lunedì 20 maggio 2013

18 maggio 2013 - NOVE COLLI RUNNING 2013

Quest'anno, le premesse sono davvero le peggiori possibili. Per carità, non che io sia mai partita con ambizioni di classifica: non me le posso permettere... L'unica ambizione è sempre stata quella di giungere al traguardo; ecco, è proprio questa, che oggi sarà messa in serio rischio.

Non ho l'allenamento sufficiente, non ho collezionato i lunghissimi allenamenti che avevo messo in saccoccia nelle scorse stagioni; sono parecchio a terra fisicamente, e parecchio anche moralmente, per vicissitudini varie familiari e lavorative. Mi manca quell'entusiasmo assassino degli anni scorsi, anche se ho fatto carte false per essere qui, oggi.

Vorrei dormire un po' più a lungo, ma non c'è verso; prima delle sei sono già sveglia. Provo a riaddormentarmi, accendo la radio, cerco qualche canale noioso, ma nemmeno Radio Maria basta a farmi riprendere sonno, o perlomeno a farmi svenire dal disgusto. Basta, tantovale che mi alzi. Anche stamattina fa freddino... Però il cielo è terso. In effetti, mi accorgo solo ora che il campeggio è quasi deserto: questa primavera folle non invoglia certo i turisti, nemmeno quelli abituali di ogni stagione.
Mi preparo con calma, godendomi il raggio di sole che finalmente colpisce l'auto. Le borse con i cambi d'abito e qualche derrata alimentare, da mandare lungo il percorso, sono già quasi pronte. Sarà lunga l'attesa, fino a mezzogiorno. Cincischio, provo a dormicchiare ancora un po'; sconfitta, verso le nove lascio il campeggio e mi avvio verso il centro. Approfitto per una "toccata e fuga" nella stessa panetteria di ieri sera, a caccia della colazione: immancabilmente, focaccia, più un pezzo di crostata all'albicocca. Beh, se non altro avrò tempo di digerire...

Alla partenza, davanti al Municipio, c'è giò fermento. Malgrado io preferisca restare lontana dalla confusione, oggi ho un bel po' di persone da salutare, tra corridori, assistenti e simpatizzanti. Ormai, tra pazzi furiosi ci si conosce un po' tutti. Infatti è un gran sorridere e stringere mani; va tutto bene, pur di mascherare un po' la paura. Alla tensione delle edizioni precedenti, si aggiunge quest'anno un motivo di preoccupazione in più. Se dovessi giungere al traguardo in tempo, sarei la prima donna ad aver concluso tre edizioni della Nove Colli Running, per giunta tre di fila. Per carità, non è che sia chissà quale record... Ma ci terrei molto.
Ormai il rito si ripete sempre uguale: la spunta dei nomi, uno per uno, la foto di gruppo, la corsa dell'ultimissimo secondo in bagno... Il cielo resta terso, solo qualche nuvola di passaggio; la temperatura è decisamente più bassa rispetto agli anni scorsi. Ho persino qualche dubbio a partire in canottiera... Mal che vada, nello zainetto ho il necessario.

L'attesa si conclude, finalmente, a mezzogiorno in punto. La tensione si scioglie con i primi passi... Chissà quanti passi si muovono in una corsa da 200 e rotti km?
Le gambe non fanno mistero di risentire un po' della prova di ieri in bici. Niente panico: ormai so bene che i primi venti km sono sempre un calvario. Se riesco a superarli senza cedere alla tentazione di mollare tutto e ritirarmi, sono già a buon punto...
Gli sguardi degli automobilisti incolonnati e fermi per la presenza dei corridori stanno a metà tra l'esasperato e l'incuriosito. Tra noi e le auto sciamano poi centinaia di ciclisti, già pronti per la granfondo di domani; è un tifo sfegatato, persino dai balconi delle case e dai giardini. Peccato solo per il traffico infame: alla fine, buona parte dei veicoli che ci passano accanto sono quelli dell'organizzazione, nonché degli assistenti personali di molti corridori. In effetti sì, i primi km di gara fino a Cesena sono un bel calvario.

Come sempre, commetto l'errore di lasciarmi prendere dall'entusiasmo: chiacchiera di qui, chiacchiera di là, a Cesena arrivo troppo in fretta. Meno male, però, che nei miei paraggi c'è qualcuno: altrimenti, difficilmente mi sarei accorta del cambio di percorso, che quest'anno ci porta a passare fuori dal centro storico. Continuo a seguire i miei punti di riferimento, fino ad imboccare l'ultimo caoticissimo rettilineo che termina al punto di ristoro di Settecrociari. Vado a caccia di qualcosa da bere; per costrizione, prendo anche un paio di biscotti. Non ho fame, ma è importante buttare giù qualcosa ogni tanto, perché prima o poi la pancia comincerà a ribellarsi... E a quel punto sarà opportuno aver già fatto scorta.

La mia sosta, come sempre, è brevissima. Mi lascio alle spalle un bel po' di corridori intenti ad affrontare la pasta... Io preferisco attaccare la prima salita. Di passo, ovviamente. Lo stacco tra la pianura e la collina qui è nettissimo: un attimo fa eravamo giù sul piatto, in mezzo ai vigneti... E adesso ci arrampichiamo sulla prima rampa. C'è chi insiste a correre anche in salita: sono pochi, però, quelli che se lo possono davvero permettere. Io non ho questa fortuna e non ci provo nemmeno. Ho un didietro così pesante che stroncherei i garretti senza rimedio. La voglia di scherzare e chiacchierare, qui, è ancora vivace, ma non c'è nessuno con cui io possa scambiare più di qualche veloce battuta; vanno tutti troppo forte...

Soffia un venticello poco confortevole. Razionalmente, so che il caldo eccessivo è nemico della prestazione sportiva, ma vorrei tanto i trentacinque gradi di qualche edizione fa... Il passo per ora è svelto; raggiungo il Polenta senza troppa fatica. Giù in discesa, di corsa: i polpacci avrebbero anche qualcosa da ridire... Li zittisco, penso ad altro, scruto le curve della discesa. Mi sorpassa di gran carriera una fanciulla minuta, che corre in gonnellino e saluta gentile: scoprirò poi che si tratta della vincitrice.

A Fratta, si torna per un breve tratto in pianura: qui le gambe mostrano i primi segni di difficoltà. C'è poco da fare: la mancanza di allenamento sulla distanza pesa, eccome. Qui saremo poco oltre i trenta km e già il corpaccione presenta il conto. Calma, Gian. Breve sosta al ristoro, prendo da bere ed un po' di frutta, poi via per l'interminabile tratto di falsopiano verso l'attacco della seconda salita. Correre, piano ma correre. Non posso pensare di mettermi al passo, già qui. La seconda salita incombe; con essa, il cancello orario al km 57. Bisogna passarci entro sette ore e quarantacinque minuti dal via. Io non ho idea di che ora sia, come sempre, e non lo voglio neanche sapere... Corro per quanto posso, finché la strada non prende a salire decisa; allora mi rassegno al passo spedito, con l'occhio ansioso di scorgere, dietro ogni curva, il culmine di Pieve di Rivoschio. Ma lo sento, che il mio passo è faticoso.

Al punto di ristoro, mi lasciano passare. Tutto ok, quindi: sono in tempo. Giù in discesa, sfruttando l'onda dell'entusiasmo, per quel poco che può servire. Sono scettica nei confronti di chi sostiene che conti moltissimo la testa: conta, è vero, ma se i muscoli non rispondono...

La salita del Ciola, puntualmente, è un calvario. Ormai non mi spavento nemmeno più. Si va verso sera; cala il buio, mentre l'aria si fa ancora più frizzante. E la debolezza pian piano mi assale: a nulla serve mandar giù qualcosa da mangiare, perché non c'è più nulla che vada giù. La debolezza si trasforma in nausea, fa girare la testa, a tratti mi rende persino difficile stare in piedi. Le gambe quasi si trascinano, anziché camminare come si deve. Angoscia... Calma, Gian. Ti è già successo gli anni scorsi. E' la stessa identica cosa. Stai male da cani... Ma poi passa. Fidati.

Arrivo al ristoro quasi barcollante, in cima al colle. Cerco di darmi un tono; scorro disperatamente i cibi sulla tavola, ma non ce n'è uno solo che non mi faccia rivoltare lo stomaco alla sola idea. E sì che son tutte cose che, di norma, adoro, dalla frutta secca alle uova sode, al grana... Trangugio a forza qualche nocciolina, bevo un po' d'acqua e un po' di Coca sperando nel noto potere "sgorgante" di quest'ultima... Poi via, riparto, Frontale a portata di mano, perché ormai è quasi buio: si vedono già le luci di Mercato Saraceno, ma lontanissime... Dai Gian, calma e sangue freddo. Non pensarci, vai giù. Goditi la milionata di lucciole, chissà perché così tante, solo qui. S poi son già in arrivo i ciclisti del percorso notturno...

Corro con la testa da tutt'altra parte, probabilmente nemmeno del tutto cosciente. Mi risveglio solo quando, in lontananza, intuisco dalle luci che ci sono dei corridori fermi. Vuoi vedere che... Sì, è il banchetto del ristoro "privato", quello allestito da una gentilissima famiglia che abita proprio qui... Con tanto di macchinetta del caffè, di cui approfitto volentieri. Un attimo e dinuovo in marcia, fino a Mercato Saraceno, a sconvolgere il tran tran del sabato sera nei locali. Mi lancio in un'atletica corsa attraverso la piazza, compresa la risalita per uscire dal paese; poi, quando sono certa che nessuno più mi osservi... Mi accascio al passo sulle prime rampe del Barbotto. Va meglio: almeno la nausea sembra passata. Cammino spedita, ma i muscoli non rispondono come dovrebbero. Beh Gian, di che ti stupisci? Al Barbotto, i km alle spalle saranno già ottanta...

Il freddo ghermisce le gambe, le braccia, la schiena. Un po' di stelle in cielo, ma non è del tutto sereno. Silenzio assoluto, solo le foglie mosse dal vento; non c'è altro corridore intorno, almeno finché io riesco a vedere. Alla spicciolata passano i ciclisti della notturna; ogni anno sono sempre più numerosi. La testa pesa... Il sonno, la stanchezza. Coraggio... Manca poco al grande ristoro sulla vetta. L'ultimo tornante, poi le candele che illuminano il percorso, dritti verso la cima.

Per tutti noi c'è un applauso. E quest'anno c'è anche la sorpresa: nientemeno che lo spettacolo delle danzatrici del ventre... Bravissime e molto belle, ma non le invidio, poverette, così desnude quassù! Che freddo! E poi, che diamine, perché le danzatrici e non i danzatori? Va bene che noi donne siamo una sparuta minoranza, ma che diamine, un po' di attenzione anche per noi!
Mi fiondo a caccia della borsa che ho mandato qui, alla ricerca della maglia pesante per la notte. I pantaloni restano cortissimi, in ossequio al mio esibizionismo: ci tengo a mostrare la parte migliore di me... Anche a costo di prender freddo.
Saluto l'inossidabile Luciano: sembra che ci si dia appuntamento... Come l'anno scorso, ci si ritrova proprio sul Barbotto! Poi vado a vedere se c'è qualcosa di interessante da mangiare: ci sarebbe la pasta, ma ho troppa fretta per aspettare... Di tutto il resto, non c'è quasi nulla che vada giù. Trangugio un sacco di Coca Cola, qualche popcorn, qualche patatina fritta, poi via, ancora di corsa, nel buio. Di corsa dove la strada è piana o scende, desolatamente al passo nelle infinite e penose risalite prima della vera discesa. Nelle orecchie le cuffie del lettore Mp3, come aiuto morale.

Nemmeno al punto di ristoro del km 100 c'è verso di mangiare qualcosa di solido. E sì che sul banchetto ci sono leccornie appetitose... Lascia perdere Gian, fila, sbrigati, non perdere tempo. Si scende, in un'eternità di chilometri, fino a Ponte Uso. Nonostante la maglia e la giacca, ho freddo... E nausea. Altro ristoro una decina di km dopo, proprio a Ponte Uso. Ormai mi rassegno ad andare avanti a Coca Cola. Ma sfodero un sorriso sicuro, falso come Giuda, mentre mi allontano. Destinazione la salitella di Monte Tiffi, blanda ma comunque da camminare, e alla svelta. Chissà che ora è. Chissà se sto andando meglio o peggio degli anni scorsi... Beh, questa è una domanda retorica. Peggio, mi pare ovvio. Ho le gambe in uno stato pietoso, cominciano ad irrigidirsi. Ce la devo fare...

Giù da Monte Tiffi, la salita successiva ricomincia subito. Mi perdo rimuginando di tempi, di chilometri, di colli, quando non ho alcun riferimento nemmeno circa l'ora. Buio pesto; alti corridori nelle vicinanze, ciascuno perso nella propria notturna follia. Qui sono fortunati gli "assistiti", ai quali i compagni di viaggio raccontano persino le favole pur di tenerli svegli. Noi viandanti solitari ce le dobbiamo raccontare da soli...

