lunedì 11 marzo 2013

10 marzo 2013 - DI CORSA DA CEVA A SPOTORNO

Il marchingegno automatico del casello autostradale di Ceva, oggi, dev'essere in confusione: invece di mangiarselo, come fanno di solito tutti i caselli o perlomeno quelli che frequento di solito, mi restituisce il biglietto che ho appena inserito. Purtroppo, però, i soldini se li tiene, e neanche pochi: cinque euro e settanta per pochi km di autostrada, credo sessanta. Ceva mi accoglie con una temperatura che, dato il clima abituale di questa sezione distaccata di Antartide, si può quasi definire tropicale, ben quattro gradi alle cinque del mattino passate da poco.
Parcheggio la Zafirona nella solita piazza centrale, appena sotto la stazione ferroviaria, in modo da ridurre al minimo il tragitto che dovrò percorrere a piedi, stasera, con le gambe disintegrate. Giacca, berretto, guanti, zaino: pronti, via, si parte, alla luce giallognola e fioca dei lampioni, in compagnia di un paio di viandanti notturni dall'aspetto a metà tra stravolto ed addormentato. Tempo di percorrere duecento metri e... Alt, indietro tutta, il telefono è rimasto in auto! Fosse solo per me, potrebbe restarci, in auto; anzi, già che ci sono, lo catapulterei direttamente nel Tanaro, visto che ce l'ho qui a disposizione... Ma la mamma è sempre la mamma, potrebbe aver bisogno e in ogni caso vuole sapere come va in tempo reale! E poi ci sono i Tittoni, ho necessità di sapere notizie dei Tittoni almeno un paio di volte nella giornata.

La seconda partenza è quella buona. Supero il viale centrale del paese, in direzione di Mombasiglio. Nel silenzio dell'ora mattutina, mi giungono le voci concitate di quella che ha tutta l'aria di essere una lite: poco più avanti, quattro o cinque energumeni davanti alla saracinesca sprangata di un bar altercano con fare minaccioso. Passo oltre con un certo timore, sperando che nessuno si interessi a me... In effetti, credo non si accorgano nemmeno del mio passaggio. Supero il ponte e la rotonda e procedo in direzione di Battifollo; la strada sale ed offre un bel panorama sulle luci di Ceva e del circondario. Di certo, lo spettacolo notturno è più suggestivo di quello diurno: eccezion fatta per il centro dell'abitato, tutto il resto è un'accozzaglia di capannoni e strade.

La mia presenza suscita la viva indignazione dei cagnetti e cagnoni a guardia dei giardini, probabilmente poco avvezzi ai viandanti mattutini. Posso solo immaginare il fremito di paura dei proprietari di casa, svegliati di soprassalti dall'abbaiare furioso dei quattrozampe. Di questi tempi, corro quasi quasi il rischio di essere impallinata, a maggior ragione man mano che mi allontano dall'abitato e percorro tratti più isolati.

La strada sale decisa appena superato il cavalcavia dell'autostrada. Qui, all'aperto, il termometro dev'essere sceso parecchio; un refolo di vento contribuisce a rendere più acuta la sensazione di freddo. Affronto il primo tornante all'interno della curva: il piede, appoggiato all'asfalto con la decisione dell'andatura di corsa, scivola; l'altro piede lo segue a ruota: a momenti mi ritrovo lunga e distesa per terra... Meglio tener conto del ghiaccio. La neve, abbondante a bordo strada, si scioglie durante il giorno e forma colate d'acqua che di notte si trasformano in un micidiale strato scivolosissimo.

Non c'è bisogno della luce frontale; la luna non si vede, ma la striscia bianca a bordo strada è più che sufficiente ad indicare la direzione. Inoltre, spesso sulla strada si affacciano case e cortili. Nel buio delle pareti spicca già qualche quadrato luminoso, qualche autoctono mattiniero come me. Mi sembra quasi di sentire il profumo del caffè... Andrebbe tutto bene, se non fosse per il freddo intenso. Pessima decisione, quella di privilegiare la felpa, sia pure spessa, rispetto alla giacca che ripara meglio l'aria. Mi sembra di essere assalita dagli spifferi... Il freddo alle spalle ed alla schiena mi mette in agitazione, non lo sopporto.

Buio e silenzio assoluto sulla strada e nel bosco; solo lo scorrere impetuoso di tanti rivoli d'acqua e, a seconda dell'orientamento del pendio, il fruscio dei rami e dei cespugli. Non posso dire di sentirmi in gran forma, proprio no: fatico, sono senza forze, fiacca, ho freddo. Ma ormai mi conosco: so bene che all'inizio è sempre così, e pazienza se l'inizio dura venti e più km. Andrà meglio, più avanti. In qualche tratto cedo alla tentazione della camminata, sia pur veloce: probabilmente ce la farei, a correre anche i tratti più ripidi, visto che, su questa salita, di ripido c'è ben poco. Ma il viaggio è lungo... Meglio conservare le forze ed i muscoli integri. Intanto tengo d'occhio i cartelli con l'indicazione dei chilometri: dovrebbero essere dieci, dall'uscita di Ceva a Battifollo. Scorrono lenti e travagliati.
Il primo accenno di alba mi coglie più o meno a metà salita, appena una sfumatura nel cielo nerissimo. Ed anche la prima auto, che sento giungere alle spalle: la sento rallentare, passarmi accanto con cautela, la vedo ripartire. Posso solo immaginare lo sguardo perplesso dell'automobilista mattutino. Seguono, a breve distanza di tempo, altri due fuoristrada. Non si può dire che ci sia molta gente in giro da queste parti...

L'affascinante ed insieme inquietante sagoma della mezza torre di Battifollo mi appare ben prima di quanto me l'aspettassi, e pure in un punto dove non avrei creduto di vederla: rispetto a me, tutta a destra. Quindi la strada qui fa un ampio curvone verso destra... Incredibile, quanto ci si perda di un paesaggio, se si percorre una strada sempre e solo nello stesso verso. Io da qui sono sempre passata in discesa, in bici... In salita, la prospettiva è tutta diversa. Mancano tre chilometri all'abitato, così dice il cartello: la torre è una lama nera che squarcia il velo scuro del cielo, dove pian piano si fa strada un po' d'azzurro. Gioia per gli occhi, quest'alba, ma non per il resto del corpo: quassù, dove la strada corre più esposta al vento, il freddo è feroce, morde le gambe, le spalle, la schiena. Mi sento a disagio: il freddo è da sempre uno dei miei peggiori nemici; uno dei tanti, purtroppo, perché di certo io non sono un cuor di leone... Temo il freddo, temo la pioggia, il vento, la nebbia, insomma, fatemi correre con il solleone del pomeriggio sahariano e ve ne sarò grata!

Il momento è pura poesia, ma sono costretta mio malgrado ad infilarci un intermezzo di prosa: sosta tecnica lungo uno dei pochissimi sentieri vagamente praticabili, in parte sgombro dalla neve e non troppo paludoso. Inutile dire che la parte migliore di me, così crudelmente esposta al gelo, si iberna all'istante. Sarà anche per questo che la ripartenza è particolarmente vigorosa...
Sotto un cielo screziato di viola, arrivo alle prime case di Battifollo. Qualche camino fuma, ma in giro non c'è un'anima. Manifesti elettorali e manifesti mortuari si contendono l'occhio del passante; ghiaccio a terra, silenzio, immobilità. La prima salita finisce qui: ora si va giù, destinazione Bagnasco, non prima di aver scattato un paio di foto alla torre che, in questo momento, svetta proprio sopra la mia testa. Dovrebbero essere sei km, da qui al gelido fondovalle. E se, quassù, un pallido sole sta tentando di spedirmi pietoso i suoi raggi ed infondermi un po' di tepore, giù in valle sarà un supplizio di gelo e nebbia.
Ampie curve mi accompagnano giù verso la coltre bianca che nasconde l'abitato. Incontro solo un paio di auto; per il resto, tutto tace. Ghiacciano anche i rumori del bosco.

Sono ormai alle porte di Bagnasco quando squilla l'odiato cellulare: non sarei tranquilla senza il collegamento diretto con casa, nell'eventualità che mia mamma avesse bisogno di me, ma nutro un odio viscerale verso questo aggeggio. L'idea di essere sempre, o quasi, reperibile mi dà angoscia. Non sono indispensabile... Lasciatemi in pace! E invece no, la genitrice vuole accertarsi che io sia viva e vegeta. Così mi tocca sfilare i guanti e, con le dita irrigidite, frugare nella tasca dello zaino alla velocità della luce, perché la mater è anche impaziente. Addio alla poesia del gesto regolare della corsa.
Archiviata l'inopportuna telefonata, attraverso la strada principale di Bagnasco, per dare inizio alla seconda salita, verso il Colle dei Giovetti. Il freddo è rabbioso; anche qui, ghiaccio ovunque, per terra e sulle chiome degli alberi. Chissà se, e quando, un raggio di sole scenderà fin giù. Se non altro, il cielo è limpido...
Le gambe non sembrano gioire della nuova salita, che pure, all'inizio, è davvero appena accennata. Sono un po' inchiodate. Cataste di legna coperte di brina a bordo strada; un solo essere umano attraversa il paese, oltre a me. Ci salutiamo con diffidenza reciproca: l'uno pensa dell'altro che si tratti di un miraggio, è probabile.
Quando la strada prende a salire sul serio, mi converto all'andatura di passo, svelto ma pur sempre passo. La strada è lunga, meglio risparmiare le energie. Finalmente la luce del sole penetra fino a me, sia pure solo a chiazze: è spettacolare il gioco di riflessi con la brina sulle chiome degli alberi; merita un paio di foto, anche se so già che la mia idea della foto da scattare non corrisponde affatto a quel che in effetti ne verrà fuori. Sui successivi tornanti, un po' di luce mitiga di quando in quando il rigore della temperatura. Osservo la strada che sale fra i tronchi ancora spogli, anche se ormai la conosco a memoria; proseguo a passo il più possibile svelto. In salita mi scaldo, ma già temo per il brivido della discesa...
Al colle, la desolazione di sempre, bellissima. Il sole scioglie la brina su rami degli alberi, sembra che nel bosco venga giù il diluvio; a me tocca, ancora una volta, ripiombare a fondovalle, dove ormai dispero che arrivi un po' di tepore. In discesa, complice la forza di gravità, posso riprendere la corsa, mentre tutto intorno a me ancora tace: solo, ogni tanto, dai rami piomba giù un grumo di neve che si sbriciola prima di toccare terra. Oggi i muscoli non si rassegnano al clima; strillano anche se non fanno fatica, sono rigidi. E il passo è per forza ingessato. A fatica, raggiungo nella tasca dello zaino l'ultimo Mars che ho trovato in casa; a parte la consistenza marmorea per il freddo, è delizioso... Di bere, invece, non se ne parla, non ho nemmeno la borraccia. Confido di trovare, prima o poi, un rivolo d'acqua accessibile e più o meno potabile. Dovrebbe esserci, appena prima di Calizzano, una delle tante fontane provviste di statua della Madonna: con poca coerenza, visto che non nutro affatto simpatia per il soggetto e per tutti i suoi affini, ne approfitterò.
Curva dopo curva, come previsto, la foschia mi avvolge. Non è fitta, ma è quanto basta per intirizzire le ossa.
Non finirò mai di benedire la mia diffidenza nelle previsioni meteo, che per oggi avevano annunciato una giornata quasi primaverile. Altrove, forse... Non qui, climaticamente una enclave della Norvegia. Cerco altri pensieri per distrarmi dal pensiero delle mani gelide, ma quelli che trovo sono altrettanto antipatici, casa, lavoro. Forse sono ancora meglio le dita gonfie e rosse tipo salsiccia.
Attraverso la borgata quasi deserta: solo una casa ha il camino che fuma; tutte le altre sono sprangate, la neve accumulata davanti ai cancelletti d'ingresso, le porte protette da pannelli di plastica o metallo fino a mezz'altezza. Io mi lamento del costo del riscaldamento a Carmagnola, ma qui, per raggiungere una temperatura che niente niente consenta l'esistenza di una forma di vita in casa, credo si debba bruciare mezza Foresta Amazzonica all'anno. I campi sono ostinatamente ricoperti di neve; i cavi dell'elettricità, abitati solo da qualche corvo, neri sul bianco dello sfondo, sembrano quasi spartiti musicali.

La mia corsa, a questo punto, è proprio penosa. Supero il primo e poi il secondo ponte sul torrente; un paio di sentieri che si inerpicano tra i tronchi spogli del bosco attirano la mia attenzione. Chissà dove portano? Sono anche segnati... I ruderi pericolanti, poi l'ultima curva che mi porta in vista di Calizzano. Qui dovrebbe esserci la fontana... Infatti la trovo. Una targa millanta chissà quali virtù curative di quest'acqua: e capirai... Fosse almeno frizzante, di già che afferma d'essere così speciale! In realtà, non amo l'acqua naturale, affatto... Almeno per il palato, è come non bere proprio nulla, ma è sempre meglio la fontana di una borraccia che sballotta nello zaino. L'acqua balla comunque, anche se la borraccia è ben fissata in una tasca.

Dopo aver prosciugato lo zampillo dell'acqua, riparto verso Calizzano, le gambe sempre più appesantite. Il lungo rettilineo prima del paese "fuma" per effetto del calore del sole; tutt'intorno, le montagne sono ancora cariche di neve. Calcolo con una certa preoccupazione la strada che mi resta da percorrere: con i garretti in questo stato... A Calizzano, qualche anima osa aggirarsi per il paese. Dovrei aver percorso poco meno di quaranta km, occhio e croce; quindi, ormai è mattino avanzato... Superato il paese, la strada torna a salire blanda. Mi impongo di correre almeno fino all'inizio del tratto nel bosco, gli ultimi sei km di faggi e di curve. Raggiungo la borgata con l'unico negozietto che vende di tutto, dal pane al detersivo; più avanti, l'agriturismo. La fame si fa sentire, ma non ho più nulla per placarla. Provvederò più avanti.
A fatica raggiungo, di corsa stentata, l'obiettivo che mi ero prefissata; di lì in poi, cedo alla tentazione della camminata a passo svelto, anch'essa faticosa ma meno massacrante per i muscoli ormai doloranti. Beh, che dire, la mia condizione sportiva non è mai stata brillante, ma oggi sono proprio a terra...

Perlomeno, le stalattiti che pendono giù dai muretti in pietra sul bordo della strada sono quasi dissolte; ne restano solo i monconi sgocciolanti. Salgo di buon passo, guardandomi intorno; questo è il bosco in cui, anni fa, ho scoperto l'esistenza di quel curiosissimo fenomeno chiamato "anastomosi", una sorta di "ponte" tra due alberi, un ramo che sembra nascere da entrambi i tronchi e fa da collegamento... Da allora, ogni volta che passo di qui, butto l'occhio per scovarne qualche altro caso. Oggi, infatti, sono fortunata: aguzzando la vista ne scopro un'altra, evidentissima, a cui scatto qualche foto.

Mi preoccupa un po' quel che vedo in direzione del colle, ancora lontano: sembra uno strato di nuvole scure... Vuoi vedere che io da ore bramo il calore della riviera e invece di là, oltre il Melogno, mi ritroverò nella nebbia? In effetti, chilometro dopo chilometro, mi avvicino alla coltre scura, mentre, ironia della sorte, in direzione della Valle Tanaro il sole illumina le cime. Pazienza, indietro non si torna, ormai, anche perché sarebbe lunga assai. Affretto, per quanto possibile, il passo; chiudo per benino la cerniera della giacca antivento, che speravo di levare parecchie ore fa e che invece mi è ancora indispensabile. I cartelli che indicano km e centinaia di metri mi informano che ormai al colle manca poco: il sole è sparito oltre la nebbia. Mi resta ancora la speranza che si tratti di un nuvolone che ha incappucciato solo le vette...

La trattoria del Melogno è una vera tentazione. Per fortuna, il capannello di gente che è lì lì per entrare mi fa desistere dal proposito gastronomico; questa piccola orda di barbari affamati monopolizzerà i titolari per un po'... Ed il mio panino andrebbe per le lunghe. Meglio puntare all'altro bar, al bivio con la strada che va verso Pian dei Corsi, tra un km o poco più. Supero la galleria del forte, anche se, con mia gran sorpresa, noto un cartello di divieto di passaggio ai pedoni: mi spiace ma non vedo alternative... Vorrà dire che non sarò arrestata per questo. Ciò che vedo dall'altra parte annienta ogni residuo barlume di speranza: nebbia. Il mare, questo sconosciuto, risulta oggi non pervenuto. Rassegnata, riprendo la corsa, con gran dolore delle gambe ancora più inchiodate. La discesa è lunga, sedici km... O la va, o la spacca.

Un altro curioso fenomeno vegetale attira la mia attenzione, nonché l'obiettivo della macchina fotografica: due aberi, un faggio ed una conifera nella cui identificazione non mi cimento, hanno i tronchi letteralmente fusi l'uno nell'altro per un breve tratto. Chissà chi ha mangiato chi...
Da una delle prime case, mi abbaiano due cani ormai noti, un Sanbernardo ed un botolino a pelo lungo. Mi piacerebbe un sacco coccolarli, ma non oso importunare i padroni di casa, presenti in cortile.
Un certo senso di panico mi assale quando mi rendo conto che il bar, l'ultimo prima di arrivare al mare, è chiuso... Ma immediatamente m'illumino d'immenso: la nebbia svela, sul piazzale proprio di fronte, il banchetto del venditore di formaggi. E' vero, mi sono ripromessa di diventare, pian piano, vegetariana integralista, vegana, insomma; per coerenza, la toma sarebbe vietata... Ma il mio stomaco non è affatto coerente; prende il controllo della situazione e mi trascina davanti alla lussuriosa esposizione di leccornie. Il simpatico venditore, un omone dall'aria paciosa, completa l'opera porgendomi un boccone di formaggio dolce e fresco. In men che non si dica, il mio zaino accoglie una bella fetta da tre etti di toma. Il formaggiaro mi chiede che giro io stia facendo e rimane perplesso alla mia risposta: non so se ci creda davvero... Comunque sia, mi ha salvato la vita. Contenta come una Pasqua, riparto di corsa con il mio dolce ed odoroso peso supplementare; farò merenda lungo la discesa. La compagnia della toma allevia un po' il male alle gambe, che ormai si fa sentire prepotente, ed anche la tristezza della nebbia che avvolge ed annulla la mia speranza per un po' di tepore.

Incontro parecchi ciclisti che salgono con ogni tipo di mezzo, dalle bici da corsa ai pesantissimi trabiccoli da downhill. Ci vuole coraggio per affrontare l'ascesa al Colle del Melogno con quelle bici pesantissime ed ammortizzate: infatti, la maggior parte degli appassionati della disciplina suicida, da queste parti, va su con i furgoni e le bici nel rimorchio. Non li invidio in ogni caso: almeno per me, scendendo verso mare, la foschia si attenua un poco. Il mare, più che vedersi, si intuisce, anche se ormai da qui sono ad un tiro di schioppo.
Levo finalmente i guanti e, senza smettere di correre sia pure a passo di lumaca anziana, sbrano un pezzo di toma. A Gorra, per fortuna, la fontanella rimedia all'arsura del formaggio... Giusta punizione per la mia golosità.

Alla fine della discesa, ho la sciagurata idea di passare da Finalborgo. E sì che ormai mi conosco da quasi trentadue anni; sono capace di perdermi in un bicchier d'acqua... Succede, infatti. All'uscita del borgo, imbocco la strada lungo il torrente, ma nella direzione sbagliata. Il sospetto mi coglie quando butto l'occhio alla direzione della corrente: è contraria alla mia... Sto andando verso monte anziché verso mare. Per carità, sono poche centinaia di metri da ripercorrere al contrario, ma non ne sentivo il bisogno...
Faticosamente, tra un marciapiede, un passeggino e varie altre insidie ai miei garretti, conquisto il mare. E questa è una certezza anche per il mio scarso senso di orientamento: da qui, per raggiungere Savona o almeno avvicinarmi, non mi resta che tenere le onde alla mia destra.

Il sole latita, anche in Riviera. Soffia un vento freddo, per fortuna non così intenso. Beh, non tutto il male viene per nuocere: il meteo cupo scoraggia i turisti da passeggiata, soprattutto quelli con torme di marmocchi al seguito. Sopporto volentieri il disagio del clima, in cambio della quiete. Mare e cielo hanno lo stesso colore metallico... Ciononostante, qualche temerario osa avventurarsi in spiaggia in tenuta da bagnante. Sarà qualcuno che ha una fiducia ostinata ed incrollabile nelle previsioni del tempo, che per oggi promettevano una giornata calda ed asciutta. Rabbrividisco al solo pensiero: sarà che io sconto anche un po' di stanchezza e patisco il vento perché sono sudata, ma mai e poi mai rimarrei all'aperto con meno di due strati di vestiario, oggi.

Le gambe sono tutt'altro che in forma. Legnose, doloranti, oggi va così. Sono un po' delusa, anche se, in tutta onestà, non è che potessi aspirare ad un risultato molto migliore di questo. Grazie, si fa per dire, a quella stramaledetta 24 ore a circuito di San Benedetto del Tronto del primo dicembre... Oltre ad aver seriamente rischiato di demolire l'auto nel viaggio di ritorno, mi sono anche procurata un'infiammazione con i controfiocchi al ginocchio destro: ormai ero quasi arrivata a credere di non poter più correre... Dieci km al massimo e poi il dolore sull'esterno del ginocchio spuntava e cresceva nel giro di poche centinaia di metri, fino a rendermi del tutto impossibile la corsa. Ho sempre confidato nella capacità del mio corpaccione di risolvere da sé i guai, senza andare a sprecare soldi miei e soldi del Servizio Sanitario Nazionale in chissà quali visite ed esami specialistici, ma devo ammettere che questa volta sono giunta a nutrire qualche dubbio in proposito. Per fortuna, alla lunga, per questa volta ho ancora avuto ragione; sia pure tra improperi, dolore, rabbia e tristezza al pensiero di non poter più correre, il problemaccio, com'era arrivato, se n'è andato. Il guaio è che due mesi di seri allenamenti sulla distanza sono andati in fumo... E probabilmente ho messo su della gran ciccia. Pazienza: tocca rassegnarsi.

Mentre corricchio a velocità da carro funebre sul lungomare, quasi stordita dal movimento regolare di un mare quasi placido nonostante il vento, mi rendo conto che forse è il caso di tenere d'occhio l'orologio. Avendo io viaggiato fin qui con molta lentezza, ho fatto tardi: a Savona, di questo passo, non arrivo di certo prima delle sette e mezza. Già, ma poi? Ci saranno ancora treni per Ceva, e quando? Già, un viaggiatore accorto e previdente si sarebbe preparato una tabellina con gli orari delle partenze dalle varie stazioni, da Finale a Savona. Io non ho la più pallida idea di niente di tutto ciò. Mah... Finale, Varigotti, le bellissime scogliere, oggi ancor più arcigne per effetto della luce; i gabbiani con le loro grida stridule; la vista sulla costa, che ogni tanto sfuma nella foschia; i brividi per le folate di vento. Non mi va giù l'idea di non arrivare a Savona, ecco... Ma le gambe stanno cercando di farmi capire che non hanno intenzione di portarmi fin là di corsa. Il mio viaggio rischia di diventare eterno... OK, la costa non è il deserto; non è grave perdere l'ultimo treno, alla peggio si dorme in stazione e si prende il primo dell'indomani. Ma scoccia, anche perché a casa ci sono i miei beniamini pelosi in attesa.

A Noli la stazione non c'è, almeno credo. Passo lungo la spiaggia, butto l'occhio ai cartelli stradali, ma non vedo nulla che mi ispiri. A Spotorno, il prossimo paese, se non erro dovrei essere più fortunata... Raccolgo le ultime forze per allungare ancora un po' il passo: sempre più rari i pedoni che incontro sulla mia rotta. Il vento rinforza, la luce cala; è ora, per chi può, di ritirarsi al calduccio. Ma a Spotorno ci sarà poi davvero la stazione? E' la domanda che comincia a tormentarmi. Curioso, come la stanchezza ingigantisca piccoli problemi che in realtà non sono degni della benché minima ansia. In fondo, se anche non dovessi trovare un treno, non ci sarebbe poi nulla di male... Prima o poi, ne arriverà per forza uno!

Con il cuore in gola, non solo per la fatica, entro in paese. Poche centinaia di metri e, con sollievo, addocchio il cartello con il simbolo del treno. Perfetto... Abbandono il lungomare, seguo le indicazioni. La stazione appare, effettivamente, di lì a poco. Mi precipito, come posso, al tabellone dei treni: partenza per Torino, 17.25... Guardo l'ora e mi affloscio: sono le 17.27. Il prossimo treno sarà tra due ore... In un impeto di disperazione, pigio forsennatamente i tasti del bigliettaio automatico, che, per fortuna, non si offende per la mia mala grazia. Poi, con le residue forze, schizzo al binario deputato. Vedere un fitto assembramento di persone mi rincuora... "E' già partito il treno per Torino?", chiedo al primo viaggiatore in attesa che mi sembra avere la faccia di chi sa quel che dice; "No... E' in ritardo". Beh... Credo di non aver mai gioito così tanto, di cuore, per il ritardo di un treno. E' proprio vero; io viaggio in treno una volta ogni morte di Papa e puntualmente incappo in un ritardo... Mi vien da dire, questa volta, meno male! Trovo persino una cabina in cui cambiarmi la maglietta al riparo dal vento gelido. Ancora qualche minuto e la locomotiva spunta fischiando. Il tragitto è di quelli in stile carro bestiame; manco a pensarci, di trovare un sedile; ancor grazie che si trovi spazio vitale in piedi. Mi ritrovo in mezzo ad una vera babele di lingue, stili e motivi di trasferta: dai pensionati che fanno la spola tra Torino e la Riviera agli studenti fuori porta, alla famigliola di orientali, credo filippini, ai vù cumprà vocianti con la loro voluminosa mercanzia. In tutta sincerità, non amo la multietnia e non riesco a trovare nulla di pittoresco in tutto questo crogiolo di origini... Ma faccio buon viso a cattivo gioco, il viaggio è breve. E pazienza se il posticino a sedere che faticosamente mi ritaglio - per terra, accanto ad una delle porte - è spazzato dalla corrente gelida degli spifferi, e pazienza anche se la stanchezza mi provoca un fortissimo mal di testa. Mi consolo con l'ultimo frammento di formaggio, alla faccia dell'igiene e delle mani ormai lerce - a cosa serve il sistema immunitario altrimenti? - finché mi accorgo di essere ormai a destinazione. La Zafirona è ancora lì, in paziente attesa; mi ci fiondo e, per prima cosa, accendo il riscaldamento al massimo. Poco più di settanta km nelle gambe, occhio e croce, mi rendono arduo persino manovrare i pedali... E il fatto di patire la lunga distanza, per me, è un duro colpo all'orgoglio. L'unico mio lato positivo è sempre stato proprio quello di reggere bene la fatica prolungata; se mi s'incrina questa certezza, sono dolori... Coraggio, datti da fare Gian, tira via la ruggine. Ci vorrà un po' per recuperare, ma è ora di scrollarsi di dosso un bel po' di patemi, fisici e morali. La radio a tutto volume terrà lontani i mugugni, almeno fino a casa. Poi affogherò la tristezza tra peli e bava dei miei beniamini: la migliore psico e fisioterapia!

domenica 9 settembre 2012

9 settembre 2012 - ADDIO TOR DES GEANTS

Gli strizzacervelli sostengono che "esternare" sia un valido aiuto per elaborare un lutto. A me, il verbo "esternare" fa orrore; proporrei piuttosto di internare chi l'ha coniato. Tuttavia, a parte la forma, sono d'accordo sulla sostanza: parlarne, a voce o per iscritto, attenua il dolore. Ergo, eccomi qui, reduce da un breve giro in mountain bike fino alle prime propaggini di collina, in quel di Ceresole d'Alba e dintorni. Come ieri sera. Due tramonti molto diversi, entrambi stupendi. Tormentato di nuvoloni neri dai contorni incandescenti, incastonati su un cielo di metallo, quello di ieri, e coronato da un arcobaleno intero, da terra a terra. Limpidissimo, la luce di un incendio attraverso l'aria spazzata dal vento, una brezza che sembrava il mare d'inverno, stasera. La corona delle cime nettissima tutt'intorno; spiccava la guglia del Cervino, bellissimo, anche da qui, anche se forse proprio oggi avrei dovuto essergli ben più vicina, se tutto fosse andato come speravo. Ma è da un po' di tempo che nulla va come io spero...

"Deve rassegnarsi, signorina" commenta il medico, mentre armeggia con provette e lacci emostatici. "Non ha più vent'anni". Con il braccio sul tavolo del prelievo ed il viso girato da tutt'altra parte, per limitare il rischio che il terrore mi faccia crollare a terra come una pera matura, sono troppo avvilita per rispondere come dovrei. E poi non posso reagire, la mia vena è alla sua mercè... Se sono qui, è solo perché mi sento proprio con le spalle al muro. Altrimenti, mai e poi mai mi sarei rassegnata alla trafila della sala d'attesa, della ricetta medica, delle analisi. Il fatto è che, così, non posso più andare avanti, proprio nel senso letterale dell'espressione. Tutto ciò che desidero è tornare a correre come prima.

Tutto sembrava andare per il meglio, domenica mattina. Nove ore di sonno profondissimo, nel minialloggio che Matteo e la mamma hanno preso in affitto per la settimana della gara; colazione pantagruelica, bagaglio organizzato, una volta tanto, nei minimi dettagli. Ultime ore di vigilia di un appuntamento sognato per un anno intero, notte dopo notte e giorno dopo giorno, fin dal primo istante successivo al traguardo dell'edizione 2011; immaginato, rivisto, pensato, raccontato, vissuto tra me e me in ogni attimo possibile, in coda agli sportelli di qualche ufficio pubblico, nella quiete di un lungo viaggio in autostrada negli allenamenti quotidiani, persino nella concitazione di altre corse. Il cuore sempre, sempre lì. Ad un'ora e mezza dalla partenza, non sto più nella pelle: seguo i preparativi di Matteo, i suoi gesti lenti e studiati, con crescente esasperazione. Non è umanamente possibile che si possa impiegare tanto tempo per indossare un paio di calze o per legarsi le scarpe... Io son pronta già da un'eternità! Sembra che lo faccia apposta, il marrano; sento le mie pupille restringersi a capocchia di spillo. Quando finalmente il sacro rito della vestizione sembra volgere all'agognato termine, il maledetto produce un'idea geniale: "Ah già, devo ancora preparare il the per la borraccia!". In un sovrumano sforzo di autocontrollo, in omaggio alla presenza della mamma, riesco ad evitare di commettere un omicidio con l'aggravante della crudeltà, ma non ho intenzione di aspettare un attimo di più: anche se la partenza è a un solo km di qui, prendo la porta e me ne vado.

Cielo terso, non fa nemmeno così freddo. Sotto l'effetto dell'ipnosi, mi avvio verso il centro di Courmayeur, con il battito del cuore che accelera all'unisono con il crescere del brusio. Un cagnone nero, a pelo lungo, gironzola da solo lungo il viale e mi concede di fargli qualche coccola; altri cani portano a spasso padroni dagli occhi ancora appiccicati di sonno, benché siano ormai quasi le nove. Corridori spuntano da ogni dove, dalle viuzze laterali, dai bar, soli o in gruppetti o accompagnati dalle famiglie. Spero di non rimediare troppe brutte figure... So già che l'agitazione mi impedirà di vedere e riconoscere i volti noti; passerò, come minimo, per maleducata. Conosco ormai Courmayeur come le mie tasche, neanche ci abitassi da una vita: i suoi negozi, le vetrine, i bar. E la piazza in cui, stamattina, campeggia la griglia di partenza del mio terzo Tor des Geants. L'emozione è pari al primo, anzi peggio, se possibile... Perché la prima edizione è stata una scoperta, la seconda mi ha regalato un risultato per me lusinghiero... La terza, è inevitabile, porta con sé la speranza di riuscire ancora meglio. So benissimo che un Tor des Geants, 330 km per 24.000 m di dislivello, non si potrebbe mai dare per scontato, nemmeno dopo averne concluse dieci edizioni di fila, perché troppe sono le variabili in gioco, molte di carattere personale, ma molte altre, troppe, del tutto indipendenti dalla volontà e dalle possibilità dell'atleta. Allenarmi e saper dosare le forze dipende da me... Incappare in una settimana di tempo splendido o di tregenda no, com'è ovvio, ed è cosa che può cambiare radicalmente le sorti della prova.
Già, il meteo. A quanto sembra, non sarà favorevole come gli anni scorsi. Non ci sarà risparmiata qualche solenne lavata. Del resto, in alta montagna, il sole e le notti stellate non sono affatto la norma; sono solo uno dei tanti scenari possibili. Seduta sul bordo del marciapiede, scruto quel minuscolo spicchio di cielo che s'insinua tra i tetti della via: se non altro, la partenza sarà calda ed asciutta. Così piazzata, all'altezza dei miei occhi vedo sfilare mani che stringono bastoncini e mani che armeggiano con macchine fotografiche di ogni genere, dal giocattolo al marchingegno professionale. E cagnoni di ogni taglia, foggia, mantello, razza o non razza, tutti convenuti a salutare i loro amici umani un po' suonati. Penso ai miei tesori pelosi: mai e poi mai li vorrei al via di una corsa... Sarebbe troppo doloroso, benché momentaneo, il distacco, forse più per me che per loro.

Il brusio aumenta, un microfono gracchia, Matteo non si vede ancora. Ma che fine ha fatto? Voleva prepararsi il the o piuttosto la ribollita? Mi procuro un torcicollo per cercare di scorgere, tra la folla di polpacci e ginocchia che vedo da quaggiù, la sua sagoma... Niente. Amen, io non resisto più; mi alzo, malferma sulle gambe per l'emozione, e raccolgo obbediente l'invito della voce del microfono: gli atleti alla punzonatura. Faccio un po' fatica a riconoscermi nella definizione di atleta, ma, se son qui agghindata in questo modo, significa che, almeno formalmente, faccio parte della categoria. Con il mio numero di pettorale, 99, ben esposto sulla pancia, mi avvicino al gazebo, il braccialetto già orgogliosamente esposto al polso destro, più prezioso per me di mille gioielli. Per la terza volta, in un tempo che sembra volato, e che spero invece, di tutto cuore, si fermi in questi giorni che mi attendono, diventi lunghissimo, lentissimo, quasi eterno. E' proprio come se l'avessi corsa solo ieri, questa gara. Le immagini, i paesaggi, le sensazioni, le voci, tutto è vivo, nitido nella memoria. Mi fermo lungo il corridoio di passaggio, un po' più sollevata dopo aver fatto il mio dovere di registrazione; ma innumerevoli sono ancora i volti che scorrono lenti ed ordinati, prima che compaia quello di Matteo.
Un ronzio insistente ci fa voltare tutti con il naso all'insù: un aggeggio che mai avevo visto in vita mia sta volando sopra le teste dei corridori; è una minuscola telecamera, appesa ad una struttura a croce con quattro eliche, una per ogni estremità, un aggeggio radiocomandato che si aggira per la piazza, a svariati metri d'altezza. In me si risveglia all'istante l'antica passione per le macchine radiocomandate: all'epoca in cui, nei pomeriggi liberi della scuola elementare, facevo correre una bellissima Chevrolet Corvette in miniatura su e giù per l'orto della nonna, con rovinose derapate tra le file d'insalata e passaggi assassini in mezzo alle piante di pomodoro, coltivavo il sogno segreto di poter tenere tra le mani il telecomando di un modellino d'aereo, di quelli alimentati a cherosene, da far volare sopra i tetti di Carmagnola... Un desiderio che già allora mi pareva talmente esagerato da non aver mai nemmeno osato esprimerlo a mamma. Per un oggetto come quello che ora mi volteggia sulla capoccia, avrei fatto follie...

Quando ormai mi rassegno all'idea che abbia cambiato programma, ecco arrivare anche Matteo, con l'espressione in viso del bovino condotto al macello. Mi vien da ridere, perché oggi per me su tutto domina un'euforia incontenibile... Sciagurata incoscienza! Il microfono scandisce i minuti che mancano alla partenza, le ultime raccomandazioni a cui nessuno presta più attenzione. Alla prima telecamera volante se ne aggiunge un'altra, sorretta questa da una struttura a forma di asterisco, con otto eliche che producono uno spostamento d'aria impressionante. Il cielo, stamattina affollatissimo, ospita anche alcuni parapendio a motore; il massiccio del Bianco, immobile, osserva tutto questo sgambettare ai suoi piedi e, ne sono certa, sorride divertito... Ciascuno dei minuscoli bipedi brulicanti alle pendici del monte è lì con un suo motivo, un obiettivo, addirittura una vocazione. Per me il Tor è tutto, non saprei dire altro, è quanto di più straordinario la vita mi abbia regalato: no, non esagero, è proprio così. Forse il buonsenso suggerirebbe di dare più importanza ad altri aspetti, alla salute, al lavoro, ecc. ecc.; tuttavia, è risaputo che, quando il buonsenso veniva distribuito, io ho dimenticato di mettermi in fila. Al cuore non si comanda...
Occhi bassi che fissano le scarpe, proprie ed altrui; ce ne sarebbe per fare un sondaggio commerciale su marche, tipi, preferenze... Gambe scolpite, gambe tatuate, gambe prigioniere in quelle ridicole calze multicolori che saranno indubbiamente utilissime per la circolazione, ma così brutte... Ma non è più tempo di badare all'estetica. Inizia il conto alla rovescia e via. Si parte, mi sembra di scoppiare di gioia; mentre passo sotto l'arco, penso che non c'è nulla al mondo che possa darmi un'emozione paragonabile anche solo ad un centesimo di questa. Si comincia al passo, mentre la folla di corridori davanti sfila nella strettoia; poi di corsa lenta, ma solo per far figura davanti al pubblico che festeggia, solo fino al ponte sulla Dora, perché c'è discesa. Le telecamerine volanti non ci mollano un attimo; i bambini che fanno il tifo picchiando le pentole sono forse gli stessi degli anni scorsi, e chissà se, tra molte edizioni del Tor, li si rivedrà ancora, ormai universitari, a picchiare le pentole...

