martedì 5 maggio 2009

1-2 maggio 2009 - Ricognizione Raid Vosgien Extreme - primo giorno

I Vosgi. Sono mesi che ci rimugino. La scorsa estate, un mio conoscente, validissimo ciclista da ultradistanza, il buon Rudolf, si è lanciato nell'avventura del Raid Vosgien Extreme, una prova ciclistica in autonomia, stile randonnée, da 540 km e 13.000 m di dislivello, all'incirca. Roba da nulla per lui che è abituato a ben di peggio: roba da matti per me che, come al solito, corro sempre più con la fantasia che con i pedali. I Vosgi: non so nemmeno dove siano, io, i Vosgi. So che sono montagne: questo mi basta. A "sinistra" di Basilea, mi dice Rudolf: ok, bisognerebbe sapere esattamente dove si trova, Basilea... Basterebbe consultare una cartina. Ma in fondo tutto ciò non ha molta importanza: per me i numeri sono più che sufficienti.
Nel 2008 non ho potuto partecipare, a causa della sovrapposizione con una gara di corsa in montagna in Valle d'Aosta, a cui ero già iscritta. Per il dono dell'ubiquità, sto lavorandoci su... Ma al momento non ne dispongo ancora. Ho però una memoria ferrea per quel che mi interessa: se qualcuno mi chiede cos'ho mangiato oggi a colazione, è probabile che non me ne ricordi; ma se mi chiede il calendario gare... Lo snocciolo a raffica!
L'idea di andare a provare il percorso era già nell'aria lo scorso autunno, poi rinviata per impegni vari ed inconciliabili dei due candidati, i soliti noti, Mik ed io. Con l'avvento del 2009, s'è pensato di fissare, con largo anticipo, la data fatidica al fine settimana del 1° maggio: venerdì, sabato, domenica, tre giorni sono il minimo indispensabile per una trasferta così impegnativa, mille km di auto tra andata e ritorno, più quelli da pedalare.

Ogni volta, in questi casi, mi riprometto di presentarmi all'appuntamento preparata, di studiare almeno un po' le carte, gli itinerari, il piano di viaggio. Ma poi va sempre a finire che, sapendo di poter contare sulla meticolosità dell'Ing, mi lascio prendere dalla pigrizia e guidare dalla sua traccia GPS. E finisco per salire in sella senza avere la più pallida idea di dove, quando, perché. Tanto le gambe son sempre pronte a tutto, più o meno. Questa volta però, lo giuro, avevo le migliori intenzioni del mondo: il mercoledì sera avrebbe dovuto essere dedicato a consultare la mappa preparata da Mik, a capire e mettermi in testa le tappe, insomma, ad avere almeno un vago concetto di ciò che stavo per andare a combinare. La realtà è stata un po' diversa; il mercoledì pomeriggio l'ho passato a combattere l'alluvione in cantina ed a pulire i tombini del cortile per far defluire l'acqua, mentre il mercoledì sera se n'è andato su una sedia del Pronto Soccorso accanto alla nonna, poi ricoverata per accertamenti... Insomma, come al solito ho finito per preparare il bagaglio in fretta e furia e ritrovarmi catapultata sull'auto di Mik, mezza addormentata e tutta rintronata, giovedì sera poco più tardi delle sei, in partenza per il grande viaggio. Già bellissimo di per sé, almeno fin quando son riuscita a restare più o meno sveglia: Torino, la Val d'Aosta, il traforo del Gran San Bernardo con lo spettacolo delle cime ancora cariche di neve nella luce del tramonto, la Svizzera, l'autostrada che scorre sotto le ruote ed accompagna i pensieri, l'attesa, l'ansia. Sapevo che sarebbe bastato poco. Sono partita con l'angoscia, un po' di senso di colpa: mia nonna non ha nulla di grave, non ha bisogno d'assistenza in ospedale, ma so di essere ben egoista a partire lasciando a casa una situazione comunque scombussolata. Sono partita perché mi sarebbe spiaciuto rendere vano tutto il gran lavoro di preparazione di Mik, ed anche perché a questo viaggio tenevo tanto, troppo per lasciare che un caso beffardo, un gioco di coincidenze, mi costringesse a casa. Ma quel che vedo ora intorno a me prevale su tutto, cancella tutto: poche ore di viaggio ed io non sono già più presente a me stessa ed alla mia vita di ogni giorno. Ancora una volta, ho saltato il confine, sono già nel mio Paese delle Meraviglie: da qui si vede tutto il resto, sì, ma è sfocato, lontano. Egoismo, superficialità, immaturità? Forse. Ma me lo tengo stretto, tutto questo. E' troppo bello guardare i ripidissimi pendii bianchi e pensare che quest'estate tornerò a calpestarne i sentieri, ascoltare la musica e dividere una pizza ridendo al pensiero che l'autovelox immortali il buon Mik alle prese con il volante e le chiazze di pomodoro, aver voglia di arrivare ed allo stesso tempo sperare che il viaggio non finisca mai. Un po' sono preoccupata, a dire il vero: i chilometri, tanti, in bici ed a piedi che ho accumulato tutti insieme quest'anno si fanno sentire, lasciano già da qualche tempo uno strascico di fiacca e fiato corto; chissà se ce la farò, e come.

Martigny, Berna, Basilea, è mezzanotte passata quando giungiamo in albergo a Mulhouse. Per me si tratta solo di spostarmi, in stato di sonnambulismo, dalla Y di Mik al materasso; gli strascichi del trambusto dei giorni precedenti, le poche ore di sonno della notte prima, fanno il resto. Coma profondo fino al suono, troppo presto, della sveglia.

La partenza del nostro itinerario non coincide con quella del percorso del Raid Extreme Vosgien, fissata a Luxeuil Les Bains. Per comodità, Mik ha scelto per il via il luogo che richiedesse, per quanto possibile, il viaggio in auto più breve e che offrisse un minimo di accoglienza turistica; a quanto pare, infatti, la regione dei Vosgi è tutto, fuorché popolosa. Meno male.

Saltiamo in sella a Cernay, una quindicina di km da Mulhouse, al mattino di venerdì, di buon'ora. Curioso, qui la luce del giorno si fa vedere prima, che non dalle nostre parti: elementare, mi fa notare Mik che è ben abituato ai viaggi a tutte le latitudini, siamo più a nord. Il cielo non è limpidissimo; l'aria è fredda, cristallina. Lasciamo l'auto nella periferia del paese, tra villette in tinta pastello, tutte linde, ordinatissime, con il loro giardinetto e le auto parcheggiate davanti, con i fiori e senza recinzione; un'atmosfera irreale, da set della pubblicità del Mulino Bianco, da fiaba. I primi km sono dolcissimi saliscendi ai margini delle montagne, proprio ai piedi di questi rilievi che paiono più colline tondeggianti, verdi verdissime, com'è verde la campagna quaggiù, dove la stagione primaverile sembra essere appena spuntata, con i primi timidi fiori. Si va a caccia della prima salita, con lo zaino sulla schiena che pesa come se fosse pieno di macigni, le gambe che ancora si lamentano per lo sgarbo della corsa in montagna della scorsa domenica, ma il cuore che balla la tarantella per l'emozione di essere qui. Ci attende, secondo le informazioni fornite dai creatori del Raid, una strada in "mauvais état", e chissà se ho azzeccato il verso dell'accento. Siamo in Francia, ma i nomi dei paesi hanno una netta connotazione tedesca: Uffholz, Wattwiller, Wuenheim, dove finalmente, dopo una decina di km dal via, la strada comincia a pendere. E' malconcia, in effetti, ma non tanto da impensierire chi, come noi, è abituato ad asfalti ben peggiori... Quelli italiani! I copertoncini da 28 della Ridley, poi, si fanno un baffo delle buche e delle crepe e delle pietre e dei tratti di sterrato. Ci ritroviamo all'improvviso nel fitto buio di una meravigliosa pineta, un ambiente insolito per la quota a cui ci troviamo: saremo a trecento metri sul livello del mare, eppure la vegetazione è molto simile a quella che, sulle nostre montagne, si trova oltre i mille metri. Alberi, il torrente che scorre sulla sinistra, la strada che sale dolce a curve e controcurve: e non un'anima. Una, forse due auto che incontro in diversi chilometri di salita: una decina, pù o meno, fino al Col Amic, quota 800 e rotti. Un attimo di tentennamento da parte del GPS, poi si imbocca la discesa, come al solito Mik avanti ed io dietro: non posso che gioire al vedere questa discesa così ampia, bella, con asfalto perfetto, facile da affrontare a cuor leggero persino per me. Fa freddo, i manicotti ed il giacchino non bastano a tener lontani i brividi, ma non importa, la calata sul fondovalle non può essere lunga. Goldenbach-Attenbach, un po' di pianura ma poca, e poi si torna a salire, ancora curve, ancora verde, pinete e poi pascoli a perdita d'occhio, mucche e cavalli e pecore, splendide malghe in legno e pietra, acqua che scorre ovunque a bordo strada, quiete, immutabile quiete. Questo sembra sempre più un paese di fiaba. Sento la fatica, gravosa, sento le gambe che ad ogni salita stentano a tornare "in temperatura", i muscoli che tirano, lavorano incerti e malvolentieri; forse patisco un po' il caldo che già si sente in salita, dove il vento non raffredda e si sente solo il sole che picchia. O forse sono cotta e basta. Discesa su Masevaux; la salita successiva inizia dal minuscolo abitato di Sewen e ci porterà su al Col du Ballon d'Alsace, poco meno di 1200 m di quota. Salita che soffro fin da subito, non per colpa delle pendenze ma proprio per il mio stato un po' traballante; che bella, però... Nasce in un villaggio minuscolo con il campanile svettante, la guglia sottile; sale a stretti tornanti secchi fino alla diga che contiene uno degli innumerevoli laghi di cui è costellata questa regione; poi spiana ed ancora sale, a strappi, a rampe cattive, nel fitto della vegetazione, fra i tronchi di pini svettanti e nudi fin quasi alla cima, mi fa sperare in un po' di pietà dietro ad ogni curva, pietà che non arriva mai, chissà se vincerà la strada o vincerò io. So che la vetta non può essere lontana, che le quote qui non sono alte e che, se la pendenza è questa, allora la cima arriverà in fretta... Mi han sorpassata due ciclisti, uno è sempre là davanti, in vista, soprattutto quando il bosco lascia il posto ai pascoli ed alle prime tracce di neve che quassù ancora resiste. Ballon d'Alsace. Mi chiedo cosa si intenda per "Ballon", visto che si tratta di un termine usato anche per altri luoghi qui intorno: so che c'è una corsa in bici chiamata "Les 3 Ballons"; vorrà dire cima, qualcosa del genere. Mi sa di "cima tonda"... In effetti le montagne qui son fatte così; non c'è ombra di roccia né di asperità, solo verdi panettoni. Sarà la fame che mi suggerisce la visione?

Altro bivio e lunga discesa, interminabile, verso un giro ad anello che ci riporterà, stasera, allo stesso punto da cui siamo appena passati. Zona di miniere, questa; infatti, dopo lunghi chilometri di stradone, appena addolcito dalla pazienza incredibile dei pochi automobilisti da queste parti, ci ritroviamo a veleggiare su strade secondarie, in mezzo a paesi dall'aspetto più che mai disabitato. Pochi anche i ciclisti, pochi e tranquilli. Mi colpisce una ragazzina, d'una decina d'anni al massimo: esce da un cortile in sella ad una bella bici da corsa formato mignon, mi sorpassa con gran sparata, poi leva le mani dal manubrio e si rassetta la coda di capelli... Resto a bocca aperta, io che in anni ed anni non ho mai imparato a pedalare senza mani; tiro dritto divertita, sperando però nella prossima salita, perché questi lunghi falsipiani attraverso la campagna, pur bellissima, mi stanno uccidendo lentamente. Le colline però sono lì, sempre più vicine; ho fiducia.

A Plancher Les Mines dovremmo, in teoria, fermarci a dormire questa sera, secondo il programma di viaggio. Però... Nell'unico albergo del villaggio, non c'è più posto per uno spillo. E non c'è altro nelle vicinanze, né hotel né camere. Mik ed io consultiamo la carta: a questo punto conviene completare l'anello, tornare al Col des Croix dove siamo passati già una volta e scendere a Le Thollis, l'unico paese che sembra un po' più consistente degli altri, qui nei dintorni. Forse lì qualcosa troveremo. Altrimenti, per me non è un problema buttarmi a dormire in qualche prato: non sarebbe la prima volta... Ma Mik respinge la proposta indignato: piuttosto si pedala tutta la notte fino all'auto! Già, facciamo gli smargiassi adesso, ma in cuor mio faccio gli scongiuri, speriamo di trovare almeno un pagliericcio!

Ultima tappa alla fontana e si riparte, per quella che vorremmo fosse l'ultima salita. Ma, ancora una volta, scopriremo, nostro malgrado, di essere stati troppo fiduciosi. Sulla carta, manca poco, trenta o quaranta km, anche perché abbiamo corretto il tiro rispetto alla tappa prevista in origine per oggi. Mik aveva messo a preventivo 230 km: a me sarebbe tanto piaciuto, rispettare quel conto... Ma già sapevo che, anche nella migliore condizione possibile, per me sarebbe stata utopia, con lo zaino pesante sulle spalle e la necessità di frequenti soste, vuoi per controllare l'itinerario, vuoi per cercare la pappatoria. Direzione Col du Mont De Fourche: da lì, torneremo al Col des Croix. Caratteristica del Raid Vosgien Extreme è di avere un percorso molto contorto, che richiede di passare più volte negli stessi punti, salendo ai colli da ogni possibile ed immaginabile versante. Ergo, per essere fedeli alla mappa di navigazione, dal Col des Croix dovremmo ridiscendere e ripassare a Plancher Les Mines, ipotesi che invece abbiamo già scartato perché poi non sapremmo dove rifugiarci per la nanna. Dal Col des Croix, con breve discesa, saremo invece a Le Thollis.
Poco prima dell'attacco della salita, Mik si ferma d'improvviso: ha notato un negozietto di alimentari. Uno stambugio, grande quanto un box auto, spoglio, con pochi piani di scaffale, pochissima mercanzia, generi alimentari messi lì quasi a casaccio insieme a detersivi e varie altre merci; un bancone basso, di legno, su cui passa tutto, i soldi, le cibarie senza confezione, le mani. Io certo non mi scandalizzo, anzi mi ci sento a mio agio, alla perfezione: ho sempre detestato la maniacalità per l'igiene... E a che ci serve il sistema immunitario, se ogni tanto non lo alleniamo un po'? Mik ghermisce una grossa pagnotta che avrà, occhio e croce, lo stesso peso specifico della ghisa; l'accompagneremo con un'ampolla di marmellata di albicocche, perché non c'è altro. Il pagnottone, quasi una baguette obesa, finisce in una borsina di plastica. E poi incameriamo una pizza che pare mummificata lì sopra, su una mensola, da chissà quale era geologica: non importa, oggi tutto fa brodo; abbiamo una fame tale che potremmo cannibalizzarci a vicenda. La madama del negozio ce la taglia in due; provvederemo noi a strapparne una metà ancora in metà, appena fuori dal negozio, per conservare invece l'altra metà per la sera. E' incredibile, quanto ci si possa ridurre a soffrire la fame in questi viaggi: sembra che il corpo capisca da sé che deve chiedere, chiedere ad ancora chiedere, per il presente ed anche per quel che l'attende in futuro; sembra che lo sappia, che è meglio fare scorta. Mi sento una marmotta che deve metter su grasso per affrontare il lungo letargo invernale... E dire che la riserva adiposa a me non manca di certo!

Il pagnottone finisce nel mio zaino, la mezza pizza pure; la marmellata spetta a Mik. Sbraniamo l'altra mezza pizza con la ferocia con cui una tigre dilania la sua preda; pizza con funghi e cipolle e chissà quale altro indefinibile ingrediente: come si suol dire, energia a pronta assimilazione... Poi però è ora di ripartire. Comincia il toto-ora di arrivo: le sette e mezza, le otto? Non siamo lontani... La salita è tranquilla, come tutte deserta, da meditare; come sempre, non so quanto sia lunga, ma ormai ho capito che qui non posso aspettarmi quindici km di ascesa, con le quote massime che si raggiungono. Manca poco... Ma anche stavolta la jella ci mette lo zampino, sotto forma di cartina stradale troppo stretta: cosicché ci convinciamo di dover passare proprio per due villaggi che si chiamano La Montagne e La Rosiere, apparentemente piazzati lungo la nostra strada. Ad un bivio, deviamo per una ripida discesa sconnessa, in mezzo ai campi ed a poche cascine da cui non trapela cenno di vita umana; a La Montagne effettivamente arriviamo, e vediamo anche il bivio per La Rosiere, solo che il bivio è verso sinistra mentre, secondo noi, dovrebbe stare a destra. Ohibò: dove cavolo siamo finiti? Quella su cui stiamo viaggiando sembra piuttosto una stradina di servizio dei pascoli e dei piccoli paesini che punteggiano queste splendide colline. Proseguiamo ancora un poco, mentre il proverbiale nuvolone di Fantozzi pensa bene di piazzarsi proprio sopra le nostre teste e scaricare una breve doccia; ci ripariamo sotto lo spiovente del tetto di una cascina e rimuginiamo sul da farsi. Ci sono, incredibile dictu, due anime qui: Mik s'ingegna, mostra la carta, chiede dove dobbiamo andare per andare dove dobbiamo andare. Ci suggeriscono di scendere ancora, troveremo una strada che ci porta a La Rosiere; ma noi, testoni, l'indicazione per il paese l'abbiamo vista poco fa; decidiamo di ignorare il consiglio e tornare indietro di un km, che ahimé, è un km di distanza ma a momenti anche di dislivello, mannaggia paletta! Due rampe assassine prima del bivio, un'altra sorella delle precedenti subito dopo, e meno male che fino a La Rosiere ci son solo due km. Il problema è che, raggiunto l'abitato, ne sappiamo quanoto prima: contavamo di sbucare su una strada più significativa, ma non è affatto così. La mia idea è che il primo errore sia stato abbandonare la salita verso il Col du Mont de Fourche prima di aver effettivamente raggiunto il colle: riguardando la mappa col senno di poi, avremmo dovuto tenerci sulla strada principale, che percorre un'ampia curva verso destra, mentre quel che abbiamo fatto in realtà è stato "tagliare" la curva, con l'aggravante che in mezzo ci sono discese e salite molto ardue. Si vede che per le stradine di servizio non val la pena di sprecare asfalto a far tornanti!
A Corravillers finalmente ci immettiamo su uno stradone che, in altre circostanze, odierei: ma questa volta ne sono lieta e sollevata; perlomeno ora abbiamo una vaga idea di dove ci troviamo! Qualche curvone ci porta su al Col du Mont de Fourche, che avremmo dovuto raggiungere dalla direzione opposta; lì trovo Mik che mi indica la strada, a destra, e mi raccomanda di aspettarlo se dovessi incontrare qualche bivio. E' qui che comincio ad avere la sensazione che il mio compagno di viaggio abbia qualcosa che non va: siamo entrambi abbastanza taciturni e restii a parlare dei cavoli nostri, o anche solo a manifestare quel che proviamo in gesti ed atteggiamenti; però ormai lo conosco da un po', quel tanto che basta a percepire qualcosa di insolito nell'aria, e non positivo, qualcosa che non ha nulla a che fare con la stanchezza fisica della giornata, ma che lo preoccupa e lo tiene lontano da qui, anche se fisicamente è ben presente sulla sella. Chissà. Forse, da buona amica, dovrei provare a chiedere cosa c'è che non va: ma non mi viene, proprio non mi viene; mi sentirei troppo impicciona, pensando poi quanto detesto, io stessa, che si ficchi il naso negli affari miei. Mi distraggo poi con l'occhio ai nuvoloni, che han girato intorno per mezza giornata ed ora sembrano ben decisi ad accumularsi tutti quassù. La strada sale leggermente, scende, poi sale ancora, nascosta in mezzo a boschi e laghetti; ogni tanto, per terra, la distanza al prossimo GPM: ma sono GPM con una ventina di metri di dislivello in tutto! Spero che la meta finale giunga più rapidamente della pioggia, perché altrimenti qui si finisce sotto un fortunale! Mi raggiunge Mik, si allontana, ci ritroviamo poi sul Col de Croix. Sotto di noi, la visione ora confortante di Le Thollis, che, al confronto dei microscopici paesini attraversati oggi, sembra una metropoli. La breve discesa, due o tre km, ci riserva ancora un'insidia, sotto forma di mucca placidamente piazzata in mezzo alla strada: grossa, imponente, pelo lucido come tutte le mucche di queste zone, bianca e nera, soprattutto inamovibile. Dopo rapida riflessione, decido che è meglio passarle davanti piuttosto che dietro, che almeno scongiuro il rischio di beccarmi un calcio: scampato pericolo. Finalmente arriviamo; un paio di vasche in paese, giusto per dare un'occhiata intorno, ed al secondo tentativo troviamo una sistemazione per la notte. Finalmente, davvero, perché sarà colpa della notte precedente in cui s'è viaggiato e dormito poco, sarà stato il primo caldo di oggi, sarà stato lo zaino pesante, non so, fatto sta che sono davvero distrutta ed ho solo voglia di buttarmi a dormire. Dovremmo aver macinato tra i 180 ed i 190 km; quanto al dislivello, la mia stima arriva a malapena a 2.500... Ma Mik, indignato: "Saranno almeno 4000! Se dici 2500, le mie gambe si offendono!". Doccia, magra cena a pane, marmellata ed un quarto di pizza: a questo punto, quello che su al Col du Mont de Fourche era solo un dubbio è diventato una certezza inconfutabile: Mik è più taciturno del solito, ha un muso lungo così; è evidente che sullo stomaco ha non solo un rospo, ma un'intera colonia di rospi, tutta la popolazione di uno stagno; è assente, con la testa altrove. Mah. Chissà perché, anzi, il perché lo posso ben immaginare; di più, posso dire che la cosa non mi stupisce e che, anzi, avevo già avuto il sentore che qualcosa del genere sarebbe presto accaduto. Mi spiace vederlo così. Come sempre, però, opto per la riservatezza: anche perché, onestissimamente, sono a pezzi; se fino a poco fa avevo considerato l'ipotesi di una passeggiata, visto che saranno al più tardi le nove e mezza, ora chiedo solo il materasso, il piumone, la nanna. Abbandono la testa sul cuscino, volto la schiena a tutto; il ticchettio convulso dei tasti del telefonino sotto le dita del mio tormentato compagno di viaggio diventa un rumore di sottofondo, lontano, ed in un attimo sparisce nel nulla.

lunedì 4 maggio 2009

26 aprile 2009 - Trail des Balcons d'Azur

"Il certificato medico... O la tessera?"
Oh capperi, lo sapevo. Mai una volta che la mia testaccia dura, utile solo come supporto per i capelli, si ricordi di provvedere a tutto. E dire che venerdì ho persino ricevuto la mail di promemoria dall'organizzazione: "Chi non ha inviato il certificato medico al momento dell'iscrizione dovrà presentarlo alla consegna dei numeri di gara", più o meno è quanto riesco a capire con il mio scarno francese. Ma, come sempre, ho nascosto la testa nella sabbia: "Ma sì, l'avrò mandato di sicuro, 'sto certificato". Invece no, e adesso me lo chiedono. "Sì ce l'ho la tessera... Non ce l'ho qui, ma ce l'ho!". Forse spiazzata dalla mia reazione in inglese, la madama alza bandiera bianca e mi consegna il pettorale: 37. Raggiante, l'ho scampata: mi dileguo con il bottino prima che qualcuno ci ripensi. Tocca a Mik andare a caccia del suo titolo per la corsa: con tecnica ormai collaudata, gli passo quei pezzi della dotazione obbligatoria da regolamento che lui non ha, ossia fischietto e telo termico. Anche se a me nessuno ha chiesto di controllare lo zaino. Torna, anche lui, di lì a poco: a lui il certificato medico l'han proprio fatto esibire... Lo dico sempre io che 'sto ragazzo è troppo magrolino e pallido, non ispira fiducia!
L'atmosfera è tutt'altro che frenetica: non sembra d'essere nell'imminenza di una corsa. Con il cielo plumbeo che incombe sulle nostre teste, ed il conforto, si fa per dire, delle previsioni meteo, non mi stupisce affatto che molta gente abbia guardato fuori dalla finestra ed abbia scelto di rituffarsi tra le coperte. E' ancora quasi buio, benché manchi poco alle sette; il mare davanti al porticciolo di La Napoule sembra il parcheggio di un ipermercato nei giorni di punta dello struscio: barche, barchette, barconi, uno spettacolo che, lungi dall'essere attraente, mi fa pensare, per deformazione professionale, al redditometro che s'impennerebbe al solo pensiero di acquistare un affare del genere! Ma no... Se anche ne avessi i soldini, l'acqua proprio non fa per me; preferisco la terraferma, anzi, più in su possibile rispetto al mare.
Pioviggina appena, mentre Mik ed io ci lasciamo scorrere addosso i minuti che ci separano dal via. C'è gente di tutti i tipi, fisici scolpiti e un po' meno scolpiti, corridori pronti a partire con se stessi come unico bagaglio ed altri carichi come muli, personaggi in canotta e pantaloncini o vestiti come l'Omino Michelin. A proposito, io ho già indosso la giacca impermeabile e non penso proprio che la leverò. Tanto il cielo non lascia speranze.
Per la partenza, ci raduniamo sotto l'arco gonfiabile proprio sulla spiaggia, sotto il suggestivo castello: siamo talmente pochi che potremmo essere niente più di una variopinta combriccola in gita domenicale. La voce dell'annunciatore brontola in sottofondo, ma solo, com'è ovvio, in francese: non si capisce un'acca. Spero che non stia dicendo nulla di fondamentale. Mi guardo intorno nervosamente: so che stamattina prenderà il via anche Matteo, con sua mamma, al percorso non competitivo da 17 km, ma non ricordo a che ora... Sarà ancora in campeggio. Mi avrebbe fatto piacere incontrarlo prima della partenza, ma non posso pretendere che il mondo intero sia a mia disposizione! Il guaio è che Matteo ormai è il mio portafortuna per le mattane, anche se quella di oggi non è poi una gran mattana; in fondo sono solo 51 km.

Conto alla rovescia, tre due uno partiti: il gregge di pecoroni si sposta faticosamente zampettando nella sabbia, imbocca la scalinata che porta sulla strada, poi un'altra lunga scalinata ove si crea un inevitabile ingorgo. Che dire... I primi due minuti sono per me una piacevole sorpresa; benché sia partita di corsa ed in salita, oggi non ho quel senso di soffocamento angosciante che di solito mi coglie in questi tragici momenti. Del rallentamento, poi, non posso che esser soddisfatta; qualche minuto di ritardo non cambierà certo il destino della mia corsa e, in compenso, mi permetterà di recuperare il primo "picco" del mio povero cuoricino bistrattato. In fila, disciplinati, si chiacchiera: quasi incredibile... Se fossimo in Italia, ci sarebbe chi sgomita per passare un metro avanti, chi sbuffa e chi bestemmia, chi se la prende con il governo ladro. La lunghissima scalinata ci conduce su un brevissimo tratto di asfalto; altro ingorgo: questa volta tocca infilarsi nel sottobosco, scivolando nel fango di una minuscola traccia, per poi avviarsi di corsa lungo un tratto veloce, leggero saliscendi. Il sentiero è già fangoso ed insidioso, le pietre rese scivolose dalla pioggia, l'affanno è tanto: sono già quasi ultima; lo so, lo sapevo, non avrei potuto aspettarmi nulla di diverso, ma fatico comunque a contenere l'agitazione. E ovvio che, in una gara così veloce, 51 km per 2.400 m di dislivello, sarò molto svantaggiata; non corro, non sono capace di correre su sentiero, e in più oggi piove. Sento persone alle mie spalle e mi sforzo di accelerare il passo; corricchio nei tratti in piano, ma proprio non ce la faccio se anche solo la strada sale leggermente. Ad ogni buona occasione, qualcuno mi passa avanti, e del resto non mi balena per l'anticamera del cervello l'idea di tentare di impedirlo: sarebbe folle, assurdo.
Ben presto siamo già lontani dalla vista del mare, persi in un ambiente che, a due passi dalla costa, sembra non conoscere la presenza umana: vegetazione fitta fitta di piante di mare, di pini, di fiori coloratissimi e di intensi profumi, limone sopra tutti, pigne sparse lungo il sentiero, umidità greve, appiccicosa. La vegetazione così bella e rigogliosa fa netto contrasto con la giornata dall'aspetto tristemente autunnale; ormai piove, a scrosci, e gli occhiali già da un po' sono finiti in tasca, inutilizzabili. Vedo in modalità "bassa definizione", come l'ha definita Mik in una passeggiata di neve dello scorso inverno; vedo colori e contorni sfocati, posso mettere a fuoco un brevissimo tratto di sentiero davanti a me, poi basta, nulla più. Provate un po' voi a dover decidere dove appoggiare il piede, se sapete che lì sotto c'è una roccia sola, e ne vedete due, e non potete capire qual è quella vera e qual è il doppione! Correre così è angosciante, oltre che rischioso. Come se non bastasse, spesso il sentiero s'infila nel sottobosco così fitto che tocca avanzare piegati, con le mani a proteggere la faccia, perché le spine qui in mezzo abbondano. Sono i passaggi che trovo più odiosi: la prossima volta, se ci sarà, mi porto il machete! Sarà già questo il modo di curare i sentieri? Lì sotto è buio, tremendamente buio; avanzo ad intuizione quando non riesco a vedere. A volte il sentiero non si vede più, al suo posto un ruscello limaccioso, e allora bisogna procedere a gambe larghe, un piede su una sponda l'altro sull'altra, come vedo fare a due fanciulle che mi precedono e mi mollano lì a litigare con il fango e la mia cecità. Forza Gian, questo non è che l'inizio. Prima salita tranquilla, costante, da percorrere con buona lena; chissà Mik dove sarà già a quest'ora. Gli scrosci si susseguono, si placano, poi riprendono; in alcuni tratti esposti soffia un vento rabbioso che piega i rami degli alberi e fiacca la resistenza dei corridori, anche se per ora non si può proprio dire che faccia freddo. Tratti di sentiero stretto si alternano a tratti di strada carrozzabile su terra rossa, quasi come quella dei campi da tennis; interminabili agonie nel buio triste del bosco e passaggi in cui si vedrebbe il cielo, se ci fosse, ma almeno si ruba un po' di luce. In salita come sempre recupero qualche posizione, in discesa le restituisco tutte con gli interessi. Corro per quanto posso, per quanto io detesti la corsa su sentiero, corro pianissimo per risparmiare i muscoli delle gambe ed intanto spero nella prossima salita; corro perché sono qui e non ho alternativa, anche se piove, anche se c'è fango, anche se vedo solo ombre intorno a me. Un paio di volte riesco persino a sbagliare strada; il guaio è che qualsiasi ombra che si muova ed abbia vagamente colore bianco, per me, è indistinguibile rispetto alle balise... Meno male che qualche anima pia si preoccupa di richiamarmi all'ordine.

Colori forti, verde intenso delle piante, rosso mattone della terra e dei picchi rocciosi che sembrano enormi funghi anche quelli di colore rossastro, acceso, caldo. Non tardo ad accorgermi che questo percorso non fa proprio per me; i tratti da correre sono lunghi, interminabili, ed io sono di una lentezza esasperante. Qualcuno intorno a me c'è ancora, ma pochi... E non è bastato il conforto del bicchiere di Coca Cola tracannato al primo ristoro.

Non saprei dire quanto tempo sia passato dal via, quando mi piombano addosso i primi due corridori del percorso competitivo da 32 km. So solo che, da questo momento, le mie difficoltà e le mie paure crescono a dismisura. Basta poco, quando già si vacilla, per arrivare davvero ad un pelo dal baratro e cascarci dentro. Io son già alle prese con il mio equilibrio precario, con gli occhi inutili o quasi... Ora, a parte i primi ed alcuni gruppi che hanno, sul resto dei partecipanti, un notevole vantaggio, la mia corsa diventa una sofferenza; ogni momento tocca farsi da parte, lasciar passare chi sopraggiunge di corsa, fermarsi ripartire fermarsi ripartire, con sommo strazio per i muscoli ed il morale. Sono a dire poco furiosa: ma qual è quella mente ignobile che ha pensato bene di sovrapporre due percorsi, ad una sola ora di distanza tra le partenze, su sentieri dove passa una persona per volta? E' un incubo per chi deve cedere il passaggio, ed anche per chi si trova di continuo la strada bloccata! Sale l'ancoscia, orecchie dritte a captare il passo veloce, il respiro affannoso di chi s'avvicina, frenetica ricerca di un francobollo di spazio su cui fermarsi e ripartire. Ancora, ed ancora: adesso basta... Non è colpa di chi corre la 32 km, ci mancherebbe, ma non è nemmeno colpa mia! A questo punto, chi arriva non è certo più in lotta per la classifica... Non mi sposto più, basta; sarà chi vuole strada a dover pazientare finché avrà occasione e spazio per prendersela.

Pochi attimi mi regalano un po' di pace e tregua; che spettacolo però quando il sentiero mi sputa fuori da un odioso tratto di marcia forzata nel bosco, proprio sulla radura accanto ad uno splendido specchio d'acqua verde. Pazienza se poi c'è da superare un cumulo di grossi massi tondeggianti, facendo ricorso ad un'abilità da scalatore che proprio non ho. Me lo ricorda il polpaccio destro, che si contrae dolorosamente all'improvviso al primo accenno di movimento insolito. Mi aggrappo ai massi a pelle di leone: il corridore dietro di me li passa in tre balzi... C'è chi può!

Il supplizio della sovrapposizione dei percorsi mi accompagna fino al km 20, con il contorno di preoccupazione, di stanchezza, di pioggia che ormai scorre persino nelle vene al posto del sangue. Come se non bastasse, ci si è messo anche il telefonino; era in tasca, spento, s'è acceso da solo, è impazzito; emette suoni inconsulti, seleziona i tasti da solo, ne fa insomma una per colore. E non riesco neppure a spegnerlo! Dovrei togliere la batteria, ma non è proprio il momento... Lascio che sbraiti da solo; in fondo l'energia non è mica eterna: prima o poi la carica si esaurirà!

Arrivo al bivio in mezzo alla folla, senza accorgermene. I volontari, solerti, ci smistano: van tutti a sinistra... Io sola, a destra. Sola, davvero, nel nulla: una vera liberazione. Finalmente respiro, finalmente non c'è più nessuno che mi assilla. Sono ultima, e allora? Ora posso fare davvero il mio passo. La carrozzabile su cui sto correndo scende con pendenza quasi impercettibile, lentissima, sempre più giù accanto alle acque impetuose di un torrente, tra boschi e torri di rocce e terra rossa; fango, sabbia e pensieri, un po' alla corsa ma più spesso lontani, ad altri luoghi, altre persone, altre corse, altri sogni. Approfitto delle fontanelle per fare il pieno alle borracce; benché stia diluviando ormai da ore, la sete c'è ed è tanta. Quasi mi stupisco del fatto che le mani non siano per nulla intirizzite, anche se, stringendo i pugni, l'acqua che ha inzuppato i guantini cola giù a catinelle. Di tanto in tanto, sembra quasi di scorgere un raggio di luce: ma è senz'altro uno strano gioco degli occhi stanchi ed appannati.
Finalmente, dopo l'infinito tratto da correre, raggiungo il bivio dove ha inizio una nuova salita. Ci sono due volontari infreddoliti che mi chiedono se io sia l'ultima: presumo di sì... Ma come faccio a saperlo con certezza? Inizia qui un'altra lunga salita, per quanto possa essere lunga una salita da quattrocento, quattrocentocinquanta metri di dislivello al massimo, ripida e fangosa, anzi sempre un po' più fangosa. Dopo il Pic de l'Ours, la salita precedente, è la volta del Pic de Cap Roux. Il sentiero, a circa metà salita, sbuca su uno spiazzo ove passa una strada asfaltata: me lo ricordo alla perfezione, questo luogo, non appena riemergo dai meandri del bosco; ci sono stata in bici, pochi mesi fa. Altro bicchiere di Coca e si riparte, ancora verso l'alto, verso le sferzate del vento che sbattono addosso ancor più violenta la pioggia ormai incessante. Le raffiche, in certi punti esposti, sono talmente forti da sbilanciare la già precaria posizione che si può conquistare ancorati al fango od alle rocce scivolosissime, in salita e soprattutto in discesa. Corro dove posso: non sui sentieri più ripidi, non sulle insidiose pietraie. Ho perso ormai da un po' la nozione del tempo; non ci sono nemmeno le ombre, l'intensità della luce a darmi l'idea: pare che oggi sia una sera perenne!

Nella lunga discesa che segue, prima come sempre su sentiero scosceso e poi su interminabile mulattiera tutta da correre, commetto il mio grave errore. E' difficile da spiegare, ma è una sorta di sdoppiamento della personalità. La parte razionale sa perfettamente che non posso ancora essere vicina all'arrivo; anche se non ho un orologio, mi rendo ben conto che non ho camminato abbastanza, non ho faticato abbastanza per essere già nei paraggi del cinquantunesimo chilometro; insomma, visto che siamo in tema, deve ancora passarne, di acqua, sotto i ponti e sulla mia giacca! La parte ottimista però vede il mare, o meglio lo intuisce, vede la strada in costa, i paesi lungo il mare che disegnano la linea della spiaggia. Il mare no, non lo vede perché non può distinguerne il grigio dal grigio uniforme del cielo, ma sa che c'è. E fa un affrettato due più due che in questo caso di certo non fa quattro: ora si scende verso La Napoule! Sì, un par di cavoli... Corsa e ancora corsa, sempre lenta e misurata, sentiero ampio interrotto solo per un chilometro da un tratto su strada asfaltata, occhi puntati a scrutare la montagna, intuire una linea di passaggio, un'irregolarità nel fitto della vegetazione che possa far pensare ad un sentiero. Di tanto in tanto, un morso di barretta o una ciucciata di gel energetico; come sempre, sto mangiando troppo poco, ma non ho voglia d'altro. Si scende fin quasi in riva al mare, anzi no, proprio in riva al mare; un sentierino che diventa sempre più impervio e sacrificato tra i rovi, s'infila sotto la strada, sbuca in spiaggia, proprio su una piccola spiaggia dall'aspetto tristissimo, cumuli di rifiuti a farle da contorno, onde grigie e rabbiose che schiaffeggiano gli scalini sulla sinistra, dove si sale per raggiungere il punto di controllo. Poi si torna un po' indietro, si riattraversa il fitto del sottobosco, che davvero comincio ad odiare fieramente. Qui incontro alcuni personaggi che devono ancora giungere al controllo: proprio ultima non sono... Ma qualche sventurato l'avevo già ripescato nell'ultima salita. Salita, anche qui, ancora salita, verso destra; regolare, dolce, ma tutta uno slalom tra le pozze. Ormai non me ne preoccupo più; ci tuffo i piedi senza troppa delicatezza, tanto, più fradici di così... Si sale ancora. Non è finita. Ovvio, Gian, che non è finita, te l'avevo detto io. Cosa pensavi, d'esser così fenomeno da poter macinare cinquantun km senza accorgertene? Beh ma se non è finita, questa comunque sarà l'ultima salita... Pia illusione. Altro lungo traverso a mezza costa, tutto da correre, e poi il bivio verso il Pic de l'Ours: me ne stupisco; al Pic de l'Ours siamo già passati. Infatti, poco più avanti, si lascia il sentiero principale in favore di un altro, che piega tutto verso destra e riporta in vista della costa, del mare.
La discesa però punta verso una valle che, a vedere da quassù, non sbocca al mare. Quindi, anche se il cuore vorrebbe potersi illudere che sia finita – ma perché oggi lo desidero così tanto? - mi sa che non è finita affatto, non ancora. La strada, sterrata ma ampia e liscia, scende inesorabilmente a fondovalle, costringendomi ancora alla corsa. Le gambe per ora non fanno male, ma sono appesantite, irrigidite. Chissà quanto dureranno ancora. So che non lontano avanti a me ci sono altri due o tre corridori, ma non riesco a vederli, né aguzzando la vista lungo la strada sotto di me, né seguendo con lo sguardo improbabili linee di sentieri in mezzo ai boschi delle montagne che incombono su di me. Del resto, senza occhiali non ho speranza. Ancora e sempre sotto la pioggia che martella, mi trascino poco convinta giù per la strada: ecco, là in fondo c'è l'incrocio con una strada asfaltata. Se si gira a destra, può darsi che si vada verso il mare... Invece no. A sinistra, verso una cancellata. Come... Devo entrare qui dentro? Ma qui c'è un capannone, sembra il cortile di un'azienda, possibile? Incollo come sempre il naso alla balise; se avessi il fiuto del mio cagnone, mi sarebbe utile. Dal riparo dello spiovente del capannone, spuntano sotto il diluvio due loschi figuri: mi chiedono il numero e mi indicano... La salita. Mi volto, tutto quel che vedo è una ripidissima pietraia in mezzo al bosco, con una corda nel mezzo, appesa lassù chissà dove, non vedo. Mi si ferma il cuore... Quella? Ma questi son dei pazzi furiosi... Gian qui non puoi, non devi pensare, buttati. Mi butto, mi aggrappo alla corda che è l'unico appiglio possibile, tiro con tutte le mie forze, cerco di salire e scivolo di continuo sulle pietre che rotolano sotto le mie suole, cado, riprovo, cado ancora, salgo pian piano, due passi avanti ed una scivolata indietro, con il terrore di voltarmi e vedere sotto, di mollare la presa e non poter fermare la caduta. Panico, non lo controllo più, scoppio a piangere: tra i singhiozzi convulsi che non mi lasciano respirare, le lacrime che mi levano quel poco di vista, continuo a trascinarmi rabbiosamente su, attaccata alla corda, agli arbusti che più in alto segnano qualcosa che sembra una traccia di sentiero. La mano destra sanguina, forse mi sono ferita cadendo, ma non sento nulla, solo paura, voglia disperata di scappare da qui. Ma non ho scelta, non posso fare altro che continuare, ancora, sperando che sia davvero finita, ma non lo voglio pensare, perché poi ci sarà un'altra delusione. La vetta, si vede il mare, ma è un'anticima, ce n'è un'altra davanti. Le case, le borgate vicine, forse è finita davvero, l'autostrada laggiù in fondo, il pianto che non vuole smettere. Meno male che non c'è nessuno qui intorno, Gian, nessuno che ti veda, dai, cammina, guarda il sentiero laggiù, questa volta è finita per forza. Vorrei tanto che ci fosse una persona qui con me... Vorrei vederlo salire il sentiero, come già ha fatto alle Porte di Pietra, e pazienza se questa volta non mi portasse la Coca Cola, basterebbe che mi portasse una parola. Ma non è possibile; oggi, Gian, te la devi cavare da sola.
Rabbia, impotenza, zig zag del sentiero, il mare sempre più vicino, il rumore delle auto e del treno che non sono mai stati così piacevoli, le lacrime che forse han voglia di asciugarsi, facciamo finta che sia stata solo la pioggia a bagnare la faccia. Asfalto sotto i piedi, le ultime balise in direzione del porto. Riesco ancora qui a sbagliare strada, perché, giù dalla banchina in terra accanto alla strada, mi sembra di vedere una traccia di sentiero ed un segnale rosso e bianco... Mi butto giù nel fango, ci arrivo, non è una balise, è solo una scatola buttata lì; risalgo faticosamente, rispunto sulla strada e chissà cosa pensa chi mi vede spuntare da in mezzo ai rovi mentre passa in auto. Trovo la traccia, attraverso il porto, la spiaggia, grigia come il mare ed il cielo. Salgo e scendo rampe di scalini, tante, troppe, su e giù; il castello è là in fondo e sembra sempre lontano. Pescatori mi osservano passare, perplessi e forse un po' scocciati. Finalmente la spiaggia da cui siamo partiti: sento la voce di un altoparlante, ma qui c'è solo un arco abbattuto per terra, non c'è nessuno... Mi fermo, delusa e perplessa: possibile che sia già finito il tempo massimo? Possibile che non ci sia proprio più nessuno? Dove devo andare adesso? Mi fermo, desolata, sotto la pioggia... Poi imbocco una scalinata in mezzo ai tavolini vuoti di un bar; ah ecco... L'arrivo è sulla strada, non più in spiaggia. Fine: non ritiro nemmeno la maglietta, non tocco il ristoro, voglio solo andare via. Fine del supplizio anche per il povero Mik che, interrotta la sua corsa per un problema al ginocchio, ha dovuto attendermi fino ad ora: nove ore e mezza per i miei 51 km. Si torna a casa: spero che mia sorella, dalla sua cena tra amici di ieri, mi abbia lasciato qualche avanzo!

25 aprile 2009: Turini andata e ritorno

Capita molto, ma molto di rado che il tarlo del dubbio s'insinui a tentar di sforacchiare la corazza del mio convinto ateismo. Succede, ad esempio, quando Mik mi offre, sua sponte, più o meno, di partire da casa alle cinque e un quarto del mattino. Cioè, per lui, del fondo della notte fonda. Allora un dio da qualche parte esiste... E mi ama! Che Mik stia mettendo giudizio? O che stia perdendo il senno pure lui? Dipende dai punti di vista. Fatto sta che questa volta siamo in due, Max ed io, contro uno a voler saltare in auto ad ore antelucane, per raggiungere Nizza, anzi precisamente Saint Laurent du Var, ad un orario sensato per riuscire a pedalare duecento e rotti km col favore della luce. E di qui a laggiù ci vogliono almeno tre ore, anzi di più. Certo, da sola o con il buon Max sarei partita alle quattro e mezza... Ma suvvia Gian, sforzati, fai un piccolo esercizio di diplomazia. Conta fino ad unmilionesettecentotrentamilaventisei e respira forte. Ci vuol pazienza, con i ciclisti...
Saltiamo in sella alle otto e mezza circa, lagnandoci già per la temperatura, che speravamo ben più confortevole. Tira un vento freddo che fa rizzar la pelle d'oca sulle parti scoperte: poche, per quanto mi riguarda... Ormai ho imparato che quest'anno il caldo me lo posso sognare; quindi, Costa Azzurra o no, ho comunque scelto i pantaloni ¾ felpati ed i manicotti. Si parte tra i capannoni: supermercati, magazzini di mobili, elettrodomestici, bricolage, chi più ne ha più ne metta, un sole un po' velato a scaldar la schiena. E slalom tra i crateri di questo disgraziatissimo asfalto, tentando di seguire la ruota di Mik ma non troppo: ho sempre paura di far qualche mossa azzardata e toccare la bici di chi mi precede. Verrebbe fuori un bell'ammucchio, per carità! Almeno non all'inizio del giro!
Siccome poi lo spirito è forte ed asceticamente votato alla bici, ma l'occhio è debole ed ogni tanto cade, capita per caso che io osservi un particolare che mi fa temere, per il povero Mik, un accadimento irreparabile prima di sera... Ma taccio, per non preoccupare inutilmente il malcapitato, che tanto non potrebbe far nulla per risolvere il problema.
Vaghiamo un po' senza meta tra le rotonde, a caccia di un fantomatico ponte che effettivamente poi esiste; passato il Var e gli insidiosissimi binari, svoltiamo a sinistra. Tra un po' si dovrebbe incontrare il bivio che ci porterà via dallo stradone: lo spero bene, perché di pianura e di vento ne ho già abbastanza. Al primo tentativo, finiamo nel cortile di un'officina Renault: ritenta, sarai più fortunato; torniamo indietro di poche decine di metri, contromano sullo stradone, ed imbocchiamo, questa volta, la retta via. Una bella strada secondaria, con rampe di tutto rispetto e tornanti che in un attimo ci portano su in alto, in vista della piana del fiume; strappi e tratti a pendenza più dolce, in un'alternanza che fa soffrire in modo ignobile le gambette. Mik è già sparito nel nulla, mentre Max come sempre ha pietà di me ed evita di scappare via.
Saliamo tra fiori e profumi, in fondo gli unici cenni di una primavera che anche qui stenta a dare segni di vita; Castagniers è il primo piccolo centro abitato che attraversiamo. Di tanto in tanto, Mik si raccoglie in paziente attesa nei pressi di qualche bivio... Chissà perché non raccoglie il mio suggerimento di portarsi dietro la Settimana Enigmistica! Potrebbe approfittarne per allenare, oltre ai garretti, anche le meningi.
L'ascesa è allietata, o forse al contrario turbata, da un intenso profumo di sugo, qualcosa tipo ragù, ben poco francese: sarà qualche italiano con la casa in Costa Azzurra, che fa tanto stile, ma chi caspita è che cucina il sugo di carne a quest'ora del mattino? Allora non sono l'unica amante delle colazioni pesanti... Solo che io, vegetariana convinta, stamattina alle quattro e mezza mi sono spazzolata i tortelli ricotta e spinaci.
Salite brevi, discese brevi, giungiamo ad Aspremont, piccolo e grazioso paese ormai illuminato da un bel sole tiepido; da lì altro bivio, sinistra, lunga e blanda discesa fino ad un paesello che è una contraddizione in termini: Chateauneuf-Villevieille. Il Chateau a dir la verità non lo vedo, ma son troppo impegnata a guardare dove metto le ruote. Attraversiamo l'abitato, scendiamo ancora, ma Mik ordina l'altolà: il GPS sentenzia che siamo fuori strada. Andiamo avanti, torniamo su? La seconda; qualche centinaio di metri e torniamo nel paese. Un cartello un po' ambiguo indica Bendejun, che è sulla nostra rotta; certo che questa strada è tale per modo di dire. E' minuscola, dissestata e sporca di sabbia e pietrisco: se ne accorge ben presto Max. Un sibilo inconfondibile: gomma a terra. Maremma! Pausa imprevista ma, devo ammettere, anche gradita; il sole c'è, anche se incerto, e riscalda un po' le ossa. Qualche auto, qualche bici, che traffico per una stradina così! E poco più avanti, posto rimedio al fattaccio, superiamo un cortile da cui si lancia all'inseguimento un cagnone: feroce all'apparenza, mi lecca la mano non appena gliela porgo per accarezzarlo.
Ormai siamo in “zona Turini”, beh, quasi: Coaraze è ancora distante dalla vetta, ma è uno dei paesi che richiamano immediatamente uno dei versanti della salita. Lunga e dolce marcia di avvicinamento verso Peira Cava, bella ascesa nel paesaggio tipico di queste “montagne di mare”, bianche di terra e verdi di vegetazione rigogliosa e clima secco. Quasi sempre... Anche oggi il giro della cima ce lo possiamo scordare: si vede già da qui, che la neve c'è ancora, troppo bassa.

Al Col St Roch arrivo un po' affaticata, ma non posso permettermi di andare in crisi: anche perché il colle per noi è finto; è un quadrivio, ma noi dobbiamo imboccare la strada che continua a salire. 8 km a Peira Cava, 15 al Turini, anche se l'ascesa vera è più breve; i chilometri finali prima del colle sono lunghi, interminabili saliscendi. Insomma, il solito colle finto.
Ci tocca, purtroppo, una sgradita sorpresa: a quanto pare, oggi quassù è in corso un rally, o qualcosa del genere. Il colle è affollatissimo di auto e spettatori, alcuni interessati all'aspetto sportivo dell'avvenimento, altri ben più ispirati da quintali di costine e cascate di vino e birra. Anche la più squallida delle piazzole casca a pennello per un picnic! Proseguo e taccio; la mia pena è un po' alleviata dai tornanti che da qui si susseguono stretti e secchi, solo un basso parapetto in pietra a nascondere un po' l'effetto del vuoto, la vallata che si apre ampia. Taccio perché non mi va di ammettere la fiacca, nemmeno a me stessa. E mi distraggo scaricando la stizza sulle auto che intasano questo paradiso, qui dove speravo di trovare un po' di pace; un sacco di gente che con la montagna non ha nulla a che vedere, che porta quassù le proprie chiappe solo perché ci ha messo sotto un motore, che starebbe meglio a far grasso ad un tavolino del Mc Donald's o tra gli scaffali di qualche megamercato di pianura... Ovunque, ma non qui! Odiosi perché vogliono rubarmi la mia strada, perché vorrebbero prendersela a suon di clacson e gestacci, ma no, mi spiace, io sto qui e non mi sposto. Da Peira Cava in avanti, poi, metà della carreggiata è occupata dai gazebo delle squadre che assistono ciascuna auto in corsa: accozzaglia di persone in tuta da meccanico, attrezzi, compressori, cerchi, pneumatici, braciole, bottiglie di vino, di Coca, marmocchi urlanti. Povero il mio Turini... Se potessi ti scrolleresti di dosso tutto questo ciarpame, lo so, tutti giù a fondovalle li faresti rotolare. Come ornamento per le tue pendici, quassù, solo la neve che ancora resiste ai raggi di un sole finalmente tiepido. Lo so, sono intollerante. Anche questa gente, in fondo, è qui per divertirsi, come me: ma io non porto quassù fumo e frastuono, al massimo si sente solo il mio respiro affannoso, anzi ogni tanto, quando marca proprio male, non si sente quasi più nemmeno quello.
Max va a caccia di una pompa che possa gonfiare un po' meglio la camera d'aria sostituita dopo la foratura: con tutto questo armamentario d'attrezzi in giro, ci sarà ben qualcosa che fa al caso suo, no? A quanto pare, no... Proprio niente che si adatti alla valvolina. Procediamo con quattro occhi per uno, tanta è la gente che si muove a mò di gregge di pecoroni a destra ed a manca, senza guardare nulla; poi ci sono anche le auto che vanno su e giù tra i box. Tutto ciò, per arrivare in cima e sentirci dire che no, non possiamo scendere dalla strada che avremmo voluto imboccare. Chiusa per rally. Andiamo bene... Siamo perplessi. Mik, per inciso, è pure mezzo ibernato, chissà da quanto tempo ci aspetta quassù. Che fare? Non resta molta scelta, se non tornare indietro. Prospettiva che mi turba soprattutto perché tocca riattraversare la bolgia infernale, in discesa stavolta. Amen... S'ha da fare, non indugiamo, si parte, con qualche rischio in più di prima, perché ora la velocità è superiore. Nel marasma, siamo ignorati o, peggio, trattati con fastidio dai conduttori dei bolidi fracassoni – fracassoni sia gli uni che gli altri. Il Col St Roch è una liberazione... Da lì in poi, le strade nostra e del rally si dividono. Torniamo alla quiete, ripercorriamo i nostri passi, e si sa che il ritorno è sempre più breve, più rapido, meno doloroso: ormai la strada la si conosce, non fa più paura. Scrutiamo gli orologi per capire se, una volta tornati nei pressi del punto di partenza, avremo ancora il tempo di aggiungere un'appendice, magari un'altra salita. A ritroso, Coaraze, Bendejun, Chatoneuf-Villevieille, Aspremont, Castagniers, Saint Jeannet. Ed io sto, con mia gran sorpresa, molto meglio di quanto non mi sentissi questa mattina, o anche solo poche ore fa. Saranno più o meno le sei del pomeriggio, il sole è ancora alto e tiepido sulla pelle.

Qui ci separiamo: Max preferisce tornare subito verso l'auto, a St Laurent du Vars, mentre Mik ed io abbiamo in mente di aggiungere al giro ancora un'appendice. Raggiungere Vence... E magari salire al Col de Vence, meno di dieci km per, boh, 900 m di dislivello da qui? Sepoffà. Anche perché non ho ancora alcuna voglia di rientrare; mi sento come se potessi ancora procedere indefinitamente. Finché non mi si esauriscono le scorte di pappatoria e non mi assale la fame! Evento più che possibile, visto che oggi ho mangiato decisamente poco per i miei gusti.

Arrivare a Vence non è un problema; c'è qualche km di saliscendi, molto blando, niente di che, solo un po' di traffico, il sole già basso sulla schiena. Nel paese, come da copione, ci perdiamo: dove diamine è finito il bivio per il colle? E chi ne ha la più pallida idea... Proseguiamo un po' verso Grasse, poi torniamo indietro; stavolta, in questo senso, addocchiamo il cartello. E troviamo la strada: 9 km, col sole che va giù. Mik sparisce subito: non faccio in tempo a raccomandargli di non attendermi in cima... E' il caso che io mi dia una mossa, perché qui stasera si fa notte. La pendenza qui non è mai accentuata, ci sarà qualche tratto al 7-8%; vero che sono stanca, ma è anche l'ultimo sforzo. Anzi no, non è nemmeno vero che sono stanca; dovrei esserlo, ma al momento mi sento benone. Strada ampia, curvoni dolci che si vedono su contro la collina brulla; i cartelli chilometrici che si susseguono tutto sommato abbastanza in fretta, -8, -7, -6... Ombre sempre più lunghe, colori caldi ed intensi, vento che qua e là s'infila nella valle e soffia e mette i brividi. E fame, tanta fame: vorrei farne a meno, invece mi trovo, a pochi km dalla cima, a dover addentare una barretta che avrei voluto conservare per la corsa di domani. Mi alzo in piedi sui pedali, vorrei accelerare un po' ma senza esagerare. Alla penultima curva incrocio Mik che scende: meno male, ci ha pensato da solo, a non restare ad ibernare lassù. Al colle manca poco, meno di un km: ci salgo per toccata e fuga, tira vento e fa un gran freddo; mi vesto, di gran carriera, ridiscendo verso Vence.

Come d'accordo, Mik mi aspetta in paese. Ora si pone il problema di rientrare all'auto, a Saint Laurent du Vars. Dovrebbe esserci una via diretta da qui... Già, ma chissà dove! Il sole ormai sta per salutarci; è ora di sbrigarsi, se vogliamo evitare di farci venir buio addosso. Ma si sa, che chi lascia la via vecchia per la nuova, spesse volte nel liquame si ritrova. Basterebbe ripercorrere la strada fatta all'andata, dopo aver salutato Max, ma no, noi abbiamo fretta e ci lanciamo giù per una stradina che, in mezzo alle case, scende verso il mare. O meglio; ci sembra che scenda verso il mare. Invece no: scende, un bel po', e poi risale. Fantastico! Ridiamo per non piangere, frustiamo i muscoli ancora un po', risaliamo fino ad una strada più ampia, che mi sa di retta via, finalmente. E chiediamo, questa volta, informazioni! Sì, siamo a buon punto; un losco figuro che parla italiano ci illumina: cinque km e saremo a Saint Laurent. Cinque km di discesa, vento improvvisamente rabbioso, prime gocce di pioggia e nuvoloni neri ancor più neri al tramonto, che preparano per noi la giornata di domani. Correremo sotto il diluvio, così ha promesso MeteoFrance, che non mente mai, soprattutto quando annuncia sfiga. Ma ora non ha grande importanza; conta che abbiamo faticosamente riguadagnato l'auto, con oltre 190 km e enne mila m di dislivello nelle gambe, boh, e che non ci resta che concederci una lauta cena a base di pane, Gorgonzola, Asiago, yogurt, dolce con la crema e Coca Cola. Il Gorgonzola è il segreto dei campioni... Ma non ditelo a nessuno!

lunedì 20 aprile 2009

12-13 aprile 2009 - Prova percorso Raid Provence Extreme 2009

Il primo colpo di pedale, di buon'ora, la mattina della domenica di Pasqua a Valensole: è l'inizio di un'avventura. Ed è anche un grande traguardo. Sono mesi che si fantastica di questa ricognizione, mesi di progetti, proposte, risposte, idee, parti più o meno folli delle fertili menti dei Compagni di Merende.
Il Raid ufficiale prevede un percorso di circa 600 km, con oltre 9000 m di dislivello in salita dichiarati; partirà il prossimo 30 maggio da Bedoin. Tra i papabili per il viaggio prova, c'è chi sostiene l'opportunità di spezzare l'itinerario in tappe uniformi, chi propende per due tapponi più una minitappa finale di riposo e recupero... Chi ha invece un chiodo fisso: partire ed arrivare una volta sola, proprio come si dovrà fare nel giorno, anzi nei due giorni, della randonnée ufficiale. Io me medesima, ovviamente. Non voglio sentire ragioni: io farò così, chi mi ama mi segua, chi c'è c'è. Non saprei nemmeno spiegare la vera ragione di simile ostinazione: in fondo, anche se non l'ho portato a termine, ho già vissuto sulla mia pelle il RPE quasi per intero... Poco male, ho smesso da tempo di cercare una giustificazione logica per le mie pensate.
Alla fine la spunto io... Anche se in realtà non avevo alcuna intenzione di coinvolgere gli altri nel mio progetto; mi ci sarei buttata anche da sola, salvo poi sbattere il naso al primo muro di difficoltà, ma questa è un'altra storia. La spunto, o almeno, Matteo riesce a farmelo credere, trovando, come sempre, una quadra per accontentare più o meno tutti. Tutti: una moltitudine indefinita che in breve, tra defezioni e rinunce varie, s'è ristretta a quattro elementi. La quadra prevede, semplicità geniale, la partenza in auto da Valensole: il RPE infatti segue un percorso a "8" con un primo anello di circa 400 km ed un secondo anello di circa 200; Matteo propone di sfruttare l'auto a Valensole come campo base per rifocillarsi dopo aver coperto i primi due terzi del giro ed eventualmente come luogo di sepoltura per chi, dopo quei primi due terzi, dovesse passare a miglior vita. Sì, mi duole, ma devo riconoscere che si tratta di un'idea molto saggia.
Ad una settimana dal fatidico giorno del via, ci si mettono le previsioni del tempo a guastar la festa, preannunciando con rara ostinazione pioggia, pioggia ed ancora pioggia per il ponte pasquale. Partire, non partire? Ho il cuore in fondo ai calzini, all'idea di dover dire addio al progetto che ho cullato e cresciuto con tanto amore... E non solo io! Insomma, ho combinato tutto per benino: venerdì sera arrivo ad Arenzano, passo la notte a spasso per sentieri con un gruppo di faticatori locali, poi sabato in viaggio verso la Provenza con Matteo, domenica mattina in bici e via... No, non voglio rinunciare, non se ne parla nemmeno. E se anche il gruppo di quattro papabili perde per strada altri due elementi, in extremis, io ottengo la conferma in cui non dubitavo: Matteo è d'accordo, si va comunque.

Così mi ritrovo, sabato intorno all'una, a Voltri, al capolinea dei bus, un luogo che ormai m'è entrato nell'anima: mi ci sento quasi a casa, è una bella balconata sul mare, anche se poi, quando ti volti, sei risucchiato dal caos dell'Aurelia, appena sotto il viadotto dell'autostrada. C'è Matteo pronto ad attendermi: che imbecille, sono pure in ritardo. Sono felice di vederlo, ho addosso l'emozione di un bambino alla prima gita scolastica, ma anche la stanchezza di una notte passata a camminare su sentiero, e la relativa fame atavica! Così, quando ci rimettiamo in marcia dopo una doccia calda ed il pranzo luculliano preparato dalla mamma di Matteo, posso dire con certezza di sentirmi davvero meglio...

Ci trasferiamo a Savona con i rispettivi mezzi, per praticità del viaggio di rientro, che spero sia il più lontano possibile anche se sarà solo dopodomani; lì abbandono la Opel e trasferisco bici, bagagli e me stessa sul furgone Wolkswagen di Matteo, che a me pare un vero transatlantico. Suonata e un po' stracca per la notte insonne, ma felice come non mai, vorrei che questo viaggio non avesse fine. E un po' è proprio così: partiti da Genova prima delle tre, giungiamo a Valensole alle otto, con gli occhi colmi di panorami e la voglia ed insieme l'inquietudine della splendida avventura. Lo so, che Matteo può capire, in fondo siamo fatti della stessa pasta, anche se lui ha dalla sua un carattere serafico, un autocontrollo a prova di bomba, una capacità eccezionale di risolvere problemi piccoli e grandi senza scomporsi, una meravigliosa attitudine ad arrangiarsi. E' anche per questo che amo viaggiare con lui, perché mi sento tranquilla, in una botte di ferro. Qualunque cosa succeda, tanto c'è lui...

La mattina di Pasqua, intorno alle otto, c'è già movimento a Valensole. Gente che va, gente che viene, tutti con l'ombrello: piove, una pioggerella delicata ma di quelle che han l'aria di non voler cedere il passo troppo presto, anzi. Cielo bigio, strati bigi alternati a strati ancor più bigi; la giacca impermeabile indosso da subito, le bici pronte e ben oliate, ovviamente a cura di Matteo, per affrontare l'umido andante che ci attende oggi. Ci salutano gli splendidi platani della piazza: mi avvio, con l'umore concorde al colore delle nuvole ma, una volta tanto, senza quel senso di terrore incontrollabile che di solito mi assedia quando qualcosa comincia ad andare storto. Piove, è vero: ma è appena una pioggerella debole, nulla da temere per la stabilità della mia Ridley equipaggiata per l'occasione con i copertoncini da 28. Lo zaino, quello sì, è davvero pesante: purtroppo, con le previsioni del tempo avverse, non posso fare a meno di portarmi dietro un bel po' di scorta di vestiario. A dire la verità, stamattina il proprietario della Chambre d'Hote ci ha annunciato che nel pomeriggio la pioggia sarebbe cessata, secondo il meteo francese, ma non posso rischiare e fidarmi. E, in ogni caso, l'acqua dal cielo non frena l'euforia. Un po' di più ci riescono le gambe! La camminata di ieri notte si sente, eccome; i muscoli sono rigidi, induriti, quasi gonfi. Eppure, con mio grande stupore, nemmeno questo oggi riesce ad abbattermi. Il viaggio comincia nelle campagne tra Valensole, Greoux les Bains, Vinon sur Verdon; sulla destra il fiume, placido ed ordinato, tutt'intorno il verde acceso delle colture e della vegetazione spontanea, le uniche che oggi saranno ben contente del meteo. Sull'asfalto, grosse chiocciole dal guscio chiaro tentano la traversata fino all'altro lato della strada: per loro fortuna, c'è pochissimo traffico stamattina. Questo tratto di strada è l'ideale per il riscaldamento iniziale, perché offre pendenza favorevole, a parte qualche breve tratto di risalita, come la rampa di Greoux che conduce nel centro del paesello, già brulicante di locali e turisti a caccia di boulangerie. Come dar loro torto? Idem a Vinon, c'è il mercato. Ormai qui son di casa: non sbaglio nemmeno più i bivi! Dobbiamo lasciarci il fiume sempre a destra, direzione Pont de Mirabeau; è un po' noioso questo tratto, ma ci pensa Matteo a distrarmi; si chiacchiera di tutto un po' e la pioggia, che continua a picchiare sulle nostre capocce, è quasi dimenticata. Per fortuna, il percorso che andremo a coprire oggi e domani non è preoccupante, da questo punto di vista, perché non ci sono discese lunghe e tortuose, non c'è – o almeno non dovrebbe esserci – rischio di scivolare o problemi con i freni. A parte il fatto che i Cantilever non temono l'acqua. Forse è questo che mi rende così tranquilla, o forse la speranza, a cui mi sono aggrappata, di un miglioramento nel pomeriggio. Certo che, se dovesse mettersi a piovere forte, sarebbe comunque abbastanza drammatico! Va bene infliggersi fatiche e sofferenza... Ma con moderazione! Mi preoccupa ben di più lo stato delle gambe. Chissà se ce la farò? Con la marcia di ieri notte, ho voluto fare il vero uomo che non patisce nulla... Speriamo solo di non aver esagerato! Ma non voglio pensarci ora.
Superato il ponte, imbocchiamo come da roadbook la seconda strada a sinistra: vana è la speranza che, dall'ultima mia visita da queste parti, gli indigeni abbiano provveduto alla riasfaltatura. Le buche ci sono, tutte ed anche più: i copertoncini spessi fan quel che possono per attutire i colpi. Ma almeno si comincia a salire: Beumont de Pertuis, poi un lungo tratto di falsopiano e salita molto dolce in mezzo al verde acceso della vegetazione ed ai primi fiori degli alberi da frutto, fino a La Bastide. La stagione qui pare essere in ritardo, come da noi, o forse è normale ma non c'ero più abituata. Da La Bastide inizia una salita lunga e molto blanda, 10 km che ci portano a quota 650 m circa, con la pioggia che ora cade a sprazzi, un po' sì ed un po' no. Le gambe faticano, cavoli se faticano: sto usando, pur su pendenze ridicole, il rapporto più leggero che ho. Del resto, la strada che ci attende è lunghissima, i bagagli sono pesanti; la parola d'ordine è risparmiare la fatica!
Le strade qui sono ampie, liscie, le curve dolcissime. Al primo bivio si svolta a sinistra, per un'altrettanto dolce discesa in direzione Cereste – Reillanne. Strada di fondovalle, tendenzialmente in discesa, fino a Cereste: ormai siamo intorno al mezzogiorno, è ora di fare scorta di pappatoria. Io non ci avevo nemmeno pensato, ma è Matteo che me lo fa notare: oltre alla sosta in panetteria per l'immediato, è opportuna anche una visita al supermercato, per comprare qualcosa che ci servirà nella notte. Oggi pomeriggio infatti non troveremo più negozi aperti. Agli ordini! La boulangerie ci provvede di pizza con formaggio e di pain au chocolat, che sbraniamo con la foga di due reduci di guerra sul marciapiede; al supermercato troviamo invece una buona dose di Camembert, scelto come sempre sulla base della più alta percentuale di massa grassa disponibile nel banco frigo, un sacchetto da 12 brioches, una bottiglia da un litro e mezzo di Coca Cola ed un Bounty. Non c'è che dire: la tipica alimentazione sana ed equilibrata da atleti. Il Camembert finisce nel mio zaino; bottiglione e brioches trovano invece posto, grazie all'inesauribile creatività di Matteo, sulla valigia che ha fissato al canotto reggisella in modo da evitare la necessità dello zaino. Non scommetterei un soldo bucato sulla stabilità della struttura, e invece...

Si riparte. Poco oltre il paese, bivio a destra e salita verso l'abitato di Viens, splendida borgata dai colori chiari, come tutto qui intorno Ha quasi smesso di piovere, anche se il cielo non è affatto incoraggiante: proviamo a levare la giacca impermeabile, poi si vedrà. Altra salita e le gambe soffrono: Matteo però è sempre qui, non s'allontana di un metro; di tanto in tanto si ferma, ma poi mi riacchiappa senza difficoltà. E di staccarmi non se ne parla. Da Viens, breve discesa e direzione Gignac – Rustrel, fino a giungere poi in vista di Saint Saturnin les Apt, meraviglioso paese su cui incombe un imponente castello. Qualche tornante ci porta in centro; da lì svoltiamo verso sinistra e poi, dopo un breve tratto di falsopiano, ancora a destra, direzione Murs e relativo colle. Ricordo questa salita con un po' di timore: è breve, 6 km scarsi, ma a gennaio qui avevo sofferto. Oggi invece sembra andare tutto bene, a maggior ragione con un gregario eccezionale che mi rifornisce di Coca Cola in corsa. E' incredibile Matteo... Riesce a pensare per sé e per gli altri, in un momento di fatica e concentrazione, laddove io riesco a malapena a badare a me stessa!
Dall'abitato di Murs si sale ancora un po', verso il colle, col cielo che quasi quasi lascia filtrare qualche pallido raggio di sole. Discesa nelle splendide Gorges, quelle che io ho ribattezzato, per l'occasione, mini-gorges, visto che poi ci attendono quelle del Verdon che sono gorges con i controcavoli; un ambiente suggestivo, la Foret de Venasque, peccato non poterselo godere in discesa. Ancora un bivio a sinistra e si riprende a salire, fissando lassù una sella che non arriva mai, con le gambe che si lamentano e la fame che comincia a farsi insistente: ormai le barrette van giù come fossero acqua fresca; è ben altro quel che vorrebbe il pancino. E' un momento di debolezza, fisica e morale, al pensiero preoccupato della strada che ancora mi attende, alla paura di non farcela.

La sella infine arriva, la strada spiana appena; bivio a sinistra, bivio a destra, discesa su Gordes. Questo è un paese davvero meraviglioso; purtroppo lo sanno anche i turisti che l'affollano. C'è una valanga di gente qui! Approfittiamo di una fontana, rigorosamente eau non potable, per riempire le borracce e mangiare un boccone; è un momento un po' critico per me, mi sento stanca ed ho fame, ma non riesco a mangiare le barrette. Avrei voglia di qualcosa di disgustosamente salato, tipo un altro ettaro cubico di pizza al formaggio! Ma oggi non c'è trippa... Matteo mi porge una brioche: sembra quasi che riesca a percepire l'arrivo dei miei momenti critici, è davvero incredibile. Devo riprendermi subito: per lui, prima che per me! Riparto un attimo prima di lui, esco dal paese, via dalla pazza folla. Siamo scesi molto di quota, rispetto ai 500 metri circa di Murs. Quel che segue è un tratto di falsipiani che tocca gli abitati di Menerbes e Bonnieux; sulla destra vedo rilievi che hanno decisamente più l'aspetto di vere montagne, rispetto alle colline dolci attraversate finora: sono in effetti le montagne del Luberon. Siamo ormai vicinissimi al punto critico, quello in cui l'anno scorso, al Raid Provence Extreme, ho pensato bene di smarrire la diritta via. Lourmarin, Cadenet, qualche incertezza nel paese, anche stavolta; Matteo però non sbaglia: in un attimo ci troviamo di fronte al minaccioso cartello che indica la pendenza, 21%. E' ormai tardo pomeriggio, anche se non ho ben chiara la nozione del tempo, e sento molto la stanchezza, insieme alla fame di qualcosa di vero, consistente, salato. Sono preoccupata, anche se vorrei non darlo a vedere: per non preoccupare Matteo... E per riprendermi io stessa. So benissimo cos'è che mi spaventa, è proprio quello a cui ho voluto a tutti i costi andare incontro con questo viaggio: la notte. Tra poco scenderà il buio ed arriveranno quelli che io chiamo "i miei fantasmi"; arriveranno, oh se arriveranno.

Imbocchiamo la famigerata salita di La Roque d'Antheron, una stradina stretta ed un po' sconnessa, costellata di cartelli terroristici: no ai rimorchi, no alle roulottes, no a questo, no a quello... Immagino la rampa micidiale: ma ci son 4 km di salita e 200 m di dislivello; non potrà mica essere al 21% tutta quanta! Infatti l'inizio è dolce, subdolo, in mezzo ai pini, uno slalom tra le buche e le pigne. Ma c'è qualche tratto di discesa e lì la pelle mi si accappona: pessimo segno! Siccome la matematica, anche nella stanchezza, non è un'opinione, il dislivello che si perde andrà recuperato, e man mano che si va avanti la strada a disposizione s'accorcia... Quindi s'impenna! Poco dopo, infatti, ricompare minaccioso il cartello del 21%: solo che, questa volta, è al contrario! E' un cartello che indica la discesa... Evidentemente un lapsus, perché è salita, eccome se è salita. Un paio di rampe brevi ma cattivissime: m'immagino la rando, nella quale questo tratto si affronterà quasi a fine percorso, con cinquecento e rotti km nelle gambe! Che crudeltà! Butto l'occhio oltre la curva, tentando disperatamente di tenere la ruota anteriore incollata a terra; a stento, ma ce la faccio. Ancora un paio di rampe meno crudeli; passano due auto i cui motori ansimano quasi quanto me. In cima, di lì a pochissimo, trovo Matteo, entusiasta perché le coltellate nelle gambe, a suo dire, gli han fatto un gran bene: beato lui... Vorrei poter dire lo stesso, ma resto ancora con la mia preoccupazione. Un po' di chilometri fa, Matteo ha accennato alla possibilità di fermarsi a prendere una pizza in uno dei tanti furgoncini che, in questi paeselli, vendono le pizze da asporto; quell'immagine mi si è tatuata nella mente, tali sono a questo punto la stanchezza e la fame. Ma a Lambesc non vedo nulla del genere e la mia preoccupazione cresce, come la lunghezza delle ombre. Ancora una breve, blanda salita, poi l'abitato di Alleins, dove abbiamo già in programma di far la sosta per fissare le luci ed indossare l'abbigliamento da notte. E'proprio qui, quando già avevo perso le speranze, che caccio un urlo di giubilo: incredibile... Una pizzeria!!! Beh, pizzeria è una parola grossa; si tratta di un minuscolo locale, grande quanto un box, ma a noi che importa? C'è il forno, ci son le pizze, e pazienza se costano uno sproposito; in questo momento non siamo in condizione di mercanteggiare o di disquisire del carovita e dell'inflazione. Abbiamo una fame che sbraneremmo i tavoli!
I pizzaioli ci guatano con aria a metà tra diffidenza e curiosità, ma anche questo non ci tange; l'importante è che le pizze si materializzano sotto i nostri nasi nel giro di due minuti due, e in un arco di tempo appena più lungo son già fagocitate. Appollaiati sugli sgabelli, davanti ad un tavolino minuscolo, ruminanti e silenziosi, due destini randagi uniti per caso in una notte randagia di bici quasi due anni fa, ciascuno ora perso dietro ai propri timori a cui è proibito dare voce, perché altrimenti diventano veri e non bisogna che accada. L'ultimo boccone e siamo già fuori, lasciamo i pizzaioli al loro tran tran, lasciamo il caldo della fiamma del forno. Sistemare le bici, le luci, noi stessi: ormai è buio, tempo di ripartire. Ci attende un lungo trasferimento verso la zona del Mont Ventoux: da qui, infatti, il percorso ufficiale andrebbe verso Saint Remy, mentre noi aggireremo il Ventoux andando direttamente a Sault. Il che significa, da qui, una valanga di chilometri di pianura pura, in buona parte su strade con parecchio traffico. Di giorno, sarebbe una iattura, ma di notte... Di notte anche il caos delle auto in un certo senso mi tiene compagnia. La notte, la amo e la odio al tempo stesso, amo l'idea di prolungare la vita quando il resto del mondo si ferma, odio il sonno che ti avvolge la mente, la stringe, la soffoca; amo il cielo stellato, odio il cerchio di luce dei faretti che è ossessivo, quasi persecutorio, che ti costringe a guardare solo sempre lì. Ed ho difficoltà a vedere dove metto le ruote, grazie alla mia fedele compagna di vita, la miopia! Nervi tesi, pronti a reagire all'ostacolo che non riuscirò a vedere e quindi ad evitare; respiro trattenuto, lotta tra me e me per tenere a bada la paura. Matteo parte sicuro, di gran carriera. Stradone verso Cavaillon e poi Isle sur la Sorgue: c'è da dire che probabilmente siamo ben equipaggiati per il buio, perché gli automobilisti cominciano già da lontano ad alzare gli abbaglianti, rallentare, spostarsi. Qualcuno ci investe di colpi di clacson indignati: e bè, si può sapere che cavolo vuoi? Abbiamo le luci, abbiamo i rifrangenti, in certi punti tanto di pista ciclabile; forse non ti va che stiamo qui? Capisco che possa essere insolito... Ma certo non è vietato! Pernes, Mazan: in alcuni tratti, cogliamo l'occasione di spostarci su una strada parallela alla principale, meno trafficata; però non sono sicura che per me sia meglio: sullo stradone, non avevo difficoltà a seguire la linea bianca a bordo strada, mentre sulle stradine secondarie la linea bianca manca del tutto. Meno male che Matteo mi fa da navigatore; solo, devo mantenere un po' di distanza, in caso di imprevisti e relative brusche manovre.
Il buio ormai è fitto già da un po', i nervi tesi, gli occhi volti a scrutare per quanto possibile l'alone di asfalto davanti alle ruote, ad intuire buche, fessure, ostacoli che non sono affatto sicura di riuscire a prevedere. Ora più che mai dovrei procedere sulla destra, ma ho di continuo la sensazione che la ruota scivoli fuori strada e mi sposto, talvolta bruscamente, verso il centro della corsia. Chissà poi se davvero la lucina ed i rifrangenti si vedono bene, da dietro?
Il concerto delle rane nei fossi, in una bella serata tranquilla da trascorrere seduti su una panchina in campagna, sarebbe piacevole, un che di romantico, ma stanotte a me sembra solo insopportabile frastuono. Se almeno potessi togliere l'audio! E invece no, chilometri, pianura, paesi che attraversiamo sotto gli sguardi allibiti degli altri nottambuli, un po' diversi da noi ma forse altrettanto allucinati. Pause frequenti, vuoi per consultare la carta, vuoi per mangiucchiare qualcosa; continuo a seguire fedelmente il mio navigatore. A Mazan l'incubo finisce, o meglio, cambia: qui inizia la salita che ci porterà a quota 1000 m, dapprima con dieci km di pendenza blanda e poi con un po' più di serietà, così annuncia Matteo. Bene: se non altro, ora dovremmo essere fuori dal traffico. Le nuvole finalmente hanno ceduto: in cielo solo stelle, una brezza leggera. Cerco la chiacchiera perché so che il sonno tra poco piomberà su di me come un avvoltoio; già i primi sbadigli... Sbadigli e senso di testa leggera, o meglio vuota, più vuota del solito. Al paese, Villes sur Auzon, cerco un po' d'acqua: nonostante sia notte, e per tutto il giorno non abbia certo patito quel gran caldo, sto bevendo come una spugna. Trangugio una pastiglia di caffeina, una di quelle che ho raccattato nell'ultima trasferta in Svizzera; dovrebbe contenerne 200 mg, almeno così mi hanno assicurato. Spero che basti a vincere la lunghissima monotonia della notte, in cui gli occhi non vedono altro che buio tutto uguale, ma non ho molta fiducia: con le quantità industriali di caffé che sono abituata a bere ogni giorno, penso proprio che una dose di caffeina in più non mi cambierà l'esistenza. Si riparte chiacchierando, ma ben presto le voci vanno a morire. Il buio è insieme affascinante ed opprimente; man mano che saliamo, il vento a folate è più freddo, s'infila su per le maniche, nel colletto. Canticchio, conto, scavo nella memoria alla ricerca di qualche reminiscenza della scuola, qualche poesia da recitare tra me e me per tenere la testa impegnata e distrarla dalla monotonia ipnotica del buio. E' Matteo ad essere insolitamente taciturno adesso. Ha sonno anche lui e si sente: fatica ad articolare le parole, ha una voce strana, più cupa, impastata, come se venisse da qualcun altro. Bofonchia qualcosa da solo, ma stento a capire; dice, come se fosse la cosa più normale del mondo, che dta parlando da solo e quindi non ha bisogno di risposta... "Se senti un tonfo, sono io che casco per terra". Andiamo bene. Brividi, ho paura che stia male; lo vedo sfilare un po' indietro, ma resto a pochi metri, mentre comincio, anch'io, ad affrontare il sonno che fino ad ora più o meno avevo dominato. Non basta più guardarmi intorno, offrire il viso alle sferzate dell'aria fredda, contrarre uno per uno i muscoli delle braccia, delle gambe, delle mani, stropicciare e schiaffeggiare la faccia. L'unico irrefrenabile desiderio è chiudere gli occhi. Possibile che sia già, così presto, a questo punto? Eh sì, possibile, considerato che per me questa è la seconda notte insonne su tre. Rallento, viaggio a zig zag per tutta la larghezza di questa strada enorme e deserta; Matteo, che nel frattempo s'è ripreso, chiede come sto e propone una breve sosta per dormire. Ne avrei disperatamente bisogno... Ma dove? Ormai non siamo più lontani dal colle; qui non c'è alcun riparo, solo prati, qualche albero isolato; fa già molto freddo se si va avanti, figuriamoci cosa succederebbe se ci fermassimo. No, Gian, dai, un po' di sforzo, tira dritto. Tiro dritto, si fa per dire, finché non do un paio di pedalate a vuoto: un attimo di mancamento, come accade quando, a qualche noiosissimo inutile convegno, accade che la testa per un istante crolli, prima di riprendersi con un sussulto ed un po' di imbarazzo. La faccenda si fa spinosa: se m'addormento, precipito! Devo per forza fermarmi un attimo, sperando poi che la situazione migliori un po'. Matteo individua un prato a bordo strada che può fare al caso nostro: molliamo le bici, ci sdraiamo nell'erba. Piombo in un sonno profondissimo ma irregolare, un continuo passare dalla realtà di questa stramba condizione al sogno di cose e persone lontanissime, un riposo interrotto dai brividi di freddo. Di lì a poco, il rumore di un'auto che passa, si ferma, torna indietro: non capisco, sono confusa, non riesco ad articolare parola, mentre Matteo, molto più sveglio ed arzillo di me, si alza e corre verso l'abitacolo, spiegando che è tutto ok, tutto normale. Non posso nemmeno immaginare cosa passi per la testa del povero automobilista che, nel cuore della notte, a quota 1000 metri, vede due bici buttate a terra sul ciglio della strada e due ciclisti che assicurano che non c'è alcun problema, spuntando come fantasmi dal buio di un prato... Meglio filare, perché questo qui tra poco, secondo me, chiama la Gendarmerie! O forse no, gli darebbero del visionario ubriaco. Avrò tempo più tardi, con un po' di lucidità in più, a rendermi conto che s'è trattato indubbiamente di una persona molto civile ed anche coraggiosa: non so se, viaggiando in auto di notte, da sola ed in luogo deserto, vedendo qualcuno che potrebbe aver bisogno di aiuto, mi fermerei. Al massimo chiamerei appunto la Polizia! Con i tempi che corrono, mors tua, vita mea...

Faticosamente sgranchiamo le articolazioni intirizzite e ci rimettiamo in marcia, con Matteo che brontola all'indirizzo dell'importuno nottambulo. "Ma che ci fa uno quassù alle due di notte?". Buona domanda: è semplicemente inaudito! Le due di notte... Significa ancora quattro ore di buio. Come sopravviverò a quattro ore di buio? Oltre il Col des Abeilles, la discesa su Sault: è breve e facile, ma ne ho il terrore, perché la discesa è garanzia di colpi di sonno. Scendo rigida come un baccalà, molto peggio del solito, a freni tiratissimi anche su questa strada di una facilità disarmante; mi dispiace per Matteo, a cui tocca sempre fare tanto esercizio di pazienza, ma davvero perdo di continuo il contatto con la realtà e vorrei evitare, se possibile, di prendere contatto con l'asfalto. La caffeina, come previsto, non è servita a nulla. Mi riprometto di andare a caccia di tecniche per favorire la concentrazione e vincere il sonno... Però intanto, appena giunti a Sault, individuo in un distributore di benzina il luogo ideale per un altro sonnellino. Non ce la faccio proprio. Matteo, poveretto, come sempre non protesta: ci appiccichiamo l'uno all'altro per vincere il freddo pungente; ci addormentiamo all'istante, entrambi a sprazzi, perché sento io stessa, nei brevi istanti di semi-coscienza, le braccia di Matteo che si abbandonano, si allentano e poi, di colpo, tornano su, contratte. Non ho idea del tempo che passiamo in questo stato, sullo scalino, contro la serranda di un'officina; fatto sta che, di lì a poco, recupero quel poco di contatto con la realtà che basta a farmi rialzare da terra. Fa un freddo siberiano, qui si rischia una bronchite; meglio provare a muoversi, almeno per un po'. Attraversiamo Sault deserta; ho un tale bisogno di luce che anche i lampioni mi paiono le più belle e luminose stelle. Ed ho fame, ma in fondo questo adesso è secondario; speriamo che il metronotte che incontriamo alla rotonda fuori del paese non ci scambi per due malintenzionati... In fondo lo siamo, è vero, ma solo verso noi stessi!

Interminabili chilometri di saliscendi che percorro, mezza rintronata, a passo di lumaca, con il cuore ormai abbattuto dalla preoccupazione e dal malessere, dietro a Matteo decisamente più sveglio di me. Ancora vento, fruscii nel bosco, occhi gialli alla luce della frontale che per un attimo ci fissano e poi sgusciano via. Ci saranno cinghiali da queste parti? Probabilmente sì. E cani che dai giardini delle sparute case latrano all'indirizzo dei due intrusi. Passiamo Revest, giungiamo a Banon; io sto sempre peggio, ho un sonno irrefrenabile. Ci abbattiamo sulla panchina del parco; estraggo dallo zaino il Camembert: ormai le ho provate tutte, proviamo anche a mangiare. Ci dividiamo salomonicamente l'etto e mezzo, quasi, di grassissimo formaggio: roba che in qualsiasi circostanza, notte e giorno, stando un po' meglio mi avrebbe mandata in brodo di giuggiole. Ora no; mangio proprio perché ho fame, ma non gusto nulla; anzi, il pesante fardello di colesterolo resterà lì in pancia a mezz'asta, a viaggiare su e giù per un bel po'.
Vorrei approfittare di questa panchina per dormire un altro po', ma tira un vento gelido che ci investe in pieno, e poi Matteo preferisce ripartire. Ci provo, con la testa che scoppia: un altrò po' di chilometri, ma poi, proprio ora che in cielo compare un flebile alone di luce, devo mettere ancora piede a terra. Non ce la faccio, sto rischiando troppo. E' Matteo, come sempre, che prende la decisione risolutiva: adesso ci mettiamo qui, ci copriamo e dormiamo un po'. "Qui" significa un fazzoletto di prato umido sul ciglio di una curva. Abbandoniamo le bici, stendiamo i miei copripantaloni di nylon per riparare appena un pò le schiene dall'umidità dell'erba, ci tiriamo addosso il telo termico a mò di plaid e via, coma profondissimo, irreversibile. Riprendo coscienza dopo un tempo indefinito: Matteo dice che abbiamo dormito un'ora... Chissà da quanto tempo è in paziente attesa, già sveglio, poveretto. Mi rialzo con fatica sovrumana, uno sforzo di volontà per sfuggire al congelamento; le mani, rimaste senza guanti, sono gelide. In fretta e furia ripieghiamo il telo termico, ci rimettiamo in cammino; il cielo ormai è quasi chiaro, striato di lunghe nuvole blu scuro. Il sole non è ancora sorto; la temperatura è freddissima, tanto che se ne lamenta anche Matteo: se sente freddo lui, che non patisce nulla, significa che la situazione è critica davvero!

Saliscendi, uno dopo l'altro, vento freddo e niente sole; per fortuna, la luce sta già dando l'effetto che speravo. Forse anche l'ora di sonno. Fatto sta che mi sento un po' meglio, più viva, nonostante il combattimento ancora in corso con il Camembert che non vuol proprio saperne di farsi digerire. Anzi, l'aria tagliente mi è quasi d'aiuto stavolta, anche se le dita nei guanti fanno quasi male ed i polpacci scoperti sembrano tempestati di spilli. Il cielo è di un azzurro incerto, velato di nuvole; Matteo protesta, "siamo a 1000 m, quanto dobbiamo ancora salire?". I continui cambi di pendenza, su e giù, sono estenuanti, ma so che ormai non manca molto; al di là di una curva, infatti, finalmente inizia la discesa verso Banon e, da lì, ancora lunga ed irregolare, verso St Michel l'Observatoire. Abbiamo un solo desiderio in questo istante: una boulangerie. Siamo entrambi affamatissimi. E' quello che io chiamo "effetto inceneritore": dopo un buon numero di ore di fatica, non c'è più santo che tenga; si mangerebbe a ciclo continuo, qualsiasi cosa pur di riempire uno stomaco che continua a chiedere, chiedere, chiedere.
Il sole stenta ancora a farsi vedere; la discesa all'ombra taglia la faccia. Una mongolfiera, sullo sfondo del cielo alla nostra sinistra, saluta il nostro arrivo in paese. Ormai conosco a sufficienza questi posti per dirigermi, senza esitazione, a St Michel, alla panetteria in mezzo alla piazza. Meno male, anche all'alba del mattino di Pasquetta c'è qualcuno che pensa a noi!
Due minuti dopo siamo ancora sulla piazza, a sbranare due croissant per me, un pezzo di focaccia ed un tortino di mele per Matteo. Rapida sosta ai bagni: la seconda per me, da ieri mattina, la ventisettemilacinquecentoduesima per Matteo che, nonostante tutto, rifiuta l'idea di essere affetto da incontinenza... Cavoli, è peggio che accompagnare a spasso il mio cagnone, che si ferma ad irrorare ogni forma vagamente verticale, che sia un albero, una panchina od un cespuglio... Che sia una tattica del mio diabolico gregario per segnare il percorso e ritrovarlo quando, a fine maggio, saremo qui per la rando ufficiale?
Dopo St Michel, ancora una breve discesa; svolta a destra e poco oltre a sinistra, salitella verso St Martin les Eaux. Ormai è chiaro che le previsioni di Matteo erano decisamente ottimistiche: sosteneva, ieri, che saremmo tornati all'auto a Valensole per le sei e mezza del mattino, e invece le sei e mezza sono passate da un pezzo e siamo ancora ben lontani! Dobbiamo scollinare questa dolcissima salita finalmente baciata da un sole appena tiepido, scendere a Manosque, risalire a Valensole.
Dopo tanti chilometri di campagna, colline, borghi, Manosque è la città più caotica che incontriamo; enorme, sparsa nella pianura, casermoni fabbriche fumi traffico. Ci tocca superare innumerevoli semafori, porgendo alla strada ed alle auto un'attenzione che non sono sicura di poter prestare, nello stato in cui sono. Ho mangiato mezz'ora fa ed ho ancora fame... Approfitto di una pausa per svestirmi e scavare nelle tasche dello zaino a caccia di quel che resta di commestibile: due fruttini ricoperti di zucchero, meglio che niente; tra poco saremo all'auto e potremo far rifornimento.

La salita a Valensole non è lunga né difficile, ma è dritta come un fuso, su uno stradone largo; è alienante, ma se non altro qui fa caldo, almeno finché si sale. La vicinanza della salvezza ha su di me un effetto corroborante; ho ritrovato entusiasmo e forza, tanto che non m'arrabbio nemmeno sugli ultimi chilometri di falsopiano tra le file sinuose delle piante di lavanda, che spuntano da una terra secca color dell'oro. Sullo sfondo s'intravede il Ventoux, il suo cappuccio di sassi e sabbia coperto da un altro cappuccio di neve. Si pedala, si pedala senza arrivare mai; i tetti di Valensole compaiono solo quando siamo di fatto arrivati. Il paese, la piazza, il furgone, urlo liberatorio: abbiamo già macinato 390 km...

...ci resta ora la decisione cruciale: e il giro delle Gorges? Ne abbiamo già parlato parecchio, pedalando. L'idea originaria sarebbe stata ripartire da qui, dopo adeguata sosta per rifocillarsi, e proseguire verso Moustiers; però, per far questo, avremmo dovuto arrivare al furgone ad un'ora decente, appunto, l'ora prevista da Matteo. Con il ritardo di quattro ore buone che abbiamo accumulato, o meglio, che ho accumulato, ripartendo da qui rischiamo di tornare al furgone a notte fonda: e non credo proprio di essere in grado di sopportare, nelle mie condizioni, altro buio in bici. La soluzione migliore l'ha già elaborata Matteo: mangiamo, ci riposiamo un momento, ripartiamo col furgone verso Moustiers e da lì ci riserviamo, in bici, la parte migliore, il giro delle Gorges. Approvo: in realtà non sono affatto convinta di potercela fare; sono stanchissima e fiacca, ma non ammetto di rinunciare così, a priori, senza almeno aver tentato. E poi so che Matteo non approverebbe. Dai Gian, fai questo sforzo, in fondo sono ancora ottanta km, poco più.
Appoggiamo le bici e ci buttiamo all'assalto delle scorte alimentari. Il primo a cadere sotto le nostre implacabili zanne è una specie di bastone di mezzo metro di lunghezza ed otto etti di peso, una sorta di enorme plumcake sulla cui confezione è scritto "pur beurre". Matteo lo taglia a fette, spalmandoci sopra marmellata di albicocche. A ciò s'aggiungono i biscotti al cioccolato ed il pane da sbocconcellare; tutto finisce giù per l'esofago, col rumore dell'acqua che scorre via dal lavandino, dentro il tubo dello scarico. Mi sento un po' come un leone che di tanto in tanto alza la testa dalla carcassa della preda e guarda davanti a sé con le zanne grondanti sangue...

Carichiamo le bici, ripartiamo verso Moustiers. Son pochi chilometri, in cui mi addormento e mi risveglio mille volte, intontita dal viaggio e sballottata dalle curve. Anche quando gli occhi sono aperti, però, il cervello è fuori uso; vedo immagini e luoghi, ma fatico a capire dove mi trovo e perché. Sono a metà tra il sogno e la realtà, anche quando s'arriva a Moustiers, si vede il lago. Matteo parcheggia lungo la salita che da Moustiers sale verso La Palud, quindi in un punto del giro delle Gorges, ma in senso opposto a quello in cui lo andremo a percorrere tra poco, ad un chilometro circa dal bivio di fondovalle. Tempo due secondi e siamo entrambi nel più profondo del sonno.