Dai, dai, dai, coraggio. Ascolta la musica, prendi un ritmo, pensa a quello che vuoi, basta che tu vada avanti. Il Perticara è vicino, il ristoro grande pure. Attraverso il paese sonnacchioso e deserto: sulla piazza, ferve invece l'attività dei volontari. Qualcosa qui riesco a buttare giù: un po' di brodo caldo, uno spumotto, il caffé. Non è molto, ma vediamo di farcelo bastare. Siamo a circa 115 km: appena superata la metà. Lo dice anche il boss, il buon Marione Castagnoli: le crisi vengono e passano. Già... Il problema è che per me non si tratta di crisi; è proprio la mancanza di allenamento adeguato, che mi riduce in questo stato. I muscoli delle gambe sono sempre più rigidi. Pazienza, Gian, farai quel che potrai. Intanto, vedi di non perdere tempo. Giù, in discesa. Cerco di tagliare tutte le curve per abbreviare di un infinitesimo l'agonia; alle spalle, adesso, non dovrebbero più arrivare ciclisti. Quanto alle auto, a quest'ora nulla muove. Altro banchetto del ristoro sulla sinistra; bando alle raccomandazioni, c'è la birra, faccio festa. Vero, l'alcool durante lo sforzo non è il massimo, ma due bicchieri di birra sturano lo stomaco e mettono allegria. Sperando che non mettano anche sonno. Poco più avanti, il bivio a destra; si risale tra le cascine, su e giù in un'irregolare sequenza che sfianca i garretti. Discesa fino a Secchiano, un lungo tratto su strada trafficata; comincia a fare chiaro: ma questa volta, nemmeno la luce del sole vale a rinfrancarmi un po'. Mi sa che stavolta non ce la faccio. Quanto male ad ogni passo...

Raggiungo stravolta il bivio per la settima salita. E' solo la settima ed è dannatamente lunga... A mangiare non ci provo nemmeno. Cerco almeno di bere, poi su, in salita, cincischiando con la giacca e lo zaino per capire se sia già il caso di svestirsi. Cielo velato, aria pungente. Dai Gian, trascinati su, che questa è lunga... Sono dodici km, circa, anche se la parte finale è un lunghissimo falsopiano. Provo a correre dove possibile: tentiamo il tutto per tutto.

Al punto di ristoro sul Pugliano, trovo la seconda borsa, mi cambio la maglia, mi do una pulita alla bell'e meglio. Anche chinarsi, a questo punto, è operazione ad altissimo rischio di irreversibilità. Indosso la maglietta del Team Nordovest, la mia squadra ciclistica, in omaggio ai compagni che oggi pedaleranno alla Nove Colli "classica" e magari riusciranno a vedermi nel marasma. Trangugio anche un paio di antiinfiammatori, pur sapendo bene che serviranno a poco in questo caso. Dolore forte quando riprendo la corsa, muscoli sempre più legnosi. La Rocca di San Leo vigila, immobile, ma chissà cosa pensa di tutte queste formiche multicolori che le girano intorno.
Per un inspiegabile effetto di sconvolgimento del sistema metrico decimale, i chilometri cominciano ad allungarsi man mano che il dolore aumenta. A questo punto mi riesce di corricchiare in discesa, ma già la pianura mi crea non pochi affanni. Infatti, il ponte al fondo della discesa, appena prima di arrivare in paese, è una coltellata nelle gambe, pur essendo perfettamente piatto.

Al banchetto del ristoro, come sempre mi fermo pochi istanti e non mi siedo, altrimenti chi si rialza più. Passo delle Siepi, penultima ascesa. Fervono gli ultimi preparativi per l'arrivo dei ciclisti della granfondo: gli addetti preparano i banchi dei pantagruelici ristori; tifosi e spettatori si contendono i migliori punti di osservazione. Qualcuno si accorge dei corridori, ma sono pochi in realtà i presenti al corrente dell'esistenza di una "corsa parallela" a piedi.

Monte Tiffi non ha una vera e propria "cima"; la strada ad un certo punto inverte la pendenza. Parecchi tornanti più in basso, si arriva dinuovo a Ponte Uso, punto già toccato dopo la discesa del Barbotto. Di qui, lo spettacolo è meraviglioso, soprattutto per chi ha il cuore da ciclista almeno per metà: si può ammirare un immenso serpentone colorato che scende giù dal Barbotto, proprio sulla collina di fronte, e sciama via al fondo della vallata. Sono i corridori della granfondo. A questo punto, ci si può attendere l'arrivo dei primi alle spalle, credo tra un'ora o poco più.

A Ponte Uso c'è un piccolo punto di ristoro con il furgoncino. Brevissima sosta. Chissà se dietro di me c'è ancora qualcuno dei corridori? Ben pochi, credo... Ormai chi aveva intenzione di ritirarsi l'ha già fatto da un pezzo; quelli forti sono già lontani; resta solo il gruppetto dei "barcollo ma non mollo", di cui mi onoro di far parte... E di cui spero di far parte fino a Cesenatico, anche se ho davvero poca fiducia. Non mollo, ma barcollo parecchio!

Da qui all'attacco dell'ultima salita, i chilometri sono infiniti. Li percorro, un po' al passo un po' di corsa, in un continuo tira e molla con Roldano, altro inossidabile, fedelmente assistito dalla sua Sonia in bici. Siamo entrambi al limite dell'umana sopportazione, eppure tentiamo entrambi di comportarci come se niente fosse, come se corressimo da dieci km scarsi. E secondo me ci riusciamo pure!

Il Gorolo è l'ultima delle coltellate. Meno male che nel frattempo sono arrivati i ciclisti: almeno ci si distrae un po'... E si è obbligati a prestare la massima attenzione, vista l'andatura folle dei più assatanati, anche in salita. Corro sul ciglio della strada ed anche così rischio di essere travolta. Qualcuno di loro trova persino le forze per incitare noi tapini a piedi... Passata la buriana dei primi gruppi che si contendono la testa della classifica, man mano la furia dei pedalanti si attenua; quando arrivo alle ultime rampe, c'è già qualcuno che sale un po' a zig zag. Per loro, però, è quasi finita... Al culmine della salita, e dei lunghi su e giù successivi, troveranno comunque un po' di requie in discesa. Per chi corre non è così, anzi.

Al ristoro in vetta mi fermo qualche istante di più. Sono davvero disfatta, ho un male indescrivibile alle gambe. Riparto con il cuore in fondo ai calzini: mai come adesso mi è chiaro che non ce la farò. Non ce la faccio stavolta... Mi dovrò ritirare a trenta km dalla fine. Precipito in uno sconforto infinito: voglio correre, ma le gambe non rispondono più, sono dure come i chiodi. Provo ancora e ancora; i ciclisti sorpassano, salutano, ma ho ho solo voglia di piangere. La terza Nove Colli è lì a portata di mano ed io la sto distruggendo con le mie mani... Mi rassegno al passo svelto, sperando che questo serva a dare alle gambe un po' di fiato. Risalite, ancora risalite; corro, poi torno a camminare. Trovo Walter, il presidente del Team Nordovest: un viso amico mi è immensamente d'aiuto in questo momento, anche se davvero avrei avuto tanta speranza di fare una figura migliore. Mi scatta qualche foto, mi dà appuntamento all'arrivo: già, all'arrivo... Non ci sarò, non con le mie gambe. Chilometri e chilometri di lacrime solitarie e calvario: non faccio altro che ripetermi in testa i conti dei km e delle ore che mancano, assurdi calcoli sulle medie per capire se, anche camminando, ce la posso fare... Come se non bastasse tutto il resto, ci si mettono anche i crampi. Mi tocca mettermi a saltare su un piede solo, alternativamente sulla gamba senza crampi. Non riesco proprio a gioire di tutto l'entusiasmo che i ciclisti mi urlano addosso...So solo che non ce la farò, prima o poi le gambe si bloccheranno del tutto. E non riesco a mangiare nulla ormai da troppe ore...

Il grattacielo di Cesenatico svetta all'orizzonte come un incubo. Alla fine della discesa, ancora venti infiniti km di piattissima pianura; ora che sono stravolta, patisco anche il caldo, che pure di norma amo. Ormai a correre ho rinunciato; cammino più svelta che posso. Di lì a poco compare il buon Giorgio: partito da Torino in treno, con la chiave della Zafira, è passato a prendere la mia bici e si è fiondato in soccorso. Tutto perché già ieri sera sbraitavo al telefono che non ce l'avrei fatta... Non so nemmeno io se essere contenta o arrabbiata; non riesco più a connettere. Beh, già in condizioni normali non è che io connetta granché. Ero angosciata all'idea che il mattoide arrivasse prima e risalisse la discesa del Gorolo contro il senso di marcia della granfondo: la strada non è chiusa al traffico, nemmeno a quello delle auto, ma il rischio da correre sarebbe stato alto. Qui in pianura, invece, la strada è larga. E poi la folla delle bici ormai è già più sfilacciata.

Sotto una cappa di calura, approfitto volentieri della bottiglietta di Coca che Giorgio estrae dallo zaino. Di mangiar la banana, invece, non c'è verso: il primo boccone va giù a forza, il secondo nisba. La focaccia non la tocco nemmeno. La compagnia mi è preziosa per sfogarmi, anche se il malcapitato finisce per fare da parafulmine. A furia di ripetermi che ce la farò, rischia davvero di essere catapultato in cima al grattacielo... Quando sono arrabbiata, ho un modo curioso di dimostrare gratitudine verso chi mi sta aiutando.

Quindici km, dieci km... Sei km. Che disastro, che disfatta. Avrei voluto arrivare correndo a braccia alzate... Invece nisba. Pian piano mi convinco che ce la farò: km mancanti e tempo, se la matematica non mente... Avviso Walter che non mi aspetti, sto strisciando come una serpe, ma lui è irremovibile. Meno cinque, meno quattro... E' vero, sarà un arrivo ben poco glorioso, ma cavoli, son pur sempre 202 km camminati tutti sulle mie suole. Le suole delle Hoka, tra l'altro: esperimento perfetto. Giorgio fa del suo meglio per farmi chiacchierare e per ignorare le mie rispostacce. Il mio umore migliora davvero solo in vista degli ultimi cavalcavia... Puro dolore nelle salite e nelle discese. L'ultimo curvone, finalmente la zona del traguardo: ancora qualche giro, qualche svolta e poi... Il rettilineo finale, la folla ai lati che incita come se fossi la vincitrice, lo speaker che annuncia il mio nome... Seconda donna, nientemeno. A correre non riesco proprio più, nemmeno per finta, per onorare la linea del traguardo. Ma almeno adesso riesco a sorridere... Questa volta è stata dura davvero. C'è mancato poco che saltassi per aria... E invece è fatta. E' finita, conquistata! Il prezzo pagato per tutto questo non conta già più... E' troppo bello ricevere i saluti di tanti che sono rimasti apposta per aspettarmi, Michele, Best, Walter... E mi spiace non riuscire a connettere quel tanto che basta a ringraziarli come si deve. Sono troppo confusa.

In attesa di ricevere il mio trofeo, mi accascio sotto un gazebo, in cui vegetano già altri compari di corsa e volti noti. Man mano che la tensione si attenua, faccio più fatica a restare in piedi; mi accascio per terra, con la testa appoggiata alla sedia. Resto così per una mezz'ora, prima di rimettermi in marcia per la più devastante fatica della giornata. L'auto è a qualche km da qui, in pieno centro, e com'è ovvio ci si deve tornare a piedi.

domenica 19 maggio 2013

17 maggio 2013 - LA NOVE COLLI IN BICI... PRIMA DELLA NOVE COLLI A PIEDI

L'anno scorso, qualche mente folle aveva partorito l'idea della doppia Nove Colli: in aggiunta alla Nove Colli a piedi, il sabato e la domenica, una banda di sinistrati, di cui mi onoro di aver fatto parte, ha completato anche la Nove Colli in bici il venerdì. Giusto per mettere le gambe nelle migliori condizioni per la corsa. Quest'anno, l'iniziativa non è stata riproposta... Ma a me la doppietta del 2012 è rimasta impressa come un faticosissimo ma splendido ricordo. Non mi va di rassegnarmi all'idea di rinunciare. Beh, in fondo non c'è problema più semplice da risolvere: vado a Cesenatico giovedì sera, parto venerdì mattina presto in bici... E me la pedalo per conto mio. Per la corsa, sabato e domenica, qualcosa mi inventerò. E sì che quest'anno non ho allenamento decente né per l'una né per l'altra delle due discipline: colpa di vicissitudini varie familiari e lavorative, senza contare l'arrivo del piccolo Pablo, il mio cagnotto paraplegico. Non ho alcuna certezza di riuscire nell'intento, anzi... Ma ci voglio provare.

