lunedì 30 novembre 2009
21 novembre 2009 - Di corsa verso Pian del Re
L'area picnic di Calcinere mi sembra già una sufficiente concessione alla mia pigrizia. Il piano d'azione, nella sua versione valida fino a dieci minuti fa, avrebbe previsto la partenza da Paesana: ma sì... Per questa volta posso anche abbuonarmi un paio di km di stradone rettilineo.
Abbandono la Opel là dove, nella bella stagione, decine di fenomeni della mandibola ammassano e mescolano le proprie adipose membra, in una strenua agghiacciante lotta all'ultima braciola: oggi invece, sommo gaudio, tavoli e panchine di pietra si prestano quasi quasi come luogo per una sessione di meditazione ascetica. Non c'è un'anima: sarà anche l'ora... Sono le sette e un quarto, minuto più, minuto meno. Un freddo siberiano mi morde le ossa non appena metto piede giù dalla mia fida carriola a motore. Però la giornata si preannuncia meravigliosa: cielo limpidissimo, blu, montagne azzurre pure loro, azzurre e bianche di una spruzzata di neve; aria leggera, gelida, secca, da respirare a pieni polmoni. Mi saltano per un attimo in mente le fesserie di chi inorridisce all'idea di respirare aria fredda, si copre la bocca con ogni sorta di sciarpe e foulard d'inverno, perché "fa male"... Me ne riempo i polmoni, forse anche per disintossicarmi dalla nebbia della pianura; lì sì, pare di respirare acqua. Zainetto pronto: un paio di barrette, un cambio di maglietta alla pelle, una giacchetta impermeabile, che non si sa mai; indosso i pantaloni ¾, un pile leggero con il collo alto, un gilet, la giacca invernale da bici, i guanti. L'equipaggiamento dovrebbe essere sufficiente per non ibernare, lassù. Ultimo ma non meno importante elemento del corredo di oggi, le scarpe: rigorosamente da strada, perché, con sommo sdegno dei montanari che si rispettino, io oggi torno a trovare la montagna, ma senza allontanarmi dal sicuro rifugio dell'asfalto. Non posso farci nulla: in fondo, la mia carriera podistica, se così si può dire, è nata sull'asfalto e vi è legatissima... In più, detesto la neve; infatti, oggi andrò su finché non la incontrerò sul mio cammino; da lì, dietrofront, si torna giù, al calduccio di casa. Chissà se a Pian del Re, a queste condizioni, si arriva?
Mi avvio di corsa. Non mi costa fatica, anzi; sembra quasi che le gambe ne abbiano una gran voglia. Nello stomaco, mezzo quadrato di Ritter, cioccolato bianco con nocciole, un vero attentato ai parametri delle analisi del sangue: glicemia, colesterolo, trigliceridi, chi più ne ha più ne metta. Goduria allo stato puro, conforto del palato e della mente. E' già tanto se son riuscita a trattenermi dallo spazzolarlo per intero!
L'aria taglia la faccia, gela persino il lobo delle orecchie, l'unica parte che resta fuori dalla fascia, poverella. Gela le mani nei guanti, ed anche un po' i piedi, finché il movimento della corsa non vale a scaldarli un po'. Quattro salti e sono all'abitato di Calcinere: mi risparmio un po' di strada principale, passando in mezzo alle case del paese. Sono poche le abitazioni dall'aspetto moderno: la maggior parte sono vecchi edifici con arcate, porticati e volte in mattoni, balconi in legno dall'aspetto davvero precario, qualche muro in pietra. Butto l'occhio nei cortili, ristretti, ancora bui, perché il sole qui arriverà solo tra qualche ora; il fondo in ciottoli lucidi dell'acqua di fiume e di chissà quanti passi. Il bar ristorante lungo la via principale è ancora chiuso; gli unici rumori che posso percepire sono lo scroscio dell'acqua delle fontane e lo scampanìo delle mucche al pascolo nel prato tra le case e lo stradone. Un micio mi osserva preoccupato, nascosto, ironia della sorte, dietro ad un'orrenda statua in pietra che rappresenta un cane tozzo e tarchiato: magari è un'opera d'arte, ma io di arte non ho mai capito un accidente... Solo un uomo, sulla soglia di casa, sembra in attesa di qualcuno; mi squadra con aria perplessa.
Uno sguardo furtivo alle montagne: quaggiù il sole non è ancora arrivato e non arriverà per un po', ma là il cielo splende. Poi gli occhi tornano bassi: mi sa che ho un po' esagerato con l'ottimismo... La forza di gravità non ha tardato a ricordarmi la sua ingombrante presenza. O meglio, l'ingombrante presenza del mio posteriore, che della forza di gravità risente non poco. Abbiamo scherzato: ma la strada adesso sale, eccome! All'uscita dal paese, torno a zampettare sulla strada principale, a poche decine di metri dalla prima curva. Ci sarebbe uno dei cartelli che indicano pendenza e distanza: ma non ha importanza; non è il caso di sprecar fatica per voltarsi e leggerlo. Tanto, qui, conosco ogni centimetro a memoria. La fatica mi è piombata addosso tutta assieme: passo lento, ma sempre di corsa; voglio sforzarmi di reggere, finché riesco, anche se so benissimo che, camminando di buon passo, forse andrei più forte. O meno piano, a seconda dei punti di vista.
Le dita delle mani pian piano riprendono vita. M'infilo nel punto più stretto della prima parte di salita, una piccola gola, umida e fredda più che mai. L'asfalto è bagnato e scivoloso per via delle foglie viscide; se dovessi passar da queste parti in bici, non mi sentirei affatto tranquilla.... Ma di passarci in bici, in questa stagione e soprattutto a quest'ora del mattino, non ho la minima intenzione. Magari ad arrivare fin su ce la farei... Ma, in discesa, rischierei di raggiungere Paesana con traiettoria brevissima e rettilinea! Per carità. Pazienza se ginocchia e quadricipiti stanno combattendo una lotta senza speranza; l'unico rischio che corro, oggi, è di scoppiare qui.
Breve tratto quasi in piano, appena prima del bivio per Oncino. Ancora ombra e venticello, leggero ma siberiano; passa qualche auto, chissà, forse escursionisti non troppo mattinieri. Già, perché, come m'insegnavano da piccola, "in montagna si va quand'è ancora buio!". Oggi non ho rispettato l'aurea regola... Ma è novembre, spero mi sia concesso il perdono! E poi, in fondo, rispetto all'alba avrò tardato si e no mezz'ora. Corro tagliando i due tornanti: che soddisfazione; in bici non è altrettanto facile. Pazienza se le gambe non la prendono bene. Quando arriverà il sole, quaggiù? La boscaglia è ancora fitta di chiome, ormai secche. La casetta sulla sinistra, con il camino che fuma e sa di legna e risveglia l'olfatto, intirizzito pure lui dal freddo che quasi quasi attraversa la giacca, nonostante lo sforzo. Poi la salita torna cattiva: eppure, nella sua versione ciclistica, non mi è mai parsa così spietata... Tra non molto dovrei arrivare ai tornanti, i due che conducono al bivio per Ostana. Che fatica... E che dispetto! Eppure non ho mai avuto problemi a sciropparmi di corsa, pur con tempi biblici, la salita da Bagnolo a Rucas di Montoso, che pure è ben più impegnativa. E mò? Che succede? Si batte la fiacca? Manca l'allenamento? O è la trippa che eccede? Niente da fare. Proviamo a rimediare, qualche metro al passo. Poi riparto: mi sembra quasi che vada un po' meglio, ma certo è solo un'impressione. Passeggera, ahimè.
Supero il tornante: il cartello in legno sulla mia sinistra prepara gli stomaci voraci all'incontro con la Baita della Polenta, a Pian della Regina. Addavenì il Pian della Regina, però... Altro che polenta! Se tiro su il naso, ormai Crissolo è appena sopra la mia testa; se ne vedono le prime case, ma c'è ancora un bel salto da spiccare. Appena oltre le case ed il bivio verso Ostana, lo strappo assassino: qui non c'è storia, cedo al passo, un passo di marcia imperioso e furibondo: quello per cui, nella lunga sera della 100 km Torino Saint Vincent, i compagni d'avventura mi avevano soprannominata "il Generale". Non so se sia un buon grado nell'esercito, ma suona bene!
Riprendo la corsa non appena la rampa si addolcisce, in vista del tornante. Mi distrae uno scroscio inatteso: toh... La fontanella sulla sinistra butta ancora, più arzilla che mai! Pensavo che, nella stagione fredda, fosse chiusa per evitare il gelo. Ne approfitto, visto che non ho portato con me la borraccia e, da quando son partita, non ho ancora bevuto: con cautela, però... E' gelida! Poi riparto con foga: troppa foga, tanto che per un pelo non finisco con un piede nel fosso. Tornante, altro tornante; ormai ci siamo: a passi e balzelloni, raggiungo Crissolo. Peccato che l'ingresso in paese sia ben poco glorioso: mancano le gambe, manca il fiato, manca tutto; salgo al passo. L'unico conforto è la luce del sole, che finalmente, almeno in qualche tratto, è arrivata a farmi compagnia. Terapeutica, consolante, graditissima. Senza dubbio la temperatura è più confortevole quassù, di quanto non lo fosse giù a fondovalle.
Ben poca vita da queste parti. Gli alloggi, in buona parte di proprietà o in affitto ai villeggianti, sono sprangati; in giro non c'è un'anima, o quasi. Solo il fiume non manca di far sentire la sua voce impetuosa. Sulla destra, ancora quel cartello che tanto mi urta, ogni volta che passo di qui, appeso alla porta di un locale: "Lascia fuori la tua bestia". In primis, "bestia" lo dici a tua sorella, se credi. In secundis, per quel che può valere, un locale i cui titolari la pensano così non mi avrà mai come cliente: se la mia adoratissima "bestia" deve restare fuori, allora resto fuori anch'io!
Ancora una sosta alla fontana sulla piazzetta, qualche sorso d'acqua: ottima, limpida... Ma, il giorno in cui qualcuno inventerà le fontanelle che buttano Coca Cola, sarò più contenta! Poi riprendo di corsa: pochi passi... Ed il mio viaggio viene ancora interrotto, bruscamente ma piacevolmente, dalla debordante manifestazione di affetto che mi riserva un bel cagnone appostato sullo scalino del negozio di alimentari. Mi salta addosso, mugola, chiede le coccole: non sono certo io che mi tiro indietro, anzi! Ha qualcosa del cane da caccia, i colori nero, marrone e bianco, il muso e le orecchie pendule da bracco. Soprattutto, ha una gran voglia di giocare. Sulla porta del negozio si affaccia il titolare: "Se vai a camminare, lui viene fin su con te!". Detto, fatto; sorrido alla bestiola, gli dico "Dai, su, di corsa, tutti e due!". Un attimo dopo, imbocchiamo la stretta curva verso destra che segna l'inizio dell'ultima "fetta" di salita, quella da Crissolo a Pian del Re. Il cagnone non sta più nella pelle; parte a razzo, mi precede, si ferma, mi aspetta, quasi a dirmi "Allora, non ce la fai a starmi dietro?". Eh no tesoro, no che non ce la faccio... Tu hai quattro zampe, un po' stortignaccole ma efficienti; io ho solo due gambe e nemmeno di gran qualità.
E' evidente che la bestiola è ben abituata a queste scorribande. Sembra conoscere la strada senza ombra di dubbio, manco avesse capito quel che ho detto al suo papà bipede, ossia che vorrei salire a Pian del Re. Si lancia in volo radente contro i pantaloni di un signore in attesa sulla soglia di casa: ne riceve una carezza. Passo anch'io, divertita: "Le avessi io, le sue gambe", esclamo. Il signore, allibito, di rimando: "Mi sembra che siano già abbastanza buone le tue!". Beh, che dire, un bell'incoraggiamento, anche se immeritato. Ora riesco a correre, perché la pendenza è minima, ma non credo che durerò a lungo. Il cagnone è già oltre il tornante; arranco per raggiungerlo. A dire la verità, non è che io sia così tranquilla all'idea che il bestione scorrazzi così in mezzo alla strada. Infatti, non appena si avvicina un'auto, sento il brivido nella schiena: lo schiverà? Brivido che ben presto sale a terrore: l'auto passa, rallenta, il cagnone si lancia all'inseguimento, con il tartufo ad un palmo dalla ruota posteriore. Corro più forte anch'io, gli strillo "No!", ma è inutile... Non sono certo io la sua autorità di riferimento, il suo "capobranco". Mi devo rassegnare all'idea che sappia quel che fa, o che, perlomeno, ci sia abituato. Per fortuna delle mie coronarie, in questa stagione il traffico quassù è quasi nullo. C'è un po' di viavai di mezzi da lavoro: già prima di Crissolo, nei tornanti, una scavatrice era all'opera appena oltre il bordo strada; quassù ora è appena passato un camion di quelli per il trasporto della terra. Il mio compagno di viaggio peloso non se n'è accorto, o non ci ha dato peso: è troppo impegnato a scavare forsennatamente un una chiazza di neve. Una delle poche! Già, proprio non me l'aspettavo, che la valle fosse così sgompra, brulla, color terra ed erba secca. Il Monviso, imponente proprio sopra di me, è ancora più azzurro che bianco; una spruzzata di neve imbianca la parte della valle in ombra, alla mia sinistra. Ne è rimasta appena un po' di più sui tetti delle baite. Ma da questa parte, dove s'arrampica la strada, è tutto spoglio, pulito. Qui poi, dove batte il sole, l'asfalto è asciutto: praticabilissimo, direi, ancche per chi volesse avventurarsi con la bici da corsa. Anzi, chissà che, scendendo, non mi capiti d'incontrare qualche coraggioso!
Serre Uberto, qualche auto parcheggiata lungo la strada: allora un po' di vita c'è! Fumo dai camini, profumi di pappatoria, anche se è ancora presto... Forse olezzo di colazione? Il quadrupede interrompe per qualche momento le sue scorribande: qualche decina di metri avanti a me, si ferma, mi osserva; lo chiamo sottovoce, si avvicina, guaisce per chiedere coccole. Non mi faccio pregare. Ha due occhioni gioiosi, scuri, dolcissimi; un attimo dopo è già in fuga, dietro a chissà quale preda immaginaria. Io non vedo nulla, se non prato. Sempre di corsa, mi godo l'ultimo tratto quasi in piano, prima dello strappetto cattivo nel tornante. Lavori in corso, anche qui; un operaio mi osserva con aria interrogativa, mentre passo camminando sì, ma con ritmo da marcia militare. Mi manca solo il fucile sulla spalla! Devo darmi un tono... Guai a cedere un millimetro qui sulle rampe! Poi, appena superato il secondo tornante, potrò stramazzare senza rimetterci la faccia.
Ancora un sorso d'acqua dalla fontanella appena prima del Pian della Regina; poi le baite, il ristorante. Deserto: non un'auto, né una voce, nulla. Solo una donna, appoggiata all'ingresso del locale. E il Monviso, sempre più bello.
Supero la sbarra che chiude la strada; mi basta un'occhiata rapida per capire che oggi, volendo, si arriva proprio fin su, al Pian del Re. Neve, nisba. E chi l'avrebbe mai detto? Continuo a salire, corricchio; la fame ha fatto capolino già da un po', ma ora reclama attenzione. Mezza barretta, spero che basti a placare le pretese del pancino, almeno fin lassù. Il mio compagno a quattro zampe è sparito: ma dove... Un moto d'ansia: dove diavolo ti sei cacciato? Mi guardo intorno preoccupatissima... Poi scorgo, lassù, un puntino scuro: strizzo gli occhi, metto a fuoco; guardalo lassù, il filibustiere, ha tagliato il tornante e mi scodinzola quasi divertito. Procedo con un po' d'affanno; qui la pendenza è più lieve, si può correre, anche se le forze sono al lumicino. Ormai le punte delle mie scarpe le conosco bene, a furia di guardarle... Posso dire di sapere a che punto sono, solo perché le gambe sentono appena un po' meno fatica di prima, lì dove la strada spiana, oltre una curva a sinistra ed un ponticello. Col naso rivolto al Monviso, mi accorgo all'ultimo istante che la strada è sbarrata da una grata. Una grata? E che diamine ci fa quassù? Perché? Sarà mica un'allucinazione da fame?
Mi avvicino. No no, è proprio una grata. Una sorta di cancello. Non sia mai. Sguardo furtivo a destra ed a sinistra: con un po' di acrobazia, ci si passa. Bastian contrario, non sia mai che io ceda ad un simile affronto! Passo, infatti, sulla sinistra, aggrappandomi al reticolo di metallo che, a ben pensarci, ha un aspetto ben poco solido. Ma muovo solo qualche passo precario, al di là. Poi il venticello gelido e, soprattutto, il guaito del cagnone, mi richiamano alla realtà. Come mai non passa, il bestio? Ohibò, che sappia qualcosa che io non so? Scodinzola, quasi volesse richiamarmi... E' solo suggestione, ovvio, ma in fondo me la posso anche permettere; il neurone, in carenza di ossigeno e di pappatoria, dà i numeri. Torno agilmente, strano ma vero, sui miei passi. Beh, caro il mio Rintintin, per oggi abbiamo dato. Okkei, non sarò arrivata proprio a Pian del Re, ma posso abbuonarmi gli ultimi, boh, cinquecento metri. Mi rammarico solo di non avere la macchina fotografica con me. Il mio potere distruttivo è tale che ho dovuto dare l'estremo saluto alla seconda fotocamera nel giro di un anno: insomma, se non ci hanno il fisico... Adesso e per un bel po', non ne comprerò più. Se ne riparlerà, forse, durante i saldi, dopo le feste natalizie.
Incerta sul da farsi, se cambiare la maglia alla pelle o meno, mi avvio di corsa. Uno dei pochi momenti in cui la corsa in discesa si rivela un sollievo ed una goduria. L'andatura è di tutt'altro genere; con un po' di sforzo, potrei anche assumere l'espressione di una che non è per niente stanca! Ma stanca lo sono, eccome, ed anche affamata. Sgranocchio irriverente la barretta al cospetto del Monviso e del Visolotto; lungo il sentiero che scende a Pian Regina s'arrampica un fuoristrada. Dal parcheggio accanto al ristorante, un escursionista si è avviato lungo la strada asfaltata. Lo incontro, di lì a poco; con mia gran sorpresa, il cagnone si arresta: guarda me, guarda il nuovo venuto, esita un attimo... E riparte su, in salita, insieme a lui. Ma tu guarda che quadrupede infingardo! Il miglior amico dell'uomo, ma del primo uomo che passa per la strada! Ci faccio una risata; mi tornano alla mente le parole del negoziante, giù a Crissolo: "Ti segue per tutto il giorno"... Già, proprio vero, è un cane che ama la salita! Come dargli torto? Già, ma adesso chi lo spiega ai suoi padroni, a Crissolo? Mah... Saranno abituati, pure loro. Del resto, non c'è nulla che io possa fare per riportare giù il segugio con me. Buon viaggio piccolo!
La strada del ritorno è rapida ed indolore. Facile sfoggiare un sorriso a trentadue denti, anzi a ventinove, quelli che restano. Un po' meno gravoso anche tener su la testa e guardare la pianura, o meglio, là dove dovrebbe esserci la pianura ed invece si scorge una coltre di foschia. Trotto verso Crissolo: la tentazione è di prendere la strada verso Ostana ed i Ciampetti... Ma è meglio non lanciarsi in esplorazioni: vero, ci son già passata, ma solo una volta, in bici, anni fa. Rimandiamo l'avventura alla prossima volta. Mi fiondo, si fa per dire, giù verso i tetti di Crissolo: qualche camino fuma, ma son proprio pochi. Scendo giù sulla piazza, con l'animo soddisfatto di chi ha raggiunto il proprio sia pur piccolo obiettivo, anche se di strada, da qui a Calcinere, ce n'è ancora. Che ora sarà, le undici? Più o meno, sì.
Faccio capolino nel negozio: devo confessare il misfatto... Il cagnone è rimasto su! C'è una donna questa volta al bancone, gentile, molto bella; mi dice di non preoccuparmi: tornerà da solo, il bestio, e, se non dovesse tornare, ci sarà qualcuno che lo va a raccattare. "Siamo andati a prenderlo persino in Francia", ride. Cavoli, speriamo bene, fa così freddo lassù! Impazzirei all'idea che il mio amore a quattro zampe sia disperso chissà dove. Per fortuna, so benissimo dov'è Skipper in questo momento; sul mio lettone!
Riprendo il trotto. Le gambe non fanno una piega, benché la discesa su asfalto sia di solito lo spauracchio dei podisti. Le ginocchia non si lamentano: è la pancia a protestare; vuota, emette rumori di caverna, di pozzo senza fondo. Vorrei provare a resistere: insomma, con la fame si può convivere, soprattutto ora che la strada è in discesa. Ancora una sosta alla fontanella, prima del bivio per Ostana; incontro qui una coppia di camminatori e, poco più avanti, un corridore dal fisico asciutto che sale di corsa, a buon ritmo. Beato lui. Al contrario del cagnone di Crissolo, io non giro indietro!
La fame allunga la strada. Penso al cartoccio di succo di frutta nel baule della Opel: non che sia un lauto pasto, ma servirà a tamponare un po' la falla, ed anche a levare la sete. Non avrei mai detto che sarei arrivata a sentire caldo. Lascio andare le gambe, più sciolte possibile, ma non è facile impostare una simile andatura se non ci pensi costantemente. Anche il bivio per Oncino, oltre gli ultimi due tornanti, mi tenta: ma dai Gian, basta... Trentacinque km te li macini già, oggi, e più di un migliaio di metri di salita. Milledue, forse. Levo la giacca un attimo prima, scelta infelice, d'imboccare la strettoia gelida, la curva all'ombra. Calcinere, eccola là. Alzo lo sguardo a cercare, sulla montagna, il sentiero, o forse la strada, chissà, che già da Calcinere dovrebbe partire per andarsi poi a congiungere dalle parti di Ostana all'altra strada che sale a Pian del Re. Chissà dove s'imbocca.
Con lo stomaco che rantola, mi costringo all'ultima galoppata in paese. Profumi di sughi, di carne alla brace, di chissà quali leccornie. Mezzogiorno, proprio l'ora giusta. Un ramo di pere sporge sulla strada: la tentazione di rubacchiarne una... E dai, la Opel è vicina. Oltre le case, oltre ai capannelli di anziani reduci dalla messa, oltre al cimitero. Incrocio due ciclisti, li saluto: che coraggio, andar su in questa stagione. Non invidio la loro discesa. A me il succo di pompelmo. E un biscotto di meliga, dimenticato da chissà quanto tempo in uno dei cassetti della mia vecchia bagnarola. Va giù come se fosse acqua nel lavandino... Piccole grandi soddisfazioni! Ma la pacchia è finita, a Barge mi rituffo nella nebbia. Per parecchi giorni non rivedrò più il sole.
Abbandono la Opel là dove, nella bella stagione, decine di fenomeni della mandibola ammassano e mescolano le proprie adipose membra, in una strenua agghiacciante lotta all'ultima braciola: oggi invece, sommo gaudio, tavoli e panchine di pietra si prestano quasi quasi come luogo per una sessione di meditazione ascetica. Non c'è un'anima: sarà anche l'ora... Sono le sette e un quarto, minuto più, minuto meno. Un freddo siberiano mi morde le ossa non appena metto piede giù dalla mia fida carriola a motore. Però la giornata si preannuncia meravigliosa: cielo limpidissimo, blu, montagne azzurre pure loro, azzurre e bianche di una spruzzata di neve; aria leggera, gelida, secca, da respirare a pieni polmoni. Mi saltano per un attimo in mente le fesserie di chi inorridisce all'idea di respirare aria fredda, si copre la bocca con ogni sorta di sciarpe e foulard d'inverno, perché "fa male"... Me ne riempo i polmoni, forse anche per disintossicarmi dalla nebbia della pianura; lì sì, pare di respirare acqua. Zainetto pronto: un paio di barrette, un cambio di maglietta alla pelle, una giacchetta impermeabile, che non si sa mai; indosso i pantaloni ¾, un pile leggero con il collo alto, un gilet, la giacca invernale da bici, i guanti. L'equipaggiamento dovrebbe essere sufficiente per non ibernare, lassù. Ultimo ma non meno importante elemento del corredo di oggi, le scarpe: rigorosamente da strada, perché, con sommo sdegno dei montanari che si rispettino, io oggi torno a trovare la montagna, ma senza allontanarmi dal sicuro rifugio dell'asfalto. Non posso farci nulla: in fondo, la mia carriera podistica, se così si può dire, è nata sull'asfalto e vi è legatissima... In più, detesto la neve; infatti, oggi andrò su finché non la incontrerò sul mio cammino; da lì, dietrofront, si torna giù, al calduccio di casa. Chissà se a Pian del Re, a queste condizioni, si arriva?
Mi avvio di corsa. Non mi costa fatica, anzi; sembra quasi che le gambe ne abbiano una gran voglia. Nello stomaco, mezzo quadrato di Ritter, cioccolato bianco con nocciole, un vero attentato ai parametri delle analisi del sangue: glicemia, colesterolo, trigliceridi, chi più ne ha più ne metta. Goduria allo stato puro, conforto del palato e della mente. E' già tanto se son riuscita a trattenermi dallo spazzolarlo per intero!
L'aria taglia la faccia, gela persino il lobo delle orecchie, l'unica parte che resta fuori dalla fascia, poverella. Gela le mani nei guanti, ed anche un po' i piedi, finché il movimento della corsa non vale a scaldarli un po'. Quattro salti e sono all'abitato di Calcinere: mi risparmio un po' di strada principale, passando in mezzo alle case del paese. Sono poche le abitazioni dall'aspetto moderno: la maggior parte sono vecchi edifici con arcate, porticati e volte in mattoni, balconi in legno dall'aspetto davvero precario, qualche muro in pietra. Butto l'occhio nei cortili, ristretti, ancora bui, perché il sole qui arriverà solo tra qualche ora; il fondo in ciottoli lucidi dell'acqua di fiume e di chissà quanti passi. Il bar ristorante lungo la via principale è ancora chiuso; gli unici rumori che posso percepire sono lo scroscio dell'acqua delle fontane e lo scampanìo delle mucche al pascolo nel prato tra le case e lo stradone. Un micio mi osserva preoccupato, nascosto, ironia della sorte, dietro ad un'orrenda statua in pietra che rappresenta un cane tozzo e tarchiato: magari è un'opera d'arte, ma io di arte non ho mai capito un accidente... Solo un uomo, sulla soglia di casa, sembra in attesa di qualcuno; mi squadra con aria perplessa.
Uno sguardo furtivo alle montagne: quaggiù il sole non è ancora arrivato e non arriverà per un po', ma là il cielo splende. Poi gli occhi tornano bassi: mi sa che ho un po' esagerato con l'ottimismo... La forza di gravità non ha tardato a ricordarmi la sua ingombrante presenza. O meglio, l'ingombrante presenza del mio posteriore, che della forza di gravità risente non poco. Abbiamo scherzato: ma la strada adesso sale, eccome! All'uscita dal paese, torno a zampettare sulla strada principale, a poche decine di metri dalla prima curva. Ci sarebbe uno dei cartelli che indicano pendenza e distanza: ma non ha importanza; non è il caso di sprecar fatica per voltarsi e leggerlo. Tanto, qui, conosco ogni centimetro a memoria. La fatica mi è piombata addosso tutta assieme: passo lento, ma sempre di corsa; voglio sforzarmi di reggere, finché riesco, anche se so benissimo che, camminando di buon passo, forse andrei più forte. O meno piano, a seconda dei punti di vista.
Le dita delle mani pian piano riprendono vita. M'infilo nel punto più stretto della prima parte di salita, una piccola gola, umida e fredda più che mai. L'asfalto è bagnato e scivoloso per via delle foglie viscide; se dovessi passar da queste parti in bici, non mi sentirei affatto tranquilla.... Ma di passarci in bici, in questa stagione e soprattutto a quest'ora del mattino, non ho la minima intenzione. Magari ad arrivare fin su ce la farei... Ma, in discesa, rischierei di raggiungere Paesana con traiettoria brevissima e rettilinea! Per carità. Pazienza se ginocchia e quadricipiti stanno combattendo una lotta senza speranza; l'unico rischio che corro, oggi, è di scoppiare qui.
Breve tratto quasi in piano, appena prima del bivio per Oncino. Ancora ombra e venticello, leggero ma siberiano; passa qualche auto, chissà, forse escursionisti non troppo mattinieri. Già, perché, come m'insegnavano da piccola, "in montagna si va quand'è ancora buio!". Oggi non ho rispettato l'aurea regola... Ma è novembre, spero mi sia concesso il perdono! E poi, in fondo, rispetto all'alba avrò tardato si e no mezz'ora. Corro tagliando i due tornanti: che soddisfazione; in bici non è altrettanto facile. Pazienza se le gambe non la prendono bene. Quando arriverà il sole, quaggiù? La boscaglia è ancora fitta di chiome, ormai secche. La casetta sulla sinistra, con il camino che fuma e sa di legna e risveglia l'olfatto, intirizzito pure lui dal freddo che quasi quasi attraversa la giacca, nonostante lo sforzo. Poi la salita torna cattiva: eppure, nella sua versione ciclistica, non mi è mai parsa così spietata... Tra non molto dovrei arrivare ai tornanti, i due che conducono al bivio per Ostana. Che fatica... E che dispetto! Eppure non ho mai avuto problemi a sciropparmi di corsa, pur con tempi biblici, la salita da Bagnolo a Rucas di Montoso, che pure è ben più impegnativa. E mò? Che succede? Si batte la fiacca? Manca l'allenamento? O è la trippa che eccede? Niente da fare. Proviamo a rimediare, qualche metro al passo. Poi riparto: mi sembra quasi che vada un po' meglio, ma certo è solo un'impressione. Passeggera, ahimè.
Supero il tornante: il cartello in legno sulla mia sinistra prepara gli stomaci voraci all'incontro con la Baita della Polenta, a Pian della Regina. Addavenì il Pian della Regina, però... Altro che polenta! Se tiro su il naso, ormai Crissolo è appena sopra la mia testa; se ne vedono le prime case, ma c'è ancora un bel salto da spiccare. Appena oltre le case ed il bivio verso Ostana, lo strappo assassino: qui non c'è storia, cedo al passo, un passo di marcia imperioso e furibondo: quello per cui, nella lunga sera della 100 km Torino Saint Vincent, i compagni d'avventura mi avevano soprannominata "il Generale". Non so se sia un buon grado nell'esercito, ma suona bene!
Riprendo la corsa non appena la rampa si addolcisce, in vista del tornante. Mi distrae uno scroscio inatteso: toh... La fontanella sulla sinistra butta ancora, più arzilla che mai! Pensavo che, nella stagione fredda, fosse chiusa per evitare il gelo. Ne approfitto, visto che non ho portato con me la borraccia e, da quando son partita, non ho ancora bevuto: con cautela, però... E' gelida! Poi riparto con foga: troppa foga, tanto che per un pelo non finisco con un piede nel fosso. Tornante, altro tornante; ormai ci siamo: a passi e balzelloni, raggiungo Crissolo. Peccato che l'ingresso in paese sia ben poco glorioso: mancano le gambe, manca il fiato, manca tutto; salgo al passo. L'unico conforto è la luce del sole, che finalmente, almeno in qualche tratto, è arrivata a farmi compagnia. Terapeutica, consolante, graditissima. Senza dubbio la temperatura è più confortevole quassù, di quanto non lo fosse giù a fondovalle.
Ben poca vita da queste parti. Gli alloggi, in buona parte di proprietà o in affitto ai villeggianti, sono sprangati; in giro non c'è un'anima, o quasi. Solo il fiume non manca di far sentire la sua voce impetuosa. Sulla destra, ancora quel cartello che tanto mi urta, ogni volta che passo di qui, appeso alla porta di un locale: "Lascia fuori la tua bestia". In primis, "bestia" lo dici a tua sorella, se credi. In secundis, per quel che può valere, un locale i cui titolari la pensano così non mi avrà mai come cliente: se la mia adoratissima "bestia" deve restare fuori, allora resto fuori anch'io!
Ancora una sosta alla fontana sulla piazzetta, qualche sorso d'acqua: ottima, limpida... Ma, il giorno in cui qualcuno inventerà le fontanelle che buttano Coca Cola, sarò più contenta! Poi riprendo di corsa: pochi passi... Ed il mio viaggio viene ancora interrotto, bruscamente ma piacevolmente, dalla debordante manifestazione di affetto che mi riserva un bel cagnone appostato sullo scalino del negozio di alimentari. Mi salta addosso, mugola, chiede le coccole: non sono certo io che mi tiro indietro, anzi! Ha qualcosa del cane da caccia, i colori nero, marrone e bianco, il muso e le orecchie pendule da bracco. Soprattutto, ha una gran voglia di giocare. Sulla porta del negozio si affaccia il titolare: "Se vai a camminare, lui viene fin su con te!". Detto, fatto; sorrido alla bestiola, gli dico "Dai, su, di corsa, tutti e due!". Un attimo dopo, imbocchiamo la stretta curva verso destra che segna l'inizio dell'ultima "fetta" di salita, quella da Crissolo a Pian del Re. Il cagnone non sta più nella pelle; parte a razzo, mi precede, si ferma, mi aspetta, quasi a dirmi "Allora, non ce la fai a starmi dietro?". Eh no tesoro, no che non ce la faccio... Tu hai quattro zampe, un po' stortignaccole ma efficienti; io ho solo due gambe e nemmeno di gran qualità.
E' evidente che la bestiola è ben abituata a queste scorribande. Sembra conoscere la strada senza ombra di dubbio, manco avesse capito quel che ho detto al suo papà bipede, ossia che vorrei salire a Pian del Re. Si lancia in volo radente contro i pantaloni di un signore in attesa sulla soglia di casa: ne riceve una carezza. Passo anch'io, divertita: "Le avessi io, le sue gambe", esclamo. Il signore, allibito, di rimando: "Mi sembra che siano già abbastanza buone le tue!". Beh, che dire, un bell'incoraggiamento, anche se immeritato. Ora riesco a correre, perché la pendenza è minima, ma non credo che durerò a lungo. Il cagnone è già oltre il tornante; arranco per raggiungerlo. A dire la verità, non è che io sia così tranquilla all'idea che il bestione scorrazzi così in mezzo alla strada. Infatti, non appena si avvicina un'auto, sento il brivido nella schiena: lo schiverà? Brivido che ben presto sale a terrore: l'auto passa, rallenta, il cagnone si lancia all'inseguimento, con il tartufo ad un palmo dalla ruota posteriore. Corro più forte anch'io, gli strillo "No!", ma è inutile... Non sono certo io la sua autorità di riferimento, il suo "capobranco". Mi devo rassegnare all'idea che sappia quel che fa, o che, perlomeno, ci sia abituato. Per fortuna delle mie coronarie, in questa stagione il traffico quassù è quasi nullo. C'è un po' di viavai di mezzi da lavoro: già prima di Crissolo, nei tornanti, una scavatrice era all'opera appena oltre il bordo strada; quassù ora è appena passato un camion di quelli per il trasporto della terra. Il mio compagno di viaggio peloso non se n'è accorto, o non ci ha dato peso: è troppo impegnato a scavare forsennatamente un una chiazza di neve. Una delle poche! Già, proprio non me l'aspettavo, che la valle fosse così sgompra, brulla, color terra ed erba secca. Il Monviso, imponente proprio sopra di me, è ancora più azzurro che bianco; una spruzzata di neve imbianca la parte della valle in ombra, alla mia sinistra. Ne è rimasta appena un po' di più sui tetti delle baite. Ma da questa parte, dove s'arrampica la strada, è tutto spoglio, pulito. Qui poi, dove batte il sole, l'asfalto è asciutto: praticabilissimo, direi, ancche per chi volesse avventurarsi con la bici da corsa. Anzi, chissà che, scendendo, non mi capiti d'incontrare qualche coraggioso!
Serre Uberto, qualche auto parcheggiata lungo la strada: allora un po' di vita c'è! Fumo dai camini, profumi di pappatoria, anche se è ancora presto... Forse olezzo di colazione? Il quadrupede interrompe per qualche momento le sue scorribande: qualche decina di metri avanti a me, si ferma, mi osserva; lo chiamo sottovoce, si avvicina, guaisce per chiedere coccole. Non mi faccio pregare. Ha due occhioni gioiosi, scuri, dolcissimi; un attimo dopo è già in fuga, dietro a chissà quale preda immaginaria. Io non vedo nulla, se non prato. Sempre di corsa, mi godo l'ultimo tratto quasi in piano, prima dello strappetto cattivo nel tornante. Lavori in corso, anche qui; un operaio mi osserva con aria interrogativa, mentre passo camminando sì, ma con ritmo da marcia militare. Mi manca solo il fucile sulla spalla! Devo darmi un tono... Guai a cedere un millimetro qui sulle rampe! Poi, appena superato il secondo tornante, potrò stramazzare senza rimetterci la faccia.
Ancora un sorso d'acqua dalla fontanella appena prima del Pian della Regina; poi le baite, il ristorante. Deserto: non un'auto, né una voce, nulla. Solo una donna, appoggiata all'ingresso del locale. E il Monviso, sempre più bello.
Supero la sbarra che chiude la strada; mi basta un'occhiata rapida per capire che oggi, volendo, si arriva proprio fin su, al Pian del Re. Neve, nisba. E chi l'avrebbe mai detto? Continuo a salire, corricchio; la fame ha fatto capolino già da un po', ma ora reclama attenzione. Mezza barretta, spero che basti a placare le pretese del pancino, almeno fin lassù. Il mio compagno a quattro zampe è sparito: ma dove... Un moto d'ansia: dove diavolo ti sei cacciato? Mi guardo intorno preoccupatissima... Poi scorgo, lassù, un puntino scuro: strizzo gli occhi, metto a fuoco; guardalo lassù, il filibustiere, ha tagliato il tornante e mi scodinzola quasi divertito. Procedo con un po' d'affanno; qui la pendenza è più lieve, si può correre, anche se le forze sono al lumicino. Ormai le punte delle mie scarpe le conosco bene, a furia di guardarle... Posso dire di sapere a che punto sono, solo perché le gambe sentono appena un po' meno fatica di prima, lì dove la strada spiana, oltre una curva a sinistra ed un ponticello. Col naso rivolto al Monviso, mi accorgo all'ultimo istante che la strada è sbarrata da una grata. Una grata? E che diamine ci fa quassù? Perché? Sarà mica un'allucinazione da fame?
Mi avvicino. No no, è proprio una grata. Una sorta di cancello. Non sia mai. Sguardo furtivo a destra ed a sinistra: con un po' di acrobazia, ci si passa. Bastian contrario, non sia mai che io ceda ad un simile affronto! Passo, infatti, sulla sinistra, aggrappandomi al reticolo di metallo che, a ben pensarci, ha un aspetto ben poco solido. Ma muovo solo qualche passo precario, al di là. Poi il venticello gelido e, soprattutto, il guaito del cagnone, mi richiamano alla realtà. Come mai non passa, il bestio? Ohibò, che sappia qualcosa che io non so? Scodinzola, quasi volesse richiamarmi... E' solo suggestione, ovvio, ma in fondo me la posso anche permettere; il neurone, in carenza di ossigeno e di pappatoria, dà i numeri. Torno agilmente, strano ma vero, sui miei passi. Beh, caro il mio Rintintin, per oggi abbiamo dato. Okkei, non sarò arrivata proprio a Pian del Re, ma posso abbuonarmi gli ultimi, boh, cinquecento metri. Mi rammarico solo di non avere la macchina fotografica con me. Il mio potere distruttivo è tale che ho dovuto dare l'estremo saluto alla seconda fotocamera nel giro di un anno: insomma, se non ci hanno il fisico... Adesso e per un bel po', non ne comprerò più. Se ne riparlerà, forse, durante i saldi, dopo le feste natalizie.
Incerta sul da farsi, se cambiare la maglia alla pelle o meno, mi avvio di corsa. Uno dei pochi momenti in cui la corsa in discesa si rivela un sollievo ed una goduria. L'andatura è di tutt'altro genere; con un po' di sforzo, potrei anche assumere l'espressione di una che non è per niente stanca! Ma stanca lo sono, eccome, ed anche affamata. Sgranocchio irriverente la barretta al cospetto del Monviso e del Visolotto; lungo il sentiero che scende a Pian Regina s'arrampica un fuoristrada. Dal parcheggio accanto al ristorante, un escursionista si è avviato lungo la strada asfaltata. Lo incontro, di lì a poco; con mia gran sorpresa, il cagnone si arresta: guarda me, guarda il nuovo venuto, esita un attimo... E riparte su, in salita, insieme a lui. Ma tu guarda che quadrupede infingardo! Il miglior amico dell'uomo, ma del primo uomo che passa per la strada! Ci faccio una risata; mi tornano alla mente le parole del negoziante, giù a Crissolo: "Ti segue per tutto il giorno"... Già, proprio vero, è un cane che ama la salita! Come dargli torto? Già, ma adesso chi lo spiega ai suoi padroni, a Crissolo? Mah... Saranno abituati, pure loro. Del resto, non c'è nulla che io possa fare per riportare giù il segugio con me. Buon viaggio piccolo!
La strada del ritorno è rapida ed indolore. Facile sfoggiare un sorriso a trentadue denti, anzi a ventinove, quelli che restano. Un po' meno gravoso anche tener su la testa e guardare la pianura, o meglio, là dove dovrebbe esserci la pianura ed invece si scorge una coltre di foschia. Trotto verso Crissolo: la tentazione è di prendere la strada verso Ostana ed i Ciampetti... Ma è meglio non lanciarsi in esplorazioni: vero, ci son già passata, ma solo una volta, in bici, anni fa. Rimandiamo l'avventura alla prossima volta. Mi fiondo, si fa per dire, giù verso i tetti di Crissolo: qualche camino fuma, ma son proprio pochi. Scendo giù sulla piazza, con l'animo soddisfatto di chi ha raggiunto il proprio sia pur piccolo obiettivo, anche se di strada, da qui a Calcinere, ce n'è ancora. Che ora sarà, le undici? Più o meno, sì.
Faccio capolino nel negozio: devo confessare il misfatto... Il cagnone è rimasto su! C'è una donna questa volta al bancone, gentile, molto bella; mi dice di non preoccuparmi: tornerà da solo, il bestio, e, se non dovesse tornare, ci sarà qualcuno che lo va a raccattare. "Siamo andati a prenderlo persino in Francia", ride. Cavoli, speriamo bene, fa così freddo lassù! Impazzirei all'idea che il mio amore a quattro zampe sia disperso chissà dove. Per fortuna, so benissimo dov'è Skipper in questo momento; sul mio lettone!
Riprendo il trotto. Le gambe non fanno una piega, benché la discesa su asfalto sia di solito lo spauracchio dei podisti. Le ginocchia non si lamentano: è la pancia a protestare; vuota, emette rumori di caverna, di pozzo senza fondo. Vorrei provare a resistere: insomma, con la fame si può convivere, soprattutto ora che la strada è in discesa. Ancora una sosta alla fontanella, prima del bivio per Ostana; incontro qui una coppia di camminatori e, poco più avanti, un corridore dal fisico asciutto che sale di corsa, a buon ritmo. Beato lui. Al contrario del cagnone di Crissolo, io non giro indietro!
La fame allunga la strada. Penso al cartoccio di succo di frutta nel baule della Opel: non che sia un lauto pasto, ma servirà a tamponare un po' la falla, ed anche a levare la sete. Non avrei mai detto che sarei arrivata a sentire caldo. Lascio andare le gambe, più sciolte possibile, ma non è facile impostare una simile andatura se non ci pensi costantemente. Anche il bivio per Oncino, oltre gli ultimi due tornanti, mi tenta: ma dai Gian, basta... Trentacinque km te li macini già, oggi, e più di un migliaio di metri di salita. Milledue, forse. Levo la giacca un attimo prima, scelta infelice, d'imboccare la strettoia gelida, la curva all'ombra. Calcinere, eccola là. Alzo lo sguardo a cercare, sulla montagna, il sentiero, o forse la strada, chissà, che già da Calcinere dovrebbe partire per andarsi poi a congiungere dalle parti di Ostana all'altra strada che sale a Pian del Re. Chissà dove s'imbocca.
Con lo stomaco che rantola, mi costringo all'ultima galoppata in paese. Profumi di sughi, di carne alla brace, di chissà quali leccornie. Mezzogiorno, proprio l'ora giusta. Un ramo di pere sporge sulla strada: la tentazione di rubacchiarne una... E dai, la Opel è vicina. Oltre le case, oltre ai capannelli di anziani reduci dalla messa, oltre al cimitero. Incrocio due ciclisti, li saluto: che coraggio, andar su in questa stagione. Non invidio la loro discesa. A me il succo di pompelmo. E un biscotto di meliga, dimenticato da chissà quanto tempo in uno dei cassetti della mia vecchia bagnarola. Va giù come se fosse acqua nel lavandino... Piccole grandi soddisfazioni! Ma la pacchia è finita, a Barge mi rituffo nella nebbia. Per parecchi giorni non rivedrò più il sole.
sabato 28 novembre 2009
Un aiuto per Joy
Questa volta non ho una storia di bici né di corsa. Ho un appello che raccolgo io stessa e vorrei fosse diffuso il più possibile. Joy è uno splendido e sfortunatissimo cagnone, colpito in pieno muso da una fucilata sparata da distanza molto ravvicinata. E' assistito dai volontari della LIDA di Caltanissetta; sul sito internet dell'associazione (http://www.viainternet365.com/lidacaltanissetta/home.php) la sua storia e le sue foto. Mi permetto di copiarla ed incollarla qui nel seguito.
E` stata una provvidenziale una telefonata giunta alle ore 10.30 del 24 novembre scorso al nuovo Servizio di Vigilanza Zoofila L.I.D.A. di Caltanissetta a far attivare i soccorsi per questo giovane pastore tedesco.
Il segnalante ci riferiva di un cane sdraiato sul ciglio di una strada che perdeva sangue dal muso.
In meno di 10 minuti due Guardie zoofile della L.I.D.A. hanno raggiunto il luogo indicato trovandovi una scena raccapricciante. Il povero animale giaceva in evidente stato di shock ed estrema sofferenza. Subito trasferito nell`ambulatorio veterianario Corbo di via Cittadella 1 (0934-555802) è stato visitato con massima urgenza.
Si è deciso di sedarlo per evitare altre atroci sofferenze mentre si procedeva a terapia di fluidi, esami del sangue per valutare il grado di emorragia e le condizioni generali, esame RX per valutare i danni facciali.
La lastra ha confermato ciò che temevamo tutti.
Non si è trattato di un incidente nè della morsicatura di un altro cane.
Joy è stato colpito da una fucilata. Sparata dal fucile, presumibilmente di un cacciatore, da una distanza molto ravvicinata (entro un metro). Ancora visibili le bruciature e caratteristico anche l``odore di bruciato proveniente dalla lesione lacero-contusa con grave perdita di sostanza.
La terapia prevede curettage chirurgico per rimuovere frequentemente il tessuto di granulazione e favorire la ricrescita dei tessuti, medicazioni per 5 o 6 mesi.
Già eseguito un primo riposizionamento dei tessuti ossei (l`aria che espira fuoriesce dalla guancia). Si sta adesso tentando di salvare l`occhio dx da una grave infezione.
Ancora riservata la prognosi.
Joy sta lottando per sopravvivere...
E` tenuto sotto morfina per alleviare un dolore insopportabile e viene tenuto costantemente sotto strettissimo controllo medico.
Ancora una volta Caltanissetta è teatro di violenza. Ancora una volta l`intervento della L.I.D.A. si è rivelato prezioso per salvare una vita.
Se fosse intervenuto il canile convenzionato Joy molto probabilmente sarebbe stato abbattuto e nessuno avrebbe mai saputo niente di questo orribile crimine.
Abbiamo tardato a diffondere la sua storia mantenendo fino adesso il massimo riservo poichè nei due giorni seguenti al terrificante episodio, le Guardie Ambientali e Zoofile L.I.D.A. e WWF, con la preziosa collaborazione del Comando prov.le dei Carabinieri di Caltanissetta, hanno effettuato una capillare indagine per risalire agli autori del reato.
Moltissime le persone della zona interrogate. Adesso si cerca fra i residenti che detengono armi per eseguire le opportune verifiche del caso.
-Con la presente si lancia un appello a tutti perchè si riesca a reperire in tutta Italia un chirurgo veterinario maxillo-facciale che aiuti lo staff nisseno al completo recupero di Joy. Chi potesse metterci in contatto con un professionista del settore è pregato di mettersi in contatto con il Direttivo L.I.D.A. Caltanissetta chiamandoci al n.334-2332583 o scrivendoci all`indirizzo e-mail: lidacaltanissetta@fastwebnet.it
-"Se vuoi vedere il video realizzato sul bellissimo e sfortunatissimo Joy puoi copiare e incollare nel tuo browser il seguente link: http://www.youtube.com/watch?v=hu2s7rz_Xuc
[Lega Italiana per i Diritti dell'Animale (L.I.D.A.) Caltanissetta - Foto]
-Chi volesse aiutarci contribuendo alle spese che dovremo affrontare per le lunghe e dispendiose terapie che Joy dovrà subire, potrà farlo attraverso:
- BONIFICO BANCARIO da un conto corrente di qualsiasi istituto bancario indicando le coordinate bancarie :
a favore di:
L.I.D.A CALTANISSETTA,
IBAN
IT42P0316501600000701000580
-CARTA DI CREDITO (server sicuro e certificato) cliccando o copiando e incollando nel proprio browser il seguente link: https://checkout.iwsmile.it/Pagamenti/?ACCOUNT=701000580&AMOUNT=&ITEM_NAME=JOY&ITEM_NUMBER=0017&QUANTITY=1&URL_OK
=&URL_BAD=&FLAG_ONLY_IWS=0
“causale già inserita automaticamente”
-Assegno non trasferibile intestato a L.I.D.A. Caltanissetta
L’assegno deve essere inviato al seguente indirizzo:
L.I.D.A. Caltanissetta
Via Cittadella,106
93100 Caltanissetta
Si consiglia l’utilizzo di spedizione Raccomandata o Assicurata
-Postepay n. 4023600556522730 intestata a Salvatore Colonna
E` stata una provvidenziale una telefonata giunta alle ore 10.30 del 24 novembre scorso al nuovo Servizio di Vigilanza Zoofila L.I.D.A. di Caltanissetta a far attivare i soccorsi per questo giovane pastore tedesco.
Il segnalante ci riferiva di un cane sdraiato sul ciglio di una strada che perdeva sangue dal muso.
In meno di 10 minuti due Guardie zoofile della L.I.D.A. hanno raggiunto il luogo indicato trovandovi una scena raccapricciante. Il povero animale giaceva in evidente stato di shock ed estrema sofferenza. Subito trasferito nell`ambulatorio veterianario Corbo di via Cittadella 1 (0934-555802) è stato visitato con massima urgenza.
Si è deciso di sedarlo per evitare altre atroci sofferenze mentre si procedeva a terapia di fluidi, esami del sangue per valutare il grado di emorragia e le condizioni generali, esame RX per valutare i danni facciali.
La lastra ha confermato ciò che temevamo tutti.
Non si è trattato di un incidente nè della morsicatura di un altro cane.
Joy è stato colpito da una fucilata. Sparata dal fucile, presumibilmente di un cacciatore, da una distanza molto ravvicinata (entro un metro). Ancora visibili le bruciature e caratteristico anche l``odore di bruciato proveniente dalla lesione lacero-contusa con grave perdita di sostanza.
La terapia prevede curettage chirurgico per rimuovere frequentemente il tessuto di granulazione e favorire la ricrescita dei tessuti, medicazioni per 5 o 6 mesi.
Già eseguito un primo riposizionamento dei tessuti ossei (l`aria che espira fuoriesce dalla guancia). Si sta adesso tentando di salvare l`occhio dx da una grave infezione.
Ancora riservata la prognosi.
Joy sta lottando per sopravvivere...
E` tenuto sotto morfina per alleviare un dolore insopportabile e viene tenuto costantemente sotto strettissimo controllo medico.
Ancora una volta Caltanissetta è teatro di violenza. Ancora una volta l`intervento della L.I.D.A. si è rivelato prezioso per salvare una vita.
Se fosse intervenuto il canile convenzionato Joy molto probabilmente sarebbe stato abbattuto e nessuno avrebbe mai saputo niente di questo orribile crimine.
Abbiamo tardato a diffondere la sua storia mantenendo fino adesso il massimo riservo poichè nei due giorni seguenti al terrificante episodio, le Guardie Ambientali e Zoofile L.I.D.A. e WWF, con la preziosa collaborazione del Comando prov.le dei Carabinieri di Caltanissetta, hanno effettuato una capillare indagine per risalire agli autori del reato.
Moltissime le persone della zona interrogate. Adesso si cerca fra i residenti che detengono armi per eseguire le opportune verifiche del caso.
-Con la presente si lancia un appello a tutti perchè si riesca a reperire in tutta Italia un chirurgo veterinario maxillo-facciale che aiuti lo staff nisseno al completo recupero di Joy. Chi potesse metterci in contatto con un professionista del settore è pregato di mettersi in contatto con il Direttivo L.I.D.A. Caltanissetta chiamandoci al n.334-2332583 o scrivendoci all`indirizzo e-mail: lidacaltanissetta@fastwebnet.it
-"Se vuoi vedere il video realizzato sul bellissimo e sfortunatissimo Joy puoi copiare e incollare nel tuo browser il seguente link: http://www.youtube.com/watch?v=hu2s7rz_Xuc
[Lega Italiana per i Diritti dell'Animale (L.I.D.A.) Caltanissetta - Foto]
-Chi volesse aiutarci contribuendo alle spese che dovremo affrontare per le lunghe e dispendiose terapie che Joy dovrà subire, potrà farlo attraverso:
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martedì 10 novembre 2009
7 novembre 2009 - Ultramaratona degli Etruschi: 100 volte Finisher!
Luci rosse che si ramificano sul parabrezza, spazzate via con ritmo vorticoso dai tergicristallo che lavorano alla massima velocità; luci che si attenuano e poi rinforzano, riflessi che abbagliano, nuvole di polvere e nebbia che salgono dagli spazi tra le auto; buio. Rumori della pioggia, dei motori, lontani. Isacco, accanto a me, alla guida da un disastro di ore e di chilometri, non ne può più; manifesta propositi suicidi... Io no. In questo momento, in coda sull'autostrada che attraversa Genova, in un punto non meglio definito nel buio, su un corridoio d'asfalto e pozzanghere, inscatolata in una gabbia di metallo in mezzo ad innumerevoli altre gabbie e sguardi esasperati e tubi di scappamento che sbuffano, con tutti i muscoli che intonano in coro un unico, straziante lamento, con le ossa peste e la testa stretta in una morsa impietosa, quasi un cappio alle tempie, ecco, io qui mi sento pressappoco in paradiso. Non ho fretta, né voglia di arrivare a casa, non ho fame, non ho sonno, non ho freddo né caldo, non penso a cosa farò domani, non m'interessa quel che accadrà da qui all'eternità. Solo quieta, perfetta, pienissima felicità. Ci sono tanti modi di raggiungere la beatitudine; chi la conquista con la meditazione, chi si attacca al collo di una bottiglia. Io ci sono arrivata in cento chilometri.
Lascio il buon Isacco al parcheggio dei bus, a Tarquinia. Questa mattana l'avevo pensata per conto mio: il viaggio verso la Tuscia, la gara, il rientro a casa, li avevo già immaginati come una lunga galoppata in compagnia tutt'al più della radio e dei miei mille pensieri contorti. Non sarebbe stato un problema: ormai ci sono abituata, e poi a me piace, per quanto possa sembrare strano, mettermi al volante della vecchia carretta bianca e partire, via, per ore, vedere scorrere paesaggi e guard rail, montagne e pianure e mare, magari uno dopo l'altro. Però, quando Isacco ha lanciato l'idea di aggregarsi ed approfittare della trasferta per godersi un giro in bici in Lazio, non ho faticato a cambiare idea: un viaggio in auto con lui è garanzia di sghignazzate assicurate! Spero che oggi riesca a godersi una bella pedalata: ha intenti combattivi!
Davanti al bus si è già radunata una piccola folla, atleti in assetto di guerra ed accompagnatori dall'aria assonnata e, soprattutto rassegnata. La loro giornata sarà molto, molto più pesante di quella che attende i corridori. Sono le sette e mezza: parte il primo pullman che ci condurrà alla partenza della corsa, a Tuscania. La quarta edizione della 100 km di corsa a piedi, Ultramaratona degli Etruschi. Appoggio la fronte al finestrino, cullata dalla vibrazione del motore già acceso, mentre i posti a sedere si riempono, uno ad uno. Mi sono iscritta due o tre giorni dopo la fortunatissima avventura della 100 km Torino Saint Vincent, travolta dalla voglia di provare ancora una volta l'ebbrezza del massacro: era l'ultimo giorno utile... Adesso, eccomi qui, a due ore e mezza dal via. La giornata si annuncia luminosa; cielo terso, nuvole lontane, all'orizzonte. Accanto a me prende posto John, un podista americano trapiantato a Milano, appassionato triathleta: è simpatico, chiacchiera volentieri, mi racconta di sé, dei suoi allenamenti, del triathlon concluso da poco, con buon successo; della bici che ha comprato negli Stati Uniti e delle ruote a razze che ci ha appena aggiunto... A sentir di cotanto orrore, mi vengono i brividi: "Ma sei un tamarro!", lo rimprovero. Tanti anni trascorsi in Italia gli permettono di capirmi al volo; scoppia a ridere anche lui ed ammette che sì, in effetti ho ragione... Ma vuoi mettere il fruscìo del vento sulle razze?
Collinone dalle pendenze dolcissime e, a tratti, nebbia pesante ci accompagnano fino all'arrivo, nel parcheggio di Tuscania. Arrivo per il bus, ma partenza per noi che ci stiamo sopra. Mancano poco meno di due ore al via: giusto il tempo per compiere quelle poche indispensabili operazioni, ritirare il numero di gara, scovare una panetteria e procurarmi un ettaro cubico di focaccia. Vado, letteralmente, a naso: ho captato un intenso effluvio di pane fresco; lo seguo, supero una scalinata, svolto nella via e mi trovo di fronte ad una vetrina, piccola ma invitante, tutta appannata, a proteggere un bancone stracolmo di ogni leccornia. Mi ci tuffo, a mò di coccodrillo; riemergo dal negozio brandendo un'abbondante porzione di focaccia al pomodoro, unta, bisunta, disgustosamente buona. Si può dire che, con questo, io abbia completato l'ideale percorso di avvicinamento all'Ultramaratona, iniziato ieri con sei ore di convegno sullo scudo fiscale, pranzo e cena raffazzonati alla meno peggio, sette ore di viaggio in auto e poche ore di nanna, sempre in auto, nel parcheggio della stazione di Tarquinia, sepolta nel sacco a pelo. Con gran gioia del mio compagno di viaggio, a cui è toccato lo stesso ingrato destino.
Solo a pochi minuti dal via, trovo un angolino di sole ed il coraggio di togliermi la giacca. Sono l'unica che correrà con lo zainetto, a quanto pare. Ma lo zainetto è la mia coperta di Linus, non posso farne a meno. C'è dentro l'essenziale: la giacca da pioggia, perché oggi nel pomeriggio è previsto un peggioramento meteo; il mezzo rotolo di papiro egizio per le emergenze; il portafoglio, il telefonino, qualche barretta, nonché l'immancabile scorta di farmacia varia. Natalina, altra irriducibile delle grandi sfaticate a piedi, mi prende in giro: "Ma ci sono i ristori!". Lo so... Ma è più forte di me, io devo viaggiare con la mia piccola scorta di tranquillità appresso. E poi questo zainetto non dà alcun fastidio; è leggerissimo, fissato con i cinghietti, non si muove.
Il gruppone dei corridori, o per meglio dire degli aspiranti suicidi, si riunisce nel viale appena fuori le mura. Qualche volto noto senza nome, qualche nome noto; c'è anche un curioso personaggio, non proprio filiforme, con una folta barba grigia, una parrucca blu elettrico ed un gonnellino rosso. Saremo un centinaio di persone, più o meno. Mi avvicino alla partenza con la stessa calma olimpica che mi ha accompagnata nei giorni scorsi. Ancora stamattina, riemergendo dal sacco a pelo, Isacco mi ha chiesto se fossi nervosa: no... Proprio no, per niente. Non sono preoccupata, né agitata, nulla di tutto ciò. So solo che sarà una fatica lunga, lunghissima, e non è detto che vada a buon fine. Una 100 km non si può dare per scontata. E' vero, tre settimane fa ho concluso la Torino Saint Vincent, ma questo non significa nulla; so bene di non essere preparata per questo tipo di gara, so di essere troppo pesante, troppo disordinata nell'alimentazione ed in generale nella vita di ogni giorno, e poi so di non poter contare troppo sulla mia testaccia ballerina. Certo che, se riuscissi a finire...
Breve intervista a Giorgio Calcaterra e Monica Casiraghi, i vincitori delle scorse edizioni: poi, senza troppi fronzoli, il conto alla rovescia. Via, in un attimo mi ritrovo a correre: parto, trascinata dalla piccola folla; asfalto e poi un po' di pavè, per il breve anello turistico entro le mura di Tuscania, a disperdere la colonia di gatti di ogni età e colore che poco prima avevo incontrato passeggiando nell'attesa; poi un altro arco in pietra e siamo fuori; asfalto, la strada, il viale. L'avventura comincia qui, con il tifo di pochi curiosi usciti fuori dai negozi, dalle officine, addirittura dalle scuole. Un'intera fila di bambini in grembiulino azzurro e rosa.
Il lungo viale rettilineo lascia correre i pensieri. Non saranno più cento i km che mi attendono; saranno novantanove, novantotto. Un'enormità. Già, ora le gambe girano fresche, riposate, pimpanti; posso permettermi di guardarmi intorno, godermi il sole. Un panorama insolito, questo di colline tutte uguali, tonde, deserte di case e di vegetazione; la terra scura è il colore che domina, oltre all'azzurro immenso del cielo. E già inizia la litania: piano, Gian, per favore, vai piano. Son pochi, quelli già fuggiti via e scomparsi alla vista. Tanti corrono con un ritmo molto simile al mio; manteniamo più o meno la stessa posizione reciproca. Tuscania alle spalle, viaggiamo scortati dalle moto e dalle auto dell'organizzazione, che talvolta riescono a fatica ad ottenere il rispetto della chiusura della strada. Agli incroci, Carabinieri e Vigili Urbani, oltre a sentinelle volontarie, vegliano sul nostro passaggio. Primo ristoro, bicchiere di acqua e sali e qualche passo di camminata per trangugiarne il contenuto: lo ha detto anche Calcaterra poco fa; mai saltare i ristori. Non ci penso nemmeno; la strada è molto, molto lunga.
Il primo tratto di strada, diciamo per i primi trenta km, è tutto fuorché pianeggiante; la strada sale dolcemente ed altrettanto dolcemente scende, forma ondulazioni continue, che, se da una parte sono un vero sollievo perché spezzano il ritmo, dall'altra ingannano, spingono a correre laddove ci vorrebbe un po' di cautela. Infatti a me sembra di star bene; sento lo sforzo dei muscoli, ma non rallento, non ora, perché, come sempre, la salita mi avvicina un po' ai fuggitivi, mi dà fiducia, e pazienza se poi la discesa ristabilisce gli equilibri. Il sole oggi concede un meraviglioso tepore, tanto che i guanti e la fascia in pile per le orecchie finiscono quasi subito nello zaino.
Ho già individuato qualche punto di riferimento tra i colleghi; qualcuno che, più o meno, ritrovo sempre nei paraggi e che controllo con un occhio, l'altro distratto ad ammirare i bellissimi casali in cima ai mammelloni, le chiazze bianche di greggi di pecore, le insegne di innumerevoli affittacamere appese a cancellate che racchiudono veri e propri gioielli di giardini. Penso all'ambiente delle Langhe, quello che ormai conosco come le mie tasche; colline anche quelle, ma più popolate, sfruttate, e più aspre, ripide, irregolari. Qua si vedono spazi immensi, aperti, deserti. Secondo ristoro: il cartellone del km 10, più alto di me. Da un ristoro all'altro, Gian. Ancora novanta km: no, in realtà ancora cinque, fino al prossimo ristoro, e poi ancora il prossimo, e quello dopo.
Corro da un po' accanto ad un podista con la maglia verde ed i pantaloni ¾, come i miei. Non mi spiacerebbe scambiare quattro chiacchiere, ma non oso disturbarlo; ha le cuffiette nelle orecchie. Curioso: si corre l'uno accanto all'altro e nemmeno ci si guarda in faccia, ciascuno perso nell'immaginare la propria avventura, ciascuno concentrato sulla propria fatica. Gli altri sono un contorno, come gli alberi, come i campi, nulla più. Ma il ghiaccio alla fine si rompe: galeotto il profumo di braciolata che fugge dal giardino di una bella casa. "Io sono vegetariana, ma questo mi fa venire una gran fame"... "Sono vegetariano anch'io!". E così scopro di avere per compagno di viaggio un vero appassionato di cani, al punto da averne raccolti venticinque, più altrettanti gatti, quasi tutti trovatelli malconci e bisognosi di cure. Cani di tutte le taglie, le età, le condizioni, perché "è incredibile quel che ti danno quando ti guardano negli occhi"... E' vero, penso ai miei due patatoni pelosi a casa e so che il mio collega podista ha ragione da vendere. Resto a bocca aperta e lo tempesto di domande, tanto che un po' di chilometri se ne vanno senza che io me ne accorga. Il primo quarto di gara: ancora tre volte quel che abbiamo già alle spalle... Tarquinia è lassù, proprio davanti a noi; infatti, poco oltre il km 25, c'è la prima divisione dei percorsi; gli atleti che corrono la gara da 30 km, abbinata all'ultramaratona, tirano dritto. Per loro la sfacchinata è bell'e finita. Noi della 100 km svoltiamo invece a destra. Puntiamo al mare.
Qui mi ritrovo, per un po', sola. La strada s'appiattisce. