venerdì 17 marzo 2017

Di corsa tra Vicoforte, Frabosa Soprana, San Giacomo di Roburent

Le minilepri ed il gatto li ho schivati con un buon margine... Ma il capriolo può davvero ringraziare la sua stella e la mia abitudine di calcare poco l'acceleratore, soprattutto quando è buio, quando conosco poco la strada e quando sono, come stamattina, angosciata dalla spia della riserva. Sveglia, però, a quanto pare sono sveglia: inchiodo all'istante quando vedo l'animale schizzare sulla strada, a pochi metri dal mio cofano; sterzo a destra per non investirlo e riesco persino a non finire giù dalla riva, mentre il simpatico ungulato, limortaccisua, risale leggiadro e beato il pendio alla mia sinistra.

Ma lo spavento fin qui provato è nulla rispetto allo sbigottimento che mi genera la figura vagamente umana in gilet rifrangente, casco e pantaloni rossi, crocifissa in mezzo alla rotondina in centro a Vicoforte. Strabuzzo gli occhi e capisco: trattasi di un tipico esemplare di pirla. Infatti è Ivano, già pronto per la partenza. S'era detto alle quattro e sono, infatti, le quattro in punto. Cinque minuti in tutto per parcheggiare l'auto, consegnare al mio assistente ciclista di oggi il bagaglio e partire.

La mia scorta alimentare, come sempre, è raffazzonata: ho buttato un una borsa di plastica a casaccio le prime derrate che ho trovato aprendo la dispensa, peraltro non rifornita da me ma dalla santa madre. Quattro o cinque plumcake alla marmellata nella pietanziera di metallo per evitare che si schiaccino; un Buondì, un pezzo di croccante alle mandorle, due lattine di Red Bull. Manca il capitolo “salato”, ma a quello confido abbia provveduto Ivano. Uomo all'apparenza cattivissimo, cinico, inaffidabile, insomma un mostro: ma, quando si tratta di sport, è una garanzia, per sé e soprattutto per me, che sono decisamente meno affidabile di lui e per giunta anche pericolosa, in primis per me stessa.

Maglia tecnica invernale, maglietta a maniche corte da bici per la comodità delle tasche sulla schiena, gilet, giacca impermeabile, pantaloni ¾, due paia di calze, immancabili Hoka ai piedi e fascia per le orecchie. I guanti... Ehm... Me ne sono ricordata all'ultimo istante, uscendo di casa: per non frugare negli armadi e svegliare mia mamma, ho afferrato il primo paio che mi è capitato a tiro, un elegante paio di guanti in pelle che mia nonna indossava nei giorni di festa. Sono un po' stretti e del tutto estranei al contesto, ma che importa. Basta che riparino le mani, visto che la temperatura è di ben due gradi.

Anche Ivano è sepolto sotto più strati di indumenti. Non lo invidio davvero: correndo, io mi scalderò in fretta, ma lui, pedalando alla mia velocità, è a serio rischio ibernazione. Per fortuna, è uno che in materia sa il fatto suo.

Si parte in leggera discesa, giusto per scaldarsi un po'. Chissà quante maledizioni piovono dalle case dei paraggi... Altissimi latrati di tutti i cani del circondario, indignati dai nostri movimenti notturni. Meglio allontanarsi, prima che, oltre a santi e madonne, qualcuno decida di far volare anche un pitale. In effetti, non posso dar loro torto. La gente normale, a quest'ora, dorme o guarda film a luci rosse, oppure esce ubriaca dalle discoteche e si stampa in auto contro i platani. Noi ci avviamo a piedi e su ruote lungo le strade deserte del Monregalese, sotto lo sguardo benevolo di una splendida luna piena appena velata. Attraversiamo la piazza deserta dell'imponente Santuario di Vicoforte, sfiliamo nei pressi di un distributore di benzina che mi ricorda l'incombente presenza della spia gialla sul cruscotto della Zafira e poi via, sempre in un concerto di latrati, finché le case cominciano a diradarsi. Il mio primo problema, come sempre alla partenza, è trovare un luogo per una sosta tecnica, ermeticamente protetto dalla vista di chiunque. Scrupolo quasi superfluo nelle tenebre di quest'ora, si dirà: eppure, non appena individuo un posticino che potrebbe fare al caso mio, in lontananza appaiono i fari di un'auto. Se osassi fermarmi, sono certa che arriverebbe immediatamente una carovana di pullman di turisti giapponesi con i teleobiettivi. Lasciamo perdere, soffriamo in silenzio.

La strada in leggera salita porta conforto alle membra intirizzite. Il buio mi confonde le idee: ho già perso l'orientamento rispetto alla partenza. Ad un incrocio, in corrispondenza di una cappelletta illuminata da una viva luce gialla, svoltiamo a sinistra. A sinistra per gli uomini, specifica Ivano. Già, perché io spesso mi trovo in difficoltà quando, a bruciapelo, devo decidere dove sia la destra e dove la sinistra. Ho bisogno di un istante per ricordare qual è la mano con cui scrivo. Dicono che sia un difetto non così raro nelle donne.

Si torna in mezzo alle abitazioni e, ancora, si scatena il concerto canino. Posso solo immaginare lo sbigottimento degli indigeni assonnati ed intuisco occhi ansiosi dietro spiragli di tende appena spostate. Soprattutto di questi tempi, quando i furti nelle case sono ormai lo sport nazionale. Figuriamoci poi cosa possono pensare, i tapini, alla vista di due oggetti semoventi non ben identificati ma molto luminosi. Ed anche parecchio ciarlieri. Va a finire che tra un po' arrivano i gendarmi! Basta che a nessuno salti in mente di imbracciare la doppietta. Soprattutto nel momento in cui io, accanto ad una provvidenziale catasta di legna, mi concedo il “minuto di raccoglimento” tanto desiderato.

Il percorso studiato dal mio fido assistente, nonché guida materiale e spirituale, non risparmia le sorprese. Persino un tratto di sentiero, qualche centinaio di metri, che s'infila tra le cascine. “Non c'è fango qui” - commenta Ivano – “quindi non dovremmo trovarne molto nemmeno sulla strada sterrata che percorreremo più avanti, anche se la quota sarà ben più alta”. Un brivido mi corre lungo la schiena: chissà dove diavolo andremo a finire oggi... Incautamente ho chiesto di architettare un percorso lungo ed impegnativo, senza porre limiti di alcun genere, e conosco ben poco il Monregalese, quindi sono costretta a fidarmi.

Tra un incrocio di qua ed una svolta di là, posso dirmi in completa confusione. Ivano si lamenta dell'ammutinamento del GPS: lo posso capire... Il GPS! Siamo perduti nella notte tenebrosa e nel nulla eterno... Raggiungiamo, al termine di una discesa, una strada che ha l'aria di essere un po' più frequentata, almeno nelle ore canoniche del giorno. La percorriamo per poche decine di metri, incontrando ben un'auto, per poi svoltare a destra in strada della Galla. Una secca rampa iniziale in salita mi fa capire all'istante che non ci sarà da scherzare. Anche qui, la stradina corre ripida in mezzo a ville e villette che, a ragione o più spesso a torto, si danno un certo tono. Ovunque cancellate che sembrano fortificazioni, cartelli che avvisano della videosorveglianza, luci che si accendono al nostro passaggio, spie dei sistemi di allarme e latrati di cani grossi e minacciosi. Certo la tranquillità non regna sovrana per chi abita qui.

La salita è irregolare ma non concede tregua. Oltre una curva, si apre la vista su una distesa di luci più in basso: Villanova Mondovì, mi informa il Cicerone. E le sagome delle montagne, ben visibili alla luce della luna. Questa notte, la pila frontale serve per farsi vedere, ma non è davvero necessaria per vedere. Nonostante il cielo appena velato, basta la luce naturale.

Per adesso, le gambe sembrano promettere bene. Ci avviciniamo ad un paese proprio di fronte a noi, al culmine della salita: è Monastero Vasco. Imbocchiamo la via sulla destra: si scende. Il che non è affatto un sollievo, per due buoni motivi: perché le gambe in discesa patiscono, pur con meno fatica, e perché il freddo arriva subito a mordere le spalle e le braccia. Ivano avanza il dubbio che questa strada possa essere chiusa, ma secondo me vale la regola aurea per cui a piedi, o in bici, si passa più o meno ovunque.

Al fondo della discesa, incrociamo nuovamente la strada provinciale. La attraversiamo in direzione di Niere e di un luogo dall'inquietante nome di “Madonna delle Lame”. Appena oltre il bivio, un edificio dall'aria vetusta e l'insegna di un ristorante che immagino abbia vissuto tempi migliori. Si torna a salire, stavolta nel fitto del bosco. Cinguettii di ogni tonalità ed il canto lontano di qualche galletto insonne. Ci si allontana dalla civiltà, ma mai del tutto. Ancora salita ripida, ma le gambe sembrano reggere bene. Il primissimo chiarore dell'alba infonde un po' di fiducia in più. Ivano, preciso come un orologio svizzero, ad intervalli regolari mi porge la borraccia, a cui ovviamente ha pensato lui e non io: acqua e sali, oppure acqua e sciroppo alla menta. Entrambi graditissimi, se non fosse per la temperatura gelida. Ed è quasi ora di mangiare qualcosa. Fino a pochi minuti fa non ne avrei avuto voglia, ma adesso il languorino comincia a farsi sentire.

Questa salita, strada Unie, è spietata. Infila una rampa dietro l'altra, senza misericordia. Ma il premio non tarda ad arrivare: alla mia destra, la luna che pian piano scende dietro il costone della montagna, illuminando di mille sfumature di azzurro i pendii innevati. Una favola ed una sferzata di gioia per la mente e per i garretti. Evidentemente la pendenza non è solo una mia impressione: anche Ivano fatica parecchio a salire in bici. La fatica è spezzata, e spazzata via per un istante, dallo spettacolo di due agilissimi camosci che attraversano la strada a pochi metri da noi.

Quando comincio ad accusare la stanchezza, finalmente la salita si placa. L'alba guadagna terreno e ci rivela lo spettacolo splendido di una stradina deserta lungo un pendio punteggiato qua e là da poche case e qualche cappelletta. I segni della presenza umana ci sono eccome... Ma tutto tace, tutto è silenzio ed immobilità. I prati sono un tripudio di fiorellini di ogni colore, soprattutto primule gialle, a profusione. L'aria è frizzante, il cielo ancora leggermente velato. Dopo la prima barretta Ciocovo, è la volta di una banana, con corollario di disquisizione semiseria circa il modo corretto di afferrare la banana. Da sempre io sostengo che questo frutto abbia sviluppato una sorta di gambo che è fatto apposta, proprio apposta secondo i disegni di madre natura, per essere tenuto in mano, aprendo la buccia dall'altra estremità... Ma pare che io sia l'unica a pensarla così e che il resto del mondo sbucci la banana spezzando il gambo. Non importa, rifiuto l'omologazione e lancio la buccia in mezzo al bosco. Tutt'intorno è montagna con qualche spruzzata di neve ed un cielo color acciaio.

Un tratto di strada sterrata, breve ed insolito, visto che l'asfalto ricompare dopo qualche decina di metri. La strada corre quasi in piano per un lungo tratto, fino a raggiungere, all'alba delle sette, come mi informa l'orologio del bel campanile in pietra, il primo avamposto di civiltà. Mondagnola. Qui, qualcosa muove. Incontriamo persino un'auto. Ormai è giorno fatto, ma noi siamo ancora bardati ed illuminati per la notte. Trottiamo ancora in leggera salita. L'orientamento ormai l'ho perso del tutto, ma mi fido: finché le gambe reggono... Il paese che vedevo sopra la testa è Frabosa Soprana. Lo attraversiamo: mette un po' tristezza, come tutte le stazioni sciistiche, con i casermoni, le insegne chiassose, gli ampi parcheggi ricoperti di cemento. L'atmosfera, poi, qui, è quella di un luogo che è stato fastoso e festoso in altri tempi, ma che oggi sembra scivolare nell'oblio. Per carità, sarà anche la fine della stagione sciistica... Ma siamo ai primi di marzo ed un po' di neve resiste in qualche giardino, su qualche pendio ben più alto. Ha un bel mostrarmi, Ivano, le piste da sci più in quota e le seggiovie in funzione. Rimane la sensazione di qualcosa che non è più. Poi, in realtà, io sarei ben felice di non vedere nulla, né casermoni né impianti né piste. Dovrei essere, visto il mio lavoro, una convinta sostenitrice dell'economia legata al turismo, in generale dell'economia che gira, ma proprio non mi riesce. Trovo lo sci da discesa e tutto ciò che vi gira intorno qualcosa di inutilmente opulento, chiassoso, modaiolo, che poco ha a che fare con lo sport. Oggi, tuttavia, c'è ben poca vita. Ma sarà l'ora.

La mia corsa si sta appannando un poco. Procedo lungo la strada principale, ignorando un bivio a destra, mentre il fido assistente si è fermato un momento. Mi guardo intorno: tra i casermoni sopravvive qualche bella costruzione in pietra. Molto bella la località di Straluzzo, dove incontriamo il primo essere umano a piedi. Qui abbandoniamo la via principale per aggredire, si fa per dire, un'altra rampa in salita. Un paio di curve secche ci portano oltre una cascina; una splendida baita in pietra apre un lungo tratto di strada tra pendii boscosi e prati ricoperti di neve e di fiori. Il sole, pur leggermente velato, è intenso e fa capolino qua e là oltre le curve. Siamo, occhio e croce, non lontani da quota mille metri.



Ivano deve aver percepito il mio attimo di scoramento, perché sfodera l'arma segreta: il panino ripieno di gorgonzola, gustosissimo ed enorme. “Se non te la senti di mangiarlo tutto, ne mangio un po' anche io”. Lo guato come il mio maremmanone guata chi osa avvicinarsi alla sua ciotola quand'è piena: “Tu me l'hai dato e guai a chi me lo tocca!”. Un boccone dopo l'altro, il meraviglioso paninone va giù come se fosse acqua fresca. Sarà effetto placebo, non so, ma basta questo a rinvigorire le gambe.
Una lunga, morbida e panoramicissima discesa tra i prati, ben esposta al pallido sole mattutino, ci conduce fino all'abitato di Corsagliola, non prima di un'altra sosta tecnica tra i castagni. Foto di rito davanti ai cartelli stradali; bevo una lattina di Red Bull e mangio un boccone del merviglioso cioccolato maialo che spunta fuori da una delle borse appese alla bici di Ivano. Che uomo pieno di risorse alimentari. Levo finalmente la pila frontale, ma tengo ancora indosso il giacchino rifrangente giallo, perché di qui mi attende un tratto un po' più trafficato – si far per dire: passeranno dieci auto all'ora. Si torna a salire, ma in modo appena percettibile, per parecchi chilometri: un tracciato per me tremendamente logorante. Come se non bastasse, il tratto iniziale della strada è completamente in ombra. Mi ero già abituata a quel bel teporino...

Qui, ahimè, è crisi. Nerissima. La leggera pendenza in salita mi distrugge, soprattutto moralmente; mi sembra di dover sopportare una fatica davvero esagerata e di non riuscire in alcun modo a procedere degnamente. La scorta non mi perde d'occhio: sa benissimo cosa mi sta succedendo, anche senza bisogno che io parli. Siamo vicini ai quaranta km... E ciò che mi turba è che non ho idea di quanto sia lungo l'itinerario architettato per oggi da Ivano. Avevo chiesto un giro lungo e denso di salite... Non posso certo cominciare a lagnarmi adesso. Ma non mi va nemmeno di chiedere: sarebbe un segno di debolezza. No no, non è ancora il momento di cedere, stringiamo i denti.

Appena prima dell'abitato di Corsaglia, Ivano si ferma per sistemare il vestiario. Il paesino, con il torrente che scorre proprio accanto, a destra rispetto alla strada, è un gioiello di case con i muri in pietra. A sinistra, impetuosi piccoli affluenti saltano tra le rocce e passano sotto i ponticelli in pietra che collegano le abitazioni abbarbicate sul fianco della montagna. Un negozietto di alimentari, persino una cantina.

Oltre Corsaglia, provo a dare una telefonata a casa, per sapere se madre e beniamini pelosi sono tutti in forma. Di lì a poco, mi raggiunge Ivano, poco prima del bivio a sinistra con la strada che sale verso Prà. La imbocchiamo: proprio di fronte a noi, ma parecchio più in alto, si scorge un campanile. “Dobbiamo andare lassù”, sentenzia l'assistente, sottolineando la solennità dell'affermazione con un grufolio del maiale di plastica legato al manubrio, la nostra mascotte. Un maialetto rosa a pois, di quelli che si trovano negli autogrill, già compagno di tanti km. Finalmente la strada sale, ma sale sul serio. Io non ho ancora capito per quale motivo una pendenza ripida mi faccia soffrire molto meno di un lento estenuante falsopiano: e questo per me vale a piedi come in bici. Almeno, qui, ho la percezione anche visiva del motivo per cui fatico!

Un paio di tornanti severi ci portano in vista della piccola borgata di Zitella, amena località di cui merito la cittadinanza onoraria. L'occhio mi cade, a sinistra, su una morbida massa bianca allungata sulla soglia di una splendida cascina. Un istante dopo, le masse sono due, imponenti; si lanciano verso di noi abbaiando furiosamente. E poi, tre, quattro, cinque! Cosa vedono le mie fosche pupille, meraviglia delle meraviglie, sono cinque splendidi pastori maremmani, due adulti e tre cuccioloni. La mia reazione spiazza sia il padrone, che dal cortile si affanna a richiamare i cani, sia gli stessi morbidissimi bestioni: lancio un urlo, che non è paura ma incontenibile gioia, e mi ci butto in mezzo, menando coccole a destra e a manca. Questo è il mio paradiso, io mi fermo qui, voglio essere adottata qui, morire ed essere sepolta qui!
Gli adulti, più sospettosi, tornano sui loro passi; i tre cuccioloni invece non disdegnano le coccole. Me li ritrovo persino sulla schiena. Staccarmi da qui e ripartire mi costa una fatica inaudita... Ma s'ha da fare, ovviamente dopo la foto di rito sotto il cartello “Zitella”. Un pugno di edifici in pietra, uno più bello dell'altro, con la cornice di montagne appena un poco innevate.



La salita prosegue a rampe severe e tornanti secchi, ma le gambe corrono bene. In men che non si dica ci ritroviamo proprio sotto al campanile. L'ultimo tornante ci porta al minuscolo abitato di Prà, di fronte alla chiesa. Un pannello con la carta dei sentieri è l'occasione per Ivano di illustrarmi il prosieguo del nostro giro: seguendo con il dito un percorso che io fingo di comprendere e memorizzare alla perfezione, mi mostra l'itinerario che ci porterà a San Giacomo di Roburent e poi a Serre. Razionalmente, so che questo tipo di carte ha una scala tale per cui le distanze non possono essere più di tanto lunghe; tuttavia, l'impressione è che si debbano ancora percorrere parecchie decine di km. E sarei ben felice di poterlo fare... Ma non sono del tutto sicura di riuscirci.

Proseguiamo tra le case, di cui invidio di tutto cuore i proprietari. Se non dovessi preoccuparmi di procurarmi da vivere, di certo vivrei in un luogo del genere; per quanto il luogo in cui vivo effettivamente sia già abbastanza fuori dal mondo per il comune sentire. Una rampa secca, là dove non ne aspettavo più, mi fa un po' soffrire. In cima, l'asfalto finisce; ci si immette su una strada ampia e sterrata. Il fatto che io accenni a svoltare a destra, quando Ivano comanda imperiosamente di girare a sinistra, dimostra che del pannello segnaletico io non ho capito un beato nulla. Obbedisco, comunque.

Pochi metri dopo, l'assistente attacca con le domande trabocchetto: “Giallo o blu?”. La litania del “giallo o blu” s'è già sentita un paio di volte oggi; lì per lì non avevo capito, ma neppure avevo indagato, ben conoscendo ormai la passione di Ivano per le boiate a sorpresa. “Blu”, sospiro. Ma questa volta non si tratta affatto di una boiata, anzi. Ivano sfodera una formaggetta chiusa in un incarto blu e ne spezza un grosso boccone. Il mio amatissimo formaggio grasso! Ok, credo sia giunto il momento di una pausa, breve ma seria. Mi siedo un momento a terra, distendo le gambe, mi godo il voluttuosissimo boccone di formaggio morbido. Ma la sosta è davvero breve: qui siamo appena oltre quota mille; il sole è velato e l'aria è tutt'altro che tiepida. Annego la formaggetta in una sorsata di acqua e menta – lo so, non c'è più religione – e riprendo la corsa, un po' rinfrancata. La strada è sì sterrata, ma in ottime condizioni; qua e là, tratti ghiacciati impongono cautela nella falcata. Qualche chilometro di morbide curve, in cui corro di buona lena soprattutto per vincere il freddo, ed ecco apparire il Rifugio dei Vernagli, più volte citato oggi dal mio accompagnatore. Un altro meraviglioso edificio in pietra, oggi ancora chiuso; aprirà il primo di aprile. 


Brevissima sosta, cioccolato, una lattina di Coca Cola e dinuovo di corsa. Da qui, la strada tende ad essere prevalentemente in ombra; lunghi tratti sono coperti di neve ghiacciata. Si continua a scendere, con una pendenza appena accennata. Ivano non sembra avere alcun problema, con la bici che, pur essendo un comodo mezzo da viaggio, non è certo una mountain bike. Io ho qualche problema di equilibrio in più, ma me la cavo e mi godo il trotto. Una moto da cross e, più avanti, tre persone a piedi sono il nostro unico incontro con l'umanità: si aggiungono, appena prima di Roburent, due auto che si sforzano di salire nonostante il fango ed il ghiaccio che qui, appena più in basso, rendono il percorso davvero poco praticabile. Dov'è che questi incauti piloti vogliano andare, lo sanno solo loro, visto che il rifugio è chiuso; mi sa che saranno costretti ad abbandonare le vetture e ad andarle a riprendere al disgelo...

Man mano che ci avviciniamo a San Giacomo di Roburent, proprio alle porte del paese, vedo sempre più alberi con le radici all'aria e tracce di lavori in corso per segarne i tronchi, ma lì per lì non capisco. Mi concentro sulla rampa che conduce, nuovamente sull'asfalto, nel centro del paese, per capire se e quanto io “ne abbia ancora”. Sono stanca, questo senza dubbio.

Ivano ordina una pausa. Ci fermiamo nei pressi di un negozietto di alimentari. Mi siedo sul marciapiede, accanto ad una fettuccia che delimita una ringhiera in parte divelta. In paese c'è movimento; dovrebbe essere tarda mattinata. Siamo a 53 km e circa 2000 m di dislivello già accumulati. Mangio un paio di plumcake ed un po' di cioccolato, osservando il passeggio dei presenti. Qui l'unica lingua che si sente parlare è il genovese: questa zona è una vera e propria enclave di Genova in terra piemontese. Qualcuno si aggira in divisa da sci, anche se il verde del paesaggio stride con l'idea che si possa sciare nelle vicinanze. Qualche tratto di pista si intravede, più in alto. Mi avvicino alla bici, dove Ivano sta riorganizzando il contenuto delle borse. L'occhio mi cade su un balconcino del condominio, affacciato sul cortile più basso della sede stradale, anch'esso divelto. Mi domando ad alta voce cosa sia successo: che un'auto sia uscita di strada proprio qui, precipitando di sotto? “E' stato il vento, ci ha portato via il tetto”, spiega, con spiccata cantilena ligure, una corpulenta signora seduta sulla panchina. Alzo gli occhi e capisco. E' vero: qualche giorno fa, nelle valli di Mondovì e fino a Cuneo, si è scatenato un vento del tutto anomalo che ha combinato guai di ogni genere. Ora si spiegano gli alberi rovesciati... In quel momento, esce dal negozietto il commerciante: “Eh signora – rivolto alla madama – lo ammetta, che voleva farsi il terrazzo per prendere il sole, l'ha fatto apposta...”. Mi rimetto in marcia per non assistere alla manifestazione della furia di un genovese colpito da un grave danno pecuniario e per giunta preso in giro così, coram populo. Nemmeno un chilometro di leggera salita, sotto un raggio di sole; alla rotonda, la pendenza si inverte ancora. Si scende. Passiamo davanti al punto di partenza di una seggiovia in funzione e parecchio frequentata, a giudicare dalla quantità di auto che affolla il piazzale del parcheggio. “Siamo noi quelli fuori stagione – osserva Ivano – mica loro”. Sarà, ma a me va benissimo così.

