domenica 7 marzo 2010

6 marzo 2010 - Bici in Langa: un vero amore non si spegne mai

"Ciao Tittone, Gian se ne va... Oggi è il giorno della riscossa!". Il povero Skipper, strappato così alle braccia di Morfeo, il pelo tutto scompigliato dalle mie manifestazioni di affetto, apre appena un occhio, emette un grugnito cavernicolo, dopodiché riabbatte il testone sul mio cuscino. Non importa un accidente, a lui, della mia riscossa; tutto quel che gli interessa è riscuotere la sua pappa. Ma stamattina ho già provveduto a riempirgli la ciotola, e lui a svuotarla. Ora ronfa beato sul lettone.

Ormai son passati più di due mesi dal fortunatissimo Capodanno in cui il mio giretto in bici si è concluso con volo parabolico sul cofano di una Opel Corsa: siamo a marzo e mi ritrovo con meno di quattrocento km nelle gambe. Onta e disonore, dopo anni ed anni di onorata carriera e percorrenza annua a cinque cifre. In parte, la mia inerzia è stata colpa della stagione siberiana, o forse solo dell'inverno normale che sembra anomalo dopo anni di inverni tiepidi; in piccola parte, però. A fermarmi è stata soprattutto la paura. Non è che mi siano mancate le occasioni per pedalare un po', magari nelle ore centrali della giornata, meno gelide; però, ogni volta, mi sono lasciata travolgere dai pensieri più assurdi e catastrofici, truculente immagini di cadute, di incidenti, di fratture che mi avrebbero costretta all'immobilità per chissà quanto tempo, o anche peggio. Così, quasi sempre, ho finito per indossare le scarpe da corsa e via, a piedi. Quelle poche volte in cui, invece, sono saltata in sella, ho vissuto ore e chilometri di angoscia, con la sensazione di dover precipitare per terra da un attimo all'altro, di sentire la bici che perde i pezzi, di essere travolta; angoscia amplificata dal freddo, dall'umido, dalle giornate uggiose. Sono arrivata a credere che non sarei più salita in sella, e persino a pensare di liberarmi delle bici. Per fortuna, in tutto ciò, ho deciso di sospendere il giudizio: almeno fino alla prima giornata di tepore e sole.
La primissima è stata, infatti, lo scorso martedì; due orette di pedalata strappate all'ufficio, sotto un sole caldo che nulla c'entrava con il clima dei giorni immediatamente precedenti e di quelli a venire. Partita a pedalare con tutto il mio carretto di fobie, rientrata leggera, in senso metaforico s'intende; contenta come una Pasqua, con il primo segno di leggera abbronzatura impresso dai pantaloni sotto il ginocchio. Ed ho cominciato a scrutare le previsioni meteo per il fine settimana: disastrose, ferali, per la domenica, ma più che mai gaudiose per il sabato, a patto di coprirsi bene. Così, ieri ho preso la gran decisione, e sapevo che non mi sarei tirata il bidone, questa volta.

Stamattina il cielo è di un blu incantevole; il sole sta appena sorgendo e, in fondo alla via, tra due ali di palazzi, si distinguono già le montagne, un azzurro uniforme che tra poco sarà il bianco della neve. Ne dev'essere caduta una quantità notevole nei giorni scorsi; il manto è uniforme, fin giù, verso la pianura. Del resto, per domani le previsioni l'han promessa anche qui... La prima luce è violentissima; crea riflessi abbaglianti sulle vetrate dei palazzi. La tentazione vorrebbe che io schizzassi fuori subito: ma sono le sette e, poco fa, in giardino, ho potuto notare, con un certo disappunto, che l'acqua della pioggia dei giorni scorsi, raccolta nei vari secchi e contenitori, è gelata. Uno strato sottile di ghiaccio, che si rompe a toccarlo con un dito, ma c'è. L'aria è tagliente. Mi costringo ad infliggermi ancora un paio di "Sole 24 Ore" arretrati, in attesa che il sole mostri un po' più di convinzione. Con il tepore sulla schiena, la temperatura a zero gradi riesce un po' più sopportabile. Alle otto in punto, saluto il mio idolone peloso e me ne vo. Corazzata da inverno ma non troppo: canotta traforata, pile con il collo alto, una maglietta a maniche corte sopra il pile ed un giacchino antivento sopra tutto. Pantaloni ¾ che una volta erano felpati ed ora sono sottili al punto da perdere quasi i brandelli. Copriscarpe, guantini di seta e guanti di pile sopra; infine, fascia per le orecchie e giacca Gore Tex nel borsello da manubrio, che non si sa mai. Per la gioia dei vicini di casa, gran trambusto in cantina per gonfiare le ruote e tirar fuori la bici, restituita proprio ieri dalle sapienti mani del meccanico. Con un rimbrotto: "Era in decomposizione"... Una volta s'arrabbiava, povero meccanico, lui che tiene così tanto alle sue creature, come fossero tutte figlie sue. Si struggeva, smaniava, mi rimproverava in malo modo. Poi deve aver capito che è tutto inutile, io da quel lato lì non ci sento: pulizia e cura del mezzo meccanico sono amenità che non mi riguardano; non ho voglia né costanza di preoccuparmene. Quando il rumore di ferraglia che la bici produce mentre pedalo supera un certo limite di decibel, semplicemente vado da lui, il mago della brugola, e gli affido l'ammasso di fango e detriti vari sotto cui, scava scava, con un po' di fortuna, si potrà ritrovare il mio velocipede.
Oggi la bici brilla al sole, proprio come canta De Gregori in una delle pochissime canzoni che il mio neurone riesce a sopportare. Poche, proprio poche: non ho il cranio per saper apprezzare le altre. "Canzone impegnata", per me, non è una connotazione positiva... Via, si parte, subito con il sole basso in faccia, che abbaglia. In un attimo sono in campagna, giusto per accorgermi che la temperatura non è esattamente sahariana. Non c'è pozza che non sia ghiacciata; ghiaccio anche nelle bealere, brina sull'erba. Non male, per essere a marzo. Tutt'intorno la corona delle montagne, come se fossero vicinissime – e in effetti, per fortuna, lo sono: da qui, appena fuori Carmagnola, si vedono digradare verso sud. E va tutto bene finché resto lungo la stradina delle cascine: la faccenda si fa ardua quando invece sbuco sulla strada statale. Per i prossimi dieci km almeno, avrò il sole, basso ed accecante, proprio in faccia. E pazienza, per me non è un problema, anzi; il guaio è che l'avranno in faccia anche gli automobilisti a cui toccherà l'ingrato compito di sorpassarmi. Speriamo che mi vedano... Nel dubbio, io accelero: è contro i miei sacri principi di ciclista da turismo, lo so, ma qui si tratta di portare a casa la pellaccia. Mi sposto il più possibile a bordo strada ogni volta che alle spalle sento avvicinarsi un motore, sperando di non essere travolta; la mia fiducia nel genere umano automobilistico è quasi nulla. Soprattutto da quando ho sperimentato, qualche settimana fa, l'esperienza della coda all'ASL di Torino, allo sportello per il rinnovo delle patenti, per mia mamma: ero in compagnia di un bel po' di simpatici soggetti che candidamente si lagnavano di revoche di patenti, a loro dire, immeritate. Tanti costretti a sottoporsi ad esami vari, compreso l'esame del capello, che dubito siano richiesti a chi è stato cuccato per semplice eccesso di velocità. Mi sa che ci sono di mezzo gomiti alti, nasi aspiranti et similia. Col cavolo che un pilota in quello stato, e con la luce violenta proprio negli occhi, si accorge del ciclista... Per fortuna, stamattina circolano solo automobilisti senza vizi, perché supero indenne Ceresole ed all'ultima rotonda prima di Sommariva Perno arrivo viva e vegeta; un po' ibernata, questo sì, ma è inevitabile. Il freddo punge però solo nei tratti all'ombra; altrove, i raggi sono forieri di teporino e conforto. A patire sono soprattutto i piedi, nonostante i copriscarpe. Le ho già provate tutte: calze spesse, doppie calze, copriscarpe, scarpe invernali. Non c'è nulla da fare; le mie povere appendici inferiori si congelano a pochi metri da casa et voilà, si scongelano quando rientro, con molto comodo. La leggera salita verso Sommariva Perno, finalmente in direzione tale da non avere più il sole negli occhi, mi concede un minimo di calore prima della discesa, ed anche, in centro paese, una zaffata di profumo di pane fresco. Qui mi si tenta, mi si vuol mettere in difficoltà...

Superate le prime curve, con vista spettacolare su Langhe e montagne, svolto a destra, verso Pocapaglia. Il tratto di strada più gelido della giornata, quello che precede il bivio per Valle Rossi; è il più freddo sempre, anche nei giorni di bel tempo, forse perché corre al fondo di una valletta in ombra per buona parte del mattino. Guardo con orrore la stradina che si stacca sulla destra e sale su, a Pocapaglia, con una pendenza da rampichino: orrore... L'ho affrontata una volta sola, faticando non poco a tenere la ruota anteriore incollata all'asfalto; non è stata un'esperienza piacevole. Per me, una salitella più blanda, due tornanti all'ombra che mi riportano sulla bella balconata verso la collina. Bivio per Macellai, in mezzo alle ville; semaforo verde, incredibile dictu. Il rettilineo verso Pollenzo è da sempre malridotto, con l'asfalto, come si dice da queste parti, "grottoluto" e pieno di buche. Ma il tremore del manubrio oggi è quasi gradito, perché risveglia un po' di circolazione nelle dita intirizzite. Oltre la rotonda, l'ultimo tratto di strada che davvero mi preoccupa: un chilometro prima del bivio per La Morra, carreggiata stretta e caotica e passaggio su uno dei tanti ponti sul Tanaro. La luce si fa pian piano più forte; confido che la salita, tutta esposta al sole, sia una goduria per le mie ossa infreddolite. Infatti è così, grazie anche alla pendenza che è subito impegnativa. La prima salita degna di questo nome della giornata: son così contenta che mi verrebbe da affrontarla di slancio... Solo che il mio slancio durerebbe si e no duecento metri, mentre La Morra è a qualche chilometro, cinque o sei. Meglio prenderla con cautela e godersi il panorama: le montagne, immancabili, e poi Bra e la pianura. Sembra di avere un binocolo, tanto sono nitidi oggi i dettagli. Caldo sul viso e sulle orecchie, sotto la fascia di pile. Fatico un po', per arrivare a Rivalta: però, pensavo peggio, molto peggio, dopo tanto tempo di inattività ciclistica quasi totale. Le auto occupano quasi per intero la piazzetta: sarà ora di messa, nell'orrenda chiesa che qualche architetto con ambizioni da artista ha tirato su proprio qui. Proseguo la salita, ora più morbida, tra frutteti e vigneti, ancora grigi, spogli di gemme che non si fanno vedere. Tra i filari, si affaccendano loschi figuri che brandiscono cesoie e tagliano qua e là. Uno splendido labrador, a bordo strada, mi ignora, tutto intento com'è a puntare verso il folto del noccioleto: intuisco anch'io, subito dopo, la presenza del padrone.

Euforia, ecco. Se non faccio attenzione, va a finire che mi si stampa in faccia un sorriso da un orecchio all'altro, e chi m'incontra può pensar male della mia condizione psichiatrica. Ne avrebbe tutte le ragioni, non solo oggi, ma oggi in particolare. Ed io avrei voluto smettere di pedalare? Vendere le bici? Ma se in questo preciso istante, in questo bellissimo luogo, sono l'essere più felice al mondo... Mi immetto sulla strada che sale a La Morra da Cherasco e poi su, l'ultima rampa, davanti alla caserma dei Carabinieri che ha l'aspetto – e infatti lo è – di una villetta a schiera. Tiro su la cerniera del giacchino antivento; mi attende una discesa gelida. Un rapido sguardo sulle Langhe, da quassù, sui fazzoletti scuri che si scambiano con i fazzoletti ancora bianchi di neve, poi giù, pronta a soffrire. Scendo da Santa Maria o da Annunziata? Santa Maria significa un lungo tratto di falsopiano in discesa, in ombra e freddo, per raggiungere Gallo. Da Annunziata invece si fila giù, dritti, fino allo stradone che congiunge Barolo a Gallo, un chilometro o due di pianura dove, in ogni caso, si spinge e ci si scalda. Vada per Annunziata. Con molta cautela: il timore della discesa, chissà poi perché, nella stagione fredda in me è ancor più vivo del solito, se possibile. E poi, quel rettilineo subito oltre la rotonda, che termina con una curva secca a destra ma sembra un trampolino verso il vuoto... Lo spettacolo che si gode da quassù è meraviglioso, anche se in realtà non è natura; i filari di viti, disegnati con squadra e goniometro, a perdita d'occhio, e qualche sparuto albero sopravvissuto per scommessa, poco hanno a che fare con la natura.

