Questa è stata un'altra delle mie decisioni tipicamente meditate, ponderate, soppesate con calma... E' stato un utente di Runnungforum a lanciarmi, così, tra il serio ed il faceto, il "guanto di sfida", suggerendomi di partecipare a questa corsa dal nome suggestivo e misterioso, "Le Porte di Pietra". 75 km, 4.000 mt di dislivello in salita. Beh, insomma, visti così, sullo schermo del PC, e stando con il fondoschiena comodamente appoggiato allo sgabello, cosa c'è di così terribile? Sono poi sei numeretti...
Detto, fatto, mi iscrivo. Non ho la più pallida idea di cosa sia un trail, ma mancano ancora alcuni mesi all'evento, previsto per il 30 settembre; avrò tempo di preoccuparmi. Corsa in montagna: sì, ne ho già sentito parlare; una vaga idea ce l'ho. Dev'essere una roba mostruosamente faticosa. Ma il segreto è tutto lì: non stare a farsi troppi problemi, troppi se, troppi ma. Mi iscrivo e giuro che la farò. Subito, al volo. Così, se poi mi vengono i dubbi ed i ripensamenti, ormai mi son già incastrata con le mie mani e non mi posso tirare indietro.
Intanto, per adesso c'è la bici, ci sono le granfondo, le ferie di agosto da passare pedalando su e giù per i monti; per la corsa mi tormenterò più avanti, a settembre, appunto. Però, un'occhiata al percorso comincio a darla. Anzi, più che al percorso, all'altimetria. Infatti, una cartina di sentieri di montagna non son proprio buona a leggerla: inutile che la guardi, tanto non so nemmeno dove stiano il diritto ed il rovescio. Mi hanno assicurato che il percorso sarà perfettamente segnalato, a prova di imbecille molto imbecille, e questo per me è sufficiente. L'altimetria fa abbastanza impressione; in più, bisogna tener conto dei "traguardi" intermedi: se si arriva ai punti di controllo in ritardo rispetto all'ora fissata per regolamento, si è fuori.
Boh... Ma si dovrà proprio sempre correre? O è sufficiente camminare molto veloce? Da un calcolo approssimativo, la media necessaria per restare entro le 15 ore di tempo massimo è 5 km/h. Ce la dovrei fare a passo molto svelto. Comunque, tutto ciò la dice lunga sul mio livello di preparazione... Va bene, ho un bel po' di maratone e simili alle spalle, ma sono anni che non metto più gli scarponi ai piedi per andare a camminare in montagna! Figuriamoci a correre...
Le quote toccate dall'itinerario sono basse, vedo: 1.500 mt la cima Coppi. Beh, se non altro non ci saranno grossi problemi di temperature rigide, anche se saremo già in autunno. Una preoccupazione in meno. Il problema sarà la distanza; io sono reduce dallo smacco della 100 km del Passatore, dove al 75° km ho dovuto gettare la spugna... E dopo aver fatto decisamente meno salita! Beh, sì, in effetti ho preso, anche stavolta, una decisione un po' azzardata. Ma, alla peggio, che cosa potrà capitarmi? Se anche scoppio, ce la faccio comunque, a trascinarmi fino al primo dei punti di controllo!!! Da lì, qualcuno si prenderà la briga di ricondurre a valle i miei resti...
Mi rendo conto che questo non è l'atteggiamento più corretto nei confronti di una corsa in montagna. Dovrei capire che, da totale inesperta e digiuna di escursionismo o quasi, potrei creare seri problemi a me stessa ed a chi organizza e segue la corsa. Lo so, qui non è come nelle corse in bici; non c'è il pullman scopa al seguito, che recupera i morti e feriti ovunque essi si accascino. Farsi male o star male lungo un sentiero, anche se non si è a quote molto elevate o in luoghi particolarmente impervi, può costare caro, in tutti i sensi (non oso pensare a quanto possa ammontare la fattura dell'elisoccorso... Argh!). Però la saggezza non è il mio forte; più ci penso e più questa corsa mi intriga.
Intanto passa anche agosto, finiscono le corse in bici; ancora un paio di begli itinerari ciclistici ad inizio settembre, poi, complice anche un po' la classica "cotta" di fine estate, mi rassegno ad abbandonare per qualche tempo le due ruote. Bene. Son qui, ho un mese di tempo per preparare, se così si può dire, una cosa che si chiama "trail", è lunga oltre 70 km ed ha tanta tanta salita. Bene, anche la corsa in salita è un'esperienza che mi manca. Però, non ho nessuna intenzione di andare a correre su sentiero: soprattutto perché, impedita come sono, finirei per perdermi da qualche parte. E farmi venire a cercare con i cani da valanga con la fiaschetta di grappa al collo. No no, lasciamo perdere. Ho già una buona idea.
La salita di Rucàs di Montoso, da Bagnolo Piemonte. In tutto sono 16 km, per 1.200 mt di dislivello: quelli che contano, però, sono i primi 11, fino a Montoso, con rampe che tagliano le gambe. Da lì alla fine, ci sono lunghi tratti di piano e addirittura qualche breve discesa, in mezzo alle cave. Ok, può andar bene. Nel mese, ripeto la salita tre volte: beh, scopro con sorpresa di non cavarmela poi troppo male e, soprattutto, di non patire gran male alle gambe il giorno dopo, nonostante i 16 km filati di discesa, ben più traumatici, per le gambe, rispetto ai 16 di salita. Non sarà gran che, come allenamento; non sarà né graduale né equilibrato, ma io sono convinta che mi abbia fatto molto bene.
Poi, naturalmente, la più importante iniezione di fiducia arriva dal mio amico Matteo, che si offre di accompagnarmi in una vera escursione in montagna, su sentiero, da fare al ritmo più svelto possibile. Una quarantina di km, circa tremila metri di dislivello, se non ricordo male. Un itinerario meraviglioso, che riporto qui di seguito, con un fedele copia e incolla del percorso riportato da Matteo: Viozene, Rifugio Mongioie, Mongioie, Passo delle Saline, discesa quasi alla gola delle Saline, Cima delle Saline, Cima Pian Ballaur, Colle del Pas, Capanna Saracco-Volante, Carnino, Colla di Carnino, Rifugio
Mongioie, Viozene.
Una fatica ignobile. Parto forte, per cercare di non fare brutta figura, per capire cosa riesco a fare, come posso affrontare una corsa su sentiero. Il guaio è che Matteo, lui sì, parte forte e regge svelto senza problemi; io comincio ben presto ad annaspare, a faticare, a sentire il cuore scoppiare in mezzo alle orecchie. Sono questi, i momenti che mi gettano nello sconforto: non voglio ammetterlo, ma sto facendo qualcosa che è palesemente al di sopra delle mie possibilità. Non so fino a quando riuscirò a seguire Matteo senza stramazzare. Mi sforzo di apparire sicura e tranquilla, ma non lo sono affatto. Sono molto preoccupata. Terrorizzata, direi. E siamo alle solite: ma cosa m'è venuto in mente, ma perché mi sono buttata in questa follia, ma perché mi caccio in questi guai, ecc. ecc. ecc.
Per fortuna, tanto in fretta precipito nello sconforto, quanto in fretta torno a galla, nel momento in cui mi rendo conto che il peggio sta passando, è passato, insomma, quando vedo che ce la posso fare. E' solo da qui in poi che riesco anche a guardarmi intorno, accorgermi della giornata splendida ed apprezzare quelle montagne che fino a poco prima ho odiato con tutto il cuore. Matteo mi fa capire che la fatica sta per concludersi: c'è ancora una salita, ma ormai la stanchezza in me ha lasciato il posto all'euforia. A quanto pare, ho anche azzeccato l'acquisto: le scarpe da trail comprate da Decathlon hanno fatto degnamente il loro dovere; i miei piedi, nonostante la sfacchinata, non hanno nemmeno una bollicina. Merito, forse, anche dell'accorgimento di cospargerli con un bello strato di Pasta di Fissan, metodo rude ma efficace per proteggere la pelle.
La gita finisce con tappa alla pasticceria Cagna, di Garessio: giusto quattro passi per rendermi conto che le gambe, stavolta, un po' hanno patito. Ma l'entusiasmo è alle stelle. Grazie alla gita ed alla generosa compagnia della mia guida, ora so che, se forse non riuscirò ad arrivare alla fine del mio trail, potrò almeno difendermi degnamente.
Il 30 settembre ormai è vicinissimo, mancano pochi giorni, ho fatto quel che potevo; non mi resta che aspettare il gran giorno. Che arriva, finalmente. Nel pomeriggio di sabato, preparo lo zaino: giacca Gore-Tex, pila frontale, batterie di ricambio, indumenti per il freddo, barrette a non finire, gel energetici, borracce. Carico in auto anche il sacco a pelo e la cena al sacco: alle sei del pomeriggio, mi chiudo alle spalle il cancello di casa e parto. Destinazione, Cantalupo Ligure.
giovedì 31 gennaio 2008
mercoledì 30 gennaio 2008
Race Across The Alps 2007 - Parte VII - Il giorno dopo
Il giorno dopo... In teoria, sarei stata iscritta alla GF Pantani. Ovvio che non ho il dono dell'ubiquità e non me la sarei mai sentita, nemmeno se qualcuno mi avesse caricata in auto e portata all'Aprica, di prendere il via. Sabato sera, finita la corsa, crollo a nanna. Incredibile la sensazione di soddisfazione provata al risveglio, la domenica... Quella sensazione che purtroppo dura troppo poco, ma è bellissima, che provi quando sai d'aver fatto qualcosa di grande. Lo so, non c'è molto di grande nel guadagnare una maglia di Finisher "di consolazione", ma io sono felice lo stesso. Vedo la luce filtrare attraverso le finestre, saranno le otto, ma non importa: poltrisco ancora un po', mi giro e mi rigiro, cercando di non svegliare Franco che magari in realtà è già sveglio. Poi, pian piano, la casa prende vita, ci alziamo noi e anche gli altri. E' ora di raccogliere, sia pure a malincuore, le nostre cose, ed avviarci verso la vita normale, verso casa. Ma non senza concederci ancora un bel regalo. Tutti insieme, con Silke ed il suo equipaggio, facciamo colazione, ancora un po' di chiacchiere, mischiando le lingue, un po' di inglese, un po' di tedesco, un po' di italiano. Il momento dei saluti è il più triste per me: mi spiace lasciare tutti, soprattutto Ludwig, lui che, quesi senza conoscermi, s'è offerto di sopportare tutto questo strapazzo, questo viaggio, la spesa ed il disagio, così, per pura generosità. Che persona eccezionale, Ludwig.
Franco ed io salutiamo anche la simpatica banda dei Tedeschi; un salto al bar, sotto i raggi di uno splendido sole, e poi via verso l'ultima avventura. Lasciamo l'auto a Prato allo Stelvio, scarichiamo le bici: si va allo Stelvio!!!
Ho smesso di pedalare la sera prima, dopo tante ore di sella, ma ho una gran voglia di ricominciare. E ci tengo a che Franco possa godersi il suo primo Stelvio: anche perché mi spiace che, per causa mia, abbia dovuto rinunciare, anche lui, alla GF Pantani. Via, si parte, sotto uno splendido sole.