Il fido compare mi precede a Serra Pamparato, alla ricerca di una fontanella per riempire la borraccia. Procedo tranquilla, di buon passo, un po' più fiduciosa sulle possibilità delle mie gambe. Ancora alberi divelti, crollati su lampioni, ringhiere a lato strada e persino sui tavolini da picnic; tegole in pezzi ai piedi di edifici e tettoie. Che disastro.

Ritrovo Ivano sdraiato in mezzo alla strada, che emette versi indecifrabili. Ormai non mi stupisco più di nulla; basta solo che nessun mezzo a motore gli passi sopra, perché non sono sicura di essere in grado, da qui, di tornare a Vicoforte... Al centro dell'abitato di Serre, accanto ad un edificio anomalo, tutto vetrate e fregi e purtroppo lasciato all'abbandono, si stacca sulla sinistra una stradina che, superate alcune cascine, subito riprende a salire in mezzo al bosco fitto, catapultandoci in un attimo in un ambiente di montagna. Viene spontaneo commentare come queste strade siano non solo sconosciute, ma assolutamente inconcepibili per la maggior parte dei podisti e dei ciclisti, abituati a calpestare sempre gli stessi chilometri di asfalto, preferibilmente su stradoni pianeggianti e trafficati. Davvero, a 99 ciclisti su 100 mai verrebbe in mente di imboccare un bivio davanti a cui passano magari decine di volte, né sorgerebbe loro il desiderio di sapere dove porti quella strada. Guai ad uscire dal tracciato segnato ed arcinoto.

Per me quassù è il paradiso, nonostante la stanchezza che ormai non riesco più a celare. Continuo a correre, ma solo perché so che, da qui, dovrebbe mancare al massimo una decina di km. Ivano ha colto la mia condizione; mi tiene sveglia e distratta con il racconto delle avventure e disavventure ferroviarie dei suoi innumerevoli viaggi bici + treno. E' sorprendente, quasi preoccupante, il modo in cui riesce ad intuire i miei stati d'animo durante la fatica. Tant'è che, ad un certo punto, presa dalla sete ormai intensa, guardo la borraccia e penso di chiedergliela: sono sicura, proprio certa, di non aver proferito parola, eppure un secondo dopo Ivano prende la borraccia e me la passa. Confesso che quasi quasi mi fa paura. Che i poteri soprannaturali di Mel Gibson in “What Women Want” si siano incarnati anche in lui?

Lunga, bellissima discesa boscosa, in direzione di Torre Mondovì. La stradina, dapprima stretta, si allarga poi in un'ampia carreggiata con curve ampie e morbide. Anche la discesa, ormai, mi costa fatica. E' circa l'una del pomeriggio: sono in giro da nove ore, ma sono state nove ore molto dense. La salita non è certo mancata. Ivano, che si era fermato poco sopra, mi sfreccia accanto e passa oltre, alla ricerca della stradina del 40%: un breve tratto di strada dentro l'abitato di Torre Mondovì, lungo il quale un minaccioso cartello indica, appunto, una pendenza davvero estrema. La troviamo, sulla sinistra. E va bè, se si tratta di scendere... In effetti, forse 40% è eccessivo, ma in alcuni tratti questo è quasi un sentiero di montagna, ripidissimo, che in poche decine di metri ci porta giù, nel punto più basso del paese. Non so se, in bici, avrei più timore ad affrontarlo in salita oppure in discesa. Sarebbe ribaltamento sicuro, in entrambi i casi.

In paese svoltiamo a sinistra e, qualche centinaio di metri più avanti, alla rotonda, a destra. Passiamo accanto alla cartiera. Cerco di capire come sto, come reagiscono le gambe. Manca ancora una salita... Mi riesce difficile mascherare lo sfinimento, ma mi sforzo di trottare ancora. Manca poco. E fa caldo, nonostante il cielo velato. Qui, lungo questo tratto, accanto alle cave, siamo già passati in occasione di un altro giro. C'è una casa in cui abita un bellissimo border collie: già quella volta avevamo notato il comportamento del cane che, pur con il cancello aperto, non oltrepassava di un millimetro la linea di demarcazione del cortile. Lo ritroviamo oggi: ci abbaia, ci osserva, ma non esce dal confine della proprietà. Dev'essere il cane di un geometra, di sicuro.

Nella borgata di Moline, ultima breve sosta, seduta sul bordo in pietra di una splendida fontana. Bevo, mi sciacquo la faccia. Di mangiare no, non ho più voglia, non è più necessario. Ora si torna a salire, ma manca poco...

Ripartire sulla secca rampa in salita mi costa uno sforzo notevole. Ivano lo sa e sfodera l'arma segreta, l'ultima spiaggia. “Sei andata davvero bene, sei molto avanti nella preparazione”. Funziona sempre, anche nei momenti di crisi più nera, anche quando corro con il naso all'insù alla ricerca disperata del punto in cui andremo a scollinare... Eccoci, finalmente. Oltre una curva, il panorama cambia completamente. Spunta il cupolone del Santuario di Vicoforte, inizia l'ultimo blando tratto di discesa prima della meta. Il mio assistente mi chiede se io desideri arrivare all'auto “da sotto” o “da sopra”: arrivarci “da sotto” vorrebbe dire aggiungere ancora un chilometro di strada ed un centinaio di metri di dislivello in salita. No, mi spiace, non mi sono macchiata di alcun crimine tanto grave da meritare simile punizione, almeno credo. Mi costa ammetterlo, ma ne ho davvero abbastanza, per oggi. Non me la sento di infliggermi ancora un giro di quelli “tanto per allungare”. Sono al limite. Ma tanto, tanto felice.

Mi riempo gli occhi del panorama di Vicoforte nella luce del primo pomeriggio. Ultima, leggera risalita, poi fermo il cronometro, già in mezzo alle case. 73 km e circa 2.400 m di dislivello in salita. Gambe sfinite, ma non doloranti, almeno per il momento. Mi abbatto in auto, qualche minuto per riprendermi, prima di ripartire. Giusto il tempo di realizzare che, a casa, i cani mi accoglieranno, freschi e pimpanti, entusiasti all'idea di fare, uno per volta, una bellissima passeggiata!



domenica 5 marzo 2017

Il blog riparte sulla via del Moscato

Il programma avrebbe previsto di partire da casa alle 6. Tra colazione mia, colazione per le belve, turni di coccole a tutti per non far torti, preparazione dello zainetto, nonostante la sveglia alle 4 e mezza, accumulo quasi tre quarti d'ora di ritardo. Beh, pazienza. In fondo non ho appuntamenti, o meglio: l'appuntamento ce l'ho, ma è un appuntamento di massima, adattabile alla necessità.

Il termometro segna esattamente zero gradi, tanto per mettere subito le cose in chiaro. Parto con il parabrezza congelato e la testa fuori dal finestrino: confido che, da queste sonnacchiose parti, le prime ore del mattino della domenica sono, come da definizione del buon Ivano, “un tempo che non esiste”. Tutto tace, nulla muove. Infatti, raggiungo la cima della salita di casa ed attraverso il paese, sempre con la capoccia fuori dal finestrino, senza incontrare anima viva. Nel frattempo, un francobollo di parabrezza si è scongelato: abbastanza per avere almeno una vaga idea di dove sia la strada.

Raggiungo Canelli alle sette e mezza e parcheggio nel piazzale dello stadio, piena di speranza: spero che oggi non si giochi alcuna partita; se si dovesse giocare qualche partita, spero che non sia prevista la rimozione forzata delle auto che non appartengono ai tifosi ed anche che i tifosi del Canelli e delle sue avversarie non siano troppo turbolenti ed inclini alla distruzione delle vetture. Anni di frequentazione dello stadio milanese di San Siro, sia pure in veste di spettatrice delle altrui intemperanze e non di distruttrice in prima persona, hanno lasciato il segno.

La temperatura non è molto più confortevole. Un grado e mezzo. Me l'aspettavo ed infatti mi sono premunita con pantaloni ¾, maglia a maniche lunghe e collo alto felpata e maglietta da bici sopra, per via delle comode tasche sulla schiena. Zainetto, immancabili Hoka ai piedi, fascia protettiva sulle orecchie e si parte. Immediatamente mi accorgo che qualcosa l'ho dimenticato: i guanti... Via, le mani assiderano subito e non ci si pensa più. Spero che, guadagnando quota, si spunti al sole.

Mi dirigo di corsa verso il centro, ma dopo poche centinaia di metri svolto a sinistra, direzione Cassinasco. E lì mi ricordo che potrei sfruttare al meglio le potenzialità del GPS, se lo accendessi. Amen, conterò un chilometro in più, tanto non siamo mica qui a spaccare il capello in quattro.

Per fortuna, la salita comincia subito. Prendo quota tra casette e ville con giardino: più che le case, ammiro alcuni parchi con alberi che devono davvero avere una bella età. Quanti cani ci potrei far vivere... Qualche cane, in effetti, già c'è ed abbaia: l'unico segno di vita in una sonnacchiosa domenica mattina. Primi sprazzi di sole; qualche curva e mi ritrovo in vista di un bellissimo limpido panorama sulle Alpi. Sul Monviso, in particolare, così diverso da come sono abituata a vederlo da casa. Il sole è abbagliante ed è proprio di fronte, ancora basso: speriamo che i pochi automobilisti in movimento mi vedano. La torre di Cassinasco appare presto, ma è ancora lontana; cinque o sei kn da Canelli, occhio e croce. I primi fiori sugli alberi da frutto... E primule gialle fiorite su ogni zolla di terra a bordo strada. Peccato che, al momento, io non sia in grado di apprezzare al meglio la poesia. Come sempre, alla partenza e soprattutto in giornate dal clima frizzante, la prima esigenza da soddisfare con estrema urgenza è trovare un anfratto per un pit stop... Ma la salita da Canelli a Cassinasco non si presta: troppe abitazioni, troppa umanità, occhi che potrebbero vedere. A me serve poco meno di un bunker antiatomico per poter sostare serenamente.

Il sole è ormai alto, ma in quota soffia un venticello gelido. In preda alle mie preoccupazioni, per così dire, idriche, raggiungo Cassinasco quasi senza accorgermene. Anche qui, non muove foglia. Secondo le istruzioni di Matteo, adesso devo seguire la strada principale e scendere a Bubbio. Oltre il paese, l'ambiente sembra decisamente meno popolato, tra ampi pendii e poche cascine. Una cagnolina con collarino rosa mi osserva perplessa dal cancello aperto di una casa: qualche decina di metri dopo, me la ritrovo accanto, che corre con me, silenziosa. Mi fermo, le offro uno dei biscotti per cani che non manco mai di portarmi appresso, ma non sembra affamata. Le raccomando di tornare a casa: vero che qui passa un'auto ogni morte di Papa, ma è pur sempre una strada. Bella, larga ed inondata di sole, anche se in discesa sento decisamente freddo. Poi la vallata si fa più incassata; la strada taglia un ripido pendio. Ormai prossima alla detonazione, finalmente scorgo una traccia di sentiero che sale su per il bosco. I rovi ne stanno prendendo possesso, ma pazienza... Qui non si può più tergiversare.

Finalmente rinfrancata, mi rimetto in marcia. Primo piccolo pasto, una barretta di Ovomaltina. Non posso dire di sentir fame: la colazione a base di polenta e gorgonzola, wafer e caffé col mieie è stata più che soddisfacente. Tuttavia, esperienza insegna che, quando la fame si fa sentire, è già tardi per evitare conseguenze.

