurità della notte e della nebbia, comincio ad intravedere il bordo dell'asfalto, a destra ed a sinistra: per non sbagliarmi, viaggio nel mezzo. E spengo subito la luce frontale, che non mi è di alcun aiuto ma, in compenso, mi abbaglia, illumina le goccioline sospese, riflette in tutte le direzioni. Per qualche chilometro, pedalerò nel fitto della nuvola. E' una sensazione molto strana, simile a quella che si vive in sogno, in cui i contorni, quei pochi che si intuiscono, sono confusi, sfocati. Gli occhi stanno fissi ai bordi della strada, che talvolta scompaiono nella nebbia un po' più fitta, poi riappaiono. In qualche punto mi tocca persino fermarmi e muovere qualche passo con la bici per mano; è davvero impossibile, anche lungo una strada arcinota, capire a che punto sono arrivata. Inchiodo con un po' di spavento quando perdo il mio riferimento. E mi accorgo di aver raggiunto il cavalcavia dell'autostrada, solo perché sento che spingere i pedali diventa più faticoso... In cima, la visuale è appena appena meno fosca, a guardar su, vedo le stelle. Ma scendo e mi ritrovo ancora immersa nel gelido morbido involucro. Curva a destra, curva a sinistra, verso le cascine Commande; qui la strada sale impercettibilmente. Conosco bene la successione delle buche, a meno che non si sia aperto qualche nuovo cratere negli ultimi due giorni. Scorgo, in lontananza, le luci delle cascine. La strada è bagnata e coperta di una patina di scivolosissima fanghiglia, a quest'ora ovunque gelata. Aloni scuri compaiono, si allargano, mi vengono incontro, mi tendono le loro braccia minacciose; sono gli alberi, anche quelli ormai li conosco uno ad uno, ma l'immaginazione ed il timore li trasformano quasi in esseri deformi e vivi, intendo dire, mobili. Ogni rumore, ogni fruscio, è ancor più inquietante perché non posso vedere cosa l'ha provocato: del resto, non credo che a quest'ora del mattino, con questo freddo tremendo, quest'umidità che ti scava nelle ossa, non credo possano esserci molti esseri viventi, oltre alla sottoscritta ed a qualche pantegana. Pedalo ancora con circospezione lungo la strada asfaltata; la variazione delle pendenze mi dà l'idea del punto in cui mi trovo, altro che GPS. La delimitazione delle proprietà delle Commande, il casermotto ed il bivio per Ceresole.
Il miracolo che si ripete in questo breve tratto di strada in salita è tale che, al confronto, San Gennaro è un pivellino. Ci si alza di venti metri, non di più, lungo una rampetta che dell'asfalto conserva un ricordo molto vago... E la nebbia si dissolve. Non so nuotare, ma credo che la sensazione, almeno visiva, sia simile a quella che si prova tornando su dopo un'immersione. Come se, fino ad un attimo fa, avessi guardato il mondo con una benda scura sugli occhi e all'improvviso qualcuno me l'avesse levata. La strada nitida davanti a me; una striscia di cielo appena più chiaro all'orizzonte, luci scintillanti, tremule. La prima traccia dell'alba. E' ancora buio, ma procedo senza accendere la frontale; non ho problemi a vedere dove metto le ruote e mi godo questo paesaggio da favola. Anche il suono, i latrati dei cani, sembrano più nitidi ora. E il freddo, seppur pungente, è meno fastidioso e sgradevole. Mi si allarga un sorrisone: posso anche permettermelo, ora che, con gli incisivi rigorosamente finti, non patisco più l'effetto del gelo sui denti. Gli steli sottili del pioppeto, ricreato solo due o tre anni fa, dopo il fortunale che aveva raso al suolo gli alberi esistenti, svettano neri contro il cielo che pian piano tende al blu, mentre le stelle, ad una ad una, scompaiono. Le cascine, sagome scure in cui le luci tradiscono i segni del lavoro mattutino dei contadini; il ghiaccio nelle pozze, le punte dei piedi già intirizzite. Pedalo di buona lena; Cascina Vigna, il bivio per Cascina Francia... Lo imboccherò dopo, al ritorno; ora voglio arrivare fino al capolinea di questa stradina secondaria, dove il passaggio di auto è un evento più unico che raro. La cappelletta bianca, una breve e gelida discesa. Butto l'occhio con cupidigia a qualsiasi tratturo si stacchi verso i campi: è fortissima, la tentazione di buttarci le ruote... Ma il tempo, prima dell'ufficio, è tiranno; meglio concentrare le energie su un itinerario che abbia un minimo di senso.
Una striscia color rosso fuoco incendia l'orizzonte mentre passo oltre la frazione Cristini, con il suo campanile che si distingue appena dal cielo scuro. L'insegna luminosa blu della Gai, la ditta che produce macchine per imbottigliare il vino, oltre lo stradone. I due cagnoni che di solito incontro qui, di guardia ad una cascina, e che talvolta mi accompagnano abbaiando per un breve tratto, non hanno ancora preso servizio stamattina. Un'altra cappelletta, più vecchia e malconcia della precedente, precede l'ultimo pugno di case e cascine prima che la strada vada a confluire nell'altra, più trafficata, che collega Ceresole a Casanova. Raggiungo l'incrocio e faccio dietrofront; torno sui miei passi, anzi sulle mie pedalate. Non ho più l'alba di fronte, ma quella parte di cielo che è ancora scura; per un attimo ho la sensazione che il tempo stia scorrendo all'indietro. La breve discesa di prima, adesso è una confortante risalita, che infonde un po' di calore nel corpaccione. Rieccolo, il bivio per la Cascina Francia. Imbocco la bella strada sterrata accanto ad una peschiera inesorabilmente congelata. Mi volto e vedo uno spettacolo che non ha pari: il cielo ha preso fuoco, un tripudio di sfumature di colori caldi, rosso, giallo, rosa, non potrei crederci se non lo vedessi con i miei occhiali. La luce lambisce la superficie gelata dell'acqua. Le canne sono imprigionate nel ghiaccio, i rovi proteggono le sponde. Raccolgo un sassolino, lo getto nella peschiera; tac, rimbalza. A fatica, sfilo un guanto e frugo nella tasca posteriore della giacca, sperando che la macchina fotografica, a contatto con il calore del corpo ed avvolta in un sacchetto di plastica, non abbia patito freddo né umidità e voglia degnarsi di collaborare. Lo fa, infatti. Scatto un paio di foto, sforzandomi per tenere le mani il più possibile immobili; pochi secondi e torno ad infilarmi i guanti, con le dita che già dolgono. Devo avere qualche problema di circolazione periferica; non è mica possibile patire così un freddo che arriva a far male nel giro di qualche istante.

Riparto di gran carriera lungo questa stradina che costeggia tre cascine ed un bel pioppeto, già avanti con gli anni; la terra è talmente gelata che alla ruota non s'attacca neanche una molecola di fango. E, là dove è stata buttata di fresco quella ghiaia insidiosa che fa bloccare le ruote, non c'è problema; i sassolini sono congelati l'uno attaccato all'altro. L'alba si allarga sulla campagna e la illumina; persino i cavi del telefono ed i tralicci dell'alta tensione creano ricami neri sul cielo sempre più rosato. Qualche curva, leggeri saliscendi; un frastuono di volatili, credo corvi, si leva dal pioppeto quando passo lì accanto: se mai avessi voluto andare inosservata... Il regno animale, in questo momento, è l'unica compagnia; non c'è traccia di movimento umano al di fuori dell'aia delle cascine. Capita spesso che qualche "profano", qualcuno del mondo dei "normali", sgrani gli occhioni e mi chieda se non ho paura. Paura di aggressioni, intendono. Mah, sbaglierò, ma la risposta è no, non ho paura. Nei periodi in cui l'attività è consentita, ho paura di essere impallinata da qualche cacciatore, questo sì; sulle strade più trafficate, al buio, ho paura che qualche pilota un po' allegro e distratto mi renda un tutt'uno con lo strato di bitume. Ma qui, stamattina, non ho paura di nulla. E' la mia felicità perfetta, che niente e nessuno, nella mia esistenza "borghese", potrebbero mai regalarmi. Me la porto al lavoro, questa felicità, come scorta per attenuare le arrabbiature; funziona sempre!
La strada sterrata confluisce in un'altra strada secondaria, asfaltata. Tiro dritto e percorro quei cinquecento metri che mi portano fino allo stradone tra Ceresole e Carmagnola, passando di fronte alla cascina Novareisa; dietrofront ancora una volta, ma qui seguo l'asfalto. A questo punto, i piedi implorano pietà, li sento gelidi, gonfi e doloranti. Le dita delle mani non stanno poi molto meglio. Pedalo agilissima per ottenere l'effetto frullatore e mandare in circolo un po' di sangue; anche qui, sfilo tra le cascine, Gerbido, Olivè, Brichetto. Un tratto in ripida discesa, più o meno corrispondente al tratto in salita che mi ha strappata poco fa alla nebbia, mi costringe ad immergermi ancora nella coltre umidiccia e gelida. La luce del primo mattino fa sì che la vita del ciclista, al ritorno, sia un po' meno grama, ma che freddo, che terribile freddo... Il paesaggio è sparito; restano i rumori della campagna che prende vita, anche in questa triste stagione, fusi con il brusio dei motori che corrono lungo la vicina autostrada. Stringo i denti per il male, ogni volta è così; scuoto le dita e pedalo come una forsennata. Mi ricongiungo al punto d'inizio dell'anello e risalgo il cavalcavia tra le gaggie paralizzate dal freddo: l'asfalto è ancora scivoloso, molto insidioso. Meno male che la mountain bike è corazzata per qualsiasi prova. Abbasso lo sguardo: il manubrio ed i fili di freno e cambio sono ricoperti da un sottile strato di ghiaccio, più o meno lì dove arriva il mio fiato. Sono bianchi i rovi, i rami degli alberi e degli arbusti, la superficie dell'erba. Un solo desiderio, un termosifone da abbracciare. Carmagnola è appena lì ma non si vede, e non è detto che sia un male. So bene che non mi libererò dal freddo, che me lo porterò addosso per tutta la mattina in ufficio, nonostante strati e strati di abiti, ma ne è valsa la pena, come sempre. Anche se il giro sarà si e no 25 km. Non è il caso di andare tanto lontano per trovare la meraviglia, basta la peschiera di Cascina Francia... Già immagino le foto sullo schermo del computer, mentre imbocco un'altra volta il sottopassaggio, che mi catapulta nella realtà. Tutto ciò che so fare, con una macchina fotografica, è schiacciare il pulsante; solo una foto su mille riesce bene, per puro caso.
Afferro con due mani la chiave per aprire il cancello del cortile; le dita sono troppo rigide. Entro in casa, levo le scarpe, sfrego le mani, mi godo la temperatura che, pur non essendo mai superiore ai 17 gradi, mi sembra già sahariana. E cerco il Tittone per fargli una coccola. Eccolo lì, il gran cane da guardia: spaparanzato sul letto, apre un occhio, con molta degnazione. Beata caninità!
mercoledì 29 dicembre 2010
24 dicembre 2010 - Di corsa verso il mare
Il tabellone luminoso, in autostrada, avverte: "Attenzione: a Fossano allagamenti". Alè, ci risiamo, piove due giorni e succede il finimondo. Stamattina i tergicristallo lavorano, ma la velocità 2 è sufficiente.. Un briciolo di fiducia lo coltivo lo stesso: qui sembra venir giù un po' meno che a Carmagnola. In più, fino a ieri, le previsioni meteo lasciavano un po' di speranza: un miglioramento nel pomeriggio, nuvole ma senza goccia nel pomeriggio sul Piemonte meridionale e sulla Liguria. Quella minima parte razionale di me, rappresentata con orgoglio e disperata caparbietà dal neurone, non s'illude: è pioggia troppo regolare, continua, monotona, per lasciar presagire un cambiamento. Sul sedile passeggero ho tutto quel che serve per proteggermi, dalla giacca ai pantaloni impermeabili, ai guanti, persino il cappellino con visiera per tenere asciutti gli occhiali. Ho reclutato anche le scarpe in goretex, e pazienza se son quelle da sentiero, che non godranno certo di una lunga marcia sull'asfalto. Pazienza, meglio le scarpe un po' disfatte, che i miei piedi a mollo per tutto il giorno.
Ad essere sincera, oggi avrei dovuto restare in ufficio ancora al mattino. Invece, poco oltre le 7, sono a Ceva, nella ormai solita piazza nei pressi della stazione. E' ancora buio, ma già qualche losco figuro si aggira con il giornale sotto braccio, malamente riparato da un ombrello di solito troppo piccolo o sghembo. Due anziani chiacchierano all'angolo di un edificio, qualcuno accompagna a spasso un cagnone visibilmente poco entusiasta di essere stato strappato al caldo della cuccia. Le gocce formano lunghi rivoli sul parabrezza. Mi agghindo alla bell'e meglio nell'angusto spazio dell'abitacolo; un'ultima occhiata allo zaino: canotta, maglietta, giacca e berretto di ricambio, sigillati in una borsa di plastica; due barrette, mezza stecca di croccante alle mandorle ed un succo di frutta, soldini, telefono, macchina fotografica. E telo termico, che non si sa mai. Ahimè, è proprio ora di andare.
Abbandono la Opel nella piazza ancora buia e completamente deserta, tanto che mi sorge il dubbio: non è che qui oggi me la rimuovono? Bah... Facciano un po' quel che vogliono. Io butto nello stomaco l'ultima cosa calda che assaggerò per un bel po', un cappuccino in un vicino bar. Sconcertante: già di buon mattino, un nugolo di avventori assiepati intorno ad una macchinetta da gioco... E sentirli parlare di giocate da cento euro, come se nulla fosse! All'ultimo riparo del gazebo, stringo i cinghietti dello zaino. Le pozzanghere riflettono, deformi, le luci dei lampioni. Si parte.
Attraverso la piazza, poche centinaia di metri per arrivare all'imponente ponte in mattoni della ferrovia. Il Tanaro scorre grigio ed impetuoso, schiuma e s'arriccia contro le sponde in pietra del suo letto. Nel gabbiotto di un officina, già illuminato, un anziano indossa la tuta blu, lisa, da meccanico, e fuma un sigaro. "Paroldo, 8 km", recita il cartello. La prima meta ideale, intermedia. Il viaggio sarà lungo, fino a Genova. La strada pende già tra le ultime case di Ceva; in movimento, solo il trattore con la pala per la neve. Neve, oggi? Mah. Le luci della città sfumano alle spalle, ma il cielo è già un po' più chiaro; alla mia sinistra, ancora qualche edificio abbarbicato sulla montagna, alla mia destra campi coltivati e boscaglia. Poco oltre, la valle si stringe e la strada corre tra la parete di terra e sabbia ed un torrente dal corso tortuoso e dalla corrente furiosa. Ovunque, dalla parete, spuntano piccoli e piccolissimi rivoli che creano cascate e scavano solchi; l'acqua corre a bordo strada e sulla strada. Mi stupisce vedere, qua e là, cascatelle di ghiaccio; oggi fa freddo, ma il termometro è sopra zero. Tento qualche foto, ben sapendo che, presto, la macchina fotografica s'ammutinerà; desto così la curiosità di un paio di automobilisti, stupiti di vedere un essere umano fermo lungo una strada di una valletta sperduta e solitaria, grondante di pioggia. Acqua, acqua che scorre dappertutto, dal cielo, dalle radici degli alberi, nei canali, lungo i rami ed i tronchi. La salita è costante, molto dolce; poche curve appena accennate, poi la valle si apre. Prima traccia di presenza umana, la frazione di Bovine. Seguo con lo sguardo il camioncino che mi sorpassa, lo vedo tracciare uno zig zag, da cui intuisco che mi attendono due tornanti.
Le suole scivolano, di tanto in tanto. L'asfalto è ricoperto di una patina appena accennata di neve quasi sciolta. In effetti, se guardo in su, le colline tradiscono le tracce di una nevicata, chissà se della notte passata o ancora precedente. La terra è gonfia; dà l'idea di essere un vero pantano. L'erba a bordo strada è schiacciata e trascinata dall'impeto dell'acqua. Per fortuna, la pioggia continua ad essere dolce, costante. Il cielo è grigio, gonfio. L'unica flebile speranza è che, in Riviera, la situazione sia un po' migliore, ma ci arriverò solo tra molte ore.

Lo strato di neve, man mano che avanzo, si fa più spesso. Neve fradicia prima, poi più consistente. Quelle poche auto che passano la sollevano e me la catapultano addosso; va bene che scarpe e pantaloni sono impermeabili, ma l'acqua trova comunque un varco per infilarsi dal collo del piede. E così, neanche un'ora dopo la partenza, mi ritrovo già con i piedi a mollo. E al freddo.
Non si può certo dire che la giornata oggi sia luminosa... Raggiungo le prime case di Paroldo. Qui a pulir la strada non ha pensato proprio nessuno; corro nelle rotaie lasciate da quei pochi che hanno il coraggio di avventurarsi oggi quassù. Un labrador, infeltrito dall'umidità, mi accoglie abbaiando da dietro una rete. La bella piazzetta del paese è deserta, ma intravedo luci e movimento dentro un ufficio. Quattro salti ed è ancora solitudine; un paio di chilometri e dovrei raggiungere la strada alta di Langa. Ne vedo già in lontananza la traccia. La collina è bianca, di neve e di nuvole; il manto bianco sembra ricamato dalle linee ordinate dei filari delle viti.
Guadagno faticosamente l'incrocio, saltellando nella neve. Incrocio lo sguardo terrorizzato di un paio di automobilisti, imbacuccati dentro le loro scatole, alle prese con un veicolo che va più o meno dove piace a lui... Per fortuna, la strada alta è in condizioni migliori. Viscida, questo sì, ma ripulita dalla neve. Si domina dall'alto un paesaggio quasi spettrale. Ogni tanto butto l'occhio alle pozze, sperando di vedere uno specchio d'acqua immobile che annunci la fine della pioggia, ma ahimè, nulla di tutto ciò. Ogni goccia solleva per un istante una minuscola fontanella e poi disegna piccoli cerchi che s'allargano. Per fortuna, piedi a parte, la mia armatura mi protegge bene. L'importante è non fermarsi, per nessun motivo.
Stupenda solitudine. Ho già perso la nozione del tempo; potrebbe essere qualsiasi ora di qualsiasi giorno. Non un rumore, né il verso di un animale, non un alito di vento. Non fa freddo. Il bivio per Sale Langhe e Sale San Giovanni; intravedo i tetti giù, tra la nebbia che si confonde con i fumi dei camini. Arbi, una signora anziana un ciabatte, senza calze, con un golf scuro e liso sulle spalle, spazza via la neve. L'umidità risale i muri delle case. Il generatore eolico, quasi mimetico, grigio contro il cielo grigio, immobile; la lieve risalita verso Montezemolo. I due minuscoli esercizi commerciali, la panetteria e la merceria, sono in fervida attività, con le vetrine appannate che invitano al caldo; secchi pieni di ciocchi di legna viaggiano a forza di braccia verso le case. Siamo a quota 750 m, più o meno; temo un po' la prossima lunga discesa.
Al portone in legno dello splendido, e purtroppo trascurato, castello di Montezemolo, è appesa una decorazione natalizia luminosa, tristissima e quanto mai inopportuna. L'unica traccia di vita in un luogo che dà il senso dell'abbandono. Il distributore di benzina e la rotonda, che brulicano di motociclisti nelle stagioni meno estreme, oggi sono deserti. Imbocco il lungo ponte della strada che scende a Millesimo; questa volta, però, anziché infilarmi in galleria, scelgo la strada di Strada: non un gioco di parole, ma il nome di una frazione di Roccavignale. Bella e solitaria, la stradina s'infila in mezzo ad un fitto bosco, passa accanto a poche sparute case e risale la montagna, una curva via l'altra, fino a spuntare dall'altro versante, parecchio più in alto dell'uscita della galleria. Sgranocchio la mezza stecca di croccante, mentre mi affaccio su un panorama mozzafiato di colline imbiancate e qua e là nascoste da fiocchi di nuvole. Uno schiaffo freddo in faccia appena la strada gira oltre il costone della montagna; si scende verso le case della borgata e la chiesa costruita su una base di roccia. Sembrano luoghi fuori dal tempo; le auto parcheggiate lungo la strada e nei cortili fanno un contrasto stridente. A proposito di auto; a giudicare dalla spessa coltre bianca su tettucci e cofani, direi che anche qui ha nevicato mica male.
Riconquisto la strada che da Montezemolo scende giù a Millesimo, ancora tormentata dai lavori in corso e dal senso unico alternato. Uno sguardo alle stradine che si staccano sulla destra, scendono in fondo alla valle, passano sotto l'imponente viadotto dell'autostrada e si perdono chissà dove. Prima o poi, dovrò partire in esplorazione, magari in bici, e magari in una stagione un po' meno repellente. A Millesimo, il traffico è già più caotico; meno male che c'è un po' di marciapiede, scalcinato ma sufficiente. Nel centro del paese, tanto per cambiare, c'è il mercato: ma possibile che ci sia il mercato ogni volta che io passo di qui? E' un mercato stabile? Per mia fortuna, benché siano ormai le undici, c'è ben poca gente in giro. Quei pochi sono stracarichi di borse: pacchi e pacchettini, ma soprattutto cibarie. In effetti, nell'aria si confondono profumi molto invitanti. Uno sguardo ai banchetti lo di anch'io, ma non c'è nulla di interessante; non l'hanno ancora inventato, il banchetto di Montura o La Sportiva... Non mi ferma nemmeno l'invitante vetrina della panetteria. Passo oltre, accanto alla passerella sul Bormida, accanto al castello, e poi al bivio a sinistra, verso Carcare. La strada qui torna a salire per un paio di km: so che soffrirò... Riabituare i garretti alla salita dopo una lunga, decisa discesa è arduo. Ci provo, pian piano, combatto contro il fiato che non c'è; il curvone, il distributore di benzina, i piloni del viadotto autostradale, grigio sul grigio della giornata. La tentazione di mettermi a camminare è forte, ma non devo cedere. La vetta, in località Montecala, è vicinissima. Prima o poi verrò da queste parti in bici, ad esplorare le stradine secondarie che si staccano dalla trafficatissima principale; oggi, però, meglio tirare dritto per la via nota, visto che il mezzo di trasporto a mia disposizione non è così rapido. Approfitto della discesa, dolce dolce, per una telefonata in ufficio, di già che, all'improvviso, m'è tornato in mente che io da qualche parte ho anche un'altra vita. E' tutto ok, perfetto.
La pioggia continua, imperterrita. Anche qui, un torrentello scorre impetuoso lungo la strada. Frazione Lidora, in corrispondenza dell'autogrill dell'autostrada, che corre proprio sopra la mia testa; da qui a Carcare, è un continuo di case, capannoni, centri commerciali, fino alla rotonda. A destra, per me, in direzione di Altare. La fame comincia a farsi sentire; gli ululati del pancino vuoto si avvertono persino in Riviera: ancora un po' di pazienza; quattro o cinque km e sarò ad Altare, dove ho già previsto, da un po', una tappa ristoratrice. Risalgo il viale, oltrepasso il bivio del cimitero, lungo la ferrovia. In vista del casello autostradale, mi sento già arrivata. Mi supera un'auto, una vecchia Opel Kadett bianca: si ferma poco più avanti, con le quattro frecce, in mezzo alla corsia; poi ingrana, lentissima, la retro. Arretra un po', abbassa il finestrino. Proseguo la mia corsa, gli passo accanto, senza nemmeno voltare lo sguardo: uno che fa un numero del genere non dev'essere tutto quadrato... Riparte anche lui, se ne va. Mah. Il mondo è bello perché è vario. Ma il mio unico pensiero, adesso, è mettere nel pancino qualcosa di caldo. Finalmente il bivio per Altare: il viale di platani, il cimitero militare con le sue innumerevoli croci tutte uguali; l'enorme area di cantiere, con il vecchio edificio in pietra e mattoni che, ai suoi tempi, doveva essere bellissimo. Ora è solo un triste cumulo di rovine, transenne, cartelli di divieto e mezzi da lavoro.
Raggiungo il bar proprio di fronte al bivio che dovrò imboccare. Un the bollente ed un pezzo di pizza rossa. Devo per forza sedermi al tavolino: ferma in piedi, al chiuso, dopo uno sforzo del genere, mi sento subito girare la testa e vedo tutto blu. Me la prendo comoda, dieci minuti di quiete, mentre un televisore sbraita i soliti servizi insulsi a tema natalizio: mi dà sui nervi all'istante. Non sarò mai abbastanza soddisfatta di aver bandito, ormai da anni, l'infernale apparecchio da casa mia. Alle mie spalle, s'infiamma una partita a carte. A malincuore, finisco il the e rendo la tazza alla gentilissima barista; tappa in bagno e poi... Via, si torna sotto la pioggia. I primi istanti sono terribili: gli abiti, comunque bagnati, appiccicati alla pelle mi fanno rabbrividire, battere i denti. Mamma mia...
Ci ho rimuginato su per un po', prima di arrivare qui: scendo direttamente giù in Riviera o tento la sorte? Da tempo ho scovato, sbirciando la mappa, una strada che, dalla frazione Montenotte di Cairo, permette di raggiungere direttamente Albisola. E' ovviamente più lunga della via diretta Cadibona - Savona, ma dev'essere bella e suggestiva. Il mio timore è solo di restare più a lungo lontano dal mare, in una giornata come oggi in cui la temperatura, pur non essendo glaciale, non è affatto confortevole. In più, è una via ignota... Il cartello "Montenotte", però, mi leva ogni esitazione. Coraggio, proviamoci. Si riparte in salita, lungo una bella strada ben asfaltata e quasi senza traffico; pian piano, lo sforzo dell'ascesa mi riscalda un po' i muscoli. Con il piccolo parco giochi, mi lascio alle spalle anche Altare. La strada scorre in un bell'alternarsi di boschi fitti e di prati gonfi d'acqua; qua e là si restringe, disegna curve tortuose, poi torna ad allargarsi, tra brevi salite secche e tratti in leggera discesa. La salita prevale, però. Il bosco rimanda il rumore ritmico delle gocce d'acqua che, accumulate sui rami, piombano giù nelle pozze già ampie. Un paio di belle ville: "Via San Bartolomeo del Bosco", leggo sulle eleganti targhe in ceramica che riportano il numero civico. Perfetto, per ora sono sulla retta via. Raggiungo un bivio che non mi aspettavo: è l'incrocio con la strada che arriva da Ferrania e va verso Pontinvrea. Anche qui, ci siamo. Mi accompagnano i segni rossi e bianchi dell'Alta via, così numerosi che proprio non ci si può sbagliare. Suona strano che l'Alta Via dei Monti Liguri coincida, per un lungo tratto, con una strada asfaltata. Alla mia destra, in lontananza, si scorge il mare, appena intuibile in una giornata così cupa, in cui il colore dell'acqua quasi non stacca da quello delle nubi. In realtà, intuisco il mare per via delle due ciminiere di Vado Ligure, non certo per il mio occhio di lince. Un centinaio di metri davanti a me, lungo la strada, cammina un losco figuro. Cammino anch'io, qui; la salita è un po' troppo lunga e ripida perché io mi intestardisca a correrla. La strada è ancora lunga. Secondo i miei calcoli, ad Altare avevo percorso all'incirca 45 km; qui saranno 50, più o meno. Meglio risparmiare le forze! M'impegno comunque in una marcia il più possibile rapida, sgranocchiando un boccone di barretta. Man mano che mi avvicino, il losco figuro si rivela in realtà una losca figura, una donna dall'età indefinibile, sepolta tra giubbone, berretto e sciarpa, ma dalla voce giovane. Però, tosta la ragazza! Anche lei qui, da sola, a spasso sotto la pioggia e senza ombrello...
La mia corsa, un po' marcia un po' corsa, prosegue in un ambiente e per un tempo che non riesco a definire. Tutt'intorno, bosco fitto e silenzio, solo il rumore monotono della pioggia; rami e tronchi lucidi e neri di pioggia, così uguali e fitti che, a fissarli, danno l'impressione di un'allucinazione, sembrano muoversi, intrecciarsi, sporgersi verso la strada. Non c'è un'anima, né umana né animale, qua intorno. E' stupendo, ma confesso che un po' di preoccupazione sale: dov'è questo benedetto paese? Una curva, un'altra curva; alcuni alberi enormi, dalla corteccia liscia, cresciuti con i rami protesi verso il mare, nel senso del soffio del vento, che oggi per fortuna, almeno lui, mi risparmia. Se solo avessi una macchina fotografica impermeabile! Sono meravigliosi, questi monumenti naturali. E' tutto meraviglioso, qui intorno, nonostante la pioggia.

Sarà un pensiero banale il mio, ma non posso fare a meno, anche qui, di rivedere e riascoltare certe scene, certe telefonate, certi incontri di pugilato verbale – solo verbale, anche se talvolta un'armatura mi infonderebbe più tranquillità – con certi condòmini, per così dire, turbolenti. Un conoscente, solo qualche giorno fa, ha sentenziato: "Certa gente si sveglia al mattino e, ancora prima di aprire gli occhi, si domanda: oggi come posso rompere i c... e a chi?". Ecco, nella mia talvolta infausta veste di amministratore condominiale, non posso che manifestare il mio assenso. Ci penso con distacco, da qui, e quasi con una sorta di compassione per certi individui che non fanno altro che masticare nervoso e vomitare veleno. Se di fronte a simili episodi riesco a restare più o meno insensibile, è solo perché nella mia cassaforte conservo giornate come oggi, quelle che per me davvero rendono la vita meravigliosa. Le scarpe, lo zaino, le gambe in spalla, non serve altro, è molto semplice la mia ricetta per la felicità. Tutto il resto, arrabbiature, diverbi, guai materiali, conteranno ben poco, finché avrò le gambe buone per rifugiarmi quassù.
Toh... Case. Vuoi vedere che ci sono? Oltre una curva, tra il fitto dei rami, s'intravedono sagome di case. Troppe, per non essere finalmente l'abitato di Montenotte. Case, luci natalizie, qualche camino che fuma, qua e là. Ora, se mi capita a vista un essere umano, chiederò lumi sulla strada per Albisola. Già, hai detto niente: un essere umano... Questo è un paese fantasma, non c'è anima viva per la strada. E nemmeno nei giardini, sui balconi, alle finestre. Nulla e nessuno si muove. Le imposte chiuse, le porte sprangate e protette dagli spruzzi della strada con lastre di plastica. Forse i Montenottesi sono particolarmente riservati... Raggiungo un incrocio con una strada ampia, che si stacca verso destra. I cartelli indicano, di lì, Savona e Santuario. Uhm. E adesso? Ricordo che, su Googlemaps, la via da seguire aveva nome "San Bartolomeo del Bosco" fin quasi alla riviera. Ma non è possibile che la strada mantenga lo stesso nome se qui c'è un incrocio e se la via che sto percorrendo continua come strada principale. Che il bivio giusto sia più avanti? Mannaggia a me ed alla mia idiosincrasia per le carte stradali. Tiro dritto; la strada tende a scendere, sembra, in modo più deciso. Se almeno ci fosse una targa con il nome della via. Macché, non se ne parla. Esco dal paese, proseguo per qualche centinaio di metri, ma il dubbio mi tormenta: no, di qui secondo me non va mica bene... Rischio di andare a finire a Pontinvrea e di dover poi davvero fare il giro del mondo per arrivare al mare. Meglio tornare indietro: pazienza, alla peggio andrò a finire a Savona. Risalgo di buon passo fino al bivio, in paese, e prendo la strada a sinistra. Anche qui, di targhe con il nome della via nemmeno l'ombra. Solo un bel cagnone fulvo, con evidenti tracce di antenati labrador, mi corre incontro con aria amichevole: peccato non poter domandare a lui... Salgo a passo svelto, lungo una strada anonima, deserta. Acqua ed ancora acqua; minacciosi avvisi di possibile inondazione. Inondazione, quassù? Un tornante, una palina segnavia accanto ad un sentiero che si stacca da qui. "Le Meugge", indica. Via sterrato, da una parte, via asfalto, dall'altra. Dunque è quella la località a cui approderò? Boh. Sono in balia degli eventi e del bitume. Oltre il tornante, la strada spiana e mi permette di tornare a correre. Poi la pendenza, una volta per tutte, s'inverte. Si va giù, verso il mare: eccolo là, davanti a me, sembra così vicino, e non ho nemmeno idea di quanto tempo ancora impiegherò a raggiungerlo...