Il giovedì sera, disgrazia vuole che mi tocchi un'assemblea di condominio, a cui partecipo non come amministratore, una volta tanto, ma come delegata. Per quanto io faccia il possibile per uscire presto, rientro comunque a casa alle dieci: tempo di sistemare la bici in auto e caricare i bagagli, va a finire che mi metto in viaggio mezz'ora dopo. La Zafirona mi porta spedita fin dopo Bologna: qui, però, è bene fermarsi per la notte, quel poco di notte che mi resta da dormire, visto che ho stabilito di partire in bici alle 6 o anche prima. Comodissimo, l'autogrill, per le toilette al mattino e per il caffé; la colazione me la son portata da casa, come tutti gli altri pasti, così come prevede il manuale del perfetto viaggiatore tirchio.

L'indomani, venerdì, sono puntualissima sulla mia tabella di marcia: a Cesenatico, parcheggio di fronte alla Coop, sono le sei del mattino quando salto in sella. Avrei preferito viaggiare con la MTB, attrezzata con copertoncini da strada, ma poi ho optato per la bici da corsa: siccome sabato e domenica la bici dovrà restare incustodita in auto, preferisco non rischiare. Potrei sopravvivere forse al furto della bici da corsa ma non a quello dell'altra bellissima bici.

La temperatura è tutt'altro che tiepida; il cielo bigio non promette nulla di buono. La primavera, quest'anno, latita. Indosso una maglia con le maniche lunghe sotto la maglietta da bici con le tasche; pantaloni 3/4, scarpe in goretex. Il bello di usare pedali "da bici da passeggio", oltre al resto, è che si possono indossare le scarpe da corsa in montagna impermeabili... Oggi mi sa che ne avrò bisogno.
Mi avvio per il primo, lungo tratto di pianura, circa 20 km, prima di arrivare alle colline. Interminabile in bici: mi domando come io abbia potuto percorrerlo a piedi e come farò domani... Traffico, incroci, rotonde, caos, anche in centro a Cesena, dove si stanno disponendo i banchi del mercato. Puntualmente, come sempre a Cesena, sbaglio strada: vado però a finire su una strada che corre proprio ai piedi delle colline; a rigor di logica, proseguendo verso sinistra rispetto alla mia direzione di viaggio in città, dovrei intercettare il percorso giusto della manifestazione. Infatti è proprio così: raggiungo l'incrocio di Settecrociari, svolto a destra per la prima salita, il Polenta. Ormai potrei davvero disegnarle, queste salite, andando a memoria. Ne ricordo ogni metro. Parola d'ordine, oggi, è "prudenza": non importa quale sia la pendenza, io ingrano il rapporto più agile di cui dispongo e vado su così. E guai ad alzarsi sui pedali, guai a forzare minimamente. Ogni guizzo di fantasia di oggi sarà amarissimamente pagato domani...

Sette, otto chilometri di salita blanda per raggiungere il Polenta, là dove, nella gara in bici che si correrà domenica, la maggior parte degli innumerevoli ciclisti – qualcosa come 14.000, mi risulta – sarà costretta a metter piede a terra per l'ingorgo. Sì, in effetti la Nove Colli ormai è declinata in parecchie forme: la classica granfondo ciclistica, che si correrà domenica; la corsa a piedi, che partirà domani a mezzogiorno per concludersi domenica entro le 18; infine la Nove Colli ciclistica notturna, in versione non competitiva, con partenza il sabato sera alle 18.

Il verde intorno è rigoglioso, ma oggi manca la luce; freddo alle mani in discesa. Da Fratta, tocca sorbirsi un tratto di falsopiano abbastanza lungo e noioso prima di raggiungere la seconda, vera salita, quella di Pieve di Rivoschio. Cadono le prime gocce: cominciamo bene... Per fortuna, Giove Pluvio non è ancora così convinto del da farsi. Lungo la seconda salita, affrontata con la stessa cautela maniacale della prima, le gocce si diradano e cessano. Ogni tanto si apre qualche raro sprazzo di azzurro, ma è un attimo. Poco male, io "studio" la strada per domani, come se ne avessi bisogno. A Pieve, brevissima sosta per riempire la borraccia; altra fredda discesa. Ed io che speravo di venir qui sulla Riviera Adriatica, o almeno nei paraggi, e sollazzarmi con un clima un po' meno odioso del prolungato freddo carmagnolese... Ho fatto male i miei conti.

Terza salita, il Ciola; quella che puntualmente, nella gara a piedi, mi infligge la crisi di sconforto. Durante la corsa, ci si arriva all'imbrunire, se si è lenti come me. Una decina di km di discesa, fino a Mercato Saraceno: il Barbotto mi attende. Ed è un guaio, perché qui, per quanto si possa scegliere un rapporto agile, non c'è santo che tenga... Le rampe cattive ci sono, tocca affrontarle. Il cartello al bivio, che descrive le caratteristiche della salita, non lascia speranze. Antopatico, il Barbotto; è vero, la salita propriamente detta è breve, solo quattro km, ma il tratto che segue, prima della discesa a Ponte Uso, è una sequenza di venti km di continue risalite, neanche poi così blande. Tocca cambiare ritmo di continuo ed io non sono certo un asso nei rilanci...

Dal bivio, una decina di km di vera discesa fino a Ponte Uso. Qui, a destra e poi ancora a destra oltre il ponte: quinto colle, Monte Tiffi, davvero brevissimo. Il sesto è il Perticara, già più lungo ed impegnativo: ricomincia a piovere. Ci ha provato un po' di volte, finora, ma questa volta sembra una cosa seria. Metti la giacca, leva la giacca... E basta!

La salita al Pugliano è la mia preferita: lunga, ma mi porta in vista della zona più bella dell'intero percorso, con la Rocca di San Leo che domina parte della salita e l'intera discesa, fin giù all'abitato di Secchiano. Ci si fa, di fatto, il giro intorno: peccato solo per il fondo stradale disastrato per buona parte della discesa. Meglio che io badi a dove metto le ruote, anche perché comincio a percepire un certo qual dolore al soprasella... Meno male che domani almeno quella parte non mi servirà!

Penultima salita, il Passo delle Siepi: poco più di un dosso, direi. Mi ha sempre dato quest'impressione, anche nella corsa. La tragedia è la discesa, però: lunga, quasi sei km, e con l'angoscia del cancello orario in fondo... Oggi però non c'è alcuna barriera. Solo quella del vento contrario nel noiosissimo tratto di falsopiano, quasi venti km, da Ponte Uso all'attacco dell'ultima salita.

Anche il Gorolo non risparmia i garretti. Salita breve, ma con le rampe più severe dell'intero percorso. Mi tocca rassegnarmi al fatto che i muscoli delle gambe restino indolenziti. La discesa successiva, anche qui, per parecchi km è un inganno: tocca risalire di continuo. Il cielo su Cesenatico è plumbeo; il blu del grattacielo si distingue appena... Ma qui non piove più. Con santa pazienza, mi sorbisco gli interminabili km di pianura finali, soprattutto gli ultimi cattivissimi cavalcavia, fino a ritrovare la Zafirona in paziente attesa. Ancora una tappa in panetteria, per procurarmi due tranci di focaccia per la cena; poi via al Campeggio Zadina, già collaudato. Non me la sono nemmeno portata, la tenda; dormo in auto... Quel che conta è avere a disposizione servizi e docce. Ah, dimenticavo, non ho male alle gambe, non ho le gambe stanche, no no. Me ne devo convincere, perché domani a mezzogiorno si ricomincia il giro... Ma stavolta di corsa a piedi.

lunedì 13 maggio 2013

12 MAGGIO 2013 - DI CORSA DA CORTEMILIA A CASA

Appuntamento a Cortemilia, ore 9.30. Non è da me, partire a correre così tardi, o meglio, non lo era, prima che arrivasse Pablo... Ora che nella mia vita c'è lui, tocca adattarsi. E poi, suvvia, da qui al tramonto ho tutta la giornata a disposizione per correre: il buon Matteo, partito in bici da Genova, farà da babysitter al mio piccolo vivacissimo quattrozampe. Speriamo bene: Pablo ha due sole zampe funzionanti, ma in compenso ha tutti i denti in piena efficienza e sta mettendo su un bel caratterino!

Arrivo sulla piazza del paese proprio a filo dell'ora stabilita. Già sono partita in ritardo, per colpa di tutte le incombenze necessarie al mio piccolo canile; in più, lungo la strada mi sono imbattuta in tutte le possibili ed immaginabili lumache motorizzate. Dal momento che non sono una gran pilota, mi limito all'invettiva e raramente mi lancio in sorpasso.
Matteo è già lì, appoggiato alla bici. Facciamo cambio: a lui la Zafira, a me le scarpe nuove per correre, un paio di Hoka One One modello Bondi B, calzature non certo belle all'aspetto ma con una suola spessissima ed iperammortizzata. Ideale per corridori ciccioni dal passo pesante, categoria alla quale mi pregio di appartenere a pieno diritto. Poche frettolose raccomandazioni ed abbandono Matteo al suo destino canino. Non ha neanche idea del favore che mi fa: con Pablo, almeno finché non sarà cresciuto un po', non posso allontanarmi da casa per più di tre, massimo quattro ore; il "piccolo", si fa per dire visto che a soli cinque mesi ha già passato la boa dei 20 kg, non cammina se qualcuno non gli sostiene la parte posteriore del corpo, paralizzata, e si sa che i cuccioli hanno bisogno di sporcare di frequente. Non che per me sia un sacrificio; l'ho voluto io stessa, volando fino a Catania e ritorno per adottarlo, ma una giornata di tregua è un immenso regalo.

Mi avvio di corsa verso Castino. La Zafira mi sorpassa e se ne va: poco più di un'ora e Matteo dovrebbe essere a casa. Speriamo bene, c'è anche mamma, qualcosa combineranno. Oggi dopotutto i cani a cui badare sono solo due, Pablo e Céline che però ha tutte e quattro le zampe in piena efficienza; Skipper, alias Tittone, è in montagna con mia sorella.
Imbocco il viale alberato con l'animo leggero leggero: la giornata si annuncia splendida e calda. Oltre i capannoni, si comincia a salire, con una pendenza accettabile che mi permette di correre sempre; ampi tornanti, tanto verde, un bellissimo panorama sulla vallata ed un'infinità di motociclisti. Passo dopo passo, cerco di capire che intenzioni abbiano, per oggi, i muscoli ed il fiato: amichevoli, pare, per ora. La prossima settimana correrò i 200 e rotti km della Nove Colli, il venerdì in bici in assetto turistico, il sabato e la domenica a piedi in gara: non sono affatto preparata, né per la frazione ciclistica - quant'è che non tocco la bici da corsa? - né per quella a piedi - non ho quasi corso su percorsi lunghi, complice anche il ginocchio ballerino all'inizio dell'anno. Oggi è l'ultimo giorno utile, e pazienza se siamo a ridosso della gara.

Sotto un bel sole limpido e luminoso, curva dopo curva arrivo in vista di Castino, un gioiellino di paese proprio in cima alla collina. Il negozietto nella strettoia, che vende di tutto dal pane ai detersivi, è in piena attività; un capannello di motociclisti sosta sulla piazza. Approfitto della vasca in pietra per bere e riempire la mia piccola borraccia, poco più di un bicchiere d'acqua: è il massimo che io sopporti, in fatto di borracce. Quelle più grandi, siano nello zainetto oppure legate in vita, "ballano"; il camelbag è poco pratico quando si tratta di estrarlo dallo zaino per riempirlo. Meglio andare di borraccetta e fontanelle.

Di corsa giù in discesa; ne approfitto per sgranocchiare una barretta di cioccolato e nocciole. La mia riserva oggi prevede, oltre a questa, anche qualche Mars, nella versione taroccata del Lidl. Il panorama, da quassù, è una meraviglia; colline a perdita d'occhio... Oltre le curve, la vallata del Belbo. Comodissime queste scarpe, anche in discesa: sembra di correre sulla gommapiuma. Solo, devo evitare di trascinare i piedi rasenti al suolo com'è mia abitudine; con le suole così spesse, inciamparsi è un attimo.
Al ponte sul Belbo, giro a sinistra, in direzione di Bosia, e riprendo a salire, sempre corricchiando, per un chilometro o poco più, fino al bivio per una delle stradine note come "Salite dei Campioni", quella dedicata a Marco Pantani. Breve discesa fino ad attraversare il fiume: ci sono, qui, alcune bellissime case con giardini su cui lascio il cuore... Sarebbe un posto stupendo per i miei beniamini pelosi. Vecchi casali ristrutturati con ottimo gusto, senza svolazzi di architetti dalla fantasia troppo produttiva. Immagino che qui regni la quiete; probabilmente non ci arrivano nemmeno i temibilissimi Testimoni di Geova. Mi turberebbe un po' solo la presenza del Belbo a pochi metri, visto che siamo nel fondo dell'incavo. Ma basta inerpicarsi un po' su per l'aspra salita, per imbattersi in altre abitazioni altrettanto rustiche, belle, dall'aspetto solido. Quassù l'acqua non arriva, almeno dal fiume. Ma il fianco della collina terrà? A giudicare dalle crepe nella strada, anche qui ci sarebbe da riflettere... Beh, insomma, Carmagnola è indubbiamente una vera schifezza per viverci, ma bisogna ammettere che ha i suoi lati positivi; piatta pianura, niente smottamenti, niente valanghe, alla peggio qualche cantina allagata. Ma il cambio con uno di questi cortili, di questi fienili ormai vuoti, di queste vecchie case affacciate sulla vallata lo farei volentieri.