Franco pedala bene, io mica tanto: fatico, sono un po' cotta, ma non importa, sono contenta. Via i primi drittoni, via i tornanti, finalmente appare il "vero" Stelvio come lo si vede nelle cartoline.

Ci concediamo una pausa per prendere l'acqua e fare qualche foto, poi riprendiamo la salita; gli ultimi tornanti passano veloci, fin su alla cima, come sempre affollata di turisti, banchetti di souvenir, venditori di wurstel e crauti.

E, visto che abbiamo deciso di trattarci bene, lo facciamo fino in fondo: ci sediamo in terrazza, anche se fa freddino, per via del vento e delle nuvolette che ogni tanto oscurano il sole, e ci sbafiamo una meravigliosa pizza.

La discesa, con ben 48 tornanti, è un incubo per me, ma ormai non mi interessa più. Da questi quattro giorni ho avuto tutto quel che avrei potuto desiderare. Credo di poter dire, senza esagerare, che sono felice. Pazienza se poi il rientro a Milano è un calvario di code in autostrada, e il mio rientro da Milano a casa è un misto di infinita tristezza e stanchezza che mi crolla addosso tutta assieme, pesante.
Che posso dire per concludere? Solo un immenso GRAZIE a Franco e Ludwig, le due persone che hanno trasformato il mio sogno in realtà. Null'altro...
Franco ed io salutiamo anche la simpatica banda dei Tedeschi; un salto al bar, sotto i raggi di uno splendido sole, e poi via verso l'ultima avventura. Lasciamo l'auto a Prato allo Stelvio, scarichiamo le bici: si va allo Stelvio!!!
Ho smesso di pedalare la sera prima, dopo tante ore di sella, ma ho una gran voglia di ricominciare. E ci tengo a che Franco possa godersi il suo primo Stelvio: anche perché mi spiace che, per causa mia, abbia dovuto rinunciare, anche lui, alla GF Pantani. Via, si parte, sotto uno splendido sole.
Franco pedala bene, io mica tanto: fatico, sono un po' cotta, ma non importa, sono contenta. Via i primi drittoni, via i tornanti, finalmente appare il "vero" Stelvio come lo si vede nelle cartoline.
Ci concediamo una pausa per prendere l'acqua e fare qualche foto, poi riprendiamo la salita; gli ultimi tornanti passano veloci, fin su alla cima, come sempre affollata di turisti, banchetti di souvenir, venditori di wurstel e crauti.
E, visto che abbiamo deciso di trattarci bene, lo facciamo fino in fondo: ci sediamo in terrazza, anche se fa freddino, per via del vento e delle nuvolette che ogni tanto oscurano il sole, e ci sbafiamo una meravigliosa pizza.
La discesa, con ben 48 tornanti, è un incubo per me, ma ormai non mi interessa più. Da questi quattro giorni ho avuto tutto quel che avrei potuto desiderare. Credo di poter dire, senza esagerare, che sono felice. Pazienza se poi il rientro a Milano è un calvario di code in autostrada, e il mio rientro da Milano a casa è un misto di infinita tristezza e stanchezza che mi crolla addosso tutta assieme, pesante.
Che posso dire per concludere? Solo un immenso GRAZIE a Franco e Ludwig, le due persone che hanno trasformato il mio sogno in realtà. Null'altro...
Race Across The Alps 2007 - Parte VI - La seconda metà della corsa
Che Silke fosse una tipa molto tosta, era facile immaginarlo. Franco mi ha detto che, sul Bernina, stava male, aveva i crampi, era furente per la sosta forzata; appure, non appena s'è accorta del mio arrivo, è rimontata in sella e s'è buttata in discesa. E' prima mattina, il freddo è pungente giù per la discesa.

Io già di solito sono una vera frana, come discesista; adesso, poi, le mie difficoltà sono ingigantite dal freddo e dalla stanchezza. Silke mi stacca, va via; poco dopo, la vedo ferma accanto al furgone della sua squadra, in evidente difficoltà, ma sempre con il sorriso in volto. Mi riprende, mi sorpassa ancora. Franco mi racconterà poi d'averla vista più che mai tremante ed infreddolita.
E' la volta dell'Albula. Splende il sole, sono euforica, ancora per la gioia di aver raggiunto la mia avversaria. Lo so, l'ho raggiunta solo perché non sta bene; se fosse in piena forma, io non l'avrei vista nemmeno con il telescopio, avrei preso un distacco calcolabile in giorni; però, fatto sta che adesso non è lontana.

Salgo bene, sto bene; supero un paio di ciclisti con la mountain bike, vado su tranquilla, mi godo il calduccio. Verso la cima, eccola ancora, la Silke, a piedi, con la bici per mano, accompagnata da uno dei membri del suo equipaggio e coperta da una giacca ben più grande della sua taglia. La supero, la incoraggio: non perché mi voglia sentire superiore, per carità, so di non esserlo; semplicemente perché, in quel momento, vedo me stessa al suo posto ed immagino la rabbia indescrivibile che quella donna può sentire dentro di sé, nascosta dal suo splendido sorriso. Se fossi al suo posto, sentirei che sto gettando via una delle occasioni più belle della mia vita, e non posso farci nulla; sarei pazza di rabbia e delusione.
L'Albula, sul colle, è un lungo falsopiano. Mentre scollino, mi accorgo che anche lei è risalita; mi raggiunge, mi affianca, scambiamo qualche parola, si lamenta dei crampi, poi ancora giù, e qui mi stacca, come sempre. Però, in fondo è umana questa donna. Dietro il fisico perfetto, muscoloso, scolpito, e l'atteggiamento di enorme sicurezza e padronanza di sé, nasconde l'animo di una persona semplice. Io sono un'emerita signora nessuno, non ho nemmeno un centesimo del curriculum grandioso che ha lei, eppure lei è qui e chiacchiera con me, svela le sue difficoltà. Tutto questo non fa che aumentare l'ammirazione che ho per lei.
Altra salita, il Fluelapass. Qui per me iniziano le vere difficoltà. E' tardi, lo so, ormai è evidente che non ce la farò mai ad arrivare a Nauders in tempo, ma questo lo sapevo fin da subito; sarebbe stato sciocco e presuntuoso, da parte mia, illudermi del contrario. Però questa salita è molto dolce e quasi priva di curve: per me, una vera tragedia. Le forze ormai se ne stanno andando; continuo a mangiare, barrette, i panini di Franco con il formaggio, a bere, ma c'è poco da fare, sono cotta. Penso che Franco e Ludwig ormai non ne possano proprio più, penso che mi stiano odiando perché sono così irrimediabilmente lenta. Anche la pancia comincia a dare preoccupanti segni di insofferenza. Basta, lo giuro, arrivo in cima e mi ritiro. Già. Ne sono proprio convinta, lo voglio fare davvero.
Però... In cima ci arrivo, e penso che, in fondo, posso farne ancora una, di salita. Solo più una, poi, davvero, la smetto, basta. Poi ricordo una discesa, un lungo tunnel ed un tratto, pochi km in realtà, dove la crisi è proprio nera. Sono pochi km di pianura, in cui sento che rallento all'inverosimile: gambe e braccia molli, mi gira la testa, non ce la faccio davvero più. No, non ce la faccio, sono stata una pazza a tentare quest'impresa, adesso sono qui, ridicola, impotente di fronte a questa figuraccia barbina che sto facendo... Anche qui, mi salva Franco, con qualcosa da mangiare, mi pare un gel, una barretta, qualche minuto di pausa e sonno nell'auto. E, soprattutto, con il coraggio che sa infondermi. La pianura finalmente finisce, altra salita, ma adesso sto meglio. E' il passo del Forno. Qui, lo ammetto, i miei ricordi sono ormai confusi. Ricordo qualche tratto di salita, un falsopiano, l'arrivo in cima con la luce della sera. Pass dal Fuorn, Ofenpass.

