domenica 10 aprile 2011

10 aprile 2011 - Maratona Alpina di Valdellatorre

Inspiro a pieni polmoni l'odore dell'asfalto: certo, non sarà Chanel n°5, ma, per un indigeno della città come, mio malgrado, sono io, è questo il primo vero segno d'estate. Correre sulla pista ciclabile tra Vigone e Villafranca Piemonte, alle due del pomeriggio di un sabato d'aprile meteorologicamente folle, è il modo migliore per coglierlo, quel segno. Ho esposto tutta la superficie di pelle che è lecito esporre senza provocare l'intervento della Buoncostume: so già che stasera sarò talmente scottata da emettere luce mia propria, ma non importa. Il calore sulla pelle, la luce accecante sono beni troppo preziosi per me, soprattutto dopo l'interminabile notte invernale. Non la pensa così il buon Giorgio, che ormai ben conosco come animale da climi freddi e cieli cupi: dev'essere davvero sull'orlo del baratro, per gettare alle ortiche il suo impeccabile stile da Lord inglese e rassegnarsi a correre in pantaloncino e basta. Anzi no, e scarpe, ovvio. Non che la cosa dispiaccia, né a me né alle coraggiose madame, altrettanto discinte, che si avventurano sulla torrida pista in cerca del primato della tintarella: non si può negare che il mio compare di corsa, così agghindato, faccia la sua porca figura. Il guaio è che percepisco un insolito, insistente silenzio. Sintomo preoccupante: posto che la lingua, nel giorno del trapasso, sarà senza dubbio l'ultimo dei suoi muscoli a cedere all'immobilità, bel più tardi del cuore, significa che il tapino è in grave sofferenza. Si risveglia solo, di tanto in tanto, per farneticare di Coca Cola ed acqua frizzante.
La vista che si gode da qui spazia sull'intero arco alpino: è una giornata limpidissima, senza una nuvola. Cerco il profilo del Musiné: domani saremo a correre lassù. Proveremo più o meno la sensazione della pizza che cuoce nel forno a legna. Forse esagero, ma credo che quella zona sia una delle più aride e pelate dell'intero arco alpino. Il meteo annuncia splendido sole, senza pietà. Io ne sono ben lieta, ma credo non sia il caso di ricordarlo al panetto di burro in discioglimento che corre accanto a me con la forza della testardaggine...

Alle sei e mezza di domenica mattina, al Palazzetto dello Sport di Valdellatorre ci troviamo in tre tapini, Candido, Giorgio ed io, in uno stato di semi incoscienza da sonno, dormendo in piedi come i cavalli, al bancone del piccolo bar, davanti alla macchinetta del caffé, rintronata quanto noi. Colpa mia, con la mia paura cronica di arrivare tardi. A quest'ora fa freddo, ma il cielo promette una giornata da sogno... O da incubo, per molti.
Sonnecchiamo ancora un po' in auto, mentre il piazzale si riempe. Realizziamo in ritardo che siamo arrivati qui per primi ma, per colpa della nostra inerzia, ci ritroviamo in fondo alla fila per la consegna dei numeri di gara, tra una chiacchiera a destra ed a manca e la mia cronica fonte di ansia: "Mi chiederanno mica il certificato medico? Non me lo sono portato dietro...". Sono sempre la solita. E dire che basterebbe ricordarsi di averne sempre una copia: così, se anche non dovesse servire, almeno eviterei di macerarmi nell'angoscia. Nessuno mi chiede alcunché: del resto, avevo spedito tutti i documenti via e-mail al momento dell'iscrizione. Anche quelli di Giorgio, che con il mezzo informatico ha un rapporto oserei dire un tantino conflittuale. Numero 16: mi arrovello, come sempre, per cercare un legame tra me e il numero 16, ma non trovo nulla, né età, né data di nascita, numero civico, nulla. Vado a caccia del primo spicchio di sole, per scaldarmi un po'. Lo zainetto è piccolo e quasi vuoto: oggi non è prevista alcuna dotazione obbligatoria, per fortuna. Ci metto dentro una borraccetta di miele, telefono, portafoglio, rotolo d'emergenza ed il minuscolo giacchino Camp. Ed una borraccia per l'acqua, vuota. Le montagne staccano già nitidissime nell'azzurro splendido del cielo; sembra di poterne toccare i fianchi sabbiosi e spogli, coperti solo da ciuffi di arbusti e poco altro.

Breve riunione prima del via: stamperei un bacio in fronte all'oratore, che evita di proposito l'orrendo termine "briefing". Scopriamo così che, ai punti di ristoro, troveremo da bere ma non da mangiare, o meglio, qualche stuzzichino in un paio di punti, nulla di più. In realtà, era tutto scritto nel regolamento; sarebbe bastato leggerlo. Non importa: ormai, un percorso che si può chiudere in 10 ore è quasi breve; di conseguenza, credo di poter sopravvivere, con l'aiuto del mio miele e delle bottiglie di Coca Cola che ho già addocchiato sui mezzi di trasporto dell'organizzazione. Pochi minuti e ci si riunisce tutti in strada, appena fuori del cortile del Palazzetto: c'è appena il tempo per le ultime quattro chiacchiere, poi via, si parte. Al trotto, lungo una strada subito sterrata in salita quasi impercettibile all'occhio, ma più che evidente per le gambe e per i polmoni ancora anchilosati. Le montagne si staccano nette dalla pianura, lì dove invece ci si immaginerebbe un pendio dolce e graduale, quasi fossero muri. Il copione si ripete: sembro una di quelle vecchissime auto dei film di Stanlio e Ollio, quelle che si decidono a partire solo dopo molti giri di manovella e tanta, tanta pazienza. Mi ritrovo subito in fondo al gruppone, con le gambe che corricchiano ma ancora stentano ad evitare ciottoli e buche. Una fatica improba, sperando con tutto il cuore che il tratto in piano si concluda presto. Imbocchiamo i bivi sotto l'occhio vigile dei volontari in mountain bike; tutt'intorno, prati verdi ed una fioritura di cicorie decisamente precoce. Candido è già sparito, lo ritroveremo all'arrivo; Giorgio morde il freno, non so se per prudenza o per pietà. Mi consolo un po' pensando che molti dei corridori che ho davanti si fermeranno alla mezza maratona... Il guaio è che mi farebbero mangiar la polvere anche se corressero l'intero percorso.

L'aria frizzante del primo mattino ha già lasciato il posto ad un adorabile tepore. Scruto la montagna, agognando l'arrivo della salita. Sempre più vicini i latrati da un allevamento canino; superiamo alcune abitazioni, da cui si disperde nell'aria un invitante profumo di caffé.Un po' di asfalto e finalmente la strada sale: su e giù, a tratti, quel che basta per prendere fiato. Siamo già quasi ultimi, ma non c'è ragione di affrettarsi; quaranta km sono ancora lunghi... E molti di quelli che ora corrono e schiamazzano se ne pentiranno presto. Camminiamo su un'ampia strada sterrata, polverosa per il caldo e la pioggia che manca da tempo; tutt'intorno è un trionfo di sfumature di verde brillante e fiori di ogni genere. Non mi spiacerebbe sperimentare questo percorso in MTB: lo metto nel cassetto dei buoni propositi. Al passo in salita, al trotto quando possiamo. L'unico lato negativo di trovarsi al fondo della corsa è la sensazione che i volontari a sorveglianza del percorso siano lì solo più per aspettare noi... Passiamo accanto ad un cimitero; un'altra borgata, ancora asfalto e via, discesa nel bosco lungo un sentiero stretto ma corribile. E poi il bivio, stavolta ben presidiato; l'anno scorso, i primi corridori giunti qui avevano tirato dritto anziché puntare verso l'alto... Giorgio si arrampica con l'agilità delle capre e va su; per me ci vuole un po' di tempo per adattare il respiro, ancora affannoso, al brusco cambio di pendenza. Risaliamo un tratto ripido, all'ombra di piante dalle foglioline appena spuntate. Non affrettare il passo, Gian... Lasciali andare, tutti quanti, altrimenti la paghi. Pazienza se qualcuno ti raggiunge e ti sorpassa – toh, c'era ancora qualcuno!

Tornantino dopo tornantino, la vista guadagna spazio sulla pianura. Vorrei poter sollevare gli occhi da terra, ma, per farlo evitando di schiantarmi, dovrei fermarmi e non è il caso. Il sentiero si fa sempre più ripido, fino ad una rampa crudele: scorgo il colore arancione "da cantoniere" della maglia di un concorrente, lassù. Allora il mio distacco non è ancora così abissale. Non m'importa un fico secco della classifica, ovviamente, ma ho sempre il timore irrazionale di restar da sola in mezzo al nulla e senza traccia da seguire... Quanto mai irrazionale oggi, con il percorso ben segnalato con vernice blu che di certo nessuno si premurerà di ripulire.

Fatico ad issarmi su per gli ultimi metri; la terra sabbiosa si sgretola e mi fa scivolare. Meglio poggiare sull'erba, anche se temo che l'erba non sia della stessa opinione. La rampa conduce diretta ad un tavolino da picnic, sormontato da un tettuccio in legno. Sul tavolo, una scatola metallica che ha l'aria di contenere il libro di vetta. Immagino si tratti del Monte Baron, se non ricordo male. Tutt'intorno, nemmeno una pianta d'alto fusto; solo arbusti e terra scura. Proseguo lungo un interminabile traverso, un sentiero completamente esposto che taglia il pendio nudo della montagna, in leggero saliscendi, con vista infinita sulla pianura. Scorgo ancora le ultime retrovie, davanti a me; corro ma con cautela: ben conosco la mia innata capacità di inciamparmi ovunque... E' sorprendente questa zona così arida, senza un solo albero, come fosse sferzata da venti feroci. Il sentiero piega con il pendio e mi nasconde la vista davanti; solo per un pelo, a ridosso di un bivio, mi accorgo di dover svoltare a sinistra. E dire che la segnalazione è a prova di idiota! Si torna a salire, decisi, ora in mezzo a roccette ed alberi, su e ancora su, a zig zag. Salgo di buona lena; va un po' meglio, bastoncino dopo bastoncino, su con foga. In un tratto in cui la boscaglia si dirada, alzo il naso: la serpentina di persone sale verso la cima lungo una linea che ha l'aria di essere molto ripida. Mi pare di distinguere, un po' più su, la maglia grigia e l'andatura tipica del buon Giorgio. Che abbia deciso di correre sul serio? Beh, in tal caso posso fin d'ora salutarlo... Io sono ancora in apnea; ci vorrà ancora almeno quest'intera salita perché riesca a rompere il fiato. Mannaggia a me, ho lasciato a casa la bandana: così adesso il sudore cola negli occhi... E gli occhiali scivolano di continuo dal naso. E' una micidiale pozione di taccagneria e pigrizia, quella che mi trattiene dall'andare in un negozio di ottica ed ordinare un paio di occhiali come si deve, graduati e magari muniti di lenti fotocromatiche: quelli che indosso adesso sono quanto di più inadatto all'attività sportiva che si possa immaginare. Entro la fine della giornata, il polpastrello del dito indice destro sarà consumato, a furia di tirare su gli occhiali. Il sentiero fa presto guadagnare dislivello, ripido com'è: si respira a pieni polmoni il profumo di innumerevoli fiori. Molti, purtroppo, caduti vittime del passaggio del branco.

Quasi non mi accorgo d'essere in cima, Monte Rosselli credo; ci arrivo di gran carriera, dopo aver sorpassato un paio di colleghi d'avventura che mi renderanno il favore al primo accenno di discesa. Per fortuna, si scende ben poco; il sentiero torna a correre quasi in piano, segue un'ampia curva dove scorgo tracce di presenza umana. Corricchio, ma con cautela. Il tavolino del ristoro mi appare davanti al naso come un miraggio: proprio non me l'aspettavo, qui, non appena il percorso ci rituffa in mezzo al bosco. E guardacaso, chi ci trovo? Giorgio all'assalto di una cisterna di Coca Cola. Ne approfitto anch'io, Coca ed un paio di zollette di zucchero per placare la fame, che comincia a farsi sentire. Si torna subito a salire, senza scherzi e senza misericordia. Vediamo di metterci un po' di brio. I raggi del sole fanno capolino tra le foglie ancora piccole; la temperatura è già salita a livelli stellari: se avessi una doccia sulla testa, sarei più o meno conciata come in effetti sono. Giorgio fa il passo, io seguo, con qualche difficoltà là dove gli "scalini" di roccia sono più alti. Le braccia fanno forza almeno quanto le gambe. Il telefonino schizza via dalla tasca applicata al bracciale: mi tocca sprecare ben due passi indietro per recuperarlo... Colgo l'occasione per buttare l'occhio al panorama, con il Monviso che fa capolino dietro i pendii brulli di erba bruciata, più vicini. La salita, davvero aspra, ci porta ad un punto in cui un paio di loschi figuri hanno deciso di tentare il suicidio: assisto in diretta, ed in posizione sopraelevata di qualche metro, alla partenza di uno di questi pazzi appesi al parapendio... Per qualche istante, sento mancarmi le gambe; da quassù, vedo questa specie di psicopatico lanciarsi in corsa verso il vuoto e staccarsi da terra, verso l'alto, proprio nel punto in cui io vedo il pendio digradare verso il baratro. Chiudo gli occhi, mi sforzo di fissare qualcosa di immobile, una pietra: tutto s'è messo improvvisamente a girare... Non è il momento di svenire, Gia, dai, tira dritto. Credo che potrei schiattare per lo spavento... O semplicemente impazzire.

Sbuchiamo, anche stavolta, su una cima che non sembra una cima; i volontari a presidio del bivio ci mandano giù lungo un sentierino ripido ed insidioso. Siamo intorno al decimo km. Ancora trenta e rotti, Gian. Calma, non fare la furbacchiona. Un po' di miele adesso posso anche mangiarlo; ne avrò in abbondanza fino al traguardo. Il calore l'ha reso liquido quasi fosse una bevanda.
Attraversiamo lunghi tratti di pietraia, con il sentiero ben sistemato ed i frammenti di roccia incastrati tra loro a formare un comodo passaggio in piano ed un bel muretto di contenimento. Sotto i pietroni si percepisce, in qualche punto, il gorgoglio dell'acqua: sembra una presenza fuori posto, in un luogo tanto arido. Il sole è rabbioso, e dire che siamo più o meno a metà mattina.