La pendenza qui è troppo severa per correre. Sulle rampe, cammino di buon passo, tra ricci di castagne e foglie secche che pare autunno, se non fosse per la luce e la temperatura mite. Non c'è anima umana qui nei dintorni; si sente solo il latrato dei cani. Curve e ancora curve nel fitto del bosco, la strada sempre più stretta e la vegetazione che fa una bella ombra, fino a sbucare su, in alto, in vista di Lequio Berria. La salita è ancora lunga ed irregolare, alterna strappi cattivi a tratti quasi in piano in cui mi impongo di correre. Ho finito la scorta d'acqua; bisogna che passi dentro il paese, per vedere se c'è una fontanella. Il sole è ormai quello del mezzogiorno passato da poco. Peccato che non ci sia ancora nemmeno una ciliegia, né una mora...

A Lequio è il coprifuoco. Mi infilo in paese su per una strada che passa tra ville e villone parecchio pretenziose, passo in centro paese; neanche l'idea di una fontanella. Forse più su, verso la chiesa... Ma non ho voglia di far deviazioni. Incontro un paio di anime nel silenzio assoluto; proseguo, sono già fuori dell'abitato. Un ciclista ha tutta l'aria di essere alla ricerca, pure lui, di acqua... Si aggira perplesso, poi riprende la strada principale e se ne va. Lo seguo e vado a sbucare sulla strada alta che va verso Bossolasco. Anche qui, niente fontanella; in compenso, un tripudio di motociclisti d'ogni ordine e grado.

Mi avvio a sinistra, in direzione di Albaretto Torre e Pedaggera; supero la rotonda, proseguo lungo il tratto quasi in piano. Incontro anche qualche ciclista. Quassù una leggera brezza mitiga la temperatura; il sole, di per sé, è limpidissimo e caldo. Il parcheggio della trattoria alla rotonda è colmo di macchinoni: mamma mia, mi vengono i brividi all'idea di spendere una giornata così bella con le gambe sotto il tavolo... Per la verità, non spenderei così nemmeno una giornata uggiosa di pioggia. Piuttosto, come si suol dire, "pan e siula a mia cà", pane e cipolla a casa mia, posso mangiare con lo stile del suino nel trogolo senza che nessuno mi guardi schifato.

Chissà come se la cava Matteo a casa con Pablo? Mah, non è il caso che mi preoccupi... Lui se la cava sempre. Speriamo non gli tocchi sacrificare qualche falange. I dentini del piccolo sono micidiali...
Leggera risalita verso Pedaggera. Anche i tavolini del bar al bivio straripano di avventori, motociclisti stavolta. Giro a destra, direzione Roddino. Qui il caldo comincia davvero a farsi sentire: la borraccia, sempre desolatamente vuota... Supero la borgata di Cerretta, con la chiesa. Da qui a Roddino saranno all'incirca quattro km, prevalentemente in discesa. Forza e coraggio! Il panorama di Langa è stupendo, colline a perdita d'occhio e le Alpi sullo sfondo. Supero il bivio per Valle Talloria; un paio di tornanti, i ruderi di vecchie costruzioni in mattoni, lo scheletro spezzato delle travi dei tetti. Un chilometro di risalita, più o meno, per giungere in paese; lungo il rettilineo ci sarebbe l'area picnic con la fontanella... Chiusa. Ovvio. Proseguo verso l'abitato; anche lì, basterebbe cercare con un po' di pazienza, non può non esserci una fontana, ma preferisco tirare dritto. E' lungo, il viaggio... Ottanta, ottantacinque km, mal contati; ora che più o meno ho delineato il mio itinerario, posso azzardare una stima. E allora avanti. Dalla trattoria arriva qualche saluto gaio: mi sa che l'alcool è già entrato in circolo.

Imbocco la strada per Serralunga d'Alba. Se non ricordo male, poco oltre il bivio dovrebbe esserci una chiesetta... Ed una fontanella. Infatti: una mini area picnic, due tavolini e due ciclisti non più giovanissimi, dall'aspetto decisamente nordico, seduti sulla panca in pietra. Ci salutiamo, poi mi tuffo sulla fontanella: finalmente, qui l'acqua c'è. Bevo a garganella, stile assetato nel deserto: quando riparto, sento la pancia gonfia come un otre ed un sonoro "blub blub" a ritmo con i miei passi.
Lunga discesa in vista del bellissimo castello di Serralunga e, purtroppo, dell'orrido edificio di una "spa"... Pensare che, per me, le SPA sono sempre state nient'altro che Società Per Azioni. Beata ignoranza. Le SPA sono anche centri benessere o qualcosa del genere, immagino ipercostosissimi. Quello che si vede da quassù è un obbrobrio edilizio, un informe ammasso di cemento che deturpa la collina quasi quanto le distese di pannelli fotovoltaici. Spero che un provvidenziale terremoto, prima o poi, faccia giustizia di cotanto scempio...
Breve risalita, ma tosta, sotto un bel sole caldo. Arrivo in paese, sorvegliato dall'imponente mole del minaccioso castello. Sulla piazza c'è un'altra fontanella ma... Chiusa, anche questa. Possibile? In Langa sono diventati tutti parsimoniosi con l'acqua? E vabbuò, pazienza, vorrà dire che non avizzirò per questo... Forza e coraggio, si scende verso Gallo. Le gambe cominciano a dare segni di cedimento e fiacca esistenziale. Anche qui, folla in trattoria: mi par di capire che ci siano pranzi di prime comunioni o cresime... Mamma mia, doppio brivido, e per l'idea della giornata sprecata tra i bagordi, e per l'aspetto religioso che mi fa orripilare. Via di qua!

Splendido panorama su Castiglione Falletto, Novello, La Morra. Compensa un po' il male alle gambe. Peccato dover scendere giù a fondovalle: sul rettilineo davanti alla Tenuta Fontanafredda, il sole si fa cattivo ed il venticello scompare; il primo caldo è traditore; fiacca il passo ed il morale. L'asfalto riverbera i raggi e scalda per bene i piedi. Già, a proposito, le Hoka sono decisamente un bel progresso! Nonostante tutto, si corre sulla gommapiuma...
Gallo, gli stabilimenti e lo spaccio della Mondo. Sulla mia traiettoria, niente fontanelle. Il che significa che non avrò acqua fin su a La Morra. Eh ben, pazienza, da qui saranno sei o sette km. Avanti, forza e coraggio. Passo sotto la tangenziale; affronto il subdolo falsopiano in salita fino a Santa Maria: attraverso un paio di correnti di olezzo di braciole; come sempre, il mio stomaco non sa di essere vegetariano e reclama il giusto contributo. Posso dargli un Mars... Senz'altro più godurioso di una braciola.

Il passo è sempre più stanco; la sete si fa sentire. La rampa di Santa Maria mi costringe a rallentare l'andatura già allo stato di bradipo; riprendo a correre subito dopo. La tentazione sarebbe quella di imboccare il sentiero segnato poco più avanti dal cartello in legno, ma... Andrà a La Morra o altrove? Meglio non fare esperimenti. E' già lunga. Continuo a salire tra i vigneti; mi rassegno al passo veloce quando la pendenza aumenta. A proposito di acqua; ne scorre parecchia nel fosso a lato strada. La terra è impregnata di tutta la pioggia dei giorni scorsi; si formano rivoli e rivoletti. Peccato per la monnezza ovunque distribuita.
L'agognata rotonda... Ancora un chilometro di salita, più o meno. Invidio chi va su con la bici... Sì, ok, lo ammetto, sono in crisi. Ho bisogno di acqua e di una pausa. Arrivo su in piazzetta un po' stravolta: della folla che anima il paese mi accorgo appena... Ci dev'essere un mercatino o qualcosa del genere. Il mini giardinetto con la fontana è affollato: attendo paziente il mio turno, dando fine al Mars che ho addentato giù a Gallo. Poi mi attacco alla fontana, sognando che ne esca Moscato. E' solo acqua, ma va bene lo stesso...

Dinuovo con la pancia tesa come un tamburo. Si torna a scendere, mentre il cioccolato entra in circolo. Da qui potrebbero mancare circa quaranta chilometri; tanti, è vero, ma non impegnativi come i precedenti. Fin quasi a Pollenzo, la gravità aiuta; mi spiace salutare i vigneti, chissà quando potrò tornare a vederli. Con Pablito, la mia libertà di movimento è parecchio sacrificata... Bando alla tristezza, non è lui che ha cercato me, sono io che ho voluto lui, quindi non mi posso lamentare. La mia terza, piccola, pelosissima ragione di vita...

Il Tanaro è gonfio da fare impressione, placido, grigio. Supero con fatica e repulsione il brutto rettilineo fino a Pollenzo: qui, inattesa, una fontanella che ormai fiuto a distanza. Pieno alla pancia ed alla borraccetta, una sciacquata alla faccia; altro rettilineo penoso, fino al semaforo di frazione Macellai di Pocapaglia, poi finalmente si torna a salire un po'. Niente di che, ma sufficiente a rompere la monotonia del percorso piatto, che le zampe ormai faticano a sopportare. Direzione Pocapaglia, mentre qualche nuvoletta attenua il sole che oggi mi ha fatto davvero un bel regalo. Peccato per il traffico di auto e moto... Supero la colletta, giù in discesa, due tornanti ed un lungo tratto di piacevole falsopiano, che poi inverte la pendenza al bivio per Valle Rossi. Poco più di un chilometro tra belle cascine, fino al bivio per Sommariva Perno, con le sue cattivissime rampe che nemmeno provo ad affrontare di corsa. Ne approfitto per telefonare a casa e farmi dare notizie dello zoo... Tutto tranquillo, pare. Imbocco la ripida stradina centrale per salire su in paese: sulla piazza grande del Municipio, altra sosta alla fontanella. E un altro Mars, l'ultimo, giuro...

Riprendo a correre. Sarà che ormai sento la vicinanza di casa - poco più di venti km, passando per vie in parte traverse - ma sento i muscoli sciolti e scattanti. Ok, per un po' si viaggia in discesa, ma lasciatemi l'illusione... Giù di gran carriera fino al bivio per Baldissero; peccato solo per lo zainetto che ha preso a scorticarmi la pelle del collo con lo spallaccio. E vabbuò, soffrire un po' non fa mai male... Ciò che non uccide fortifica!

Matteo ha promesso di venirmi incontro in bici. Chissà se riesco ad arrivare a Ceresole prima di incrociarlo? Allungo il passo, senza problemi, con mia sorpresa. Qui sullo stradone è meglio fare in fretta e levarsi il prima possibile. Ormai fa sera. Un losco figuro in lontananza... La sagoma è proprio quella: eccolo in arrivo, Matteo, con la bici zavorrata. La lattina di tarocco Red Bull, quanto l'ho sognata! Me la bevo tutta d'un fiato, in un attimo, per evitare di fermarmi e compromettere lo stato di forma delle gambe. Della serie, finché la barca va... Matteo mi accompagna per un breve tratto, raccontandomi gli eventi della giornata da babysitter. Non pare nemmeno troppo sconvolto! E le falangi sembrano tutte al loro posto. Però non sono tranquilla che lui viaggi affiancato, qui con questo traffico e con la luce incerta della sera. Tiro un sospiro di sollievo quando lo vedo allontanarsi nuovamente verso casa. Farà fare un'altra breve passeggiata al piccolo Pablo, che ha bisogno di uscire ogni tre ore, poi ripartirà a piedi, di corsa, per raggiungermi negli ultimissimi km Pover'uomo: prima in bici da Genova a Cortemilia con partenza nella notte, poi una giornata intera a badare al mio zoo, poi ancora bici, infine la corsa... In mezzo, un cambio di ruote alla mia Zafira e chissà quante altre incombenze sbrigate. Casa mia è un perenne cantiere; dovunque ti giri c'è qualcosa da sistemare. Non so nemmeno come dirgli grazie: ad una settimana dalla Nove Colli Running, un allenamento come quello di oggi per me è fondamentale, non tanto dal punto di vista fisico - per quello ahimè non sono preparata a dovere, proprio no - ma da quello morale. E' andata benissimo! Anzi, sta andando benissimo, non è ancora finita.

Supero Ceresole ormai al tramonto inoltrato. Indosso il giacchino rifrangente, faccio sparire la banana che Matteo mi ha portato come rifornimento e... Gambe in spalla, l'ultimo sforzo: di corsa lungo la strada principale per Carmagnola, poi deviazione lungo la stradina parallela che attraversa la frazione Borretti. Telefono a mammà: le dico di partire a piedi e venirmi incontro; occhio e croce, dovrebbe riuscire a percorrere un paio di km da casa prima che io la incontri. Via, più veloce possibile, senza però superare quel labile confine con quel senso di debolezza improvvisa che mi fa girar la testa quando esagero. Una dopo l'altra, mi lascio alle spalle le cascine della strada di campagna verso casa. Sul cavalcavia dell'autostrada, una sagoma si delinea nella penombra: anzi, due sagome... Matteo e la mia adorata Céline! La chiamo, riconosce la voce, mi scodinzola, mi fa le feste. Che bello vederla... Prendo il guinzaglio e proseguo; poco più avanti, ecco l'ultimo elemento del branco, mammà. Fine, per oggi, della mia corsa. Indosso la giacca e proseguo al passo in sua compagnia; Matteo e Céline mi precedono verso casa. Mezz'ora e ci arrivo anch'io. Ultima passeggiata con Pablo, che sarà pure cucciolo ma pesa come un macigno: con questo, ho esaurito le energie. Pappa e poi tutti in branda... Tra una settimana, Nove Colli Running!


lunedì 11 marzo 2013

3 marzo 2013 - MTB da Ceva al mare e ritorno

La rubrica de "La Stampa" dedicata al meteo aveva previsto, per questa domenica, un "anticipo di primavera", con la garanzia di sole e temperatura mite anche per il freddo Piemonte. Sarà che è fin troppo facile dare credito alle promesse che si accordano con le speranze, anche se l'evidenza dei fatti è contraria... Fatto sta che mi sforzo di ignorare quel trattino "-" davanti al numero 1, là dove la Zafirona mi informa dei rigori al di fuori dell'abitacolo. E non è che, anche facendo finta di non vedere, la faccenda si presenti poi molto più rosea... Il paesaggio assume un aspetto sempre più glaciale, man mano che mi avvicino a Ceva; ormai è giorno fatto, ma la luce sembra non esistere in questa landa grigia e bianca, con la foschia sospesa a mezz'altezza. Il freddo che non può ancora penetrare attraverso i vestiti, finché resto protetta in auto, mi gela le ossa attraverso gli occhi. Ceva, Millesimo, Osiglia, Calizzano, paesi che, nella mia memoria di ciclista e di podista, si associano da sempre ai peggiori rigori mai patiti, ad esclusione, forse, di qualche scorribanda invernale verso Pian del Re con relativa discesa lunghissima, gelida e tutta in ombra. E' marzo ormai, ma forse a quelli di qui non l'ha detto nessuno. Il furgone blu elettrico di Matteo è già in attesa sulla piazza accanto all'ospedale; io ci arrivo in ritardo, sia pure di pochi minuti: non è da me. Il guaio è che stamattina, come già da qualche tempo a questa parte, il suono delle due sveglie, per giunta puntate a pochi minuti di distanza l'una dall'altra, non è bastato a riportarmi ad un livello di coscienza sufficiente per buttare le gambe giù dal letto. La palpebra, appena sollevata a mo' di feritoia, è ricaduta pesantemente, salvo poi schizzare su mezz'ora più tardi, quando avrei già quasi dovuto essere in viaggio. Sto scontando un sonno che affonda le sue radici nei secoli...
Meno male che a scaricare la mia fida mountain bike, per l'occasione equipaggiata con i copertoncini slick, provvede Matteo. Quando si tratta di meccanica, anche la semplice sistemazione delle ruote, approfitto volentieri dell'altrui buona volontà; lui poi è rapidissimo, in un attimo ha già sistemato tutto, là dove per me sarebbe come cimentarmi con il cubo di Rubik. Al momento di saltare in sella, sono già ibernata. E meno male che non ho ceduto alla tentazione dei pantaloni tre quarti!

Matteo tenta di confortarmi: con il passare delle ore, ne è sicuro, il clima sarà migliore. Certo, ne sono convinta, quando saranno passate tutte le ore da qui al mese di giugno. Per oggi, non mi sento di sprizzare ottimismo. Si parte, direzione Perlo - Nucetto lungo una stradina secondaria che "punto" da un po'. Sono curiosa di vedere dove va a finire, o meglio, di capire se andrà a finire là dove penso io. Un tratto l'ho già esplorato correndo a piedi, la scorsa primavera.
Si affronta una blanda salita, un paio di tornanti in ombra; l'asfalto è viscido, l'erba a bordo strada bianca di brina. La fatica di andar su maschera, per ora, il freddo, pur non essendo abbastanza intensa per impedirci di menare la lingua. Non ci si vede da un po'... Dobbiamo aggiornarci sulle ultime novità!
Un brevissimo tratto di discesa, poi la strada e l'ambiente intorno assumono l'aspetto di vera montagna, anche se qui siamo a quota tutt'altro che elevata: una rampa, un costone di roccia sulla destra. Appena oltre la curva, ci troviamo davanti un mucchio di detriti ed anche un pietrone, che hanno tutta l'aria di essersi appena staccati dalla contorta parete sulla destra, fradicia e friabile. Sopra le nostre teste, l'abitato di Malpotremo che, se non erro, è frazione di Perlo, con il suo campanile, le poche case, il manifesto degli annunci mortuari. Alcuni cartelli stradali indicano Nucetto e Garessio, oltre a Perlo; quindi, da qui si raggiunge effettivamente la strada di fondovalle che va da Ceva verso Ormea.

Oltre l'abitato, la salita si attenua; il cielo è di uno splendido colore azzurro intenso, ma la luce qui non ci raggiunge ancora. Si gela... Persino Matteo, è tutto dire, si lamenta per il freddo alle mani, nonostante quelle specie di sacchi di patate in cui le ha avvolte. Per me, in questo momento le mani sono una delle poche parti del corpo che non danno problemi... Ci pensano i piedi, due pezzi di ghiaccio. In effetti, avrei dovuto indossare un paio di calze più pesanti: ne avevo l'intenzione, in verità, ma stamattina, per la fretta, ne ho trovata una sola... Chissà dov'è finita la gemella. Amen, ormai è fatta.
Da quassù si vede un po' di panorama, ma tutto grigio, smorto. Non una gemma, nemmeno a pagarla; per terrà, umidità, residui di sale, talvolta ghiaccio.

Raggiungiamo un bivio: a sinistra, direzione Perlo; a destra, Nucetto e la strada statale. Scelgo la seconda; sono più sicura circa la destinazione. Infatti, qualche chilometro di gelida discesa ci conduce, completamente ibernati, all'incrocio con la strada di fondovalle. Anche Nucetto è silenziosa e deserta, benché siano accese le luci del bar: del resto, immagino che gli abitanti di questa valle passino l'inverno in letargo; non credo si possa sopravvivere a mesi di questo clima infame. Giove Pluvio è persino più ostile qui che a Carmagnola, nel regno della nebbia; almeno, da noi, non ci sono le montagne ad impedire il passaggio di quel po' di pallida malatissima luce invernale.

Meno forsennatamente i pedali lungo lo stradone, non per un improvviso impeto agonistico quanto per portare un briciolo di calore alle estremità. "Sei km a Bagnasco - si lamenta Matteo - ma sembrano trenta": ci credo, per lui dev'essere anche peggio. Adattarsi alla mia andatura significa, per lui, viaggiare piano e scaldarsi poco. L'unica soddisfazione è che, in questo momento, forse può capire quel che proverò io, che sono una freddolosa cronica senza speranza, per quasi tutto il giro di oggi...

Bagnasco, finalmente. Al semaforo, si svolta a sinistra, con molta cautela per il fondo ghiacciato. Se a Ceva c'erano tre gradi sotto zero, direi che la situazione termica non è molto più conciliante adesso. Primo colpo di clacson della giornata: ecco il primo imbecille motorizzato... Ma cosa suoni, microcefalo che non sei altro? Non lo vedi che hai l'intera strada per te, ci passeresti con un camion a rimorchio! Normale, è torinese, osserva Matteo... Il guaio è che l'idiozia è una qualità molto ben distribuita.

Si va su per il paese, finalmente in salita. Ancora gelo, brina, ombra. Bisogna lasciarsi alle spalle un po' di tornanti, prima di conquistare qualche timido raggio di sole ed un po' di visuale sulle montagne intorno, bianche e nere e tristi. Ma le gambe girano bene, per fortuna. E' un'eternità che non pedalo; saranno trascorsi due mesi dall'ultima uscita in bici degna di questo nome: sarà merito del corso di spinning? Ormai è qualche settimana che lo frequento, a Villastellone, con gran fatica ed altrettanta fiducia. Il colle dei Giovetti è già sotto le ruote: comincia qui, con mio sommo orrore, la discesa verso Calizzano, che non sarebbe poi in sé così lunga, ma diventa eterna e tragica con questo clima. Scendo con cautela ed a freni tirati nonostante il senso di sicurezza che mi dà la MTB: per quanto il mezzo sia stabile, non può far miracoli su quelle angoscianti colate di acqua che nel pieno della giornata si allargano dai cumuli di neve sporca a bordo strada e nella notte gelano, formando vere e proprie insidiosissime lastre. Persino Matteo, che in bici è funambolo su qualsiasi terreno, è più prudente del solito. E fa freddo, un freddo dannato, che prende mani, piedi, tronco... Ma perché diamine non me ne sono andata a correre oggi? E perché nessuno ha ancora pensato di produrre una maglia in grado di riscaldarsi, che so, con l'energia prodotta dalle ruote della bici? Ma soprattutto, perché questa dannata strada è così lunga? Chi ha aggiunto dei tornanti?

I tetti della frazione sono bianchi di brina. Qualche camino fuma; i più sono immobili e gelidi. Ancora ghiaccio, a tradimento, sulla strada. Matteo avrebbe proposto la deviazione per il colle Quazzo e la discesa a Garessio, ma io non sento ragioni: voglio raggiungere il mare per la via più breve possibile e fare scorta di un po' di tepore. Da Calizzano si tira dritto verso il Colle del Melogno: torniamo a salire, se non altro ci siscalda, ma il panorama lunare non cambia. Ancora neve ed alberi spogli; grigi tronchi lucidi dei faggi; candelotti di ghiaccio aggrappati alla parete di terra, radici e pietra. Vero, sembra che si stiano sciogliendo, ma che triste visione. Il sole quaggiù non arriva ancora, tra la montagna ed i rami del bosco. Pochissimo movimento, qualche auto, un paio di motociclisti coraggiosi che procedono, anche loro, con le ruote di piombo.
Le barrette al gusto di parmigiano, residuo di qualche pacco gara di corse in Emilia Romagna, si rivelano a dire poco disgustose, e sì che io non sono una dal palato fine... Inutile dire che quell'inceneritore a pedali che viaggia al mio fianco le fagocita senza alcun problema. Io vado di Mars, una garanzia... Anche se saranno gli ultimi, la scorta di casa da smaltire, visto che ho deciso, per il futuro, di provare a passare dall'alimentazione vegetariana a quella integralista senza ingredienti di origine animale, in particolare latte e uova. E' un po' come se mi godessi l'ultima sigaretta prima di smettere... Anche se, non posso negarlo, per il Mars mi dispiace. Una delle maialate più libidinose che la mente umana abbia mai potuto concepire!

Come sempre, passare sul versante del mare è come aprire una porta che dà su un altro mondo. Alle spalle un film in bianco e nero, lento e sonnacchioso; davanti, una danza di luce e di colori. E un po' di tepore, anche se siamo pur sempre a mille metri di quota: il mare si vede già da quassù. Purtroppo, il sole non può scacciare nel giro di mezz'ora il freddo che mi si è insediato nelle ossa e nelle giunture; anche questa discesa è fonte di patimento, sia pure nulla al confronto della tragedia giù dai Giovetti. Freno anche qui più del necessario; il mio neurone per oggi si è incantato in modalità "attenzione al ghiaccio", anche se qui il ghiaccio sull'asfalto è solo un ricordo. Quando patisco il freddo, mi si accentua anche la paura, come se fossi davvero irrigidita nelle braccia e nelle gambe. Così il povero disco continua ad ululare per tutti i km che conducono dal colle al mare. Mi stupisco di quanti ciclisti si cimentino, oggi, nell'ascesa al Melogno: in bici da corsa, in mountain bike, qualche coraggioso con le pesantissime bici da downhill. Ammirevoli, soprattutto questi ultimi: il brivido della discesa se lo guadagnano con la giusta dose di fatica, anziché con un comodo viaggio in furgoncino.
Man mano che i pini lasciano il posto alle palme, ci avviciniamo a Gorra; da lì, il bivio per Borgio Verezzi mi concede un paio di tratti di salita anche ripida, in cui finalmente posso scaldarmi un po'. Matteo approfitta del successivo tratto in saliscendi per rimpinzarsi e foraggiare anche me: incredibile come io abbia a che fare con persone che temono per me la minaccia costante delle carenze nutritive, quando la mia stazza fa concorrenza alle navi della Costa Crociere... Dev'essersi messo d'accordo con mia madre, Matteo. Lei non perde occasione per infilarmi nel frigo derrate alimentari di vario genere, di solito in quantità sufficiente a sopportare un assedio di anni; lui mi mette continuamente sotto il naso porzioni di panini, biscotti, pezzi di cioccolato. Insomma, non dico di essere un motore Euro 3, ma non consumo così tanto!

Gli alberi di mimosa si impegnano in un timido tentativo di fioritura, ma l'impressione è che nemmeno qui in riviera la primavera abbia fatto sinora grandi passi. La temperatura è certo migliore dei tre gradi sotto zero di questa mattina a Ceva, ma è lungi dal mito della calda Liguria. Non mi viene voglia di levare la giacca invernale nemmeno lungo i cinque o sei km di infernale Aurelia: in compenso, Matteo, che pedala davanti a me, si leva la giacca ed il giacchino, infila il tutto nello zaino, si rimette lo zaino in spalla, senza mai smettere di pedalare. Non mi stupirei se adesso estraesse l'asse da stiro e la Vaporella. Seguo le operazioni restando qualche metro più indietro, con il terrore che una buca, lo scarto di un auto, un pedone che si sposta improvvisamente sulla strada lo colgano con le mani lontane dal manubrio... Per il bene delle mie coronarie, sarebbe meglio che il temerario si dedicasse a questo genere di performance quand'è alle mie spalle.

Lungo l'Aurelia viaggio con i nervi a fior di pelle e mille occhi attenti a tutto, alle auto, ai pedoni; questo non basta a farmi rischiare di disarcionare una ragazza in motorino in una rotonda... Mea culpa, questo marasma non è proprio roba per me. Il bivio per Toirano è una liberazione...
La leggera salita fa sì che, tra un cambio e l'altro, salti fuori un problema che si era già presentato ma che avevo, come mio solito, rimosso, a mò di struzzo con la testa nella sabbia: ogni quattro o cinque pedalate, il pedale fa un mezzo giro a vuoto. Che barba... Il cambio di questa bici è una iattura, si svirgola di continuo. O almeno, io la vedo così... Matteo mi fa sommessamente notare che la mia catena ha avuto l'ultimo incontro con l'olio ai tempi delle Guerre Puniche e che, se protesta, tutti i torti non li ha... Senza contare il fatto che almeno due corone anteriori su tre sono ormai consumate. Insomma, o di riffa o di raffa, è sempre colpa mia... Ma possibile che non esista una bici su cui basti pedalare? Perché questa piaga della manutenzione?

Bah... Per oggi il mezzo è sopravvissuto fin qui; speriamo sopravviva ancora. Comincia una nuova salita, con gran gioia del mio sistema di termoregolazione: persino io, qui, mi tolgo la giacca. La pendenza non è mai eccessiva; le gambe, dal canto loro, girano con una facilità di cui io stessa mi sorprendo. Solo, non mi fido troppo a salire in piedi sui pedali; se la catena dovesse giocarmi il tiro della mezza pedalata a vuoto, mi ritroverei lunga e distesa sull'asfalto. Una bella salita tra tornanti ben esposti al sole; pochissimo traffico, quasi nulla. Peccato solo per i ciuffi di nuvole che riescono a sfuggire alla gabbia del versante piemontese e si allargano fino a coprire, di tanto in tanto, i raggi diretti del sole. Subito un brivido percorre le braccia e la schiena... Man mano che si sale, il tepore del mare resta un ricordo e solo la fatica della lotta contro la forza di gravità mantiene nelle ossa una temperatura nel limite della decenza. Gambe, fiato, cuore, polmoni, tutto lavora a meraviglia. Ho voglia di tornare a pedalare con un po' di costanza... Di lasciarmi alle spalle quel periodo nero, ma proprio nero nero, che prima o poi travolge tutti nel corso dell'esistenza. So che non è finita e che probabilmente non finirà mai del tutto, ma credo sia arrivato il momento di riprendere il controllo e di riconoscere a certe cose, a certi episodi, a certe persone il valore che effettivamente meritano, nel bene e nel male. Credo di aver toccato il fondo, nei lunghissimi bui mesi passati; ora non mi resta che risalire, metaforicamente ed anche nella realtà. E riprendermi le mie ragioni di vita, la corsa, la bici, anche se il lavoro ormai lascia poco tempo e poco spazio.
Raggiungiamo il paese di Balestrino, suggestivo, abbarbicato sulla montagna, con l'unico neo di un'orrenda chiesa di architettura moderna, improbabile ed inguardabile. Bellissimo anche l'altro paesello lungo il nostro itinerario, Castelnuovo di Rocca Barbena. Benché abbia già girato questi posti in lungo ed in largo, ho ancora un po' di confusione circa la geografia; ogni tanto mi rendo conto, con un'illuminazione, di trovarmi un un luogo noto e già visto... Salita e chiacchiera proseguono ancora per un po'; la discesa, annunciata da Matteo ma che speravo, in cuor mio, scomparsa, mi interrompe il ritmo ed il calore. "Dobbiamo scendere per circa trecento metri", che dramma... Per andare ad intercettare la strada del Colle San Bernardo, che ci riporterà in quel di Garessio.

Finalmente, ripresa la salita, trovo un luogo di mio gradimento per la sosta tecnica che ho necessità di concedermi da almeno tre ore... Faceva troppo freddo, prima. Non potevo certo esporre le pudenda a cotanto gelo. Così, mentre mi addentro nel fitto del bosco, Matteo si dedica ad ispezionare la meccanica della mia MTB. Non appena riemergo dalla vegetazione, mi chiama con voce a metà tra l'indignato e l'incredulo, per farmi notare che le maglie della catena, se piegate con le dita, non si distendono più... Insomma, ho capito, c'è bisogno di un po' d'olio, ecchessarà mai. Strano che non m'insulti quando gli propongo di sopperire, per il momento, con un po' d'acqua. Si riparte per l'ultimo tratto di questa lunga e bellissima ascesa; a bordo strada ricompare la neve, che stride un po' con il concerto di cinguettii tutto intorno.

Sul colle ritrovo Matteo, che aveva preso un po' di vantaggio. L'idea era di imboccare una strada che avrebbe dovuto condurci, da quassù, direttamente al Colle Quazzo, per poi scendere da lì a Calizzano e risalire dal Colle dei Giovetti. Ma, saggiamente, Matteo desiste: "Meglio scendere a Garessio - osserva - l'altra strada rischia di diventare sterrata". So benissimo che, da solo, non si sarebbe nemmeno posto il problema e non avrebbe esitato a lanciarsi in esplorazione... Ma ormai conosce l'ira funesta che scatenano in me le situazioni ed i percorsi più impervi: prevale in lui l'istinto di conservazione. Quindi, rivestiti di tutti i possibili strati di abiti, ci avviamo giù per la strada principale, rassegnati ad un'altra dose industriale di freddo, perché l'aria di mare ormai è rimasta di là. Asfalto umido e residui di sale; la temperatura è salita un po' rispetto a questa mattina, ma non poi così tanto. Il microclima di questa valle è davvero una disgrazia! Ed i km scorrono lentissimi, con il rammarico della cioccolata calda che avrei avuto piacere di godermi su al colle: ma del bar resta solo l'edificio, sprangato e dall'aspetto polveroso. E pensare che, dietro a quella finestra, tanti anni fa me l'ero concessa davvero una bella cioccolata, verso la fine di una pedalata mica da ridere. Pazienza...

Anche qui finisco per sconvolgere il piano di viaggio del buon Matteo: vorrebbe risalire, lui, al Colle Quazzo e poi ai Giovetti, e da lì a Bagnasco, infine a Battifollo ed a Ceva. Sarebbe un gran bel finale, non lo metto in dubbio, ma, al mio ritmo, raggiungerei l'auto col buio o quasi... E, soprattutto, col freddo dannato che al buio si accompagna. Preferisco un più modesto percorso da Garessio a Bagnasco, con salita a Battifollo e rientro a Ceva, anche se il mio compare storce il naso per via del tratto di qualche km da percorrere sulla strada di fondovalle. In effetti, qualche auto di troppo ed un curioso personaggio che butta palate di neve in mezzo alla strada per spostarla dall'ingresso di casa ci accompagnano verso la ridente località tropicale, mannaggia la miseria, di Bagnasco City; se non altro, è un bel tratto di pianura al sole. Appena oltre il semaforo, ci attende il bivio per Battifollo. Si comincia a salire per rispondere alla fatidica domanda di sempre: ma la mezza torre di Battifollo, mezza nel senso verticale, sarà ancora in piedi? Chissà. Qualche strappo, qualche tornante; Matteo si lancia in un allungo, mentre io resto, come sempre, ostinatamente fedele alla mia marcia da carro funebre. La luce si attenua; non sono più le brevissime giornate di dicembre, ma il sole non riesce ancora a farsi rispettare. L'entusiasmo dei suoi raggi si spegne sui rami ancora morti, scuri e tetri del bosco; non un fiorellino, nemmeno una gemma.

Le gambe girano ancora gagliarde, nei limiti delle mie possibilità, e la mezza torre di Battifollo compare prima del previsto. E' un paesaggio davvero suggestivo: credo lo ritenga tale anche l'autista del fuoristrada che viaggia in senso contrario a me, che prima invade un po' della mia corsia e poi si ferma. Quella torre è una beffa alle regole della fisica; il suo aspetto, poi, nella grigia stagione invernale è ancora più inquietante.

Matteo spunta in discesa, già ben vestito e coperto; di lì a poco, in paese, mi fermo anch'io: tempo di indossare tutto quel che ho, sotto la guardia attenta e chiassosa di tre o quattro pasciutissimi cagnetti in un cortile. Direzione Ceva, l'ultima discesa, sempre troppo lunga. Fin troppo facile prevedere che quel cagnotto, legato alla padrona da un guinzaglio allungabile, attraverserà la strada... Tempo di raccomandare a Matteo "Occhio!", che la bestiola è già dall'altro lato della carreggiata rispetto alla madama molto svampita e poco responsabile: in mezzo, il cavo del guinzaglio. Roba da disintegrarci tutti quanti, umani e cani... La discesa prosegue con cautela; ghiaccio non ce n'è più, ma l'asfalto è viscido di fanghiglia e sale. E fa freddo... Questa è una delle poche circostanze in cui la vista dell'autostrada mi è di gran conforto. Oltre il cavalcavia che la sorpassa, siamo a destinazione: la rotonda, un passaggio in paese e su per l'ultimo strappo, dove un simpatico automobilista si attacca al clacson per ottenere spazio, salvo poi fermarsi cento metri più avanti per rispondere al prepotente richiamo della vescica. Mi vien quasi da fare al suo indirizzo il gesto del pollice e dell'indice tesi, paralleli e con i polpastrelli molto vicini... Ma non è il caso di attaccare briga, proprio alla fine di una bella giornata. Anzi, mi concedo persino la progressione sull'ultimo tratto della salita, giusto per accumulare un briciolo di calore prima di raggiungere l'auto. La Zafirona ed il furgone blu elettrico sono ancora lì in attesa. 145 km e circa 3.200 m di dislivello in salita; la fame si fa sentire: meno male che la mamma di Matteo ha pensato alla torta salata!




10 marzo 2013 - DI CORSA DA CEVA A SPOTORNO

Il marchingegno automatico del casello autostradale di Ceva, oggi, dev'essere in confusione: invece di mangiarselo, come fanno di solito tutti i caselli o perlomeno quelli che frequento di solito, mi restituisce il biglietto che ho appena inserito. Purtroppo, però, i soldini se li tiene, e neanche pochi: cinque euro e settanta per pochi km di autostrada, credo sessanta. Ceva mi accoglie con una temperatura che, dato il clima abituale di questa sezione distaccata di Antartide, si può quasi definire tropicale, ben quattro gradi alle cinque del mattino passate da poco.
Parcheggio la Zafirona nella solita piazza centrale, appena sotto la stazione ferroviaria, in modo da ridurre al minimo il tragitto che dovrò percorrere a piedi, stasera, con le gambe disintegrate. Giacca, berretto, guanti, zaino: pronti, via, si parte, alla luce giallognola e fioca dei lampioni, in compagnia di un paio di viandanti notturni dall'aspetto a metà tra stravolto ed addormentato. Tempo di percorrere duecento metri e... Alt, indietro tutta, il telefono è rimasto in auto! Fosse solo per me, potrebbe restarci, in auto; anzi, già che ci sono, lo catapulterei direttamente nel Tanaro, visto che ce l'ho qui a disposizione... Ma la mamma è sempre la mamma, potrebbe aver bisogno e in ogni caso vuole sapere come va in tempo reale! E poi ci sono i Tittoni, ho necessità di sapere notizie dei Tittoni almeno un paio di volte nella giornata.