Non so che diavolo mi prende, qui. Forse uno strano effetto della stanchezza. Mi sento felice, euforica. Scollino, riprendo la discesa: adesso VOGLIO arrivare alla fine. Non me ne frega un tubo se il tempo è scaduto. Sono qui, voglio continuare, voglio andare a Nauders.
Mi affianca l'auto di Franco e Ludwig. Li ha appena chiamati il boss dell'organizzazione, Mr Gernot: dice che il tempo è scaduto e che, se smetto in questo punto, avrò comunque la maglia di finisher. Non ci penso nemmeno. Dica quello che vuole, Mr Gernot, io ho faticato da bestia fin qui e non mi voglio fermare.
Imbocco la salita dello Stelvio. Intanto, i miei due amici vanno alla ricerca di un posto di Polizia, o qualcosa del genere, per sapere se è possibile passare con l'auto oltre la dogana che c'è prima del passo. Io salgo i primi tornanti, non so cosa diamine sia successo, ma mi pare di volare. Però mi tocca ben presto tornare con i piedi per terra... La dogana è chiusa, non c'è niente da fare, la corsa finisce qui. La delusione, però, se ne va subito via, spazzata dall'abbraccio dei miei amici, che mi festeggiano come se davvero fossi giunta al traguardo in tempo.
A Nauders, in un tendone ormai deserto, trovo ad attendermi Silke e la mia maglia Finisher. Lo so, non me la sono meritata, ma la conservo come una reliquia. Sono così felice che non sento nulla, freddo, stanchezza, niente di niente. Vedo solo i sorrisi, di Silke, di Franco, di Ludwig, di Heinz che è arrivato apposta dal Liechtenstein per salutarmi...

L'avventura si conclude così, nel migliore dei modi possibili. Silke ci invita tutti a dormire nell'appartamento che lei e la sua squadra hanno preso in affitto: prolungo così di qualche ora la mia favola, con una bella doccia, i racconti euforici della sera stessa, una meritata notte di riposo, e ancora la colazione tutti assieme, le due squadre. Sì, di quella sera ho un ricordo splendido, in cui entrano un sacco di cose, ma non la stanchezza. Non c'è posto per la stanchezza, anche se poi, a dire il vero, crollo tra le braccia di Morfeo ancor prima di toccare il cuscino con la testa.
Io già di solito sono una vera frana, come discesista; adesso, poi, le mie difficoltà sono ingigantite dal freddo e dalla stanchezza. Silke mi stacca, va via; poco dopo, la vedo ferma accanto al furgone della sua squadra, in evidente difficoltà, ma sempre con il sorriso in volto. Mi riprende, mi sorpassa ancora. Franco mi racconterà poi d'averla vista più che mai tremante ed infreddolita.
E' la volta dell'Albula. Splende il sole, sono euforica, ancora per la gioia di aver raggiunto la mia avversaria. Lo so, l'ho raggiunta solo perché non sta bene; se fosse in piena forma, io non l'avrei vista nemmeno con il telescopio, avrei preso un distacco calcolabile in giorni; però, fatto sta che adesso non è lontana.
Salgo bene, sto bene; supero un paio di ciclisti con la mountain bike, vado su tranquilla, mi godo il calduccio. Verso la cima, eccola ancora, la Silke, a piedi, con la bici per mano, accompagnata da uno dei membri del suo equipaggio e coperta da una giacca ben più grande della sua taglia. La supero, la incoraggio: non perché mi voglia sentire superiore, per carità, so di non esserlo; semplicemente perché, in quel momento, vedo me stessa al suo posto ed immagino la rabbia indescrivibile che quella donna può sentire dentro di sé, nascosta dal suo splendido sorriso. Se fossi al suo posto, sentirei che sto gettando via una delle occasioni più belle della mia vita, e non posso farci nulla; sarei pazza di rabbia e delusione.
L'Albula, sul colle, è un lungo falsopiano. Mentre scollino, mi accorgo che anche lei è risalita; mi raggiunge, mi affianca, scambiamo qualche parola, si lamenta dei crampi, poi ancora giù, e qui mi stacca, come sempre. Però, in fondo è umana questa donna. Dietro il fisico perfetto, muscoloso, scolpito, e l'atteggiamento di enorme sicurezza e padronanza di sé, nasconde l'animo di una persona semplice. Io sono un'emerita signora nessuno, non ho nemmeno un centesimo del curriculum grandioso che ha lei, eppure lei è qui e chiacchiera con me, svela le sue difficoltà. Tutto questo non fa che aumentare l'ammirazione che ho per lei.
Altra salita, il Fluelapass. Qui per me iniziano le vere difficoltà. E' tardi, lo so, ormai è evidente che non ce la farò mai ad arrivare a Nauders in tempo, ma questo lo sapevo fin da subito; sarebbe stato sciocco e presuntuoso, da parte mia, illudermi del contrario. Però questa salita è molto dolce e quasi priva di curve: per me, una vera tragedia. Le forze ormai se ne stanno andando; continuo a mangiare, barrette, i panini di Franco con il formaggio, a bere, ma c'è poco da fare, sono cotta. Penso che Franco e Ludwig ormai non ne possano proprio più, penso che mi stiano odiando perché sono così irrimediabilmente lenta. Anche la pancia comincia a dare preoccupanti segni di insofferenza. Basta, lo giuro, arrivo in cima e mi ritiro. Già. Ne sono proprio convinta, lo voglio fare davvero.
Però... In cima ci arrivo, e penso che, in fondo, posso farne ancora una, di salita. Solo più una, poi, davvero, la smetto, basta. Poi ricordo una discesa, un lungo tunnel ed un tratto, pochi km in realtà, dove la crisi è proprio nera. Sono pochi km di pianura, in cui sento che rallento all'inverosimile: gambe e braccia molli, mi gira la testa, non ce la faccio davvero più. No, non ce la faccio, sono stata una pazza a tentare quest'impresa, adesso sono qui, ridicola, impotente di fronte a questa figuraccia barbina che sto facendo... Anche qui, mi salva Franco, con qualcosa da mangiare, mi pare un gel, una barretta, qualche minuto di pausa e sonno nell'auto. E, soprattutto, con il coraggio che sa infondermi. La pianura finalmente finisce, altra salita, ma adesso sto meglio. E' il passo del Forno. Qui, lo ammetto, i miei ricordi sono ormai confusi. Ricordo qualche tratto di salita, un falsopiano, l'arrivo in cima con la luce della sera. Pass dal Fuorn, Ofenpass.
Non so che diavolo mi prende, qui. Forse uno strano effetto della stanchezza. Mi sento felice, euforica. Scollino, riprendo la discesa: adesso VOGLIO arrivare alla fine. Non me ne frega un tubo se il tempo è scaduto. Sono qui, voglio continuare, voglio andare a Nauders.
Mi affianca l'auto di Franco e Ludwig. Li ha appena chiamati il boss dell'organizzazione, Mr Gernot: dice che il tempo è scaduto e che, se smetto in questo punto, avrò comunque la maglia di finisher. Non ci penso nemmeno. Dica quello che vuole, Mr Gernot, io ho faticato da bestia fin qui e non mi voglio fermare.
Imbocco la salita dello Stelvio. Intanto, i miei due amici vanno alla ricerca di un posto di Polizia, o qualcosa del genere, per sapere se è possibile passare con l'auto oltre la dogana che c'è prima del passo. Io salgo i primi tornanti, non so cosa diamine sia successo, ma mi pare di volare. Però mi tocca ben presto tornare con i piedi per terra... La dogana è chiusa, non c'è niente da fare, la corsa finisce qui. La delusione, però, se ne va subito via, spazzata dall'abbraccio dei miei amici, che mi festeggiano come se davvero fossi giunta al traguardo in tempo.
A Nauders, in un tendone ormai deserto, trovo ad attendermi Silke e la mia maglia Finisher. Lo so, non me la sono meritata, ma la conservo come una reliquia. Sono così felice che non sento nulla, freddo, stanchezza, niente di niente. Vedo solo i sorrisi, di Silke, di Franco, di Ludwig, di Heinz che è arrivato apposta dal Liechtenstein per salutarmi...
L'avventura si conclude così, nel migliore dei modi possibili. Silke ci invita tutti a dormire nell'appartamento che lei e la sua squadra hanno preso in affitto: prolungo così di qualche ora la mia favola, con una bella doccia, i racconti euforici della sera stessa, una meritata notte di riposo, e ancora la colazione tutti assieme, le due squadre. Sì, di quella sera ho un ricordo splendido, in cui entrano un sacco di cose, ma non la stanchezza. Non c'è posto per la stanchezza, anche se poi, a dire il vero, crollo tra le braccia di Morfeo ancor prima di toccare il cuscino con la testa.
lunedì 28 gennaio 2008
Race Across The Alps 2007 - Parte V - La prima metà della corsa
Via, partiti. Ma porcaccia miseria. Possibile che si debba schizzar via come dei missili, se ci son davanti cinquecento e passa km da percorrere? E non certo piatti come un tavolo da biliardo? Maremma maiala... La strada da Nauders al Resia è breve, sono pochi km; il guaio è che è in leggerissima salita, cosa che per me è una tragedia! Ok, in salita vado piano, ma, in proporzione, sul falsopiano sono proprio, cronicamente, piantata. Per un po' tento di tenere qualche ruota, ma mi passano tutti, proprio tutti; ho già il cuore che scoppia, la gola in fiamme, ma andate al diavolo. Il gruppo se ne va, scompare in fretta all'orizzonte; mi sorpassano, una dopo l'altra, anche le auto di assistenza. Nemmeno 10 km e son già sola. Va bene, Gian, niente panico. Te lo devi mettere nella zucca subito. Queste fesserie qui, questi patetici tentativi di inseguimento, non servono a un tubo, se non a renderti le gambe dure come ciocchi di legno. Calma, rallenta, lascia che il cuore torni ad un ritmo normale, lascia che il respiro si calmi. Goditi il caldo, il panorama, il lago su al Passo col campanile che spunta dall'acqua.