All'incrocio con lo stradone di fondovalle arrivo con le dita mezze congelate. Lo stop è sacro: di questi tempi, mi ritrovo a cedere la precedenza non solo quando ne ho l'obbligo, ma anche quando vi avrei diritto io. Mi immetto verso Gallo: di lì a poco, mi supera la Panda del postino, che, subito dopo, pensa bene di svoltare a destra, tagliandomi la strada. Mi viene istintivo di aggrapparmi ai freni; la schivo per un pelo... Poi, con l'autocontrollo e la buona disposizione d'animo che mi contraddistinguono, raccolgo tutto il fiato che ho in corpo: "Che ca%%o fai... - altro respirone – Str%%%%!". Ma dico io, si può essere così menefreghisti ed imbecilli? Ma un minimo di sale in zucca, un minimo! Non dico il rispetto del prossimo, ci mancherebbe altro, o il dispiacere di far del male, ma almeno un po' di sano egoismo; non lo capisci, cretino al cubo, che se m'investi o mi fai cadere, tu che sei sul lavoro andrai ad avere un sacco di grane? Perché è pur vero che non ho voluto infierire contro il tapino che mi ha tagliato la strada, quel giorno disgraziato, perché in fondo s'è spaventato tantissimo pure lui, ed è stato corretto, e sono sicura che abbia detto il vero, sostenendo di non avermi vista. Ma tu mi hai appena sorpassata, non puoi non avermi vista. Te ne sei fregato e basta...
Non reagisce, il malnato, forse non mi ha nemmeno sentita. Che possa strozzarsi in pausa pranzo con il suo stesso panino. Via di qua: prossima salita, Serralunga d'Alba. E' parecchio tempo che non salgo da quella parte lì: di solito, punto dritta verso Monforte, via Perno o Castello, a caccia di pendenze a doppia cifra; oggi però preferisco restare sulle vie principali, per evitare di incappare in fango, sabbia o rimasugli di neve. Passo accanto all'immenso ingresso della tenuta Fontanafredda e via con i primi due tornanti, in cui approfitto della situazione per attaccare le mie risorse alimentari. La salita è l'unica circostanza in cui riesco a staccare una mano dal manubrio. Oggi ho deciso di essere virtuosa e di mettere nelle tasche il necessario per un'alimentazione varia: cioccolato bianco... E cioccolato nero. Per la precisione, mezza tavoletta di cioccolato bianco con mandorle e miele, ghiottissimo regalo di natale di un conoscente svizzero, ed un tubetto, tipo dentifricio, altrettanto ghiottissimo omaggio di mia cugina, che è stata di recente alla manifestazione "Eataly" a Torino e che, di fronte a tanta materia per appetiti robusti, ha pensato ovviamente a me.
La salita di Serralunga è tranquilla; altri la definirebbero "pedalabile": io mi accontento di dire che risparmio le tre coroncine posteriori più grandi, ma non è che stia proprio andando a spasso. Alla mia destra, i vari piani di colline: la torre rotonda di Castiglione Falletto, il castello di Perno e, sullo sfondo, la vetta troncata del Monviso, che, da qui, appare più tozzo e spuntato rispetto all'immagine che ammiro dal balcone di casa. Ancora poca strada e mi trovo davanti il castello di Serralunga: controluce, sembra un'enorme lama nera conficcata nella collina, tanto è sottile, visto da qui. Severo, senza fronzoli, imponente. Sono stata in visita qualche anno fa, accompagnando mia mamma ed una sua collega; una visita privilegiata, solo per noi tre ed una coppia di turisti. Oltre il paese, qualche chilometro di salite e discese alternate, morbide, in cresta alla collina tondeggiante; poi un tornante che porta su al bivio con la stradina che scende giù a Valle Talloria. Ancora avanti, una splendida cascina ristrutturata, con un cancello in ferro che è da solo un'opera d'arte. Più avanti, ahimé, una costruzione sulla destra che invece è un pugno in un occhio: già da lontano, ha l'aria di essere qualcosa di molto pretenzioso. Infatti, passando accanto all'incrocio con la stradina che vi conduce, un cartellone conferma la mia impressione: ristorante, ecc. ecc... Spa. Io mi domando che cavolo sarà mai una spa. Per me, anche prima di sostenere l'esame di stato come dottore commercialista, una spa è sempre stata una sola cosa: società per azioni. Cosa sia una spa a cinque stelle con tanto di "L" finale, bacio in fronte e calcio nel deretano, lo ignoro. Ma, chissà perché, credo sia meglio continuare ad ignorarlo. Non mi servono le cinque stelle, mi bastano le due ruote per trovare la mia felicità!
La strada passa intorno ad una cascina diroccata, "Cascina Arione", si legge su un cartello appeso ad un albero. Di ciò che una volta era, probabilmente, il fienile, restano soltanto i piloni in mattoni. Che bella foto, se solo avessi portato la macchina fotografica. Ma l'ho lasciata a casa apposta: con due strati di guanti, non sarei riuscita a scattare "al volo" e, d'altro canto, non volevo tentazioni che mi costringessero a qualche sosta qua e là. Si smonta di sella solo agli stop! Manca poco all'incrocio con la strada che collega Monforte a Roddino. Mi ci immetto osservando, con la coda dell'occhio, un ciclista che arriva da Monforte. Mi sorpasserà tra poco... A Roddino, la strada spiana proprio davanti alla trattoria; si respira a pieni polmoni, per rifiatare ma soprattutto per aspirare i profumi di pietanze. Nessuno mi sorpassa: forse il ciclista misterioso ha svoltato per Serralunga. Breve discesa, sufficiente a congelarmi. Non credo manchi molto a mezzogiorno, ma il ghiaccio non accenna a cedere. Le profonde impronte lasciate dalle ruote dei trattori nel fango, a bordo strada, sono pozze gelate; sull'asfalto, di tanto in tanto, una colata di neve che si scioglie. Un altro tratto di risalita oltre la chiesetta; si passa in una strettoia rimasta così, ormai da tempo, da quando la corsia di destra è franata. Alla curva successiva, inequivocabile rumore di cambio: mi volto, eccolo, il ciclista. Attacchiamo bottone con il poco fiato che resta ad entrambi; il collega è di La Morra e va verso la Pedaggera.

Invece, al successivo incrocio, io m'infliggo la lunga discesa di Costepomo. Perché non sia mai che, nel mio primo vero giro del ritorno in sella, il primo dell'anno che sia davvero gioioso, io non vada a zampettare sulla salita di Albaretto Torre. Ancora una volta, davanti agli occhi, in discesa, il castello di Serralunga e l'immancabile Monviso, che veglia su tutto. In una curva, una strettoia che non mi aspettavo: una frana s'è portata via metà della strada, che si è assestata mezzo metro più in giù. Tornante dopo tornante, con le mani che s'irrigidiscono sui freni, e ghiaccio, ancora ghiaccio. Pare incredibile, con un sole così limpido e violento. E nemmeno una nuvola all'orizzonte. Com'è possibile che domani, davvero, nevichi? Eppure i vari siti meteo lo annunciano da giorni. Butto l'occhio intorno: si intravede un'auto che risale una delle stradine minuscole dirette, da Valle Talloria a Serralunga, ma chissà com'è l'asfalto. Poco importa, ci tornerò più avanti nella stagione. Al bivio, destra, Albaretto. 34x27, è il meglio che ho a disposizione, speriamo che basti. E poi piano, piano, con pazienza, giù una gamba, giù l'altra e stringere i denti. Ce la faccio, oh se ce la faccio. Come andrà la salita, lo so già ancor prima del primo tornante. In cima son sempre arrivata, per carità; ma, se già soffro lì, so che soffrirò fino in punta. Oggi, nessuna traccia di sofferenza. Ho una voglia matta di rivederla, questa strada, metro per metro. Così, arranco pian piano, in compagnia prima di un tamarro con la Punto nera che passa sparando musica "tunz-tunz" a tutto volume, e poi di un buon numero di persone in stivaloni e cappellaccio, al lavoro tra i filari delle viti. Lo strappo più duro, alla cappelletta, e poi un altro, verso l'agriturismo. Un anziano, lì sul cancello, mi incoraggia: "Forza, che dopo la salita c'è sempre la discesa, stia tranquilla!". Vero. E' un'affermazione molto meno ovvia di quel che può sembrare. Con la bici è proprio così. Nella vita, un po' meno; ci sono persone per cui è tutto in discesa, altre per cui la salita sembra non finire mai. A me, per fortuna, è toccata la sorte della prima categoria; non certo per merito mio.
Alla prima curva in cui la strada spiana, cioè, scende sotto il 10%, tre cagnetti si lanciano all'inseguimento: il padrone, intento a trafficare con un macchinario indefinibile, li richiama urlando come un ossesso, in un linguaggio altrettanto indefinibile. Le tre bestiole, tutt'altro che minacciose, se ne infischiano. Ripartire in salita è una bella grana... Ormai si vede già la torre di Albaretto. Mancano un paio di strappi severi, ma ormai è fatta. Un giorno o l'altro suonerò alla porta del medico che ha la targa in una delle ultime curve... Nemmeno sull'ultima rampa d'ingresso in paese ho il coraggio di alzarmi in piedi: la strada è sporca e scivolosa; corro il rischio di volare per terra ad un passo dalla vetta. Fatto: la piazzetta, la torre. Nel chilometro che segue, in falsopiano, mi concedo il premio dell'ultimo frammento di cioccolato bianco. Soddisfatta. I lunghi giorni lontano dalla bici non hanno poi compromesso così tanto i garretti. In fondo, il fatto di non avere il benché minimo talento per la bici non sempre è uno svantaggio; significa che la situazione, se non altro, non può peggiorare! E poi, in fondo, Albaretto ed io ci vogliamo bene... Lo sa, quella salita lì, che potrebbe mangiarmi in insalata, se solo lo volesse; dal canto mio, è vero che io le vado a passeggiare in testa di continuo, ma lo faccio sempre con molto rispetto, direi con timore reverenziale, con il rapporto da rampichino. Se solo mettessi su boria e tentassi di aggredirla, mi ributterebbe giù a Valle Talloria in un batter d'occhio...

Tutta contenta, mi avvio per la seconda parte del viaggio, quello che, nella mia testa, è già "il ritorno". Secondo i miei calcoli, potrei avere più o meno settanta km alle spalle, e sessanta ancora da percorrere, quando imbocco la strada che, poco oltre i Tre Cunei, va verso Benevello. Blanda discesa, ancora fredda, anche se, finalmente, nelle pozze si vede un po' di acqua allo stato liquido. Benevello e poi Manera: da lì, breve risalita verso Mompiano, che affronto con gran baldanza. Le gambe non hanno battuto ciglio sinora; più o meno, è come se fossi appena partita. Incontro qualche ciclista: come i lombrichi che spuntano subito dopo la pioggia, ecco i freddolosi che mettono il naso fuori adesso, nel primissimo pomeriggio, bardati come se dovessero affrontare la traversata dell'Antartide. Io non sento più nemmeno il freddo: sarà che, oggi, mi sento capace di qualsiasi cosa. Altro che il terremoto in Cile, che pare abbia spostato l'asse terrestre di otto centimetri: con l'euforia che ho addosso oggi, potrei afferrarlo ai Poli, l'asse, e girare la Terra al contrario. Non lo faccio, solo perché adesso qui siamo alla fine dell'inverno, almeno stando a quel che dice il calendario; capovolti, ci ritroveremmo alla fine dell'estate! No, non è proprio il caso.

La discesa su Alba è lunghissima, una decina di km, ma un po' meno fredda delle precedenti, finalmente. Soffia un po' di vento e, in alcuni tratti, è necessario pedalare. Distese di filari a perdita d'occhio, ma i colori dominanti sono ancora il marrone, il verde scuro; nessuna traccia delle tonalità accese dell'estate, se non nei pochi coraggiosi fiorellini azzurri, minuscoli, ai bordi della strada. Dall'altra parte della vallata, si vedono bene i profili di Diano e La Morra. Ma dalle montagne verso nord, verso la Valle d'Aosta, sono evidenti le nuvole scure in arrivo, come promesso. In caso non ci si fosse resi conto di quanto Alba sia vicina, ci pensano le narici a sottolinearlo: gli ultimi km della discesa sono allietati da un profumo penetrante, inebriante, di cioccolato, che inspiro intensamente, manco fossi un aspirapolvere. Meraviglioso!

Complice l'ora di pranzo, riesco a superare Alba senza troppi patemi. Il traffico non manca, ma è sopportabile; in ogni caso, per non saper né leggere né scrivere, mi guardo intorno a mò di periscopio ad ogni metro, vedendo ad ogni pedale sospinto qualche simpaticone che spalanca la portiera senza guardare o svolta infischiandosene delle precedenze. Per non parlare poi dei miei più odiati nemici, i pedoni, quelli che si lanciano ad attraversare la strada come se fossero soli nel deserto... In men che non si dica, torno a passare il Tanaro e vado ad imboccare la stradina che, infilandosi dietro gli stabilimenti della Miroglio, conduce alla terribile rampa di Castelrotto. In effetti, così terribile non è, perché è molto breve; però, a vederla da sotto, sembra che la strada sia stata appoggiata alla collina in verticale... 34x27 e tanta pazienza anche qua; sembra che io pedali al rallentatore, in realtà non è così, è che di meglio non riesco a fare. Il calduccio però, tra sole e fatica, qui è meraviglioso. Raggiunta faticosamente la cima, svolto a destra: un'altra rampa mi attende, quella di Guarene. Un paio di settimane fa, dopo anni in cui mi sono sempre limitata a passare in bici, sono stata qui con mammà, a spasso per il paese: abbiamo scoperto un vero gioiello di edifici ristrutturati con grande gusto e cura, e di giardini elegantissimi.

Oggi passo e basta; l'ultima salita arcigna, per oggi. Poi, un breve tratto di riposo verso Castagnito. E' qui che attacco il tubetto simil-dentifricio di Gianduja. Non l'avessi mai fatto... Svitato con grande maestria il tappo, aperto il tubetto, me lo spremo in bocca con cautela: una folgorazione. Buono, ma non solo buono, di più, fantastico, incredibile! Mi attacco al tubetto con entusiasmo, manco dovessi mungerlo, e pazienza se tutto ciò rischia di causarmi una denuncia per atti osceni in luogo pubblico: nella vita ci sono priorità, il Gianduja è una di queste! A malincuore, però, in discesa devo affrettarmi a riporre il tubetto. Giù in direzione di Vezza; poi, nel tratto di pianura prima del bivio per San Rocco, torno ad armeggiare con il tubetto. Mai e poi mai avrei pensato fosse così buono. La salitella di San Rocco mi sembra un cavalcavia: sarà il cioccolato, o forse il conforto del sole finalmente caldo. In cima, prima esperienza del genere nella mia carriera ciclistica, vengo assalita da un cane lasciato libero, ma con la museruola: parecchio incarognito, sembra. Insieme a lui, un bel volpino fulvo, che si atteggia a cane aggressivo ma ha una fifa blu ed arretra, terrorizzato, dietro un'auto parcheggiata, non appena mi fermo e gli tendo la mano. Breve discesa e poi a destra, via verso l'ultima salita seria della giornata. Qui i ciclisti spuntano come funghi, da soli, in coppia, a gruppetti e grupponi. Su verso Monteu Roero, con buon passo e poca fatica, e, inaudito, senza scomodare il 27. Anzi, negli ultimi tornanti assumo un'andatura in posa molto plastica, in piedi sui pedali... In cuor mio so che sto per morire, ma faccio un po' di scena, solo perché so che è finita. Con la vista su Santo Stefano, sul cocuzzolo di fianco, all'ultimo curvone, ho quasi concluso la mia fatica. Oltre il ponte di Monteu, sulle Rocche in pieno sole, svolto a destra per andare a Ceresole via San Grato e San Bernardo, in modo da tagliare via tutto il traffico; approfitto della blanda risalita per affondare un ultimo colpo ai danni del tubetto di cioccolato. Questa volta non è fame né bisogno, è proprio pura golosità!

Le gemme degli alberi di nocciola sono già gonfie, lì lì per aprirsi; speriamo che resistano ancora un po', perché da domani si annuncia tregenda. Le tartarughe, nel giardino di casa, non si sono ancora fatte vive quest'anno: e di solito quelle bestioline lì non sbagliano... Il vento porta qualche baffo di nuvole in un cielo ancora ostinatamente limpido; una nube bianca sbrindellata s'è impigliata sulla cima del Monviso. Tra le ville e le cascine, a San Grato il campanile mi annuncia che sono da poco passate le due. Verso San Bernardo, i primi cenni del digradare della collina verso la pianura: non più vigneti e noccioleti, ma campi coltivati a filari regolarissimi di minuscoli steli verdi, appena spuntati. Conosco ormai ogni sasso di questa strada che percorro innumerevoli volte, sia a piedi che in bici. Gli ultimi km prima di Ceresole sembrano fatti apposta per riposare le gambe, tra campi appena appena ondulati. Restano poi, oltre il paese, cinque o sei km di strada un po' più trafficata, che ripercorro con la stessa foga dell'andata; questa volta però la pendenza gioca a mio favore. Gli ultimissimi km corrono invece tra campagna e cascine; l'itinerario che mi sono scovata per evitare il viale d'ingresso a Carmagnola, Via Sommariva, stretto e rettilineo, dove passare in bici, a mio parere, è una candidatura per un viaggio premio al reparto di ortopedia, quando va bene.

Le poche decine di metri che mancano a casa sono un'improvviso assalto dei pensieri cattivi, a tradimento: ecco, non puoi ancora dire che è finita; ironia della sorte, potresti cadere o scontrarti proprio qui... Percorro la via come se stessi camminando sulle uova; mi avvicino all'incrocio in punta di ruote. Con la mano sul cancelletto d'ingresso, tiro finalmente un sospiro di sollievo, anche se mi dispiace che sia già finita. 135 km con dislivello indefinibile, potrei dire 1.500 m tanto per abbozzare una cifra, ma non ha molta importanza. Poggio la bici al muro e le sorrido, con gratitudine, e quasi provo rimorso per aver pensato di potermene disfare. No no, io non esisto senza di lei. Ora non mi resta che salire con cautela sul marmo degli scalini d'ingresso: più di una volta le tacchette mi hanno tradita e mi sono ritrovata a terra con le chiappe doloranti. Ma non sarebbe più un incidente in bici: lo declasserei ad un volgare caso di incidente domestico...

giovedì 4 marzo 2010

2 marzo 2010 - Passeggiata notturna sopra Arenzano

Non si può proprio dire che io oggi sia stata una lavoratrice modello. A parte l'ora passata a pedalare sui rulli prima dell'alba, ho già rosicchiato una mezz'ora da appiccicare alla pausa pranzo per imbastire un giretto in bici: con una giornata così, solitaria gemma di sole e tepore in una stagione di clima uggioso, umido e gelido, non approfittarne sarebbe stato un sacrilegio. Ed ora, alle sei e mezza, sono ancora in fuga. La fida Opel ed io galoppiamo, all'ultima luce del tramonto, destinazione mare. Non fare oggi quel che puoi fare domani, dice una versione saggia del proverbio: esatto, alle faccende dell'ufficio penserò domani; questa sera, al cuore non si comanda, alle gambe tantomeno. I garretti sono ansiosi di calpestar sentiero.

Arrivo ad Arenzano dopo un'ora e tre quarti, anche un po' in ritardo. Il guaio è che, sulla Torino Savona, riesco a tagliare i tempi solo quando posso parimenti tagliare, senza troppi patemi, tutte le innumerevoli curve; ma il traffico del tardo pomeriggio di un giorno feriale è tale da sconsigliare caldamente la pratica, a meno che non si sia deciso di andare a misurare personalmente la velocità di caduta di un grave da un viadotto. Ma non è il mio caso; a me la fisica non è mai andata a genio.
Matteo è già lì, ovviamente in bici, ovviamente in pantaloncini corti. Non si può dire che la temperatura sia siberiana, ma io a scoprire cotanta superficie di epidermide aspetterei ancora almeno un paio di mesi... Ormai rinuncio a stupirmi. Poveretto, già in questi giorni il clima lavorativo per lui è più frenetico del solito; poi, mi ci metto anche io con i miei capricci di camminate notturne... Ma è colpa mia se è tutto così bello da queste parti?
Frugale cena in auto, a base di immancabile focaccia: bianca e al formaggio, pura goduria. Matteo, che è un salutista, si concede anche yogurt e frutta; io no, non sia mai che il mio stomaco si abitui a gestire cibi men che spazzatura. Poi, veloce trasferimento a poca distanza, su per una stradina ripidissima. Parcheggiamo l'auto alla partenza della strada sterrata che conduce alla Gava, ma non è quella la nostra prima destinazione. L'itinerario prevede di raggiungere, in primis, il lago della Tinna.

In un attimo, Matteo ha cambiato divisa: da quella ciclistica a quella montanara. Manco fosse un camaleonte. Mi domando dove stipi tutta 'sta roba e come faccia ad essere così rapido... Per me, il cambio d'abito volante è sempre un cruccio! Mi ci vorrebbe un gabbiotto portatile, tipo gli spogliatoi dei magazzini d'abbigliamento, con le tendine. Tutto pronto: si parte, sotto un cielo stellato che più non si può. Potrebbero essere le otto e mezza, forse le nove meno un quarto, chissà, non ha molta importanza. A me è sufficiente rientrare domattina alle otto e mezza in ufficio; le ore di sonno perse si recupereranno, prima o poi...
Ci avviamo lungo una stradina sterrata, all'inizio piana e bella comoda per procedere affiancati. Speravo, in tutta sincerità, di incappare in una sera un po' più calda; invece, il freddo passa senza problemi la stoffa sottile dei pantaloni. E martella il crapone, protetto solo dalla fascia per le orecchie. Mannaggia a me: il berretto di pile non sarebbe stato affatto eccessivo... I primi km se ne vanno, come sempre, nel racconto delle ultime novità, per lo più lavorative. Le luci della costa sono ancora troppo vicine perché il buio del sentiero possa ispirarmi paura; le montagne dall'altro lato della valle sono una massa scura, indistinta, contro il firmamento. Calma e sangue freddo, Gian. Non ho ancora dimenticato – e come dimenticarlo? - l'incontro con la carcassa mezza spolpata della pecora, quel mattino in cui Matteo ed io, dopo aver passato la notte in tenda a poca distanza, tornavamo verso la Gava. S'era deciso che fosse opera dei lupi: e sarà pur vero che il lupo non attacca l'uomo, ma ammetto che l'incontro con una rappresentanza della specie non mi riposerebbe poi troppo. Del resto, siamo sempre noi ad invadere il loro territorio, non viceversa; siamo noi a dover chiedere permesso e, ahimé, a dover pagare le eventuali conseguenze di un eccesso di prepotenza.
Man mano che il buio si fa più buio, però, non posso fare a meno di drizzare le orecchie ad ogni minimo fruscìo, il più delle volte provocato poi da me stessa o da Matteo, che cammina davanti a me. Tronchi e rami, confusi nell'oscurità, hanno un aspetto inquietante; forse perché riesco ad osservarli solo di sbieco: se dirotto lo sguardo via dal sentiero, m'inciampo all'istante. Il sentiero, in alcuni punti, è sorretto da muretti in pietra e corre accanto ad un bel salto, di cui al buio non si vede il fondo. Matteo, sempre premuroso, si preoccupa che io ci passi indenne: ma il vuoto, se non lo vedo, non mi fa così paura.

Ruscelletti attraversano il sentiero ogni pochi metri: io ho indossato, vista la passeggiata, un paio di scarpe da sentiero vecchie e malconce, che, soprattutto, non sono impermeabili; in men che non si dica, mi ritrovo con i piedi zuppi. E me li terrò zuppi fino a casa, dal momento che non ho portato scarpe di ricambio.
La chiacchiera di Matteo riesce a distrarmi un po' dai miei timori. Ma io stessa sono, con mia meraviglia, abbastanza tranquilla. Sul chi va là, ma tranquilla. L'unico animale in cui ci imbattiamo, infatti, è innocuo: un daino, sentenzia Matteo, che resta un po' a guardarci, da sotto in su, forse abbagliato dalle luci delle nostre frontali, e poi sparisce in mezzo al bosco, con un guizzo del codino bianco. In sottofondo, rumore di acqua che scorre impetuosa: un lungo tratto di saliscendi ci porta alla prima grande pozza formata dal torrente, d'acqua limpidissima, riflessi verdi ed una bellissima cascata che ci si tuffa. Per arrivare al lago vero e proprio, bisogna salire lungo le sponde rocciose del torrente: passo il primo scalino, passo il secondo, ma poi si tratta di attraversare la corrente... E lì mi fermo. E' davvero un passo da niente, lo vedo da sola; Matteo insiste, "dai, è facilissimo, ti tengo io", passa più e più volte da una parte all'altra del minuscolo guado con immensa disinvoltura. Ma non c'è niente da fare, io non mi fido; ho paura dell'appoggio scivoloso e della corrente così forte e subito profonda, ho paura di cadere e battere malamente. Matteo non è certo un esempio incoraggiante; per lui qualsiasi cosa che abbia a che fare con un sentiero risulta facile e naturalissima: uno che per passatempo s'infila nelle grotte non teme certo un ruscelletto... No, no e no, mi dispiace, io lì non passo. E più il poveretto insiste, più io mi arrocco sulla mia posizione. Ecco, forse, se fosse giorno, se fossi da sola ad affrontare l'ostacolo, o semplicemente se fossi qui in un altro giorno, con un'altra disposizione d'animo: conosco bene le mie paure, oggi ci sono e domani no, chissà, forse passerei. Ma stasera no, non posso. Così Matteo se ne va su da solo; vedo la sua luce allontanarsi e sparire. Un attimo di panico: mi ritrovo qui, in mezzo al bosco e al buio, e da sola. E, chissà poi perché, sarei del tutto indifferente se, nella stessa situazione, avessi sotto i piedi una strada asfaltata anziché un sentiero. Calma Gian, calma e sangue freddo. Guardati intorno, solo alberi ed il fragore della cascata. E la luce di Matteo che ricompare, in alto, indugia qua e là e poi s'avvicina. Tutto offeso, lui, a chiedermi con una voce grave che non gli avevo mai sentito: "Perché non hai voluto passare?". Elementare Watson, domanda da un milione di dollari. Perché ho paura. E' così difficile da accettare, che uno possa aver paura? Beh, forse sì, almeno nel mio caso, dato che, lo so benissimo, quasi tutte le mie paure sono assurde, esagerate, irrazionali. Ma che ci posso fare? E' una brutta bestiaccia, la paura; se poi le lascio strada, è finita, allora sì che posso far danni. Riesco a superarla, quasi sempre, solo se con me c'è qualcuno di cui mi fido ciecamente, ma per cui non provo alcun affetto particolare: Matteo no, non è proprio la persona giusta, avrei troppa paura di far del male anche a lui, oltre che a me stessa, anzi, ancor più paura. Insomma, ci sarebbe materia per uno strizzacervelli, ma di quelli bravi!

Ripercorriamo un tratto del sentiero dell'andata, fino ad incappare in un bivio verso sinistra. Aggiudicato, si va da quella parte, in direzione della Gava, ma anche del Ponte Isabella. Un ponticello dall'aspetto poco rassicurante, che abbiamo visto dall'alto in occasione dell'ultima bella camminata da queste parti, il 2 gennaio scorso. Cammina e cammina, mentre le montagne dall'altro lato della valle sono ora più luminose e nitide: se ne vedono le cime coperte di neve. Una luce azzurra, quasi di neon; è la luna che sta salendo, alle spalle dei monti dalla nostra parte; è per quello, che non la vediamo, ma ne vediamo l'effetto. Ancora lungo saliscendi: guardo di fronte a me, ma non sono capace di intuire l'itinerario del sentiero in quell'enorme unica massa scura che mi sta di fronte. Però sento il fragore dell'acqua del torrente, chissà dove; sembra molto lontano, ma, come osserva Matteo, non può esserlo: l'aria è troppo fredda. In effetti, c'è da rabbrividire... Il ponticello spunta di lì a poco: una passerella di cemento, sorretta da travi in ferro, direi; l'aspetto è tutt'altro che solido, anche se di certo la struttura è lì da un bel po' di tempo ed è destinata a restarci a lungo. Io però non ci passo e guato con una certa inquietudine Matteo che va su e giù e si sporge dal parapetto: freno a fatica l'impulso di urlargli "Vieni via di lì!". Come se non bastasse, poi, il marrano si dedica all'equilibrismo sulle rocce che passano accanto al baratro; vedo la lucina che fa tutto il giro intorno alla conca, fino all'estermo opposto; indugia un po' e poi si riavvicina. Certo che non sono proprio fatta per la vita selvaggia, io... Tutto quel che è meno di un sentiero stabile sotto le scarpe mi mette in agitazione. L'equilibrio ed io non abbiamo proprio alcun punto d'incontro.

Si torna indietro: meno male, perché lì, ferma, rischiavo il congelamento. La luce della luna scende sempre più verso il fondo della valle; in lontananza, si vedono le luci della costa. Ma il nostro itinerario ci porta ancora a sinistra, lungo il sentiero che sale alla Gava. Sale, si fa per dire; a me sembra che, a parte qualche strappo, non salga proprio mai. Il silenzio è assoluto; anche il rumore dell'acqua ormai è lontano, attutito. Ad un bivio inatteso, la guida turistica sentenzia: "Andiamo dritto, l'importante è non finire dall'altro lato della valle; ma ce ne accorgiamo, se ci finiamo...". Agli ordini, io seguo. Anche in pianura, fatico a tenere il passo di Matteo, che spesso si volta per controllare se ci sono ancora. Ormai conosce bene la mia inettitudine ed i miei attacchi di paura: mi sa che li teme... Io invece ci convivo con una certa serenità; diciamo che non posso fare altro che accettare i miei limiti: in fondo qualche qualità buona ce l'ho anch'io; mi limito a coltivare quella, e pazienza.
Le stelle non si vedono quasi più. In men che non si dica, le nuvole se le sono mangiate. L'aveva promesso, il meteo: peggioramento per mercoledì, che poi sarebbe ora, visto che non credo manchi molto alla mezzanotte. Già durante il viaggio in auto, ho visto le lunghissime striscie in arrivo da dietro il Monviso. Speriamo di essere graziati per stasera. "Ma siamo sicuri che non stiamo finendo davvero dall'altro lato della valle?". Non mi trattengo più: questo sentiero non sale mai, e intorno a me non vedo che contorni di montagne ancora troppo alte; dove andiamo a finire? Detto, fatto; compare un bivio sulla destra che subito impenna e ci fa prendere quota. Sbuffo un po' di più, ma sono finalmente sollevata. Incredibile, come quel poco di senso di orientamento che già mi ritrovo in pieno sole sia completamente sconvolto ed inutile quand'è buio, quando non si riesce a valutare la distanza, la profondità. Saliamo e saliamo, di buon passo; solo un verso, una specie di abbaio, mi inchioda per un attimo immobile sul sentiero... Matteo sostiene che si tratti di un volatile; speriamo bene. E' vero, non ho mai sentito di qualcuno aggredito e sbranato da fiere lungo i sentieri, nottetempo, almeno da queste parti. C'è anche da dire, però, che non è che ci sia tutta questa gente a spasso per i sentieri, nottetempo. Manca il materiale per un serio studio statistico, insomma.

Alla Gava arriviamo molto prima di quanto immaginassi. La cascatella e la strada sterrata. Saliamo fin su al passo, pochi minuti e pochi metri di dislivello: lì, al passo, c'è la tavola che indica le direzioni dei vari sentieri. E c'è una vista da mozzare il fiato, le ondulazioni della montagna nette e distinte dalle diverse sfumature del grigio e del nero. Vale la pena di spegnere un attimo la luce frontale. Silenzio assoluto, le luci del mare in lontananza. Ma i brividi del freddo e della brezza che soffia quassù ci convincono a rimetterci subito in marcia, in discesa questa volta, verso l'auto. Matteo, pur compreso della poesia del momento, non dimentica il proprio lato materiale e terreno: la mozzarella, il mio regno per una mozzarella. Mi volto per non assistere all'orrida fine del povero latticino, dilaniato tra le fauci della belva affamata. Non voglio contribuire al crimine efferato: di fame ne ho, eccome, ma me la terrò fino all'auto. Si cammina su strada, ora: sterrata, ma pur sempre comoda, rassicurante strada, a parte una scorciatoia che taglia via un tornante. Fa freddo, ormai; lo sente persino Matteo, tutto compreso, stasera, del proprio mal di gola: è da quando siamo partiti, che si prefigura giorni di dolore e mestizia, a letto, febbricitante... Avrebbe già potuto scrivere la sceneggiatura per una recita a teatro! Un filo ipocondriaco, giusto un filo. Ma mi offre ottime occasioni per prenderlo un po' in giro! Lui, la sua febbre, le sue crisi di fame, i suoi rovelli sul cibo e sull'allenamento... Sul cibo, soprattutto; mille ragionamenti astrusi, picco glicemico di qua, carboidrati di là, massa grassa su e giù, e poi, se lo metti davanti ad una tavola più o meno imbandita, qualsiasi cosa ci sia nei piatti, nel giro di tre minuti non hai più i piatti e nemmeno la tavola! E quel che fa rabbi a è che è magro come un chiodo... Non come me, che posso farmi la plicometria con le pinze da bucato. Uffa, il destino è ingiusto: io sarei in vantaggio solo in caso di carestia...

Pochi passi, un sorso d'acqua alla fontanella in pietra, e siamo dinuovo alla civiltà: asfalto, la Opel. La stima del percorso dice che potrebbero essere suppergiù diciassette km; dislivello, per me, incalcolabile, ma non credo che sia gran che. E' circa l'una: riesco ad ottenere da Matteo almeno di accompagnarlo fin giù, al casello dell'autostrada. L'idea di salire in bici e macinare quindici km, di cui almeno la metà su Aurelia, adesso, in piena notte, sembra assoluta follia anche a me, che pure di follie ne so qualcosa; vorrei accompagnarlo a casa, ma non sente ragione. Mi concede solo di rifilargli due Cuneesi al Rhum come sostentamento energetico, e speriamo che ai ciclisti non facciano l'alcool test. Accostiamo a bordo strada, davanti ad un albergo; poco dopo, dietro di noi, accosta un'altra auto. Ma nessuno ne scende: immagino che, terrorizzati alla vista di un pazzo furioso che si sveste, resta in pantaloncini e scarica la bici dalla Opel all'una di notte, per poi saltarci in sella e partire, non abbiano il coraggio di muoversi. L'auto infatti, di lì a poco, se ne va. Me ne vado anch'io, con il magone per una bellissima serata già finita e con un po' di preoccupazione: speriamo che Matteo sappia quel che fa... Ma sì, che lo sa. Speriamo che lo sappiano anche i piloti notturni.

Il rientro a casa è un vero supplizio. Troppe notti troppo corte alle spalle: non appena entro in autostrada, mi assale un sonno irrefrenabile. Non basta la musica, non basta cantare, stiracchiarsi, e nemmeno pestare sull'acceleratore per arrivare prima ed abbreviare l'agonia. Fino a Mondovì ce la faccio, poi mi infilo in autogrill: un quarto d'ora di sonno profondissimo, la sveglia, riparto, fino a casa, una galoppata senza stelle e con un mal di testa fulminante. A casa, alle tre e mezza, riesco appena a rispondere alla festosa accoglienza del Tittone, poi perdo conoscenza. Mi sveglierò, ahimé, meno di cinque ore dopo, per accorgermi che non ho avuto nemmeno la coscienza di levarmi le calze infangate... Questa sì che si chiama vita!

sabato 27 febbraio 2010

27 febbraio 2010 - Di corsa da Aisone al Colle della Maddalena e ritorno

"In pratica, ti svegli quando io vado a dormire", ha concluso ieri sera il mio amico al telefono. E non ha mancato di aggiungere, in tono rassegnato, il suo consueto saluto: "Sei una squilibrata". Ma di certo non mi offendo. Primo, perché quell'omino lì ha il piacevolissimo pregio di farmi ridere, anche quando avrei tutt'altro che voglia di ridere, con il suo piglio da finto burbero e la sua linguaccia tagliente che non risparmia mai nulla a nessuno. Secondo, perché un po' di ragione ce l'ha. Questione di punti di vista; io trovo folle l'idea di andare a dormire a metà della notte, magari dopo aver bighellonato a vuoto tra locali e gente e frastuono. Non posso negare d'averlo fatto anch'io, in gioventù, ma credo che le dita delle mani siano più che sufficienti a contare le mie serate mondane andate a finire oltre la mezzanotte. Quasi mai per scelta libera o consapevole, quasi sempre per far piacere a qualcuno, e ben presto anche lì, come in tanti altri casi della vita, mi sono chiesta: Gian, ma perché? Cui prodest? Ed ho smesso...
Lo dice anche il proverbio, del resto: il mattino ha l'oro in bocca. In effetti, io l'ho interpretato in modo un po' estremo, oggi: ho puntato la sveglia alle due. Quattro ore e mezza di sonno, ma intense, pesanti; al trillo del cellulare, schizzo su come una cavalletta, salutata dal grugnito all'unisono di mia sorella e del cagnone. Percepiscono forse un movimento, ma a svegliarli del tutto non basterebbero le cannonate. Buon per loro: altrimenti, la nostra convivenza sarebbe ardua.

Sul tavolo mi attende il risultato del mio ultimo esperimento scientifico. Un ettaro di focaccia al formaggio, che ho estratto dal freezer ieri sera. Genesi: qualche tempo fa, mia mamma, da sempre convinta che io non mi nutra abbastanza –e dire che non c'è modo di contarmi le costole se non con una radiografia, e che sia di quelle ben penetranti – se n'è arrivata in ufficio con un camion a rimorchio colmo di focacce di ogni ordine e grado. Frutto, credo, di una rapina a mano armata alla bottega della pizza al taglio. Tutta roba da mangiare in pochi giorni: e lì, ammetto, ho dovuto gettare la spugna; la capienza del mio stomaco tende sì ad infinito, ma ogni tanto ha dei limiti. Ma non potevo certo permettere che la focaccia al formaggio andasse a male; al terzo giorno della sua permanenza in frigo, ho tentato il tutto per tutto: l'ho cacciata nel congelatore, ibernata in attesa di risveglio in tempi di carestia. Me ne sono ricordata ieri sera, riaprendo il freezer, quasi per caso. Scaldata un po' nel microonde, è ottima, non c'è che dire. Mordono le mascelle e rimorde la coscienza: non c'è da stupirsi, Gian, se qualsiasi elastico si trovi a cingere il tuo corpo scatena l'immediato e raccapricciante effetto "salama da sugo"... Silenzio: a quest'ora della notte fonda, la coscienza non ha diritto di parola. Scolo la caffettiera, butto all'aria la casa per trovare tutto ciò che avrei già dovuto sistemare ieri sera; giacchino e striscie rifrangenti, luce frontale, zaino, pappatoria. Giù per le scale, dai vetri smerigliati della finestra penetra uno strano chiarore, quasi di alba: eppure sono le tre appena passate... Che abbia sbagliato a puntare la sveglia? No; sospiro di sollievo appena scendo in cortile: cielo limpidissimo, splende una luna quasi piena, solo un po' ammaccata da una parte. L'aria è cristallina, merito forse del vento forte di ieri: si vede persino qualche stella, tra quelle poche che la luce della città non riesce a soffocare. Non me l'aspettavo; mesi di tempo grigio, nebbia o neve o pioggia, mi avevano fatto dubitare che gli astri esistessero ancora. E la temperatura, gradevolissima, finalmente eccessiva per il mio piumone: sette gradi, sentenzia la Opel. Meraviglioso, da respirare a pieni polmoni.

Ogni tanto accade che qualcuno, a commento delle mie mattane in bici ed a piedi, esclami "Ma allora a te non serve la macchina!". Non diciamo eresie, per favore. Non solo mi serve, ma è piezz'e core! L'auto è tutto, è l'indipendenza; e poi, a me piace moltissimo guidare, soprattutto in notti come questa, così limpida da poter distinguere, anche al buio, linee e contorni, luci lontanissime, persino i profili delle montagne, già dalla piatta piattura carmagnolese. La torre tonda, tozza e malandata, lungo la strada Reale, nel curvone, le luci della collina tra Sommariva Bosco e Bra; la campagna piatta e deserta, prima di Fossano. E poi, verso Cuneo, sempre più evidenti, le montagne: alla rotonda provvisoria dell'area mercato, appena prima del capoluogo, mi trovo sul naso la Bisalta, la sagoma scura ed il cappuccio chiaro di neve, anzi grigio alla luce della luna, quei contorni che si vedono nitidi se volgi appena lo sguardo altrove, e sfumano incerti se invece li fissi. Capita a tutti, oppure è solo l'effetto della miopia?
Cuneo è una città meravigliosa, da qualunque punto di vista la si osservi, in qualunque stagione, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Forse l'unica città in cui mi piacerebbe vivere, anche se è, appunto, una città, quindi troppo estesa ed affollata per i miei gusti. Secondo, inopportuno guizzo di coscienza: "Ma che eresia vai pensando, Gian, non stai forse bene a casa tua?". Uffa, sì, sì, sto benissimo, non potrei davvero chiedere di meglio, ma me lo posso permettere un volo di fantasia, oppure no? Le "mie" montagne a due passi; potrei partir da casa in bici per andare, che so, al Colle della Lombarda. Sfilo oltre la rotonda del Viadotto Soleri; le luci della città si spengono; riappare il profilo delle montagne. Capita di rado una giornata d'aria così limpida. La voglia di metter piede a terra è sempre più forte: un occhio alla strada, uno alla montagna, al cielo costellato di brillanti, alla luna che invade la vallata con la sua luce azzurra, o forse grigia, che crea ombre: ecco cosa c'è di eccezionale, in questa bellissima notte, ci sono le ombre. Finché il confine della montagna, nella vallata che si chiude, si porta via il pianeta, ne lascia una striscia fiammante e poi lo inghiotte, lo nasconde alla vista di chi viaggia sulla strada di fondovalle. I portici di Demonte, deserta e sonnolenta, illuminata da un'irreale luce giallastra dei lampioni. Ancora qualche curva e poi la meta, finalmente, la piazzetta di Aisone.
La scelta dei punti chiave dei miei viaggi non è mai casuale. Aisone, perché c'è la toilette pubblica. Il successo dell'impresa per me poggia, sempre, su un wc, o affini: potrà sembrare blasfemo, ma tant'è... La Opel sostiene che la temperatura sia -3°C: a me pare che si stia benissimo. Sarà che, sopravvissuta a qualche partenza notturna a meno dieci, meno dodici, sono ormai temprata per qualsiasi battaglia... Mi dedico con calma alle operazioni di rito: spalmo pasta di Fissan ovunque, sedili ed interni compresi; controllo di aver messo nello zaino la giacca da pioggia, la maglia e la canotta di ricambio, il telo termico, che non si sa mai, e poi la pappatoria, cioccolato bianco con miele e mandorle più un sacchetto da due etti e mezzo di albicocche secche; indosso il giacchino e le bande rifrangenti; in testa, la luce frontale, accesa sul lampeggiante e girata sulla nuca, in modo da essere ben visibile per chi mi arriva alle spalle. Dicono che i pedoni debbano procedere a sinistra, ma a me 'sta storia non piace, non mi lascia tranquilla. Ore quattro e cinquanta: resto immobile per un attimo, il respiro sospeso, non un rumore nella piazzetta né tutt'intorno. Poi via, si parte.