Riemergiamo dal coma un'oretta dopo, almeno credo. Mi sveglio più per i brividi di freddo che per altro: ormai è suppergiù mezzogiorno, il sole splende, ma il corpaccione fa quello che può; è confuso pure lui, non sa più regolarsi nemmeno con la temperatura. Matteo, che è un omino pragmatico, estrae fornellino a gas, pentola e confezione di spaghetti; prima ancora che io riesca a riordinare le idee e passare perlomeno in posizione seduta, lui è già lì in quel francobollo di piazzola, intento a mescolare gli spaghetti spezzati a metà. "Ne vuoi anche tu?". No grazie... Io sono pigra, talmente pigra che non solo mi dà fastidio cucinare per me stessa, ma persino vedere che altri cucinano per me! Mi aggiro un po' intontita tra il furgone e la strada, poi, per non saper né leggere né scrivere, attacco un'altra fetta del plumcake, ormai ridotto alla metà di quel che era in origine – incredibili i fenomeni di evaporazione che si verificano da queste parti! Il giro che ci attende ora è più breve e perfettamente noto; un'ottantina di km, in luogo ormai perfettamente noto e, pare, con il favore di un bel sole caldo, anche se l'aria rimane frizzante. Sono insieme elettrizzata e preoccupata. Questo giro s'ha da fare, non c'è dubbio: i 390 km macinati finora sono tanti, ma non ancora abbastanza da cedere alla tentazione della resa. In fondo, ciò di cui io sono perennemente a caccia è il mio limite: bene, non ammetto che il limite sia questo. Adesso sono stravolta a sufficienza per fare l'esperimento: in questo stato, di sonno e stanchezza fisica, quanto posso ancora andare avanti? Mi piacerebbe far tutto il giro, compresa la splendida Route des Cretes... Matteo a quest'ultima uscita è scettico. Sì, forse ha ragione; ridimensioniamo: cominciamo a pensare al giro "tradizionale", poi, quando saremo al bivio per la Route des Cretes, ci penseremo. Allora, e solo allora.

Lascio l'accampamento qualche minuto prima di Matteo, ancora intento a raccattare il pentolame. Un chilometro di discesa, più o meno, e sono alla rotonda che, svoltando a sinistra, conduce verso lo splendido Lac de Sainte Croix. Motociclisti a profusione, auto, turisti, traffico; le rive del lago sembrano tante piccole Rimini, formicolio di bagnanti ancora un po' dubbiosi, professionisti delle mascelle, marmocchi urlanti. Provo a girar le gambe ed è un dramma: mi sento completamente vuota, senza forze, le gambe irrigidite, come gonfie, costrette nei pantaloni ¾; il cuore che non si sente più, chissà se batte ancora o se sono già defunta. No, defunta no; non credo che nell'aldilà si senta profumo di braciole. Qualche chilometro di falsopiano e discesa, in cui mi sforzo con tutta me stessa di costringermi alla calma: non devo cedere allo sconforto; in fondo è normale che mi senta disfatta, sono appena ripartita; non appena i muscoli si saranno un po' scaldati, andrà meglio. L'importante è andar piano, risparmiare. E non è che possa far molto di più: mi manca il fiato... Ciclisti mi sorpassano di gran carriera, ma non me ne preoccupo; per me conta solo l'arrivo del bivio. Aiguines: finalmente inizia la salita. Blanda ma costante, cinque o sei km fino al paese, qualche tornante, la vista sul lago giù in basso, enorme, e su quattro enormi tralicci, altissimi sia rispetto agli altri vicini che ad alcuni edifici già dall'aspetto molto alto; saranno antenne, chissà, e chissà come fanno a restare in piedi, con quell'unica dimensione verticale tanto esagerata. Non so cosa siano, andrò a documentarmi, intanto mi alzo sui pedali, rilancio un po', soprattutto concedo sollievo al soprasella che, poverello, non si lamenta mai ma soffre! Devo avere davvero un aspetto tremendo... Però, curva dopo curva, continuo a salire. Di lì a poco, ecco Matteo; mi affianca, si ferma, con nonchalance allunga e mi riprende; beato lui che ha ancora tutte queste energie! Io conto i chilometri ad Aiguines, alla fontana, al pieno della borraccia: ora che fa così caldo, bere diventa indispensabile anche per me. Breve tappa all'idrante, poi via di qui: bel paesino, niente da dire, ma c'è troppa umanità. Adesso sì che si sale sul serio: ci arrampichiamo lungo la parete delle Gorges, la Corniche Sublime, noi con le ruote ed i pedali, laddove tanti appassionati si arrampicano sul serio. Tanti altri, meno temerari, si limitano ad affacciarsi ai parapetti e scattare foto; anche quella, però, è già una mossa troppo audace per i miei gusti. Mi accontento di guardare quel che si può vedere restando saldamente abbarbicati sull'asfalto, dal lato della parete per giunta; da qui posso solo intravedere, di tanto in tanto, il nastro azzurro verde del fiume, laggiù in fondo, anni luce là in fondo. Avevo ragione, la salita ha fatto bene alle gambe, che ora, seppure stanche, girano meglio. Anche il morale risente dei tiepidi raggi del sole: si chiacchiera volentieri, si spettegola, si misura di tanto in tanto, ad occhio, il tonnellaggio presunto di certe turiste non proprio filiformi.
La discesa dal primo colle – qui ci son diecimila colli, ogni dosso diventa un colle con tanto di nome e targhetta – è lunga e tormentosa, anche se per fortuna la luce intensa tiene lontano, per ora, il sonno. Strada stretta ed un certo traffico di turisti, per quanto insolitamente pazienti, mi costringono a scendere a freni tirati e nervi tesi. Dalla fine della discesa in poi, la pendenza si invertirà infinite volte; brevi tratti di salita, discese altrettanto corte, poi ancora saliscendi, roba da giocarsi i garretti. Ancora fame, nonostante la quantità vergognosa di roba che ho già ingurgitato: sono davvero un inceneritore, e di quelli ben poco efficienti anche! Hai voglia a tamponare con i fruttini...
In cielo si rincorrono le nuvole; chissà che il tempo non voglia guastarsi. Seguo con gli occhi, con un po' di preoccupazione, la linea della strada che sembra salire tantissimo; in realtà è solo l'effetto della mia ansia, perché poco dopo ci passo e mi rendo conto che in fondo non è nulla di terribile. Superiamo lo splendido Pont de l'Artuby, che per me significa il giro di boa anche se non so se siamo esattamente a metà, prima o dopo il giro; poi, ancora salita blanda in mezzo al verde – qui ci siamo un po' allontanati dal vero e proprio canyon del Verdon, ci sono prati ed animali al pascolo.
Discesa sull'abitato di Trigance, un altro piccolo gioiello a cui la strada passa accanto, uno di quei luoghi sospesi in un tempo indefinito ma certo passato, ed un ponticello strettissimo ci immette sulla strada verso il Pont de Soleils. Ancora falsipiani che percorro ormai a velocità da lumaca: non capisco se sia la testa, che non ce la fa più, o le gambe... Sto litigando già da un po' con un dolore forte ai piedi, la parte proprio sotto le dita, quella su cui il piede appoggia per la spinta della pedalata; ogni colpo di pedale diventa un supplizio, non c'è verso di spostare il punto di applicazione della forza. Sento le piante dei piedi doloranti e gonfie. Mi succede, di tanto in tanto; forse dovrei provare a togliere le scarpe qualche minuto. Ma, per ora, decido di procedere. Al Pont des Soleils, altra svolta a sinistra per una splendida strada con pareti a picco e strapiombanti, che corre per un tratto lungo il Verdon: in quell'acqua che immagino gelida vorrei tanto immergere i piedi.
Sogno la Coca Cola: ho proposto di comprarla sulla via del ritorno in auto; Matteo ha rilanciato: "Potremmo prenderla a La Palud". Da quel momento, La Palud è la mia prossima, agognatissima meta. Non capisco, davvero, se questo stato di sfinimento in cui sono piombata sia davvero una questione di stanchezza, o non piuttosto di "stufezza", che è diverso; insomma, non capisco se siano le gambe a chiedere pietà o la testa a dire basta. Il guaio è che, come fa giustamente notare Matteo, se ci toccasse una salita vera, lunga, soffriremmo magari il primo chilometro, in cui i muscoli spossati si adattano allo sforzo, ma poi prenderemmo il nostro passo e via; invece, qui, la pendenza cambia di continuo, con quelle salite brevi e blande che, anziché essere d'aiuto, fiaccano l'animo. E, se fin qui ho tenuto i neuroni più o meno a posto, per quanto possa riuscirci io che non sono un esempio di autocontrollo, ora mi accorgo che non ce la faccio più e che proprio non ne posso più. E pure l'inossidabile Matteo dà segni di insofferenza: non glielo dico, ma non ha idea di quanto ciò mi consoli. Se è stufo lui, vuol dire che ce n'è proprio motivo. E allora noi, proprio noi salitomani incalliti, ci ritroviamo ad ululare alla luna anche se è tardo pomeriggio e splende ancora il sole, solo un po' velato e meno caldo di prima. Un po' mi sento vigliacca ed "incompleta" a rinunciare alla Route des Cretes, salita davvero tosta, di tutto rispetto. Certo, se deviassimo per le Cretes, ritarderemmo di molto il rientro all'auto e di conseguenza a casa, e poi nel giro delle Gorges non abbiamo portato le luci; sono scuse più che valide, ma non tacitano la mia coscienza ciclistica. Ce la farei ancora a salire lassù? Passiamo davanti al bivio, tiriamo dritto. Ma no Gian, non stasera. Come, non stasera? E quando sarà il giorno del Raid, quello vero, come farai, se adesso non ti senti di andar su? Sì, è vero, ma al Raid non avrò due notti insonni e sessanta km a piedi alle spalle. Tra questi ed altri pensieri contorti, ancora qualche centinaio di metri di lamentosissima salita e siamo a La Palud. Coca? Meglio... Incredibile dictu, c'è ancora un supermercatino aperto!!! Allora sì, Coca, ma una bottiglia intera, e qualche provvista per il viaggio di ritorno: l'immancabile carburante delle nostre rando, il Camembert! Acquistato, come sempre, dopo oculata scelta della confezione su cui è indicata la massa grassa più alta. Mamma mia, mi vengono i brividi; in questi due giorni mi sono nutrita di pane, Camembert, cioccolato, biscotti, pizze, croissants, barrette, gelatine di frutta. Chissà cosa ne direbbe un medico sportivo?
Appena usciti, sulla soglia, la ferale notizia: ancora 100 m di dislivello. Come, ancora 100 m? No, basta, non se ne può più, basta!!! Intono il lamento del pastore tibetano, come Zio Paperone ogni volta che trova il deposito vuoto; un po' per scherzo, un po' per drammatica realtà... Sguardo implorante, pieno di speranza oltre ogni curva, desiderio di veder spuntare il colle, anche se chiamare quello "colle", e questa "salita", è quasi un insulto ai colli ed alle salite. Non è la strada che pende, sono io che non vado più avanti. Il rifiuto ormai è assoluto, radicale. Eccolo, il cartello, Col d'Ayens: ti odio, Col d'Ayens, sei il colle più brutto ed inutile che abbia mai valicato!
Matteo inizia la discesa con me, poi s'avvantaggia un po', per arrivare prima al furgone ed iniziare i preparativi per la partenza. E' solo la seconda volta che s'allontana per andare un po' più forte: la prima è stata, per necessità, la rampa di La Roque d'Antheron, ma solo perché, procedendo alla mia velocità, lì si sarebbe coricato su un fianco. Questione di fisica. Lo guardo allontanarsi e penso che questa ennesima splendida avventura è un'altra di quelle che devo a lui, non solo alla sua presenza ma alla pazienza che ha avuto nell'essermi sempre vicino. Ed all'effetto calmante che riesce a produrre, credo unico essere umano al mondo, sul mio carattere a dir poco esagitato. Sì, credo sia l'unica persona che, di fronte ad un problema per cui io sono sul punto di perdere il lume della ragione, sappia darmi un consiglio o indurmi ad una scelta senza provocare la mia reazione distruttiva cosmica.
Una dozzina di km di discesa, interrotti da un lungo falsopiano in salita che non ho più nemmeno la forza di insultare; ormai potrei affrontare passivamente qualsiasi prova... Sono al di là del bene e del male.
Arrivo al furgone che Matteo s'è già bell'e sistemato e lavato con doccia di fortuna "alla bottiglia": questo per dare l'idea di quanto ritardo riesco ad accumulare in una discesa da poco più di dieci km... A mia parziale discolpa, però, c'è da dire che ho abbandonato qualsiasi velleità, spento la luce, lasciato fare alla forza di gravità. Smonto di bici, definitivamente per oggi: alle spalle, da ieri mattina, 475 km e poco più di 7.000 m di dislivello in salita. Come sono freddi, i numeri. Non rivelano nulla di ciò che abbiamo vissuto. Nemmeno le mie ossa, del resto, lo rivelano, non ora. La soddisfazione è il più potente degli anestetici. Mi sistemo anch'io, alla bell'e meglio, giusto per assumere un minimo di aspetto civile, o forse per ritardare ancora un poco l'inevitabile momento della partenza.
Ritroverò la Opel, a Savona, dopo innumerevoli ore di viaggio e di pause, merito di uno stoico Matteo che davvero non so come faccia a restare sveglio. Vorrei fargli compagnia nella trasferta, ma non riesco, io, ad evitare di cadere addormentata di continuo, svegliarmi di soprassalto, guardarmi intorno, spiccicare due parole, riaddormentarmi. Se non altro, questa minima scorta di riposo mi permette poi di portare l'Opelona a casa, sana e salva, con l'intermezzo di un doppio caffé. Alle cinque a casa, due ore di nanna e poi... Via in ufficio!