Ancora in salita, passiamo accanto a quel che resta di un alpeggio; un po' d'acqua scorre qui nei paraggi, ma non nella vasca di metallo. Un cartello indica il Colle della Lunella a 15 minuti: superiamo un paio di escursionisti e raggiungiamo il pannello con le indicazioni, in cima, impiegandone meno di cinque. Non siamo certo noi i fenomeni: mi domando come siano calcolati i tempi di certi percorsi... Un'allega combriccola, almeno una ventina di persone, occupa in modo pacifico e chiassoso il prato in cima. Anche troppo: mi infastidiscono gli schiamazzi, sia pure contenuti. In mezzo ai monti mi piacerebbe godermi il silenzio... Passiamo accanto e via, ancora in discesa, solo un rapido sguardo al panorama, che non mi permette di orientarmi. Nell'ampio pianoro che si apre subito dopo, perdo la traccia: istintivamente mi dirigo verso un bel rifugio, attraverso il prato e tra le chiazze di neve; la rotta, però, è più in alto: me ne accorgo scorgendo per un pelo uno dei colleghi, che punta diritto verso il bosco. Ok, si torna su: Giorgio mi segue, sulla fiducia. Quanto mai ben riposta: pochi istanti e torniamo in vista dei segni di vernice blu.
Da quassù si gode lo splendido spettacolo delle Alpi quelle vere, azzurre striate di neve. La primavera, già avanzata in pianura grazie al caldo anomalo dei giorni scorsi, quassù è ancora un accenno, nei colori dei bucaneve

"C'è il ristoro a due minuti", annuncia un altro dei tanti angeli custodi della gara. "Attenzione, la discesa è brutta", aggiunge. Non si può dargli torto, in effetti: tocca procedere tra rocce irregolari, facendo ricorso a doti di equilibrio di cui io sono del tutto sprovvista. Giorgio si allontana, mentre io studio con cura ogni passo ed ogni appoggio, ricorrendo, ove necessario, alle mani. La tensione si impossessa di me: è quella sgradevolissima sensazione di non avere il benché minimo controllo sui miei movimenti. Non so mai se il piede su cui appoggio il mio peso terrà, se la pietra è ben ferma o schizzerà via non appena la caricherò del mio dolce tonnellaggio; il terrore è di volare per terra, farmi male e dover rinunciare ai prossimi agognati appuntamenti montani. Com'è ovvio, poi, più divento nervosa e meno riesco a tenere mani e piedi ben saldi. Abbatto santi e beati a raffica. La voce del mio compare arriva da chissà quanto più avanti: "Dai che qui è meno brutta...". La risposta che, tra me e me, gli riservo non è propriamente elegante. Due minuti, ha detto il volontario: significa che, da lassù al ristoro, ce ne vogliono almeno venti per un buon discesista... E mezz'ora per me. Non la conoscessi, l'affidabilità di certe affermazioni, quando provengono da chi non corre. Ma questa volta sono malfidente: ecco là sotto, in mezzo al prato, un bell'edificio con il tetto in lose, forse un rifugio, con tanto di tavolo imbandito. Il sentiero, finalmente più agevole, scende a dolci tornanti. Sono quasi in fondo quando... Dolore inestimabile: un salto un po' più brusco dei precedenti ed un atterraggio sì in piedi, ma in rotta di collisione con il ramo di un arbusto, che pensa bene di conficcarsi nel mio cosciotto destro. Per fortuna, sul retro della gamba: così non vedo, ovviamente non guardo ed evito, almeno per ora, lo svenimento. Stringo i denti e tiro dritto.

Al punto di ristoro, abbondo con acqua e bibite, senza risparmio. La mia piccola ferita non passa inosservata: sanguina come se qualcuno mi avesse squarciato un'arteria... Giorgio, forse per deformazione professionale, provvede subito al primo soccorso, buttandomi acqua sulla gamba. Ma no... Mi dispiace, questa è l'acqua destinata ai corridori. Non c'è alcun bisogno, non fa neanche male; smetterà di sanguinare, prima o poi. Colgo al volo uno spezzone di battibecco tra alcuni corridori, della mezza maratona se ho ben capito; uno che si lamenta e sostiene d'essere già distrutto, altri che lo incoraggiano a suon di "Ormai è fatta". Infatti: siamo al km 18, più o meno. E' quasi fatta, per loro.

Ripartiamo al trotto, in discesa, lungo un sentiero non troppo tecnico in mezzo al bosco. Una delle poche parentesi d'ombra: infatti, resiste qualche chiazza di neve. Ne prendo una manciata e me la schiaccio contro la gamba, senza guardare: la minaccia, per me, non è il dolore, che tra l'altro in questo caso nemmeno si fa sentire, ma è la vista del sangue. Potrei svenire. Corricchio piegata in due, per tener la mano sul graffio, ma la neve si scioglie in fretta. "Prendine dell'altra – suggerisce il mio compare – che questa è tutta rossa". Mi guardo la mano con orrore, caccio un urlo: impegno i successivi cinquecento metri nello sforzo supremo di non cadere a terra priva di sensi..
Ci sorpassa un gruppo di corridori, presumo della mezza maratona, a giudicare dal ritmo; immagino si siano lanciati nella sparata finale. "Che bello saper scendere così", sospiro, seguendo i balzi del capofila. "Basta che molli i bastoncini e ti butti", commenta la madama che lo segue a ruota. Certo, come no... Basta senz'altro, per guadagnare una vacanza premio in camera di rianimazione. La discesa ed io non avremo mai alcun argomento di discorso.

Il sentiero ci scodella su una bella strada sterrata, bianca e polverosa, solcata qua e là da ruscelletti e punteggiata da qualche residuo mucchio di neve. I velocisti di un attimo fa sono ancora in vista, ricondotti a più miti consigli dalla pendenza in leggera salita. Giorgio ed io ce la prendiamo comoda, visto che siamo appena a metà dell'opera: procediamo di buon passo, ma senza correre se non in qualche brevissimo tratto in leggera discesa. Troppo inpegnati a menar la lingua: argomento della conversazione, in questo caso, è il mio pensiero fisso degli ultimi giorni, visto che la mia esistenza è stata messa ancor più in subbuglio, se possibile, dall'arrivo di un secondo cane, una cucciolona di sei mesi e venti chili, Céline. Come ogni volta, quando io non sono a casa, i bestioni sono affidati alle cure di mammà. Di tanto in tanto, afferro una manciata di neve e me la metto in bocca, a mò di granita: rinfresca, dà l'illusione di dissetare ed è una sensazione piacevole.

Arriviamo in vista del Colle del Lys: tra gli alberi, si intravede il viavai delle auto e, poco più avanti, spunta il rifugio, con l'arco giallo d'arrivo della mezza maratona. L'anno scorso, l'ultima rampa che conduce al colle era un vero e proprio acquitrino; questa volta, per fortuna, il terreno è un po' più consistente.

Moto ed auto parcheggiate ovunque anticipano lo spettacolo che ci accoglie appena girato l'angolo del rifugio: il pendio non è più erba verde, ma un tappeto brulicante di membra umane, cappelli da sole e flaconi di crema protettiva. Il disgusto mi assale. Ma come si fa? Com'è possibile ridursi in questo modo? Un carnaio senza fine a due passi dall'asfalto e, cento metri più su, il deserto... Tutti intruppati uno accanto all'altro, schiamazzi, sudore ed odori di cibo, bleah. Piuttosto che passare anche solo un'ora in quel modo, mi rinchiudo in studio a seppellirmi sotto i Modelli Unico. E magari questi personaggi, domani, andranno a raccontare di essere stati in montagna...

L'agognato punto di ristoro ci riserva una delusione. In realtà me l'aspettavo: è destino che, in questo genere di prove, agli ultimi concorrenti tocchino le briciole, e a volte neanche quelle. Certo, sul tavolo c'è un vassoio colmo di fette di salame: peccato che io sia vegetariana... E non abbastanza affamata da rassegnarmi a fare un'eccezione, come a volte succede per cause di forza maggiore. Ecco, se dovessi correre un centinaio di km ed il salame fosse l'unico alimento a disposizione, metterei da parte gli scrupoli. Oggi non è il caso. Afferro una fetta di pane e la puccio nell'acqua del bicchiere, perché asciutta, con la bocca impastata dal caldo e dalla sete, non riuscirei a deglutirla. Colgo anche gli ultimi due dadini di formaggio rinsecchito dal sole; qualche bicchiere di bibita e via.

Farsi strada in mezzo all'intrico di merenderos, stesi al sole immobili come le lucertole, non è facile. Qualche ammasso di lardo deve aver coperto le tracce di vernice blu. Noto con la coda dell'occhio un concorrente vestito di grigio che scompare in alto, oltre il pendio erboso; probabilmente lo stesso uomo della Provvidenza che già mi aveva riportata sulla retta via appena passato il Colle della Lunella. Il mio faro nella notte. Su, dritti in quella direzione. "Certo che non c'è proprio alcuna informazione sul significato di vegetariano", commenta Giorgio. Apprezzo il suo piccolo sfogo come una premura rivolta esclusivamente a me: so benissimo che lui, in realtà, non condivide il mio pensiero. Come tanti, del resto, che archiviano il regime alimentare senza carne né pesce nel calderone delle fissazioni, delle manie. E' probabile che quei tanti abbiano ragione, chissà. Io credo, forse a torto, che, al giorno d'oggi, soprattutto in un Paese come l'Italia che permette una vasta scelta di generi alimentari, si possa vivere egregiamente senza carne né pesce; d'altro canto, bisognerebbe prestare attenzione a variare la propria dieta e ad integrare gli elementi che non si possono ricavare dai cibi animali, cosa che io non faccio per colpa del mio disordine e della mia pigrizia. Non ho nemmeno voglia di cucinare una pasta; sono capace di andare avanti per giorni e giorni a pane e formaggio...

Ci inerpichiamo su per un aspro sentiero roccioso. Una fanciulla in discesa ci avvisa che troveremo neve: in effetti, ci tocca attraversare alcuni nevai. Del resto, siamo stati avvisati prima del via: "Oltre il Colle del Lys troverete neve; seguite le tracce di chi vi ha preceduto". Ecco, almeno in casi come questo, passare per ultimi o quasi è conveniente. Le orme sono ben delineate; si evita il rischio di finire in qualche crepaccio in miniatura, senz'altro meno suggestivo di quelli che si possono incontrare risalendo i ghiacciai, ma comunque più che sufficiente per disintegrarsi un ginocchio od una caviglia nella caduta. Per quanto, impegnandomi, io riesca comunque a poggiare un piede in fallo e ad affondare con tutta la gamba.
Il sole picchia più che mai mentre risaliamo il ripido e c'infiliamo in mezzo alle fessure tra le rocce. Non mi rendo nemmeno conto di essere arrivata in cima, se così si può definire questo pratone che il primo caldo ha appena sgombrato dalla neve. Perdo la traccia del sentiero; vago per qualche istante, finché, oltre ad una macchia di pochi alberi, scorgo del movimento. Sono alcuni volontari della corsa: oltre a loro, un corridore che sporge la testa da sotto un telo termico e mi rivolge una battuta. Uhm: anche se la mia vista è tutt'altro che acuta ed il malcapitato è steso a terra, mi pare di riconoscerlo. Il mio neurone, ormai in carenza di ossigeno, impiega qualche istante di troppo per realizzare che una persona sdraiata sull'erba e coperta di certo non è esattamente nel pieno delle proprie forze: capperi, avrei almeno potuto chiedergli come sta... Mi consola il fatto che il poverello avesse voglia di scherzare: se non altro, la fase acuta del malore, se mai c'è stata, è già passata.

Dal Monte Arpone, ci tocca affrontare una discesa dannata, tutta scalini, salti, roccette scivolose e frastagliate. Mi ci consumo le mani ed il deretano. Giorgio, paziente, attende; si limita a constatare "Eh, certo che tu di tempo ne perdi tanto, in discesa". Lo so, ma che ci posso fare? A questo punto, credo di poter affermare con certezza che non acquisirò mai la necessaria confidenza. Poco male: alla Madonna della Bassa, mi consola la confortante presenza di un punto di ristoro, con abbondanza di bibite ed un pintone di vino rosso che contribuisce a spiegare l'allegria scanzonata dei volontari. Ancora bibite a profusione ed un po' di toma. Il piazzale del santuario è occupato da una vivace tavolata. Salutiamo e passiamo oltre, imboccando la strada sterrata chiusa da una sbarra. Deglutito il magro pasto, procediamo al trotto, proprio per decenza, per non trascinarci, anche se ormai lo spirito è quello della passeggiata. Ancora un paio di salite, Mont Curt e Monte Musiné.

Scorgo in lontananza un losco figuro: pian piano ne distinguo i colori della divisa, canotta e pantaloncino, ed il passo che mi sembra già di conoscere. "Vuoi vedere che è Gilberto?". I miei occhi da miope impiegano qualche istante a mettere a fuoco il soggetto. Proprio lui: a volte ritornano... L'anno scorso abbiamo percorso insieme gli ultimi sedici, diciassette km di gara, incoraggiandoci a vicenda per conquistare un percorso che entrambi avevamo sottovalutato. Ora, eccoci dinuovo qui. Gilberto lamenta una stanchezza dovuta agli acciacchi invernali, che l'hanno costretto troppo a lungo all'immobilità, ma si sa che la compagnia fa miracoli. Dai che andiamo su insieme... Un sentiero stretto e ripido ci strappa alla comodità della strada. Si sale rapidi in mezzo al bosco; nelle gambe sento l'euforia della fine ormai vicina, si fa per dire. Ricordo abbastanza bene quest'ultimo tratto di gara, due salite decise ma brevi, su cui sgambetto con allegria, giocando a fare la locomotiva. Nulla mi dà più brio del fatto di essere capofila! Anche se so bene che i miei due vagoni sono tali solo per gentile concessione e che potrebbero mangiarmi in insalata ad ogni passo... Di tanto in tanto, il sentiero volge in modo tale da mettere in vista la vetta del Musiné. "E' vicino", insisto, "E' sempre più vicino!". I miei compagni di viaggio sono scettici... In effetti, ad essere sincera, anche a me pare che il panettone pelato sia sempre alla stessa distanza... Ma l'importante è crederci!