A Bubbio la valle si apre; resto a margine del paese e raggiungo l'incrocio con la strada che va a Monastero Bormida. Tre o quattro km con il sole abbagliante proprio di fronte ed il fiume Bormida, scuro e limaccioso, alla mia sinistra, fino al paese, in grande spolvero di annunci e cartelloni per l'imminente manifestazione della “Polentonissima”. Sotto lo sguardo perplesso di due anziani sulla panchina della piazza, sfreccio, si fa per dire, al bivio per Roccaverano, e supero il suggestivo ponte romanico, non prima di una breve sosta per scattare qualche foto al castello.

Monastero Bormida



Dodici km di salita mi separano da Roccaverano. Salita blanda, ma che fin da subito mi mette in difficoltà, soprattutto nei lunghi tratti di falsopiano che sembra non salire mai ma mette a dura prova le gambe. Soprattutto quando le gambe reggono un deretano extralarge. Una fiacca eccessiva per la distanza percorsa fin qui, poco più di 15 km. Paradossalmente, va meglio in qualche tratto un po' più ripido. Speravo davvero che il malanno, influenza o forte raffreddore, chissà, che mi ha tenuto compagnia per due settimane non avesse lasciato strascichi... Ma ogni tanto mi prende un tale accesso di tosse che, se qualcuno dovesse sentirmi, probabilmente mi vedrebbe meglio in sanatorio che non a zampettare su questa bella strada quasi deserta.
Un corso d'acqua con muretti che creano suggestive cascatelle accompagna la mia marcia, mentre in alto domina la torre di San Giorgio Scarampi. Solo dopo un tratto, per me interminabile, di falsopiano in salita, arrivano i primi tornanti. Qua e là, cascine, capre e galline, cartelli che indicano la vendita della toma di Roccaverano – e sì che ci farei un pensierino.

La fiacca non mi molla, anche su tratti con pendenza irrisoria. Mi manca il fiato, ho male in mezzo al petto. So benissimo che è il raffreddore e non un imminente infarto, ma mi lascio prendere dallo sconforto. Non sono allenata, sono pesante, sono irrimediabilmente culona, ergo non vado avanti. Cammino per venti passi, corro per cinquanta, poi ripeto. Se mi sforzo di allungare il tratto di corsa, rischio di stramazzare. Ah, ma a Roccaverano... Manca poco, a Roccaverano c'è il negozietto di alimentari. Mi ci compro una birra. O una Red Bull. O almeno una Coca. Già, siamo alle solite. In tanti anni di corsa, io non ho ancora scovato un modo men che fastidioso di portarmi qualcosa da bere. La borraccia, dovunque la piazzi nello zaino o negli appositi portaborraccia sugli spallacci, sussulta in modo insopportabile. La bottiglia in mano dà fastidio. Il camel bag finora è il sistema meno odioso che ho provato, ma si tratta comunque di correre per ore con lo sciacquio nelle orecchie, soprattutto quando la sacca è mezza vuota. E, se nello zainetto metto la sacca, non ci sta più quasi nulla. Oggi, in verità, confidavo nel fresco e nel fatto che le fontanelle fossero sufficienti. Non ho portato nulla da bere e adesso, qui in mezzo al nulla, patisco la sete. E mi sa che buona parte della fiacca e della nausea arrivano da lì. A Roccaverano i km son già quasi trenta senza bere. Ma c'è il negozietto, sì sì, coraggio.

Nell'ultimo km prima del paese, aggredisco il croccante alle mandorle, di solito un buon rimedio contro la fiacca. Il panorama, da quassù, è meraviglioso; la vista spazia sulle Alpi, con i primi fiocchi di nuvole che nascondono le cime. Mi sforzo di correre fin su in paese, ma, appena oltre il cimitero e la bella chiesetta in pietra, la pendenza della strada mi convince a rinunciare. Salgo di buon passo, ma con il morale sotto le suole. Poche centinaia di metri lungo la ripida strada in centro paese ma... I miei sogni di gloria e Coca Cola si infrangono contro le inferriate chiuse. Niente da fare, la domenica qui si santifica il riposo. Eppure ricordo occasioni in cui, arrivando quassù durante giri in bici in anni passati, si comprava la focaccia anche la domenica mattina...

Coraggio, Gian, elabora il lutto. Rapido sguardo alla piazza della torre. Gran folla che esce dalla chiesa: beh, saranno venti o trenta persone in gran spolvero da messa domenicale; comunque troppe per la mia limitatissima sopportazione dei miei simili. Rinuncio a fare una tappa al bar e mi accontento, mestamente, di prosciugare la fontanella davanti al Comune. Poi riparto, confidando nell'aiuto della discesa, tra le bellissime case in pietra di Roccaverano, in direzione di Vesime. Una decina di km davvero panoramici sulla Langa e sulle Alpi sempre più coperte dai nuvoloni. Breve tratto di salita fino al bivio per Serole, che affronto con cauto ottimismo: sembra andar meglio. Poi, giù lungo una discesa mai troppo ripida ed abbastanza gradevole per le gambe, con vista sui gioielli di Olmo Gentile, prima, e di San Giorgio Scarampi, poi. Ma il passo è stanco e la testa leggera. Avessi almeno bevuto un buon bicchiere di Moscato, me ne farei una ragione...

Olmo Gentile
                                            

Cascine, frutteti, vigneti, bovini che mi guardano con occhio fisso – bovino, appunto – da un recinto. Una secca rampa in salita, un km prima di Vesime, mi riporta alla dolorosa realtà: una fatica esagerata e quel dolore pungente al petto. Penso alla salita che mi attenderà dopo... Un'ascesa tosta, pendenze feroci, che adoro e che avrei voluto affrontare in altra condizione. Ma che ci posso fare?

A Vesime c'è un bar, sperando che sia aperto. É la mia ultima speranza. Qui, anche se mi costa ammetterlo, ci vuole una sosta. E Matteo? A che punto sarà? E' in arrivo in bici da Genova; a quest'ora, dovrebbe essere nei paraggi. Infrango la legge non scritta che vuole che ci si telefoni solo in caso di morte imminente, perché nessuno dei due tollera di essere disturbato, quando pedala o corre, per ragioni men che di sopravvivenza immediata. Se è qui vicino, al bar si va assieme. Invece no: deve ancora arrivare a Roccaverano. Pazienza. Spingo speranzosa la porta del bar deserto: si apre... Alleluja.

Lo sguardo si posa immediatamente su una lattina, anzi lattona, di Red Bull. La mia innata tirchiaggine fa sì che una parte di me si ribelli all'idea di comprare una bibita al bar, dal momento che la stessa bibita, comprata al supermercato e portata al seguito, costerebbe molto meno. Ma portare una Red Bull nello zainetto è oltremodo scomodo nel viaggio e potenzialmente devastante quando la si apre... Quindi, rassegnamoci all'esborso. Lattona, cannuccia, bevo con l'avidità dell'assetato nel deserto, tant'è che il contenuto finisce troppo presto. Mi levo il gilet, ora che comincia a far seriamente caldo. L'inevitabile conseguenza della bibita molto gassata, tracannata a velocità record, è una rumorosa emissione gassosa che per un attimo inverte lo scorrere del Bormida e provoca un'onda anomala su cui si materializza all'istante una squadra di fighissimi surfisti californiani. Rimedio forse poco elegante, ma quanto mai risolutivo.

Riparto con cautela per un breve tratto della strada principale che va verso Cortemilia, per imboccare il primo bivio a destra, appena fuori paese. Dal giardino di una casa schizza una cagnolina poco più che cucciola, che si fionda fin quasi al mio tallone per poi invertire bruscamente la marcia a tutta velocità e cominciare una folle corsa a cerchio sul prato. Così ci scappa una seconda sosta, non programmata, a chiacchierar di cani con il padrone ed una bella setterina. Noto un lampo di perplessità dietro gli occhiali scuri dell'uomo, quando, rispondendo alla sua domanda, gli dico di aver lasciato l'auto a Canelli. Il lampo diventa di terrore quando gli spiego che, a recuperare l'auto e me stessa medesima, provvederà Matteo in arrivo da Genova. Prima che imbracci il fucile, saluto e riparto, solo per inciampare, poche decine di metri dopo, in un botoloso can da pajè che chiede, anche lui, la sua dose di coccole.

Lasciata tanta caninità, mi preparo ad affrontare le rampe della salita di Scorrone, che mi porterà a scollinare in Valle Belbo. Il GPS segnala un rapido aumento di quota... E, in effetti, la pendenza è davvero impegnativa. Ma la Red Bull, non avevo dubbi, ha posto rimedio ai miei patemi. Le gambe vanno su come se fossi appena partita. Beh, insomma, quasi. Di vigneto in vigneto, tra splendide case in pietra, prendo quota in fretta. Intanto butto l'occhio alla strada sotto di me: Matteo dev'essere andato come un disperato, in discesa e poi in salita, perché ben presto fa capolino oltre la vigna. In bici, su queste salite, non c'è molta ressa. Mi raggiunge mentre sono ferma ad una grossa vasca di pietra, a bere avidamente dal getto d'acqua che in verità non sono così certa sia potabile. Pazienda, mi sembra buona, questo basta. Gli consegno la chiave dell'auto. Proseguiamo insieme fino alla fine della salita, che, con un altro paio di rampe secche, ci porta a scollinare in Valle Belbo. Il trucco psicologico di farmi i complimenti per l'andatura in salita, Matteo ormai lo sa bene, funziona anche stavolta, meglio di qualsiasi doping. Qui ci si separa: lui svolta a destra, verso Canelli; io procedo a sinistra verso Castino, per poi imboccare una stradina che scende a fondovalle. “Prendi ancora un po' del mio cibo, io ne ho troppo”, mi raccomanda. E poi l'elenco del menù disponibile nel borsello da manubrio, dal vitello tonnato alla peperonata al tiramisù... In fatto di cibo, non si fa mai cogliere impreparato. Rimedio un grosso biscotto con il cioccolato, tipo bacio di dama: nello zaino ho ancora due Buondì, ma ormai sono al punto in cui scatta l'effetto inceneritore. Potrei mangiare qualsiasi cosa ed avere ancora fame...

Breve tratto sulla strada che da Cossano Belbo conduce a Castino e poi piego a destra, giù lungo una discesa ben più ripida della precedente. Anche qui, un trionfo di primule. Qualche nuvola però a tratti oscura il sole e mi ricorda che la temperatura è pur sempre ancora quella di un giorno di inizio marzo. Colline, torri e campanili tutt'intorno; il colore dominante è ancora quello scuro degli alberi e dei vigneti senza foglie, ma per poco ancora.

La strada si incassa in fondo a due pareti boscose, per poi spuntare al paese di Rocchetta Belbo. Oltrepasso il ponte e prendo a sinistra: qualche km della strada di fondovalle, con il sole che torna a scaldare e, qua in fondo, si fa sentire sul nero della maglia e dei pantaloni. La sete morde ancora, ma so che non ho più molta strada da percorrere. Anche per questo, mi sforzo di tenere un buon passo, per quanto possibile. Ben poco traffico, poche auto ed i primi motociclisti della stagione. Ignoro, a malincuore, la salita di San Bovo sulla destra, quella che porta alla Cascina Pavaglione: forse ce la farei ancora, ma per oggi basta così.


A Ponte Belbo faccio una breve sosta alla fontanella, ma questa volta le mie speranze sono deluse: è chiusa. Nemmeno un goccio d'acqua. Pazienza. Riparto. Uno sguardo appena oltre l'incrocio, nella direzione di Bosia: lì c'è un bellissimo pastore tedesco che di solito se ne sta sulla soglia del cortile di casa, a controllare la situazione traffico. Io temo comunque per la sua incolumità... Ma lui è lì, come sempre; mi lancia uno sguardo da lontano, come a dire “Tranquilla, conosco il fatto mio”. Attraverso il ponte sul Belbo ed inizio la salita verso Borgomale. Insidiosa, sempre, benché non molto ripida: quando il sole è alto, ci fa sempre molto caldo. E poi ormai manca pochissimo al cinquantesimo km. Parto con brio, sia pur con la sete, ma con l'orecchio teso al rumore del motore delle auto che salgono. Qui c'è un po' più di viavai, è la strada che congiunge Alba a Cortemilia. Ovviamente, quando, appena prima di Borgomale, mi raggiunge la Zafira, non la riconosco se non dal clacson. E non posso che ammettere di essere, per oggi, soddisfatta. Neanche a farlo apposta, cinquanta km esatti e 1.400 m di dislivello in salita. Da qui a casa, si va a motore.  

lunedì 4 luglio 2016

Erano anni che non scrivevo sul blog, per i più vari motivi. Tanti cambiamenti, poco tempo, soprattutto mancanza di ispirazione. Ci ritorno ora con un racconto di fantasia, che nulla ha a che vedere con il passato di questo blog, scritto già parecchio tempo fa, in un momento "così" che speravo fosse ormai alle spalle. Ma ci sono fantasmi che non si lasciano cacciar via così facilmente. Buona lettura.

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"Diametro due centimetri, va bene?"

Anita esitò. Si rivide sulla porta di casa, armata di righello: aveva pensato, sì, che per fare un bel lavoro sarebbe stato opportuno prendere la misura... Ma all'ultimo aveva prevalso il timore che qualcuno potesse scorgere i suoi movimenti e capire. L'avrebbero vista, certo: nel piccolo borgo in cui viveva, l'apparente assoluta immobile quiete che regnava dall'alba al tramonto e poi dal tramonto all'alba nascondeva occhi ed orecchie mimetizzati tra le pieghe della corteccia dei tronchi e tra le crepe dei mattoni sbrecciati delle vecchie case, sotto le tegole o dentro i comignoli. Non si spiegava altrimenti la velocità con cui le notizie, anche le più minute, vere o meno, si propagavano da un angolo all'altro, concentrandosi poi, come attratte da una sorta di forza di gravità, al centro anziani sulla piazza ed al minuscolo negozio di alimentari. Non che Anita se ne crucciasse, anzi: non aveva mai dato peso a ciò che il resto del mondo potesse dire, narrare o pensare di lei. Si era trasferita in paese da poco più di un anno, una donna sola, sulla trentina e con la passione per la
o sport, in un luogo che dalla media umanità cittadina potrebbe essere preso in considerazione solo per l'eterno riposo: era naturale che la sua presenza suscitasse una certa curiosità.

L'avrebbero vista di certo... E forse avrebbero capito. Forse. Di questo non era affatto sicura, ma aveva preferito non rischiare. Prendere quella decisione aveva richiesto tanto sforzo, una fatica immensa, sia pur tutta concentrata e nascosta nella sua scatola cranica. Se qualcuno avesse capito, avrebbe potuto tentare di metterle i bastoni tra le ruote... Per carità.
Neppure la frettolosa commessa del negozio di ferramenta sembrò sfiorata da alcun dubbio. A fine giornata, di certo attendeva l'ora di chiusura; chissà, forse era ansiosa di raggiungere a cena la famiglia, forse di cambiar l'ora sul disco orario nell'auto parcheggiata malamente davanti al negozio. La fronte aggrottata era comunque segno di un pensiero altrove. Pose con mala grazia un cumulo di monetine sul bancone, il resto; rivolse un saluto meccanico e con lo stesso tono assente servì il cliente successivo.
Anita mise in una borsa di plastica il lungo pezzo di tubo di plastica arrotolato ed il nastro adesivo nero. Lanciò uno sguardo di sottecchi alla fila di persone in attesa: elettricisti, idraulici, artigiani di vario genere, a giudicare dai brandelli di conversazione che aveva udito mentre aspettava il suo turno. Tutte persone che avevano imparato un mestiere, un lavoro vero di quelli che si fanno con le mani, e che di quel mestiere vivevano. Con una certa soddisfazione, anche: non le pareva possibile che un lavoro fatto con le mani non dovesse dare soddisfazione. Provò, ancora una volta, vergogna. Le sembrava che tutte quelle persone la osservassero con un ghigno canzonatorio, carico di disprezzo. Neppure uno di loro l'aveva notata, probabilmente, ma di questo Anita non poteva più rendersi conto. Lei era "dottoressa": avrebbe voluto stracciare quel pezzo di carta e tutti quelli che, successivi, avevano certificato per lei un avvenire da professionista in un ufficio. Certo, era stata una studentessa brillante, senza dubbio, adagiata nelle comodità della famiglia che l'aveva spinta verso quella strada: "Fai la professione - le dicevano - lavorerai quanto vorrai, guadagnerai quanto vorrai". Ma non poteva certo prendersela con chi, in perfetta buona fede, aveva fatto l'impossibile per spianarle la strada davanti. L'errore madornale era stato suo e solo suo: si era adeguata passivamente a studiare qualcosa di cui non le importava nulla, si era avviata ad un lavoro che di certo non l'appassionava più di una macchia di muffa sul muro, in nome della comodità e del quieto vivere. Tutto bene, finché la campana di vetro che proteggeva la sua esistenza aveva resistito. Ma prima o poi tocca prendere il posto di guida... E lì erano cominciati i guai.

Anita guidò fino alla piazza del paese senza quasi rendersene conto. Era buio pesto ormai. La mamma, avvertita per telefono, era già in attesa accanto al monumento ai Caduti; le parve di vederle sul volto un'ombra di stanchezza più marcata del solito. Era abitudine che Anita parcheggiasse la vecchia auto lì, dopo il lavoro - quando ce l'aveva, un lavoro - per poi raggiungere casa a piedi in compagnia della madre. Cinquecento metri che d'inverno, data l'ora, percorrevano sotto un bel cielo stellato, luminoso come solo si può vedere lontano dalle luci delle città. Tutt'intorno, il silenzio umano e qualche fruscio di piante, spesso il grido stridulo del barbagianni. Un luogo meraviglioso, il più bello del mondo. Anita, quella sera più che altre, aveva un groppo in gola, un profondo rimorso verso questa mamma che aveva per lei un'adorazione smisurata... E che continuava a farsi in quattro per la figlia, con l'aiuto materiale in casa e con l'aiuto economico, senza mai farlo pesare. La spesa, il frigo sempre pieno, tanti altri acquisti piccoli e grandi, con la scusa che "tu lavori, sei già sempre impegnata, posso andare io che non ho nulla da fare". Anita non poteva negare che tutto questo fosse, per lei, prezioso ed indispensabile come l'ossigeno, per vivere. Sì, aveva qualcosa da parte, quel che i nonni le avevano lasciato sul tradizionale "libretto". Ma non aveva un lavoro degno di questo nome, non era stata in grado di tenersene uno. Quello che avrebbe dovuto essere il suo lavoro, il suo percorso, non le entrava in testa né per dritto né per traverso, neppure a costo dei più caparbi sforzi: pativa la vita sedentaria dell'ufficio, la reclusione tra quattro mura per tante ore; non era in grado di concentrarsi, di lavorare di cervello, di prestare attenzione e conciliare più variabili. Per quanto si sforzasse, finiva sempre per tralasciare qualche particolare di fondamentale importanza e, per giunta, ovvio, evidentissimo, impossibile da ignorare. E, peggio che mai, era drammaticamente negata per le relazioni con i suoi simili. Ci aveva provato più e più volte, ricominciando ogni volta da capo con un nuovo ufficio, un nuovo titolare, talvolta provando a lanciarsi per conto proprio. Il risultato, sempre il medesimo: una scia di pasticci, un'inadeguatezza che non poteva essere nascosta, un fallimento dietro l'altro. E certo nessun attestato di stima da parte di chi si fosse trovato a lavorare con lei.

Mentre camminavano verso casa, la madre ragguagliava Anita sugli accadimenti del pomeriggio. In una casa popolata da otto cani, non passava giorno senza qualche avvenimento, talvolta comico, spesso disastroso. L'allegra leggerezza della chiacchiera era qualcosa di cui ciascuna avrebbe voluto convincere l'altra, ma Anita non poteva scrollarsi di dosso il peso di quella vergogna. Era il suo unico pensiero, giorno dopo giorno più assiduo e martellante. Aveva avuto la strada spianata, da subito, dal primo giorno di vita... Ma non aveva saputo combinare nulla di buono. Non si era fatta una posizione, non era in grado di guadagnarsi da vivere, non aveva una prospettiva per il futuro. Nemmeno per il futuro più vicino, per il domani. Il lavoro, la sicurezza economica, i punti di riferimento con cui era cresciuta: beh, nel suo caso, un disastro su tutta la linea, una biografia più o meno simile a quella del Titanic.

La madre non gliene aveva mai fatta una colpa: mai o quasi. Solo in qualche rara occasione, nei dei rarissimi alterchi tra loro, l'aveva accusata di non preoccuparsi abbastanza del lavoro, di avere la testa altrove, di essere, in parole povere, una pelandrona. E Anita non aveva potuto replicare: sapeva di essere in torto. Era certa che il lavoro per lei esistesse: qualcosa che le permettesse di vivere all'aria aperta, di sfruttare i muscoli più del cervello, di muoversi. Ma chi l'avrebbe mai voluta, una manovale donna e per giunta oltre i trent'anni? Idee, ne aveva tante, le più disparate, qualcuna anche valida, forse. Ma dal dire al fare le pareva ci fosse sempre una voragine che lei proprio non aveva neanche idea di come poter attraversare. Avrebbe dovuto chiedere aiuto, ma chiedere come, a chi? Proprio lei che ogni giorno di più si allontanava da qualsiasi forma di vita sociale. Non le interessava apparire, non era in grado di millantare capacità che sapeva di non avere, non era in grado di mentire neanche passabilmente, tant'è che persino uno dei suoi ex datori di lavoro, un po' più paterno degli altri, l'aveva rimproverata: "Insomma, Anita, se proprio non vuoi saperne di raccontare qualche bugia, almeno cerca di non spiattellare sempre tutta la verità...". Vedeva intorno a sé un brulicare di persone che si lanciavano in ogni genere di iniziativa, spesso sostenute da allegra assoluta incoscienza. Incoscienza? "La vera incosciente sono stata io - si crucciava - a seguire la strada che sembrava più comoda e logica". Adesso era in panne... E nessun carro attrezzi all'orizzonte.

La casetta in collina era stata la più bella conquista della sua vita: conquista per modo di dire, perché, anche lì, mai avrebbe potuto comprarla, se non fosse stato per il lascito dei nonni. Loro, sì, avevano lavorato una vita senza far della filosofia, avevano guadagnato con infinita fatica il benessere per i figli. Chissà come avrebbero giudicato un simile fallimento di nipote. La "plandrasa", quella che vuol tutto e subito senza sacrifici. Aveva pensato di poter cambiare vita, di trovare una strada, partendo dalla casa nuova. Eppure, adesso, anche i muri le ricordavano di non essere davvero suoi. Persino le riviste, sul tavolo della cena. L'articolo che magnificava le luminose carriere di dieci trentenni di successo in giro per il mondo. Sembrava che tutti avessero fatto fortuna, che l'unica fallita fosse lei. E l'unica certezza che le era rimasta era questa: nessuna via d'uscita. Prima o poi avrebbe dovuto ammetterlo a se stessa, alla madre, al resto del mondo. Intanto, non rispondeva più al cellulare ed ai messaggi di posta elettronica, per paura dell'ennesima lamentela contro di lei. Alcuni ex clienti erano stati davvero poco teneri...

Cenò con appetito, con le melanzane grigliate ad opera della mamma che sedeva al tavolo. Riuscì a comportarsi come sempre, almeno così le parve: ormai sapeva indossare la maschera più o meno con tutti, sempre. Tempo prima, le riusciva di indossarla anche con se stessa, ma ormai non era più possibile. Leggeva sul volto della mamma i segni di una vecchiaia troppo marcata per la sua età. Ne aveva passate tante... Ed Anita non la stava certo aiutando. Troppe rughe, su quel viso, erano opera della sua penna. Sapeva che la madre non sarebbe sopravvissuta. Aveva pensato di parlargliene, avrebbero potuto andare insieme, forse. Ma era troppo vigliacca... Anche per questo.

La madre, come sempre, andò a letto abbastanza presto. Anita finse di trattenersi al computer, per qualche lavoro da finire. Lasciò sul tavolo, in bella vista, un foglio bianco, poche righe, un grazie. Aveva riempito fogli e fogli di carta, li aveva strappati e ne aveva riempiti altri, ma non le sarebbero bastati cento anni per tradurre in parole il suo perché. Accarezzò a lungo ciascuno dei suoi adorati cani. Con loro, sì, aveva un legame profondo, viscerale. A loro parlava e ne comprendeva le risposte, nei loro sguardi trovava corrispondenza perfetta, che mai avrebbe potuto intuire in alcun paio di occhi umani. Sapeva che le amate belve sarebbero state in buone mani, aveva già disposto per loro. Si infilò il giaccone pesante, la sciarpa, il berretto: la notte in montagna sarebbe stata gelida, ben più che tra le morbide colline. Aprì silenziosamente la porta ed uscì nel buio. I cani, abituati a vederla andare e venire da casa ad ogni ora del giorno e soprattutto della notte, non fiatarono.

Riprese il cammino a ritroso, verso l'auto, con la calma inattaccabile di chi ha deciso. Avrebbe ancora potuto cambiare idea. Ma per cosa? Per andare dove? Avesse avuto anche solo una vaga alternativa. Per trascinare altri giorni senza volontà, senza prospettiva, senza entusiasmo. Certo, un'infinità di persone sarebbe stata felice di vivere al posto suo. Ma forse quelle persone avrebbero saputo fare onore alle eccezionali carte che il destino aveva messo loro in mano. Lei, le carte, le aveva sprecate tutte, dalla prima all'ultima. Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane, recita un proverbio, azzeccatissimo nel suo caso. Non poteva certo sperare nell'ennesima possibilità. Ne aveva già avute più di quante ne avesse mai meritate.

Uno sguardo abbracciò i tetti della borgata, appena accennati alla luce della luna. La neve azzurrognola e le linee scure, nette, delle costruzioni e dei rami nudi. Il motore, un po' offeso per il freddo, sbottò un paio di volte e poi partì.

Aveva tempo da vendere. Nessuno sapeva dove fosse diretta e nessuno avrebbe potuto rintracciarla sul cellulare, spento. Non sapeva se davvero fosse possibile localizzare un telefonino, come si legge nei romanzi polizieschi, e se l'operazione richiedesse poco o molto tempo, ma... Non si sa mai.
Lenta, sotto un bellissimo cielo stellato, l'auto si lasciò dietro le colline, attraversò la pianura, giunse alle pendici del Monviso. La radio suonava, Anita di tanto in tanto l'accompagnava con i suoi stonatissimi vocalizzi. Non era del tutto consapevole di ciò che stava per fare e tuttavia era certa di doverlo fare. Non incrociò anima viva sulle curve per Paesana, né più avanti, risalendo la Valle Po. Le sagome delle montagne si stagliavano nette nel buio del cielo. Amava la montagna, senza compromessi, le strade asfaltate da percorrere in bici, i sentieri per arrancare faticosamente a piedi. Amava soprattutto il Monviso, in fondo la montagna di casa, anche se ora, dalla piazza del paese in collina, poteva scorgere il Rocciamelone, il Cervino, il Monte Rosa, ma per il Monviso doveva spostarsi un po', salire ancora, per superare con lo sguardo la cornice delle Rocche del Roero.

Curva dopo curva, raggiunse il bivio per Ostana. Qui la pendenza della strada si impenna: sperò che gli spazzaneve avessero prestato, anche qui, la loro opera. Per quanto di neve non se ne fosse vista molta, quell'inverno, neppure in montagna. Avanzò con prudenza, sorridendo a se stessa per il paradosso: "E che mi può capitare? Alla peggio, se esco di strada, mi ammazzo..."

Curva dopo curva fino ad Ostana e oltre, con la strada sempre più stretta ed i tornanti sempre più ripidi. Sperò di riuscire, tra una buca e l'altra, un sasso ed un cumulo di neve rotolato sul suo percorso, ad arrivare fin su, dove finisce l'asfalto. In altre circostanze, sarebbe inorridita all'idea di salire quella strada con un mezzo a motore: guai, si sale a piedi o in bici, da che mondo è mondo. Ma quella notte l'auto era indispensabile.
Chissà se qualcuno abitava quelle case nella brutta stagione. Chissà che stupore avrebbe destato il rumore di un'auto, al buio, lungo una strada che non porta a nulla.
Arrivò a destinazione, con fatica. La discesa non sarebbe poi stata un problema... Lo sarebbe stato, anzi, per altri, non più per lei.

Parcheggiò sullo spiazzo, in faccia al Monviso. Scese dall'auto: l'aria era appena mossa, gelida, ma lo spettacolo era incantevole. Era quasi certa che il posto fosse quello, un luogo che conosceva bene per esserci salita più volte in bici. Lo stesso luogo in cui, qualche anno prima, una coppia di conoscenti, marito e moglie, si era tolta la vita. Li avevano ritrovati nell'auto, l'abitacolo ben sigillato e saturo di gas di scarico. La notizia aveva turbato Anita nel profondo e, di tanto in tanto, tornava a galla nella memoria. Ovviamente, poi, intorno all'evento erano fiorite le più articolate supposizioni; avevano problemi economici, uno di loro era malato, erano malati entrambi, chissà. Anita aveva conosciuto quelle due persone solo di sfuggita, in particolare il marito, un omone dall'aspetto gioviale e buono; non aveva idea di quale fosse stata la ragione del gesto. Ma spesso si era scoperta ad immaginarli seduti in auto, l'uno accanto all'altro, le portiere appena chiuse, la consapevolezza che ci sarebbe ancora stata, per qualche minuto, forse più, la possibilità di tornare indietro, buttarsi fuori, salvarsi... E d'altro canto la determinazione incrollabile, doppia, tale da annientare persino l'ultimo barlume di istinto di sopravvivenza. Erano rimasti lì entrambi, decisi, ciascuno per se stesso e per l'altro. Chissà qual'era stata l'ultima espressione sui loro visi, una lacrima o un sorriso.

Rimase un poco a pensare, in faccia al Monviso, con il naso congelato e le mani in tasca. Poi diede un calcio ad una pietra, tornò all'auto, aprì il bagagliaio. Ne estrasse il tubo di plastica ed il rotolo di nastro adesivo nero. Quando aveva preso una decisione, Anita non era tipo da tergiversare. Pur con le dita intirizzite, sistemò il tubo incastrandovi l'estremità della marmitta e sigillò tutto nel modo più accurato possibile, con il nastro. Non aveva fatto alcuna prova, ma poté verificare in quel momento che il tubo era lungo abbastanza per entrare nell'abitacolo. Lo sistemò attraverso il finestrino, lato passeggero, e chiuse la fessura con una vecchia edizione de La Stampa ed una generosa dose di nastro.

Le dita delle mani erano ormai quasi insensibili per il contatto con i vetri gelidi. Il più, comunque, era fatto. Risalì in auto, frugò nello zaino, ne trasse una busta con un biglietto, poche righe per chi avesse avuto il fastidio di trovarla l'indomani. Lo pose sul cruscotto, come il tagliandino del parcheggio.

Avviò il motore. Aveva sempre detestato l'odore del gas di scarico. Soprattutto, sapeva di non essere coraggiosa a sufficienza. Un'ansia improvvisa l'aveva assalita in quell'istante. Convulsamente frugò in un'altra tasca dello zaino, prima che la situazione le sfuggisse di mano. Trovò una piccola scatola, ne ingoiò il contenuto. Erano pastiglie di un blando sonnifero che però, in quella dose e su una persona come lei che mai ne aveva fatto uso, certo avrebbe svolto il suo servizio. Nell'aria già irrespirabile dell'abitacolo, reclinò il sedile ed accese la radio, a basso volume, sufficiente però per udirla. Non aveva mai potuto soffrire di avere nelle vicinanze una radio spenta. "Chissà cosa si dirà di me, dopo", pensava. "Aveva problemi economici, era malata, aveva combinato qualcosa di losco". Non si riteneva tanto importante da poter vantare dei nemici, ma certo qualcuno avrebbe accolto la notizia con un po' di soddisfazione "e questo - concluse - è un vero peccato". Sapeva per certo che una sola persona non si sarebbe mai consolata e questo le rendeva penoso l'addio. Ma di tutto il resto che tanto l'aveva tormentata non vide più nulla. Ebbe davanti agli occhi i panorami in bici ed in montagna, i cani, tutti i suoi affetti, sempre più confusi in un'unica immagine... E poi il buio. Alla radio, in quell'istante, giungeva agli ultimi versi una bella canzone di Guccini: "Ed il ritmo del tuo respirare / che pian piano si ferma / e scompare".




domenica 22 dicembre 2013

21 dicembre 2013 - UN COMPAGNO INATTESO

Un abbaio insistente e perentorio risveglia il neurone intorpidito dal sonno arretrato e dall'umidità appiccicosa della nebbia. Corro da un'oretta, le gambe ancora ingessate nonostante i saliscendi; lungo la schiena, brividi. Ho appena attraversato la minuscola valletta tra la chiesetta di frazione San Bernardo e la località Lazzarino, entrambe in territorio di Monteu Roero: breve ma ripidissima discesa, altrettanto breve e ripidissima salita; in fondo, un gelido tuffo nella nebbia, che solo un centinaio di metri più in alto si è già diradata. Tutt'intorno, le prime colline del Roero, congelate in uno scatto in bianco e nero, i due soli colori di cui tocca accontentarsi in queste malinconicissime giornate invernali.

Intravedo a malapena la fonte dell'imperiosa emissione sonora: la sagoma di un cagnotto, a circa un centinaio di metri da me. Scuro, snello, qualcosa che somiglia ad un pastore tedesco. L'abbaio è potente, ma la coda sventola in segno di buona intenzione. Mi fermo, mi chino, allargo le braccia: "Ciao piccolo... Vieni qui!". Il cagnotto, ancora lontano, resta per un secondo immobile, la coda dritta: solo un istante, poi parte a razzo verso di me. Poche falcate e mi trovo le sue zampone addosso: mi ci vuole un bello sforzo per evitare di ruzzolare per terra. La gioia del piccolo, piccolo per modo di dire, è incontenibile: lo copro di coccole e lui, orecchie basse, quasi mi striscia intorno. Poi si lancia, di corsa, nella direzione in cui stavo andando io. Mi rialzo, scuoto via il fango delle sue zampe, riparto anch'io. Raggiungo il bivio: il percorso che avevo pensato per oggi prevede di svoltare a destra, in direzione di San Grato e poi, più avanti, Monteu Roero. Il peloso mi segue, anzi, mi precede. "Poco male", penso. "Arriverà alla fine del suo territorio e tornerà a casa". Ma, un chilometro più avanti, il lupone è ancora con me. I casi sono due: o questo personaggio è un latifondista, ha un concetto molto ampio di territorio... Oppure ha deciso che gli sono simpatica. Ma a me sale l'ansia. Qui, per adesso, siamo lungo una stradina che è proprio solo di servizio tra le cascine; passerà un'auto ogni morte di Papa. Ma tra poco c'è l'incrocio con una strada già un po' più battuta... Troppo pericoloso per il lupone!

Il bellissimo peloso, incurante delle mie preoccupazioni, mi corre davanti, con ampie variazioni sul tema in mezzo alla boscaglia ed ai noccioleti. C'è una gioia incontenibile nel suo modo di correre e saltare. Sembra distratto da tutto, ma mi tiene d'occhio. Infatti, quando giungiamo a ridosso dell'incrocio, mi fermo e gli faccio un fischio: dietrofront, torno indietro. Una massa di pelo scuro mi sfreccia accanto e torna a precedermi, cento metri avanti. E va bene... Mettiamola così: adesso ci facciamo un bel giretto tra i boschi... Però poi torni a casetta tua, ok?

Detto, fatto. Imbocchiamo la stradina sterrata che va verso la località Caratto dei Boschi: l'ultima neve si scioglie e lascia uno strato di fango scivolosissimo. Confido nel potere delle suole delle La Sportiva. Il lupone non ha problemi: con le sue quattro zampe motrici, la forza e l'entusiasmo di un cagnotto giovane e ben nutrito, saetta come una lepre da destra a sinistra. Di tanto in tanto sparisce tra le frasche; un gran crepitio ed eccolo che spunta da un'altra parte. Ho un po' di timore, questa è zona di caccia... Ma finora non ho ancora sentito spari.

Un pallido sole cerca spazio tra la foschia, ma il freddo continua ad essere pungente. Sulla neve restano le orme delle mie scarpe e delle zampe del lupone, che ha una falcata, ad onor del vero, un po' sconclusionata. Arriviamo alle poche case di località Caratto: da qui, imbocchiamo una deviazione che scende giù, nel fondo della valletta laterale, e lì muore in mezzo ai campi coltivati. Qui siamo sul versante in ombra della collina; la neve resiste e mi costringe ad una corsa più impacciata. Il lupo non ha problemi... Pianta il naso nella coltre bianca, segue chissà quale pista.Di tanto in tanto si ferma, come folgorato: immobile, in una curiosissima posizione con una delle zampe posteriori che rimane sospesa in aria; il naso al vento. Per terra, orme di lepri e tracce di cinghiali, rami spezzati. I colori cupi fanno contrasto con i sottilissimi fili verdi che spuntano nel campo coltivato; nella mia ignoranza, presumo sia grano.

Vieni lupo, si torna su! Accanto alle case, ripercorriamo la strada sterrata. Ancora una deviazione, un'altra discesa verso il fondo della valletta: ombra e freddo pungente, cosa non si fa per accumulare un po' di dislivello. Il cagnone asseconda ogni mio cambio di direzione: ha deciso di concedermi l'onore di essere il suo capobranco, per oggi. Quando mi fermo per un, ehm, pit stop, addentrandomi un poco tra gli alberi, lui si volta e non mi vede più: è un attimo, naso a terra, me lo ritrovo accanto, è il caso di dirlo, nel momento del bisogno. Approfitto della pausa per accarezzargli il testone e guardare quegli occhioni scuri dolcissimi, prima che questo cavallino riprenda la sua corsa. Ripassiamo davanti alla cascina da cui il piccolo è uscito: spero che, a questo punto, sia soddisfatto della corsa e se ne torni a casa... Macché: siamo dinuovo sull'asfalto, sulla stessa strada già percorsa prima; io proseguo e lui... Per un attimo, lo vedo puntare in direzione di casa. Allungo il passo: vuoi vedere che ha deciso di tornare alla cuccia? Macché. Qualche minuto e sento alle spalle un galoppo forsennato. Il peloso mi sorpassa, si ferma, si volta, mi guarda come per dire "Hai visto, sei contenta? Sono tornato!". Piccolo mio, ascoltami, io ti adoro; fosse per me, ti porterei a casa subito... Ma tu hai una casa, sei un bel cagnotto curato e gioioso; fammi questo favore, torna da dove sei venuto... Ho troppa paura di vederti correre così sulla strada! E' vero, qui non passa quasi mai nessuno, ma basta anche un solo veicolo per rischiare troppo...

Dinuovo, all'incrocio con la strada per San Grato, torno indietro. Il lupotto immediatamente si adegua al dietrofront. Ha energie da vendere, schizza dentro e fuori dalle sterpaglie; ha il pelo ricoperto di foglie secche e rami... Intanto, la temperatura sembra farsi un po' meno rigida.

Questa volta, direi che è il caso di riconsegnare il lupo al legittimo proprietario. Mi avvicino al cortile della cascina: due uomini, presumo papà e figlio, sono al lavoro in un'aiuola. "Chiedo scusa... E' vostro questo cane?". Sorridono: "Ti ha seguita?". Eh sì, parecchio... Provano a richiamarlo: "Pluto, ven si, Pluto!". Ma Pluto – adesso so come si chiama! - se ne guarda bene, dall'avvicinarsi. Quasi sorride, beffardo. "A lui piace correre", mi dicono. Già, me ne sono accorta! Va bene, cedo... "Gli faccio ancora fare una corsa fino al Caratto, poi ve lo riporto". Alè, altro giro, altra corsa: strada sterrata, la stessa di prima; la neve si è sciolta un po' di più; c'è un po' più fango. Sento in lontananza un paio di colpi di fucile: quei maledetti... Li sente anche Pluto, che si ferma pensieroso. Poi riprende a correre, ma senza più allontanarsi molto da me. Ho il cuore in gola, non certo per la fatica della corsa: Pluto, ti prego, non infilarti più nel bosco... Quei dannati, che venga loro un accidente, sparano a qualsiasi accenno di movimento; non potrei mai perdonarmelo, se qualcuno ti facesse del male!

Questa volta, al Caratto, attraversiamo la frazione e proseguiamo per un tratto lungo la stradina che torna asfaltata, intavolando un paio di accese discussioni con i cani a guardia dei giardini. Poi torniamo, per l'ennesima volta, sui nostri passi. Non so se sia intimorito dai colpi di fucile o se sia semplicemente un po' stanco, ma Pluto non si allontana più molto da me. Quando raggiungiamo i paraggi della cascina, il suo padrone è già fuori e lo chiama. Pluto sembra, questa volta, volersi rassegnare: saluto, proseguo la mia corsa. Ma non faccio in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che... L'inconfondibile galoppo alle mie spalle. Eccolo dinuovo... E il padrone che continua a chiamarlo, inutilmente. OK Pluto, ho capito, dai. Ti accompagno a casa. Mi fermo: il lupone si avvicina; gli accarezzo la schiena, lo prendo per il collare. E' riluttante; quasi si nasconde dietro le mie gambe... Mi si spezza il cuore. Il padrone quasi si scusa: "Lui ama correre, ma sa che adesso lo devo chiudere nel recinto...". Beh, quel che è certo, dalle quattro parole che scambio con lui, e dal modo delicato in cui lo vedo afferrare il collare, è che quest'uomo ha molta cura per il suo cagnotto. Se solo avessi avuto mezzo dubbio, me lo sarei già portato via, questo lupetto... "Di notte lo faccio dormire in garage, perché fuori fa freddo. Al mattino però lo libero, perché un cane sempre chiuso soffre...". E' senz'altro vero, anche se io, dal mio punto di vista di mamma iperprotettiva, fatico moltissimo ad accettare che un cane sia libero di girare solo per la campagna. Anche se c'è poco traffico, anche se è una zona tranquilla. Ai miei bestioni non permetto di muovere nemmeno mezzo passo senza guinzaglio, e già così ho comunque l'angoscia che possa accadere loro qualcosa... Un'ultima carezza: "Vai a casa, Pluto. Prometto che torno per portarti a correre un'altra volta, adesso che so dove abiti". Ma la mia coscienza rimorde: ci siamo fatti due ore di buona compagnia, ma lui vorrebbe stare ancora con me...

Riparto di corsa in direzione di San Grato. Andrò ancora fino a Monteu, poi dietrofront: occhio e croce, tenendo conto delle varie deviazioni dedicate a Pluto, questa mattina dovrei racimolare più o meno 35 km. Poi mi tocca rientrare, perché a casa le tre bocche canine sono in attesa della pappa.



domenica 13 ottobre 2013

5 ottobre 2012 - PUNT DEL DIAU ULTRATRAIL

A pochi giorni dal via della gara, risultano in elenco, occhio e croce, trentacinque iscritti. Chissà perché, mi domando. Forse perché a questa manifestazione non è stato dato alcun risalto pubblicitario, forse perché ad ottobre sono pochi i corridori che hanno voglia di cimentarsi su settanta km di corsa ed oltre tremila metri di dislivello. Un'occhiata ai dati dell'anno scorso rivela più o meno lo stesso numero di iscritti, ma una quindicina scarsa di persone giunte al traguardo.
Ammetto di essere un po' preoccupata. Percorso molto selettivo? Maltempo che ha scoraggiato i partecipanti? Mah. Anche Matteo non è così fiducioso...

A Lanzo, alle cinque e mezza, siamo quattro gatti bardati da corsa, sulla piazza centrale del paese. La distribuzione dei pacchi gara dovrebbe aver luogo qui nei paraggi... Ma per ora non ce n'è traccia. Fa freddo, ma non troppo: il cielo è nuvoloso; per oggi si prevede acqua a catinelle. E di certo il mio umore non ha tratto beneficio da questa informazione. Una decina di minuti e, nel buio, si materializza uno dei componenti dell'organizzazione: il piccolo drappello di corridori lo segue in un edificio proprio accanto alla piazza. Siamo pochi intimi: ciascuno ritira il proprio pettorale di gara; poi, ci si riunisce in una saletta per il riepilogo delle informazioni essenziali sulla gara.

Il road book che ci è stato consegnato è molto minuzioso, ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la montagna sa che, al limite, per orientarsi servono bussola e cartina, se non un GPS... A patto, ovviamente, di conoscere la propria destinazione. Spero vivamente che, come in tutti i trail degni di questo nome, il tracciato di gara sia segnalato, ma non mi sento affatto tranquilla in proposito. La sensazione è che ci sia una buona dose di approssimazione dietro a tutto ciò...

La partenza è sulla piazza, accanto all'ala in pietra. Il tempo di alcune foto e poi via, lo sparo. Saremo, alla fine, meno di trenta persone, occhio e croce. Partono tutti come saette dietro ai due ciclisti in MTB che ci guideranno nel tratto in città, fino all'attacco del primo sentiero. Manco fosse la partenza di una gara di cento metri piani... Sputo l'anima per non restare distaccata; qui, di segnaletica, nemmeno l'ombra. Devo mantenere almeno il contatto visivo con chi mi precede.

Buio pesto e qualcuno è senza pila frontale: vero che il regolamento specificava che sarebbe stato bene portarla se si fosse previsto di arrivare al traguardo all'imbrunire... Ma non ci vuole un fisico nucleare per capire che, se si parte alle sei e mezza ad ottobre, per giunta con le nuvole, non ci si vede un tubo! Corro a perifiato, prima tra le case di Lanzo, poi in un parco lungo il fiume, poi ancora un ponte. Quando mi trovo a pestare il primo sentiero, comincio a realizzare il dramma.

Dietro di me ci sono altri tre corridori. Io sono in testa, con la pila frontale ed il fascio luminoso che si infrange senza misericordia contro la nebbia fitta e torna indietro. Bosco e prato; il sentiero è una traccia nell'erba, appena accennata. Primo errore sull'itinerario, sia pure di pochi metri, richiamati dalla voce del volontario di guardia. Comincia un pellegrinaggio che ha il sapore di un'odissea... Siamo in quattro, in fila, e chi c'è in testa a battere la traccia? Proprio io, che già in condizioni meteo eccellenti sono cieca come una talpa... Tra la nebbia e gli occhiali bagnati, ogni tre passi son ferma a cercare di capire dove passi il sentiero. Chiamarlo "sentiero", poi, è un complimento del tutto immeritato. Spesso si riduce davvero ad una vaga idea.

All'inizio, individuiamo qualche freccia segnavia blu. Ma dico io... Chi è il genio che ha avuto l'idea di usare il blu? Come può venirti in mente, con la partenza notturna ed il rischio di pioggia, di scegliere per i segnavia il colore blu? Non si vede un accidente! Poi più nulla, solo le tacche di vernice bianche e rosse. Ma i sentieri CAI sono segnati tutti con tacche bianche e rosse, che io sappia. Quindi, in sostanza, potremmo essere su un sentiero qualunque. In effetti, a furia di addentrarci nel bosco, di passaggi malagevoli, di rami in faccia, di fango, giungiamo tutti alla conclusione di essere completamente fuori strada. Qualcuno ha la sensazione di udire delle voci, ma forse sono solo versi di animali... O gli echi degli ululati di Belzebù. Un barlume di luce filtra e ci permette di spegnere le frontali: nebbia, foglie umide e pietre scivolosissime. Un affascinante quadretto autunnale, non fosse che non abbiamo idea di dove ci troviamo. Boh, una traccia di sentiero c'è... Andiamo a vedere dove finisce; alla peggio, ci saremo fatti una gita.