La salita al Col d'Arp comincia in coda, sul sentiero ripido e stretto. Come in tangenziale di primo mattino nei giorni di lavoro, si procede a strappi. Matteo è ancora qui alle spalle, tesissimo al suo debutto, ma si vede lontano un miglio che frigge. Un po' l'ingorgo infastidisce anche me, che amo prendere il mio passo e portarlo avanti sempre uguale, ma è questione di poco. La colonna pian piano si sgrana, il passo si allunga, nel fitto del bosco; il calpestio di rami e foglie si sente lontano, a riprova di quant'è lunga la fila di persone. 650 gli atleti al via, pare. I numeri non sono il mio forte; mi pare che i metri di dislivello, per cominciare, siano circa 1.300 o poco più. E dire che conosco questa salita meglio delle mie tasche!
Il chiacchiericcio si allenta; qualcuno già cerca di passare avanti. Matteo per primo, ma lui può... Io resto a ruota; mi permetto il sorpasso solo quando è strettamente necessario per evitare il "tappo". il primo strappo molto ripido, appena usciti dal bosco, calma i bollenti spiriti; anche lungo la successiva strada sterrata, nessuno si lancia a correre. L'elicottero ci segue da vicino, fa la spola tra noi della coda ed il gruppo di testa, che a quest'ora sarà già oltre il colle. Non vedo cavalli qui nei paraggi, ma dovrebbero esserci; si percepisce forte l'odore. Si torna sul sentiero, in mezzo all'erba, accanto ai ruderi delle baite ed al solito tubo che da anni convoglia l'acqua e da anni in questo punto perde, sempre con lo stesso ronzio. Piano, un passo dopo l'altro, anche se l'entusiasmo suggerisce tutt'altro. Mi sento abbastanza bene, ma... C'è un "ma", non ben definito. Speriamo sia solo colpa della colazione abbondante, o della mia solita avversione ai primi venti km di qualsiasi corsa. Per prudenza, meglio restar tranquilla.
Il vallone si apre in vista del colle; da rettilineo, il sentiero diventa man mano più tortuoso, una serpentina sempre più stretta e ripida. Cerco silenzio e concentrazione. C'è qualcosa che mi tormenta, ma non capisco cosa. Non ancora. Scollino ed attacco la discesa di corsa, ma solo in quei brevi tratti in cui il fondo è sabbioso, morbido e tuttavia sicuro. Una corsetta blanda, poco più di una marcia, con i bastoncini pizzicati sotto le ascelle e le mani sulle borracce, sistemate sugli spallacci. Niente da fare, non ho ancora trovato un sistema davvero comodo per portarmi appresso da bere. La borraccia nello zaino è scomoda, devi levarlo ogni volta che vuoi bere. Nelle tasche laterali, quand'è piena, pesa ed aumenta l'oscillazione dello zaino in corsa, per quanto si voglia stringere la fascia a vita. Sugli spallacci sarebbe perfetta, se solo stesse ferma durante la corsa... Neanche a parlarne. Lasciamo poi perdere le varie sacche idriche, scomodissime da sistemare nello zaino.
Con questo incedere oscillante, tipo il leggiadro volteggiare di un rinoceronte, attraverso il lungo pendio tra i pascoli. Non sono tanti, i corridori che mi sorpassano, per il semplice fatto che dietro di me resta ben poca gente. Quattro chiacchiere qua e là; al ristoro, la prima agognata dose di Coca Cola, un po' di zucchero, cioccolato, limone e via. Qualcuno già domanda di un massaggiatore: cominciamo bene...

Riprendo la discesa, sempre la stessa corsa molto regolare e lenta, giù per la strada a tratti sterrata, a tratti asfaltata, tranne un tratto su sentiero ripidissimo per tagliare un tornante. Sulle cime spuntano fiocchi di nuvole: il meteo, per questa sera, ha annunciato possibilità di temporali. Continuo a corricchiare lungo la strada, appena appena, fino al bivio con il sentiero che conduce a La Thuile. A fondovalle, il rumore sordo delle auto che passano sotto i paravalanghe.
Brevissima risalita in compagnia di due fanciulle ed una pessima sensazione. Improvviso e penetrante il mal di testa. Poche ciance, sono appena all'inizio, passerà... Non è il caso che mi spaventi, né tantomeno che mi affretti. Va benissimo procedere con calma. Il sentiero torna a scendere, attraversa il corso secco e pietroso di due ruscelletti, per poi attraversare un tratto di bosco profumatissimo e raggiungere, infine, La Thuile. Anche qui ci attende un folto pubblico festante. Attraversiamo alcune viuzze secondarie, per restare lontano dal traffico e raggiungere il punto di ristoro al palazzetto. La mia sosta è brevissima, giusto il tempo di riempire le borracce e mangiare un po' di zucchero ed un po' di formaggio. Uno sguardo alla sala gremita di atleti che se la prendono molto più comoda di me... Il mio cruccio, adesso, è raggiungere almeno il prossimo colle prima che cominci a piovere; a giudicare dalle previsioni, e soprattutto dai nuvoloni che si rincorrono in cielo, direi che non c'è tempo da perdere. Mi fiondo fuori dal palazzetto, con la tazza colma di pezzi di cioccolato e di fontina, un connubio agghiacciante.
Concluso il tratto di asfalto, si passa sul sentiero dietro il campo sportivo. Brevissima ma secca risalita ed io, ancora una volta, storco il naso, ma taccio, anche e soprattutto a me stessa. Attraversiamo l'ormai nota via di mezzo tra zona industriale e parco, con alcuni stabilimenti circondati dagli alberi. Per la prima volta noto un impianto che ha tutta l'aria di essere quello del teleriscaldamento: e chi l'avrebbe mai detto, che si potesse avere anche in montagna?

Altra breve risalita interlocutoria, qualche centinaio di metri in lunghezza, su sterrato, per tagliare le curve della strada. La fatica che sento ogni volta che devo riprendere a salire è quantomeno anormale... Ancora un po' di asfalto in leggera discesa, uno di quei tratti in cui mi ero ripromessa di provare almeno a corricchiare. Ma non ne ho le forze. Gian, cavolo, vuoi stare calma? E' solo l'inizio, avrai più o meno 20 km alle spalle, te ne toccano ancora 310. Cosa vuoi che cambino, nella realtà dei fatti, i tuoi due passi di corsa?
Il sentiero sulla sinistra, che imbocco tra gli incoraggiamenti della piccola folla qui assiepata, segna l'inizio della seconda salita, il Passo Alto, nomen omen, oltre quota 2.800. Tappa intermedia, il Rifugio Deffeyes. Oltre il primo tratto pianeggiante, il sentiero sale subito, aspro ed irregolare, tra i roccioni, nel bosco. Le quattro parole che tento di spendere qua e là mi rendono evidente, se ne avessi avuto bisogno, che in salita sto sprecando troppa fatica e che mi manca il fiato. Quel che è peggio, il risultato di questo gran dispendio di energie è quasi nullo. Tanti, troppi concorrenti mi sorpassano in salita: non è un rammarico di carattere agonistico, il mio; il guaio è che, in condizioni normali, non accade... Insomma, la salita è uno dei miei pochissimi punti di forza. Oggi, tutte queste grosse pietre, queste radici costringono a sollevare molto i piedi, a spingere molto sui bastoncini, ed ogni volta è un respiro profondo, troppo.
Nei tratti in cui le fronde degli alberi lasciano spazio al cielo, quel che vedo non è incoraggiante; una cappa scura, pulmbea, minacciosa. Qualche goccia, qua e là, cade; s'è alzato un leggero vento che sa di pioggia. Dannazione... Quest'anno ho messo nella mia dotazione anche il poncho, ma per la prima tappa ho pensato bene di lasciarlo nel borsone al seguito. Vuoi vedere che adesso mi servirà? Calma Gian, calma... Hai comunque la giacca impermeabile. E poi, i pensieri negativi assorbono energie preziose. L'unica speranza è che una fettina di cielo sembra ancora sgombra; con un po' di fortuna, è proprio nella direzione in cui andrà la corsa.
In un tratto ripido tra gli alberi, il compagno d'avventura che mi segue esclama: "Dai, facci ridere un po'!". Riemergo dal profondo delle mie cupe elucubrazioni: ma che stai addì? Alzo la testa e capisco: "Capperi! Non è un'allucinazione da fatica! E' proprio lui!". Giovanni, del trio "Aldo Giovanni e Giacomo", che scende in senso contrario alla gara. Appassionato pure lui di corsa in montagna, sarà venuto a vederci!
Ormai conosco bene il tratto aspro, impegnativo, tutto a scalini di questa salita. Stavolta però ho la sensazione che qualcuno ne abbia aggiunto un pezzo. Un po' aiutano gli incoraggiamenti degli innumerevoli turisti che oggi affollano questo sentiero - e quanti splendidi cani! - ma la fatica che provo non si cancella. Finalmente il breve tratto sul pianoro, con vista sui laghetti ed un cielo che fa paura. Urla e schiamazzi dai nugoli di tifosi che hanno scelto questo tratto "comodo" per osservare la nostra marcia. Poi si torna a salire, ma su un sentiero con fondo più praticabile. Qualche tornante e siamo in vista dei cartelli gialli segnaletici, su in alto. Dal bivio, faticosissima conquista, pochi minuti ed ecco il ristoro al Rifugio Deffeyes.
Faccio il pieno di Coca Cola e polenta, meravigliosamente disposta a fette su un vassoio. E' vero, la polenta riempe la pancia dando però ben poco nutrimento. Ma è troppo buona... Un po' di cioccolato, il pieno alla borraccia e via, si riparte, mentre molti - più assennati di me - si riposano ai tavoli del rifugio. Breve tratto in piano, una pietraia attraversata da rigagnoli d'acqua limpidissima, e si torna a salire. Non appena la pendenza torna positiva, sento il battito del cuore quasi impazzire: un fiatone esagerato, una sensazione di malessere in tutto il corpo. E non siamo ancora, credo, al trentesimo km di corsa! Mi raggiungono altri corridori, sento il loro fiato sul collo, mi faccio da parte per lasciarli passare... E il mio morale scivola verso il grigio pesante del cielo ed il nero minaccioso della sconfinata pietraia tutt'attorno. Quel che è peggio, questo tratto di salita, fino al Passo Alto, è irregolare, a strappi. Accolgo le ultime rampe come una liberazione, e non mi conforta affatto vedere che c'è chi soffia più di me...
La discesa, impegnativa e tecnica, per un po' mi distrae dalle fosche riflessioni. E' una distesa di pietre, richiede un equilibrio che certo io non ho, un lavoro certosino di occhi e bastoncini, anche se in alcuni tratti è stata ben sistemata con le rocce piazzate a scalini; manca un bel corrimano e poi è perfetta! Con mia gran sorpresa, noto che, nonostante tutto, qui me la cavo meglio di altri, che rimangono indietro. Sarà che le gambe sono ancora agili e sciolte. Trovo anche da chiacchierare, mentre l'elicottero è tornato a volteggiarci sulla testa. Un collega d'avventura, al primo Tor, mi chiede notizie, s'informa sui miei programmi , in particolare sull'argomento "sonno". Mah... Difficile fare progetti precisi; tuttavia, se riesco, alla prima base vita farò una breve sosta per darmi una rassettata e mangiare una sorta di cena; a Cogne, seconda base vita, dovrei arrivare nel pomeriggio, quindi mi limiterò ad una doccia, per non perdere ore preziose di luce, ed andrò a dormire un paio d'ore al Rifugio Sogno, lungo la successiva salita. Mi rendo conto che si tratta di una tabella di marcia ambiziosa, ma, con un po' di fortuna, dovrei riuscire a rispettarla.
Dall'ultimo tratto di discesa, con i primi alberi a far da contorno al sentiero, si può osservare la serpentina di corridori appesi alla parete della montagna, sulla prossima, temibile salita. Se non altro, fin qui non ha piovuto... Ed al punto di ristoro dell'alpeggio Promoud c'è dinuovo la polenta. Oltre alla provvidenziale toilette.
Dovrei mangiare un po' di più, ma ho paura del peso sullo stomaco sulla prossima salita. Ormai ho un'età, non posso più sostenere di digerire anche i sassi come una volta, perlomeno sotto sforzo. Riparto, non prima di aver coperto di coccole un bellissimo cane, tipo Border Collie, legato ad una recinzione in attesa del padrone. La bestiola è talmente esuberante da saltarmi letteralmente in testa, tutta scodinzolante ed uggiolante...
Attacco la salita con il morale un po' meno cupo e, mi sembra, le forze rinfrancate. Uso tutta la prudenza di cui son capace, però. Il primo tratto di salita nel bosco è ripido, a strappi; qui sono sola, mi sento bene e ritrovo entusiasmo. Dai Gian. Va tutto bene. Il sentiero prende poi una pendenza regolare, non eccessiva. Scruto le nuvole: non si può dire che la serata si annunci serena e stellata... Ma qualche sprazzo di azzurro si salva ancora. Vuoi vedere che, dopo due anni di fulmini & saette, al Col de la Crosatie stavolta si arriva asciutti? Non tira neppure vento; l'aria è quasi immobile. Ormai si fa sera; per quanto la coltre di nubi e le mie lenti ancora scure - ho notato che gli occhiali fotocromatici, con il freddo, impiegano più tempo a recepire le variazioni di luce e di conseguenza a schiarirsi - mi facciano sembrare la sera più buia di quel che è in realtà, devo comunque considerare che la notte mi coglierà nella prossima discesa. Tutto sta a vedere a che punto del sentiero.
Mi raggiungono due atleti: il primo, un francese, passa avanti; il secondo preferisce restare a ruota, apprezzando il mio passo lento ma regolare. I tornanti si susseguono, sempre più stretti, fino a ridursi a pochissimi metri tra una curva e l'altra. Penso con timore al tratto che ci attende tra pochissimo: tutta roccia aspra, a scalini, con passaggi molto esposti, l'ideale per chi, come me, ha poco equilibrio ed il terrore del vuoto. Se non altro, stasera non ci sono fulmini che schioccano nei timpani, né roccia bagnata e scivolosa. Quindi, affronto con rassegnazione le corde, gli scalini, i tratti da superare con il paraocchi per non guardare giù. Carpisco un frammento di discorso alle mie spalle: qualcuno afferma che, nonostante la fatica e la stanchezza, non vorrebbe trovarsi su una spiaggia di Rimini nemmeno a pagamento... Purtroppo non ho il fiato per manifestare la mia approvazione!
Il suono di un flauto sconcerta le orecchie dei presenti. Un flauto? Qui? Fenomeno di allucinazione collettiva? Eppure non è ancora trascorsa una notte... No no, il flautista c'è davvero, seduto su una pietra, a pochi metri dal colle. Al cippo, il collega che mi ha seguita per buona parte della salita mi fa i complimenti: "Bel passo, ragazza". Parole che su di me hanno l'effetto del turbo... Mi lancio a capofitto, per quanto mi è possibile, giù per la discesa. Per fortuna, sia il fondo che la pendenza sono tollerabili per le mie scarse capacità. Vorrei macinare più strada possibile, prima che il buio renda indispensabile la pila frontale. Raggiungo il primo lago e la mia Petzl è ancora nel marsupio: un rapido calcolo mentale mi porta a pensare di avere un po' di vantaggio rispetto all'anno scorso; quando son passata qui, dodici mesi fa, era già buio pesto. C'è anche da dire che pioveva. Questa sera, un paio di colpi di tuono ce li siamo concessi, ma nulla più, almeno finora. La discesa è lunghissima, quasi eterna; le luci del paese, sempre giù in fondo... Ma non ci si arriva mai. Con sorpresa, l'ultimo tratto di un paio di km si corre su asfalto. A Planaval, il punto di ristoro, a cinque km circa dalla prima base vita di Valgrisenche. Mi fermo qualche istante per indossare la giacca, mangiucchio e riparto. Quasi subito, la marcia mi riporta a quella strana sensazione: passo un po' impastato, fiato un po' corto. Strano, considerato il tratto di pianura e poi la salita finale, davvero blanda. Forse è colpa dell'abbigliamento sbagliato; temevo di patire il freddo, ma mi sono coperta un po' troppo. Almeno, cerco di convincermene... Nei brevi tratti di discesa, provo a correre, ma le gambe rifiutano. Non le forzo. A Valgrisenche accendo il telefono quei pochi istanti che bastano per chiamare mammà, anche se sono le dieci e quaranta; "Sei già lì? - risponde, con la voce un po' melmosa per il sonno - "Allora quest'anno lo fai due volte il giro!". Se solo immaginasse, se solo immaginassi...