Supero il passo, via giù per la lunga discesa. Compare già qualche nuvola di troppo: beh, è prevedibile che nel primo pomeriggio si becchi qualche temporale...
Nella solitudine totale, raggiungo l'attacco della salita dello Stelvio. La conosco bene: è lunga, ma non ha pendenze impossibili; devo solo prenderla con molta calma, perché è la prima di una lunga serie.
Sono appena ai primi tornanti e già inizia a piovere... C'era da immaginarlo, il cielo è diventato cupo e chiuso in un attimo. Prima sosta per vestirsi, e già mi prende l'affanno: sto perdendo tempo, e già ne ho pochissimo!!! Giacca e pantaloni impermeabili. Poi, dopo un po', levo i pantaloni, altra sosta, altro scatto di rabbia. Franco mi dice di stare calma... Ha ragione, se comincio a perdere le staffe adesso, sono guai. C'è che fa freddo, che il vento si fa più forte e gelido man mano che salgo; c'è che di là la discesa sarà lunghissima; io già sono una frana in discesa sull'asciutto, figuriamoci poi con l'acqua!

In cima è nevischio. Mi vesto, grazie all'aiuto prontissimo dei miei due angeli custodi: io ho le mani intirizzite! Ho paura di scendere, ma non c'è niente da fare. Devo andare. Speriamo solo che l'intensità della pioggia si riduca un po'. Scendo piano, male, con quell'orrenda sensazione di non riuscire a frenare e, soprattutto, di non poter controllare la paura. E' bella, questa discesa, ma eterna, prima di arrivare a Bormio. Non mi par vero di poter ricominciare a salire!
Del Gavia, da questo versante, ricordo poco. Solo il freddo e la pioggia. E i km finali, non molto pendenti, in mezzo ai prati verdi, fino alla chiesetta, al piccolo bar. Vedo Franco e Ludwig in cima, intirizziti; mi sento un po' in colpa per loro. Anche qui, mi aiutano a vestirmi: devo sbrigarmi, scendere, qui fa freddo davvero.

Anche questa discesa è una bella sofferenza. Continua a piovere, e poi, chi conosce il Gavia da Ponte di Legno, sa di che strada io stia parlando.
Per fortuna, pare che il meteo abbia voglia di smettere con le bizze. Alla fine della discesa, la pioggia è cessata. Fino a Edolo, la strada è in discesa; si va via veloci. La stanchezza un po' si fa già sentire... Scende la sera, Franco mi sistema le luci. Inizio la salita all'Aprica: qui la pendenza è lievissima, ma so che non devo farmi prendere dall'entusiasmo. Bisogna andare piano, molto più piano di quanto ci si senta di poter fare.
E' buio, ci son solo io con le mie lucine... O no? All'improvviso, ecco che arrivano, alle mie spalle, un po' di concorrenti: loro han già fatto l'Aprica, il Mortirolo, e ora andranno dall'Aprica a Tirano e poi al Bernina. Io, il giro lo devo ancora fare. Mi sorpassano come moto, pieni di entusiasmo, sorrisi ed incoraggiamenti. Scambio qualche battuta anche con le varie squadre a bordo dei furgoni... Poi ancora il silenzio.
Arrivo all'Aprica, è sera tardi, ma c'è un ragazzo del BDC forum che mi riconosce e mi saluta: che gioia!!! Ringalluzzita, supero l'Aprica ed inizio la discesa. L'asfalto è sconnesso: meno male che le luci dell'auto al seguito mi danno una mano.
Sono interminabili i km dal bivio di fondovalle verso l'attacco del Mortirolo. Pianura, lunga, odiosa. Non mi par vero di arrivare alla salita.

Qui è notte ormai fonda. Ho le cuffie e la musica nelle orecchie, adesso: altrimenti, il sonno mi assalirebbe. E' incredibile il Mortirolo in piena notte. Non vedo nulla intorno a me: non i tornanti, non la strada giù sotto, né il bosco o le case o le pietre. La salita la "sento" solo nelle gambe; spingo, fatico, non so per quanto e per dove. Il tempo sembra volersi fare cattivo un'altra volta: ci sono lampi che illuminano la vallata a giorno, colpi di tuono sempre più vicini. Pur non volendo, mi ritrovo a forzare sui pedali, con l'angoscia del temporale - per quale ragione, poi, non lo so. E' che la stanchezza si fa sentire maledettamente, adesso. Non è nemmeno stanchezza: è sonno. maledetto sonno. Arrivo su, inizio la discesa, ma mi rendo subito conto di non controllare la bici. Vorrei darle una direzione, ma gli occhi si chiudono e l'attenzione sfuma. Rabbia, ferocissima rabbia, non pensavo di crollare già così presto!!!
Prima sosta, qualche minuto di sonno sul sedile dell'auto. E' un sonno strano, tanto profondo quanto breve, con un risveglio di soprassalto. Poi riprendo la discesa: ma freno, freno troppo, vedo la strada molto più ripida di quel che è, sono confusa, tutto fuorché lucida, in quei momenti. Per fortuna, anche stavolta arrivo a Edolo e ricomincio a salire. In salita è più facile combattere il sonno; in più, l'Aprica permette di sciogliere un po' le gambe.
A Tirano, altra piccola pausa di sonno. Ormai è chiaro che le 32 ore non mi basteranno mai, sono cotta; il sonno non mi dà tregua; arrivano i pensieri nefasti: ma che cavolo pensavo di poter fare, ma che imbecille che sono... E' l'alba quando attacco il Bernina.

La salita del Bernina è un calvario. Non è dura, non ha pendenze cattive, per carità. Però io ho nelle gambe già cinque salite, ho alle spalle una notte di bici, tanta stanchezza addosso, lo sconforto di essere ormai irrimediabilmente sola. Chissà dove sono già gli altri, dov'è Silke. Sono ridicola, io, qui, vado come una lumaca, non ce la farò mai. E poi, non ho nemmeno la certezza di dove si trovi il colle! L'ho già fatta una volta, questa salita, ma non ricordo... Che bello però, il Bernina, subito dopo la dogana. Che bello tutto, dal lago ai casolari sparsi, agli ultimi tornanti in mezzo ai prati.
Però arranco, son proprio cotta. Fino ad una delle ultime curve... Quando spunta Franco e mi dice, la Silke è in cima, ha i crampi, l'hai presa!!! Mamma mia... Peggio di una frustata nella schiena. Lo so, è crudele, ma mi sembra di risuscitare. Ho preso la Silke... La Wonderwoman... Non ci posso credere...

E' come se le forze mi tornassero di botto, nelle gambe, nelle braccia, ma soprattutto, mi torna la voglia di andare, di provarci. Faccio una breve sosta, poi via in discesa. Silke lo sa, d'essere una discesista eccezionale; mi fa mangiar la polvere anche lì, anche con la sofferenza del freddo e dei crampi. Però ormai so che è a tiro, non può scappare.