Uomini e donne di poca fede: all'improvviso, la selva oscura ci rigurgita su una strada asfaltata. Miracolo, riappaiono le frecce azzurre! Anzi, qui ce n'è talmente tante, dappertutto, che se non fai attenzione te ne ritrovi una conficcata in luogo indicibile... Diligentemente seguiamo le istruzioni: ripidissima salita verso sinistra. I miei colleghi camminano svelti, tanto che io non riesco a star loro dietro pur corricchiando. Raggiungiamo un abitato; da lì, altro tratto di sentiero, passando accanto ad un obbrobrio architettonico che pare essere un centro benessere o qualcosa del genere. Una SPA per me rimane una Società Per Azioni, ma a quanto pare sono retrograda.

Graditissimo il conforto del primo punto di ristoro: crostata, the caldissimo e qualche lamentela sulla tracciatura del percorso. I tre colleghi prendono il volo, approfittando del mio momento di debolezza: sto combattendo contro i torcetti di cui mi son riempita le mani al ristoro. Il passaggio sul ponte in legno scivolosissimo e la successiva discesa su sentiero lastricato di pietre liscie ed umide fanno il resto: non c'è verso di trovare un appoggio stabile... Cammino come se fossi sulle uova. Nemmeno le efficientissime La Sportiva Raptor, in questo caso, bastano a far presa. Comincia qui la mia lunga galoppata solitaria, sognando la salita e masticando invece infiniti saliscendi nel bosco fitto. Complice anche la giornata nebbiosa, qui di panorama si vede ben poco. Funghi, gocce che piombano in testa e sugli occhiali dalle foglie, la nebbia che sfuma i contorni dei tronchi lisci dei faggi. La salita "vera" arriva molto più avanti ed è davvero impegnativa, grazie anche al fango, che fa sì che si faccia un passo avanti e due indietro. Capita ogni tanto di doversi fermare a controllare la direzione: qui i segnali latitano dinuovo. Ormai so che mi devo aspettare poco aiuto dalle indicazioni dell'organizzazione; quindi, non mi preoccupo se per diverse centinaia di metri non vedo nulla che mi faccia capire che sono sulla strada giusta.

D'un tratto, il bosco intorno a me sparisce: spunto in una radura; una figura umana si muove: "Sta arrivando uno degli ultimi tre!", annuncia a gran voce. "Grazie per l'incoraggiamento", sibilo. Ancora un po' di salita e mi ritrovo sotto la tettoia di un rifugio, ad un punto di ristoro. Qui dovremmo essere a circa 1.600 m di quota e dovremmo andare a 2.000: tuttavia, mi annuncia il responsabile del ristoro, si è deciso di deviarci lungo una strada più o meno in piano, perché "su al lago si son persi tutti", commenta sconsolato. Tra me e me, non fatico a crederlo: se le indicazioni lungo il percorso sono dello stesso tenore di quelle che ho trovato io finora, con questa nebbia campa cavallo! Pare che la vernice usata per tracciare la retta via dieci giorni fa sia stata lavata via dalla pioggia caduta in abbondanza in settimana: ma... Possibile che nessuno abbia controllato ieri o ieri l'altro? E, se qualcuno invece ha controllato, possibile che si sia deciso di mandare su gli atleti lo stesso, con le previsioni meteo che annunciavano per oggi tregenda? I miei sospetti circa il numero esiguo di iscritti si concretizzano...

Al volo, il responsabile del ristoro mi spiega dove devo andare, mentre accarezzo uno dei cani del rifugio. Seguire la strada... In effetti, c'è una bella strada sterrata, molto comoda, in leggera salita. Qui non c'è proprio nemmeno un barlume di indicazione; per quel che ho capito, però, il tracciato di gara originale dovrebbe andare a passare su un colle più avanti, a cui anche questa strada dovrebbe arrivare. Quindi, ai bivi, decido di tener la destra e continuare a salire. In un tratto pianeggiante, mi metto a correre: la decisione non piace ai tre maremmani a guardia di una mandria, nel pascolo alla mia destra ma ben più in alto di me. I tre cagnoni si lanciano ventre a terra verso di me, incuranti dei richiami dei pastori: li vedo venir giù dal pendio erboso come una valanga... Mi immobilizzo: i tre arrivano al limitare della strada, inchiodano interdetti, mi si avvicinano con circospezione. Mi annusano le mani abbandonate lungo i fianchi; riesco persino ad azzardare una carezza. Soddisfatti, tornano sui loro passi... Ed io sui miei. Di lì a poco, un bivio, un altro chilometro di leggera salita ed il colle. Presumo, almeno, che sia questo il colle che devo raggiungere.

Un gruppo di volontarie di guardia resta interdetto: "Hai tagliato il percorso? Gli altri sono arrivati tutti di là", mi fanno. Ehi, un momento, che taglio e taglio... Me l'ha detto il responsabile al rifugio, di passar di qua! OK, aggiudicato... Via di corsa in discesa. Di qui è tutto un susseguirsi di tratti nel bosco e passaggi in borgate e paesini: ancora una volta, una caccia al tesoro. Ormai abituata alla solitudine, quasi mi preoccupo quando sento delle voci alle mie spalle: una coppia di corridori mi sorpassa in discesa. Ma, meno di un'ora più tardi, li vedo nuovamente alle mie spalle: "Abbiamo sbagliato strada...". E chissà come mai.

Approfitto di una delle tante, brevi risalite per controllare il telefonino. Un messaggio di Matteo mi annuncia che la sua gara è già conclusa: era quarto in compagnia di Franco Collè, il terzo classificato al Tor des Geants 2013... Ma si sono persi nella nebbia e, dopo lunghissima peregrinazione, sono tornati al ristoro del km 20, dove hanno dovuto ritirarsi perché già al di fuori del cancello orario in quel punto. Tutto ciò mi sembra davvero fantozziano... Matteo annuncia che tornerà all'auto a piedi, tanto per aggiungere una ventina di km ai quaranta già percorsi. A questo punto, a me non resta che sperare di trovare il traguardo, prima o poi!

Raggiungo un altro punto di ristoro nei pressi di una chiesetta: occhio e croce, dovrebbero mancare circa 25 km... Me lo confermano i volontari. Via ancora, sempre nel bosco, interminabili saliscendi con strappi talvolta anche severi. La nebbia s'è diradata; addirittura sembra comparire qualche sprazzo di cielo. Nei rari tratti in cui la vegetazione si dirada, finalmente si può ammirare un po' di panorama nei colori dell'autunno.

Arrivo, senza saperlo, al ristoro prima dell'ultima salita. Sono convinta di essere ultima, ma non è così: dietro di me ci sono ancora alcuni dei malcapitati, magari anche forti, che però hanno sbagliato strada... L'ultima salita è una strada sterrata, troppo ripida per correre e troppo poco per procedere di passo con una velocità soddisfacente. Per la verità, nel primo tratto di salita io seguo il sentiero attraverso il bosco: ripidissimo, ostico, spaccagambe... Ma le tacche bianche e rosse sono qui! Mi tocca pure attraversare, vicino ad alcuni ruderi di baite, la ragnatela di proprietà di un bestio orrendo e grosso... Glielo faccio presente, al bestio; quello, giustamente, replica: "Ma ti sei guardata allo specchio?". Poi sbuco nuovamente sulla sterrata e cammino, cammino, cammino... In preda ad una profondissima fiacca esistenziale ed al freddo che torna a farsi pungente, insieme alla nebbia, afferro un Mars. Non tanto per l'energia che ne posso ricavare, quanto per il conforto psicologico che deriva da simili maialate alimentari. Invio una caterva di improperi all'indirizzo di chi ha piazzato nel percorso questo tratto... Finalmente, si scollina in un romantico panorama di antenne. Purtroppo, la discesa, se possibile, è anche più odiosa. Un disastro di pietre scivolose, una discesa rognosa che più non si può: sarà la stanchezza, saranno i mille dubbi circa il tracciato, ma sto perdendo la pazienza... Man mano che perdo quota, la nebbia si dirada, ma la luce del giorno si sta ormai affievolendo. Mi assale la paura: e se il buio mi sorprendesse qui? Tra la foschia, gli occhiali bagnati e gli occhi inutili, mi troverei in un bel guaio... Cerco di accelerare, ma più ci provo e più mi inciampo. Occhio Gian, non puoi proprio permetterti di sinistrarti le gambe. Non finisce più questa discesa...

Finalmente, un essere umano, che annuncia il mio arrivo cantando a squarciagola. Ancora qualche centinaio di metri ed incontro l'ultimo banchetto del ristoro: ancora dieci km ed una salita, durissima ma molto corta... Uhm. Lo sapevo che non sarebbe mancata la carognata finale. Sono pronta a scommettere che la salita non sarà l'unica e non sarà nemmeno così breve. Via di corsa: strada sterrata, deviazione, sentiero, deviazione... Su, in verticale. Non c'è che dire, ripida è ripida... Mi arrampico con le unghie e con i denti in mezzo alla vegetazione. Ho il sospetto che questo passaggio sia stato creato per noi, per puro sadismo. Un bel salto di dislivello, per arrivare su una strada sterrata e da qui, di corsa, fino ad un paese. All'uscita dall'abitato, un dubbio: le frecce bianche per terra sembrano indicare una svolta a destra... Per mia fortuna, alle mie spalle arriva un altro concorrente, spuntato dal nulla. Un capannello di madame sulla strada ci indica di proseguire lungo la via maestra. Il collega di sventura è parecchio arrabbiato: era nel gruppo di testa ed è stato uno dei tanti che, a quota duemila nei paraggi di un lago, ha sbagliato strada e macinato un'infinità di km nella direzione farlocca... Ammirevole, da parte sua, la scelta di continuare comunque con le sue gambe fino al traguardo. D'altro canto, a me non può che far piacere l'improvvisa ed inattesa comparsa di un simile gnoccolone, biondo, capelli lunghi, occhi azzurrissimi, alto e con un bel fisicone robusto. Evidentemente il malcapitato riesce a percepire, in qualche modo, il tenore dei miei pensieri... Perché, di lì a poco, evidentemente terrorizzato, mette il turbo e se ne va di corsa. Io, su falsopiano in salita, non posso che lasciarlo andar via. Scoprirò poi, leggendo varie testimonianze su Internet, che dietro di me sono ancora arrivate al traguardo sei persone: tra loro, gente che di norma mi dà ore di distacco... A condizione di capire dove passa la corsa!

Un tratto di strada asfaltata è preludio all'ultimo sforzo: il passaggio sul suggestivo Punt del Diau, a Lanzo, ma soprattutto la salita successiva per rientrare in paese. Aspra e poco gradita alle mie gambe ormai stufe. Ora sì, sta calando il buio; per fortuna ormai è fatta o quasi... Il "quasi" è d'obbligo, visto il giro tortuoso che mi tocca ancora seguire per giungere al traguardo. Quando sei stanco ed infreddolito, bastano pochi metri a far saltare i nervi. L'abitato, una piazzetta, una via stretta... Finalmente: ecco l'ala da cui siamo partiti. Un tavolino, un computer e due volontari: stavolta è davvero finita. Il tempo di ritirare il diploma, bere una birra che sognavo da troppo tempo, saltare in auto, andar via. Anzi, no. Si avvicina al finestrino il bel biondo: urca, che voglia chiedermi un passaggio? Che si sia perdutamente innamorato di me e voglia pregarmi di non andar via? Niente di tutto ciò: semplicemente, ha ritirato il pacco gara, uno scatolone gonfio di ogni leccornia, e mi raccomanda di andare a prendere il mio. Io non ci pensavo neanche più, al pacco gara... Spengo il motore, torno al locale del ristoro finale, ritiro il mio scatolone. Questa volta, davvero, via verso casa: poco più di sessanta km, circa tremila metri di dislivello, dodici ore e mezza, un supplizio! E domani si parte per correrne altri 51 in Lomellina, questa volta piatti o quasi. Coraggio, a casa, a nanna!