Alla base vita di Valgrisenche trovo, puntualissimo, il borsone giallo e conquisto la prima spillina. Un'ondata di felicità mi travolge: e una... Scortata da uno degli instancabili volontari, scendo nel locale dedicato a chi vuol darsi una sistemata, senza però far la doccia. Stendo qualche istante maglia e canotta ad asciugare; mi ripulisco alla bell'e meglio con i fazzolettini bagnati; stendo un nuovo strato di Pasta di Fissan sui piedi; metto nello zaino il poncho. Tappa toilette con tanto di lavaggio denti: sì, prima di andare a mangiare, è vero, ma non ha molta importanza; tanto, in questa corsa si mangia in continuazione... Trovo diversi volti amici, sia nello spogliatoio che a tavola. Un piatto di pasta, un uovo, due pezzi di crostata, due lattine di Red Bull che tracanno un po' nella speranza di un aiuto per la notte, un po' per golosità smodata nei confronti di questa bibita. E un po' di cioccolato in tasca, da sgranocchiare salendo.
Dovrei concedermi più tempo, più pause, lo so, ma non ce la faccio. Un attimo dopo sono già fuori. Mi avvio verso la terza salita, il Col Fenetre. Una voce nella notte: mi raggiunge Ernesto, l'angelo custode che l'anno scorso mi ha trascinata lungo l'ultima salita e fino a Courmayeur a velocità per me fantascientifica. Attacchiamo la salita ridendo e scherzando, in compagnia di un terzo elemento che insegue la moglie in fuga. Lunga e ripida salita nel fitto del bosco. Gocce mi colpiscono la gamba sinistra: che piova? Eppure è strano... Cadono sempre lì? Probabilmente è colpa della borraccia sistemata sullo spallaccio sinistro. Sarà bucata. Meno male!
Un tratto della salita taglia in verticale un pendio erboso. Vedo salire i fari di un auto... Ma guarda tu, non mi ero mai accorta che qui passasse una strada. Alzo gli occhi al cielo; un bellissimo firmamento di stelle... Esulto. Ancora bosco e poi un tratto di salita irregolare, sotto il cielo aperto. Il Rifugio nonché punto di ristoro spunta all'improvviso dietro una spalla erbosa. L'intenzione è di fermarsi lo stretto necessario per bere qualcosa di caldo, poi ripartire subito, per non rabbrividire. In effetti, trangugio volentieri una tazza di the... Ma non tocco quasi nulla di solido, non ne ho voglia. E non è un buon segno.

Mi rimetto in cammino un attimo prima di Ernesto, che mi raggiunge. Breve tratto di strada sterrata, un paio di curve, poi la salita riprende. Il mio compagno di viaggio è perplesso: ma non si doveva scendere, adesso? No, niente affatto, c'è ancora un bel tratto di salita. Solo che nemmeno io lo immaginavo così lungo e così duro. Contro il cielo nero s'intravede appena la sagoma della montagna, il contorno lo disegnano le stelle. Il passo è all'incirca lassù... Ma è un "lassù" che non arriva mai. Nel giro di pochi minuti, il mio passo diventa estremamente pesante, lento, impastato; il fiato sembra non giungere più ai polmoni, per quanto io sbuffi come una ciminiera. Le gambe non vogliono più scorrere una davanti all'altra; ogni minimo muscolo è pervaso da un senso di fiacca impressionante. I metri diventano chilometri, altri corridori mi sorpassano; solo Ernesto rimane alle spalle, forse non s'è ancora accorto di nulla, forse ha pietà di me. Il panico mi travolge. La fila delle lucine è lontanissima, là in alto... Come ci arrivo, io, lassù? Pianto i bastoncini con rabbia, ce la metto tutta, ma l'andatura è sempre più goffa, il respiro sempre più affannoso. Mal di testa improvviso e penetrante, un senso di nausea altrettanto violento; qui va a finire che tra poco svengo...
Mi sembra siano passate ore di tormento, quando finalmente la frontale illumina l'ultimo tornante. La discesa non aiuta: un lungo tratto corre su un sentierino che ha sì un buon fondo, ma una pendenza severa e, quel che è peggio, il baratro al fianco. Ho il terrore di scivolare, soprattutto in questo stato, con le gambe malferme ed i capogiri. Ma mi spiace rallentare Ernesto; faccio del mio meglio per scendere. Ma non c'è verso, la stanchezza non mi molla; inaudita tribolazione giù per questa discesa infernale, che ad un certo punto diventa tutta pietroni, sconnessa, ostica, odiosa. E non finisce mai... Non finisce mai, anche se Rhemes sembra lì sotto ad un tiro di schioppo. Nausea, brividi. Mi costano tanta fatica persino quelle poche centinaia di metri in pianura, su asfalto, per arrivare al ristoro.
Ernesto patisce il sonno, decide di fermarsi qui a dormire un po'. Io vado a caccia di caffé, una tazzona colma e con tanto zucchero; la bevo d'in piedi, in un misto di confusione, smarrimento, preoccupazione. "Non ho più forze", rispondo a chi mi chiede come va... E non lo dico così, tanto per dire. Provo a mangiar qualcosa, ma la nausea me lo impedisce. Riempo di cioccolato e biscotti vari il sacchettino che porto appeso alla cintura dello zaino, nella speranza di approfittarne quando starò un po' meglio, ma... Quando?
Ho fretta, ho paura. Mi tuffo fuori, nella notte, verso la quarta salita, ma non mi ci vuole molto per capire che sarà dura. Durissima. Bastano i primi metri di sentiero. Portare avanti i piedi è uno strazio. Calma Gian... Calma. Sali piano, piano quanto basta. Annaspo, proprio come i pesci cavati via dall'acqua, eppure sembra che l'aria si fermi in gola. Il battito del cuore, per un nulla, impazzisce, la gola brucia. Il Col Entrelor non è tenero, sono d'accordo, ma a me sembra di affrontare la Nord dell'Eiger... Rallento a dismisura, medito i passi, salgo al buio e non so dove sono, né quanto manca. Sembro il classico assetato che striscia nel deserto. Tanta, troppa gente mi raggiunge e passa oltre. E lo sfinimento gonfia i pensieri negativi a dismisura. Calma, calma, calma, più calma di così... Dentro il bosco, fuori del bosco, passata quota duemila metri. Un cielo stellato meraviglioso suona quasi come una beffa. Qualcuno s'accoda; ormai non mi sposto nemmeno più per lasciarmi superare; ogni minima variazione di questo ritmo penoso mi costa un dispendio di energie eccessivo. Passeranno se e quando potranno... Due compagni di avventure restano dietro: così facendo, buttano benzina sul fuoco della mia inquietudine, anche se, poveretti, non lo possono sapere... Mi affanno ancor più per non rallentarli, ma rischio davvero che il mio respiro diventi un rantolo. Il sentiero è sempre più ripido, sempre più ripido, non ce la faccio più... Le lacrime ormai annebbiano quel poco di vista notturna che ho. Uno dei due corridori passa avanti; provo a seguirlo, ci riesco per un po', ma a prezzo di una fatica distruttiva. Mi incoraggia, dice che mancano meno di seicento metri di dislivello: in queste condizioni, per me, un abisso... Dai Gian, devi stargli dietro, devi. La puntura nel petto, sul fianco, tra le costole, si fa sentire perentoria, mi toglie quel poco di fiato. La voce squillante di Ernesto, che mi ha già raggiunta, è il colpo di grazia al mio morale già sottoterra...
Ormai non posso più nascondere a me stessa la verità. Quel che mi sta succedendo è lo stesso malanno che mi ha colta alla "24h del Parco Sempione", a Milano, a giugno, e poche settimane dopo all'Ultrabalaton; finite entrambe in ambulanza, alla diciassettesima ora di gara ed al centesimo km rispettivamente. E poi, a fine luglio, all'Ultra Tour du Beaufortain, dove non ho avuto bisogno di soccorso solo perché, dopo cinquanta km di fatica e di pena, sono stata fermata per aver oltrepassato il cancello orario... Ma speravo, dopo un mese e mezzo di cura con un buon integratore e, sì, anche un po' di riposo, di esserne fuori. Ad agosto, le due maratone a Foglizzo, il giro del Monte Bianco, la Susa Susa in bici, il giro del Monviso, ancora domenica scorsa i cinquanta km in Roero, e stavo bene... Invece no, non ne sono fuori affatto. Non abbastanza, perlomeno.

La situazione precipita nell'ultimo tratto di salita. Sono costretta ad alternare il passo alle soste, mi sento soffocare, sempre che prima non mi scoppi la testa. E non riesco a fare a meno di piangere... Ernesto dev'essersi reso conto di ciò che sto vivendo, perché non cerca nemmeno più di incoraggiarmi. Prego lui e gli altri che mi seguono di andare, di non preoccuparsi, vorrei dire di levarmi almeno dalle spalle il patema di causare loro un ritardo... Le ultime decine di metri di dislivello, quassù, sono una coltellata. Infiniti scalini ed io non ho la forza di sollevarmi, non ce l'ho nelle gambe né nelle braccia. Il cielo sta schiarendo, l'anno scorso l'alba mi aveva colta più in basso, maledizione, sarei in vantaggio e invece guarda che disastro... Gian, piantala, il cronometro è l'ultimo dei tuoi problemi adesso. Devo trascinarmi fino in punta ed ho l'impressione che non ci arriverò mai...
Ci arrivo, invece, ma distrutta, sfinita. Ernesto passa oltre, vuol prendere vantaggio per poter dormire un po' a Cogne; lo saluto con rammarico, chissà se ci arrivo, io, a Cogne... Per mia fortuna, questa discesa non si può certo dire pericolosa. Sono così malferma sulle gambe che, se accanto a me ci fosse un baratro, ci finirei dentro di sicuro. Sento la testa, le orecchie, il palato, persino i denti pulsare. Cammino piano, passi stentati, brividi di freddo continui; il sole illumina appena le cime, ma ci vorrà un'eternità perché arrivi a me. Mi sforzo di dare un tono allegro a quelle poche parole che scambio con altri corridori, ma provo una tristezza infinita. Anche scendere, pure su un sentiero comodissimo, è dura da morire. Un paio di volte barcollo, mi fermo, mi siedo, ma congelo. Ancora in marcia: i laghetti, l'alpeggio, l'altro alpeggio. Una ragazza sembra patire quanto me; ha avuto una congestione, prova nausea e mal di stomaco. Purtroppo, nella mia scorta di farmaci, non c'è nulla che possa aiutarla, anzi...
Oltre il secondo alpeggio, il sentiero si rituffa nel bosco. E' ancora lunga, tanto, troppo lunga. Sono un sacco vuoto, e moralmente a pezzi. Io ci provo ancora, ce la metto tutta, ma ormai è finita... A meno di un miracolo, ma i miracoli non esistono.
Eaux Rousses, finalmente il ristoro. Benedetto chi ha inventato il wc chimico, trovo un po' di sollievo per il mio pancino sconvolto, ma non riesco a mangiare quasi nulla. Ormai sono digiuna da troppe ore. Trangugio bibite dolci, le uniche che io riesca a mandar giù volentieri, ma nient'altro, grazie alla nausea che non mi dà tregua. Mi accascio qualche minuto sulla panca, sfinita. Che fare adesso? Beh, dubbi non ce ne sono. Devo ripartire, questo è certo. Il Col Loson, la Cima Coppi del Tor; tremilatrecento metri di quota, duemila metri di dislivello di qui a lassù. Un'impresa disperata...
Riparto tra i singhiozzi; ormai non mi curo nemmeno più della brutta figura. Ormai so che è tutto finito, che il mio sogno straordinario sta scorrendo via dalle mie dita come sabbia finissima. Non so che ora sia, potrebbero essere all'incirca le otto; i raggi del sole non sono ancora arrivati quaggiù. Levo la giacca, guardo il sentiero. Forza Gian. Attacco la salita con una lentezza degna del peggiore dei merenderos da montagna domenicali. Un passo, un altro passo, lentissimi; un bastoncino, l'altro bastoncino. Il cuore non tollera, batte all'impazzata; il mal di testa, sopito per qualche momento, torna a tormentarmi. Il Col Loson è un'ascesa molto lunga, ma mai terribile, salvo forse negli ultimi trecento metri di dislivello. Ma per me, adesso, è drammatica. Un passo, un altro passo, annaspo, un passo, ancora un passo, corridori che salgono sciolti, mi superano, se ne vanno. In questo istante, se mi guardassi, mi farei pena. Piede destro avanti, piede sinistro avanti, ci devo pensare bene, per muoverli. Sono disperata... Perché? Perché a me, perché oggi, perché qui? Perché, dopo un anno di sogni ad occhi chiusi ma soprattutto ad occhi aperti? Perché?
Raggiungere la baita dei guardiacaccia mi costa un tempo infinito. Alcuni colleghi sono fermi nei pressi del laghetto, chiacchierano tranquilli, beati loro... Passo oltre senza nemmeno salutare, non ne ho cuore. Ora il sentiero spiana, diventa quasi una strada sterrata, comoda ed agevole, ma nemmeno questo mi aiuta. Non vedo più nessuno davanti, nessuno alle spalle, non riesco a procedere, sono sfinita. Sta nascendo una meravigliosa giornata di sole ed io vorrei sparire... La salita riprende e, con essa, il peggio delle mie tribolazioni. Mi muovo al rallentatore. Raggiungo il ponte, seguo il sentiero che tutto si può dire fuorché ripido, proseguo piano, ma non basta più. Pochi passi e mi mancano le forze; mi siedo, la testa che scoppia. Atleti sfilano e proseguono. Mi rialzo a fatica, riparto, percorro un po' di strada, ma devo ancora sedermi. E ancora, ed i tratti di camminata sono sempre più brevi, ed il colle è lassù, ad anni luce di distanza. Male al petto, mal di testa, vampate di calore e poi brividi. Mi sdraio un paio di volte, riparto, soffoco, mi appoggio ai bastoncini; le pause sempre più lunghe e penose. Conto dieci passi ed una pausa, dieci passi ed una pausa. Ma ho ancora troppe centinaia di metri sopra la testa...

Luciano mi raggiunge nel momento di peggiore sconforto. Mi sprona, perentorio, quasi mi ordina di seguirlo, ed io ci provo, per l'ammirazione che ho verso di lui che non molla mai, per la vergogna della brutta figura, sentimento che mi coglie di fronte a ben poche persone al mondo. Ma lo spazio tra me e lui diventa sempre più ampio, non ce la faccio più a colmarlo. Ed ho paura di dargli fastidio con la mia lentezza. Approfitto di una sua pausa per fermarmi anch'io ed abbattermi su una pietra... Ma, quando riparte, non sono più in grado di seguirlo. Resto lì, a vedermi passar davanti agli occhi gambe e ginocchia altrui, a singhiozzare con la testa dolorante tra le mani, a farmi pena e rabbia per lo straccio che sono diventata. Non so che fare: forse dovrei tornare giù a Eaux Rousses... Sarebbe la scelta più saggia, ma non ce la faccio ad incrociare quel serpentone di corridori che sale. No, morirei di pena. Ma come ci arrivo, al colle? E' l'ultimo obiettivo, almeno il colle... Poi basta, poi per me è finita, inutile, questa non è la crisi che va e viene.
Qualche volto noto mi sorpassa, mi chiede cosa succede, mi incoraggia, ma ogni volta per me è una coltellata. La distanza che mi separa dal colle è infinita. Devo tornare giù... No Gian, non puoi tornare indietro. Non hai scelta, sali. Il vento quassù è gelido, ho i brividi, la nausea. La pietraia... Guardo in su, quei trecento metri che negli anni scorsi, sia in gara che in vacanza, ho percorso con presuntuoso entusiasmo. Sono un abisso. Non ce la farò mai... I passi tra una pausa e l'altra si riducono, non più dieci, molto meno; salgo quasi a forza di braccia, le gambe non rispondono più, ma rantolo, niente più aria nei polmoni. E la sella del colle sembra allontanarsi... Capogiro, voci che sembrano lontanissime, che rimbombano nella scatola cranica. La fitta nel petto non mi dà tregua. E' finita, quest'anno è finita... Un passo, un tornante, una fitta, una pausa, un altro passo, due, tre, penosi. I gruppi che mi precedono segnano il tracciato del sentiero... Non ci arriverò mai, io, lassù.

All'improvviso, due mani mi afferrano quasi con rabbia, la stessa rabbia nella voce: "Dammi lo zaino", ripete. Mi vien quasi da ridere, un riso isterico, toh, guarda chi si vede... Ma riesco solo a piangere. E' Giorgio: sapevo che sarebbe venuto a vedere il passaggio della gara, lui che quest'anno non si è iscritto, e sapevo che oggi sarebbe stato a Cogne... Ma non mi aspettavo di trovarlo quassù. Rifiuto di cedere lo zaino; è leggerissimo, non cambierebbe nulla, e poi non se ne parla; o ci arrivo con le mie forze, lassù, o non ci arrivo proprio. Lo seguo, perché devo, ma non è facile; le mie forze sono davvero al lumicino. Il mio calvario si attenua al colle, tra le lacrime, ma non finisce... Protesto, vorrei che Giorgio se ne andasse per la sua strada, che evitasse di perdere tutto questo tempo per me. E non voglio sentire i suoi incoraggiamenti. Per me è finita, vorrei solo arrivare a Cogne, ma è finita. Sei ore per salire al Col Loson, quando di norma impiego meno della metà del tempo... Non ha alcun senso. Non è la crisi di un momento. E' dalla scorsa notte che vado avanti così. La discesa calma un po' i nervi, ma prolunga lo strazio; cammino piano, a fatica, ascolto il mio cuore che sembra una mandria di cavalli al galoppo. Le ceneri del mio sogno più bello. Mi sforzo di chiacchierare, chiedo notizie di Matteo che per fortuna procede bene, almeno lui, ma nell'animo ho già indossato il braccialetto nero a lutto. Tutto quel che ho sognato, sperato, visto come se fosse vero davanti ai miei occhi, per dodici mesi infiniti... Tutto quel che contava per me, finito, demolito. Come se qualcuno mi avesse levato la terra da sotto i piedi... Qualcuno mi dica che è un incubo, per favore. Qualcuno mi svegli...

Impiego un'eternità a raggiungere il Rifugio Sella. Giorgio continua a ripetere che non mi ritirerò, che devo solo riposarmi e ripartire. Io penso alle sei ore dell'ultima salita, penso alle forze che non ho più. Penso al tempo che ho perso, a quello che perderei, al fatto che sarei poi costretta a viaggiare quasi senza più margine rispetto ai cancelli orari... Penso che mi troverei per forza a ripartire di notte, che affronterei un'altra salita con la stessa pena di quella appena superata, che non potrei fare a meno di fermarmi mille volte, ma nel freddo della notte. E che magari finirei per costringere i soccorsi a venirmi a raccattare... No, non ha alcun senso.

Una processione di dolore fino al Rifugio Sella. Il percorso è di una facilità disarmante, almeno fin qui, eppure io procedo come un infortunato reduce da mesi di gambe ingessate. E il bello, ironia della sorte, è che non ho dolori muscolari, non sento le gambe stanche in quel senso. Sono un'automobile in condizioni perfette, a cui manca la benzina.
Al Sella, i volontari ed il pubblico salutano ed incoraggiano. Possibile che nessuno capisca come sto? Perché non tengono le bocche chiuse? Anche qui, al punto di ristoro quasi non riesco ad inghiottire nulla. Due metri di risalita mi massacrano, ancora una volta, il cuore, per non parlare della discesa da qui in poi: interminabile e rognosissima, tutta su pietre e ciottoloni disposti male, infidi, scivolosi, una disperazione. Più volte chiedo a Giorgio di andarsene, ma non molla. Ha deciso di scortarmi fino a Cogne...
Troppe volte mi inciampo e scivolo; studio con pena i passi per non finire a gambe all'aria. Ci mancherebbe solo una visita al Traumatologico... Ancora pietroni, ancora e ancora. Voglio solo arrivare a Cogne, il Tor non esiste più. Quest'anno è andato tutto storto, quasi tutti gli appuntamenti a cui tenevo, sprecati così, rubati da non so cosa. Qualcuno sostiene che il mio corpo non regga più la mole di km che gli infliggo; può darsi, ma io so solo che, l'anno scorso, per diversi mesi ho partecipato a prove di corsa di oltre cento km tutte le settimane, senza contare le uscite per conto mio, e stavo benissimo... Dall'autunno scorso, purtroppo, ho dovuto rinunciare a molto, non certo per scelta ma per necessità; è stato un anno brutto, penoso, pesante su troppi fronti... E questo è il risultato. Altro che eccesso di allenamento.
La luce gialla del tardo pomeriggio illumina l'abitato di Valnontey. Se non altro, la discesa da tregenda è alle spalle. Ancora qualche breve tratto di saliscendi e poi, alle porte di Cogne, troviamo Enrica, la compagna di Giorgio. Poche centinaia di metri e ci separiamo: loro sono giunti all'albergo; continueranno, nei prossimi giorni, a girare in montagna ed a seguire la corsa. Io entro in paese, con le lacrime che vorrebbero schizzar fuori quando gli spettatori da ogni angolo applaudono con fragore ed io so che quegli applausi non sono più per me... Il tempo di entrare nel locale docce e non riesco più a trattenermi. Sfogo tutta la mia tristezza in un pianto dirotto che non è, purtroppo, liberatorio. Una volontaria, persona stupenda, si ferma a parlarmi, fa di tutto per aiutarmi. Devi mangiare, devi dormire qualche ora, poi decidi... No, io non ce la faccio più. Lo so, nessuno può capire perché nessuno è nei miei panni, ma questa volta, se decido di proseguire, rischio grosso. E non è per me la preoccupazione, quanto per chi dovesse partire in mio soccorso. Un conto è l'incidente imprevisto, un conto è proprio andarsele a cercare, le grane... Faccio la doccia, trangugio un piatto di pasta. Con il mio borsone, preparato con tanta cura, e con lo zainetto miseramente abbandonato a terra, mi siedo su una panca, sotto il tendone del punto di ristoro, in attesa della navetta. Osservo i corridori che arrivano, quelli che partono, con uno strazio infinito. Se potessi scavare una buca e sparire... Tanti mi salutano, a tutti ripeto la stessa nenia: "Non ho più forze. Non ce la faccio più". A casa l'ho già comunicato, con un dispiacere senza fine. Questa corsa per me era tutto. Sarò esagerata, può darsi, sarò frivola... Ma io credo che tutti più o meno abbiano un obiettivo, un sogno da inseguire con anima e corpo, e non credo che, per tutti, si tratti di trovare la cura universale per il cancro o portare la pace nel mondo. Il Tor des Geants, da quando esiste, per me è diventata la madre di tutte le passioni. E qui, dopo nemmeno un giorno e mezzo di gara, su questa panca è finito tutto. Crollato, come il vetro di una finestra sfondato da una pietra, con lo stesso fragore. Lo ammetto, non ero preparata, anche se l'avrò ripetuto chissà quante volte, che una corsa così non si può mai dare per scontata. Non ero pronta a fallire. Posso piangere, ma non serve, eppure che sforzo devo fare per sorridere a chi mi si avvicina. Atleti che girano con il piatto in mano e le ciabatte, atleti che si fanno tagliuzzare e sforacchiare dagli infermieri, atleti stravolti e chini sui tavoli. Altri atleti che si fermano, come me, ma siamo in pochi.

La navetta, il ritorno, Courmayeur. Il punto di sbarco è a poco più di un km dalla mia auto; mi carico il borsone in spalla, mi avvio, ma a pena di una fatica enorme e di innumerevoli pause. Come al Col Loson. Come a Milano, alla 24h abortita; che fatica mostruosa il ritorno alla Stazione Centrale, alle cinque di mattina in una città orrenda e deserta, e gelida, benché fosse giugno, ma forse era solo colpa del mio stato larvale... Sono sfinita, ma non voglio restare qui un minuto di più. Mi fermerò lungo il viaggio, se necessario. Sono quasi le undici di sera, accendo il motore, riparto. Ci vorrebbero i tergicristallo anche per gli occhi. Seguo la strada statale fino a Quincinetto; mi fermo a dormire, non so bene dove; viaggio a velocità di lumaca, per il resto. Verso le quattro sono a casa, mi assalgono i miei adorati pelosi, che nulla sanno della mia tristezza e sono solo felici di rivedermi. Il mattino dopo, in ufficio. Senza più voglia di nulla...

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Sono trascorsi alcuni giorni ormai. Oggi, a Courmayeur, dovrebbe aver avuto luogo la cerimonia di premiazione del Tor, quella a cui mia mamma già pensava da tempo: "Poi la domenica andiamo su a prendere il premio"... Ovviamente non m'è passato per l'anticamera del cervello di partecipare. Lo so, non è affatto sportivo da parte mia, ma, dopo il mio ritiro, non ho più voluto sapere nulla di nulla, né via internet, né dai giornali, ed ho proibito a chiunque di nominare in mia presenza qualsiasi cosa che avesse a che fare con il Tor des Geants. Disfare il borsone giallo, ripensando a tutto quel che avrei voluto utilizzare, dove e come, è stato uno strazio; via le maglie, i pantaloni, le calze, via il fischietto, la benda, le borracce, via tutto, tornato nel buio di armadi e cassetti senza aver potuto vivere, nemmeno per un po'. Non era una gara qualsiasi, non era solo una gara. Ora, nei giorni grigi d'ufficio, nei momenti bui, non ho più il mio sogno. Il Tor des Geants, non mi vergogno a dirlo, è stato per me fonte della più grande gioia e della più profonda delusione che nulla potrà lenire. Mi dicono "Ti rifarai l'anno prossimo", certo, come se altri dodici mesi d'attesa fossero bazzecole; mi dicono "Pensa che hai tante persone che ti vogliono bene", io penso, senza falsa ipocrisia, che nessun affetto umano può colmare la perdita del "mio" Tor, e quelle persone che mi vogliono bene lo sanno, e della mia ipocrisia non saprebbero che farsene. Penso che non ho più voglia di correre altre gare, e del resto in questo stato non potrei, perché, a distanza di alcuni giorni, la mia condizione fisica non è purtroppo migliorata ed anche le scale di casa sono una via di settimo grado. Penso che ho fatto le analisi del sangue ed attendo i risultati, ma che in fondo non m'interessa sapere perché, se non riesco più a correre come voglio. Penso che ieri sono andata a scarpinare ai piedi del Monviso, pur con una fatica inaudita, penso che un po' il sole e le pietre ed i rifugi mi hanno fatto sentire meglio anche se alla sera non stavo più in piedi dalla nausea, ma penso che nulla sia più come prima. Perché il Tor è come il grande amore della letteratura e dei film, ti sconvolge la vita, se ce la fai. Ma, se non ce la fai, se prima lo conquisti e poi lo perdi così, senza poterci fare proprio nulla, allora la vita te la distrugge...