La seconda partenza è quella buona. Supero il viale centrale del paese, in direzione di Mombasiglio. Nel silenzio dell'ora mattutina, mi giungono le voci concitate di quella che ha tutta l'aria di essere una lite: poco più avanti, quattro o cinque energumeni davanti alla saracinesca sprangata di un bar altercano con fare minaccioso. Passo oltre con un certo timore, sperando che nessuno si interessi a me... In effetti, credo non si accorgano nemmeno del mio passaggio. Supero il ponte e la rotonda e procedo in direzione di Battifollo; la strada sale ed offre un bel panorama sulle luci di Ceva e del circondario. Di certo, lo spettacolo notturno è più suggestivo di quello diurno: eccezion fatta per il centro dell'abitato, tutto il resto è un'accozzaglia di capannoni e strade.

La mia presenza suscita la viva indignazione dei cagnetti e cagnoni a guardia dei giardini, probabilmente poco avvezzi ai viandanti mattutini. Posso solo immaginare il fremito di paura dei proprietari di casa, svegliati di soprassalti dall'abbaiare furioso dei quattrozampe. Di questi tempi, corro quasi quasi il rischio di essere impallinata, a maggior ragione man mano che mi allontano dall'abitato e percorro tratti più isolati.

La strada sale decisa appena superato il cavalcavia dell'autostrada. Qui, all'aperto, il termometro dev'essere sceso parecchio; un refolo di vento contribuisce a rendere più acuta la sensazione di freddo. Affronto il primo tornante all'interno della curva: il piede, appoggiato all'asfalto con la decisione dell'andatura di corsa, scivola; l'altro piede lo segue a ruota: a momenti mi ritrovo lunga e distesa per terra... Meglio tener conto del ghiaccio. La neve, abbondante a bordo strada, si scioglie durante il giorno e forma colate d'acqua che di notte si trasformano in un micidiale strato scivolosissimo.

Non c'è bisogno della luce frontale; la luna non si vede, ma la striscia bianca a bordo strada è più che sufficiente ad indicare la direzione. Inoltre, spesso sulla strada si affacciano case e cortili. Nel buio delle pareti spicca già qualche quadrato luminoso, qualche autoctono mattiniero come me. Mi sembra quasi di sentire il profumo del caffè... Andrebbe tutto bene, se non fosse per il freddo intenso. Pessima decisione, quella di privilegiare la felpa, sia pure spessa, rispetto alla giacca che ripara meglio l'aria. Mi sembra di essere assalita dagli spifferi... Il freddo alle spalle ed alla schiena mi mette in agitazione, non lo sopporto.

Buio e silenzio assoluto sulla strada e nel bosco; solo lo scorrere impetuoso di tanti rivoli d'acqua e, a seconda dell'orientamento del pendio, il fruscio dei rami e dei cespugli. Non posso dire di sentirmi in gran forma, proprio no: fatico, sono senza forze, fiacca, ho freddo. Ma ormai mi conosco: so bene che all'inizio è sempre così, e pazienza se l'inizio dura venti e più km. Andrà meglio, più avanti. In qualche tratto cedo alla tentazione della camminata, sia pur veloce: probabilmente ce la farei, a correre anche i tratti più ripidi, visto che, su questa salita, di ripido c'è ben poco. Ma il viaggio è lungo... Meglio conservare le forze ed i muscoli integri. Intanto tengo d'occhio i cartelli con l'indicazione dei chilometri: dovrebbero essere dieci, dall'uscita di Ceva a Battifollo. Scorrono lenti e travagliati.
Il primo accenno di alba mi coglie più o meno a metà salita, appena una sfumatura nel cielo nerissimo. Ed anche la prima auto, che sento giungere alle spalle: la sento rallentare, passarmi accanto con cautela, la vedo ripartire. Posso solo immaginare lo sguardo perplesso dell'automobilista mattutino. Seguono, a breve distanza di tempo, altri due fuoristrada. Non si può dire che ci sia molta gente in giro da queste parti...

L'affascinante ed insieme inquietante sagoma della mezza torre di Battifollo mi appare ben prima di quanto me l'aspettassi, e pure in un punto dove non avrei creduto di vederla: rispetto a me, tutta a destra. Quindi la strada qui fa un ampio curvone verso destra... Incredibile, quanto ci si perda di un paesaggio, se si percorre una strada sempre e solo nello stesso verso. Io da qui sono sempre passata in discesa, in bici... In salita, la prospettiva è tutta diversa. Mancano tre chilometri all'abitato, così dice il cartello: la torre è una lama nera che squarcia il velo scuro del cielo, dove pian piano si fa strada un po' d'azzurro. Gioia per gli occhi, quest'alba, ma non per il resto del corpo: quassù, dove la strada corre più esposta al vento, il freddo è feroce, morde le gambe, le spalle, la schiena. Mi sento a disagio: il freddo è da sempre uno dei miei peggiori nemici; uno dei tanti, purtroppo, perché di certo io non sono un cuor di leone... Temo il freddo, temo la pioggia, il vento, la nebbia, insomma, fatemi correre con il solleone del pomeriggio sahariano e ve ne sarò grata!

Il momento è pura poesia, ma sono costretta mio malgrado ad infilarci un intermezzo di prosa: sosta tecnica lungo uno dei pochissimi sentieri vagamente praticabili, in parte sgombro dalla neve e non troppo paludoso. Inutile dire che la parte migliore di me, così crudelmente esposta al gelo, si iberna all'istante. Sarà anche per questo che la ripartenza è particolarmente vigorosa...
Sotto un cielo screziato di viola, arrivo alle prime case di Battifollo. Qualche camino fuma, ma in giro non c'è un'anima. Manifesti elettorali e manifesti mortuari si contendono l'occhio del passante; ghiaccio a terra, silenzio, immobilità. La prima salita finisce qui: ora si va giù, destinazione Bagnasco, non prima di aver scattato un paio di foto alla torre che, in questo momento, svetta proprio sopra la mia testa. Dovrebbero essere sei km, da qui al gelido fondovalle. E se, quassù, un pallido sole sta tentando di spedirmi pietoso i suoi raggi ed infondermi un po' di tepore, giù in valle sarà un supplizio di gelo e nebbia.
Ampie curve mi accompagnano giù verso la coltre bianca che nasconde l'abitato. Incontro solo un paio di auto; per il resto, tutto tace. Ghiacciano anche i rumori del bosco.

Sono ormai alle porte di Bagnasco quando squilla l'odiato cellulare: non sarei tranquilla senza il collegamento diretto con casa, nell'eventualità che mia mamma avesse bisogno di me, ma nutro un odio viscerale verso questo aggeggio. L'idea di essere sempre, o quasi, reperibile mi dà angoscia. Non sono indispensabile... Lasciatemi in pace! E invece no, la genitrice vuole accertarsi che io sia viva e vegeta. Così mi tocca sfilare i guanti e, con le dita irrigidite, frugare nella tasca dello zaino alla velocità della luce, perché la mater è anche impaziente. Addio alla poesia del gesto regolare della corsa.
Archiviata l'inopportuna telefonata, attraverso la strada principale di Bagnasco, per dare inizio alla seconda salita, verso il Colle dei Giovetti. Il freddo è rabbioso; anche qui, ghiaccio ovunque, per terra e sulle chiome degli alberi. Chissà se, e quando, un raggio di sole scenderà fin giù. Se non altro, il cielo è limpido...
Le gambe non sembrano gioire della nuova salita, che pure, all'inizio, è davvero appena accennata. Sono un po' inchiodate. Cataste di legna coperte di brina a bordo strada; un solo essere umano attraversa il paese, oltre a me. Ci salutiamo con diffidenza reciproca: l'uno pensa dell'altro che si tratti di un miraggio, è probabile.
Quando la strada prende a salire sul serio, mi converto all'andatura di passo, svelto ma pur sempre passo. La strada è lunga, meglio risparmiare le energie. Finalmente la luce del sole penetra fino a me, sia pure solo a chiazze: è spettacolare il gioco di riflessi con la brina sulle chiome degli alberi; merita un paio di foto, anche se so già che la mia idea della foto da scattare non corrisponde affatto a quel che in effetti ne verrà fuori. Sui successivi tornanti, un po' di luce mitiga di quando in quando il rigore della temperatura. Osservo la strada che sale fra i tronchi ancora spogli, anche se ormai la conosco a memoria; proseguo a passo il più possibile svelto. In salita mi scaldo, ma già temo per il brivido della discesa...
Al colle, la desolazione di sempre, bellissima. Il sole scioglie la brina su rami degli alberi, sembra che nel bosco venga giù il diluvio; a me tocca, ancora una volta, ripiombare a fondovalle, dove ormai dispero che arrivi un po' di tepore. In discesa, complice la forza di gravità, posso riprendere la corsa, mentre tutto intorno a me ancora tace: solo, ogni tanto, dai rami piomba giù un grumo di neve che si sbriciola prima di toccare terra. Oggi i muscoli non si rassegnano al clima; strillano anche se non fanno fatica, sono rigidi. E il passo è per forza ingessato. A fatica, raggiungo nella tasca dello zaino l'ultimo Mars che ho trovato in casa; a parte la consistenza marmorea per il freddo, è delizioso... Di bere, invece, non se ne parla, non ho nemmeno la borraccia. Confido di trovare, prima o poi, un rivolo d'acqua accessibile e più o meno potabile. Dovrebbe esserci, appena prima di Calizzano, una delle tante fontane provviste di statua della Madonna: con poca coerenza, visto che non nutro affatto simpatia per il soggetto e per tutti i suoi affini, ne approfitterò.
Curva dopo curva, come previsto, la foschia mi avvolge. Non è fitta, ma è quanto basta per intirizzire le ossa.
Non finirò mai di benedire la mia diffidenza nelle previsioni meteo, che per oggi avevano annunciato una giornata quasi primaverile. Altrove, forse... Non qui, climaticamente una enclave della Norvegia. Cerco altri pensieri per distrarmi dal pensiero delle mani gelide, ma quelli che trovo sono altrettanto antipatici, casa, lavoro. Forse sono ancora meglio le dita gonfie e rosse tipo salsiccia.
Attraverso la borgata quasi deserta: solo una casa ha il camino che fuma; tutte le altre sono sprangate, la neve accumulata davanti ai cancelletti d'ingresso, le porte protette da pannelli di plastica o metallo fino a mezz'altezza. Io mi lamento del costo del riscaldamento a Carmagnola, ma qui, per raggiungere una temperatura che niente niente consenta l'esistenza di una forma di vita in casa, credo si debba bruciare mezza Foresta Amazzonica all'anno. I campi sono ostinatamente ricoperti di neve; i cavi dell'elettricità, abitati solo da qualche corvo, neri sul bianco dello sfondo, sembrano quasi spartiti musicali.

La mia corsa, a questo punto, è proprio penosa. Supero il primo e poi il secondo ponte sul torrente; un paio di sentieri che si inerpicano tra i tronchi spogli del bosco attirano la mia attenzione. Chissà dove portano? Sono anche segnati... I ruderi pericolanti, poi l'ultima curva che mi porta in vista di Calizzano. Qui dovrebbe esserci la fontana... Infatti la trovo. Una targa millanta chissà quali virtù curative di quest'acqua: e capirai... Fosse almeno frizzante, di già che afferma d'essere così speciale! In realtà, non amo l'acqua naturale, affatto... Almeno per il palato, è come non bere proprio nulla, ma è sempre meglio la fontana di una borraccia che sballotta nello zaino. L'acqua balla comunque, anche se la borraccia è ben fissata in una tasca.

Dopo aver prosciugato lo zampillo dell'acqua, riparto verso Calizzano, le gambe sempre più appesantite. Il lungo rettilineo prima del paese "fuma" per effetto del calore del sole; tutt'intorno, le montagne sono ancora cariche di neve. Calcolo con una certa preoccupazione la strada che mi resta da percorrere: con i garretti in questo stato... A Calizzano, qualche anima osa aggirarsi per il paese. Dovrei aver percorso poco meno di quaranta km, occhio e croce; quindi, ormai è mattino avanzato... Superato il paese, la strada torna a salire blanda. Mi impongo di correre almeno fino all'inizio del tratto nel bosco, gli ultimi sei km di faggi e di curve. Raggiungo la borgata con l'unico negozietto che vende di tutto, dal pane al detersivo; più avanti, l'agriturismo. La fame si fa sentire, ma non ho più nulla per placarla. Provvederò più avanti.
A fatica raggiungo, di corsa stentata, l'obiettivo che mi ero prefissata; di lì in poi, cedo alla tentazione della camminata a passo svelto, anch'essa faticosa ma meno massacrante per i muscoli ormai doloranti. Beh, che dire, la mia condizione sportiva non è mai stata brillante, ma oggi sono proprio a terra...

Perlomeno, le stalattiti che pendono giù dai muretti in pietra sul bordo della strada sono quasi dissolte; ne restano solo i monconi sgocciolanti. Salgo di buon passo, guardandomi intorno; questo è il bosco in cui, anni fa, ho scoperto l'esistenza di quel curiosissimo fenomeno chiamato "anastomosi", una sorta di "ponte" tra due alberi, un ramo che sembra nascere da entrambi i tronchi e fa da collegamento... Da allora, ogni volta che passo di qui, butto l'occhio per scovarne qualche altro caso. Oggi, infatti, sono fortunata: aguzzando la vista ne scopro un'altra, evidentissima, a cui scatto qualche foto.

Mi preoccupa un po' quel che vedo in direzione del colle, ancora lontano: sembra uno strato di nuvole scure... Vuoi vedere che io da ore bramo il calore della riviera e invece di là, oltre il Melogno, mi ritroverò nella nebbia? In effetti, chilometro dopo chilometro, mi avvicino alla coltre scura, mentre, ironia della sorte, in direzione della Valle Tanaro il sole illumina le cime. Pazienza, indietro non si torna, ormai, anche perché sarebbe lunga assai. Affretto, per quanto possibile, il passo; chiudo per benino la cerniera della giacca antivento, che speravo di levare parecchie ore fa e che invece mi è ancora indispensabile. I cartelli che indicano km e centinaia di metri mi informano che ormai al colle manca poco: il sole è sparito oltre la nebbia. Mi resta ancora la speranza che si tratti di un nuvolone che ha incappucciato solo le vette...

La trattoria del Melogno è una vera tentazione. Per fortuna, il capannello di gente che è lì lì per entrare mi fa desistere dal proposito gastronomico; questa piccola orda di barbari affamati monopolizzerà i titolari per un po'... Ed il mio panino andrebbe per le lunghe. Meglio puntare all'altro bar, al bivio con la strada che va verso Pian dei Corsi, tra un km o poco più. Supero la galleria del forte, anche se, con mia gran sorpresa, noto un cartello di divieto di passaggio ai pedoni: mi spiace ma non vedo alternative... Vorrà dire che non sarò arrestata per questo. Ciò che vedo dall'altra parte annienta ogni residuo barlume di speranza: nebbia. Il mare, questo sconosciuto, risulta oggi non pervenuto. Rassegnata, riprendo la corsa, con gran dolore delle gambe ancora più inchiodate. La discesa è lunga, sedici km... O la va, o la spacca.

Un altro curioso fenomeno vegetale attira la mia attenzione, nonché l'obiettivo della macchina fotografica: due aberi, un faggio ed una conifera nella cui identificazione non mi cimento, hanno i tronchi letteralmente fusi l'uno nell'altro per un breve tratto. Chissà chi ha mangiato chi...
Da una delle prime case, mi abbaiano due cani ormai noti, un Sanbernardo ed un botolino a pelo lungo. Mi piacerebbe un sacco coccolarli, ma non oso importunare i padroni di casa, presenti in cortile.
Un certo senso di panico mi assale quando mi rendo conto che il bar, l'ultimo prima di arrivare al mare, è chiuso... Ma immediatamente m'illumino d'immenso: la nebbia svela, sul piazzale proprio di fronte, il banchetto del venditore di formaggi. E' vero, mi sono ripromessa di diventare, pian piano, vegetariana integralista, vegana, insomma; per coerenza, la toma sarebbe vietata... Ma il mio stomaco non è affatto coerente; prende il controllo della situazione e mi trascina davanti alla lussuriosa esposizione di leccornie. Il simpatico venditore, un omone dall'aria paciosa, completa l'opera porgendomi un boccone di formaggio dolce e fresco. In men che non si dica, il mio zaino accoglie una bella fetta da tre etti di toma. Il formaggiaro mi chiede che giro io stia facendo e rimane perplesso alla mia risposta: non so se ci creda davvero... Comunque sia, mi ha salvato la vita. Contenta come una Pasqua, riparto di corsa con il mio dolce ed odoroso peso supplementare; farò merenda lungo la discesa. La compagnia della toma allevia un po' il male alle gambe, che ormai si fa sentire prepotente, ed anche la tristezza della nebbia che avvolge ed annulla la mia speranza per un po' di tepore.

Incontro parecchi ciclisti che salgono con ogni tipo di mezzo, dalle bici da corsa ai pesantissimi trabiccoli da downhill. Ci vuole coraggio per affrontare l'ascesa al Colle del Melogno con quelle bici pesantissime ed ammortizzate: infatti, la maggior parte degli appassionati della disciplina suicida, da queste parti, va su con i furgoni e le bici nel rimorchio. Non li invidio in ogni caso: almeno per me, scendendo verso mare, la foschia si attenua un poco. Il mare, più che vedersi, si intuisce, anche se ormai da qui sono ad un tiro di schioppo.
Levo finalmente i guanti e, senza smettere di correre sia pure a passo di lumaca anziana, sbrano un pezzo di toma. A Gorra, per fortuna, la fontanella rimedia all'arsura del formaggio... Giusta punizione per la mia golosità.

Alla fine della discesa, ho la sciagurata idea di passare da Finalborgo. E sì che ormai mi conosco da quasi trentadue anni; sono capace di perdermi in un bicchier d'acqua... Succede, infatti. All'uscita del borgo, imbocco la strada lungo il torrente, ma nella direzione sbagliata. Il sospetto mi coglie quando butto l'occhio alla direzione della corrente: è contraria alla mia... Sto andando verso monte anziché verso mare. Per carità, sono poche centinaia di metri da ripercorrere al contrario, ma non ne sentivo il bisogno...
Faticosamente, tra un marciapiede, un passeggino e varie altre insidie ai miei garretti, conquisto il mare. E questa è una certezza anche per il mio scarso senso di orientamento: da qui, per raggiungere Savona o almeno avvicinarmi, non mi resta che tenere le onde alla mia destra.

Il sole latita, anche in Riviera. Soffia un vento freddo, per fortuna non così intenso. Beh, non tutto il male viene per nuocere: il meteo cupo scoraggia i turisti da passeggiata, soprattutto quelli con torme di marmocchi al seguito. Sopporto volentieri il disagio del clima, in cambio della quiete. Mare e cielo hanno lo stesso colore metallico... Ciononostante, qualche temerario osa avventurarsi in spiaggia in tenuta da bagnante. Sarà qualcuno che ha una fiducia ostinata ed incrollabile nelle previsioni del tempo, che per oggi promettevano una giornata calda ed asciutta. Rabbrividisco al solo pensiero: sarà che io sconto anche un po' di stanchezza e patisco il vento perché sono sudata, ma mai e poi mai rimarrei all'aperto con meno di due strati di vestiario, oggi.

Le gambe sono tutt'altro che in forma. Legnose, doloranti, oggi va così. Sono un po' delusa, anche se, in tutta onestà, non è che potessi aspirare ad un risultato molto migliore di questo. Grazie, si fa per dire, a quella stramaledetta 24 ore a circuito di San Benedetto del Tronto del primo dicembre... Oltre ad aver seriamente rischiato di demolire l'auto nel viaggio di ritorno, mi sono anche procurata un'infiammazione con i controfiocchi al ginocchio destro: ormai ero quasi arrivata a credere di non poter più correre... Dieci km al massimo e poi il dolore sull'esterno del ginocchio spuntava e cresceva nel giro di poche centinaia di metri, fino a rendermi del tutto impossibile la corsa. Ho sempre confidato nella capacità del mio corpaccione di risolvere da sé i guai, senza andare a sprecare soldi miei e soldi del Servizio Sanitario Nazionale in chissà quali visite ed esami specialistici, ma devo ammettere che questa volta sono giunta a nutrire qualche dubbio in proposito. Per fortuna, alla lunga, per questa volta ho ancora avuto ragione; sia pure tra improperi, dolore, rabbia e tristezza al pensiero di non poter più correre, il problemaccio, com'era arrivato, se n'è andato. Il guaio è che due mesi di seri allenamenti sulla distanza sono andati in fumo... E probabilmente ho messo su della gran ciccia. Pazienza: tocca rassegnarsi.

Mentre corricchio a velocità da carro funebre sul lungomare, quasi stordita dal movimento regolare di un mare quasi placido nonostante il vento, mi rendo conto che forse è il caso di tenere d'occhio l'orologio. Avendo io viaggiato fin qui con molta lentezza, ho fatto tardi: a Savona, di questo passo, non arrivo di certo prima delle sette e mezza. Già, ma poi? Ci saranno ancora treni per Ceva, e quando? Già, un viaggiatore accorto e previdente si sarebbe preparato una tabellina con gli orari delle partenze dalle varie stazioni, da Finale a Savona. Io non ho la più pallida idea di niente di tutto ciò. Mah... Finale, Varigotti, le bellissime scogliere, oggi ancor più arcigne per effetto della luce; i gabbiani con le loro grida stridule; la vista sulla costa, che ogni tanto sfuma nella foschia; i brividi per le folate di vento. Non mi va giù l'idea di non arrivare a Savona, ecco... Ma le gambe stanno cercando di farmi capire che non hanno intenzione di portarmi fin là di corsa. Il mio viaggio rischia di diventare eterno... OK, la costa non è il deserto; non è grave perdere l'ultimo treno, alla peggio si dorme in stazione e si prende il primo dell'indomani. Ma scoccia, anche perché a casa ci sono i miei beniamini pelosi in attesa.

A Noli la stazione non c'è, almeno credo. Passo lungo la spiaggia, butto l'occhio ai cartelli stradali, ma non vedo nulla che mi ispiri. A Spotorno, il prossimo paese, se non erro dovrei essere più fortunata... Raccolgo le ultime forze per allungare ancora un po' il passo: sempre più rari i pedoni che incontro sulla mia rotta. Il vento rinforza, la luce cala; è ora, per chi può, di ritirarsi al calduccio. Ma a Spotorno ci sarà poi davvero la stazione? E' la domanda che comincia a tormentarmi. Curioso, come la stanchezza ingigantisca piccoli problemi che in realtà non sono degni della benché minima ansia. In fondo, se anche non dovessi trovare un treno, non ci sarebbe poi nulla di male... Prima o poi, ne arriverà per forza uno!

Con il cuore in gola, non solo per la fatica, entro in paese. Poche centinaia di metri e, con sollievo, addocchio il cartello con il simbolo del treno. Perfetto... Abbandono il lungomare, seguo le indicazioni. La stazione appare, effettivamente, di lì a poco. Mi precipito, come posso, al tabellone dei treni: partenza per Torino, 17.25... Guardo l'ora e mi affloscio: sono le 17.27. Il prossimo treno sarà tra due ore... In un impeto di disperazione, pigio forsennatamente i tasti del bigliettaio automatico, che, per fortuna, non si offende per la mia mala grazia. Poi, con le residue forze, schizzo al binario deputato. Vedere un fitto assembramento di persone mi rincuora... "E' già partito il treno per Torino?", chiedo al primo viaggiatore in attesa che mi sembra avere la faccia di chi sa quel che dice; "No... E' in ritardo". Beh... Credo di non aver mai gioito così tanto, di cuore, per il ritardo di un treno. E' proprio vero; io viaggio in treno una volta ogni morte di Papa e puntualmente incappo in un ritardo... Mi vien da dire, questa volta, meno male! Trovo persino una cabina in cui cambiarmi la maglietta al riparo dal vento gelido. Ancora qualche minuto e la locomotiva spunta fischiando. Il tragitto è di quelli in stile carro bestiame; manco a pensarci, di trovare un sedile; ancor grazie che si trovi spazio vitale in piedi. Mi ritrovo in mezzo ad una vera babele di lingue, stili e motivi di trasferta: dai pensionati che fanno la spola tra Torino e la Riviera agli studenti fuori porta, alla famigliola di orientali, credo filippini, ai vù cumprà vocianti con la loro voluminosa mercanzia. In tutta sincerità, non amo la multietnia e non riesco a trovare nulla di pittoresco in tutto questo crogiolo di origini... Ma faccio buon viso a cattivo gioco, il viaggio è breve. E pazienza se il posticino a sedere che faticosamente mi ritaglio - per terra, accanto ad una delle porte - è spazzato dalla corrente gelida degli spifferi, e pazienza anche se la stanchezza mi provoca un fortissimo mal di testa. Mi consolo con l'ultimo frammento di formaggio, alla faccia dell'igiene e delle mani ormai lerce - a cosa serve il sistema immunitario altrimenti? - finché mi accorgo di essere ormai a destinazione. La Zafirona è ancora lì, in paziente attesa; mi ci fiondo e, per prima cosa, accendo il riscaldamento al massimo. Poco più di settanta km nelle gambe, occhio e croce, mi rendono arduo persino manovrare i pedali... E il fatto di patire la lunga distanza, per me, è un duro colpo all'orgoglio. L'unico mio lato positivo è sempre stato proprio quello di reggere bene la fatica prolungata; se mi s'incrina questa certezza, sono dolori... Coraggio, datti da fare Gian, tira via la ruggine. Ci vorrà un po' per recuperare, ma è ora di scrollarsi di dosso un bel po' di patemi, fisici e morali. La radio a tutto volume terrà lontani i mugugni, almeno fino a casa. Poi affogherò la tristezza tra peli e bava dei miei beniamini: la migliore psico e fisioterapia!