Supero il passo, via giù per la lunga discesa. Compare già qualche nuvola di troppo: beh, è prevedibile che nel primo pomeriggio si becchi qualche temporale...
Nella solitudine totale, raggiungo l'attacco della salita dello Stelvio. La conosco bene: è lunga, ma non ha pendenze impossibili; devo solo prenderla con molta calma, perché è la prima di una lunga serie.
Sono appena ai primi tornanti e già inizia a piovere... C'era da immaginarlo, il cielo è diventato cupo e chiuso in un attimo. Prima sosta per vestirsi, e già mi prende l'affanno: sto perdendo tempo, e già ne ho pochissimo!!! Giacca e pantaloni impermeabili. Poi, dopo un po', levo i pantaloni, altra sosta, altro scatto di rabbia. Franco mi dice di stare calma... Ha ragione, se comincio a perdere le staffe adesso, sono guai. C'è che fa freddo, che il vento si fa più forte e gelido man mano che salgo; c'è che di là la discesa sarà lunghissima; io già sono una frana in discesa sull'asciutto, figuriamoci poi con l'acqua!
In cima è nevischio. Mi vesto, grazie all'aiuto prontissimo dei miei due angeli custodi: io ho le mani intirizzite! Ho paura di scendere, ma non c'è niente da fare. Devo andare. Speriamo solo che l'intensità della pioggia si riduca un po'. Scendo piano, male, con quell'orrenda sensazione di non riuscire a frenare e, soprattutto, di non poter controllare la paura. E' bella, questa discesa, ma eterna, prima di arrivare a Bormio. Non mi par vero di poter ricominciare a salire!
Del Gavia, da questo versante, ricordo poco. Solo il freddo e la pioggia. E i km finali, non molto pendenti, in mezzo ai prati verdi, fino alla chiesetta, al piccolo bar. Vedo Franco e Ludwig in cima, intirizziti; mi sento un po' in colpa per loro. Anche qui, mi aiutano a vestirmi: devo sbrigarmi, scendere, qui fa freddo davvero.
Anche questa discesa è una bella sofferenza. Continua a piovere, e poi, chi conosce il Gavia da Ponte di Legno, sa di che strada io stia parlando.
Per fortuna, pare che il meteo abbia voglia di smettere con le bizze. Alla fine della discesa, la pioggia è cessata. Fino a Edolo, la strada è in discesa; si va via veloci. La stanchezza un po' si fa già sentire... Scende la sera, Franco mi sistema le luci. Inizio la salita all'Aprica: qui la pendenza è lievissima, ma so che non devo farmi prendere dall'entusiasmo. Bisogna andare piano, molto più piano di quanto ci si senta di poter fare.
E' buio, ci son solo io con le mie lucine... O no? All'improvviso, ecco che arrivano, alle mie spalle, un po' di concorrenti: loro han già fatto l'Aprica, il Mortirolo, e ora andranno dall'Aprica a Tirano e poi al Bernina. Io, il giro lo devo ancora fare. Mi sorpassano come moto, pieni di entusiasmo, sorrisi ed incoraggiamenti. Scambio qualche battuta anche con le varie squadre a bordo dei furgoni... Poi ancora il silenzio.
Arrivo all'Aprica, è sera tardi, ma c'è un ragazzo del BDC forum che mi riconosce e mi saluta: che gioia!!! Ringalluzzita, supero l'Aprica ed inizio la discesa. L'asfalto è sconnesso: meno male che le luci dell'auto al seguito mi danno una mano.
Sono interminabili i km dal bivio di fondovalle verso l'attacco del Mortirolo. Pianura, lunga, odiosa. Non mi par vero di arrivare alla salita.
Qui è notte ormai fonda. Ho le cuffie e la musica nelle orecchie, adesso: altrimenti, il sonno mi assalirebbe. E' incredibile il Mortirolo in piena notte. Non vedo nulla intorno a me: non i tornanti, non la strada giù sotto, né il bosco o le case o le pietre. La salita la "sento" solo nelle gambe; spingo, fatico, non so per quanto e per dove. Il tempo sembra volersi fare cattivo un'altra volta: ci sono lampi che illuminano la vallata a giorno, colpi di tuono sempre più vicini. Pur non volendo, mi ritrovo a forzare sui pedali, con l'angoscia del temporale - per quale ragione, poi, non lo so. E' che la stanchezza si fa sentire maledettamente, adesso. Non è nemmeno stanchezza: è sonno. maledetto sonno. Arrivo su, inizio la discesa, ma mi rendo subito conto di non controllare la bici. Vorrei darle una direzione, ma gli occhi si chiudono e l'attenzione sfuma. Rabbia, ferocissima rabbia, non pensavo di crollare già così presto!!!
Prima sosta, qualche minuto di sonno sul sedile dell'auto. E' un sonno strano, tanto profondo quanto breve, con un risveglio di soprassalto. Poi riprendo la discesa: ma freno, freno troppo, vedo la strada molto più ripida di quel che è, sono confusa, tutto fuorché lucida, in quei momenti. Per fortuna, anche stavolta arrivo a Edolo e ricomincio a salire. In salita è più facile combattere il sonno; in più, l'Aprica permette di sciogliere un po' le gambe.
A Tirano, altra piccola pausa di sonno. Ormai è chiaro che le 32 ore non mi basteranno mai, sono cotta; il sonno non mi dà tregua; arrivano i pensieri nefasti: ma che cavolo pensavo di poter fare, ma che imbecille che sono... E' l'alba quando attacco il Bernina.
La salita del Bernina è un calvario. Non è dura, non ha pendenze cattive, per carità. Però io ho nelle gambe già cinque salite, ho alle spalle una notte di bici, tanta stanchezza addosso, lo sconforto di essere ormai irrimediabilmente sola. Chissà dove sono già gli altri, dov'è Silke. Sono ridicola, io, qui, vado come una lumaca, non ce la farò mai. E poi, non ho nemmeno la certezza di dove si trovi il colle! L'ho già fatta una volta, questa salita, ma non ricordo... Che bello però, il Bernina, subito dopo la dogana. Che bello tutto, dal lago ai casolari sparsi, agli ultimi tornanti in mezzo ai prati.
Però arranco, son proprio cotta. Fino ad una delle ultime curve... Quando spunta Franco e mi dice, la Silke è in cima, ha i crampi, l'hai presa!!! Mamma mia... Peggio di una frustata nella schiena. Lo so, è crudele, ma mi sembra di risuscitare. Ho preso la Silke... La Wonderwoman... Non ci posso credere...
E' come se le forze mi tornassero di botto, nelle gambe, nelle braccia, ma soprattutto, mi torna la voglia di andare, di provarci. Faccio una breve sosta, poi via in discesa. Silke lo sa, d'essere una discesista eccezionale; mi fa mangiar la polvere anche lì, anche con la sofferenza del freddo e dei crampi. Però ormai so che è a tiro, non può scappare.
Race Across The Alps 2007 - Parte IV - La partenza
Apro gli occhi, ma non sono ancora del tutto sveglia. Attraverso le imposte filtra una bella luce: saranno circa le otto del mattino; mi ci vuole un attimo per riordinare le idee... Perché stamattina Skipper non mi ha svegliata? Ah già... Perché non sono a casa, sono in una stanza d'albergo, con le bici accanto al letto ed i raggi di sole che filtrano dalle tende alla finestra. Pare incredibile, ma sono a Nauders e il gran giorno è arrivato!!!
Qui, devo ammettere, sono in crisi. Non ricordo più cosa sia successo quella mattina: Franco ed io abbiamo fatto colazione in albergo? O siamo andati a caccia di backerei nel paese? Proprio non lo so. Ho le idee un po' più chiare dal momento dell'arrivo di Ludwig: l'auto, i preparativi, il trasferimento dei bagagli, delle scorte di pappatoria per me e per i miei accompagnatori. Se ci penso, ancora adesso mi vergogno un po': Franco e Ludwig sono indaffaratissimi, caricano, spostano, aprono, chiudono, incastrano, mentre io, già vestita da bici, mi aggiro nei paraggi come un fantasma. Manca poco alla partenza, un paio d'ore, ma ho già il cuore in mezzo alle orecchie. Non so se sono più agitata, più terrorizzata o più gasata, non ne ho idea!!! Solo che non riesco a stare ferma...

Ci avviciniamo, parcheggiamo l'auto in una piazzetta appena dietro la partenza. Manda più di un'ora, ma io sono in fibrillazione; vado a cacciare il naso nella zona del via, ma è ancora tutto un lavorìo di operai che sistemano l'arco, le casse, i cavi. Torno indietro, mangio qualcosa. Fa caldo, c'è un bel sole! Questo sì, è un bell'incoraggiamento...

L'agitazione sale e sale, man mano che la piazzetta si affolla di altri furgoni col numero, altre squadre, altri concorrenti. Con qualcuno scambio anche due chiacchiere: c'è un giovane inglese, che, come me, sogna solo di arrivare alla fine; ci sono i mostri della RAAM, della XXAlps Extreme. Ludwig attacca discorso con la squadra di un concorrente austriaco; è incredibile, tutta una babele di lingue, tutto un tradursi e riportare e interpretare i vari discorsi. Sorrisi, risate, ottimismo. E' vero, ho una paura dannata, ma sono qui, sulla porta d'ingresso di un'avventura che, fino a poco tempo fa, non avrei nemmeno osato immaginare. Adesso ci sono.
Ci avviciniamo alla partenza. Ora c'è più gente, tanti ciclisti, tanti accompagnatori; macchine fotografiche e flash ovunque. Anche Franco e Ludwig sono armati di obiettivi e scattano foto a raffica.
E' un momento difficile da descrivere. Mi sento piccola piccola in mezzo a quei campioni. C'è anche la mia unica rivale donna, Silke, bellissima, sorridente, sicura di sé, bersaglio di fotografi e microfoni. Vista così, sembra arrivare da un altro pianeta. Dovrei, per correttezza, salutarla, ma non oso: non vorrei che il mio gesto fosse preso per superbia; io non posso stare al suo livello. Ma ci pensa lei, nel modo chiassoso ed esuberante che è parte del suo stile! Saluta, augura in bocca al lupo.

E poi persino il palco, le interviste! Uno per uno, i ciclisti vanno a dire qualche parola di sé. Purtroppo, è quasi sempre il tedesco la lingua prescelta, quindi capisco poco. Poi tocca anche a me; quel gran bel pezzo di figliolo dell'intervistatore mi chiede cosa mi aspetto dalla gara: arrivare alla fine, e viva... Beh, obiettivo già fin troppo ambizioso.