La strada, bella, ampia e con buon asfalto, scende dolce verso la riviera. Da quassù, la vista spazia su morbidi rilievi di bosco, ornati qua e là da solitari sbuffi di camini. Tentar di intuire la direzione della mia via è impresa ardua. Lascio andar le gambe, approfittando della forza di gravità che qui mi aiuta; conviene che acceleri un po', altrimenti il freddo mi si aggrappa alle ossa. 16, se non ricordo male, il numero che ho letto sulla prima palina oltre il bivio, a Montenotte. Immagino significhi 16 km da qui al mare, più o meno. 15, 14, pian piano le paline scorrono e mi avvicinano alla riviera, a quella enorme nave mercantile che vedo già da quassù, alle case che si allargano a ventaglio in quello che sembra lo sbocco di una valle. Però, le ciminiere... Mi sembrano un po' troppo vicine. Se davvero questa strada andasse a sbucare ad Albisola, le ciminiere di Vado dovrebbero essere più distanti. Mah. Ormai sono qui, non ho alternative, se non scendere. La pioggia non vuol proprio saperne di prendersi un attimo di tregua; a tratti addirittura rinforza. Taglio le curve, come fanno i maratoneti provetti; è vero, la discesa aiuta, ma la corsa non è come la bici... Le gambe faticano lo stesso; bisogna pur sempre mettere un piede davanti all'altro. Anzi, se da una parte si risparmia un po' di fatica, dall'altra si spende in dolore ai muscoli. Poche auto, sia verso valle che verso monte; un cagnotto nero, di pura razza indefinibile, sfugge al giardino di una casa in ristrutturazione e si lancia all'inseguimento: mi giro, gli tendo la mano, ma il quattrozampe si tiene a rispettosa distanza. M'inveisce contro a lungo, finché il suo latrare si spegne oltre la curva.
Una discesa che sembra infinita: anche qui, dovrei portare le mie ruote, prima o poi. In salita, però, prima. Scorgo da lontano un cartello: non riesco a leggere, ma reca un nome lungo... Pian piano le letterone bianche prendono forma dallo sfondo azzurro. "San Bartolomeo del Bosco". Ma allora... Vuoi vedere che sono sulla strada giusta? Già, pia illusione: ancora non so, lo scoprirò domani scrutando la mappa, che qui intorno c'è un dedalo di strade che portano tutte lo stesso nome, "Via San Bartolomeo del Bosco" appunto. Mannaggia, 'sti Liguri: capisco essere tirchi, ma arrivare a riciclare lo stesso nome per più strade... Nemmeno Paperon de'Paperoni avrebbe potuto tanto!
La discesa mi porta in vista del ponte della ferrovia, enorme, imponente, in mattoni. Ci passo proprio sotto: tento una foto, ma la macchinetta ha già deciso che, quando è troppo, è troppo. L'obiettivo rimane ostinatamente chiuso in sé. Amen... Tiriamo avanti. Da qui in poi, addio pace. Si torna alla civiltà, o almeno alle sue prime propaggini, le costruzioni più audaci, pizzicate tra la sponda del torrente ed il pendio della montagna. Da qui, la strada costeggia un impetuoso corso d'acqua. Il nome che leggo su un cartello – ora che non mi servono più, vedo cartelli dappertutto – confonde le mie già esigue nozioni della geografia del luogo... Il Letimbro non è il torrente che passa a Savona, accanto al Tribunale? Ma allora sto andando a Savona o ad Albisola? In effetti, Santuario dovrebbe essere una frazione di Savona, o comunque nei paraggi... Osservo questi edifici con l'occhio ormai deforme del mestiere. Cavoli: io vado matta a star dietro a tutte le norme, certificazioni di impianti elettrici, termici e chi più ne ha più ne metta, certificazioni energetiche, consumi, impermeabilizzazioni... E qui vedo grovigli di cavi e tubi che seguono i percorsi più fantasiosi, umidità che si mangia i muri e gli intonaci, elementi pericolanti. Per carità, non è che questi fenomeni di "anomalia" si possano osservare solo qui, ci mancherebbe; è che oggi posso prendermi tutto il tempo necessario a buttar l'occhio. Del resto, gli autoctoni hanno soluzioni estremamente pragmatiche a tutti i problemi. Un esempio? Un bel cartello sotto un balcone; "Vietato parcheggiare. Caduta calcinacci". Come dire: io ti avviso, qui va tutto a ramengo. Se poi ti casca un ciocco sulla carrozzeria, o sulla capoccia, non hai diritto di recriminare... Che poi, se devo essere sincera, è ciò che più rispecchia il mio intimo pensiero.
Il fragore del torrente mi accompagna finché arrivo, quasi di sorpresa, proprio in località Santuario. Il santuario c'è, niente da dire, ben visibile. Dovrei esserci già stata, da queste parti, ma tanti tanti anni fa, e di certo non a piedi. Non ricordo nulla. Scovo però una provvidenziale fontanella: l'ultima, ed unica, volta di oggi in cui ho bevuto è stata al bar. Non mi sono portata la borraccia; tanto so già che, con questo clima, è un peso inutile. Vero, si dovrebbe bere comunque e sempre, ma rimedierò stasera, a cena.
Da Santuario, la strada verso il mare è ancora lunga. L'abitato è ormai un continuo, scandito dalle enormi ed orribili cappelle della Via Crucis: mannaggia, almeno sapessi quante sono le stazioni... Avrei una vaga idea di quanto manca alla riviera. A Savona, direi, a questo punto. Se c'era un bivio per Albisola, da qualche parte, mi pare ormai evidente che me lo sono giocato.
Un anziano esce da un piccolo orto, un fazzoletto di terra strappato alla strada ed al fiume, con un cesto pieno di uova, e mi rivolge, con fare divertito, un'espressione che non capisco, ma che, a giudicare dal tono, non dev'essere di ammirazione. Del resto, si sa che i Liguri sono un po' caustici. La luce del giorno, quella poca e fioca che mi è stata concessa, pian piano se ne va. I fanali delle auto sono sempre più definiti. All'imbrunire, arrivo a Savona. Mi sembra chiaro, ormai, che non riuscirò a raggiungere Matteo a Genova per l'orario di chiusura del negozio: sono le quattro e mezza passate, devo ancora attraversare Savona. Neanche fossi Baldini. L'ho già avvisato, infatti. Poco male: il programma prevede che entrambi stasera si vada a casa mia; ergo, il tapino mi raccatterà lungo l'Aurelia. "Riesco a partire alle sette", mi dice. Quindi, so già che farà i salti mortali e partirà come minimo alle sei e mezza. "Ma se hai bisogno di qualcosa, chiama, che mollo tutto e arrivo". Mi strappa un sorriso: cuore d'oro... Non ti chiamerei neanche se mi abbattessi moribonda sul ciglio della strada: è la vigilia di Natale, il negozio sarà senz'altro preso d'assalto; ti causerei una perdita secca di proporzioni enormi!
La mia strada va a confluire con quella che scende a Savona dal Cadibona. Mi ritrovo proprio là dove non avrei voluto passare. Il caos totale ed assoluto. Traffico, gas di scarico, luci abbacinanti, gente, troppa gente, ombrelli borse semafori voci petardi e schiamazzi. Eccomi precipitata al fondo dell'inferno, ancor più insofferente per la stanchezza che si fa sentire. Stanchezza, uhm... In realtà, noto con piacere che mi sento meno stanca oggi, rispetto ad altre volte in cui, proprio qui, sono arrivata per la via più breve. O sarà solo la voglia di levarmi da qui il prima possibile. Corro lungo la pista ciclabile; alla mia sinistra, si allarga il letto del corso d'acqua, che qui sembra quasi vuoto e, al di là, sorgono orrendi casermoni, uno peggio dell'altro, con la selva di antenne e parabole a mo' di ciliegina su una torta già raccapricciante. Più che mai temeraria, sfido il rosso dei semafori e le fiamme negli occhi degli automobilisti. Slalom tra i passeggini ed i branchi di pedoni, solo con la voglia di vederli sparire tutti, dal primo all'ultimo. Tranne quelli che portano a spasso i cagnotti, s'intende; per loro, faccio volentieri un'eccezione.
Oltrepasso il ponte, seguendo la direzione per Genova. Probabilmente, esiste una via più breve per tagliare via la città, ma valla a scovare. La fortezza, il porto, dai Gian che ne sei fuori. E' ormai buio quando raggiungo la fontanella, sotto il faro. Breve sosta e via, il delirio è alle spalle; corro lungo il mare, verso Albissola. Appena un alito di vento; il mare quasi calmo, la schiuma che a quest'ora appare di un colore azzurro fioco. E piove, ancora. Supero la prima galleria e proseguo lungo la Passeggiata degli Artisti, ormai quasi deserta; a sinistra, luci intermittenti, musica, vetrine illuminate, ristoranti che si preparano all'attività; a destra, una distesa nera. Più che vedersi, il mare si sente, nel profumo e nel rumore delle onde. Le gambe sono, in effetti, un po' indolenzite. A stima, a Savona potrei aver raggiunto la boa dei 70 km; è anche normale. Per evitare l'Aurelia, passo nel centro storico del paese. "Scion! Scion, fermati!", uno strillo alle mie spalle: mi volto e scopro d'essere inseguita da un botolino bianco a chiazze, un cucciolo di Jack Russell di quattro mesi, mi spiega orgogliosa la giovane padrona, che ha al guinzaglio anche un paciosissimo Bulldog. Il piccolino è un vero demonietto: mi addenta il dito indice, nel furioso tentativo di strappare via il guanto, con un'insospettabile forza nelle mascelle; non contento, schizza letteralmente in testa al paziente compagno a quattro zampe, poi torna all'assalto del dito. A fatica mi libero del piacevole contrattempo e riprendo la marcia, in direzione di Celle. Un tratto di Aurelia completamente buio: e qui sì, che sento la mancanza della pila frontale. E' pur vero, basta proseguire lungo la ringhiera, ma ben ricordo che il marciapiede spesso ha degli scalini o degli avvallamenti... Sfrutto il fascio di luce dei fari che mi arrivano alle spalle per scrutare quanto possibile davanti a me, ma corro comunque sulle uova. Le auto che vengono in senso contrario mi abbagliano e mi accecano del tutto. Vuoi vedere che da un attimo all'altro mi mancherà la terra sotto i piedi? In qualche breve tratto, mi rassegno a camminare, con cautela e tenendo la mano appoggiata alla ringhiera, onde limitare eventuali danni. Ma quanto manca a Celle? Il mare picchia contro gli scogli, in qualche punto con un tonfo sordo. Peccato non potersi fermare ad osservare; quel poco che le gambe riescono ancora a dare, devo sfruttarlo senza soste, altrimenti son panata. Oltre la risalita, a sinistra, la strada piega finalmente verso Celle. Torno a veder la luce: nemmeno uno sguardo alla pur amata vetrina del negozio Olmo; qui conviene prestare attenzione alla pellaccia. Anche a Celle, oltre la strettoia, guadagno la passeggiata e poi il centro vecchio dell'abitato. Un panzuto personaggio, non proprio nel fiore dei suoi anni, mi biascica alle spalle: "Alzarle, quelle gambe, bisogna alzarle!". Com'è ovvio, non spreco fiato per rispondergli; dovrebbe piuttosto pensare, il genio della lampada, ad alzare più spesso il deretano dal divano, a giudicare dal tonnellaggio. Ancora una volta, via dalla pazza folla; un breve tratto di Aurelia al buio, poi le luci del casello autostradale e del breve trato di passeggiata giù in basso, sul mare, attrezzato di panche e lampioni. E' bellissimo qui. La fatica si fa sentire, ma quasi mi dispiace sapere che è quasi finita. Non so che ora sia, non ho voglia di estrarre il telefonino dalla tasca e dalla borsina di plastica in cui l'ho avvolto per proteggerlo dall'acqua, ma non credo manchi molto alle sette. Varazze: lo slargo tra il supermercato ed il porto, il magazzino di abbigliamento, la passeggiata, ancora un po' più affollata. Da qualche parte, qui, si dovrebbe poter imboccare la vecchia ferrovia, ora pista ciclabile e pedonale: mannaggia a me se mi ricordo dove... Scruto il lungomare, ma non vedo nulla del genere. Eppure sono sicura... Proseguo ancora e ancora; sono certa che quella benedetta pista cominci qua, ma non riesco a capire dove. Boh, sarà la stanchezza. Trillo del cellulare: è Matteo, annuncia che è appena partito dal negozio; in anticipo, come immaginavo. "Sono quasi all'uscita di Varazze – lo informo – proseguo restando lungo l'Aurelia". "Attenzione che quello è un tratto pericoloso, non mi posso fermare", ammonisce lui. In effetti è vero: sarò passata di qui mille volte, ma ancora non ho messo ben a fuoco la sequenza dei luoghi. Dev'essere il tratto di Piani d'Invrea, dove mi ritroverei a correre lungo la statale senza neanche un tratto di marciapiede. Vero che ho i rifrangenti sia sullo zaino che sulle gambe, ma non ho luci; meglio non rischiare. Sarebbe un peccato farsi stirare dopo tutta questa fatica, senza nemmeno aver cacciato in pancia una sostanziosa cena. Torno sui miei passi: aspetterò Matteo sul lungomare di Varazze, passeggiando un po' avanti e indietro per sciogliere le gambe. Così faccio, quattro o cinque volte su e giù per lo stesso tratto di poche centinaia di metri, a guardare il mare ancora per un po'. Mi piacerebbe raggiungere il molo, ma rischio poi che Matteo passi e non mi veda. Nove gradi, segna un termometro: temperatura gradevolissima, non fosse per gli abiti fradici che non possono proprio tener caldo, neanche volendo. Le luci della costa si scorgono fin lontano, da una parte e dall'altra.
Alle sette e mezza, mi ritrovo contenta e soddisfatta sul sedile del furgone, nel mio stato d'animo di grazia assoluta che segue di solito questo genere di prove. La più bella vigilia di Natale possibile, 85 km, più o meno: certo meno faticosi e nervosi dei venti e più giorni di lavoro continuo in negozio per il povero Matteo. Lui ha dalla sua, per fortuna, un carattere molto tranquillo ed equilibrato, che sa dare il giusto peso alle cose; credo che, al suo posto, una dose così ostinata e prolungata di contatto con tanti esemplari del genere umano mi porterebbe a dare di matto nel giro di una settimana, forse prima. Si torna a Ceva, a recuperare la Opel; qui Matteo abbandona il furgone e si trasferisce sulla mia fida quattroruote. Domattina tornerà a Ceva in bici, temo sotto un identico diluvio: dovrà rientrare a Genova in tempo per cucinare il pranzo natalizio; non potrebbe esserci, per lui, forza motrice più efficace. Quanto a me, niente pranzi né convivi. Quel che è certo, piaccia o no alle gambe, è che andrò a correre.
Ad essere sincera, oggi avrei dovuto restare in ufficio ancora al mattino. Invece, poco oltre le 7, sono a Ceva, nella ormai solita piazza nei pressi della stazione. E' ancora buio, ma già qualche losco figuro si aggira con il giornale sotto braccio, malamente riparato da un ombrello di solito troppo piccolo o sghembo. Due anziani chiacchierano all'angolo di un edificio, qualcuno accompagna a spasso un cagnone visibilmente poco entusiasta di essere stato strappato al caldo della cuccia. Le gocce formano lunghi rivoli sul parabrezza. Mi agghindo alla bell'e meglio nell'angusto spazio dell'abitacolo; un'ultima occhiata allo zaino: canotta, maglietta, giacca e berretto di ricambio, sigillati in una borsa di plastica; due barrette, mezza stecca di croccante alle mandorle ed un succo di frutta, soldini, telefono, macchina fotografica. E telo termico, che non si sa mai. Ahimè, è proprio ora di andare.
Abbandono la Opel nella piazza ancora buia e completamente deserta, tanto che mi sorge il dubbio: non è che qui oggi me la rimuovono? Bah... Facciano un po' quel che vogliono. Io butto nello stomaco l'ultima cosa calda che assaggerò per un bel po', un cappuccino in un vicino bar. Sconcertante: già di buon mattino, un nugolo di avventori assiepati intorno ad una macchinetta da gioco... E sentirli parlare di giocate da cento euro, come se nulla fosse! All'ultimo riparo del gazebo, stringo i cinghietti dello zaino. Le pozzanghere riflettono, deformi, le luci dei lampioni. Si parte.
Attraverso la piazza, poche centinaia di metri per arrivare all'imponente ponte in mattoni della ferrovia. Il Tanaro scorre grigio ed impetuoso, schiuma e s'arriccia contro le sponde in pietra del suo letto. Nel gabbiotto di un officina, già illuminato, un anziano indossa la tuta blu, lisa, da meccanico, e fuma un sigaro. "Paroldo, 8 km", recita il cartello. La prima meta ideale, intermedia. Il viaggio sarà lungo, fino a Genova. La strada pende già tra le ultime case di Ceva; in movimento, solo il trattore con la pala per la neve. Neve, oggi? Mah. Le luci della città sfumano alle spalle, ma il cielo è già un po' più chiaro; alla mia sinistra, ancora qualche edificio abbarbicato sulla montagna, alla mia destra campi coltivati e boscaglia. Poco oltre, la valle si stringe e la strada corre tra la parete di terra e sabbia ed un torrente dal corso tortuoso e dalla corrente furiosa. Ovunque, dalla parete, spuntano piccoli e piccolissimi rivoli che creano cascate e scavano solchi; l'acqua corre a bordo strada e sulla strada. Mi stupisce vedere, qua e là, cascatelle di ghiaccio; oggi fa freddo, ma il termometro è sopra zero. Tento qualche foto, ben sapendo che, presto, la macchina fotografica s'ammutinerà; desto così la curiosità di un paio di automobilisti, stupiti di vedere un essere umano fermo lungo una strada di una valletta sperduta e solitaria, grondante di pioggia. Acqua, acqua che scorre dappertutto, dal cielo, dalle radici degli alberi, nei canali, lungo i rami ed i tronchi. La salita è costante, molto dolce; poche curve appena accennate, poi la valle si apre. Prima traccia di presenza umana, la frazione di Bovine. Seguo con lo sguardo il camioncino che mi sorpassa, lo vedo tracciare uno zig zag, da cui intuisco che mi attendono due tornanti.
Le suole scivolano, di tanto in tanto. L'asfalto è ricoperto di una patina appena accennata di neve quasi sciolta. In effetti, se guardo in su, le colline tradiscono le tracce di una nevicata, chissà se della notte passata o ancora precedente. La terra è gonfia; dà l'idea di essere un vero pantano. L'erba a bordo strada è schiacciata e trascinata dall'impeto dell'acqua. Per fortuna, la pioggia continua ad essere dolce, costante. Il cielo è grigio, gonfio. L'unica flebile speranza è che, in Riviera, la situazione sia un po' migliore, ma ci arriverò solo tra molte ore.

Lo strato di neve, man mano che avanzo, si fa più spesso. Neve fradicia prima, poi più consistente. Quelle poche auto che passano la sollevano e me la catapultano addosso; va bene che scarpe e pantaloni sono impermeabili, ma l'acqua trova comunque un varco per infilarsi dal collo del piede. E così, neanche un'ora dopo la partenza, mi ritrovo già con i piedi a mollo. E al freddo.
Non si può certo dire che la giornata oggi sia luminosa... Raggiungo le prime case di Paroldo. Qui a pulir la strada non ha pensato proprio nessuno; corro nelle rotaie lasciate da quei pochi che hanno il coraggio di avventurarsi oggi quassù. Un labrador, infeltrito dall'umidità, mi accoglie abbaiando da dietro una rete. La bella piazzetta del paese è deserta, ma intravedo luci e movimento dentro un ufficio. Quattro salti ed è ancora solitudine; un paio di chilometri e dovrei raggiungere la strada alta di Langa. Ne vedo già in lontananza la traccia. La collina è bianca, di neve e di nuvole; il manto bianco sembra ricamato dalle linee ordinate dei filari delle viti.
Guadagno faticosamente l'incrocio, saltellando nella neve. Incrocio lo sguardo terrorizzato di un paio di automobilisti, imbacuccati dentro le loro scatole, alle prese con un veicolo che va più o meno dove piace a lui... Per fortuna, la strada alta è in condizioni migliori. Viscida, questo sì, ma ripulita dalla neve. Si domina dall'alto un paesaggio quasi spettrale. Ogni tanto butto l'occhio alle pozze, sperando di vedere uno specchio d'acqua immobile che annunci la fine della pioggia, ma ahimè, nulla di tutto ciò. Ogni goccia solleva per un istante una minuscola fontanella e poi disegna piccoli cerchi che s'allargano. Per fortuna, piedi a parte, la mia armatura mi protegge bene. L'importante è non fermarsi, per nessun motivo.
Stupenda solitudine. Ho già perso la nozione del tempo; potrebbe essere qualsiasi ora di qualsiasi giorno. Non un rumore, né il verso di un animale, non un alito di vento. Non fa freddo. Il bivio per Sale Langhe e Sale San Giovanni; intravedo i tetti giù, tra la nebbia che si confonde con i fumi dei camini. Arbi, una signora anziana un ciabatte, senza calze, con un golf scuro e liso sulle spalle, spazza via la neve. L'umidità risale i muri delle case. Il generatore eolico, quasi mimetico, grigio contro il cielo grigio, immobile; la lieve risalita verso Montezemolo. I due minuscoli esercizi commerciali, la panetteria e la merceria, sono in fervida attività, con le vetrine appannate che invitano al caldo; secchi pieni di ciocchi di legna viaggiano a forza di braccia verso le case. Siamo a quota 750 m, più o meno; temo un po' la prossima lunga discesa.
Al portone in legno dello splendido, e purtroppo trascurato, castello di Montezemolo, è appesa una decorazione natalizia luminosa, tristissima e quanto mai inopportuna. L'unica traccia di vita in un luogo che dà il senso dell'abbandono. Il distributore di benzina e la rotonda, che brulicano di motociclisti nelle stagioni meno estreme, oggi sono deserti. Imbocco il lungo ponte della strada che scende a Millesimo; questa volta, però, anziché infilarmi in galleria, scelgo la strada di Strada: non un gioco di parole, ma il nome di una frazione di Roccavignale. Bella e solitaria, la stradina s'infila in mezzo ad un fitto bosco, passa accanto a poche sparute case e risale la montagna, una curva via l'altra, fino a spuntare dall'altro versante, parecchio più in alto dell'uscita della galleria. Sgranocchio la mezza stecca di croccante, mentre mi affaccio su un panorama mozzafiato di colline imbiancate e qua e là nascoste da fiocchi di nuvole. Uno schiaffo freddo in faccia appena la strada gira oltre il costone della montagna; si scende verso le case della borgata e la chiesa costruita su una base di roccia. Sembrano luoghi fuori dal tempo; le auto parcheggiate lungo la strada e nei cortili fanno un contrasto stridente. A proposito di auto; a giudicare dalla spessa coltre bianca su tettucci e cofani, direi che anche qui ha nevicato mica male.
Riconquisto la strada che da Montezemolo scende giù a Millesimo, ancora tormentata dai lavori in corso e dal senso unico alternato. Uno sguardo alle stradine che si staccano sulla destra, scendono in fondo alla valle, passano sotto l'imponente viadotto dell'autostrada e si perdono chissà dove. Prima o poi, dovrò partire in esplorazione, magari in bici, e magari in una stagione un po' meno repellente. A Millesimo, il traffico è già più caotico; meno male che c'è un po' di marciapiede, scalcinato ma sufficiente. Nel centro del paese, tanto per cambiare, c'è il mercato: ma possibile che ci sia il mercato ogni volta che io passo di qui? E' un mercato stabile? Per mia fortuna, benché siano ormai le undici, c'è ben poca gente in giro. Quei pochi sono stracarichi di borse: pacchi e pacchettini, ma soprattutto cibarie. In effetti, nell'aria si confondono profumi molto invitanti. Uno sguardo ai banchetti lo di anch'io, ma non c'è nulla di interessante; non l'hanno ancora inventato, il banchetto di Montura o La Sportiva... Non mi ferma nemmeno l'invitante vetrina della panetteria. Passo oltre, accanto alla passerella sul Bormida, accanto al castello, e poi al bivio a sinistra, verso Carcare. La strada qui torna a salire per un paio di km: so che soffrirò... Riabituare i garretti alla salita dopo una lunga, decisa discesa è arduo. Ci provo, pian piano, combatto contro il fiato che non c'è; il curvone, il distributore di benzina, i piloni del viadotto autostradale, grigio sul grigio della giornata. La tentazione di mettermi a camminare è forte, ma non devo cedere. La vetta, in località Montecala, è vicinissima. Prima o poi verrò da queste parti in bici, ad esplorare le stradine secondarie che si staccano dalla trafficatissima principale; oggi, però, meglio tirare dritto per la via nota, visto che il mezzo di trasporto a mia disposizione non è così rapido. Approfitto della discesa, dolce dolce, per una telefonata in ufficio, di già che, all'improvviso, m'è tornato in mente che io da qualche parte ho anche un'altra vita. E' tutto ok, perfetto.
La pioggia continua, imperterrita. Anche qui, un torrentello scorre impetuoso lungo la strada. Frazione Lidora, in corrispondenza dell'autogrill dell'autostrada, che corre proprio sopra la mia testa; da qui a Carcare, è un continuo di case, capannoni, centri commerciali, fino alla rotonda. A destra, per me, in direzione di Altare. La fame comincia a farsi sentire; gli ululati del pancino vuoto si avvertono persino in Riviera: ancora un po' di pazienza; quattro o cinque km e sarò ad Altare, dove ho già previsto, da un po', una tappa ristoratrice. Risalgo il viale, oltrepasso il bivio del cimitero, lungo la ferrovia. In vista del casello autostradale, mi sento già arrivata. Mi supera un'auto, una vecchia Opel Kadett bianca: si ferma poco più avanti, con le quattro frecce, in mezzo alla corsia; poi ingrana, lentissima, la retro. Arretra un po', abbassa il finestrino. Proseguo la mia corsa, gli passo accanto, senza nemmeno voltare lo sguardo: uno che fa un numero del genere non dev'essere tutto quadrato... Riparte anche lui, se ne va. Mah. Il mondo è bello perché è vario. Ma il mio unico pensiero, adesso, è mettere nel pancino qualcosa di caldo. Finalmente il bivio per Altare: il viale di platani, il cimitero militare con le sue innumerevoli croci tutte uguali; l'enorme area di cantiere, con il vecchio edificio in pietra e mattoni che, ai suoi tempi, doveva essere bellissimo. Ora è solo un triste cumulo di rovine, transenne, cartelli di divieto e mezzi da lavoro.
Raggiungo il bar proprio di fronte al bivio che dovrò imboccare. Un the bollente ed un pezzo di pizza rossa. Devo per forza sedermi al tavolino: ferma in piedi, al chiuso, dopo uno sforzo del genere, mi sento subito girare la testa e vedo tutto blu. Me la prendo comoda, dieci minuti di quiete, mentre un televisore sbraita i soliti servizi insulsi a tema natalizio: mi dà sui nervi all'istante. Non sarò mai abbastanza soddisfatta di aver bandito, ormai da anni, l'infernale apparecchio da casa mia. Alle mie spalle, s'infiamma una partita a carte. A malincuore, finisco il the e rendo la tazza alla gentilissima barista; tappa in bagno e poi... Via, si torna sotto la pioggia. I primi istanti sono terribili: gli abiti, comunque bagnati, appiccicati alla pelle mi fanno rabbrividire, battere i denti. Mamma mia...
Ci ho rimuginato su per un po', prima di arrivare qui: scendo direttamente giù in Riviera o tento la sorte? Da tempo ho scovato, sbirciando la mappa, una strada che, dalla frazione Montenotte di Cairo, permette di raggiungere direttamente Albisola. E' ovviamente più lunga della via diretta Cadibona - Savona, ma dev'essere bella e suggestiva. Il mio timore è solo di restare più a lungo lontano dal mare, in una giornata come oggi in cui la temperatura, pur non essendo glaciale, non è affatto confortevole. In più, è una via ignota... Il cartello "Montenotte", però, mi leva ogni esitazione. Coraggio, proviamoci. Si riparte in salita, lungo una bella strada ben asfaltata e quasi senza traffico; pian piano, lo sforzo dell'ascesa mi riscalda un po' i muscoli. Con il piccolo parco giochi, mi lascio alle spalle anche Altare. La strada scorre in un bell'alternarsi di boschi fitti e di prati gonfi d'acqua; qua e là si restringe, disegna curve tortuose, poi torna ad allargarsi, tra brevi salite secche e tratti in leggera discesa. La salita prevale, però. Il bosco rimanda il rumore ritmico delle gocce d'acqua che, accumulate sui rami, piombano giù nelle pozze già ampie. Un paio di belle ville: "Via San Bartolomeo del Bosco", leggo sulle eleganti targhe in ceramica che riportano il numero civico. Perfetto, per ora sono sulla retta via. Raggiungo un bivio che non mi aspettavo: è l'incrocio con la strada che arriva da Ferrania e va verso Pontinvrea. Anche qui, ci siamo. Mi accompagnano i segni rossi e bianchi dell'Alta via, così numerosi che proprio non ci si può sbagliare. Suona strano che l'Alta Via dei Monti Liguri coincida, per un lungo tratto, con una strada asfaltata. Alla mia destra, in lontananza, si scorge il mare, appena intuibile in una giornata così cupa, in cui il colore dell'acqua quasi non stacca da quello delle nubi. In realtà, intuisco il mare per via delle due ciminiere di Vado Ligure, non certo per il mio occhio di lince. Un centinaio di metri davanti a me, lungo la strada, cammina un losco figuro. Cammino anch'io, qui; la salita è un po' troppo lunga e ripida perché io mi intestardisca a correrla. La strada è ancora lunga. Secondo i miei calcoli, ad Altare avevo percorso all'incirca 45 km; qui saranno 50, più o meno. Meglio risparmiare le forze! M'impegno comunque in una marcia il più possibile rapida, sgranocchiando un boccone di barretta. Man mano che mi avvicino, il losco figuro si rivela in realtà una losca figura, una donna dall'età indefinibile, sepolta tra giubbone, berretto e sciarpa, ma dalla voce giovane. Però, tosta la ragazza! Anche lei qui, da sola, a spasso sotto la pioggia e senza ombrello...
La mia corsa, un po' marcia un po' corsa, prosegue in un ambiente e per un tempo che non riesco a definire. Tutt'intorno, bosco fitto e silenzio, solo il rumore monotono della pioggia; rami e tronchi lucidi e neri di pioggia, così uguali e fitti che, a fissarli, danno l'impressione di un'allucinazione, sembrano muoversi, intrecciarsi, sporgersi verso la strada. Non c'è un'anima, né umana né animale, qua intorno. E' stupendo, ma confesso che un po' di preoccupazione sale: dov'è questo benedetto paese? Una curva, un'altra curva; alcuni alberi enormi, dalla corteccia liscia, cresciuti con i rami protesi verso il mare, nel senso del soffio del vento, che oggi per fortuna, almeno lui, mi risparmia. Se solo avessi una macchina fotografica impermeabile! Sono meravigliosi, questi monumenti naturali. E' tutto meraviglioso, qui intorno, nonostante la pioggia.

Sarà un pensiero banale il mio, ma non posso fare a meno, anche qui, di rivedere e riascoltare certe scene, certe telefonate, certi incontri di pugilato verbale – solo verbale, anche se talvolta un'armatura mi infonderebbe più tranquillità – con certi condòmini, per così dire, turbolenti. Un conoscente, solo qualche giorno fa, ha sentenziato: "Certa gente si sveglia al mattino e, ancora prima di aprire gli occhi, si domanda: oggi come posso rompere i c... e a chi?". Ecco, nella mia talvolta infausta veste di amministratore condominiale, non posso che manifestare il mio assenso. Ci penso con distacco, da qui, e quasi con una sorta di compassione per certi individui che non fanno altro che masticare nervoso e vomitare veleno. Se di fronte a simili episodi riesco a restare più o meno insensibile, è solo perché nella mia cassaforte conservo giornate come oggi, quelle che per me davvero rendono la vita meravigliosa. Le scarpe, lo zaino, le gambe in spalla, non serve altro, è molto semplice la mia ricetta per la felicità. Tutto il resto, arrabbiature, diverbi, guai materiali, conteranno ben poco, finché avrò le gambe buone per rifugiarmi quassù.
Toh... Case. Vuoi vedere che ci sono? Oltre una curva, tra il fitto dei rami, s'intravedono sagome di case. Troppe, per non essere finalmente l'abitato di Montenotte. Case, luci natalizie, qualche camino che fuma, qua e là. Ora, se mi capita a vista un essere umano, chiederò lumi sulla strada per Albisola. Già, hai detto niente: un essere umano... Questo è un paese fantasma, non c'è anima viva per la strada. E nemmeno nei giardini, sui balconi, alle finestre. Nulla e nessuno si muove. Le imposte chiuse, le porte sprangate e protette dagli spruzzi della strada con lastre di plastica. Forse i Montenottesi sono particolarmente riservati... Raggiungo un incrocio con una strada ampia, che si stacca verso destra. I cartelli indicano, di lì, Savona e Santuario. Uhm. E adesso? Ricordo che, su Googlemaps, la via da seguire aveva nome "San Bartolomeo del Bosco" fin quasi alla riviera. Ma non è possibile che la strada mantenga lo stesso nome se qui c'è un incrocio e se la via che sto percorrendo continua come strada principale. Che il bivio giusto sia più avanti? Mannaggia a me ed alla mia idiosincrasia per le carte stradali. Tiro dritto; la strada tende a scendere, sembra, in modo più deciso. Se almeno ci fosse una targa con il nome della via. Macché, non se ne parla. Esco dal paese, proseguo per qualche centinaio di metri, ma il dubbio mi tormenta: no, di qui secondo me non va mica bene... Rischio di andare a finire a Pontinvrea e di dover poi davvero fare il giro del mondo per arrivare al mare. Meglio tornare indietro: pazienza, alla peggio andrò a finire a Savona. Risalgo di buon passo fino al bivio, in paese, e prendo la strada a sinistra. Anche qui, di targhe con il nome della via nemmeno l'ombra. Solo un bel cagnone fulvo, con evidenti tracce di antenati labrador, mi corre incontro con aria amichevole: peccato non poter domandare a lui... Salgo a passo svelto, lungo una strada anonima, deserta. Acqua ed ancora acqua; minacciosi avvisi di possibile inondazione. Inondazione, quassù? Un tornante, una palina segnavia accanto ad un sentiero che si stacca da qui. "Le Meugge", indica. Via sterrato, da una parte, via asfalto, dall'altra. Dunque è quella la località a cui approderò? Boh. Sono in balia degli eventi e del bitume. Oltre il tornante, la strada spiana e mi permette di tornare a correre. Poi la pendenza, una volta per tutte, s'inverte. Si va giù, verso il mare: eccolo là, davanti a me, sembra così vicino, e non ho nemmeno idea di quanto tempo ancora impiegherò a raggiungerlo...
La strada, bella, ampia e con buon asfalto, scende dolce verso la riviera. Da quassù, la vista spazia su morbidi rilievi di bosco, ornati qua e là da solitari sbuffi di camini. Tentar di intuire la direzione della mia via è impresa ardua. Lascio andar le gambe, approfittando della forza di gravità che qui mi aiuta; conviene che acceleri un po', altrimenti il freddo mi si aggrappa alle ossa. 16, se non ricordo male, il numero che ho letto sulla prima palina oltre il bivio, a Montenotte. Immagino significhi 16 km da qui al mare, più o meno. 15, 14, pian piano le paline scorrono e mi avvicinano alla riviera, a quella enorme nave mercantile che vedo già da quassù, alle case che si allargano a ventaglio in quello che sembra lo sbocco di una valle. Però, le ciminiere... Mi sembrano un po' troppo vicine. Se davvero questa strada andasse a sbucare ad Albisola, le ciminiere di Vado dovrebbero essere più distanti. Mah. Ormai sono qui, non ho alternative, se non scendere. La pioggia non vuol proprio saperne di prendersi un attimo di tregua; a tratti addirittura rinforza. Taglio le curve, come fanno i maratoneti provetti; è vero, la discesa aiuta, ma la corsa non è come la bici... Le gambe faticano lo stesso; bisogna pur sempre mettere un piede davanti all'altro. Anzi, se da una parte si risparmia un po' di fatica, dall'altra si spende in dolore ai muscoli. Poche auto, sia verso valle che verso monte; un cagnotto nero, di pura razza indefinibile, sfugge al giardino di una casa in ristrutturazione e si lancia all'inseguimento: mi giro, gli tendo la mano, ma il quattrozampe si tiene a rispettosa distanza. M'inveisce contro a lungo, finché il suo latrare si spegne oltre la curva.
Una discesa che sembra infinita: anche qui, dovrei portare le mie ruote, prima o poi. In salita, però, prima. Scorgo da lontano un cartello: non riesco a leggere, ma reca un nome lungo... Pian piano le letterone bianche prendono forma dallo sfondo azzurro. "San Bartolomeo del Bosco". Ma allora... Vuoi vedere che sono sulla strada giusta? Già, pia illusione: ancora non so, lo scoprirò domani scrutando la mappa, che qui intorno c'è un dedalo di strade che portano tutte lo stesso nome, "Via San Bartolomeo del Bosco" appunto. Mannaggia, 'sti Liguri: capisco essere tirchi, ma arrivare a riciclare lo stesso nome per più strade... Nemmeno Paperon de'Paperoni avrebbe potuto tanto!
La discesa mi porta in vista del ponte della ferrovia, enorme, imponente, in mattoni. Ci passo proprio sotto: tento una foto, ma la macchinetta ha già deciso che, quando è troppo, è troppo. L'obiettivo rimane ostinatamente chiuso in sé. Amen... Tiriamo avanti. Da qui in poi, addio pace. Si torna alla civiltà, o almeno alle sue prime propaggini, le costruzioni più audaci, pizzicate tra la sponda del torrente ed il pendio della montagna. Da qui, la strada costeggia un impetuoso corso d'acqua. Il nome che leggo su un cartello – ora che non mi servono più, vedo cartelli dappertutto – confonde le mie già esigue nozioni della geografia del luogo... Il Letimbro non è il torrente che passa a Savona, accanto al Tribunale? Ma allora sto andando a Savona o ad Albisola? In effetti, Santuario dovrebbe essere una frazione di Savona, o comunque nei paraggi... Osservo questi edifici con l'occhio ormai deforme del mestiere. Cavoli: io vado matta a star dietro a tutte le norme, certificazioni di impianti elettrici, termici e chi più ne ha più ne metta, certificazioni energetiche, consumi, impermeabilizzazioni... E qui vedo grovigli di cavi e tubi che seguono i percorsi più fantasiosi, umidità che si mangia i muri e gli intonaci, elementi pericolanti. Per carità, non è che questi fenomeni di "anomalia" si possano osservare solo qui, ci mancherebbe; è che oggi posso prendermi tutto il tempo necessario a buttar l'occhio. Del resto, gli autoctoni hanno soluzioni estremamente pragmatiche a tutti i problemi. Un esempio? Un bel cartello sotto un balcone; "Vietato parcheggiare. Caduta calcinacci". Come dire: io ti avviso, qui va tutto a ramengo. Se poi ti casca un ciocco sulla carrozzeria, o sulla capoccia, non hai diritto di recriminare... Che poi, se devo essere sincera, è ciò che più rispecchia il mio intimo pensiero.
Il fragore del torrente mi accompagna finché arrivo, quasi di sorpresa, proprio in località Santuario. Il santuario c'è, niente da dire, ben visibile. Dovrei esserci già stata, da queste parti, ma tanti tanti anni fa, e di certo non a piedi. Non ricordo nulla. Scovo però una provvidenziale fontanella: l'ultima, ed unica, volta di oggi in cui ho bevuto è stata al bar. Non mi sono portata la borraccia; tanto so già che, con questo clima, è un peso inutile. Vero, si dovrebbe bere comunque e sempre, ma rimedierò stasera, a cena.
Da Santuario, la strada verso il mare è ancora lunga. L'abitato è ormai un continuo, scandito dalle enormi ed orribili cappelle della Via Crucis: mannaggia, almeno sapessi quante sono le stazioni... Avrei una vaga idea di quanto manca alla riviera. A Savona, direi, a questo punto. Se c'era un bivio per Albisola, da qualche parte, mi pare ormai evidente che me lo sono giocato.
Un anziano esce da un piccolo orto, un fazzoletto di terra strappato alla strada ed al fiume, con un cesto pieno di uova, e mi rivolge, con fare divertito, un'espressione che non capisco, ma che, a giudicare dal tono, non dev'essere di ammirazione. Del resto, si sa che i Liguri sono un po' caustici. La luce del giorno, quella poca e fioca che mi è stata concessa, pian piano se ne va. I fanali delle auto sono sempre più definiti. All'imbrunire, arrivo a Savona. Mi sembra chiaro, ormai, che non riuscirò a raggiungere Matteo a Genova per l'orario di chiusura del negozio: sono le quattro e mezza passate, devo ancora attraversare Savona. Neanche fossi Baldini. L'ho già avvisato, infatti. Poco male: il programma prevede che entrambi stasera si vada a casa mia; ergo, il tapino mi raccatterà lungo l'Aurelia. "Riesco a partire alle sette", mi dice. Quindi, so già che farà i salti mortali e partirà come minimo alle sei e mezza. "Ma se hai bisogno di qualcosa, chiama, che mollo tutto e arrivo". Mi strappa un sorriso: cuore d'oro... Non ti chiamerei neanche se mi abbattessi moribonda sul ciglio della strada: è la vigilia di Natale, il negozio sarà senz'altro preso d'assalto; ti causerei una perdita secca di proporzioni enormi!
La mia strada va a confluire con quella che scende a Savona dal Cadibona. Mi ritrovo proprio là dove non avrei voluto passare. Il caos totale ed assoluto. Traffico, gas di scarico, luci abbacinanti, gente, troppa gente, ombrelli borse semafori voci petardi e schiamazzi. Eccomi precipitata al fondo dell'inferno, ancor più insofferente per la stanchezza che si fa sentire. Stanchezza, uhm... In realtà, noto con piacere che mi sento meno stanca oggi, rispetto ad altre volte in cui, proprio qui, sono arrivata per la via più breve. O sarà solo la voglia di levarmi da qui il prima possibile. Corro lungo la pista ciclabile; alla mia sinistra, si allarga il letto del corso d'acqua, che qui sembra quasi vuoto e, al di là, sorgono orrendi casermoni, uno peggio dell'altro, con la selva di antenne e parabole a mo' di ciliegina su una torta già raccapricciante. Più che mai temeraria, sfido il rosso dei semafori e le fiamme negli occhi degli automobilisti. Slalom tra i passeggini ed i branchi di pedoni, solo con la voglia di vederli sparire tutti, dal primo all'ultimo. Tranne quelli che portano a spasso i cagnotti, s'intende; per loro, faccio volentieri un'eccezione.
Oltrepasso il ponte, seguendo la direzione per Genova. Probabilmente, esiste una via più breve per tagliare via la città, ma valla a scovare. La fortezza, il porto, dai Gian che ne sei fuori. E' ormai buio quando raggiungo la fontanella, sotto il faro. Breve sosta e via, il delirio è alle spalle; corro lungo il mare, verso Albissola. Appena un alito di vento; il mare quasi calmo, la schiuma che a quest'ora appare di un colore azzurro fioco. E piove, ancora. Supero la prima galleria e proseguo lungo la Passeggiata degli Artisti, ormai quasi deserta; a sinistra, luci intermittenti, musica, vetrine illuminate, ristoranti che si preparano all'attività; a destra, una distesa nera. Più che vedersi, il mare si sente, nel profumo e nel rumore delle onde. Le gambe sono, in effetti, un po' indolenzite. A stima, a Savona potrei aver raggiunto la boa dei 70 km; è anche normale. Per evitare l'Aurelia, passo nel centro storico del paese. "Scion! Scion, fermati!", uno strillo alle mie spalle: mi volto e scopro d'essere inseguita da un botolino bianco a chiazze, un cucciolo di Jack Russell di quattro mesi, mi spiega orgogliosa la giovane padrona, che ha al guinzaglio anche un paciosissimo Bulldog. Il piccolino è un vero demonietto: mi addenta il dito indice, nel furioso tentativo di strappare via il guanto, con un'insospettabile forza nelle mascelle; non contento, schizza letteralmente in testa al paziente compagno a quattro zampe, poi torna all'assalto del dito. A fatica mi libero del piacevole contrattempo e riprendo la marcia, in direzione di Celle. Un tratto di Aurelia completamente buio: e qui sì, che sento la mancanza della pila frontale. E' pur vero, basta proseguire lungo la ringhiera, ma ben ricordo che il marciapiede spesso ha degli scalini o degli avvallamenti... Sfrutto il fascio di luce dei fari che mi arrivano alle spalle per scrutare quanto possibile davanti a me, ma corro comunque sulle uova. Le auto che vengono in senso contrario mi abbagliano e mi accecano del tutto. Vuoi vedere che da un attimo all'altro mi mancherà la terra sotto i piedi? In qualche breve tratto, mi rassegno a camminare, con cautela e tenendo la mano appoggiata alla ringhiera, onde limitare eventuali danni. Ma quanto manca a Celle? Il mare picchia contro gli scogli, in qualche punto con un tonfo sordo. Peccato non potersi fermare ad osservare; quel poco che le gambe riescono ancora a dare, devo sfruttarlo senza soste, altrimenti son panata. Oltre la risalita, a sinistra, la strada piega finalmente verso Celle. Torno a veder la luce: nemmeno uno sguardo alla pur amata vetrina del negozio Olmo; qui conviene prestare attenzione alla pellaccia. Anche a Celle, oltre la strettoia, guadagno la passeggiata e poi il centro vecchio dell'abitato. Un panzuto personaggio, non proprio nel fiore dei suoi anni, mi biascica alle spalle: "Alzarle, quelle gambe, bisogna alzarle!". Com'è ovvio, non spreco fiato per rispondergli; dovrebbe piuttosto pensare, il genio della lampada, ad alzare più spesso il deretano dal divano, a giudicare dal tonnellaggio. Ancora una volta, via dalla pazza folla; un breve tratto di Aurelia al buio, poi le luci del casello autostradale e del breve trato di passeggiata giù in basso, sul mare, attrezzato di panche e lampioni. E' bellissimo qui. La fatica si fa sentire, ma quasi mi dispiace sapere che è quasi finita. Non so che ora sia, non ho voglia di estrarre il telefonino dalla tasca e dalla borsina di plastica in cui l'ho avvolto per proteggerlo dall'acqua, ma non credo manchi molto alle sette. Varazze: lo slargo tra il supermercato ed il porto, il magazzino di abbigliamento, la passeggiata, ancora un po' più affollata. Da qualche parte, qui, si dovrebbe poter imboccare la vecchia ferrovia, ora pista ciclabile e pedonale: mannaggia a me se mi ricordo dove... Scruto il lungomare, ma non vedo nulla del genere. Eppure sono sicura... Proseguo ancora e ancora; sono certa che quella benedetta pista cominci qua, ma non riesco a capire dove. Boh, sarà la stanchezza. Trillo del cellulare: è Matteo, annuncia che è appena partito dal negozio; in anticipo, come immaginavo. "Sono quasi all'uscita di Varazze – lo informo – proseguo restando lungo l'Aurelia". "Attenzione che quello è un tratto pericoloso, non mi posso fermare", ammonisce lui. In effetti è vero: sarò passata di qui mille volte, ma ancora non ho messo ben a fuoco la sequenza dei luoghi. Dev'essere il tratto di Piani d'Invrea, dove mi ritroverei a correre lungo la statale senza neanche un tratto di marciapiede. Vero che ho i rifrangenti sia sullo zaino che sulle gambe, ma non ho luci; meglio non rischiare. Sarebbe un peccato farsi stirare dopo tutta questa fatica, senza nemmeno aver cacciato in pancia una sostanziosa cena. Torno sui miei passi: aspetterò Matteo sul lungomare di Varazze, passeggiando un po' avanti e indietro per sciogliere le gambe. Così faccio, quattro o cinque volte su e giù per lo stesso tratto di poche centinaia di metri, a guardare il mare ancora per un po'. Mi piacerebbe raggiungere il molo, ma rischio poi che Matteo passi e non mi veda. Nove gradi, segna un termometro: temperatura gradevolissima, non fosse per gli abiti fradici che non possono proprio tener caldo, neanche volendo. Le luci della costa si scorgono fin lontano, da una parte e dall'altra.
Alle sette e mezza, mi ritrovo contenta e soddisfatta sul sedile del furgone, nel mio stato d'animo di grazia assoluta che segue di solito questo genere di prove. La più bella vigilia di Natale possibile, 85 km, più o meno: certo meno faticosi e nervosi dei venti e più giorni di lavoro continuo in negozio per il povero Matteo. Lui ha dalla sua, per fortuna, un carattere molto tranquillo ed equilibrato, che sa dare il giusto peso alle cose; credo che, al suo posto, una dose così ostinata e prolungata di contatto con tanti esemplari del genere umano mi porterebbe a dare di matto nel giro di una settimana, forse prima. Si torna a Ceva, a recuperare la Opel; qui Matteo abbandona il furgone e si trasferisce sulla mia fida quattroruote. Domattina tornerà a Ceva in bici, temo sotto un identico diluvio: dovrà rientrare a Genova in tempo per cucinare il pranzo natalizio; non potrebbe esserci, per lui, forza motrice più efficace. Quanto a me, niente pranzi né convivi. Quel che è certo, piaccia o no alle gambe, è che andrò a correre.
giovedì 9 dicembre 2010
9 dicembre 2010 - "E a casa come torni? Beh che domande... A piedi!"
L'esistenza degli Ordini professionali è un concetto che non riesco a digerire, benché io stessa, obtorto collo, sia iscritta ad uno di tali enti: non lo digerisco né nel suo presunto ruolo di sorveglianza sulla professionalità degli iscritti – sarà perché ho ben presente l'esperienza dell'Esame di Stato – né nella veste di organo che tutela i suoi stessi componenti. Soprattutto nel caso del mio mestiere, che, ben lungi dall'essere materia esclusiva, è libero appannaggio di "esperti contabili", "centri di elaborazione dati", controfigure e praticoni vari, che esercitano senza alcun controllo, con buona pace dei dottori commercialisti che si sono sciroppati tre anni di tirocinio più un esame di abilitazione e che pagano ogni anno un consistente obolo al suddetto Ordine. Come se non bastasse, oltre al danno, la beffa; ai DottComm tocca anche l'ingrato obbligo di ciò che pomposamente, con il solito orrendo neologismo da piazzista in carriera, è stato battezzato "formazione continua": pare chissà che cosa, ma altro non è che il vincolo a seguire un tot di ore di convegni e corsi di aggiornamento, a cui corrisponde un punteggio. Tapini, dobbiamo collezionare un minimo di punti l'anno e, alla fine, non conquistiamo neanche un orsetto di pelouche. Sarà che ho sempre detestato, di tutto cuore, ciò che somiglia anche solo vagamente ad una lezione scolastica o universitaria: per quanto la materia fosse interessante, non sono mai riuscita a prestare attenzione per più di dieci minuti senza dover ingaggiare una lotta selvaggia contro il sonno. Risultando, tra l'altro, sempre soccombente. Ora, dico io: in un mestiere come questo, l'aggiornamento è vitale; se non ti tieni al passo con i tempi e le norme, puoi proprio chiudere bottega, hic et nunc. Se dovessi contare su corsi e convegni per adeguare la mia preparazione, apriti cielo. Proprio per questo, ritengo la "formazione continua" il più inutile ed odioso tra gli obblighi. A me fa solo perdere del tempo; in compenso, ne è contento il mio benzinaio, visto che, come minimo, per inseguire i punti mi tocca spostarmi a Bra o ad Alba, quando non a Cuneo.
Ma stavolta il benzinaio rimarrà a bocca asciutta. Ed io potrò lenire almeno un po' la seccatura. Sola nel deserto, davanti al binario 2, attendo il treno delle 14.05 per Alba. Felpa, giacca da bici, pantaloni ¾, scarpe da ginnastica; sulle spalle uno zaino, forse troppo pesante. Non viaggio in treno da una mezza eternità: è ben difficile trovare un motivo abbastanza valido per lasciare l'amata Opel in garage. Il convegno, per mia fortuna l'ultimo del 2010, inizia alle 15, a pochi passi dalla stazione di Alba; ci arriverò con i dieci minuti di ritardo accademico; tre ore, ma spero in un po' di sconto, di supplizio e poi via: guanti, berretto, giacchino e fasce rifrangenti, pila frontale. Si tornerà a casa, per la via delle colline, di corsa, a piedi.
Dal finestrino, osservo la campagna in una splendida giornata di sole. Guai, se oggi non avessi escogitato il mio diabolico piano d'azione: avrei avuto un diavolo per capello, a buttar via una giornata così luminosa, senza nemmeno poter sfruttare la pausa pranzo per una corsa, e tutto per andarmi a rintanare al piano seminterrato di un albergo, a fissare con sguardo perso nel vuoto un televisore che trasmette, oltretutto, un filmato registrato, a sentire quella voce noiosa, monotona, piatta, che scandisce parole che ben presto non riesci più a distinguere. Il peggio del peggio, oggi, il convegno sulla deontologia professionale... Vero, il sole non lo verdò comunque; sarà già buio quando riemergerò dall'abisso. Ma si annuncia una stellata fantastica, che mi sarà di adeguata ricompensa.
Cambio di treno a Bra: per poco, non salgo sul convoglio sbagliato... Non sono più abituata alla vita del pendolare sui mezzi pubblici. Acciuffo per la coda la coincidenza per Alba, che mi scodella nella piccola stazione invasa da un penetrante, inebriante profumo di cioccolato. Benedetta Ferrero!
Pochi minuti ed eccomi all'entrata dell'Hotel Savona, che ha messo a disposizione la sala per le torture. Lo sguardo perplesso degli elegantissimi inservienti mi conferma che, così conciata, faccio davvero la mia porca figura, tra giacche, cravatte, cappotti lunghi, tailleur, tacchi alti e nauseabonde scie di profumo. La casacca Windstopper da bici, azzurra con la fascia giallo canarino, spicca anche nella penombra del seminterrato. Per fortuna, la trasmissione è già iniziata e più d'uno, noto con la coda dell'occhio fingendo noncuranza, ha il capo appoggiato alla spalla, le mani incrociate sul ventre, le palpebre beatamente abbassate. Scommetto che, se mi avvicinassi, potrei percepire un sommesso "ron-ron", delicato come le fusa di un gatto. Anche se la maggior parte, fuori di qui, non l'ammetterebbe mai. Ma guarda un po' cosa ci tocca fare... La cosa mi consola e mi rafforza nella mia convinzione dell'inutilità assoluta di questa messa in scena: convinzione non solo mia, che in fondo sono novellina del mestiere ed ho soltanto da imparare, ma anche di più d'un professionista affermatio indubbiamente capace e stimato. Mah.
Mi domando cosa posso aver fatto di orribile, in una vita precedente, per meritare questa croce. La penombra, il freddo dell'immobilità in un locale non riscaldato, la voce del relatore sempre uguale, monotona, piatta. Sfido chiunque a non cadere tra le braccia di Morfeo. Ormai ho acquisito un perfetto equilibrio: testa china, mento appoggiato al petto, posso assopirmi senza rischiare l'improvviso ed imbarazzante crollo laterale. Ma il dramma è far passare tutto il tempo. Quanto possono essere tremendamente lunghe, le ore... Di tanto in tanto, capto qualche spezzone, ma è più forte di me, non sono mai riuscita a seguire una lezione. La mente parte e va...
I ringraziamenti conclusivi, però, li catturo al volo. Rapida occhiata intorno a me: ho capito bene? E' proprio finita? Libera nos, domine... Raccatto lo zaino, appongo l'autografo sul registro presenze... "Ed uscimmo a riveder le stelle". Respiro... Accanto all'albergo c'è un parco: bene, una panchina è tutto ciò che mi serve per sistemarmi. Un capannello di loschi figuri mi tiene d'occhio: indosso il giacchino rifrangente, sistemo le bande rifrangenti sulle ginocchia; bevo un succo di frutta, trangugio un boccone di cioccolato e via, si parte. Al buio, ma non è buio affatto, tra le luci dei lampioni ed i fari delle auto: il colmo del traffico del rientro da uffici, fabbriche et similia. Sono le sei, in effetti. Il caos mi mette a disagio: attraverso subito la strada principale, in direzione della stazione ferroviaria, e poi via, lungo il marciapiede, verso il Tribunale, di corsa con il mio zaino ingombrante, ma ben fissato, in modo che non muova e non mi dia fastidio a collo, spalle, schiena. Via dalla pazza folla. Clacson, rumori, luci che si sfumano e s'allargano attraverso i fumi di scarico delle altre auto: probabilmente, almeno per i primi km da Alba, spostarsi a piedi conviene di gran lunga, rispetto all'auto. Osservo con commiserazione la fila di vetture immobili. I volti di chi guida non riesco a vederli, ma me li immagino tutt'altro che sereni e sorridenti. Sfido ancora una volta la sorte, attraversando la strada di fronte al Tribunale: conquisto così il ponte sul Tanaro, che offre al podista un comodo marciapiede. Sarà pur vero che correre è salute, ma qui mi pare di respirare in una camera a gas, a un metro dalle auto in coda. Coraggio Gian, è per poco... In questi casi, non si sa bene se conviene accelerare e levarsi dal marasma, respirando però a pieni polmoni, oppure andar pianino ed evitare di inspirare troppe schifezze, ove possibile. Alla rotonda, terzo ed ultimo attraversamento temerario, almeno per il momento: imbocco la direzione verso la Asti-Cuneo e poi, alla successiva rotonda, che taglio senza vergogna, svolto a sinistra, lungo una strada che attraversa la zona industriale degli stabilimenti Miroglio. Deserto, finalmente. Cubi di cemento freddi, vuoti e silenziosi. Davanti a me, le luci della collina. E' una serata limpida che più non si può; le stelle e le luci artificiali spiccano, quasi tremule. Passo dietro i capannoni, accanto ai parcheggi deserti, poi a sinistra in direzione di Castelrotto, in mezzo ai filari di frutteti, ora spogli. Silenzio e non un'anima in giro; sembra notte fonda, eppure non sono certo ancora le sette di sera. Il Castello di Guarene è il mio primo traguardo volante; spicca lassù, leggermente sulla destra; raggiungerlo mi costerà un bello sforzo. Chissà se ce la faccio a correre fin lassù, anche solo a passettini brevi?
Incrocio un paio di auto, che rallentano vistosamente. Alla rotonda, la guerra comincia, sotto forma di ripida rampa. Parto fiduciosa, passettini brevi, fiato sotto controllo: però... Chi l'avrebbe mai detto? Continuo di buona lena, scatenando l'insofferenza degli innumerevoli cagnetti e cagnoni a guardia dei giardini delle ville. Supero il punto più ripido, le due curve, e poi la rampa che riporta alla strada principale in direzione di Guarene. Per ora, la pila frontale non serve; basta ed avanza la luce generosamente omaggiata dagli indigeni. Un tratto di pendenza meno disumana, fino al bivio per la frazione Vaccheria. Il cielo stellato è uno spettacolo impagabile; da quassù la vista spazia sulla collina. La temperatura dev'essere molto rigida; il ghiaccio sull'erba luccica, ma lo sforzo della salita ben compensa. Il passo si fa ancora breve e faticoso, anche se non voglio cedere alle lusinghe della camminata. Tre "scalini " per arrivare al punto più alto di Guarene: il primo qui, per arrivare alla cappelletta; il secondo più avanti, in paese; il terzo che inizia accanto alla casa di riposo, dove campeggia un inquietante cartello "18%". Pian piano, me li lascio alle spalle. L'attenzione, basta distrarla, meditando sull'itinerario da seguire. Meglio andare a Castagnito, scendere giù a Vezza bassa, poi San Rocco e Montaldo, o meglio scendere a Piobesi? E' vero, l'intento è macinare km, ma non ho troppa voglia di rientrare a casa a mezzanotte; tengo famiglia, ho un cagnone che mi aspetta!
Il tratto di strada tra Guarene ed il cimitero è una splendida balconata sulla collina: il pendio coltivato, le luci, il castello ora alle spalle, squadrato ed imponente. Si vede Vezza, si scorgono le luci di chissà quanti paesi. Mi sorprendo a sorridere da sola, da un orecchio all'altro; felice di essere quassù, come se non esistesse nient'altro al mondo. Più che mai blasfema, guardo con un certo interesse il piccolo cimitero; se non ricordo male, c'è un sentiero che passa dietro al muro posteriore. Riservato ed accogliente luogo, ideale per una sosta "tecnica": solo quando sono lì, con la parte migliore di me esposta inerme al freddo, impegnata nello sforzo supremo, mi rendo conto di quanto possa essere lugubre la situazione, al buio, senza un'anima intorno – anima viva, preciso – ed accanto ad un cimitero. Guai se fossi suggestionabile o superstiziosa.
Mi allontano alla chetichella, senza che alcuno spirito malvagio mi abbia importunata. Appena in tempo, prima che passi un'auto che avrebbe illuminato il mio momentaneo ricovero, infrangendo la poesia. Oltre la curva, si spegne l'ultimo fioco bagliore giallognolo dei lampioni di Guarene, ma s'accendono, in compenso, mille altre luci della collina. Attraverso una frazione, passo accanto ad un'osteria ed al bivio per il laghetto; tra le case, la strada spiana un po', poi riprende a scendere, fino all'incrocio con lo stradone che va ad Alba. Anche qui, i cani si scatenano: non capiterà mica tanto spesso di poter dimostrare al padrone, con tanto vigore, che non si mangia la zuppa a tradimento! Mi spiace un po' perdere quota e rinunciare, così, al panorama notturno sulla collina. Il tratto di strada rettilineo dall'incrocio fino a Piobesi non è dei più gradevoli; qui passano più auto e senza troppi riguardi. Il cartello che indica il bivio per la frazione Reala e lassù, su un cocuzzolo, la sagoma di un edificio ed una luce. Un brivido di tensione ogni volta che vedo, davanti a me, la strada illuminarsi; non sono mai davvero sicura che l'auto che mi arriva alle spalle mi schivi. E' vero, tra luci e bande rifrangenti, sono più luminosa di un albero di Natale, ma ho poca fiducia nell'altrui concentrazione ed attenzione alla guida.
Appena all'inizio dell'abitato, una fontanella: ignoro, come sempre, il cartello minatorio "Acqua non potabile"; ormai qui posso dire di essere, da parecchio tempo, la cavia di me stessa. Bevo a garganella: per risparmiare peso e fastidio, come sempre, ho lasciato la borraccia a casa.
Piobesi d'Alba, Corneliano d'Alba, due paesi distinti da chissà cosa, visto che, di fatto, proseguono l'uno nell'altro. Il marciapiede mi salva dai tentativi di omicidio a quattro ruote; in compenso, insidia l'integrità delle mie tibie: tra le crepe, le irregolarità e la mia distrazione, rischio di farmi del male. Non parliamo poi del passaggio in piazza a Corneliano: agli arzigogoli del passaggio pedonale, su e giù e gradini, preferisco la strada. Poche anime intirizzite a piedi; silenzio, immobilità. Solo le insegne luminose danno un cenno di umana esistenza. Le gambe faticano un po', dopo la lunga discesa, a riadattarsi alla pianura, nel lungo rettilineo che passa davanti alla Caserma dei Carabinieri. Alla rotonda, il traffico lungo la strada che sale a Sommariva Perno è intenso: è ora di rientro dal lavoro, per non dire di cena. Svolto in direzione di Baldissero, a caccia di tranquillità; appena oltre il cimitero, è il buio. Per quanto possibile, evito di accendere la luce; mi piace lasciare che gli occhi si abituino all'oscurità e si sforzino di distinguere la linea bianca a bordo strada. Una leggera brezza fa frusciare l'erba e quel poco di fogliame secco che ancora resiste, ostinato, sui rami. Tutt'intorno, pendii scuri, boscaglia. Passa qualche auto, ben poche; per tutti lo stesso, identico stupore, il piede sul freno, gli abbaglianti freneticamente accesi, un pensiero comune: "Ma che diavolo...".
L'idea che ci si possa spostare a piedi, o in bici, nottetempo, è qualcosa che i più non riescono nemmeno a concepire. La strada è e deve essere monopolio delle auto: se pretendi di percorrerla a piedi, il minimo che ti può capitare è di essere deriso, e fin lì nessun problema. Va peggio con quegli elementi che si attaccano isterici alle levette delle luci o al clacson, come se tu, nullità a propulsione umana, ti stessi macchiando del peggiore dei delitti. Bah, peggio per loro, non sanno quel che perdono. Così rimuginando, raggiungo il bivio per Baldissero. Una delle tante mete intermedie in cui ho spezzettato il mio viaggio, per poterlo vedere meglio e per evitare di incappare in una crisi di sconforto. Breve risalita, che riscalda i garretti; leggera discesa, nel silenzio profondissimo di questo tratto di strada deserto, poi comincia la lieve ascesa alle prime case, fino alla curva che mi porta in vista del paese. Un chilometro di salita leggera, combattuta tra la tentazione di restare all'interno dell'ampio curvone, per risparmiare distanza, ed il rischio che chi mi arriva di fronte non riesca a vedermi se non all'ultimo. Un concerto di latrati, luci accese nei giardini; il fiato che pian piano si adatta alla fatica; il bivio verso il centro del piccolo abitato sempre più vicino. Un occhio sempre rivolto al cielo, limpidissimo: mi stupisco di come possa essere stata fortunata stasera... Se sopravvivo fino a casa, potrò davvero dire di aver vissuto una giornata perfetta!
Appena oltre il bivio per il centro del paese, la stradina si restringe e s'impenna. Il piccolo cimitero, il tornante, il fondo in porfido tra le case. Salgo a passettini brevi, ma continuo a correre, nonostante tutto. Un cagnetto mi si avventa contro: la padrona, che accore carica di borse della spesa e di un pandoro appeso al polso, lo richiama: "Nessun problema, non credo riesca a mangiarmi tutta"... Guadagno a fatica il sagrato della chiesa principale, con i muscoli un po' in fiamme; ora si può dire che il peggio sia alle spalle. Il peggio in termini di fatica in salita, s'intende. Calpesto porfido fino all'uscita dell'ampia piazza. La fontanella, qui, è desolatamente chiusa: mi terrò la sete fino a casa, mi sa... Da qui mancano circa 20 km, ma quasi tutti su strada pericolosetta, direi. Certo, potrei imboccare strade traverse, ma è la pigrizia che mi frena: già così, arriverò a casa oltre le dieci... A questo punto, bando ai timori e via per la diretta. Procedo in direzione di Ceresole: la quiete mi accompagna tra le ultime case del paese, in località Sigola; finestre illuminate, camini che fumano, profumo caldo di legna, leggera discesa che riposa e ristora le gambe.
Alla rotonda, mi immetto sullo stradone tra Ceresole e Sommariva Perno, con un solo obiettivo: gambe in spalla! E' vero, a quest'ora non ci sarà più molto traffico, ma per chilometri sarà buio pesto. E, soprattutto, qui i piloti hanno tutti il piede pesante. Accelero il passo, rasentando l'erba a bordo strada; tengo la pila frontale in mano, per poterla meglio orientare sia contro le auto che mi arrivano incontro, sia verso quelle che sopraggiungono alle spalle. L'impressione netta è che mi vedano benissimo e che, anzi, l'effetto sorpresa giochi a mio favore. Da brava podista, dovrei correre sul lato sinistro della strada, ma, non so perché, non mi va giù. Ho la sensazione, forse infondata, che gli automobilisti siano più portati a sorpassare un veicolo, o qualcosa di simile, che si muove nella loro stessa direzione, piuttosto che un ostacolo che si para loro davanti. E poi, correndo a destra, subisco un po' meno l'effetto nefasto dei fanali delle auto che incrocio. Mi dà comunque molto fastidio la loro luce, per quanto cerchi di evitare di fissarla. E' come essere abbagliati da un violento lampo e poi, un istante dopo, passata l'auto, ritrovarsi per una frazione di secondo completamente ciechi. Ma, in quei pochi momenti in cui non c'è traccia di motori, mi godo il panorama di sagome scure, limpidissime nell'aria cristallina di questa splendida serata; sagome di filari di alberi, di pali e cavi del telefono, di solchi in mezzo ai campi. L'erba scintilla accanto ai miei piedi; l'aria che inspiro è gelida. Ma non sono tranquilla, non posso esserlo, con le auto che mi sfrecciano di fianco come missili terra-aria. Tengo d'occhio i cartelli chilometrici, che scorrono troppo, troppo piano; mi sforzo di allungare il passo, ma d'altro canto non posso nemmeno permettermi di esagerare: a casa devo arrivare per forza con i miei piedi...
La rotonda al bivio per Monteu, il "Mulin 'd la pera", la meravigliosa tenuta sulla sinistra; un'altra tappa ideale. La strada scende leggermente e s'allarga, concedendomi uno spazio per correre con un minimo di sollievo in più, ma sempre ad orecchie tese, pronta a saltar fuori, nell'erba. Ancora buio, sagome scure che di tanto in tanto mi sembra di veder muovere: un sussulto... Ho paura della mia stessa ombra, è il caso di dirlo: la sequenza di lampioni fa l'effetto di spostare la mia ombra, così che, ad ogni lampione che supero, me la ritrovo davanti. Accanto a me, il nuovo agriturismo "Cà d'l Mat", alle porte di Ceresole; una vecchia cascina ristrutturata con molto gusto. Peccato solo per la spianata d'asfalto del parcheggio.
Supero anche il bivio per Sommariva Bosco; tiro dritto, con la voglia di entrare in paese e distendere, almeno per un poco, i nervi tesissimi. La luce dell'abitato mi rincuora un po': l'officina del meccanico, le prime case. Chissà che ora è? Trilla il telefonino: ci vuole un bel coraggio a levare il guanto. E' mamma: vuol sapere a che punto io sia. "A Ceresole", rispondo, "un'oretta e sono a casa". "Ah beh, allora sei vicina". Ormai ha imparato anche lei a misurare le distanze con il mio metro podistico o ciclistico; da qui a casa mancherà una dozzina di km. Beh, un'ora è un po' ottimistico, diciamo un'ora e un quarto, via. A fatica, la mano mezza congelata, ritiro il telefonino nella tasca della giacca. In paese non c'è un'anima; le locandine dei giornali pendono pesanti di umidità, il bar è già chiuso. Un gruppetto di avventori di mezz'età esce dal vicino ristorante: mi sa che sono troppo pieni per accorgersi di me...
Alè Gian, l'ultima fatica, l'ultimo tratto insidioso. Ho fame e patisco un po' lo sforzo della galoppata che mi sono imposta per ridurre i rischi, ma non posso certo pensare di cedere. Un'oretta e sarò a casa, davanti ad una tazza di latte bollente con i grissini. Oltre la rotondina, il lungo rettilineo, in leggero saliscendi; il paesaggio che è già più campagna che collina, lo splendido viale che porta alla tenuta sulla sinistra, un bellissimo palazzotto; poche case e capannoni, la quiete che precede il riposo della notte. Qualche auto passa ancora; conto i paracarri, scruto l'orizzonte di una strada che ormai conosco a memoria, centimetro per centimetro. La collina di Torino pare un cuscino di brillanti; laggiù superga, là il faro della Maddalena, persino le sagome delle montagne, le sfumature della neve. Sembra di poterle toccare. Non potrei essere più felice... Un altro trillo, un messaggio, questa volta; è la sorella. Chiede se sono a casa. Quasi quasi, la prossima volta mi procuro un sensore GPS: così, chiunque può controllare la mia posizione senza causarmi un congelamento alle mani. Le dita sono troppo rigide per pigiare i tastini: tantovale che la chiami... Con la bocca impastata dal freddo, protesto: "Non mi chiamo mica Gebresilassie! Mi mancano circa sette km...". E intanto leggo l'ora sullo schermo; le dieci meno un quarto. Dai Gian, muoviti, per carità. "La Piccola Fattoria": e anche l'agriturismo è andato. Non mi resta che l'ultima discesa, cinquecento metri e via, il bivio con la stradina vecchia di Santa Rita. Fine della sottile angoscia, posso rilassare i muscoli e la mente. Pochi chilometri tra le gaggie e le cascine, a spaventare gli indigeni all'abbaio dei cani; la fame ora sì, che si fa sentire. Ancora un po' di cautela per i tanti crateri che tormentano l'asfalto di questa piccola strada secondaria. Le sagome dei parallelepipedi di mattoni, le casermette a cui arrivano e da cui partono cavi di non so che; qualche luce di passaggio sull'autostrada. Ultimo sforzo in salita, il cavalcavia. Mi restano poche centinaia di metri per godermi il buio e le stelle; i garretti ben presto mi riportano tra le case e le luci, lungo la via di quel che resta del tiro a segno, ormai diroccato. Rotonda, sottopassaggio della ferrovia. In Carmagnola come sempre è il coprifuoco, peggio che in aperta campagna; tanto meglio... Poco più di quaranta km, un buon dislivello, in quattro ore e mezza, e null'altro al mondo che possa rendermi felice come una sera trascorsa così, in compagnia delle mie scarpe e della mia fatica. Sento nel cuore la soddisfazione dell'ennesima mattana ben riuscita. "Se puoi pensarlo, puoi farlo", recita una di quelle massime da cartellone pubblicitario; "Just do it". Infatti...
Mi servono due mani per infilare la chiave nella serratura, tanto il freddo mi ha irrigidito le dita. Mi precipito su per le scale, per produrre ancora un po' di calore. Inutile aspettarsi, a quest'ora, la festosa accoglienza del bestione peloso: riverso sul lettone, la testa sul mio cuscino, in stato di morte apparente, il filibustiere a quattro zampe vuol farmi capire, con la sua ostentazione di indifferenza, che non è questa l'ora di rientare a casa e turbare il sonno del giusto. In effetti, non posso darti torto, tesorone mio, ma sappi che tra poco verrò a reclamare la mia parte di cuccia!
Ma stavolta il benzinaio rimarrà a bocca asciutta. Ed io potrò lenire almeno un po' la seccatura. Sola nel deserto, davanti al binario 2, attendo il treno delle 14.05 per Alba. Felpa, giacca da bici, pantaloni ¾, scarpe da ginnastica; sulle spalle uno zaino, forse troppo pesante. Non viaggio in treno da una mezza eternità: è ben difficile trovare un motivo abbastanza valido per lasciare l'amata Opel in garage. Il convegno, per mia fortuna l'ultimo del 2010, inizia alle 15, a pochi passi dalla stazione di Alba; ci arriverò con i dieci minuti di ritardo accademico; tre ore, ma spero in un po' di sconto, di supplizio e poi via: guanti, berretto, giacchino e fasce rifrangenti, pila frontale. Si tornerà a casa, per la via delle colline, di corsa, a piedi.
Dal finestrino, osservo la campagna in una splendida giornata di sole. Guai, se oggi non avessi escogitato il mio diabolico piano d'azione: avrei avuto un diavolo per capello, a buttar via una giornata così luminosa, senza nemmeno poter sfruttare la pausa pranzo per una corsa, e tutto per andarmi a rintanare al piano seminterrato di un albergo, a fissare con sguardo perso nel vuoto un televisore che trasmette, oltretutto, un filmato registrato, a sentire quella voce noiosa, monotona, piatta, che scandisce parole che ben presto non riesci più a distinguere. Il peggio del peggio, oggi, il convegno sulla deontologia professionale... Vero, il sole non lo verdò comunque; sarà già buio quando riemergerò dall'abisso. Ma si annuncia una stellata fantastica, che mi sarà di adeguata ricompensa.
Cambio di treno a Bra: per poco, non salgo sul convoglio sbagliato... Non sono più abituata alla vita del pendolare sui mezzi pubblici. Acciuffo per la coda la coincidenza per Alba, che mi scodella nella piccola stazione invasa da un penetrante, inebriante profumo di cioccolato. Benedetta Ferrero!
Pochi minuti ed eccomi all'entrata dell'Hotel Savona, che ha messo a disposizione la sala per le torture. Lo sguardo perplesso degli elegantissimi inservienti mi conferma che, così conciata, faccio davvero la mia porca figura, tra giacche, cravatte, cappotti lunghi, tailleur, tacchi alti e nauseabonde scie di profumo. La casacca Windstopper da bici, azzurra con la fascia giallo canarino, spicca anche nella penombra del seminterrato. Per fortuna, la trasmissione è già iniziata e più d'uno, noto con la coda dell'occhio fingendo noncuranza, ha il capo appoggiato alla spalla, le mani incrociate sul ventre, le palpebre beatamente abbassate. Scommetto che, se mi avvicinassi, potrei percepire un sommesso "ron-ron", delicato come le fusa di un gatto. Anche se la maggior parte, fuori di qui, non l'ammetterebbe mai. Ma guarda un po' cosa ci tocca fare... La cosa mi consola e mi rafforza nella mia convinzione dell'inutilità assoluta di questa messa in scena: convinzione non solo mia, che in fondo sono novellina del mestiere ed ho soltanto da imparare, ma anche di più d'un professionista affermatio indubbiamente capace e stimato. Mah.
Mi domando cosa posso aver fatto di orribile, in una vita precedente, per meritare questa croce. La penombra, il freddo dell'immobilità in un locale non riscaldato, la voce del relatore sempre uguale, monotona, piatta. Sfido chiunque a non cadere tra le braccia di Morfeo. Ormai ho acquisito un perfetto equilibrio: testa china, mento appoggiato al petto, posso assopirmi senza rischiare l'improvviso ed imbarazzante crollo laterale. Ma il dramma è far passare tutto il tempo. Quanto possono essere tremendamente lunghe, le ore... Di tanto in tanto, capto qualche spezzone, ma è più forte di me, non sono mai riuscita a seguire una lezione. La mente parte e va...
I ringraziamenti conclusivi, però, li catturo al volo. Rapida occhiata intorno a me: ho capito bene? E' proprio finita? Libera nos, domine... Raccatto lo zaino, appongo l'autografo sul registro presenze... "Ed uscimmo a riveder le stelle". Respiro... Accanto all'albergo c'è un parco: bene, una panchina è tutto ciò che mi serve per sistemarmi. Un capannello di loschi figuri mi tiene d'occhio: indosso il giacchino rifrangente, sistemo le bande rifrangenti sulle ginocchia; bevo un succo di frutta, trangugio un boccone di cioccolato e via, si parte. Al buio, ma non è buio affatto, tra le luci dei lampioni ed i fari delle auto: il colmo del traffico del rientro da uffici, fabbriche et similia. Sono le sei, in effetti. Il caos mi mette a disagio: attraverso subito la strada principale, in direzione della stazione ferroviaria, e poi via, lungo il marciapiede, verso il Tribunale, di corsa con il mio zaino ingombrante, ma ben fissato, in modo che non muova e non mi dia fastidio a collo, spalle, schiena. Via dalla pazza folla. Clacson, rumori, luci che si sfumano e s'allargano attraverso i fumi di scarico delle altre auto: probabilmente, almeno per i primi km da Alba, spostarsi a piedi conviene di gran lunga, rispetto all'auto. Osservo con commiserazione la fila di vetture immobili. I volti di chi guida non riesco a vederli, ma me li immagino tutt'altro che sereni e sorridenti. Sfido ancora una volta la sorte, attraversando la strada di fronte al Tribunale: conquisto così il ponte sul Tanaro, che offre al podista un comodo marciapiede. Sarà pur vero che correre è salute, ma qui mi pare di respirare in una camera a gas, a un metro dalle auto in coda. Coraggio Gian, è per poco... In questi casi, non si sa bene se conviene accelerare e levarsi dal marasma, respirando però a pieni polmoni, oppure andar pianino ed evitare di inspirare troppe schifezze, ove possibile. Alla rotonda, terzo ed ultimo attraversamento temerario, almeno per il momento: imbocco la direzione verso la Asti-Cuneo e poi, alla successiva rotonda, che taglio senza vergogna, svolto a sinistra, lungo una strada che attraversa la zona industriale degli stabilimenti Miroglio. Deserto, finalmente. Cubi di cemento freddi, vuoti e silenziosi. Davanti a me, le luci della collina. E' una serata limpida che più non si può; le stelle e le luci artificiali spiccano, quasi tremule. Passo dietro i capannoni, accanto ai parcheggi deserti, poi a sinistra in direzione di Castelrotto, in mezzo ai filari di frutteti, ora spogli. Silenzio e non un'anima in giro; sembra notte fonda, eppure non sono certo ancora le sette di sera. Il Castello di Guarene è il mio primo traguardo volante; spicca lassù, leggermente sulla destra; raggiungerlo mi costerà un bello sforzo. Chissà se ce la faccio a correre fin lassù, anche solo a passettini brevi?
Incrocio un paio di auto, che rallentano vistosamente. Alla rotonda, la guerra comincia, sotto forma di ripida rampa. Parto fiduciosa, passettini brevi, fiato sotto controllo: però... Chi l'avrebbe mai detto? Continuo di buona lena, scatenando l'insofferenza degli innumerevoli cagnetti e cagnoni a guardia dei giardini delle ville. Supero il punto più ripido, le due curve, e poi la rampa che riporta alla strada principale in direzione di Guarene. Per ora, la pila frontale non serve; basta ed avanza la luce generosamente omaggiata dagli indigeni. Un tratto di pendenza meno disumana, fino al bivio per la frazione Vaccheria. Il cielo stellato è uno spettacolo impagabile; da quassù la vista spazia sulla collina. La temperatura dev'essere molto rigida; il ghiaccio sull'erba luccica, ma lo sforzo della salita ben compensa. Il passo si fa ancora breve e faticoso, anche se non voglio cedere alle lusinghe della camminata. Tre "scalini " per arrivare al punto più alto di Guarene: il primo qui, per arrivare alla cappelletta; il secondo più avanti, in paese; il terzo che inizia accanto alla casa di riposo, dove campeggia un inquietante cartello "18%". Pian piano, me li lascio alle spalle. L'attenzione, basta distrarla, meditando sull'itinerario da seguire. Meglio andare a Castagnito, scendere giù a Vezza bassa, poi San Rocco e Montaldo, o meglio scendere a Piobesi? E' vero, l'intento è macinare km, ma non ho troppa voglia di rientrare a casa a mezzanotte; tengo famiglia, ho un cagnone che mi aspetta!
Il tratto di strada tra Guarene ed il cimitero è una splendida balconata sulla collina: il pendio coltivato, le luci, il castello ora alle spalle, squadrato ed imponente. Si vede Vezza, si scorgono le luci di chissà quanti paesi. Mi sorprendo a sorridere da sola, da un orecchio all'altro; felice di essere quassù, come se non esistesse nient'altro al mondo. Più che mai blasfema, guardo con un certo interesse il piccolo cimitero; se non ricordo male, c'è un sentiero che passa dietro al muro posteriore. Riservato ed accogliente luogo, ideale per una sosta "tecnica": solo quando sono lì, con la parte migliore di me esposta inerme al freddo, impegnata nello sforzo supremo, mi rendo conto di quanto possa essere lugubre la situazione, al buio, senza un'anima intorno – anima viva, preciso – ed accanto ad un cimitero. Guai se fossi suggestionabile o superstiziosa.
Mi allontano alla chetichella, senza che alcuno spirito malvagio mi abbia importunata. Appena in tempo, prima che passi un'auto che avrebbe illuminato il mio momentaneo ricovero, infrangendo la poesia. Oltre la curva, si spegne l'ultimo fioco bagliore giallognolo dei lampioni di Guarene, ma s'accendono, in compenso, mille altre luci della collina. Attraverso una frazione, passo accanto ad un'osteria ed al bivio per il laghetto; tra le case, la strada spiana un po', poi riprende a scendere, fino all'incrocio con lo stradone che va ad Alba. Anche qui, i cani si scatenano: non capiterà mica tanto spesso di poter dimostrare al padrone, con tanto vigore, che non si mangia la zuppa a tradimento! Mi spiace un po' perdere quota e rinunciare, così, al panorama notturno sulla collina. Il tratto di strada rettilineo dall'incrocio fino a Piobesi non è dei più gradevoli; qui passano più auto e senza troppi riguardi. Il cartello che indica il bivio per la frazione Reala e lassù, su un cocuzzolo, la sagoma di un edificio ed una luce. Un brivido di tensione ogni volta che vedo, davanti a me, la strada illuminarsi; non sono mai davvero sicura che l'auto che mi arriva alle spalle mi schivi. E' vero, tra luci e bande rifrangenti, sono più luminosa di un albero di Natale, ma ho poca fiducia nell'altrui concentrazione ed attenzione alla guida.
Appena all'inizio dell'abitato, una fontanella: ignoro, come sempre, il cartello minatorio "Acqua non potabile"; ormai qui posso dire di essere, da parecchio tempo, la cavia di me stessa. Bevo a garganella: per risparmiare peso e fastidio, come sempre, ho lasciato la borraccia a casa.
Piobesi d'Alba, Corneliano d'Alba, due paesi distinti da chissà cosa, visto che, di fatto, proseguono l'uno nell'altro. Il marciapiede mi salva dai tentativi di omicidio a quattro ruote; in compenso, insidia l'integrità delle mie tibie: tra le crepe, le irregolarità e la mia distrazione, rischio di farmi del male. Non parliamo poi del passaggio in piazza a Corneliano: agli arzigogoli del passaggio pedonale, su e giù e gradini, preferisco la strada. Poche anime intirizzite a piedi; silenzio, immobilità. Solo le insegne luminose danno un cenno di umana esistenza. Le gambe faticano un po', dopo la lunga discesa, a riadattarsi alla pianura, nel lungo rettilineo che passa davanti alla Caserma dei Carabinieri. Alla rotonda, il traffico lungo la strada che sale a Sommariva Perno è intenso: è ora di rientro dal lavoro, per non dire di cena. Svolto in direzione di Baldissero, a caccia di tranquillità; appena oltre il cimitero, è il buio. Per quanto possibile, evito di accendere la luce; mi piace lasciare che gli occhi si abituino all'oscurità e si sforzino di distinguere la linea bianca a bordo strada. Una leggera brezza fa frusciare l'erba e quel poco di fogliame secco che ancora resiste, ostinato, sui rami. Tutt'intorno, pendii scuri, boscaglia. Passa qualche auto, ben poche; per tutti lo stesso, identico stupore, il piede sul freno, gli abbaglianti freneticamente accesi, un pensiero comune: "Ma che diavolo...".
L'idea che ci si possa spostare a piedi, o in bici, nottetempo, è qualcosa che i più non riescono nemmeno a concepire. La strada è e deve essere monopolio delle auto: se pretendi di percorrerla a piedi, il minimo che ti può capitare è di essere deriso, e fin lì nessun problema. Va peggio con quegli elementi che si attaccano isterici alle levette delle luci o al clacson, come se tu, nullità a propulsione umana, ti stessi macchiando del peggiore dei delitti. Bah, peggio per loro, non sanno quel che perdono. Così rimuginando, raggiungo il bivio per Baldissero. Una delle tante mete intermedie in cui ho spezzettato il mio viaggio, per poterlo vedere meglio e per evitare di incappare in una crisi di sconforto. Breve risalita, che riscalda i garretti; leggera discesa, nel silenzio profondissimo di questo tratto di strada deserto, poi comincia la lieve ascesa alle prime case, fino alla curva che mi porta in vista del paese. Un chilometro di salita leggera, combattuta tra la tentazione di restare all'interno dell'ampio curvone, per risparmiare distanza, ed il rischio che chi mi arriva di fronte non riesca a vedermi se non all'ultimo. Un concerto di latrati, luci accese nei giardini; il fiato che pian piano si adatta alla fatica; il bivio verso il centro del piccolo abitato sempre più vicino. Un occhio sempre rivolto al cielo, limpidissimo: mi stupisco di come possa essere stata fortunata stasera... Se sopravvivo fino a casa, potrò davvero dire di aver vissuto una giornata perfetta!
Appena oltre il bivio per il centro del paese, la stradina si restringe e s'impenna. Il piccolo cimitero, il tornante, il fondo in porfido tra le case. Salgo a passettini brevi, ma continuo a correre, nonostante tutto. Un cagnetto mi si avventa contro: la padrona, che accore carica di borse della spesa e di un pandoro appeso al polso, lo richiama: "Nessun problema, non credo riesca a mangiarmi tutta"... Guadagno a fatica il sagrato della chiesa principale, con i muscoli un po' in fiamme; ora si può dire che il peggio sia alle spalle. Il peggio in termini di fatica in salita, s'intende. Calpesto porfido fino all'uscita dell'ampia piazza. La fontanella, qui, è desolatamente chiusa: mi terrò la sete fino a casa, mi sa... Da qui mancano circa 20 km, ma quasi tutti su strada pericolosetta, direi. Certo, potrei imboccare strade traverse, ma è la pigrizia che mi frena: già così, arriverò a casa oltre le dieci... A questo punto, bando ai timori e via per la diretta. Procedo in direzione di Ceresole: la quiete mi accompagna tra le ultime case del paese, in località Sigola; finestre illuminate, camini che fumano, profumo caldo di legna, leggera discesa che riposa e ristora le gambe.
Alla rotonda, mi immetto sullo stradone tra Ceresole e Sommariva Perno, con un solo obiettivo: gambe in spalla! E' vero, a quest'ora non ci sarà più molto traffico, ma per chilometri sarà buio pesto. E, soprattutto, qui i piloti hanno tutti il piede pesante. Accelero il passo, rasentando l'erba a bordo strada; tengo la pila frontale in mano, per poterla meglio orientare sia contro le auto che mi arrivano incontro, sia verso quelle che sopraggiungono alle spalle. L'impressione netta è che mi vedano benissimo e che, anzi, l'effetto sorpresa giochi a mio favore. Da brava podista, dovrei correre sul lato sinistro della strada, ma, non so perché, non mi va giù. Ho la sensazione, forse infondata, che gli automobilisti siano più portati a sorpassare un veicolo, o qualcosa di simile, che si muove nella loro stessa direzione, piuttosto che un ostacolo che si para loro davanti. E poi, correndo a destra, subisco un po' meno l'effetto nefasto dei fanali delle auto che incrocio. Mi dà comunque molto fastidio la loro luce, per quanto cerchi di evitare di fissarla. E' come essere abbagliati da un violento lampo e poi, un istante dopo, passata l'auto, ritrovarsi per una frazione di secondo completamente ciechi. Ma, in quei pochi momenti in cui non c'è traccia di motori, mi godo il panorama di sagome scure, limpidissime nell'aria cristallina di questa splendida serata; sagome di filari di alberi, di pali e cavi del telefono, di solchi in mezzo ai campi. L'erba scintilla accanto ai miei piedi; l'aria che inspiro è gelida. Ma non sono tranquilla, non posso esserlo, con le auto che mi sfrecciano di fianco come missili terra-aria. Tengo d'occhio i cartelli chilometrici, che scorrono troppo, troppo piano; mi sforzo di allungare il passo, ma d'altro canto non posso nemmeno permettermi di esagerare: a casa devo arrivare per forza con i miei piedi...
La rotonda al bivio per Monteu, il "Mulin 'd la pera", la meravigliosa tenuta sulla sinistra; un'altra tappa ideale. La strada scende leggermente e s'allarga, concedendomi uno spazio per correre con un minimo di sollievo in più, ma sempre ad orecchie tese, pronta a saltar fuori, nell'erba. Ancora buio, sagome scure che di tanto in tanto mi sembra di veder muovere: un sussulto... Ho paura della mia stessa ombra, è il caso di dirlo: la sequenza di lampioni fa l'effetto di spostare la mia ombra, così che, ad ogni lampione che supero, me la ritrovo davanti. Accanto a me, il nuovo agriturismo "Cà d'l Mat", alle porte di Ceresole; una vecchia cascina ristrutturata con molto gusto. Peccato solo per la spianata d'asfalto del parcheggio.
Supero anche il bivio per Sommariva Bosco; tiro dritto, con la voglia di entrare in paese e distendere, almeno per un poco, i nervi tesissimi. La luce dell'abitato mi rincuora un po': l'officina del meccanico, le prime case. Chissà che ora è? Trilla il telefonino: ci vuole un bel coraggio a levare il guanto. E' mamma: vuol sapere a che punto io sia. "A Ceresole", rispondo, "un'oretta e sono a casa". "Ah beh, allora sei vicina". Ormai ha imparato anche lei a misurare le distanze con il mio metro podistico o ciclistico; da qui a casa mancherà una dozzina di km. Beh, un'ora è un po' ottimistico, diciamo un'ora e un quarto, via. A fatica, la mano mezza congelata, ritiro il telefonino nella tasca della giacca. In paese non c'è un'anima; le locandine dei giornali pendono pesanti di umidità, il bar è già chiuso. Un gruppetto di avventori di mezz'età esce dal vicino ristorante: mi sa che sono troppo pieni per accorgersi di me...
Alè Gian, l'ultima fatica, l'ultimo tratto insidioso. Ho fame e patisco un po' lo sforzo della galoppata che mi sono imposta per ridurre i rischi, ma non posso certo pensare di cedere. Un'oretta e sarò a casa, davanti ad una tazza di latte bollente con i grissini. Oltre la rotondina, il lungo rettilineo, in leggero saliscendi; il paesaggio che è già più campagna che collina, lo splendido viale che porta alla tenuta sulla sinistra, un bellissimo palazzotto; poche case e capannoni, la quiete che precede il riposo della notte. Qualche auto passa ancora; conto i paracarri, scruto l'orizzonte di una strada che ormai conosco a memoria, centimetro per centimetro. La collina di Torino pare un cuscino di brillanti; laggiù superga, là il faro della Maddalena, persino le sagome delle montagne, le sfumature della neve. Sembra di poterle toccare. Non potrei essere più felice... Un altro trillo, un messaggio, questa volta; è la sorella. Chiede se sono a casa. Quasi quasi, la prossima volta mi procuro un sensore GPS: così, chiunque può controllare la mia posizione senza causarmi un congelamento alle mani. Le dita sono troppo rigide per pigiare i tastini: tantovale che la chiami... Con la bocca impastata dal freddo, protesto: "Non mi chiamo mica Gebresilassie! Mi mancano circa sette km...". E intanto leggo l'ora sullo schermo; le dieci meno un quarto. Dai Gian, muoviti, per carità. "La Piccola Fattoria": e anche l'agriturismo è andato. Non mi resta che l'ultima discesa, cinquecento metri e via, il bivio con la stradina vecchia di Santa Rita. Fine della sottile angoscia, posso rilassare i muscoli e la mente. Pochi chilometri tra le gaggie e le cascine, a spaventare gli indigeni all'abbaio dei cani; la fame ora sì, che si fa sentire. Ancora un po' di cautela per i tanti crateri che tormentano l'asfalto di questa piccola strada secondaria. Le sagome dei parallelepipedi di mattoni, le casermette a cui arrivano e da cui partono cavi di non so che; qualche luce di passaggio sull'autostrada. Ultimo sforzo in salita, il cavalcavia. Mi restano poche centinaia di metri per godermi il buio e le stelle; i garretti ben presto mi riportano tra le case e le luci, lungo la via di quel che resta del tiro a segno, ormai diroccato. Rotonda, sottopassaggio della ferrovia. In Carmagnola come sempre è il coprifuoco, peggio che in aperta campagna; tanto meglio... Poco più di quaranta km, un buon dislivello, in quattro ore e mezza, e null'altro al mondo che possa rendermi felice come una sera trascorsa così, in compagnia delle mie scarpe e della mia fatica. Sento nel cuore la soddisfazione dell'ennesima mattana ben riuscita. "Se puoi pensarlo, puoi farlo", recita una di quelle massime da cartellone pubblicitario; "Just do it". Infatti...
Mi servono due mani per infilare la chiave nella serratura, tanto il freddo mi ha irrigidito le dita. Mi precipito su per le scale, per produrre ancora un po' di calore. Inutile aspettarsi, a quest'ora, la festosa accoglienza del bestione peloso: riverso sul lettone, la testa sul mio cuscino, in stato di morte apparente, il filibustiere a quattro zampe vuol farmi capire, con la sua ostentazione di indifferenza, che non è questa l'ora di rientare a casa e turbare il sonno del giusto. In effetti, non posso darti torto, tesorone mio, ma sappi che tra poco verrò a reclamare la mia parte di cuccia!
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