Al trotto nella strettoia del paese, ripercorro in mente la lunga strada che mi attende. Muri di pietra, balconi e travi in legno dall'aspetto irregolare, porticine piccole, basse, bugigattoli, cortili, archi; poi la luce si spegne, l'abitato resta lì, immobile ed indifferente. La strada che sale appena, il respiro ancora affannoso; il silenzio, pesantissimo, quasi insopportabile. Pian piano lo sguardo si abitua all'oscurità e scappa all'altro lato della valle, oltre il pianoro bianco ed azzurro di luna. L'inquietudine mi fa compagnia, forse perché le forme sono minacciose, i rami che sfuggono alla boscaglia verso la strada sembrano artigli, una brezza leggera muove il fogliame secco; forse è il contrasto duro tra il nero della scarna vegetazione invernale ed il bianco della neve che riverbera anche senza luce. Trattengo a stento la voglia di correre più forte; un lontano istinto vorrebbe fuggire di qui, ma fuggire verso dove? Basta aver pazienza, aspettare l'alba, è proprio per questo che sono qui. Un rombo alle mie spalle; mi raggiunge e mi sorpassa un camion, il primo cenno di vita; il rimorchio scodinzola, le lucine rosse si allontanano, le seguo con gli occhi per intuire la strada, le vedo farsi piccole piccole e sparire oltre l'ultima curva prima di Vinadio. Mucchietti di neve sporca lungo la strada, ghiaccio incerto, la linea bianca che appare e scompare, sempre pallida. Vinadio, prima tacca sul muro del mio viaggio. L'auto dei Carabinieri spunta sulla sinistra, in arrivo forse dalla strada vecchia; si immette sulla statale, nella mia stessa direzione; si allontana, ma piano, pianissimo. C'è qualcosa che perplime i militi nottambuli: quel qualcosa, ne sono certa, sono io. L'auto si ferma, fa inversione; torna lentamente verso di me, poi accosta. Passo al trotto, senza voltarmi, faccio finta di nulla: mi piacerebbe alzar la mano e salutarli, ma non vorrei che il mio gesto fosse male interpretato... Non vorrei mai che si sentissero presi in giro, per carità, qui va a finire che mi arrestano per vagabondaggio.
L'ingresso del bar di fronte al distributore di carburante è mezzo sepolto dalla neve, il forte è illuminato. Incontro un paio di camion proprio nella strettoia; sul piazzale, di fronte al parco, ronfano i viaggiatori in camper. Il torrente e la breve discesa, la rampa che mi tormenterà al ritorno, quando i km nelle gambe saranno già tanti, ma tanti. Ripiombo nel buio, rischiarato solo dalle luci delle cabine dei camion, illuminate e decorate nei modi più fantasiosi; qualcuno saluta con un lampeggio di abbaglianti, qualcuno accenna un motivetto col clacson, con buona pace della proverbiale quiete notturna della montagna. Ma, subito dopo, ripiomba giù la cappa di silenzio. Al bivio per il Colle della Lombarda, ormai volto la testa per abitudine: chiuso, closed, fermée, geschlossen, e come potrebbe essere altrimenti? Ci saranno metri di neve lassù... La montagna è venata di neve, boschi e salti di roccia che giocano con luci ed ombre; il freddo, fin qui non s'era fatto sentire, ma è pungente. Il lungo rettilineo, le gallerie, un leggero vento gelido che s'infila nella valle e si fa più cattivo man mano che il cielo e le montagne si restringono sopra di me. Nelle gallerie, il lampeggiante della luce frontale crea un effetto abbacinante, illumina per un attimo la volta ed il ghiaccio che cola giù dalle fessure nella struttura, illumina gli archi invasi da lingue di neve; poi, appena fuori, un sospiro, la luce della luna che forse non fa giorno ma quasi, perché quello è il chiaro a cui si sono abituati ora i miei occhi. La scia bianca di un aereo taglia il cielo e ne stacca un'area quasi triangolare; gli altri due lati sono i profili delle montagne.
C'è un tratto, poco prima del bivio per la località Bagni di Vinadio, in cui la valle si restringe ed il vento s'incanala, più arzillo che mai. Mi taglia la faccia, mi congela le mani: passerà, lo so, è questione di poche centinaia di metri, ma è così forte da costringermi a chiudere gli occhi. Sento seccarsi le labbra e la gola. Le poche case al bivio hanno i tetti così carichi di neve che sembra debbano sfondarsi da un attimo all'altro: ma forse il mio stupore è fuori luogo, forse qui è normale che sia così. Finestre chiuse, sprangate, il manto di neve intatto davanti ai portoni racconta che qui, nella stagione fredda, non abita nessuno. La ringhiera di una scala esterna pende desolatamente sulla strada, straziata dal peso della neve che, giù dal pendio, l'ha quasi strappata via. Il latrato di un cane, un quadratino di luce su un muro, oltre il ponte, sono i primi cenni di vita, a parte i camionisti che non dormono mai. Ora la strada si allarga, sale verso le gallerie. Il vento si placa un po', come previsto; provo a calcare il piede nella neve, cede ed affonda: la temperatura sarà intorno allo zero, il ghiaccio è sottile, marcio come la poltiglia di fango a bordo strada. Ma il ghiaccio spesso delle cascate nelle gallerie, quello non cede, è spesso e sporco, grigio, sembra schiuma uscita a fiotti dalla bottiglia di spumante e congelata lì. E il chiarore che scorgo tra un tunnel e l'altro è già qualcosa in più della sola luce fredda della luna. Dritto avanti a me, sembra un incendio, il paese di Sambuco, illuminato a giorno; lo vedo e poi lo perdo, tra l'ultima galleria e le curve che seguono. Ai camion si aggiunge ora il passaggio delle auto degli sciatori: i primi temerari, isolati, diretti chissà dove, forse solo a Bersezio, forse a Vars.
Uno slargo sulla destra, ben protetto alla vista da cumuli di neve, è l'ideale per una tappa strategica: avrò percorso si e no una quindicina di km, ma il freddo pungente gioca brutti scherzi, meglio approfittare dell'occasione. Anche perché difficilmente ne troverò altre: qualsiasi stradina, piazzola, anfratto nella boscaglia, tutto è ricoperto di un buon metro di neve, che oltretutto non offre alcun sostegno.

La salita è blanda e le gambe vorrebbero correre di più. La luce, ormai, non serve più; il cielo, da nero e scintillante, digrada ora verso l'azzurro, mentre i contorni delle montagne si fanno più netti. L'alba, si vede, si sente: il momento più freddo della giornata, me ne accorgo perché non c'è verso di scaldarmi, di scaldare le mani che sono già gonfie ed insensibili ed immobili. Le sfrego l'una con l'altra mentre corro, le batto come se applaudissi: certo che, se mai ci fosse qualche autoctono sambucano insonne alla finestra, la camicia di forza non me la leverebbe nessuno... Ancora una volta la valle si restringe, ancora il vento torna a far capire chi è che comanda, una corrente quasi violenta che scuote quel poco che resta delle chiome secche degli arbusti; sto bene, eppure qui soffro, so che dovrò stringere i denti. Il solito, stupidissimo errore: ho indossato solo i guanti di pile, per giunta vecchiotti e consumati; avrei dovuto aggiungere quelli sottili, di simil-seta, sotto. Ora non mi resta che ricorrere ad un rimedio già collaudato: infilo le mani sotto il giacchino rifrangente, che fa un po' da effetto serra con il calore del corpo. Correre con le mani raccolte sul petto dà un'andatura goffa, a papera, ma poco importa; le dita sono già talmente gonfie da far male. La strada sale ancora; scatto le prime foto, faticando non poco per costringere le dita irrigidite a schiacciare i pulsanti. Montagne a cui non so dare un nome, ma sono belle da togliere il fiato, da far dimenticare il gelo. Quand'è ormai chiaro da un po', a Pietraporzio, il sole lambisce le prime cime e le incendia di un rosso violento, felice. Devo catturare queste immagini con la povera macchinetta, che patisce il freddo pure lei, perché non ci sono parole adatte a raccontarle. Luce violenta lassù, mentre qui, nella valle, il grigio resiste ancora. Il campanile, l'albergo sulla sinistra, la strada che scorre accanto al paese. L'insegna di una panetteria mi mette appetito... Corro lungo il guard rail ricamato da piccole stalattiti; molto più lunghe, grosse, tormentate sono quelle che pendono dal muro di neve, appena sopra il muretto che costeggia il tornante di Pontebernardo, così fitte da sembrare brandelli di uno straccio. Non c'è ancora goccia che possa sfuggire alla morsa del gelo, scivolare in punta all'artiglio di ghiaccio e cadere giù.
Pontebernardo, il paese di Stefania Belmondo: il campanile mi dice che è presto, non sono ancora le otto. Per qualche km ancora correrò all'ombra; davanti a me, adesso, l'imponente parete di roccia delle Barricate, imbiancate qua e là da baffi di neve. Spicca una piccola cascata di ghiaccio; un breve tratto esposto al panorama e poi via, in galleria. Gelida, com'è gelida anche in piena estate, ma per metà della sua lunghezza è aperta, a tettoia, permette di godere del panorama. Il viavai degli sciatori è intenso ora; passano auto di ogni ordine e grado, dall'utilitaria alla Porsche, tutte con gli sci d'ordinanza, qualcuno con la tavola. Il conto dei tornanti inizia proprio qui, all'uscita del paravalanghe. Un cartello quadrato, cifra nera in campo bianco: "1°". La sindrome dell'Alpe d'Huez, la mania di contare i tornanti... Anche quando non si può dire che i tornanti siano l'elemento caratteristico della salita. Ce ne saranno in tutto una trentina, ma... Su sessanta km di strada, da Borgo San Dalmazzo al colle!
Finalmente, mi sembra di respirare meglio. E' una sensazione che provo puntualmente, ogni volta che guadagno un po' di quota, come se l'aria fosse più leggera, e probabilmente lo è. Uno, due tornanti, poi la valle torna ampia. Qui il bianco della neve si fa man mano più continuo, avvolge tutto. Villaggio Primavera, battesimo ameno per un luogo degli orrori: lungo la rampa in rettilineo, resistono da tempi immemorabili gli scheletri di costruzioni rimaste a metà, che adesso cadono a pezzi, marciscono lì alla bella vista delle povere cime. La neve riesce appena a mimetizzare la bruttura. La rampa fa soffrire, ma i due o tre tornanti successivi concedono un po' di respiro. Quando corro nel tratto in direzione del fondovalle, vedo che il cielo, giù, comincia appena a velarsi: il meteo, per il pomeriggio, prevedeva infatti un peggioramento. A Bersezio c'è già più vita; i cortili si popolano delle auto dei villeggianti da fine settimana; i parcheggi delle piste da sci si riempono, ma senza calca. Le prime tute multicolori si aggirano sul piazzale bianco.

Tiro dritto attraverso il bellissimo pianoro; davanti agli occhi, più bella di tutte, una vetta appuntita come uno spillo, a cui, nella mia ignoranza abissale, non so dare un nome. Finalmente sento il sole sulle spalle; la luce riflessa dalla neve è quasi abbagliante ora. Ed io sono nemica degli occhiali scuri. Le gambe si riprendono un po', correndo quasi in piano; all'improvviso mi torna in mente che ho fame già da un po'. Me lo ricorda, con un ruggito perentorio, la pancia ormai vuota. Avrò ormai trenta km sul groppone, con la salita di mezzo. Sarebbe meglio raggiungere almeno i tornanti oltre Argentera, prima di attaccare la dispensa: ma è ormai troppo tempo che sono a secco. Mi rassegno, rallento e scavo nello zaino: non sia mai che ci si ferma. Combatto una strenua lotta con il sacchetto delle albicocche, su cui alla fine ho la meglio, ma a fatica. E poi attingo anche alla tavoletta di cioccolato. Mastico al trotto. Della bella cascata che si vede d'estate, sulla destra, nemmeno l'ombra; nemmeno i fischi delle marmotte. I soli rumori sono quelli dei motori. Argentera, con le sue case deserte, i tetti carichi di neve: da uno spiovente pende una sequenza di stalattiti, come innumerevoli denti di un pettine. Curioso: sul manto di neve proprio sotto la falda, alcuni aghi, già spezzati forse nei giorni scorsi, sono caduti e si sono conficcati in verticale.

Superato il semaforo del paese, la strada si restringe tra i muretti di neve. Quando passano i camion, tocca farsi piccoli piccoli e schiacciarsi da una parte. Procedere, qui, non è più così facile: l'asfalto è ricoperto da una patina di neve ben compressa, ghiacciata; il piede scivola indietro ad ogni passo. Onde evitare l'ingloriosa nasata a terra, proprio ora che mi mancano cinque km al colle, forse è meglio se rinuncio e mi metto al passo, anche se più svelto che mai. I tornanti, uno dopo l'altro, mi concedono il panorama sull'intera vallata; le nubi che velano il cielo a fondovalle si estendono, pian piano, ed arrivano a lambire il sole. La luce è forte, ma non quanto potrebbe esserlo con una giornata perfettamente limpida.

Tornante dopo tornante, supero i ruderi delle baite sulla sinistra e poi la casermetta; osservo i camion, lunghissimi, che disegnano le curve con precisione millimetrica ed estenuante lentezza, le cabine che arrivano proprio al limite del vuoto. I pendii qui sono carichi di neve, morbide lenzuola bianche tese. La condizione della strada è un disastro; talvolta è difficile anche stare in piedi. Benché i raggi del sole abbiano già conquistato questo spazio, il ghiaccio è ancora vivo e tenace; solo le orme di veicoli pesanti, passati con le catene, ne scalfiscono la superficie. La Fontana di Napoleone non c'è più, sparita sotto il cumulo di neve.
Bianco e blu, nettissimi: verso la Francia il cielo è ancora limpido. All'ultimo chilometro, nel tratto rettilineo in piano appena prima del lago, tengo d'occhio con un po' di apprensione il pendio alla mia destra: dall'inclinazione che ha, secondo me potrebbe decidere di scaricare una valanga... Infatti, una linea di rottura c'è già; si vede che la strada è stata sgomberata, ma sulla destra resta ancora un cumulo di neve tagliato. Forse una valanga del genere è troppo piccola per essere davvero minacciosa; di una cosa però sono certa: non vorrei trovarmici sotto. Soffia un po' di vento quassù; ecco l'edificio del bar: tutto chiuso, con una massa di neve impressionante che sta scivolando giù dalla falda del tetto. Il lago è sparito, nascosto dalla neve che ne ricopre la superficie ghiacciata; se non sapessi che c'è...

Ormai il sorriso è stampato in faccia. Sono contentissima, anche se so bene di essere appena a metà strada, L'ultima leggera salita mi conduce al Colle della Maddalena, e cosa vedono le mie fosche pupille? Loro, gli inconfondibili camion verdi Lannutti; ben due, parcheggiati a bordo strada, quasi fossero proprio lì per aspettare me. Quasi disperavo di incontrarli, oggi! Gli autisti sono scesi, chiacchierano; avrei una gran voglia di chiedere loro il permesso per scattare una foto ai loro camion, al fianco, al telone verde con la scritta in campo bianco... Ma poi non oso: mi prenderebbero davvero per pazza. Riesco solo, mentre mi rifugio dietro la casermetta in pietra per cambiarmi, a strappare una foto di nascosto alla parte posteriore del secondo bestione.

Benissimo, ci sono, sono in vetta. Sono le dieci meno dieci. Il primo cartello chilometrico ad Aisone segnava 23; qui siamo a 59,7, quindi direi circa trentasette km e poco più di millecento metri di dislivello. Sul piazzale è parcheggiata una sola auto; presumo appartenga alla famigliola che sta arrancando, senza sci né racchette da neve, su per il pendio. Afferro il coraggio a quattro mani per cambiarmi canotta e maglie: la discesa è una stregaccia infida; ti raffredda pian piano, ti mette i brividi e addio, non ci si scalda più. Ben vengano quindi la canotta traforata asciutta ed il pile con il collo alto. Tanto, il bagaglio è abbondante. Un'altra porzione di albicocche e cioccolato bianco prima di ripartire: tremendo, l'effetto della fame; si presenta tutta insieme e reclama con inaudita insistenza. E pensare che qui, su questo piazzale così ben esposto al sole, metterei volentieri una sdraio...

Zaino in spalla, si riparte. In discesa, certo, si fa meno fatica, ma non si può certo dire che ci si riposa. Anzi. E' vero, qui il peso del posteriore gioca a favore dell'economia dello sforzo; ma i piedi picchiano comunque sull'asfalto e le ginocchia subiscono comunque il contraccolpo. E la patina di neve rende tutto più complicato, anche se il sole, nello spazio della mia breve sosta, ha ammorbidito il ghiaccio in alcuni punti, creando piccoli ruscelletti che corrono via lungo la pendenza. Ora posso ammirare le evoluzioni dei camionisti dall'alto e con un po' di trepidazione.
Ho sete, ma l'acqua della mia mini borraccia, che ne contiene si e no un bicchiere, finisce in un attimo. Ecco: per tutta la salita non ho toccato goccia, ma ora la gola è secca. Rimedio staccando qualche piccola stalattite dal guard rail e consumandola a mo' di ghiacciolo, finché ad Argentera, con uno sguardo senza troppa fiducia alla fontanella con la vasca in pietra, mi accorgo sorpresa del getto vivissimo. Solenne bevuta e rifornimento; subito si riparte. Un tonfo sordo alla mia destra mi fa fare un salto: un cumulo di neve è crollato dal tetto, proprio in quel momento. Per fortuna, prudenzialmente, ho pensato di correre al centro della strada... Ripercorro il pianoro verso Bersezio. Osservo le traiettorie delle discese degli sciatori: qualcuno disegna una serpentina precisissima, y = senx, qualcun altro se la cava con uno zig zag, qualcun altro ancora non se la cava affatto e ruzzola ad ogni curva. Studio con raccapriccio la pendenza della pista: credo che, per gli sciatori provetti, non sia nulla di terribile, ma mi vengono i brividi all'idea di buttarmi giù di lì. Ricordo ancora la mia tragica esperienza con lo snowboard, conclusa miseramente con la collisione tra il mio osso sacro e la tavola, proprio nel disperato tentativo di frenare la corsa dell'infernale aggeggio. Mai più! Il piazzale ora è gremito di gente vociante: è più forte di me, mi spuntano gli aculei, come ai ricci... Via di qua, rivoglio il silenzio della valle d'inverno, ammetto solo il rombo amichevole dei motori dei Lannutti e di tutti i loro soci. Chissà poi perché; forse, in qualche recondito angolo del mio subcosciente, cova il sogno di diventare camionista. Sì, proprio io che non so manco fare un parcheggio in retro decente con la Opel...

Disegno nella mente la strada che mi attende. Non ho l'impressione che sia lunga, così come non ho avuto quell'impressione all'andata. Sarà perché, nell'altra mia vita, quella di ciclista, ho percorso questa valle in su e in giù un buon numero di volte. E sempre con poco entusiasmo: in bici, questa salita è estenuante, non finisce mai. Mah, strani giochi della psiche. Bersezio, i tornanti, il Villaggio Primavera. La borraccia è già vuota; continuo a masticare stalattiti, ormai più per vizio che per reale necessità, in mancanza delle gomme. Finalmente, caldo: apro un po' la cerniera della giacca e sostituisco il pesante berretto di pile con un altro, più leggero. Ridiscendo la lunga rampa ed eccomi allo scalino, due tornanti, che mi porta al cospetto delle Barricate. Un attimo prima di infilarmi nelle gallerie, noto nella parte bassa dell'immensa parete alcune strutture quadrate, come finestre, senz'altro postazioni militari. Tutti particolari che sfuggono a chi non viaggia a piedi, infatti non ricordo di averle mai notate.

Freddo pungente nella galleria. All'uscita, mi ritrovo ancora al sole; ma, osservando l'avanzare delle nuvole da fondovalle, ho l'impressione che la pacchia non durerà. Pontebernardo, Pietraporzio; è ora di pranzo ormai: se ne accorgono le mie narici, impegnate a captare il minimo profumo che si sprigioni da case e ristoranti. Anzi, siccome la pancia è tornata vuota e reclama, ne approfitto per dar fondo al sacchetto di albicocche secche. E per concedere alle gambe qualche metro di passo. Sono stanca, sì, ma nulla di insopportabile; credo che potrei tirare avanti ancora indefinitamente. E' la testa che, al pensiero di lunghi km in cui la strada, da qui in poi, decisamente spiana, vacilla un po'. E poi c'è il piede, il solito piede sinistro che duole e mi costringe ad un appoggio un po' sbilenco. Ne ho sempre una...

Qualche curva prima di Sambuco, un breve rettilineo, la cappelletta mezza sepolta dalla neve; poi le gallerie: le prime due in leggera salita, poi si torna a scendere, con pendenza appena accennata. Il cielo è ormai velato; l'aria fredda appiccica i vestiti umidi alla pelle. La frazione al bivio per Bagni di Vinadio ha preso un po' di vita; il ristorante è aperto. La tentazione di una cioccolata calda è forte; m'impongo tuttavia di non cedere. Non avevo fatto caso, all'andata, ai piccoli cartelli che indicano la distanza ogni 100 m; adesso, invece, non riesco a smettere di tenerli d'occhio, ed anche di meravigliarmi per la velocità con cui scorrono. Cento, duecento, un chilometro, due... La neve si scioglie e crea vere e proprie cascatelle che cadono sul ciglio della strada. Gli stabilimenti dell'acqua potabile, il bivio per la Lombarda; ammetto di essere stufa di questo tratto di strada così monotono. Di fronte a me, Vinadio: quel che spicca del paese, ahimé, già da molto lontano, è un orrendo condominio di non so quanti piani, sei, sette, troppi, in ogni caso. Supero la rampa in salita, in cui mi rassegno a camminare di buon passo, e me lo trovo davanti, una bruttura da fucilazione istantanea di chi l'ha progettato in compagnia di chi ne ha autorizzato la costruzione. Uno scempio del genere, ma si può? Approfitto ancora della fontana sulla piazza; ormai manca poco. Sei km ad Aisone, secondo il cartello chilometrico, ma io so che ce n'è meno, quattro, forse, all'imbocco del paese.

Gambe in spalla, Gian, che per oggi è quasi fatta. Ancora un po' di leggero saliscendi ed il piedone dolente avrà requie. Quasi mi dispiace che sia già finita; credevo che avrei sofferto ben altra fatica, invece mi ritrovo in un attimo al semaforo di Aisone, che signfica fine. Percorro al passo l'ultimo tratto, dentro il paese; gli avventori del bar mi guardano un po' interdetti. Settantaquattro km, circa. Entusiasta e fiduciosa, sono alla Opel, lei che fida sempre mi aspetta. Rapido cambio di maglietta, un po' di stiracchiamento dei muscoli e si riparte verso il cielo scuro della pianura. Ieri sera mia sorella si è dedicata ai fornelli, pensando anche a me; quindi oggi niente scatolame, in frigo troverò la pietanza: lo so già e per questo mi lecco i baffi!

giovedì 18 febbraio 2010

14 febbraio 2010 - Freddo e neve in Liguria

"No no no, non se ne parla proprio", mi risponde, scocciata, quasi indignata, la signora all'altro capo del telefono. "Guardi, non posso, ho l'ernia del disco, non è proprio possibile", e giù con la storia clinica. E' già tanto che non esploda nella tipica manifestazione d'enfasi dei locali: "OaOaOaOa eh B'llllin!". Mi spiace tanto per Lei, madama... Ma che diamine potevo saperne io? Lasciamo perdere, evitiamo i battibecchi, non sono proprio in vena. E' venerdì sera, domani niente ufficio, niente clienti, niente telefonate, niente mugugni, ottimo motivo per non guastarsi il buon umore. Riprendo l'elenco degli affittacamere in zona Finale che Matteo ha annotato per posta elettronica: o meglio, i Bed & Breakfast, perché non sia mai che neghiamo a questi signori un po' di pomposo, altisonante, inutile inglese. Si sa, l'italiano offre così pochi spunti, nel vocabolario, che non si può fare a meno di ricorrere ai prestiti. Al secondo tentativo, mi tocca miglior fortuna. Risponde un uomo dalla voce stanca, che prontamente mi passa il boss: la moglie, una signora che già solo nella voce denota piglio spiccio e deciso. "Non c'è bisogno di prenotare in questo periodo, c'è posto. La segno per domani sera, mi lasci nome e numero di cellulare". Perfetto.

Sabato, tardo pomeriggio: dopo i 40 km di corsa mattutina su e giù per il Roero e la passeggiata pomeridiana con mamma e cane, mi catapulto in auto. In un'ora scarsa ho concentrato la doccia, la preparazione del bagaglio, la sistemazione della bici in auto e l'acquisto di quel paio di tonnellate di pizza, tranci vari, che costituirà per me e Matteo il frugale pasto della serata. Si sa, noi sportivi siamo ascetici per natura. Anche lui ha provveduto alla scorta alimentare: poco male, vorrà dire che ci sacrificheremo, a malincuore s'intende, per impedire che cotanta grazia divina vada sciupata. L'appuntamento a Savona è per le 19.45: ci arrivo al pelo, salvo poi parcheggiare ad un paio di anni luce dal luogo deputato. Già, il fatto è che non ho idea di dove sia, quel luogo... Mando un messaggio al povero Matteo, che di lì a qualche minuto mi salta in auto, trafelato ed ansante: guai a sprecare una comunicazione telefonica; meglio improvvisare i quattrocento metri ostacoli, è anche più salutare!
Trasferiamo tutto il bagaglio sul suo furgone: mi perdonerà la povera Opel se l'abbandono così, sola, in una via periferica di Savona... Il viaggio verso Finale ed il suo entroterra è troppo breve per potersi raccontare tutte le vicende di due settimane di lontananza. A controllare l'indirizzo della nostra meta e la strada per raggiungerla ha pensato Matteo: giustamente, sapeva che io non ci avrei badato. Ed io, a mia volta, non me ne sono curata perché sapevo che avrebbe provveduto lui. Siamo o non siamo fatti l'uno per l'altra?
L'affittacamere non è esattamente, come ci si potrebbe immaginare, un ambiente caratteristico dell'entroterra della Liguria di Ponente. Ai miei occhi di amante dei cascinali ristrutturati, delle linee semplici e dei muri in mattoni o in pietra, appare una villona a cui la buonanima del nonno, geometra d'altri tempi, avrebbe appioppato senza esitazione un unico aggettivo, in dialetto ma di facile traduzione: "Mudèrna". L'avrebbe esclamato storcendo il naso, accompagnandolo con un gesto della mano verso il basso, come a scacciare una mosca noiosa. "Mudèrna", riferito ad un'abitazione, racchiudeva, per lui, tanti significati, nemmeno uno lusinghiero: lo diceva delle costruzioni estese su una superficie esagerata e con un solo piano fuori terra, di quelle articolate in forme ed incroci che avevano poco a vedere con gli angoli retti, di quelle con il tetto piatto o poco inclinato, non certo indicato per il clima delle nostre zone, ma anche di quelle con l'ingresso direttamente nel salone – living, come fa fine dire oggi – e di quelle con la zona fornelli e la sala da pranzo fuse in un unico locale, e con troppe stanze troppo piccole... La casa che ci accoglierà questa sera è proprio così, "mudèrna" all'ennesima potenza. Bella, per carità. Casa bassa, con giardino rasato e pettinato; già m'immagino che il responsabile della tosatura sia uno di quegli sciccosissimi tosaerba che fanno tutto da soli e, a fine lavoro, si ritirano nel casotto degli attrezzi, senza richiedere ferie e contributi. Bella, ma già mi ci sento a disagio, e dire che sono ancora in strada, di fronte al cancelletto d'ingresso. Pazienza, siamo pragmatici: per una volta, una ogni morte di Papa, che mi concedo una permanenza fuori casa, non troppo costosa e un po' più confortevole del sedile della Opel o del sacco a pelo, non sempre con la tenda sopra la testa, posso anche mettere da parte il disagio. Ci accoglie un uomo di mezz'età, dall'aspetto bonario e cordiale, forse vagamente imbarazzato, come me del resto, che attraverso il giardino con il passo cauto di chi cammina sulle uova, mentre appioppo, tra me e me, la mia diagnosi al personaggio: "Secondo me è un ingegnere". Il bel cagnone da guardia non ha smesso un attimo di abbaiare. Matteo ed io seguiamo il padrone di casa in un enorme soggiorno, tutto vetri, mobili, arredi e suppellettili di pregio; nel centro, una scala in marmo, altrettanto enorme, che conduce al primo piano, un soppalco su cui si affacciano le stanze. Per un attimo mi gira la testa: mi faccio piccola piccola, mi sento, qui dentro, terribilmente inadeguata. Troppo sfarzoso, troppo pulito, troppo tutto. Mi si serra la gola al pensiero di calpestare, con le mie scarpacce da sentiero che si portano dietro stratificazioni di fango di ere geologiche, il nero liscio e lucidissimo dei gradini; mi muovo con cautela, consapevole del mio portamento abituale da elefante in una cristalleria, per paura di urtare quadri e soprammobili che spuntano a tradimento, ovunque. Molto bella anche la camera, nel sottotetto abitabile: ma qui urge una boccata d'aria, quattro passi, magari giù, fino in paese. "Tanto", ci rassicura il padrone di casa, "io resto a lavorare fino a tardi, e poi il cane quando rientrate mi avvisa".
Detto, fatto. Un attimo dopo, siamo rifugiati nello spazio, ugualmente ampio ma certo più accogliente e familiare, del furgone di Matteo: perché abbiamo sì l'intenzione di andare a passeggio, ma non certo a stomaco vuoto. pizza Margherita, pizza con i carciofi, focaccia bianca, farinata, e poi le bugie della mamma di Matteo, una vera prelibatezza. Il mio compare è fornito di cibi più sani: Parmigiano, pasta, frutta... Ma non disdegna gli agglomerati di grassi saturi e colesterolo che invece costituiscono, di regola, la mia alimentazione quando sono in trasferta. E non solo. Oh, insomma, sono anni che le mie analisi del sangue, regolarmente fornite dalla Fidas, sono perfette. Quindi, perché dovrei rinunciare ad uno dei grandi piaceri della vita? E stasera non ho nemmeno il barattolo di Nutella...

A spasso sotto un cielo che ci illude con l'occhiolino di poche stelle e poi ci riporta alla realtà con qualche goccia di pioggia; seguiamo la strada che sale su, quella che, molti km più avanti, si immette sull'altra strada, la principale, che da Finale sale al Colle del Melogno. Ci attirano le luci sparse contro la montagna scura; schivata un'auto intenta a far manovra sul piazzale di un bar, ci lasciamo alle spalle un po' di curve, fino a vedere la vallata che prende forma sotto di noi. Il passo affrettato, ormai una nostra deformazione, come se fossimo sempre in lotta con il cronometro: Matteo ben più di me, ha il passo lungo, si fatica a stargli dietro. Ma abbiamo un bel po' di cose da raccontarci, quelle di tutti i giorni e quelle fuori del comune, e di certo qualche aneddoto che avevamo tenuto in caldo finirà dimenticato. Quando torniamo giù, l'auto sul piazzale è ancora lì che fa manovra.
Non ci allontaniamo troppo, per non costringere il nostro ospite a lunga attesa: non appena ci avviciniamo al cancello della villa, il cagnone non manca di segnalare la nostra presenza. Rieccoci nella reggia, di cui apprezzo, con moto davvero spontaneo del cuore, una sola cosa, il caldo. Non si può dire che il resto non mi piaccia, per carità, anzi; il fatto è che un ambiente così mi pare più adatto ad un museo, che ad una casa. Qui non c'è un granello di polvere; ogni oggetto ha il suo posto, calcolato con squadra e goniometro. Penso alle cataste di tutto sparse per casa mia, abiti, riviste, borse da viaggio sempre in partenza, alla mia abitudine al pasto itinerante per casa, all'inseguimento delle palle di pelo di Skipper lungo il corridoio... Ma un aspetto positivo, un altro, c'è: non appena mi lascio cadere, con tutto il tonnellaggio del mio posteriore che si avvicina sempre più a quello di una nave Costa Crociere, constato con approvazione che non ho sentito alcun rumore. Un lettone che non cigola: eccellente!

Domenica mattina: son passate da poco le sette; me l'ha annunciato la sveglia, perentoria ed odiosa, del telefonino di Matteo. Risveglio lento, faticoso, come se riemergessi or ora da un lunghissimo letargo. Dalle imposte della finestrella, un complicatissimo intrico di zanzariera e persiane, che il mio compare riesce ad aprire solo perché, anche se non ama ammetterlo, è un ingegnere, filtra una luce pallida, livida. Non mi avvicino: preferisco cullarmi ancora per un po' nell'illusione che oggi sia una bella giornata di sole. Il calorifero semovente che riscalda la stanza ritarderà ancora un po' lo scontro con la dura realtà. Ci presentiamo al piano terra, a colazione, con un po' d'anticipo sull'orario stabilito: ormai so che, quando Matteo ha fame, contraddirlo potrebbe essere molto pericoloso. Abbiamo discusso su quale sia l'istinto animale prevalente: io sostengo che si tratti dell'istinto di prosecuzione della specie, sia pure con qualche correttivo per evitare danni, ma lui niente, non sente ragioni; in primis, la sopravvivenza di se stessi, in sostanza, la pagnotta. E qui, sono dolori. Al cospetto della consorte del padrone di casa, la signora con cui ho parlato al telefono, io non riesco a sentirmi a mio agio e mi costringo, mio malgrado, ad una colazione frugale, caffé, un po' di pane e nutella e marmellate monodose, sognando quel che resta della focaccia, in auto. Matteo no, lui è un'idrovora, un buco nero, fagocita tutto quel che trova nel raggio di qualche metro, suppellettili comprese; secondo me, non è un caso che la madama, temendo un atto di cannibalismo, decida di rifugiarsi nella stanza accanto. Così, per non assistere al macabro spettacolo, non mi resta che distrarmi ancora una volta con l'osservazione dell'ambiente circostante; una cucina "mudèrna", anzi "mudèrnissima", identica a quelle che si vedono nelle pubblicità dei detergenti per piatti e superfici, impeccabilmente linda. Inevitabile, anche qui, il confronto con il cucinino di casa mia, che è sempre un macello di macchie di caffé, barattoli del miele che s'appiccicano, bottiglie d'olio con la goccia che cola giù, un caos tale che nessuno crederebbe che io riesca a generarlo senza cucinare. Eppure è così; a me il fornello serve per fare il caffé, per tutto il resto c'è il microonde...
Chiedo ai padroni di casa qualcosa di più sullo splendido cane: "Sì, ha la sua cuccia fuori, quando fa freddo lo facciamo entrare in casa...". E, dopo un attimo di pausa, la signora aggiunge con una smorfia: "Di sotto, però. Qui no". Non ne avevo il minimo dubbio, madama; l'avevo già inquadrata... Per carità, in casa propria ciascuno è liberissimo di fare quel che più gli aggrada. Ma se non conosci l'infinita tenerezza della testa del tuo cagnone, che ti pesa sulla coscia mentre sei seduto a tavola e ti guarda con l'occhione implorante da orfanello per convincerti a condividere con lui il tuo appetitoso pasto: se non capisci e non ami questo, allora tra me e te c'è un abisso, siamo proprio due mondi diversi, ed io non ci tengo per nulla a venirti a trovare sul tuo pianeta, né voglio che tu passi sul mio. Indignata, la signora mi racconta che, ultimamente, il cane si è macchiato di un orribile, inspiegabile crimine, un vero affronto: "E' saltato sul divano...". Così, i poveri castellani, afflitti, sono stati costretti a ricoprire con un telo divani e poltrone nella tavernetta, "e nessuno ci si siede più". Matteo ascolta in silenzio, le mandibole in perenne movimento, ma so bene che se la ride sotto i baffi. Penso al corpo caldo di Skipper appoggiato ogni notte al mio, allo spazio che equamente ci dividiamo nel lettone, mia sorella, lui ed io, alla sua voglia di giocare e mai dormire, la sera, alle zampone che mi schiacciano la pancia, e poi al suo testone addormentato sulla mia spalla, lui che al mattino è caldo e pigro ed ha gli occhi piccoli e fa il morto per non doversi alzare... No, nulla a che spartire con chi non sa leggere l'affetto negli occhi del proprio compagno a quattro zampe, mai.

Mezz'ora dopo, parcheggiamo il furgone in una piazzetta, a Tovo. Pioviggina, il cielo è livido come il mio umore. Sto inseguendo, da troppo tempo, il coraggio di tornare in bici: la voglia c'è, quella non manca; ho nostalgia dei miei bei giri sulle due ruote, dell'inverno passato a pedalare in Langa ed in Liguria. Ma quello stupido incidente del primo gennaio mi ha lasciato addosso, oltre ad un paio di denti nuovi, un'eredità di paura che non riesco proprio a scacciare. Complice, forse, la stagione davvero inclemente, neve e pioggia e ghiaccio e ancora neve: fatto sta che non riesco a saltare in sella senza l'avvoltoio appollaiato sulla spalla; anzi, non ci riesco del tutto, finisco per rinunciare senza provare. Da Capodanno ad oggi, sono uscita in bici due volte: la prima volta, sono rientrata a casa dopo soli otto km, mezza congelata e sconfitta dalla paura irrazionale ed incontenibile che mi assaliva non appena sentivo arrivare un'auto; la seconda volta, è andata un po' meglio, in Liguria in compagnia di Matteo e di un po' di sole. Da anni, da quando ho abbracciato la passione della bici da corsa, non mi capitava di trascorrere un periodo così lungo di astinenza. Ne giova il contatore dei km percorsi a piedi, ma so bene che in fondo la mia passione vera è quella con i pedali...
Oggi il morale ha dovuto porgere l'altra guancia ed accettare un altro schiaffo. Pioggia, quindi freddo, quindi sarà una sofferenza, per la temperatura, per la strada bagnata. Se fossi da sola, so bene che non scaricherei nemmeno la bici dall'auto. Ma devo fare buon viso a cattivo gioco, perché non voglio rovinare la giornata a Matteo, che ha voglia, e bisogno, di allenarsi. A maggio lo attende una rando da 600 km... E poi, in fondo, fa bene anche a me che qualcuno mi costringa a mettermi in strada. Stampo in faccia un sorriso ed ostento una calma che non so quanto riuscirò a mantenere. Via, si parte: io sono bardata di mille strati, pantaloni lunghi pesanti, pile, giacca impermeabile, doppio strato di guanti; Matteo, manco a dirlo, indossa i pantaloncini corti. Ci avviamo verso l'alto, in direzione del Colle del Melogno, sotto una pioggerella fine che, pochi km più avanti, è già neve. Non sembra nemmeno d'essere in Liguria: e non solo perché si gela, e perché nevica; anche perché è tutto grigio, brullo, non un fiore. Niente mimose: se continua così, alla festa della donna si regaleranno i crisantemi ben conservati dalle festività di novembre! Le uniche macchie di colore sono i limoni, coriandoli gialli tra gli alberi.
Matteo ce la mette tutta per distrarmi, e un po' ci riesce; mi piace moltissimo sentir raccontare gli aneddoti della vita del negozio o delle avventure da speleologo. Ma non basta a cancellare il freddo che si insinua nelle ossa. Fino a qualche tempo fa, del freddo non mi angosciavo più di tanto; era compagno inevitabile di una parte dell'anno e via, si sopportava, con pazienza. Ma ora, non c'è verso. Sarà che, con la corsa, mi sono viziata troppo. Se corri, il freddo è un problema marginale, nel senso che, con l'abbigliamento adeguato, può accanirsi, alla peggio, sulle estremità, sulle mani, sul naso. Il tronco si scalda anche se la temperatura esterna è sotto zero, a patto ovviamente di non fermarsi. In bici no: tutto ciò che sta sopra la cintura patisce, si raffredda. Alla fatica della ruggine, di troppi giorni senza bici, si aggiunge così il disagio della giornata becera. E, quando Matteo espone la sua teoria secondo cui, per riscaldarsi, bisogna andar più forte, provo il primo sincero moto di rabbia della mattinata. Sotto la neve che continua, indifferente, a cadere, per ora trattengo i nervi e le parole, mentre il mio compagno di viaggio, a suo inconsapevole rischio, ironizza: "Eh ma non si ferma nemmeno... Così è troppo facile!". Non è colpa sua. Lui è un essere pressoché indistruttibile; non patisce freddo, né caldo, né fatica; quasi mai ho percepito in lui alcun segno di disagio, stanchezza o paura, in qualsiasi condizione. Forse le prova anche lui, quelle sensazioni, ma una cosa è certa; sa nasconderlo bene. In questo istante, sta pedalando sotto la nevicata ed in pantaloni corti, come se fosse la situazione più normale del mondo; se in cielo splendesse un bel sole tiepido primaverile, sarebbe esattamente la stessa cosa. Io no, niente di tutto ciò; in questo momento, mi sento un uccellino sbattuto giù dal nido, implume ed indifeso. So già che, quando sarò a casa, od anche solo in auto, tranquilla, al caldo ed al riparo, rievocherò questi istanti e mi renderò conto di quanto sproporzionate ed esagerate siano le mie reazioni, ma ora la mia mente è un caos di inquietudini: il brivido freddo lungo la schiena, il pensiero che tra poco affronterò una discesa gelida e sulla strada bagnata, l'incubo delle lunghe ore che ancora mi separano dall'auto. Ecco, il desiderio "farla finita" con questo giro in bici il più in fretta possibile è qualcosa che mi spaventa: non l'ho mai provato, non ho mai desiderato, pedalando, di essere altrove.

Il bivio con la strada che sale al Melogno finalmente arriva: "Abbiamo già alle spalle cinquecento metri di dislivello e non ce ne siamo nemmeno accorti", chiosa Matteo. Sì certo, forse non te ne sei accorto tu. Io soffio come un mantice... Discesa lenta e prudente, aggrappata ai freni e concentrata sul pensiero di non inchiodare ogni volta che incrocio un'auto, per il solo fatto che la incrocio. Il mare, vicino, è grigio ed oleoso come il cielo, quasi non si distingue. Montagna, spiaggia, acqua, tutto dello stesso pesante colore metallico. L'idea originaria era di scendere sull'Aurelia da Borgio Verezzi, perché la strada ha una buona esposizione al sole. Già, in teoria... Di fatto, oggi una sola cosa è certa; non ci sarà data la soddisfazione di vedere la nostra ombra.
Giù per i tornanti, la mia paura latente si ringalluzzisce. Un po' sono i blocchi di pietra in fila a bordo strada, che alimentano la mia macabra fantasia di cadute e testa che ci va a picchiare contro; un po' sono i tornanti stretti, che non riesco a percorrere, in qualche caso, senza mettere piede a terra. Mi sento come se non fossi mai salita su una bici da corsa, in balia di un mezzo incontrollabile e con un'irrefrenabile voglia di piangere, come se fossi stata appena cacciata via da un amico a cui per anni ho dedicato tutta la mia passione. Possibile che debba finire così? E non riesco neppure a godermi questa strada che pure mi piace moltissimo, né la compagnia di Matteo che si sente a sua volta impotente. "Non so come aiutarti...". Mi sa tanto che nessuno mi può aiutare, se da questa situazione non sono io stessa a cavarmi.

Il breve tratto di Aurelia è come il coltello che rigira nella piaga. Il caos di auto e ciclisti porta i miei nervi a fior di pelle; ad ogni incrocio, l'impulso è di afferrare i freni; già vedo l'auto che non si ferma, si immette, mi taglia la strada, la buca che mi fa cadere, la rotonda in cui scivolare. Più ci penso e più mi spavento. Come se non bastasse, ecco alla mia destra l'"Unità Spinale Unipolare" di Pietra Ligure... E' lì che prima o poi andrò a finire e sarà troppo tardi per potermene pentire.
Al bivio per Boissano, siamo fuori dal caos. La risalita ci mostra un po' di mare e ci risparmia qualche km di Aurelia. Fa freddo quando ci immettiamo, al bivio, sulla strada che sale al Giogo di Toirano. Qui, alla pioggia, al nevischio, si aggiunge il vento: gelido, violento, a raffiche. Proviamoci lo stesso, so che Matteo ci tiene, ad andare lassù. Ma il freddo, la fatica, la voglia di tornare indietro non vogliono saperne di cedere il passo. E' una lotta continua; il dispiacere di aver rovinato giornata e giro a Matteo, anche se lui non me lo rinfaccerà mai, è molto, ma oggi proprio non ce la faccio. Qualche km, qualche tornante; poi, l'ennesima raffica abbatte il mio equilibrio e la mia volontà. Metto piede a terra, giro indietro la bici, si scende. Il mio compagno di viaggio, con santissima pazienza, tenta l'ultima carta. A Toirano, svolta a destra, direzione Balsetrino, nella speranza di dover litigare col vento un po' meno. Intirizzita, ringrazio quell'onda di calore che subito infonde la salita. Qui la pendenza è tutt'altro che impossibile; eppure la fatica si fa sentire, da subito. Forse un po' è colpa del raffreddore, del petto che si chiure e mi impedisce di respirare al meglio; almeno, spero, voglio credere che sia così. Nevischio, anche qui; vento, ma meno ostinato, colpisce a tradimento in qualche curva, ma poi si placa. Matteo mi racconta la sua lezione sull'abbigliamento, al corso di alpinismo, al CAI; e come si fa a non ridere? Nonostante l'apparenza possa sembrare quella di una persona poco espansiva, Matteo ha un'innata capacità di farsi apprezzare, forse perché è spontaneo e sincero, sempre, e di certo è uno che non se la tira. E' un altro lato che un po' gli invidio, la capacità di stare in mezzo alla gente; capacità che io non ho, se non in contesti molto particolari, nell'unico ambiente in cui mi sento davvero a mio agio, quello dello sport. Per il resto, in mezzo alla gente mi sento pesce fuor d'acqua; diplomazia e relazioni umane non sono il mio forte... Del resto, ammesso che sia un difetto, è un difetto che proprio non farei nulla per correggere, quindi non posso lamentarmi.

Passate le prime borgate, forse la strada in qualche punto pende un po' di più. Gambe di legno, mi sento come se di colpo il mio peso fosse raddoppiato. Pesto sui pedali e non ottengo nulla in cambio; è già tanto se riesco a far loro fare un lentissimo, eterno giro... Nevischio e freddo mi sono sempre insieme. Precipito nel profondo dello sconforto: "Ora capisco quelli che smettono di praticare uno sport e, da quel giorno, non ricominceranno più". Certo che li capisco: ricominciare è dannatamente difficile. Sbattere il muso contro il muro i ciò che, fino a poco tempo prima, si superava agevolmente è uno smacco pesante. Bisogna trovare il coraggio e la volontà per riprendere da zero, o quasi, e salire gradino dopo gradino tutta la scala, dopo essere già stati in cima: non è facile, non so se ne avrò la forza. Anche se, poco fa, mi è tornata in mente l'alba di uno splendido giorno, in cima al Colle dell'Agnello, con la Lombarda, la Bonette, il Vars, l'Izoard ed una notte burrascosa in bici alle spalle; ad attendermi, il mio amico Franco e la sua macchina fotografica, ed il momento in cui il mio giro massacrante e meraviglioso si è concluso, a Chianale, davanti ad una cioccolata calda... Dovrei rinunciare a tutto questo? Non posso...

L'edificio scuro, severo, cubico del castello di Balestrino è sempre più piccolo mentre saliamo verso il colle. Matteo si concede, poveretto, la sparata dell'ultimo km, dopo aver patito a lungo il mio ritmo: e chissà che freddo, a salire così, senza fatica ma col sudore che ti si ghiaccia addosso. Ed io oggi non so nemmeno dirgli grazie, tutta concentrata come sono nel mio egoismo. In vetta, sgranocchio un po' di cioccolato. L'idea originaria avrebbe previsto la discesa a Ceriale ed il rientro via Aurelia. In una bella giornata di sole, avrei senz'altro proposto di scendere a Ceriale sì, ma poi tornare su al passo. Oggi sono freddo e fatica a decidere per me; si torna giù subito e dallo stesso versante percorso in salita. Discesa lunga, interminabile, gelida, al punto che, negli ultimi km, non riesco a smettere di tremare ed a tener dritta la bici. L'auto, voglio tornare all'auto. Chiedo più volte a Matteo di darmi le chiavi del furgone e poi continuare da solo il giro; so che lui potrebbe macinare molti km in più, senza problemi, ma io davvero non ce la faccio. E lui, poveretto, non sente ragione: verrà all'auto con me; ci cambieremo e completeremo la giornata con una camminata.

L'illusorio francobollo di cielo azzurro si è richiuso da un po', senza speranza. Chiedo di risalire da Boissano per evitare, il più possibile, l'Aurelia. L'unico lato positivo della giornata plumbea è il fatto che molti turisti se ne son rimasti a casa, per fortuna. Altro bagno di folla automobilistica e terrore, ma per poco. Il bivio per Tovo San Giacomo è vicino. L'ultima impercettibile salita porta il mio umore all'estremo opposto; una gioia incontenibile, perché il supplizio sta per avere fine. Neanche fossi un condannato alla sedia elettrica, graziato all'ultimo minuto... 75 km e 1.700 m di dislivello; non è molto, ma non avrei potuto far di più.
Carichiamo le bici, ci chiudiamo nel furgone. Veloce cambio d'abito mentre diamo sfogo alla nostra fame, spazzolando l'ultimo residuo di focaccia ed abbassando di non poco il livello delle bugie nel vassoio. Indosso la felpa, la giacca da bici, il piumone, il collare ed il berretto di pile, eppure ho ancora freddo. Non mi scalda nemmeno il breve spostamento in auto a Giustenice: parto a piedi con la giacca piumone, anche se Matteo non è d'accordo e critica. Non ha importanza; se anche dovessi levarla in salita, l'apprezzerò in discesa.
Ci lasciamo alle spalle il paese, in cui le palme, in qualche giardino, sembrano un elemento quanto mai fuori posto, in questa luce che sa di paese nel cuore delle Alpi, di freddo, di umido. Ma ora sono finalmente tranquilla. A piedi, potrei andare in capo al mondo, anche se ora piove e, tra poco, tra un po' di dislivello, tornerà a nevicare. Matteo provoca, vorrebbe vedermi correre, se non altro per scaldarmi. Ma io non ci penso nemmeno. Se ho deciso che è il giorno della corsa, allora corro, macino km, ma ora voglio solo godermi il tepore del piumone e la bellezza della passeggiata, tutto qui. Chissà che ne pensa, il povero Matteo. S'era illuso di aver conosciuto una specie di super donna, una che potesse reggere i suoi ritmi, e si ritrova a doversi trascinare dietro una bambina lagnosa, capricciosa, nemmeno l'ombra della persona che forse aveva immaginato. Chissà se cambierà idea, o se magari l'ha già cambiata...
Un buon numero di rampe spaccagambe e ci lasciamo l'asfalto alle spalle, nei pressi di una cascina, un campo chiuso da un recinto, la carcassa di un'automobilina per bambini abbandonata nell'erba. Impiego un po' a realizzare che io quassù son già arrivata, in bici. Oggi si va oltre. Portiamo le scarpe avanti, procediamo sulla strada sterrata. Una freccia indica il Monte Carmo. Camminiamo e chiacchieriamo a lungo, mentre i fiocchi di neve, lievi e larghi, si posano sulle nostre giacche. Naso in su, non distinguo la possibile meta. A dire il vero, non so nemmeno quale sia, la meta, ammesso che ci sia. Cammino volentieri, basta questo.

Abbiamo dimenticato, entrambi, la borraccia. Ma, appena oltre un tornante, la natura ci viene in soccorso: qui la neve s'è già fermata nei giorni scorsi; ce n'è uno strato sufficiente per poterne grattare via un po' e mangiarla. E' talmente gelata che le dita, tese a morsa, la scalfiscono appena. Là dove il manto è stato schiacciato dalle ruote dei fuoristrada, si sono formate rotaie ghiacciate e scivolosissime; le tracce degli pneumatici sul fango sono calchi di creta, duri. Camminiamo e da tempo io ho già perso la nozione del tempo. Mi accorgo che, troppo spesso, rispondo con durezza alle battute di Matteo che mi prende un po' in giro; non dovrei, non ha senso, è un malessere che dovrei tenere per me e soffocare, perché non ha ragione di esistere. Insomma Gian, stai trasformando una sciocchezza in un caso internazionale. Hai perso il senso della misura, e poi cosa ne può questo poveretto se tu stai correndo ad ampie falcate verso la paranoia?

La neve ben presto arriva a coprire tutta la strada, e si fa più profonda. Secondo Matteo, al passo dovrebbero mancare circa tre km: tradotto nel normale sistema metrico decimale, significa che ne mancano almeno sei o sette. Buonanotte, con questa neve non ci arriveremo mai; io son già stufa di incespicare. Ma paziento ancora un po', perché Matteo vorrebbe mostrarmi l'ingresso di una grotta. "Una grottina insignificante, che non va da nessuna parte", si affretta a precisare; ormai però la mia curiosità è mossa. La luce del giorno impallidisce ancora, mentre ci facciamo strada nella neve; raggiungiamo una piccola radura. Della grotta, neanche l'ombra; il passo è davanti al nostro naso, ma non ci arriveremo. Si torna indietro qui, troppa neve. E, pochi passi più avanti, eccola, la fessura. Mi ci avvicino con circospezione: mai e poi mai penserei che lì dentro possa infilarsi una persona...

Per la discesa, torno ad indossare il piumone. Ed a parlare di bici, rievocazione di avventure di qualche anno fa. Matteo sopporta, paziente; io ricordo quegli eventi, i giorni della XXAlps, con immutata emozione, anche se sono ormai trascorsi quasi sei anni; mi sembra di rivivere, ogni volta che ci ripenso, la stessa fatica, lo stesso abbattimento e la stessa felicità di quelle splendide dieci tappe di pura montagna, dal Liechtenstein alla Costa Azzurra. Posso davvero permettere che tutto questo mi sfugga? Posso pensare di non riviverlo più?

Il giorno si spegne nella lunga camminata che ci riporta a Giustenice, al furgone. Un saluto all'anziano col cane ed al sole, che oggi non s'è fatto vedere e adesso del tutto se ne va. Ci resta mezz'ora, ancora due bugie, un po' di succo di frutta ed il viaggio fino a Savona. Non so con quale coraggio, Matteo abbandonerà il furgone ad Arenzano e si sciropperà gli ultimi 15 km, fino a casa, ad Acquasanta, in bici. Io non posso nemmeno lontanamente immaginare il coraggio che occorre per ributtarsi fuori, in questa serata gelida anche al mare, dopo il tormento del freddo del giorno intero; credo che non sarei capace di uscire dall'abitacolo nemmeno sotto minaccia delle armi. Infatti, una volta a casa, abbandonerò come sempre l'auto in cortile, per rendere minima l'esposizione al freddo, perché l'apertura del garage richiederebbe di sopportare una nuova glaciazione a cui non potrei sopravvivere. Ma lui non patisce nulla e, se decide una cosa, non ci ripensa mai. Infatti, quando sono quasi al casello di Carmagnola, ricevo un messaggio: "Alla fine, il senso del dovere ha prevalso". Non avevo dubbi, io...