Alla vetta del Mont Curt, poco più di 1.300 m, prende avvio un'altra discesa a dir poco orrenda, peggiore della precedente, se possibile. Interminabili passi misurati, meditati con penosa cautela, in un tempo che sembra eterno, in lotta con la vertigine dei brevi tratti esposti, cercando disperatamente di non guardare giù. Non ci sorpassa nessuno, ma è solo perché dietro di noi non resta nessuno, o quasi. Saluto con immenso sollievo la sella boscosa che precede l'ultima salita. Ci imbattiamo nel penultimo punto di ristoro; con sorpresa, ci sono altri compari di sventura, che ripartono poco prima di noi. Tracanno due o tre bicchieri di bibite, ma non riempo la borraccia: acqua, bleah... Via dinuovo, sotto il sole a picco, anche se ormai è pomeriggio inoltrato. Una luce calda, gialla, intensa, illumina la pianura, evidenzia i riquadri di colori dei campi coltivati e sfuma nella cappa di umidità e fumo che avvolge la pianura, ma in lontananza.

All'inizio dell'ultima vera salita, mi concedo lo sfizio della "sparata" finale: non è una gran prova di coraggio, dal momento che ormai non rischio più nulla; se anche dovessi scoppiare, in qualche modo in discesa mi trascinerei comunque. Allungo il passo, all'inseguimento dei colleghi che raggiungo poco più su; salgo quasi di corsa, per quanto possa correre un pachiderma par mio, con il cuore infilzato sulla punta del bastoncino. Di lì a poco, mi raggiunge Giorgio, ansimante quanto me: eh già, figuriamoci se ammette di restare indietro... Saliamo veloci, a zig zag tra i tronchi ed i roccioni, all'inseguimento delle tacche blu confuse tra i mille segni di chissà quanti percorsi. L'orrenda immensa croce di vetta mi sbuca sulla testa all'improvviso. C'è un po' di gente quassù, ma non faccio nemmeno in tempo a mettere a fuoco i visi, che son già in discesa, a combattere e tirar giù miserie contro l'ennesimo sentiero spaccagambe. Il primo tratto è ancor più ostico per via del salto che si vede giù sotto i piedi: perché non mi giri la testa, devo tenere lo sguardo ben fisso alla traccia di terra e roccia davanti a me. Mi distrae il passaggio velocissimo di un ramarro, l'ennesimo visto oggi: quale ambiente più idoneo, per un rettile par suo, dell'arido suolo del Musiné?

Parecchi metri più in giù, il sentiero si addolcisce e consente un blando passo di corsa. Giorgio prende vantaggio: è arrabbiato, esasperato dal gran caldo che patisce moltissimo. Non lo seguo né affretto il passo: mi godo invece questo interminabile traverso, sentierino stretto che taglia il pendio brullo e scende dolcemente verso la strada tagliafuoco, in direzione di Caselette. Mi guardo gli avambracci, già scuri per altro sole ma comunque arrossati; vorrei poter immagazzinare e conservare questa sensazione meravigliosa di caldo sulla pelle, visto che, è evidente, una temperatura così, ad aprile, può essere solo una breve parentesi. Fiori ed insetti di ogni genere accompagnano la mia marcia. Avanti, avanti, ancora avanti; si perde quota, ma in modo impercettibile, tanto che il mio compare di sventura sbotta: "E' tanto lontana Caselette?". Non dovrebbe mancare molto, ma comunque più di quanto immaginassi. Questo lunghissimo sentiero anrdà a convergere sulla strada, prima o poi. Mi pare d'averla intravista, poco sotto...

Gli schiamazzi dei merenderos pomeridiani, distribuiti lungo la strada tagliafuoco, annunciano che la meta è vicina. Non appena mettiamo piede sulla comoda via sterrata, filiamo via al trotto: per me, dieci minuti di puro dolore, con la fitta tra le costole, a destra, più acuta ed improvvisa che mai. Corricchio premendo con due dita e tanta forza sul punto dolente: è un trattamento che sembra dare un po' di sollievo, anche se ogni passo toglie il fiato. Facciamo lo slalom tra famigliole, marmocchi e passeggini, anche se la tentazione sarebbe di asfaltarli tutti quanti, per il semplice fatto che ostacolano il nostro passaggio. Poco urbano come intento, ma la stanchezza è ormai palpabile.

Al campo sportivo di Caselette ci imbattiamo nell'ultimo punto di ristoro, dove i gentilissimi volontari tengono le bottiglie al fresco, approfittando dell'acqua di una fontanella. Giorgio si accascia sulla panchina, ma, come sempre, non riesce a mantenere la stessa posizione per più di qualche istante: eccolo in piedi, già pronto a ripartire, mentre io sono ancora in estasi mistica con un bicchiere di Coca in una mano ed una zolletta di zucchero nell'altra. Riparto masticando, con gran gioia delle carie. Leggera ma insidiosa salita lungo la strada sterrata: il mio compare è stranamente taciturno. Ancor più strano, tende a restare indietro. Lo tengo d'occhio facendo finta di niente: potrebbe interpretare i miei sguardi obliqui come un tentativo di controllare la sua posizione e poi lanciarmi in fuga... E sarebbe capace di schizzare via con la foga di un centometrista, pur di salvare l'onore!

Intravedo, poco più avanti, Franco e Morgana. Toh, un po' di compagnia. La tentazione sarebbe di attaccar bottone e percorrere l'ultimo tratto di strada insieme, ma, quando Giorgio mi raggiunge e sembra aver superato il momento di buio esistenziale, prevale la voglia di arrivare. Ricordavo, da qui a Valdellatorre, un tratto di percorso breve e molto fangoso: quest'anno il terreno è un po' meno intriso d'acqua, ma la mia stima della distanza risulta ben presto campata in aria. Ci toccano ancora diverse giravolte che ci costringono a marciare ancora ed ancora, nonostante ormai i segni della civiltà, i rumori della strada, i tetti delle case siano a portata di mano. Attendo con orrore che la scure di Giorgio si abbatta sulla mia capoccia: non so più da quanto tempo è che gli assicuro che "è quasi finita"... Sbotto io per prima: "Basta, ne ho le scatole piene di queste corse che aggiungono passaggi assurdi nel finale solo per aumentare la distanza percorsa!". E' probabile che, in questo caso, l'itinerario sia stato pensato semplicemente per evitare il passaggio sulla strada asfaltata e trafficata, ma ormai il neurone non ragiona più, è in tilt. Fango, acqua, salita, discesa, slargo, passaggio stretto tra gli alberi. Il colore verde acceso delle foglie dà il conforto della primavera, ma non sono più in grado di coglierlo.

Gli ultimi passi nel prato, verso il guado del torrente che l'anno scorso è stato una vera impresa alla Indiana Jones: oggi quasi non si corre rischio di bagnarsi i piedi... Raggiunto l'asfalto, per gli ultimi cento metri di corsa, mi trascino dietro Giorgio che, in preda a crisi di nervi e caldo a stento repressa, a momenti mi prende la direzione per Torino. Incrociamo le auto di quelli che, già arrivati da un pezzo, lavati e rifocillati, tornano a casa... E' un attimo, la curva, l'ingresso del Palazzetto, i saluti, gli applausi che non si negano nemmeno alle ultime cartucce. 42 km per 2.400 m di dislivello, è andata. A mo' di rabdomanti, puntiamo diretti verso il tavolo del ristoro, allestito nella palestra, per bere tutto ciò che ci capita a tiro, anche alcoolico. Giorgio si muove come un automa, riconosce solo due parole, "bere" e "doccia". E doccia sia, mentre il buon Candido, arrivato già da più di mezz'ora, attende paziente che l'autista ritorni in sé. Ci attende un ricco pacco gara ed il ritorno, con le ombre lunghe della sera e la sagoma della Basilica di Superga, in lontananza, ad accompagnare il malinconico viaggio verso casa.

lunedì 14 marzo 2011

5 marzo 2011 - In MTB alla riscoperta delle Langhe

Mannaggia a me ed al mio disordine cronico, aggravato, incancrenito. Ho già tirato fuori tutto, esplorato ogni anfratto della borsa, del sedile, dello spazio sotto il sedile, del cruscotto... Niente. Eppure ieri sera le ho prese, ne sono certa. Già, le ho prese nel cassetto. Ma chissà dove le ho poi abbandonate. Mai che mi riesca di iniziare un'azione, anche la più banale, e concluderla come si deve. La interrompo per cominciarne un'altra, e un'altra ancora... E le calze, chissà dove le ho smarrite nel tortuoso tragitto dal cassetto alla borsa, passando magari per il cucinino, il bagno, se non persino il garage. Fatto sta che qui, adesso, non ci sono. Bene, complimenti Gian. Fa un freddo siberiano, c'è persino la nebbia: per l'occasione, mi ha seguita da Carmagnola a Cherasco, dove immagino si possa contare un giorno di nebbia ogni dieci anni. E mò che faccio? Partire a piedi nudi, o meglio, indossando le sole scarpe, no, non se ne parla nemmeno. Proprio io che patisco il freddo ai piedi anche indossando calze a prova di ascensione hymalaiana invernale... Tornare a casa? E no... Per una volta, da millemila anni a questa parte, che mi trovo abbastanza di buon'ora – sono passate da poco le nove – in luogo ameno per farci partire un bel giro in bici, ed ho anche la bici al seguito, no, non torno a casa. Sarebbe un delitto. Mumble mumble. Idea!

Una volta tanto, devo concedere a mia sorella brontolona un po' di ragione. Mi rimbrotta spesso, lei, per l'abbigliamento che sfoggio in ufficio, a suo dire, e non solo a suo dire, troppo sciatto: jeans, maglioni, maglioni, jeans. Non va bene, si fa brutta figura con i clienti, non ci si può presentare in jeans e scarpe da ginnastica, ecc. ecc. Naturalmente, la riprovazione espressa arriva al culmine di un crescendo di sguardi traversi, allusioni più o meno velate, battute velenose. Io faccio orecchio da mercante: un po' perché sono una freddolosa cronica e, se potessi, d'inverno vivrei incapsulata in una tuta da sci; un po' perché il tempo speso a lottare per infilare un paio di collant, abbottonare una camicetta, stirare un tailleur, è tempo sottratto alla vita, nel modo più stupido possibile. Ed anche perché non mi va che la gente mi giudichi dall'abito che indosso: quel che so fare, sul lavoro o altrove, lo so fare nello stesso modo, sia che indossi una tuta, sia che sfoggi un abito di paillettes. Quindi, se piaccio, sono così; se non piaccio, arrivederci e grazie.
Oggi, però, lo strappo alla regola l'ho fatto: un appuntamento per lavoro a Cherasco, un abituccio da mercato anche un po' da madama, per dirla tutta (in fondo, alle soglie dei trent'anni, ormai madama lo sono anch'io), ed un paio di calze autoreggenti. Le comiche, tra l'altro: le ho comprate di taglia sbagliata, talmente lunghe che mi tocca farci il risvolto, roba da uccidere sul nascere qualsiasi pensiero lascivo. Ma adesso son proprio soddisfatta della scelta di questa mattina. Già archiviato l'appuntamento, direi che a questo punto le calze autoreggenti non servono più: però, se le risvolto a tre o quattro strati intorno al piede, ecco risolto il problema. Calzino da bici sui generis: infilo il tutto, piede ed involto, dentro la scarpa e sono a posto. Infilo i guanti ed il berretto; ammucchio sul sedile gli inutili abiti borghesi; vinco la ritrosia ad uscire dall'abitacolo al freddo ed al gelo... Scarico la mountain bike, tribolo come al solito per sistemare la ruota anteriore, fatto. Pronti, partenza, via. La Opel resa lì, fida compagna di sempre, accanto al piccolo cimitero di Cherasco ed al casello dell'autostrada Asti-Cuneo. Accanto, un SUV ed una station wagon lucidissimi, fiammanti, BMW: sono ragionevolmente tranquilla; un eventuale ladro, dovendo scegliere, non toccherà il mio amato bene.

La nebbia rende gelido il mio avvio, quell'interminabile istante in cui il neurone, in un estremo impeto di buonsenso, si domanda "Ma chi me lo fa fare?". E' un battito di ciglia, poi la strada comincia a salire, e con essa la temperatura del corpaccione. In sella ad una MTB attrezzata da fuoristrada, la lotta contro la forza di gravità è durissima, ma, se non altro, ci si scalda. La speranza è che, guadagnando un po' di quota, si riesca a vedere il sole. Confido che la nebbia non tardi poi troppo a dissolversi. Prendo il passo dell'asino stanco, scalo i rapporti senza vergogna della tripla; dal momento che guardarmi intorno è inutile, prendo il telefono e chiamo mammà, giusto per avvisarla che non avrà altre notizie di me troppo presto.

Come previsto, la nebbia si dirada man mano che salgo; i toni del grigio cedono il posto ad un bell'azzurro del cielo ed al verde dei nuovi ciuffi d'erba nei prati e lungo il ciglio della strada. I primi fiori spuntano spavaldi: macchie azzurre, violette, gialle. Sugli alberi le prime, timide gemme. Salgo rimuginando l'incontro di questa mattina a Cherasco, una possibilità di lavoro che purtroppo non posso cogliere perché non ho ancora, ahimè, il dono dell'ubiquità. Ciononostante, è stata un'esperienza istruttiva: ho avuto a che fare con due professionisti di notevole esperienza ma, nel contempo, semplici, cordiali ed alla mano nell'aspetto e nel modo di fare. L'ideale, per me che ho sacro terrore delle persone formali, ingessate, che "se la tirano", ecco. Nelle situazioni in cui vedo molta apparenza ed ostentazione, istintivamente mi vien da pensare che ci sia qualcosa sotto, o meglio che non ci sia quel che si vuol far credere. Insomma: un nulla di fatto per me, ma mi ha messo di ottimo umore. E poi c'è il sole... Cosa potrei chiedere di più alla vita? Senza troppa fatica, supero i pochi km che mi portano alle prime case di La Morra, alla rotonda e poi su, verso il centro. Ignominiosamente ricorro alla coroncina anteriore piccola, per superare l'ultima rampa: la giornata su due ruote sarà ancora lunga; meglio non sinistrarsi troppo presto i muscoletti.
Dal belvedere di La Morra, lo sguardo spazia su un suggestivo mare di morbida nebbia, da cui spuntano qua e là i cocuzzoli delle colline e le cuspidi dei campanili. Potrei apprezzare la poesia, se solo non sapessi di dover scendere là sotto... Invece mi tocca, per forza. Giù in picchiata: la strada è umida, viscida, ma ho cieca fiducia nei copertoni spessi e nei freni a disco. Almeno, l'avrò finché non mi sarò spalmata a mò di Nutella sul cofano di qualche SUV. Mi congelo subito e via. Per fortuna, i freni sono reattivi al minimo tocco della leva, anche se le dita sono irrigidite. Direzione Santa Maria. Sembra di immergersi in un dipinto un bianco e nero dai contorni sfumati, che si delineano man mano che ci si avvicina. I due o tre km da Santa Maria fino a Gallo sono un vero supplizio: freddo, nebbia e traffico, direi insolito in questo posto. Infatti qualcosa di anomalo c'è: gran fermento a Gallo e viavai di auto da rally. No, cavoli, speriamo non oggi... Svicolo in tutta fretta dal centro del paese, in direzione di Serralunga; oltre la tenuta Fontanafredda, imbocco la strada secondaria per Monforte. Scruto il sentiero segnato che sale a Castiglione Falletto in mezzo ai vigneti: è un mare di fango... Non è ancora tempo per questo genere di avventure, o meglio, non è ancora stagione. Proseguo lungo la strada e, al bivio, tiro dritto per la frazione Castelletto, che di solito accantono in favore della bella salita parallela, a Perno. Anche qui la pendenza non è da sottovalutare. Un paio di tornanti, il passaggio in mezzo a due belle abitazioni ristrutturate, una delle quali porta sul campanello nomi stranieri, credo olandesi; qualche alberello da frutto che è lì lì per espellere i primi fiorellini. Pian piano, una pedalata dietro l'altra e con tanta pazienza, sempre a caccia, con lo sguardo, dei più sperduti tratturi. Con questo bel mezzo che mi ritrovo sotto il posteriore, ho una gran voglia di tentare l'avventura! Un gruppo di case, un ripido tornante che sempre m'inganna perché pare annunciare un tratto in piano, l'ultima rampa con ampia vista sulla collina e mi ricongiungo con l'altra stradina parallela. Un breve tratto in leggera discesa mi riporta alla strada principale che sale da Castiglione e, meno di un km dopo, a Monforte. La nebbia intorno sembra diradarsi un po'. Qualche passante con la sacca del pane o il giornale sottobraccio; nessun ciclista, per ora: li incontrerò più tardi.

Imbocco la discesa verso Dogliani. Non ho una meta precisa, piuttosto qualche curiosità. Lascio il mio itinerario al caso: vorrei andare a cacciare il naso lungo qualche stradina che, in passato, ho sempre solo notato distrattamente, passando oltre. Per esempio, quel bivio che c'è nella curva, dopo la rampa in discesa lunga e dritta che porta giù nella cupa valletta verso Demonte. Detto fatto: colpo di freni, svolto su per la ripida stradina stretta, il fondo ricoperto di foglie secche e resti dei ricci delle castagne. Sale decisa, senza sconti, e mi porta, in qualche centinaio di metri, in vista di una borgata. Alla mia destra, una distesa di vigneti; alla sinistra, una scoscesa parete di sabbia e boscaglia. Cani latrano da ogni dove: mi sa che sto per invadere una proprietà privata... Infatti, la salita va a morire in mezzo alle case. Pazienza: marcia indietro, torno giù al fondovalle. Poche centinaia di metri verso Dogliani ed ecco, sempre a sinistra, un altro bivio. E proviamo anche questo. Ho una mezza idea di dove potrebbe andare a finire, ma non ci faccio molto affidamento: il mio senso dello spazio e dell'orientamento è miserrimo, di solito. Anche qui, s'è risparmiato sull'asfalto: una rampa dietro l'altra, senza misericordia per i garretti del ciclista. Dall'oscuro fondovalle ad una splendida vista su prati e vigneti. Non si può dire che il cielo sia azzurro e luminoso; la foschia non ha ancora ceduto del tutto, però il sole dispensa un po' di conforto. Qualche cascina isolata, un bivio in cui svolto a sinistra; un gruppo di case, un agriturismo o qualcosa di simile. Passo con circospezione, sempre timorosa di invadere la proprietà altrui: no, la strada continua a salire. Al bivio successivo, mi accorgo con sorpresa che, una volta tanto, ho visto giusto: sono arrivata sulla bella stradina che sale da Dogliani e va a confluire nella strada principale tra Monforte e Roddino. Svolto a destra, verso Dogliani, per godermi il morbido tratto in cresta ed il panorama mozzafiato sulla collina, fino al punto in cui la strada comincia a scendere decisa. Poi torno indietro: non voglio scendere a Dogliani, preferisco andare verso Serralunga e poi si vedrà. Un lungo tratto a saliscendi, con fondo stradale non sempre in ottime condizioni. Una targa in pietra sul muro di una cascina ricorda che quelle mura hanno dato asilo ad una brigata partigiana nel '43.
Ancora una volta, nella breve ma ripida risalita successiva, benedico la tripla. E, di tanto in tanto, butto l'occhio alla ruota posteriore. Ieri sera ho fatto una riparazione fai da te; ho sostituito la camera d'aria bucata ed ho colto l'occasione per piazzare la fascia protettiva in kevlar tra la camera nuova ed il copertone. Non sono affatto certa di aver fatto un buon lavoro, ma per ora sembra che tenga. Via lungo la strada principale, in leggera salita in direzione Roddino. M'infilo di botto in una stradina sulla destra: pochi metri, poi mi accorgo che una telecamera mi punta minacciosa... E' l'ingresso di un hotel di lusso, o qualcosa del genere, in località Bricco. Torno sui miei passi, anzi, sulle mie pedalate. Ma oggi sono senza pace: sulla sinistra, un altro bivio attira la mia attenzione. Una ripida discesa che passa accanto ad un palazzo ristrutturato, dall'aspetto molto lussuoso: trattasi infatti, dicono i cartelli, nientemeno che di un "resort". Un paio di curve e la strada diventa sterrata, ma facile. Pedalo accanto ad una chiesetta e ancora avanti, fino a sbucare nuovamente sulla strada principale tra Monforte e Roddino. Torno verso Monforte e m'infilo ancora una volta a sinistra, dove i cartelli indicano la località San Giuseppe. Una ripida rampa, un bel tratto in cresta che porta dritto nel cortile di un'azienda vinicola. Che meraviglia, questo posto, e che invidia per chi ha la fortuna di poterci vivere e lavorare. La stradina, che raccoglie tutta la luce del sole possibile, è adorna dei primi fiorellini. Torno, per l'ennesima volta, sulla tratta principale, verso Roddino, questa volta senza distrazioni. Mamma mia quant'è faticoso il falsopiano in salita. Mi attacco, per consolazione, alla boccetta di miele, il mio unico sostentamento della giornata: non sarà un toccasana per i denti, ma che bontà. Passo oltre i campi da golf ed il ristorante, sforzandomi di ignorare l'invitante profumo. Appena prima di Roddino, svolto a sinistra in direzione di Serralunga: una bella discesa con il panorama del castello, severo e minaccioso, in lontananza, e la vista sulle strade di Perno e Castello, ora dall'altro versante della valle. Breve risalita con vista, invece, su un altro orrendo centro benessere, o qualcosa del genere; una costruzione pretenziosa, brutta e che nulla c'entra con l'ambiente che la circonda. Una "spa", come va di moda dire adesso. Passo oltre, non molto: sulla destra, mi attende la stradina che scende diretta a Sinio. Noto con piacere che sono comparsi il cartello che indica la direzione per ciclisti ed escursionisti, nonché un bel cartello che avvisa i viaggiatori a quattro ruote della possibile presenza di altri viaggiatori a due. Giù verso fondovalle: ormai non fa quasi più freddo. Brevissima deviazione in un tornante, verso una stradina sterrata; anche qui si va a finire nel cortile di una cascina che pare deserta da un po'. Sul pendio, in pieno sole, l'azzurro dei primi fiorellini. Ancora discesa, qualche curva, qualche buca. A Sinio avolto a destra sulla strada principale di fondovalle; la seguo fino al bivio per Albaretto Torre. Vorrei raggiungere il paese lassù, stavolta non lungo la solita, abituale salita da capre, bensì seguendo una stradina che si stacca a destra appena prima della minacciosa rampa indicata al 18% di pendenza. La stradina, più modesta, prende avvio in piano, accanto ad un pioppeto. Minacciosi cartelli avvertono di un "pericolo per il pubblico": impiego un po' a collegare gli avvertimenti con il trambusto di Gallo d'Alba per il rally. E' evidente che la corsa passerà anche di qua.
La stradina è buia, incassata tra la parete della collina ed il bosco; alla mia destra scorre un torrente. Una salita appena accennata, all'inizio; il fondo in buone condizioni, a parte qualche crepa. Ho l'impressione di vedere i segni di un allagamento, anche se non troppo recente. Il cancello, il cortile di una casa; la strada sfila a destra, raggiunge un punto in cui la valle si apre e s'illumina. A sinistra , imponenti ed aspri contrafforti sabbiosi: incredibile, mi sembra di ritrovarmi all'improvviso in un ambiente completamente diverso rispetto a quello di poche centinaia di metri fa! Un paesaggio suggestivo ed insieme spettrale. Poi la salita, quella vera, comincia; una serie di curve mi fa passare accanto ad alcune abitazioni. Cani a cui non par vero di poter esercitare la loro autorità di guardiani; credo proprio che di qua passi ben poca gente. Non perdo di vista la mia meta, lassù, la torre di Albaretto e, poco più avanti, la più prosaica torre metallica punteggiata di ripetitori. Fin lassù... La stradina si snoda tra i noccioleti. Qui la neve è caduta ben più abbondante che in pianura; ricopre, man mano che salgo, i prati e crea allegri giochi d'acqua. Visto che, ormai, ho perso la speranza di trovare una fontanella aperta, mi fermo a raccogliere qualche manciata di neve e la butto nella borraccia, sperando che un po' si sciolga, anche se, per ora, la temperatura è tutt'altro che torrida. Poi riprendo la salita. Supero una rampa micidiale, per fortuna breve, che non mi aspettavo; non ho il coraggio di far scendere la catena sul padellino, ora che sono proprio nel punto più aspro... Sputo un paio di bronchi, ma sono oltre. Si sale ancora, ma dolcemente, mentre la piazza di Albaretto si intravede già più definita. Che contrasto, la neve ed i fiorellini che spuntano nelle poche chiazze di verde. Ed il cinguettio multiforme, incessante. Un gruppo di abitazioni, poi la strada piega infine a sinistra. Ecco, dov'è che si va a finire: proprio nella rotonda del ristorante, dove la strada che sale da Albaretto si innesta sulla principale in cresta tra Alba e Bossolasco. Il parcheggio del ristorante è gremito; s'ode un gran ticchettio di posate. E che profumo! Direi che un'altra ciucciata di miele ci sta...

E mo' dove potrei andare? Intanto raggiungo la località Tre Cunei, dove ammiro un edificio, proprio in corrispondenza del bivio per Lequio, ristrutturato in modo magistrale. Un capolavoro. Potrei tornare giù a Sinio da Borine: una strada che in bici da corsa avevo il terrore di imboccare, quasi una mulattiera. Ma sì, perché no. Un chilometro di lieve discesa ed ecco il bivio, Borine. Anche qui, evidenti tracce dei preparativi del rally. C'è un divieto di passaggio, ma è per domani... Meno male. Le curve mi portano ben presto in picchiata verso il cupo, selvaggio fondovalle; l'asfalto è sempre più sconnesso: non buche ma veri e propri crateri, sassi, terra, sabbia, un disastro, curva dopo curva, con la sabbia della parete della collina che si sgretola e rovina giù, e tutt'intorno boscaglia e gaggie attraverso cui filtra qualche raggio di un sole ancora incerto. Cartelli perentori indicano i punti dove gli spettatori non potranno piazzarsi. E' un vero peccato che qualcuno abbia avuto la geniale pensata di far correre una gara di auto quassù: di questo fondo stradale già disastrato resterà poco o nulla...
Giù, in fondo, la valle si apre e la strada torna ad assumere condizioni decenti. Mi ritrovo ad un centinaio di metri dal bivio con la stradina che sale ad Albaretto, appena percorsa; è dall'altra parte del torrente. Tiro dritto per Sinio; se riesco a ritrovarla, vorrei percorrere la strada che sale diretta a Montelupo Albese. Già risalire le rampe di Sinio è una bella impresa da fachiri; mi guardo intorno circospetta, seguo quella che mi sembra la via principale. Quasi per caso, riconosco a destra la piazza della chiesa: ecco, quel giorno in cui ho scoperto l'esistenza della direttissima Montelupo – Sinio ero sbucata proprio qui... Attraverso la piazza e prendo a salire su per una successione di rampe cattive, irregolari; mettici pazienza, Gian, vedrai che fai anche questa. Intanto, scruto l'orizzonte alla ricerca del profilo della mia meta. Pedala e pedala, di lì a poco l'occhio mi cade su un cartello bianco e rosso, uno di quelli che, inequivocabilmente, indicano i sentieri. Punta una strada sterrata che scende, passando tra i vigneti. Magari... Forse... Chissà... Non sembra nemmeno troppo fangosa... Ma sì, perché no, proviamo. Alla peggio, torno indietro.

Infilo la via ignota, suscitando la ferma riprovazione di un cagnetto che tiene compagnia al padrone nelle viti. Spiegate alla bestiola le mie intenzioni del tutto pacifiche, procedo in discesa, in equilibrio precario. Si apre un'altra valletta; la strada procede verso un pugno di case. Mi sembra di vedere una strafa asfaltata che si stacca proprio dalle case e va in direzione opposta alla mia. Scendo con cautela: il fango sembra aumentare man mano che procedo; fango, pozze, pietre. Appena prima delle abitazioni, noto per un pelo un altro cartello: per il sentiero si deve andar di lì. Beh, posso provarci; mal che vada, anche qui, torno indietro. Mi avvio baldanzosa in sella: dieci metri dopo, le ruote sono già mezze affondate nel fango. Ostinata e curiosa, procedo a piedi, con la bici per mano, sfruttando qua e là l'appoggio appena più saldo del tappeto di foglie morte. Mi addentro lungo una strada sterrata che, in condizioni meno umide, dev'essere agevole e bellissima, sotto una vera e propria galleria formata dai rami degli alberi spogli e colonizzati di una sorta di edera. Anche procedere a piedi non è facile. Guardo in su: non c'è più traccia di Montelupo, sono troppo a ridosso della collina. Proiettata fuori dal mondo, direi, anche se non credo sia impresa impossibile tornare indietro. Non ancora.
Riemergo alla luce e scorgo, come una caccia al tesoro, un altro cartello. Questa volta, l'indicazione per Montelupo mi manda lungo un sentierino strettissimo, "single track" in gergo, ed anche parecchio ripido, con uno sbarramento di legno che credo serva ad impedire il passaggio alle moto da cross. Che si fa? Ormai sono qui... Tantovale provare. Il fondo mi sembra in condizioni discrete. Mi carico sulle spalle i miei quindici kg di bici ed inizio una lenta, faticosa risalita. Tutto bene, almeno all'inizio; la trappola funziona. Di lì a poco, il sentiero diventa via via più fangoso: mi trovo a dover trasportare o trascinare la bici senza nemmeno un appoggio saldo per i piedi, che scivolano via. E la pendenza, manco a farlo apposta, aumenta. Così come la mia pressione. Scruto con ansia oltre gli alberi, in alto: nulla, non si vede nulla. Continuo a salire, a scivolare, ad aggrapparmi alle piante, io, lo zaino, la bici. Il sentiero sparisce sotto lo scroscio di un bel torrentello: procedere verso l'alto diventa un'impresa disperata. Mi trovo d'improvviso a dover superare una strettoia tra due rocce, in mezzo a cui scorre il fiumiciattolo, e non ho alcun appoggio saldo per le suole; più mi muovo, più sprofondo, più scivolo. Finisco a mani nel fango un po' di volte, prima di riuscire, con sovrumano sforzo, a trascinare la bici oltre le rocce; un altro attentato alla spina dorsale per superare il successivo salto. E' un bel sentiero a tornantini, ma non finisce mai... Tiro avanti aggrappandomi a tutto quel che capita con la mano sinistra, mentre con la destra un po' reggo ed un po' trascino l'ammasso di metallo, gomma e carbonio. Meno male che non c'è nessuno ad assistere... Come minimo, sarei marchiata a vita per la mia dabbenaggine!

Calpesto fango e neve, neve e fango. E comincio seriamente a dubitare della validità della mia pensata. Ma ormai è fatta, indietro non si torna. Spero almeno di poter andare avanti... Quel che mi si para davanti all'improvviso è scoraggiante: il sentiero si impenna, va su dritto come un fuso, in mezzo alla neve, al fango, all'erba viscida. Tento l'attacco di petto: a momenti, finisco faccia a terra. Allora provo con le maniere dolci: un passettino, consolido l'appoggio, trascino un po' la bici; altro passettino, altro trascinamento. Così. a venti centimetri per volta, dopo avere accuratamente abbattuto tutti i santi del calendario comprese le riserve, sbuco senza fiato su un tratto quasi in piano. La strada, da qui, piega a sinistra, finalmente in piano. Ancora qualche decina di metri sguazzando tra pozze, fango e neve, ed "uscimmo a riveder le stelle". Posso solo immaginare la sorpresa delle due madame che, in giro a passeggio, si trovano di fronte ad una sorta di pupazzo di fango che spunta dal folto del bosco. Saluto, onde far capire che non sono uno yeti in vacanza premio, e risalgo finalmente in sella, con tutti gli ossicini doloranti, dal primo all'ultimo. Questa è la stradina che sale a Montelupo da Valle Talloria, cioè da Sinio e da localitù Bricchi. Raggiungo pian piano la vicina strada alta, che seguo, questa volta senz'altri voli pindarici, fino a Diano. Anzi no, un voletto me lo concedo ancora: evito i due tornanti che salgono al paese, in favore di un breve tratto sterrato che si stacca sulla sinistra, segnalato anche qui dal cartello bianco e rosso. Salgo, via sterrato, fino alle primissime case di Diano, sotto un pallido sole. E la neve nella borraccia non s'è ancora sciolta... Sono le tre, più o meno. L'avventura in stile Indiana Jones mi ha portato via un sacco di tempo... Ma in fondo non ha importanza: non devo mica bollare la cartolina!

Da Diano, imbocco la strada che scende a Grinzane e Gallo. Ormai è un vizio; lungo la discesa, butto l'occhio a tutti i bivi, che mi riprometto, prima o poi, di andare ad esplorare. Non oggi, però. Scendo giù, ammiro l'imponente mole del castello di Grinzane. Anche qui, ristoranti affollati nonostante l'ora già avanzata. Giù a Gallo, con circospezione: il rally ha attirato un bel po' di gente, troppa per i miei gusti; auto e pedoni che s'infilano da ogni parte... I motori rombano furiosi. Via di qua, prima possibile. Riprendo la strada verso La Morra: un'ultima dose di miele, più per golosità che per vera necessità, anche se ormai avverto un certo languorino. Il sole è fioco, velato; la temperatura però s'è finalmente ripresa un po'. Pedalo pigramente lungo il falsopiano che sale a Santa Maria, con l'occhio a scandagliare le tracce di sentieri e stradine tra i vigneti. La rampa in centro paese, una coppia di mature madame che si fermano a chiacchierare appena oltre la curva cieca; un'auto che arriva di gran carriera e per un pelo non le travolge: le madame, imperterrite, continuano il pettegolezzo, mentre l'auto sgomma via. E non ho bisogno di leggere il labiale per immaginare cosa possa essere uscito dalla favella del pilota.
Risalgo a La Morra ricorrendo, ormai senza alcun ritegno, al padellino, ove necessario, su tra le ombre lunghe dei filari dei vigneti. Del paese, lassù, spiccano purtroppo più di tutto degli orrendi palazzoni. Meno male che, a sinistra, posso consolarmi con lo splendido cedro sul cocuzzolo della collina. La rotonda, l'ultima rampa, il drittone, l'ultimo tornante. Un inebriante profumo di vino mi accoglie in paese: possibile? Eppure siamo a marzo... E' periodo di vinificazione marzo?

Prendo la direzione per Bra e mi godo la lunga, rilassante discesa tra noccioleti e recinti con i cavalli. La pianura torna a dominare il paesaggio. Incontro ancora qualche ciclista che sfrutta le ore più calde, anzi direi meno fredde della giornata; con qualche brivido arrivo giù, al ponte sul Tanaro. La Opel, paziente, è ancora lì. Secondo i miei calcoli spannometrici, direi un'ottantina di km, poco più di duemila m di salita e sette ore di pedalata. Carico la fida MTB in auto. Poi l'occhio mi cade sui piedi: già, me n'ero dimenticata, ma direi proprio che le autoreggenti, adattate a calzini da bici, hanno svolto un lavoro egregio!

domenica 13 febbraio 2011

13 febbraio 2011 - Di corsa da Dogliani a casa

Una giornata anomala, già nella sua genesi. L'ha partorita, cullata e cresciuta Matteo, questa volta, l'idea: una pensata che nemmeno la mia mente bacata avrebbe potuto escogitare. Vegeto sul sedile passeggero, un po' addormentata, un po' infiacchita per colpa della giornata bigia, buia, umida. Non si vede ancora, che sarà bigia e buia ed umida, per la verità; in questa stagione, un po' prima delle sette, è normale che la luce si faccia attendere. Già prima di abbandonare l'amena terra carmagnolese, nel furgone è calato un silenzio di tomba: un recupero di sonno in extremis, per me; la paralisi del terrore, per Matteo, che, tra meno di un'ora, sarà costretto ad affrontare le conseguenze della sua sconsideratissima trovata.

Si parcheggia a Dogliani, lungo la strada che sale verso Bossolasco, ma ancora in paese, proprio all'incrocio con la via che va a Monforte d'Alba. Il rito della vestizione, per Matteo, è lungo e tribolato; ma oggi, tutto sommato, non mi spiace godere ancora per qualche istante l'illusione di calduccio del sedile. Fa freddo e non c'è nemmeno la speranza di un raggio di sole, almeno a dar retta alle previsioni. Più rintronata che mai, osservo il piccolo parco giochi e la fontanella, rigorosamente a secco in questa stagione, ed i tronchi ed i rami nodosi e nudi dei grossi platani. Il furgone resta qui; noi torniamo a Carmagnola a piedi, di corsa. E non per la via diretta, ovvio: rientriamo via Monforte, Gallo, La Morra, Pocapaglia, Sommariva Perno, Ceresole. L'idea mi piace, m'è piaciuta subito quando ne ho letto la proposta via e-mail; datemi tanti km da correre e mi farete contenta... Nel contempo, però, mi ha stupito che a proporla sia stato proprio Matteo. Beninteso, non ho alcun dubbio che lui sia in grado di portare a termine la traversata; qui lo dico e qui lo ripeto, quel satanasso non patisce nulla, si farebbe calpestare da un camion a rimorchio piuttosto che cedere. Però, quando in passato ero io a spronarlo verso le lunghe distanze su asfalto, al solo pensiero attaccava a starnazzare come tutte le oche del Campidoglio messe assieme, adducendo le più fantasiose ed elaborate scuse per sottrarsi al supplizio. Oggi siamo qui e l'ha deciso lui... Non discuto e mi adeguo. Si parte e, di certo, indietro non si torna. Tanto lo so che, prima o poi, una cento km su asfalto la proverà anche lui... E' un'attrazione fatale, non si scappa. Ci avviamo al trotto, con gli zaini in spalla: quello di Matteo è di dimensione ragionevole, il mio è proprio enorme, anche se quasi vuoto. Si parte in salita: l'ultima occhiata languida alla vetrina della panetteria sull'angolo: sforna vere prelibatezze, quella bottega, ma, a quanto pare, non apre la domenica mattina. Meglio così: affrontare l'ascesa con un chilometro cubo di focaccia sullo stomaco potrebbe forse risultare fastidioso.
La strada risale morbida lungo una valletta selvaggia, resa ancor più buia dalla coltre di nuvole. Poche abitazioni, che parlano di freddo e muri umidi quaggiù; qualche cane che abbaia nei cortili; vegetazione sparuta, invernale, grovigli di rovi. I fianchi della collina, chiazze bianche di sabbia che si sgretola pian piano e rovina giù. Si chiacchiera, anche se io fatico ancora un po' a sfuggire alla morsa del sonno... E non ho ancora capito come butti, oggi; se le gambe mi faranno la grazia di girare bene oppure no. La strada, nera di pioggia, comincia con un accenno di salita e disegna curve morbide tra le colline; un ponticello in pietra, un arco che è un piccolo capolavoro, mi offre il passaggio verso un posticino strategico per una sosta. Al mio passaggio, urto qualche ramo che mi scarica in testa uno scroscio di pioggia. Per ora, quella dal cielo non arriva, anche se l'aria è talmente umida che gli indumenti ed i capelli sono già fradici. Matteo attacca ben presto il lavoro di ganasce, ancor prima di arrivare al punto in cui la strada svolta decisa a destra e prende a salire, portandoci via dal fondovalle, offrendoci un po' d'aria, di luce in più. Il cielo è un po' meno bigio, ma solo perché è sorto il sole. E' la prima salita della giornata ed è tutt'altro che ostica: riesco a correrci senza problemi e senza smettere di chiacchierare. Il freddo se n'è andato ed ha ceduto il posto ad un bagno di sudore: purtroppo non c'è alternativa, se non quella di svestirsi e rivestirsi ad ogni inversione di pendenza. Ora sì che son contenta, quasi euforica direi. Conosco ogni millimetro di questa strada, per averci consumato i copertoncini della bici, anche se di solito qui passo in discesa. Quei piccoli rigonfiamenti, presto gemme, che punteggiano i rami degli alberi da frutto, i minuscoli fiori azzurri sul bordo della strada, la cascata gialla delle forsizie sul pilone di una casa ben esposta, tutto sembra smentire le minacce del termometro: graffia quanto vuoi, caro inverno, ormai sei agli sgoccioli. Poche auto: è ancora presto per i turisti. Quei pochi che si aggirano per le Langhe in questa stagione si materializzano all'ora del pranzo. Il grigiume appiattisce il paesaggio. In quattro e quattr'otto siamo a Monforte. Incredibile quanti particolari sfuggano non solo a chi viaggia in auto, ma anche a chi pedala in bici; la ricca e bellissima facciata del Duomo non è certo un'immagine di secondo piano... Eppure non l'avevo mai vista, o meglio, mai osservata con attenzione, passandoci davanti in bici. Avrei saputo dire che lì c'è una chiesa, questo sì, ma niente di più. Del resto, ripetuti incontri ravvicinati con l'asfalto o con la lamiera delle auto mi hanno convinta dell'opportunità di tenere gli occhi ben incollati alla strada.
Il centro del paese, curato e ristrutturato con gusto, è ancora deserto; solo qualche passante infreddolito, con il quotidiano del giorno sotto il braccio. Le mie narici, infallibili come quelle di un cane da tartufi quando si tratta di captare effluvi alimentari, si animano all'intenso profumo di croissant: meglio filare via di qui, e alla svelta, prima che la tentazione prenda il sopravvento. Imbocchiamo il bivio in direzione di Castiglione Falletto, passando davanti a palazzine costruite proprio sul ciglio, in faccia al panorama di Langa, verso Monchiero e Novello. Senz'altro gli ingegneri avranno fatto i dovuti conti per assicurare la stabilità degli edifici, ma io una casa così non la comprerei di certo, vista già solo la facilità con cui l'asfalto delle strade qui intorno scivola giù ad ogni pioggia. E poi sono orribili, queste costruzioni, non hanno nulla a che vedere con l'ambiente che le circonda. Rammarico inutile, tanto ormai è così dappertutto. Resta solo un magro sollievo: gi occhi dei posteri, nemmeno troppo lontani, probabilmente non saranno aggrediti dall'orrenda visione di questo ed altri anche peggiori scempi. Se buona parte delle nuove costruzioni, spuntate dal nulla a tempo di record, sono state erette con gli stessi "criteri" che ho visto, per lavoro, applicati in molti, troppi edifici nuovissimi in Carmagnola e dintorni... Quelle strutture non dureranno a lungo.

Seguire la strada principale per Castiglione, oppure scendere a Gallo via Perno? Non ho dubbi, la scelta cade su Perno; strada secondaria, offre un po' di su e giù ed attraversa un borgo che io trovo meraviglioso. Matteo, preoccupatissimo per le sorti della sua impresa, mi prega di non aggiungere chilometri ai chilometri già previsti: "Ma no – lo rassicuro – tranquillo, di qua o di là come lunghezza è lo stesso!". In realtà non ne ho la più pallida idea... Assaporo il gusto della vendetta: quasi sempre, quando ci lanciamo in qualche raid, è Matteo ad avere il controllo della situazione e del percorso; io, per quanto mi sforzi di prepararmi ogni volta al peggio, cado regolarmente vittima dei suoi peccati di sottostima (delle difficoltà del viaggio) e sovrastima (delle mie capacità fisiche e psicologiche). Nella corsa su asfalto conservo, per ora, una posizione di vantaggio: non certo per superiorità fisica, quanto piuttosto perché lui ha sempre rifiutato con orrore l'idea delle corse su asfalto di lunga distanza, già a partire dalla maratona, preferendo di gran lunga boschi e sentieri. Se io parto per correre sessanta km, ho la ragionevole certezza di completare il percorso, a meno di catastrofi; ce l'avrebbe anche lui, la certezza, solo che non ci crede. Per ora. Ergo, meglio che io mi goda quest'ultimo scampolo di supremazia.

Si torna a vedere cose belle: lungo la breve salita, un fitto bosco, intrecci di rami e rovi e primi timidi cenni di fiorellini; due edifici, uno più bello dell'altro; il secondo ancora in corso di ristrutturazione, ma un vero capolavoro, per quel che si può vedere. La strada abbandona il versante con vista su Novello per offrirci il panorama di Serralunga d'Alba; la pendenza s'inverte, in corrispondenza del bivio per la frazione Castello. Giù in discesa tra i filari di viti spoglie, d'aspetto quasi sinistro; il piccolo cimitero, l'abitato di Perno, un gioiello. Qui, chi ha messo mano alle case l'ha fatto con molto gusto. Oltrepassiamo la strettoia: i vistosi segni di strisciata sui muri lasciano intendere che non sempre chi guida i veicoli su di qua ha l'occhio attento per le misure...
Altri due ripidi tornanti ci precipitano giù verso il fondovalle. Per me, seconda sosta tecnica, a cui segue la saggia, sacrosanta quanto inutile lezione di Matteo sulla corretta alimentazione. Io lo so benissimo, cosa dovrei mangiare, quanto, quando e come. Ma è più forte di me: credo di avere una buona disciplina quando si tratta di costringermi a macinare km, ma sono impotente di fronte allo strapotere del mio disordine alimentare. I pasti regolari sono un lontanissimo ricordo dell'adolescenza, quando ancora comandava la mamma; da allora, non sono mai più riuscita a superare la dipendenza dal mangiucchiamento continuo e disordinato. Il fatto di lavorare a casa, vicina alla dispensa, peggiora la situazione; le premure di una mamma che mi vede sempre più smagrita e che, anziché prenotare una visita dall'oculista, mi fa trovare in ufficio carichi di derrate alimentari sufficienti per superare un assedio che duri un lustro, completano il disastro. Ovvio che ogni tanto il mio apparato digerente si ribelli, poveraccio, è il minimo che possa fare. Io invidio tanto, ma proprio tanto, chi ha la forza di volontà di seguire una dieta, o anche solo un criterio sensato nell'alimentazione; chi riesce a colmare il vuoto allo stomaco con una mela, anziché con un chilo di grissini; chi non sente la necessità di mantenere le mascelle in movimento perpetuo. Forse c'è stato un errore; forse era previsto che io nascessi ruminante, anziché essere umano... Non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio; ingurgito roba quando ho fame, per tacitare la fame, ed anche quando non ho fame, per chissà che razza di necessità compulsiva. Per carità, non uso condimenti di alcun genere al di fuori del sale, ma è proprio la quantità che mi rovina. Se non facessi tanto sport, sfiorerei probabilmente il quintale e mezzo...

La rampa più ripida ci scodella alla fine della discesa. Dal cortile di una cascina si avvicina un grosso cane: minaccioso per un istante, lascia ben presto intendere che l'abbaio è stato dettato da puro senso del dovere. Svolto il minimo sindacale del suo lavoro, ci osserva allontanarci, pigro. Ci rattrista molto, appena più avanti, il corpicino di un cagnolino a bordo strada: mi fermo, lo sfioro, ma non c'è speranza, è rigido. Morto, con l'occhio sbarrato. Una stretta al cuore: l'unica speranza è che, così com'è, credo che il trapasso sia stato istantaneo, senza troppa sofferenza. Povera bestiola...

La torre tonda di Castiglione Falletto incombe sui nostri crani, lassù, sulla sinistra. Non avevo mai notato la ricca segnaletica dei sentieri; forse è comparsa da poco, o forse me ne accorgo solo ora che mi sono convertita dalla bici da corsa alla MTB. In questa stagione sarebbe più adatta un'imbarcazione da palude, per sguazzare nel fango, ma, nella bella stagione, se mi resterà tempo, verrò in esplorazione. All'incrocio con la strada che da Gallo va a Serralunga, attraversa la strada un cagnolino quasi identico al piccolo che abbiamo trovato morto: un istante dopo, passa un'auto... Mi manca il fiato. Vorrei tanto poter mettere personalmente il cappio al collo del suo disgraziato padrone, due volte incosciente perché, lasciando l'animale libero, mette a rischio la vita della povera bestiola ed anche quella di chi, in auto o peggio in moto o in bici, dovesse trovarselo improvvisamente di fronte.

Superiamo l'ingresso della tenuta di Fontanafredda e raggiungiamo Gallo; da lì, imbocchiamo la direzione di La Morra. Un pallidissimo sole sembra quasi provare a farsi strada tra le nuvole. Qui la stanchezza si fa sentire, un po'. Gambe irrigidite, ecco, e fiato corto. Faccio finta di niente: la strada è ancora lunga; bisogna che mi convinca che sto bene, benissimo, perché in un modo o nell'altro a casa bisogna tornare. La collina è punteggiata di piccoli gruppi di case; i filari, ordinatissimi, sembrano disegnati con gli strumenti del geometra. Terra che deve valere uno sproposito, questa; pianti un palo ed esce vino, e che vino, per giunta!
L'avvicinamento al vero e proprio inizio dell'ascesa, alla frazione di Santa Maria, è uno strazio: un lunghissimo falsopiano in salita, con l'aggravante delle auto che, a quest'ora, ormai imperversano. Qualche timida sfumatura di azzurro si intravede in mezzo alla nebbia. Corro finché posso, o meglio, mi sforzo di rappresentare il movimento della corsa, ma c'è poco da fare. Riesco a correre per intero un'unica salita, anche ben più lunga di quella che ho affrontato stamattina verso Monforte; non riesco invece proprio a correre una seconda salita, per quanto facile, se in mezzo c'è stata una discesa. Le gambe si imballano, il cuore si rifiuta. Pazienza: m'infilo tra le case di Santa Maria al passo. Matteo non sembra avanzare obiezioni in proposito.

E' ancora presto, ma già si sentono effluvii di sughi. Sulla piazzetta della frazione, adibita a parcheggio, un bellissimo cockerino ci punta con interesse: schizza sull'attenti, punta deciso verso di noi, scodinzolando con il suo moncherino di coda. Siamo in una doppia curva cieca; per evitare che il piccolo scriteriato finisca sotto un'auto, schizzo io dall'altro lato della strada. Una bestiola dolcissima, un bel pelo fulvo, fresco fresco di toeletta. Da un cortile, lì di fronte, esce una madama non più di primo pelo, fasciata in una pelliccia che arriva fino ai piedi e traballante su tacchi vertiginosi; "A cuccia – rivolta al cagnolino, in tono secco – a cuccia!". Le lancio un'occhiata torva, che esprime tutto il mio disprezzo per l'indumento e per il contenuto; saluto il cagnetto, via, si riparte. Ma la bestiola non ritiene, è chiaro, di dare peso alle parole della proprietaria, ammesso che quella persona sia la proprietaria. Anzi, pensa bene di mettersi in marcia con noi. Trotta sul bordo della strada, salta il fosso con un'agilità insospettabile in un cagnetto di nobile stirpe, fa lo slalom tra le viti, ruzzola nel giardino non recintato di un'abitazione; esplora ogni centimetro quadrato di terra, ogni foglia, ogni vaso, tutti accuratamente segnati con alzata di zampa. Ma sì, adesso si ferma, adesso torna indietro... Macché: incurante dell'impegno profuso da chi gli ha appena lisciato, pettinato e cotonato il morbido mantello, il piccolo satanasso sguazza nel fosso, nel fango, in mezzo all'erba, fino ad assumere l'aspetto di uno straccio da pavimento infeltrito. Sembra persino felice di aver riconquistato la sua dignità di cane, lasciandosi alle spalle la maschera del pelouche da salotto. Se la carampana impellicciata è davvero la sua padrona, vorrei godermi lo spettacolo dell'espressione del suo viso, quando lo rivedrà... Come minimo stramazza a terra svenuta!

La sorpresa per il tenero incontro si tramuta però ben presto in un incubo, almeno per me. Il cagnetto non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. Continua a seguirci e, quel che è peggio, si lancia in folli corse da un capo all'altro della strada; ogni volta che si accorge dell'arrivo di un'auto, si acquatta e le si lancia contro, abbaiando, la insegue avvicinandosi alle ruote, troppo. Ho il cuore in gola, mi copro gli occhi ogni volta, vorrei fermarlo, prenderlo, riportarlo giù. E' vero, ha senz'altro ragione Matteo, quell'animale conosce bene il posto e sembra muoversi con naturalezza; ciò non lo salva, tuttavia, dall'immenso rischio di finire investito. Angoscia, paura, lo vedo già colpito e steso sul ciglio, come quell'altro povero cagnotto che abbiamo visto appena prima di Gallo; mi manca il fiato... Non c'è verso di convincerlo a tornare a casa; non serve che Matteo ed io ci dividiamo, non serve che tentiamo la via in mezzo alla boscaglia; quello sparisce per qualche istante, ma poi ci ritrova, naso a terra, gioioso e soddisfatto come se si aspettasse un premio. Ed io che avrei voluto godermi questa piacevole, lunga salita! Eccolo dinuovo accucciato, ecco l'auto che arriva, lo investe, no, lo investe! Non c'è più nulla, né il panorama sfumato delle colline, né il timido raggio di sole, ho solo il terrore di ciò che accadrà a questa povera bestiola. Non è possibile che non accada... Vorrei, con tutte le mie forze, stringere un cappio al collo dell'irresponsabile che lo ha lasciato libero, mettendo a rischio lui stesso, povero piccolo, e chiunque abbia la sventura di cozzare contro di lui, magari in moto o in bici.

L'unica speranza è quella di "perderci": oltre la rotonda, oltre il penultimo tornante prima di La Morra, tento il tutto per tutto, imboccando una stradina sulla sinistra che dovrebbe, credo, salire più diretta in centro paese. Faccio cenno a Matteo, che mi segue; il botolo è più avanti, impegnato in chissà quale tracciatura di piste ed odori. Ci affrettiamo su per la rampa: forse è fatta, forse non se n'è accorto, forse finalmente torna giù... Macché: rieccolo, più che mai allegro e sporco, infaticabile, torna a precederci, guida la nostra rotta. Dalla stradina imbocchiamo una ripida rampa in ciottoli, che ci porta al belvedere di La Morra: sbuffo, fatico, invoco i bastoncini. La bestiola no: da Santa Maria, avrà già percorso due volte la distanza ed il dislivello che ho accumulato io, a tutt'altra velocità, eppure schizza su come una biglia impazzita. In paese, prende ad esplorare tutti gli angoli, ad osservare i passanti; attraversa la strada principale schivando per un pelo le auto... Che facciamo adesso, che facciamo? Il senso di colpa è fortissimo, pari almeno a quello di impotenza. Sono terrorizzata; se ci ha seguiti fin qui, ci seguirà ancora, fin giù alla strada che passa sul Tanaro e raggiunge Pollenzo: lì non ha speranza, è destinato a finire sotto un'auto nei primi dieci metri. Bisogna fare in modo che non ci veda più, che se ne torni a casa, sperando che rientri incolume. Perché la strada la conosce, questo è sicuro. Detto, fatto; in un impeto di sconforto, ci lanciamo gambe in spalla lungo una via secondaria; non ci vede, non può vederci dal punto in cui si trova. Via, via, via, veloci! Il mio sprint dura poco: Matteo è già cento metri più avanti, quando io rischio il collasso. Non sono fatta per gli sprint. Qualche passante ci osserva interdetto; mi volto di continuo, come se fossi inseguita, braccata. Stavolta ce l'abbiamo fatta, sì, sembra proprio che ce l'abbiamo fatta. Devo solo fare attenzione a non inciamparmi, nella foga. E magari cercare di raggiungere Matteo, che ha preso il volo. Sussulto ad ogni fruscio di pianta, ad ogni abbaio dai giardini: non è lui, ditemi che non è lui... Infatti non lo vedo più. Spero solo, davvero, che torni a casa sua senza danni.

Imbocchiamo la lunga discesa verso Rivalta e poi al fondovalle; lunga, morbida e piacevole, con tanto di deviazione in mezzo ad un noccioleto. Esperimento da non ripetere attraverso i filari delle viti, onde evitare di essere impallinati all'istante. Va tutto bene, per il momento, anche se la pena per il cocker non si dissolve. Del resto, cosa avrei potuto fare? Non si sarebbe lasciato acchiappare... E ci avrebbe seguiti ancora, verso il tratto più pericoloso dell'itinerario.
Un pallido alone di sole tenta, di quando in quando, di bucare la foschia. I filari delle viti, ancora spoglie, danno al paesaggio un che di sinistro con questa luce così grigia. Ci sorpassano due ciclisti: mosche bianche, oggi. Del resto, io stessa non sarei saltata in sella; sono stufa stufa stufissima del freddo. Correndo ci si scalda di più.

Dalla vetta di La Morra a casa ci sono 38 km. Quindi ce ne mancheranno 36, giù di lì. A Rivalta poche anime al piccolo parco giochi davanti all'orrenda chiesa; nei cortili, solo i cani si accorgono del nostro passaggio. Non troppa fatica; solo qualche svogliato abbaio, il minimo sindacale per meritarsi la pappa. Appena prima del bivio con la strada di fondovalle, approfittiamo di una fontanella, accanto al cortile di un'abitazione; in bella vista campeggia la minaccia, "non potabile", ma non ce ne curiamo. Io non ho nemmeno la borraccia: mi dà fastidio sentirla ballare nello zaino. E preferisco non approfittare troppo di quella di Matteo, che è molto più fobico verso la sete, rispetto a me. Berrò a casa.

Il tratto di corsa lungo la strada di fondovalle, che passa sul ponte del Tanaro ed arriva a Pollenzo, è il più caldo, proprio letteralmente. Il sole sembra finalmente fare breccia ed io sono vestita come l'Omino Michelin. In più, qui è il caso di accelerare il passo: c'è un traffico dannato; si respira gas di scarico e si rischia la cotenna. Via il berretto, almeno quello.
Pollenzo come non l'avevo mai vista: noto solo oggi un campanile ed un arco che non credo siano stati eretti negli ultimi mesi. E sì che in bici, di qua, sarò passata un milione di volte. Ma in bici, qui, non puoi permetterti di tenere d'occhio altro che la strada ed i criminali a quattro ruote.
Lancio un'occhiata di cupidigia al camioncino del venditore di arance, fermo alla rotonda. E pensare che a me neanche piacciono le arance; o meglio, mi piace la spremuta, ma non il frutto. Oggi però vince la sete... Matteo sembra tirare dritto senza esitazione: impossibile che lui ignori la presenza di materia commestibile nel raggio di sette chilometri! Che sia in arrivo la fine del mondo?

Ancora lo straziante rettilineo fino al semaforo di Macellai, poi saremo fuori dal caos. Attingo per l'ennesima volta alla borraccetta di miele, nell'illusione che questo basti ad allontanare la fiacca. Il boom dell'edilizia e del cattivo gusto ha dato il meglio di sé anche qui; ville, villette e palazzine spuntano come i funghi. Ce la faccio a proseguire fino a casa? E dai Gian, la cotta arriva sempre, ormai dovresti saperlo. Passerà. Superiamo il semaforo, le case, la farmacia; esorcizziamo la stanchezza chiacchierando. Ci troviamo in quel punto in cui abbiamo già tanta strada nelle scarpe, ma ancora tanta prima della meta. Matteo tenta il toto-chilometri mancanti. Venticinque o poco più. La breve risalita che passa sotto il ponte della ferrovia è un'ottima, inattaccabile scusa per camminare un po'; se persevero nel corricchiare in salita, qui rischio di saltare... Matteo accoglie la proposta e ne approfitta, guardacaso, per uno spuntino. La corsa riprende non appena dalla stradina di Macellai ci immettiamo sulla strada che da Bra va verso Pocapaglia. Il paese è steso come un lenzuolo sul pendio ripido della collina. Naso in su a guardare la chiesa; c'è una stradina che parte di lì e si reimmette su quella che stiamo percorrendo, più avanti. Certo, rispondo alla domanda inquisitoria di Matteo, che potremmo passarci, ma bisognerebbe salire fin lassù. Tutto dislivello inutile; non hai chiesto il percorso più breve possibile?
Superiamo un cortile con quattro splendidi pastori tedeschi che piantano cagnara per venti: non capita loro tutti i giorni di potersi scatenare contro un paio di podisti, qui. Passiamo anche oltre la microscopica filiale di banca, accanto al bivio per il centro dell'abitato: è una struttura così mingherlina che sembra di poterla rapinare dando un pugno alla parete... Un paio di curve e la pendenza s'inverte. Coraggio, un po' di discesa e leggerissimo falsopiano. Poche case, pioppi, borgate sparse su per il pendio; il bivio per Monticello segna la fine della discesa. Le gambe se ne accorgono subito: si torna a salire, una salita appena accennata che patisco moltissimo. Mi distraggo seguendo con lo sguardo le stradine che si staccano sulla sinistra e risalgono la collina; chissà se ce n'è una che arriva a Sommariva perno, a parte quella che imboccheremo noi? Questo tratto mi sembra puntualmente interminabile, anche in bici. Mi conforta il pensiero della cioccolata calda che ci concederemo a Sommariva Perno: caso più unico che raro, è stato Matteo ad avanzare la proposta, questa volta. Anche se, ora che la temperatura ha raggiunto un livello confortevole, ci vorrebbe piuttosto una Coca Cola. Ed ho anche fame...

Accolgo la ripida "bretella" verso Sommariva con gratitudine. Oggi non è giornata: quanta fiacca... Si cammina, a passo svelto, in mezzo ai pioppi, per spuntare poi ai piedi dell'abitato. Lo risaliamo dall'interno, da una bella via in pavè, fino a tornare sulla strada principale, in corrispondenza del viale, che attraversiamo decisi in direzione del bar. Matteo armeggia con le bustine dello zucchero; ce ne metterà dodici, come minimo. E stavolta lo farei anch'io, se solo osassi. Invece ne metto una e mi tengo la fame. Ed anche la sete: la fontanella sulla piazza è ovviamente a secco, come precauzione per il gelo. Riparto mogia e molto fiacca, giù in discesa lungo la strada che porta a Ceresole. Matteo guadagna terreno, ma non ce la faccio proprio a seguirlo. Tengo il mio passo, aspetto che la situazione migliori un po'. Cimitero, supermercato, centro sportivo, in leggera discesa. Dalla rotonda mancheranno circa venti km. Orribili, lungo lo stradone, ma è la via più breve. Intanto, la regolarità dell'itinerario fa sì che io mi senta un po' meglio. Ora procediamo per tappe ideali: la rotonda al bivio per Monteu; l'altro bivio per Sommariva Bosco; il passaggio a Ceresole; l'arrivo alla stradina di Santa Rita; casa. In effetti, la prima tappa è rispettata. Corro sul ciglio della strada; mi accorgo che sto tenendo, soprapensiero, una sorta di archivio dei rifiuti gettati nei fossi dai soliti, purtroppo numerosi ed agguerriti, idioti. Un ombrello, una bambola, una scarpa, l'altra chissà dov'è. Propongo a Matteo una variante: una stradina sulla destra che ci porta, con una breve risalita, a Ceresole per la via delle cascine. Almeno ci si leva da quest'autostrada. Matteo è molto preoccupato per l'inopportuna deviazione: "Ma no – sorvolo – fidati, è la stessa cosa". Dinuovo con una certa maligna soddisfazione. Una volta tanto, non sono io quella che vive nell'angoscia. Anzi, devo dire che adesso mi sono ripresa; sto proprio bene. Un paio di morbide curve ed eccoci alla strettoia tra le cascine. Subito dopo, riprendiamo a correre in mezzo alla campagna, con l'occhio fisso al ripetitore, che indica la nostra meta. Intermedia, beninteso. Imponenti i filari di pioppi ancora spogli. In paese, tentiamo la sorte con la fontanella, senza speranza; infatti, anche questa è chiusa. Non lo ammetterò mai, ma ho una sete che mi divora. Dai, ancora un'ora o poco più e siamo a casa. Ultimo sforzo, ultimo tratto di strada trafficata. Ho la quasi certezza che ci sia, alla nostra destra, almeno una sterrata che corre parallela alla strada principale, ma non oso proporla; Matteo è un po' provato, credo più preoccupato che stanco. Non vedo l'ora di potergli dire che manca poco, senza troppo mentire; conto i metri che mancano all'ultimo bivio, ma non posso ingannare me stessa, dal momento che conosco ogni sasso di questa strada.

"Ecco, guarda laggiù, quel cartello. Giriamo lì". E poi, davvero, è l'ultimo sforzo; sei km al massimo, fuori dal traffico. Le cascine, i tralicci, l'impianto di pannelli solari ancora in costruzione; la cappella senza più tetto, in mezzo alla campagna. E' bello questo tratto di strada, dolce, ondulato, da cui si vede, in posizione privilegiata e sopraelevata di qualche metro, la distesa della pianura e la corona delle Alpi. Offro per l'ennesima volta al mio sofferente compagno di viaggio la borraccetta del miele: "Dai prendila... Anche se ti fa venire sete, ormai siamo quasi arrivati". Capitola, questa volta. Lo vedo più preoccupato che stanco, in realtà, ma non ce n'è più ragione. Quando ricevo il messaggio di mamma, che si domanda quale sia stato il nostro infausto destino, siamo ormai al cavalcavia dell'autostrada. Le prime case di Santa Rita, la curva, il sottopassaggio della ferrovia. E' proprio fatta, poche centinaia di metri, l'ultimo tratto al passo. Casa: una sessantina di km di corsa alle spalle e l'accoglienza travolgente di Skipper, abbandonato parecchie ore fa, solo e ramingo, sul lettone. Solo dopo aver scolato un litro e mezzo d'acqua riprenderemo la favella.

giovedì 20 gennaio 2011

18 gennaio 2011 - In bici a salutare l'alba

Solo un anno fa, non mi sarebbe mai passato per l'anticamera del cervello di buttarmi fuori di casa in bici, alle sei e mezza di una gelida mattina di gennaio. Non tanto per il freddo, la pigrizia, il sonno. E' che con la bici da corsa ho condiviso migliaia di km negli anni, in lungo ed in largo toccando i più venerati tra i santuari degli appassionati, ma non ho mai conquistato sicurezza nella guida del mezzo; ho sempre avuto la netta, inquietante sensazione che fossero le ruote, non io, a comandare la situazione. Figuriamoci: affrontare il buio, la nebbia, il ghiaccio e la strada viscida, tutti insieme, sarebbe stata una pura follia, una candidatura al suicidio con ottime probabilità di successo. Ero ormai così rassegnata al rapporto di amore-odio con il velocipede, che mai avrei osato sperare in un cambiamento a mio favore. Anzi, a dire la verità, dopo l'ultimo incidente di Capodanno 2010, stavo pian piano abbandonando la mia prima passione di sempre, in favore della corsa...

L'arrivo della mountain bike, con qualche giorno di adattamento per superare la reciproca diffidenza, mi ha cambiato la vita. Eh sì, non esagero; posto che lo sport è tutta la mia vita, poter finalmente pedalare su un mezzo che mi dà sicurezza è impagabile. Sarò legata da sempiterna gratitudine a chi mi ha messo tra le mani, anzi, sotto il didietro questa meravigliosa meraviglia... Sbircio tra le righe dell'avvolgibile; si vede tutta la fila di lampioni, fino in fondo alla via. Evito di aprire la finestra per pietà nei confronti dei vicini di casa; sono le sei ed è già un'ora che io imperverso per casa con le varie faccende. Tardo ancora un po': è vero che alle otto e mezza devo essere pronta al posto di combattimento, in ufficio, ma è altrettanto vero che, con le temperature mattutine di questo periodo, difficilmente resisto in sella più di un'ora e mezza: oltre, il dolore alle dita di mani e piedi diventa davvero insopportabile.

Tre strati di maglie: una canotta traforata alla pelle, una vecchia maglia di cotone con le maniche lunghe, di quelle che risalgono ancora all'ora di ginnastica alla scuola media, più la mia primissima maglietta da bici, rossa, sbiadita e consunta dall'uso, ma ancora intera. Non importa se tutto ciò non incontra il gusto dei più raffinati stilisti: c'è la giacca, anch'essa molto datata, a ricoprire il tutto. Pantaloni lunghi, la finezza delle calze in Goretex con sopra un altro paio di calze leggere, ormai bucherellate, per fare strato isolante; guanti con doppio strato, collare e berretto di pile, un paio di scarpe che ho già consumato a spasso sui sentieri ed ancora spremuto di corsa sull'asfalto. In caso non si fosse intuito, detesto buttar via roba che può ancora servire, e pazienza se faccio la figura dello spaventapasseri. Tanto a quest'ora mi possono vedere solo i cinghiali, che non credo s'intendano di alta moda. Così bardata, con l'aggiunta di giacchino e bande rifrangenti un po' ovunque, più la luce frontale, saluto Skipper che ha preso orgoglioso possesso del lettone e del mio cuscino e me ne vado.

Buttarsi in strada, appena usciti da un ambiente calduccio, non è poi così traumatico. C'è da dire che siamo sotto zero, senz'altro, ma non di molto, stamattina; in più, bisogna anche considerare che in casa mia non s'arriva a diciassette gradi: l'escursione termica è contenuta... Naso in su: il cielo è limpido, una stellata stupenda, per quel fazzoletto che se ne può vedere tra i tetti delle case. Meglio non illudersi, però; non è detto che, fuori dell'abitato, la situazione sia altrettanto rosea.
Un chilometro, più o meno, da percorrere in città: meglio accendere tutte le luci. A quest'ora, alla cronica insofferenza dell'automobilista medio per tutto ciò che sta al di fuori del suo abitacolo, si aggiunge la palpebra pesante di sonno. Tempo un centinaio di metri e già il freddo risale su per le maniche. La strada sembra ricoperta di polvere di brillantini, tutta scintillante alla luce dei lampioni. Capperi, non ho chiuso bene la cerniera della giacca, a momenti mi congelo la trachea...

Un furgone fermo con le quattro frecce accese, davanti all'edicola: il corriere consegna i pacchi di giornali. Questi giovinastri d'oggi: ai miei tempi, questo sarebbe già avvenuto almeno un'ora fa... S'indigna il maestoso pastore tedesco nel giardino di una villetta: possibile che questa qui, tutti i giorni, debba infrangere il sonno canino del giusto?
La tensione del viavai di auto prende il sopravvento sul sonno e sui brividi di freddo. La rotonda, il sottopassaggio, che tra parentesi sarebbe vietato alle bici: certo, come no, usare l'apposita pista... Pensata, come al solito, di chi concepisce il ciclista nell'unica veste della vecchietta con la Graziella e le borse della spesa. Non ci penso nemmeno, in questo momento sono un veicolo con tutti i crismi e come tale voglio potermi spostare. Riemergo oltre la ferrovia: le luci che spuntano in lontananza, dal fondo del rettilineo della Via Sommariva, sono un po' sfocate, si allargano a stella; come immaginavo, un po' di nebbia dev'esserci, in campagna. Svolto a sinistra, ma con cautela: dovrebbero inventare le luci lampeggianti da polso... Per la verità, ricordo di aver visto qualcosa del genere, in occasione di una randonnée, qualche anno fa. E' vero che ho un bracciale rifrangente, ma non ho alcuna fiducia nella capacità di comprensione dell'automobilista che mi arriva alle spalle. In questi casi, per quanto sia una bestialità in termini di codice della strada, preferisco accostare a destra e poi attraversare, con la strada libera; oggi, per fortuna, non è necessario: nessuno nei paraggi, né di fronte, né dietro.

Imbocco la via del tirassegno, quella che io chiamo "la via vecchia di Ceresole"; non ricordo più se questa definizione l'ho coniata anch'io o se piuttosto l'ho rubata a chissà quale documento di storia recente. Il tirassegno, che poi è un cumulo di rovi rinsecchiti dal gelo e ciarpame di vario genere; della vecchia struttura restano muri e pilastri in mattoni, dall'aspetto severo e minaccioso come si confà ad un luogo in cui si maneggiano armi. Un rettilineo tra le case e poi, in fondo, una curva: so che c'è, la curva, ma oggi non si vede. Percepisco appena appena un alone color arancio, quello dei lampioni della vicina nuova zona industriale. "Un po' di nebbia", alla faccia del bicarbonato. Tempo di raggiungere la curva e mi trovo davanti un muro, umido e gelido. Seguo non la strada, ma la sua immagine che ormai, a furia di passarci e ripassarci negli anni, mi si è stampata in mente; non sono però affatto sicura di saper restare entro i suoi confini... Man mano che le pupille si abituano all'oscurità, anzi alla doppia oscurità della notte e della nebbia, comincio ad intravedere il bordo dell'asfalto, a destra ed a sinistra: per non sbagliarmi, viaggio nel mezzo. E spengo subito la luce frontale, che non mi è di alcun aiuto ma, in compenso, mi abbaglia, illumina le goccioline sospese, riflette in tutte le direzioni. Per qualche chilometro, pedalerò nel fitto della nuvola. E' una sensazione molto strana, simile a quella che si vive in sogno, in cui i contorni, quei pochi che si intuiscono, sono confusi, sfocati. Gli occhi stanno fissi ai bordi della strada, che talvolta scompaiono nella nebbia un po' più fitta, poi riappaiono. In qualche punto mi tocca persino fermarmi e muovere qualche passo con la bici per mano; è davvero impossibile, anche lungo una strada arcinota, capire a che punto sono arrivata. Inchiodo con un po' di spavento quando perdo il mio riferimento. E mi accorgo di aver raggiunto il cavalcavia dell'autostrada, solo perché sento che spingere i pedali diventa più faticoso... In cima, la visuale è appena appena meno fosca, a guardar su, vedo le stelle. Ma scendo e mi ritrovo ancora immersa nel gelido morbido involucro. Curva a destra, curva a sinistra, verso le cascine Commande; qui la strada sale impercettibilmente. Conosco bene la successione delle buche, a meno che non si sia aperto qualche nuovo cratere negli ultimi due giorni. Scorgo, in lontananza, le luci delle cascine. La strada è bagnata e coperta di una patina di scivolosissima fanghiglia, a quest'ora ovunque gelata. Aloni scuri compaiono, si allargano, mi vengono incontro, mi tendono le loro braccia minacciose; sono gli alberi, anche quelli ormai li conosco uno ad uno, ma l'immaginazione ed il timore li trasformano quasi in esseri deformi e vivi, intendo dire, mobili. Ogni rumore, ogni fruscio, è ancor più inquietante perché non posso vedere cosa l'ha provocato: del resto, non credo che a quest'ora del mattino, con questo freddo tremendo, quest'umidità che ti scava nelle ossa, non credo possano esserci molti esseri viventi, oltre alla sottoscritta ed a qualche pantegana. Pedalo ancora con circospezione lungo la strada asfaltata; la variazione delle pendenze mi dà l'idea del punto in cui mi trovo, altro che GPS. La delimitazione delle proprietà delle Commande, il casermotto ed il bivio per Ceresole.

Il miracolo che si ripete in questo breve tratto di strada in salita è tale che, al confronto, San Gennaro è un pivellino. Ci si alza di venti metri, non di più, lungo una rampetta che dell'asfalto conserva un ricordo molto vago... E la nebbia si dissolve. Non so nuotare, ma credo che la sensazione, almeno visiva, sia simile a quella che si prova tornando su dopo un'immersione. Come se, fino ad un attimo fa, avessi guardato il mondo con una benda scura sugli occhi e all'improvviso qualcuno me l'avesse levata. La strada nitida davanti a me; una striscia di cielo appena più chiaro all'orizzonte, luci scintillanti, tremule. La prima traccia dell'alba. E' ancora buio, ma procedo senza accendere la frontale; non ho problemi a vedere dove metto le ruote e mi godo questo paesaggio da favola. Anche il suono, i latrati dei cani, sembrano più nitidi ora. E il freddo, seppur pungente, è meno fastidioso e sgradevole. Mi si allarga un sorrisone: posso anche permettermelo, ora che, con gli incisivi rigorosamente finti, non patisco più l'effetto del gelo sui denti. Gli steli sottili del pioppeto, ricreato solo due o tre anni fa, dopo il fortunale che aveva raso al suolo gli alberi esistenti, svettano neri contro il cielo che pian piano tende al blu, mentre le stelle, ad una ad una, scompaiono. Le cascine, sagome scure in cui le luci tradiscono i segni del lavoro mattutino dei contadini; il ghiaccio nelle pozze, le punte dei piedi già intirizzite. Pedalo di buona lena; Cascina Vigna, il bivio per Cascina Francia... Lo imboccherò dopo, al ritorno; ora voglio arrivare fino al capolinea di questa stradina secondaria, dove il passaggio di auto è un evento più unico che raro. La cappelletta bianca, una breve e gelida discesa. Butto l'occhio con cupidigia a qualsiasi tratturo si stacchi verso i campi: è fortissima, la tentazione di buttarci le ruote... Ma il tempo, prima dell'ufficio, è tiranno; meglio concentrare le energie su un itinerario che abbia un minimo di senso.

Una striscia color rosso fuoco incendia l'orizzonte mentre passo oltre la frazione Cristini, con il suo campanile che si distingue appena dal cielo scuro. L'insegna luminosa blu della Gai, la ditta che produce macchine per imbottigliare il vino, oltre lo stradone. I due cagnoni che di solito incontro qui, di guardia ad una cascina, e che talvolta mi accompagnano abbaiando per un breve tratto, non hanno ancora preso servizio stamattina. Un'altra cappelletta, più vecchia e malconcia della precedente, precede l'ultimo pugno di case e cascine prima che la strada vada a confluire nell'altra, più trafficata, che collega Ceresole a Casanova. Raggiungo l'incrocio e faccio dietrofront; torno sui miei passi, anzi sulle mie pedalate. Non ho più l'alba di fronte, ma quella parte di cielo che è ancora scura; per un attimo ho la sensazione che il tempo stia scorrendo all'indietro. La breve discesa di prima, adesso è una confortante risalita, che infonde un po' di calore nel corpaccione. Rieccolo, il bivio per la Cascina Francia. Imbocco la bella strada sterrata accanto ad una peschiera inesorabilmente congelata. Mi volto e vedo uno spettacolo che non ha pari: il cielo ha preso fuoco, un tripudio di sfumature di colori caldi, rosso, giallo, rosa, non potrei crederci se non lo vedessi con i miei occhiali. La luce lambisce la superficie gelata dell'acqua. Le canne sono imprigionate nel ghiaccio, i rovi proteggono le sponde. Raccolgo un sassolino, lo getto nella peschiera; tac, rimbalza. A fatica, sfilo un guanto e frugo nella tasca posteriore della giacca, sperando che la macchina fotografica, a contatto con il calore del corpo ed avvolta in un sacchetto di plastica, non abbia patito freddo né umidità e voglia degnarsi di collaborare. Lo fa, infatti. Scatto un paio di foto, sforzandomi per tenere le mani il più possibile immobili; pochi secondi e torno ad infilarmi i guanti, con le dita che già dolgono. Devo avere qualche problema di circolazione periferica; non è mica possibile patire così un freddo che arriva a far male nel giro di qualche istante.



Riparto di gran carriera lungo questa stradina che costeggia tre cascine ed un bel pioppeto, già avanti con gli anni; la terra è talmente gelata che alla ruota non s'attacca neanche una molecola di fango. E, là dove è stata buttata di fresco quella ghiaia insidiosa che fa bloccare le ruote, non c'è problema; i sassolini sono congelati l'uno attaccato all'altro. L'alba si allarga sulla campagna e la illumina; persino i cavi del telefono ed i tralicci dell'alta tensione creano ricami neri sul cielo sempre più rosato. Qualche curva, leggeri saliscendi; un frastuono di volatili, credo corvi, si leva dal pioppeto quando passo lì accanto: se mai avessi voluto andare inosservata... Il regno animale, in questo momento, è l'unica compagnia; non c'è traccia di movimento umano al di fuori dell'aia delle cascine. Capita spesso che qualche "profano", qualcuno del mondo dei "normali", sgrani gli occhioni e mi chieda se non ho paura. Paura di aggressioni, intendono. Mah, sbaglierò, ma la risposta è no, non ho paura. Nei periodi in cui l'attività è consentita, ho paura di essere impallinata da qualche cacciatore, questo sì; sulle strade più trafficate, al buio, ho paura che qualche pilota un po' allegro e distratto mi renda un tutt'uno con lo strato di bitume. Ma qui, stamattina, non ho paura di nulla. E' la mia felicità perfetta, che niente e nessuno, nella mia esistenza "borghese", potrebbero mai regalarmi. Me la porto al lavoro, questa felicità, come scorta per attenuare le arrabbiature; funziona sempre!

La strada sterrata confluisce in un'altra strada secondaria, asfaltata. Tiro dritto e percorro quei cinquecento metri che mi portano fino allo stradone tra Ceresole e Carmagnola, passando di fronte alla cascina Novareisa; dietrofront ancora una volta, ma qui seguo l'asfalto. A questo punto, i piedi implorano pietà, li sento gelidi, gonfi e doloranti. Le dita delle mani non stanno poi molto meglio. Pedalo agilissima per ottenere l'effetto frullatore e mandare in circolo un po' di sangue; anche qui, sfilo tra le cascine, Gerbido, Olivè, Brichetto. Un tratto in ripida discesa, più o meno corrispondente al tratto in salita che mi ha strappata poco fa alla nebbia, mi costringe ad immergermi ancora nella coltre umidiccia e gelida. La luce del primo mattino fa sì che la vita del ciclista, al ritorno, sia un po' meno grama, ma che freddo, che terribile freddo... Il paesaggio è sparito; restano i rumori della campagna che prende vita, anche in questa triste stagione, fusi con il brusio dei motori che corrono lungo la vicina autostrada. Stringo i denti per il male, ogni volta è così; scuoto le dita e pedalo come una forsennata. Mi ricongiungo al punto d'inizio dell'anello e risalgo il cavalcavia tra le gaggie paralizzate dal freddo: l'asfalto è ancora scivoloso, molto insidioso. Meno male che la mountain bike è corazzata per qualsiasi prova. Abbasso lo sguardo: il manubrio ed i fili di freno e cambio sono ricoperti da un sottile strato di ghiaccio, più o meno lì dove arriva il mio fiato. Sono bianchi i rovi, i rami degli alberi e degli arbusti, la superficie dell'erba. Un solo desiderio, un termosifone da abbracciare. Carmagnola è appena lì ma non si vede, e non è detto che sia un male. So bene che non mi libererò dal freddo, che me lo porterò addosso per tutta la mattina in ufficio, nonostante strati e strati di abiti, ma ne è valsa la pena, come sempre. Anche se il giro sarà si e no 25 km. Non è il caso di andare tanto lontano per trovare la meraviglia, basta la peschiera di Cascina Francia... Già immagino le foto sullo schermo del computer, mentre imbocco un'altra volta il sottopassaggio, che mi catapulta nella realtà. Tutto ciò che so fare, con una macchina fotografica, è schiacciare il pulsante; solo una foto su mille riesce bene, per puro caso.

Afferro con due mani la chiave per aprire il cancello del cortile; le dita sono troppo rigide. Entro in casa, levo le scarpe, sfrego le mani, mi godo la temperatura che, pur non essendo mai superiore ai 17 gradi, mi sembra già sahariana. E cerco il Tittone per fargli una coccola. Eccolo lì, il gran cane da guardia: spaparanzato sul letto, apre un occhio, con molta degnazione. Beata caninità!