I minuti scorrono lenti, infiniti. Quest'attesa mi fa impazzire!!! Mi guardo intorno, mangiucchio, scruto gli altri concorrenti... Ammiro la vettura del direttore di gara, una lussuosissima BMW, mica bau bau micio micio!!! E poi, finalmente, arriva il momento di mettersi in griglia.
Mi manca un po' il fiato adesso. Saluto Ludwig e Franco, li ritroverò dopo; mi avvicino ai colleghi già schierati. Faccio per imboscarmi nelle retrovie, ma a gran voce mi richiamano avanti. Foto di rito, tante, da tutte le parti. Chiudo gli occhi, un respirone. E' vero, Gian, ci sei. Si parte!!!!!
Qui, devo ammettere, sono in crisi. Non ricordo più cosa sia successo quella mattina: Franco ed io abbiamo fatto colazione in albergo? O siamo andati a caccia di backerei nel paese? Proprio non lo so. Ho le idee un po' più chiare dal momento dell'arrivo di Ludwig: l'auto, i preparativi, il trasferimento dei bagagli, delle scorte di pappatoria per me e per i miei accompagnatori. Se ci penso, ancora adesso mi vergogno un po': Franco e Ludwig sono indaffaratissimi, caricano, spostano, aprono, chiudono, incastrano, mentre io, già vestita da bici, mi aggiro nei paraggi come un fantasma. Manca poco alla partenza, un paio d'ore, ma ho già il cuore in mezzo alle orecchie. Non so se sono più agitata, più terrorizzata o più gasata, non ne ho idea!!! Solo che non riesco a stare ferma...
Ci avviciniamo, parcheggiamo l'auto in una piazzetta appena dietro la partenza. Manda più di un'ora, ma io sono in fibrillazione; vado a cacciare il naso nella zona del via, ma è ancora tutto un lavorìo di operai che sistemano l'arco, le casse, i cavi. Torno indietro, mangio qualcosa. Fa caldo, c'è un bel sole! Questo sì, è un bell'incoraggiamento...
L'agitazione sale e sale, man mano che la piazzetta si affolla di altri furgoni col numero, altre squadre, altri concorrenti. Con qualcuno scambio anche due chiacchiere: c'è un giovane inglese, che, come me, sogna solo di arrivare alla fine; ci sono i mostri della RAAM, della XXAlps Extreme. Ludwig attacca discorso con la squadra di un concorrente austriaco; è incredibile, tutta una babele di lingue, tutto un tradursi e riportare e interpretare i vari discorsi. Sorrisi, risate, ottimismo. E' vero, ho una paura dannata, ma sono qui, sulla porta d'ingresso di un'avventura che, fino a poco tempo fa, non avrei nemmeno osato immaginare. Adesso ci sono.
Ci avviciniamo alla partenza. Ora c'è più gente, tanti ciclisti, tanti accompagnatori; macchine fotografiche e flash ovunque. Anche Franco e Ludwig sono armati di obiettivi e scattano foto a raffica.
E' un momento difficile da descrivere. Mi sento piccola piccola in mezzo a quei campioni. C'è anche la mia unica rivale donna, Silke, bellissima, sorridente, sicura di sé, bersaglio di fotografi e microfoni. Vista così, sembra arrivare da un altro pianeta. Dovrei, per correttezza, salutarla, ma non oso: non vorrei che il mio gesto fosse preso per superbia; io non posso stare al suo livello. Ma ci pensa lei, nel modo chiassoso ed esuberante che è parte del suo stile! Saluta, augura in bocca al lupo.
E poi persino il palco, le interviste! Uno per uno, i ciclisti vanno a dire qualche parola di sé. Purtroppo, è quasi sempre il tedesco la lingua prescelta, quindi capisco poco. Poi tocca anche a me; quel gran bel pezzo di figliolo dell'intervistatore mi chiede cosa mi aspetto dalla gara: arrivare alla fine, e viva... Beh, obiettivo già fin troppo ambizioso.
I minuti scorrono lenti, infiniti. Quest'attesa mi fa impazzire!!! Mi guardo intorno, mangiucchio, scruto gli altri concorrenti... Ammiro la vettura del direttore di gara, una lussuosissima BMW, mica bau bau micio micio!!! E poi, finalmente, arriva il momento di mettersi in griglia.
Mi manca un po' il fiato adesso. Saluto Ludwig e Franco, li ritroverò dopo; mi avvicino ai colleghi già schierati. Faccio per imboscarmi nelle retrovie, ma a gran voce mi richiamano avanti. Foto di rito, tante, da tutte le parti. Chiudo gli occhi, un respirone. E' vero, Gian, ci sei. Si parte!!!!!
venerdì 25 gennaio 2008
Race Across The Alps 2007 - Parte III - Si va a Nauders
Appuntamento da Franco, 21 giugno 2007, verso mezzogiorno. Parto con la vecchia e fida Opel stracarica: il bagaglio, i viveri per il viaggio - mi basterebbero per andare fino a Capo Nord, ma non li tocco nemmeno, per la tensione - e le due bici. Eh già... Un vero prò che si rispetti non va mica in giro con una bici sola! Da buona iperansiosa, meglio portarle entrambe, si sa mai. Tanto, sul macchinone di Ludwig, che mi seguirà nella corsa, c'è un sacco di spazio. Metti che qualcosa si rompe mentre pedalo... Non posso mica permettermi di perdere tempo nelle riparazioni! Già così, con 32 ore a disposizione, per fare un giro che potrei sperare di chiudere in 40, sarà una disperazione.
Viaggio fino al paesello di Franco, vicino a Milano, in preda ad una sorta di allucinazione. Miracolosamente azzecco le direzioni ed i caselli, ma dev'esserci una specie di pilota automatico che guida, perché io sono sospesa a metà tra sogno e terrore. Quella sensazione che ti porta a dimenticare per un attimo tutto il resto, le attività, le persone, insomma, tutto ciò che riguarda la vita ordinaria. Non c'è più, è sparito. Non so cosa ci sia intorno a me; so solo ce c'è da fare un viaggio fino a Nauders e c'è da tentare una corsa in bici.
Meno male che c'è Franco. Prende in mano lui la situazione: il trasferimento dei bagagli e delle bici dalla mia alla sua auto non è impresa da poco! Nello stato psicofisico, più alterato del solito, in cui sono io, potrei dimenticare a casa almeno dieci cose indispensabili. Inizia ora uno dei viaggi più belli e sereni che abbia mai fatto!
Si parte, fa caldo, direzione passo Maloja, se non ricordo male, e Svizzera. Si chiacchiera, Franco sa stemperare la tensione, si fanno progetti; per ora sono tranquilla. Sosta in pasticceria, ci abbuffiamo di paste e meringhe: mamma mia, che attentato clamoroso alla linea, che per me è già parecchio tonda! Ci si ferma lungo il lago, due passi, qualche foto.

Fa freddo, il cielo si è coperto e tira vento: con il mio solito abbigliamento da spiaggia, sono come minimo fuori luogo! Poi ripartiamo, avanti, verso Nauders, e più passano i km, più sale la tensione. Ci attende, nel tardo pomeriggio, quello che viene pomposamente chiamato "briefing". Incontreremo Ludwig lì.
Il cielo è sempre cupo, cade anche qualche goccia di pioggia. Nuvole scure come il mio umore. Lo sapevo, il momento della verità è arrivato. Mentre attraversiamo un pendio verdissimo ed arriviamo in vista del paese, mi assale la paura, quella vera, spessa. Ma che ci faccio, qui. Sta arrivando il brutto tempo, pioverà domani, io sono una frana con la pioggia, lo so, sarà un dramma già da subito. OK, ho l'assistenza al seguito, ho tutto ciò che mi può servire, non ha senso angosciarmi, eppure...
Il cuore schizza a mille quando vedo le freccine che indicano la direzione della struttura dove si terrà il raduno pre-gara. Arriviamo in loco, solo per scoprire che il briefing sarà un'ora più tardi di quel che pensavamo. Fa freddo, ma non so se sia freddo davvero, o se sia solo colpa della mia agitazione. Facciamo due passi per il paese, con Franco a fare da argine al mio terrore. Poi torniamo al punto d'incontro. Il parcheggio è pieno di vetture con i nomi degli sponsor, i porta-bici. C'è movimento, tante persone, forse sono i ciclisti, forse i membri delle varie squadre. Discorsi in tedesco, risate; tanta, ostentata sicurezza, questo è quel che percepisco io, questo è quello che manca a me. Mi sento piccola piccola, fuori posto in mezzo a quella gente che chissà quale curriculum sportivo ha alle spalle, al contrario di me che non ho nulla, almeno, nulla a cui si possa aggiungere il prefisso "ultra-". Entriamo, ci facciamo capire in inglese; ci sediamo, ma seduta non resisto, comincio a girare nell'attesa che accada qualcosa. Non oso guardarmi intorno, cercare gli sguardi dei "concorrenti", improvvisamente vorrei essere lontana mille miglia di lì. C'è un sacco di gente che mangia e tracanna birra... Poi le luci si spengono, lo speaker inizia a parlare, chiama sul palco alcuni dei candidati al massacro di domani. Non si capisce nulla, ovviamente, o almeno, si capta solo qualche parola. Franco ed io restiamo vicino all'ingresso: poco dopo arriva Ludwig, che, con vera efficienza teteska, provvede immediatamente a chiedere tutte le informazioni tecniche per l'indomani. In un attimo, sul mio tavolo compaiono un sacco di cose, tra cui uno splendido road-book plastificato. Che emozione, vedere lì quell'altimetria su cui avevo consumato un sacco di sospiri per un sacco di tempo! E le etichette da applicare all'auto al seguito, e il numero per il casco, e, e...
Chiamano sul palco l'unica altra donna, Silke Seekamp: una splendida ciclista, fisico atletico che più non si può, entusiasmo trascinante. Mamma mia, questa mi spiezzerà in due. Anzi, peggio, in quattro, in otto... E come lei tutti gli altri, tutti magri, tirati, organizzatissimi. Io no, io non sono organizzata, vado incontro all'ignoto. Una cosa del genere, non puoi pensare di organizzarla, se almeno non la provi una volta, prima. Mi ripeto che sono qui per provare, e basta. Sono felice di esserci!
Confesso che la fine della riunione è un vero sollievo. Si va all'albergo che Ludwig ha prenotato per Franco e me: i titolari sono due giovani simpaticissimi; lui è un istruttore di MTB e dev'essere anche un bel pazzoide! Sono incuriositi dal fatto che io partecipi alla RATA, mi incoraggiano, fanno il tifo.
Ora ci vuole una bella pizza... E poi a nanna. Così facciamo: si va a mangiare una vera pizza, ottima a dispetto del fatto che siamo in Austria. Nel locale ci sono anche altri che domani partiranno con me: è il titolare della pizzeria, di chiare origini non austriache, che ci mette in contatto con fare chiassoso ed allegro. Bene: se anche gli altri vanno di pizza, allora qualcosa di giusto, nella mia preparazione pre-gara, c'è. La pizza, appunto.

Ancora due passi, poi si va a nanna. La partenza domani è a mezzogiorno. Ci sarà tempo per dormire un po' più a lungo del solito e prepararsi con calma. Buonanotte...
Viaggio fino al paesello di Franco, vicino a Milano, in preda ad una sorta di allucinazione. Miracolosamente azzecco le direzioni ed i caselli, ma dev'esserci una specie di pilota automatico che guida, perché io sono sospesa a metà tra sogno e terrore. Quella sensazione che ti porta a dimenticare per un attimo tutto il resto, le attività, le persone, insomma, tutto ciò che riguarda la vita ordinaria. Non c'è più, è sparito. Non so cosa ci sia intorno a me; so solo ce c'è da fare un viaggio fino a Nauders e c'è da tentare una corsa in bici.
Meno male che c'è Franco. Prende in mano lui la situazione: il trasferimento dei bagagli e delle bici dalla mia alla sua auto non è impresa da poco! Nello stato psicofisico, più alterato del solito, in cui sono io, potrei dimenticare a casa almeno dieci cose indispensabili. Inizia ora uno dei viaggi più belli e sereni che abbia mai fatto!
Si parte, fa caldo, direzione passo Maloja, se non ricordo male, e Svizzera. Si chiacchiera, Franco sa stemperare la tensione, si fanno progetti; per ora sono tranquilla. Sosta in pasticceria, ci abbuffiamo di paste e meringhe: mamma mia, che attentato clamoroso alla linea, che per me è già parecchio tonda! Ci si ferma lungo il lago, due passi, qualche foto.

Fa freddo, il cielo si è coperto e tira vento: con il mio solito abbigliamento da spiaggia, sono come minimo fuori luogo! Poi ripartiamo, avanti, verso Nauders, e più passano i km, più sale la tensione. Ci attende, nel tardo pomeriggio, quello che viene pomposamente chiamato "briefing". Incontreremo Ludwig lì.
Il cielo è sempre cupo, cade anche qualche goccia di pioggia. Nuvole scure come il mio umore. Lo sapevo, il momento della verità è arrivato. Mentre attraversiamo un pendio verdissimo ed arriviamo in vista del paese, mi assale la paura, quella vera, spessa. Ma che ci faccio, qui. Sta arrivando il brutto tempo, pioverà domani, io sono una frana con la pioggia, lo so, sarà un dramma già da subito. OK, ho l'assistenza al seguito, ho tutto ciò che mi può servire, non ha senso angosciarmi, eppure...
Il cuore schizza a mille quando vedo le freccine che indicano la direzione della struttura dove si terrà il raduno pre-gara. Arriviamo in loco, solo per scoprire che il briefing sarà un'ora più tardi di quel che pensavamo. Fa freddo, ma non so se sia freddo davvero, o se sia solo colpa della mia agitazione. Facciamo due passi per il paese, con Franco a fare da argine al mio terrore. Poi torniamo al punto d'incontro. Il parcheggio è pieno di vetture con i nomi degli sponsor, i porta-bici. C'è movimento, tante persone, forse sono i ciclisti, forse i membri delle varie squadre. Discorsi in tedesco, risate; tanta, ostentata sicurezza, questo è quel che percepisco io, questo è quello che manca a me. Mi sento piccola piccola, fuori posto in mezzo a quella gente che chissà quale curriculum sportivo ha alle spalle, al contrario di me che non ho nulla, almeno, nulla a cui si possa aggiungere il prefisso "ultra-". Entriamo, ci facciamo capire in inglese; ci sediamo, ma seduta non resisto, comincio a girare nell'attesa che accada qualcosa. Non oso guardarmi intorno, cercare gli sguardi dei "concorrenti", improvvisamente vorrei essere lontana mille miglia di lì. C'è un sacco di gente che mangia e tracanna birra... Poi le luci si spengono, lo speaker inizia a parlare, chiama sul palco alcuni dei candidati al massacro di domani. Non si capisce nulla, ovviamente, o almeno, si capta solo qualche parola. Franco ed io restiamo vicino all'ingresso: poco dopo arriva Ludwig, che, con vera efficienza teteska, provvede immediatamente a chiedere tutte le informazioni tecniche per l'indomani. In un attimo, sul mio tavolo compaiono un sacco di cose, tra cui uno splendido road-book plastificato. Che emozione, vedere lì quell'altimetria su cui avevo consumato un sacco di sospiri per un sacco di tempo! E le etichette da applicare all'auto al seguito, e il numero per il casco, e, e...
Chiamano sul palco l'unica altra donna, Silke Seekamp: una splendida ciclista, fisico atletico che più non si può, entusiasmo trascinante. Mamma mia, questa mi spiezzerà in due. Anzi, peggio, in quattro, in otto... E come lei tutti gli altri, tutti magri, tirati, organizzatissimi. Io no, io non sono organizzata, vado incontro all'ignoto. Una cosa del genere, non puoi pensare di organizzarla, se almeno non la provi una volta, prima. Mi ripeto che sono qui per provare, e basta. Sono felice di esserci!
Confesso che la fine della riunione è un vero sollievo. Si va all'albergo che Ludwig ha prenotato per Franco e me: i titolari sono due giovani simpaticissimi; lui è un istruttore di MTB e dev'essere anche un bel pazzoide! Sono incuriositi dal fatto che io partecipi alla RATA, mi incoraggiano, fanno il tifo.
Ora ci vuole una bella pizza... E poi a nanna. Così facciamo: si va a mangiare una vera pizza, ottima a dispetto del fatto che siamo in Austria. Nel locale ci sono anche altri che domani partiranno con me: è il titolare della pizzeria, di chiare origini non austriache, che ci mette in contatto con fare chiassoso ed allegro. Bene: se anche gli altri vanno di pizza, allora qualcosa di giusto, nella mia preparazione pre-gara, c'è. La pizza, appunto.
Ancora due passi, poi si va a nanna. La partenza domani è a mezzogiorno. Ci sarà tempo per dormire un po' più a lungo del solito e prepararsi con calma. Buonanotte...
mercoledì 23 gennaio 2008
Race Across The Alps 2007 - Parte II - Meditazioni
Riprendiamo la narrazione... Vado un po' a rilento, lo so, ma ho due ottime ragioni.
Una: per non so quale evento di quelli che si manifestano una volta su seimila miliardi, ho passato lo scritto dell'Esame di Stato (Dottore Commercialista), quindi ho pochi giorni per studiare TUTTO in vista dell'orale di lunedì 28.
L'altra: giusto per festeggiare l'evento uno, mi sono leggermente schiantata in bici, la scorsa domenica... Quindi CI ho una faccia così, un solo occhio operativo e un po' di difficoltà con i tasti del piccì!
A parte queste quisquilie... Dov'eravamo rimasti? Ah sì. Al punto in cui mancano tre settimane alla RATA e vengo a sapere che al via ci sarò pure io. Beh, ci sarò, parole grosse: come faccio ad esserci? Primo, non sono abbastanza allenata. Non si discute. 13.000 e rotti metri di dislivello, più di 500 km, e chi li ha mai visti? In due tappe, ok, è già dura ma si può fare. Ma in una botta sola... E poi, calma, ci sono tutti i problemi organizzativi! La versione inglese del sito web della corsa spiega che è obbligatorio, a pena di morte immediata, avere una squadra di quattro persone al seguito e, ovviamente, una vettura capace di portare a spasso tutti quanti, più eventualmente il ciclista schiattato e la sua bici.
Insomma, è chiaro che tutto ciò non sta né in cielo né in terra. La RATA nel 2007 non s'ha da fare. E' impossibile, i problemi sono troppi, il tempo troppo poco. Devo dire di no, devo spiegare che è colpa loro, degli organizzatori, me l'han detto troppo tardi, non riesco proprio a partecipare... Sì, certo. Razionalmente, dovrei fare proprio così. Però so benissimo che non lo farei mai. A costo di andar là da sola, di tentare di far tutto il giro con uno zaino enorme, di arrangiarmi, insomma, e al diavolo le loro regole. Non posso perdere un'occasione come questa. Se rifiuto quest'anno, col cavolo che l'anno prossimo mi ammettono dinuovo! No, le occasioni vanno colte, a qualsiasi costo. Questa è una delle occasioni più belle della mia vita. Non posso gettarla ai rovi, no, non si fa.
Mentre mi arrovello, passano i giorni, tra l'ufficio e la bici. Pian piano, la nebbia comincia a dissolversi. Grazie ad alcune persone verso le quali avrò sempre un debito di gratitudine enorme: Franco e Ludwig. Sono loro i primi ad offrirsi di accompagnarmi in questa pazza avventura. Franco, il compagno di tante avventure sulla bici; Ludwig, un simpaticissimo corridore conosciuto alla 100 km del Passatore, con cui ho condiviso un bel po' di km di fatica e di chiacchiere quella notte tra Firenze e Faenza... Due persone buone e generose come mai pensavo potessero esistere, e non è per fare una sviolinata, che lo dico. Lo dico proprio io, che son sempre così scettica e diffidente verso il prossimo!!!
Con Ludwig arriva anche la vettura... Una bella auto grossa, dove stipare tutto il bagaglio che mi porterò dietro nel viaggio. Insomma, in pochi giorni, quei problemi che sembravano insormontabili sono svaniti, non certo per merito mio, ma per l'incredibile abilità pratica ed organizzativa dei miei due amici.
Io ormai sono già "oltre". In un certo senso, sono già "estraniata" da questi problemi. Lo so, è un comportamento egoista il mio, ma la certezza di avere accanto due persone di cui potermi fidare, che si sono fatte carico di tutti i problemi materiali, mi permette di pensare, sognare, preoccuparmi solo della corsa. Poi, anche qui, "corsa" per me è un parolone. Io non posso permettermi nemmeno l'ambizione di arrivare alla fine nelle 32 ore di tempo massimo. Non ce l'avrei fatta nemmeno se avessi avuto a disposizione mesi di allenamento. Figuriamoci in tre settimane... Nei giorni precedenti il 21 giugno, fatidica data della partenza, pedalo parecchio in montagna, faccio il giro di cui ho parlato nel post "Sotto la pioggia...", partecipo alla GF Campagnolo; insomma, aggiungo un po' di fondo alla discreta quantità di salite in montagna già fatte, come d'abitudine, in primavera.
Tutto quel che voglio è esserci. Vedere, vivere, provare quest'esperienza. Lo so che non potrò combinare molto. Una cosa del genere non può essere preparata, finché non ci sei dentro e non vedi cosa significa davvero. Allora, poi, se ne può discutere, non prima.
Ci sono nomi, nella lista dei partenti, che forse al grande pubblico non dicono molto: ma è gente che ha corso la Race Across America, la XXAlps Extreme ed altre prove, appunto, estreme, di questo genere. Sono extraterrestri: lì in mezzo, io c'entro proprio poco. C'è un'altra donna, oltre a me: una tedesca, Silke, anche lei con un curriculum che fa impressione... Sul suo sito internet, ci sono decine di foto, racconti, imprese fantascientifiche. Eh sì, c'è poco da fare, il dubbio di aver fatto il passo molto più lungo della gamba mi assale, di tanto in tanto. Ma perché non provare? In fondo, alla peggio, rimedierò una figuraccia; alla peggio, l'anno successivo non mi accetteranno più.
Quanto ci metterò, in che condizioni sarò, guardo e riguardo l'altimetria. Trituro gli ammennicoli a mezzo mondo con i miei dubbi, le mie paure; chi mi dice che ce la farò, chi dice che non ce la farò mai, chi mi rimprovera perché non mi alleno seriamente, chi azzarda tabelle e tempi. Oh, insomma... Come si fa a prevedere qualcosa? Non mi interessano le previsioni, anzi, non le voglio nemmeno sentire!!! Mi metteranno solo ansia quando sarò là, a pedalare, e mi accorgerò - perché sarà inevitabilmente così - del tempo che scorre troppo in fretta. Questa follia è, appunto, una follia. Devo solo andare là, partire, pedalare finché ce la faccio. In fondo ho alle spalle due Rando 8000, ok, più brevi della RATA, ma affrontate in autonomia, quindi con zaino pesante, l'incognita del meteo, la necessità di arrangiarsi. Alla RATA sarò assistita, avrò una squadra a mia disposizione, e che squadra!!!
Alla sera del mercoledì, 19 giugno, preparo tutto. Un borsone con tutto l'abbigliamento che potrà servirmi nelle 32 ore di bici: estivo, invernale, da caldo, da freddo, da pioggia. Tutto, ma proprio tutto, senza parsimonia. Poi metto in partenza la bici, già revisionata, i copertoni, le camere d'aria di scorta, quel poco di dotazione meccanica che ho a casa. Le luci. La pappatoria, barrette e beveroni per un reggimento. Ultime telefonate, e-mail, ultimi messaggi sul forum di Bicidacorsa.
Domani si parte per Nauders...
Una: per non so quale evento di quelli che si manifestano una volta su seimila miliardi, ho passato lo scritto dell'Esame di Stato (Dottore Commercialista), quindi ho pochi giorni per studiare TUTTO in vista dell'orale di lunedì 28.
L'altra: giusto per festeggiare l'evento uno, mi sono leggermente schiantata in bici, la scorsa domenica... Quindi CI ho una faccia così, un solo occhio operativo e un po' di difficoltà con i tasti del piccì!
A parte queste quisquilie... Dov'eravamo rimasti? Ah sì. Al punto in cui mancano tre settimane alla RATA e vengo a sapere che al via ci sarò pure io. Beh, ci sarò, parole grosse: come faccio ad esserci? Primo, non sono abbastanza allenata. Non si discute. 13.000 e rotti metri di dislivello, più di 500 km, e chi li ha mai visti? In due tappe, ok, è già dura ma si può fare. Ma in una botta sola... E poi, calma, ci sono tutti i problemi organizzativi! La versione inglese del sito web della corsa spiega che è obbligatorio, a pena di morte immediata, avere una squadra di quattro persone al seguito e, ovviamente, una vettura capace di portare a spasso tutti quanti, più eventualmente il ciclista schiattato e la sua bici.
Insomma, è chiaro che tutto ciò non sta né in cielo né in terra. La RATA nel 2007 non s'ha da fare. E' impossibile, i problemi sono troppi, il tempo troppo poco. Devo dire di no, devo spiegare che è colpa loro, degli organizzatori, me l'han detto troppo tardi, non riesco proprio a partecipare... Sì, certo. Razionalmente, dovrei fare proprio così. Però so benissimo che non lo farei mai. A costo di andar là da sola, di tentare di far tutto il giro con uno zaino enorme, di arrangiarmi, insomma, e al diavolo le loro regole. Non posso perdere un'occasione come questa. Se rifiuto quest'anno, col cavolo che l'anno prossimo mi ammettono dinuovo! No, le occasioni vanno colte, a qualsiasi costo. Questa è una delle occasioni più belle della mia vita. Non posso gettarla ai rovi, no, non si fa.
Mentre mi arrovello, passano i giorni, tra l'ufficio e la bici. Pian piano, la nebbia comincia a dissolversi. Grazie ad alcune persone verso le quali avrò sempre un debito di gratitudine enorme: Franco e Ludwig. Sono loro i primi ad offrirsi di accompagnarmi in questa pazza avventura. Franco, il compagno di tante avventure sulla bici; Ludwig, un simpaticissimo corridore conosciuto alla 100 km del Passatore, con cui ho condiviso un bel po' di km di fatica e di chiacchiere quella notte tra Firenze e Faenza... Due persone buone e generose come mai pensavo potessero esistere, e non è per fare una sviolinata, che lo dico. Lo dico proprio io, che son sempre così scettica e diffidente verso il prossimo!!!
Con Ludwig arriva anche la vettura... Una bella auto grossa, dove stipare tutto il bagaglio che mi porterò dietro nel viaggio. Insomma, in pochi giorni, quei problemi che sembravano insormontabili sono svaniti, non certo per merito mio, ma per l'incredibile abilità pratica ed organizzativa dei miei due amici.
Io ormai sono già "oltre". In un certo senso, sono già "estraniata" da questi problemi. Lo so, è un comportamento egoista il mio, ma la certezza di avere accanto due persone di cui potermi fidare, che si sono fatte carico di tutti i problemi materiali, mi permette di pensare, sognare, preoccuparmi solo della corsa. Poi, anche qui, "corsa" per me è un parolone. Io non posso permettermi nemmeno l'ambizione di arrivare alla fine nelle 32 ore di tempo massimo. Non ce l'avrei fatta nemmeno se avessi avuto a disposizione mesi di allenamento. Figuriamoci in tre settimane... Nei giorni precedenti il 21 giugno, fatidica data della partenza, pedalo parecchio in montagna, faccio il giro di cui ho parlato nel post "Sotto la pioggia...", partecipo alla GF Campagnolo; insomma, aggiungo un po' di fondo alla discreta quantità di salite in montagna già fatte, come d'abitudine, in primavera.
Tutto quel che voglio è esserci. Vedere, vivere, provare quest'esperienza. Lo so che non potrò combinare molto. Una cosa del genere non può essere preparata, finché non ci sei dentro e non vedi cosa significa davvero. Allora, poi, se ne può discutere, non prima.
Ci sono nomi, nella lista dei partenti, che forse al grande pubblico non dicono molto: ma è gente che ha corso la Race Across America, la XXAlps Extreme ed altre prove, appunto, estreme, di questo genere. Sono extraterrestri: lì in mezzo, io c'entro proprio poco. C'è un'altra donna, oltre a me: una tedesca, Silke, anche lei con un curriculum che fa impressione... Sul suo sito internet, ci sono decine di foto, racconti, imprese fantascientifiche. Eh sì, c'è poco da fare, il dubbio di aver fatto il passo molto più lungo della gamba mi assale, di tanto in tanto. Ma perché non provare? In fondo, alla peggio, rimedierò una figuraccia; alla peggio, l'anno successivo non mi accetteranno più.
Quanto ci metterò, in che condizioni sarò, guardo e riguardo l'altimetria. Trituro gli ammennicoli a mezzo mondo con i miei dubbi, le mie paure; chi mi dice che ce la farò, chi dice che non ce la farò mai, chi mi rimprovera perché non mi alleno seriamente, chi azzarda tabelle e tempi. Oh, insomma... Come si fa a prevedere qualcosa? Non mi interessano le previsioni, anzi, non le voglio nemmeno sentire!!! Mi metteranno solo ansia quando sarò là, a pedalare, e mi accorgerò - perché sarà inevitabilmente così - del tempo che scorre troppo in fretta. Questa follia è, appunto, una follia. Devo solo andare là, partire, pedalare finché ce la faccio. In fondo ho alle spalle due Rando 8000, ok, più brevi della RATA, ma affrontate in autonomia, quindi con zaino pesante, l'incognita del meteo, la necessità di arrangiarsi. Alla RATA sarò assistita, avrò una squadra a mia disposizione, e che squadra!!!
Alla sera del mercoledì, 19 giugno, preparo tutto. Un borsone con tutto l'abbigliamento che potrà servirmi nelle 32 ore di bici: estivo, invernale, da caldo, da freddo, da pioggia. Tutto, ma proprio tutto, senza parsimonia. Poi metto in partenza la bici, già revisionata, i copertoni, le camere d'aria di scorta, quel poco di dotazione meccanica che ho a casa. Le luci. La pappatoria, barrette e beveroni per un reggimento. Ultime telefonate, e-mail, ultimi messaggi sul forum di Bicidacorsa.
Domani si parte per Nauders...
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