giovedì 30 agosto 2012

26 AGOSTO 2012 - PROVE DI TRAIL INTORNO AL MONVISO

"Sì, ma guarda che io vado piano... Vado davvero piano!". "Non preoccuparti, ci saranno vari gruppi, ci sarà chi va di corsa ma anche chi cammina... Tranquilla, ci sarà qualcuno che va più piano di te!". Già qualche settimana fa, quando abbiamo combinato per telefono l'appuntamento, le rassicurazioni di Silvio mi avevano ispirato ben poca fiducia. Alle sei e un quarto dell'ultima domenica di agosto, nel parcheggio a Verzuolo, una rapida occhiata alla squadra di partecipanti, una quindicina di loschi figuri, me lo conferma: le mie perplessità erano più che fondate. Maglietta, o addirittura canotta, e pantaloncini sono la divisa che va per la maggiore; assenza di zaino o zainetto microscopico, quasi un marsupio, l'equipaggiamento medio con cui i componenti della truppa che anima il piazzale si presentano per affrontare il giro del Monviso in tappa unica. Nella versione che conosco io, il tour consiste in trentacinque km di marcia per poco meno di tremila metri di dislivello; tuttavia, a giudicare da quel che ho capito, l'itinerario di oggi prevede uno sviluppo più ampio, pensato una manifestazione di corsa in montagna che potrebbe avere il battesimo, con un po' di fortuna, già la prossima estate. Chi affronta così, (quasi) nudo e crudo, un tracciato che sfiora i tremila metri di quota e per gran parte si sviluppa intorno ai duemila... Beh, ha intenzione di impiegare poco, pochissimo tempo. Ed ha di certo un'incrollabile fede nella stabilità delle condizioni meteo.
Sulla piazza di Pontechianale, il gruppo si rinforza con un'altra infornata di elementi ben poco raccomandabili e sempre più ignudi, nonostante la temperatura di una limpidissima mattina di fine estate che sa già di precoce autunno, a circa 1.700 m di quota. Sono intirizzita e desolata. Già la differenza nell'abbigliamento e nell'equipaggiamento - io son qui con i manicotti, le calze alte ed i bastoncini - la dice lunga sull'abisso che mi separa dal resto del gruppo. Non mi stupirei di veder spuntare coltelli tra i denti... Trovo un po' di conforto nell'unico individuo abbigliato come un essere umano, con pantaloni lunghi e pile: speriamo che partecipi davvero anche lui... E' vero, l'abito non fa il monaco, ma io son sicura, potrei metterci già adesso la mano sul fuoco, che oggi il mio ruolo ufficiale sarà quello della palla al piede, nella speranza che qualche piede mi attenda almeno fino al tratto di percorso che non conosco e che si dice sia piuttosto ostico.
Mentre fervono gli ultimi preparativi, una coppia di anziani villeggianti attraversa la piazza e si ferma ad osservare lo strano esercito: sui loro volti, la stessa espressione interdetta che si potrebbe assumere trovandosi davanti ad un piccolo omino verde con tre occhi e sette zampe. Li immagino escursionisti della vecchia scuola, di quelli che non muovono un passo senza scarponi ai piedi e zaino da tre metri cubi sulle spalle... E, pur avendo da tempo felicemente abbandonato gli scarponi, condivido il loro sconcerto.
Fremo in attesa della partenza, un po' per il freddo che morde i muscoli, un po' perché penso che è tardi, sono le sette e mezza passate, il sole è già alto ed a me si stringe il cuore, perché è così bello partire prima dell'alba, veder nascere la luce e sapere che le ore di chiaro potranno essere sfruttate proprio tutte... Oggi non decido io, mi tocca adattarmi, però adesso basta chiacchiere, per favore... Andiamo!
Un'ultima occhiata languida alla testa della valle, al Colle dell'Agnello che neanche quest'anno ho raggiunto in bici; manco ormai da troppe estati... Un gruppetto si avvia verso il lago; prontissima, mi aggrego.
Come previsto, la partenza è di corsa. Posso capirlo; il giro del lago è un sentiero quasi pianeggiante, si presta bene a correre. Il mio problema è quel "quasi", unito al mio cuoricino che, in avvio e per almeno un paio d'ore, mal sopporta qualsiasi sforzo, soprattutto se improvvisamente intenso. Così, i primi brevissimi tratti in salita mi infliggono già metri di distacco dal resto della mandria. Tutto ciò ha anche il suo lato positivo; il distacco fa sì che nessuno possa udire i miei penosi rantoli. Una partenza così significa dolore forte al petto, respiri che sembrano spasmi, gola che brucia e sensazione di lingua gonfia, più grossa dello spazio atto a contenerla. I miei compari sono sempre più lontani; il bosco e le curve li nascondono. Li vedo sciamare sulla diga, mentre io sono ancora sul sentiero; a Borgata Castello sono già spariti. Tutti, tranne Silvio che, secondo me, comincia solo adesso a capire quel che intendevo io, per "piano". Un cagnone si stiracchia sulla soglia di una casa: in altre circostanze, mi sarei fermata ad accarezzarlo. Oggi no, chi si ferma è perduto, proprio nel senso letterale del termine, perché il tracciato della prima parte del giro mi è ignoto. Invece di imboccare il sentiero che sale al Rifugio Vallanta, infatti, procediamo un centinaio di metri lungo la strada asfaltata, per poi seguire, a sinistra, l'indicazione per il Bosco dell'Alevè ed il Lago Bagnur. All'imbocco del sentiero, un paio di anime caritatevoli ferme in attesa. Mi metto in coda, ben determinata a limitare il più possibile il disagio che creerò a chi vorrà avere la misericordia di aspettarmi: ma non si può cavar sangue da una rapa, men che meno da una rapa sovrappeso e senza fiato. Star loro dietro è una fatica per me insostenibile. Passi corti, veloci, conficco i bastoncini nella terra, quasi quasi infilzo persino la roccia; nei polmoni caccio tutto il fiato possibile, ma Silvio ed i compari lentamente si allontanano. Non posso esagerare, non ce la farò mai a tenere questo ritmo tutto il giorno... Non ce la farò nemmeno per la prima salita! Il cuore sembra lì lì per scoppiare; in fondo questo è un ottimo luogo ed un'ottima circostanza per defungere, verissimo, ma se proprio devo scegliere, preferirei passare a miglior vita solo dopo la conclusione della giornata. Non alzo nemmeno lo sguardo da terra; troppo alto il rischio di inciamparmi e volare lunga distesa. Le radici degli alberi che affiorano dal terreno, poi, sono insidiose anche se ci si mette il piede sopra: scivolose come saponette. Ed il mio equilibrio, nella foga, è più che mai precario.
Solo quando uno dei compari si ferma a legarsi una scarpa o frugare nello zaino, riesco ad avvicinarmi. E nei brevi tratti in piano, nelle radure. Se non altro, il cielo è limpidissimo. Solo quando la pendenza concede un po' di respiro riesco a partecipare alle discussioni: un sovrappiù di fiato giunge in mio soccorso soprattutto quando il discorso va a toccare il tema dell'organizzazione di corse in montagna, con l'inevitabile scivolone: "Eh ma in Valle d'Aosta è facile organizzare trail, ti coprono di soldi". Forse non sono queste le parole, ma questo è il succo del discorso, che mi fa spuntare tutti gli aculei dritti come ai ricci. Io sono del tutto ignorante in materia di organizzazione, ma di una cosa sono arcisicura: per mettere in piedi eventi "monstre" come il Gran Trail Valdigne o il Tor des Geants - cito questi perché li ho vissuti sulla mia pelle - si può avere anche a disposizione più denaro di quel che ne contiene il deposito di Paperon de'Paperoni, ma, se mancano le capacità e l'esperienza necessarie, come si dice dalle mie parti, "ciau bale". Il Tor poi è un capolavoro assoluto di bellezza, di efficienza quasi militare, di partecipazione. Non posso credere che chi l'ha creato e ci lavora non ci metta il cuore e l'anima. Poi, ben venga la pioggia di dobloni, se serve a dare vita a qualcosa di bello e di vantaggioso non solo per gli atleti, ma per l'intera regione. "Sì ma tanti organizzatori ci guadagnano". Uff... E allora? Di grazia, qualcuno vuole spiegarmi per quale motivo il guadagno debba essere per forza demoniaco? Se qualcuno è contento di lavorare per soddisfazione personale e con spirito di volontariato, ben venga, gli fa onore, ma non trovo nulla di male nel fatto che invece qualcun altro tragga un profitto dall'organizzazione di una corsa. A patto, naturalmente, che sia tutto alla luce del sole. Mi sembra appena normale pensare che il lavoro vada remunerato. Dopotutto, correre è una passione, un divertimento, come lo sono il cinema o il teatro. Se vado al cinema o a teatro, non mi stupisco di dover pagare un biglietto anche per il profitto di chi mette a mia disposizione lo spettacolo. Perché non dovrebbe essere così anche nelle manifestazioni sportive?
La fatica purtroppo mette a dura prova quel poco di ars oratoria che mi ritrovo. Mi tocca abbandonare la contesa, onde evitare di soffocare. Non conosco questo tratto di sentiero; è con una certa sorpresa che mi ritrovo in una radura, con un piccolo rifugio. Sull'erba, casse acustiche e strumenti musicali: pare che, più tardi, qui si tenga un concerto. Sulla soglia del rifugio, una bella veranda in legno, ritrovo la truppa di corridori riunita. Lì per lì, resto basita: ma come... Mi avete fatto sputare i polmoni per raggiungere questo posto a rotta di collo e poi siete tutti lì seduti a contarvela? Non avrebbe avuto più senso andar con calma ed evitare la lunga pausa? Com'è ovvio, non una parola di tutto ciò esce dalle mie labbra; sono ospite e per di più in difetto, in quanto palla al piede. Il gestore del rifugio esce con una caraffa di caffé ed i bicchierini di plastica: sogno o son desta? Un caffé con lo zucchero, un po' di conforto per il mio povero cuore... Saluto con dispiacere lo splendido bovaro bernese che nel frattempo s'è insinuato nel gruppo a raccogliere coccole; è meglio ripartire, mentre altri possono permettersi il lusso di indugiare ancora un po'. Breve tratto di discesa su sentiero, poi si torna a salire, per fortuna. In breve i velocisti mi superano e spariscono in alto; qualcuno resta un po' indietro a discutere di itinerari e bivi, mentre io faccio del mio meglio per guadagnare terreno. Non certo per senso di competizione: solo per farmi poi aspettare un po' meno... Di lì a poco, si compone una fila di cinque elementi. Io sono la locomotiva e ciò mi crea ansia: non voglio fare da tappo, ce la metto tutta, sbuffo, ansimo, quasi quasi agonizzo, con la gola in fiamme e la nausea che sale. Enorme dispendio di energia per un risultato miserrimo, tanto che, dietro di me, si chiacchiera del più e del meno, con tranquillità.
Impiego un po' a raccapezzarmi ed a capire che siamo ormai nei paraggi del Passo San Chiaffredo. Di solito calco questi sassi in discesa: incredibile quanto possa cambiare un paesaggio, percorrendo la strada nel senso inverso rispetto al solito. Ormai gli alberi sono scomparsi: uno dei corridori gps-dotati annuncia che ci troviamo più o meno a 2.400 m di quota. Urca, non mi ero accorta di aver macinato tutta questa strada. Urlacci di scherno giungono dalla coppia di fuggitivi che ci precede di un centinaio di metri di dislivello: non ho il fiato né la confidenza necessari per mandarli al diavolo... Il sentiero lascia il posto a lunghi tratti di pietraia, finché non raggiungiamo il pianoro dei laghetti, quel tratto in cui il terreno è disseminato di pietre piantate in verticale, come tante schegge conficcate. Son passata di qui un'infinità di volte e non ho mai capito il perché di questo spettacolo curioso, senz'altro opera di mani umane. Quassù il branco perde il primo componente: proprio Silvio, uno dei promotori dell'iniziativa, è costretto a tornare giù perché non si sente bene. Ha la febbre, probabilmente. Jella al cubo!
Il sentiero concede un po' di respiro; un dolce saliscendi, un panorama da fiaba, riesco persino a muovere qualche passo di corsa. Davanti si discute se sia opportuno scendere al Rifugio Alpetto prima di raggiungere il Quintino Sella: sarebbe bello che la gara toccasse il primo rifugio del Cai, in occasione del centocinquantenario del sodalizio. Mentre il gruppo si ferma un attimo per raccogliere le idee, mi avvio lungo il sentierino che scende dolcemente sulla destra, in mezzo al prato. Perdiamo circa trecento metri di dislivello per raggiungere il bell'edificio in pietra, oggi meta di parecchi escursionisti seduti al sole a prendere fiato. Pausa alla fontanella di fronte al Rifugio, che risente della siccità e getta acqua ad intermittenza. La guida del gruppo si informa presso il gestore circa la via più opportuna per raggiungere il Quintino: alla fine, si opta per ripercorrere in salita un breve tratto della discesa appena compiuta, per poi imboccare il sentiero a destra al primo bivio. Una risalita tra prati e ruscelli, un'altra sofferenza per me che continuo ad inseguire invano. Anche qui, i compagni si allontanano inesorabilmente, mentre io annaspo. Solo un paio di anime pietose mi seguono fino al Rifugio: un atto di pietà... Anche qui, mi sorprende raggiungere il Quintino da una prospettiva tutta diversa dal solito. E il Monviso, imponente, di fronte a me. Altra brevissima sosta per riempire la borraccia, ma riparto subito, lungo il sentiero che arriva da Pian del Re. Un tratto che mi mette in grande difficoltà: tutto su pietraia, il terreno che odio di più e su cui procedo con lentezza esasperante, sempre. Mi vien da pensare che, qui, la traccia è già difficile da individuare in una giornata di tempo splendido, come oggi; volendoci far passare una corsa, sarà opportuno abbondare con la segnaletica, perché, se mai dovesse levarsi la nebbia, si finirebbe fuori strada in un attimo. A maggior ragione se la prova avrà il carattere di competizione esasperata con cui mi sembra nascere già oggi, nonostante le rassicurazioni.
Il tratto su pietraia è lunghissimo e mette a dura prova la mia pazienza. Ancor peggio per chi mi segue e si adatta, suo malgrado, al passo da tartaruga instabile. Solo uno dei colleghi, Paolo, sembra adattarsi di buon grado alla mia andatura, ed anche alla mia chiacchiera, almeno finché si viaggia in piano. I laghetti poco più in basso sfoggiano un bellissimo color verde smeraldo; in lontananza si vede il Pian della Regina e la strada che ancora sale verso Pian del Re. Ma, al bivio, pietà l'è morta. Si torna a salire, pare per altri trecento metri circa, destinazione Rifugio Giacoletti. E ancora una volta provo a forzare il passo. Certo, sto andando a ritmo molto più sostenuto rispetto alle mie abitudini, ma mi costa una fatica immensa che non sempre riesco a dissimulare. La nausea è sempre più intensa; le fitte al petto ricompaiono prepotenti. Non ce la farò mai, così... Ma il tratto di percorso ignoto e pericoloso dovrebbe essere quello immediatamente successivo al Giacoletti. Lì non posso permettermi di restar da sola. Oltre, me la caverò benissimo. Paolo segue in silenzio, senza apparente difficoltà. Il tratto finale della salita, sotto un bel sole limpido, è a tornanti secchi: ci sono parecchi escursionisti che tornano giù. Escursionisti, ma anche turisti che sembrano capitati qui per qualche strano scherzo del destino. Certe pance e certi deretani che mi domando per quale inimmaginabile legge fisica siano riusciti a compiere l'ascesa fin lassù... Ho fame, sete, sono disfatta. E demoralizzata. Se questa è la forma con cui mi presenterò al Tor des Geants tra due settimane... Possibile che io sia così lenta?
Al rifugio, breve sosta per il pieno d'acqua. Ho un gran mal di testa, ma preferisco affrettarmi. Si riparte verso la Via del Postino, mentre qualcuno illustra con minuzia di particolari la vicenda della morte di un escursionista, qualche tempo fa, proprio qui nei paraggi. A vedere il sentiero che si tuffa giù nel canalino pietroso, non mi stupisco che quassù qualcuno ci abbia lasciato le piume. La discesa mi porta via un'eternità di tempo; del resto, è davvero ripida, scivolosa, pericolosa. Gli appigli fermi per i piedi sono una rarità; mi aggrappo con le unghie e con i denti ovunque... Per fortuna, alcuni dei compagni di viaggio hanno la gentilezza di scortarmi. In altri tempi, quassù avrei avuto il terrore; ora, l'abitudine non mi manca, ma non posso certo affermare di trovarmi a mio agio, tutt'altro. Qui vale qualsiasi appiglio: le mani, i piedi, il didietro da posare sulle rocce prima che ci cada rovinosamente da solo. E la risalita non è da meno: il sentiero sparisce; al suo posto, solo scalini di metallo e corde. Impressionante, questo sì: ma non terribile. Sarà che ne ho sentito parlare in termini talmente terroristici che adesso mi pare quasi facile... Qui la decisione è unanime: la corsa non ci passerà. Troppo pericoloso. Meno male: quasi mi stupisco... Far passare da qui una gara abbastanza esasperata come sarà il giro del Monviso è da scriteriati: vorrebbe dire andare a caccia di guai assicurati. C'è un altro passaggio, più a valle, che dal Giacoletti si può imboccare per andare a finire sul sentiero che da Pian del Re sale al Colle Traversette: sarà quella la via più probabile.
Siamo ora nella valle del Pian del Re, che si vede alla nostra destra e sembra vicinissimo. Un lungo traverso ci porta ad immetterci sul sentiero che arriva proprio da lì. A questo punto, il grosso del gruppo prende il volo e se ne va, non prima di avermi chiesto se conosco il seguito del percorso. Nessun problema. Con me rimane Paolo, che, come me, accusa la fatica. La risalita verso il Traversette è aspra, tutta a tornantini ripidi su pietraia, fino alle casermette pericolanti. Non l'ammetto, ma fatico molto, anche se ormai ho tirato i remi in barca. Adesso si va su a modo mio, con calma. E' ormai pomeriggio inoltrato; le ombre sono lunghe, il vento gelido sulla pelle. Man mano che risaliamo il fianco della montagna, ci ritroviamo immersi nell'ombra, quello stacco netto tra la luce e l'oscurità che si vede solo in montagna nelle giornate limpide. Colle o galleria? Se non ho capito male, l'itinerario prevede il passaggio attraverso il Buco di Viso. I garretti mi portano faticosamente all'ingresso della galleria; Paolo non perde colpi, è sempre qui. Per fortuna, ho portato con me la pila frontale. Non sono mai passata attraverso il Buco di Viso. Infilo la giacca, per proteggermi dall'aria gelida, e mi ci butto. La pila frontale non mi permette di evitare una formidabile craniata contro la parete; un attimo dopo, si riemerge alla luce abbacinante del sole, con un po' di fatica per superare la strettoia strisciando come lombrichi. Chissà se i compari ci hanno attesi al colle? In tal caso, qualcuno li troverà mummificati lassù, la prossima primavera... Scendiamo chiacchierando lungo la pietraia. Ci fanno compagnia alcuni camosci, con tanto di piccoli. Anche questo è un tratto che necessita, in gara, di balisaggio capillare. Qualche diverbio con l'equilibrio, qualche dubbio sull'itinerario: il Rifugio Monviso è sulla sinistra, ma è giusto che il sentiero si allarghi molto verso destra. Percorriamo la discesa fino al bivio: al Rifugio, altra pausa per fare il pieno alle borracce. Un tentativo di corruzione, da parte di Paolo, nei confronti dell'asinello del Rifugio, per farsi portare a soma fin sul Colle di Vallanta cade nel vuoto. Coraggio: dovrebbe trattarsi solo più di cinquecento metri di dislivello, in uno scenario che toglie il fiato da quant'è meraviglioso. La mole imponente di Sua Maestà il Monviso ci sorveglia mentre percorriamo l'ultimo breve tratto di discesa, mentre superiamo il torrente, mentre sfiliamo accanto ai laghetti. La salita è aspra e ostica: ultima, certo, ma non ci risparmia la fatica. Soffia un vento gelido: tiro su i manicotti, rinuncio alla giacca solo per timore di perdere tempo. Strappi ripidissimi e severi, sfasciumi, pietraia, sentiero scuro e pietre nere, qualche lingua di neve. Ora che posso salire con più calma, mi sento meglio; la nausea è sparita. Paolo lamenta un po' più di fatica, ma mi segue senza gran difficoltà, anche se ogni tanto mugugna. Dal canto mio, provo ad incoraggiarlo: dai che non è tutta così... Dai che poi spiana. In effetti, il secondo tratto, ormai immerso nell'ombra, offre persino qualche brevissima contropendenza. Quel che esaspera, qui, sono i lunghissimi passaggi su pietraia. Ma la cascata di luce ed il vento che rinforza sono i chiari segni della vicinanza del colle: ci arriviamo prima di quanto io pensassi. Al cospetto della meravigliosa parete del Monviso.
Tiriamo entrambi un gran sospiro di sollievo. E' tardi, ma ormai ce l'abbiamo fatta. Se anche il buio dovesse coglierci - non ho idea di che ora sia adesso - da qui a Borgata Castello il sentiero è evidentissimo ed arcinoto, almeno per me.
Un maestoso stambecco accoglie il nostro passaggio al colle. Altri stambecchi, cinque o sei, poco più in basso, nel prato. Da qui in poi, decenza imporrebbe di correre a perdifiato fino a Castello: tuttavia, ammesso che le gambe lo consentano, cosa di cui dubito, il fatto è che non ne ho alcuna intenzione. Procediamo di passo, chiacchierando fitto fitto di lavoro, di corse, di cani. La parete del Monviso accompagna la tortuosa discesa verso il Rifugio Vallanta, con il sottofondo del fragore del torrente. L'entusiasmo ora è alle stelle, anche perché ormai ci sentiamo al sicuro; la lingua resta il muscolo più attivo.
Al Rifugio, indossiamo le giacche ed attingiamo alle nostre riserve alimentari. Non me ne vado prima di aver tormentato un po' il mastodontico San Bernardo, che credo viva qui da sempre, una sorta di Matusalemme in forma canina. La povera bestia sopporta in silenzio.
Dal Rifugio Vallanta a Borgata Castello, non correre è proprio una bestemmia. Il sentiero è quasi una strada bianca, facilissimo, con pendenza tenue. La valle è ormai tutta in ombra; un pastore richiama all'ordine le sue vacche, con urla secche e ripetitive. Cammina e cammina, torniamo al livello degli alberi, passiamo accanto a quel che resta di vecchi alpeggi in pietra, seguiamo il torrente. Man mano che scendiamo, l'aria si fa più pesante, carica di umidità. Mi dispiace tornare a valle. In vista del Lago di Pontechianale, le rampe del sentiero si fanno più severe. Chissà quanto, di tutto ciò, hanno visto i missili in forma umana che abbiamo conosciuto questa mattina. Per carità, ciascuno è libero di intendere la montagna nel modo che più gli aggrada, ma io fatico a capire certi atteggiamenti sempre e comunque esasperati. Credo ci siano persone che improvvisano una gara in stile quattrocento metri ostacoli anche per andare in bagno... Io adoro le gare di corsa in montagna per via dell'assistenza, della possibilità di correre leggeri senza doversi preoccupare di trovare la retta via, ma se corro è solo per sfuggire alla tagliola dei cancelli orari. Forse la mia è solo invidia... Tra me e la corsa c'è un abisso!

Borgata Castello arriva prima di quanto io immagini. Una cinquantina di km, circa 3.200 m di dislivello: "un po' lunghetta", osserva Silvio al telefono, mogio e febbricitante. Lunga no, non troppo, secondo me; piuttosto, si tratta di un percorso molto lento, per cui è opportuno prevedere una partenza all'alba se non prima, onde evitare di aver gente sparsa per i monti a sera inoltrata. E' anche un itinerario molto delicato in caso di maltempo, per via dei tanti punti in cui è facile perdere l'orientamento, oppure inciamparsi malamente. D'altro canto, a mio parere, tolto il passaggio della Via del Postino, non presenta tratti troppo esposti, ad eccezione degli ultimi metri di salita al Colle Traversette, qualora si decidesse di passar da lì anziché dal Buco di Viso. Certo, se alla gara dovesse essere affiancata una prova non competitiva, in quel caso a mio parere sarebbe bene tagliare alcune appendici del percorso, sempre per evitare che qualche partecipante sia sorpreso dal buio lungo il percorso. Vero, c'è un'infinità di gare che prevedono di far notte sui sentieri, ma gestire il buio credo richieda uno sforzo organizzativo eccessivo, per il momento.

Al parcheggio non c'è più nessuno. Poco male, noi due reietti ci siamo goduti la discesa finale in tutta tranquillità ed abbiamo persino recuperato espressione umana in viso. Uno splendido cielo serale conclude degnamente una giornata da favola, a dispetto delle previsioni meteo infauste. Speriamo che la stessa sorte tocchi al giorno della gara. Ci sarò anch'io, in ogni caso... Ma in versione rigorosamente non competitiva. Dopotutto, ormai ho un'età!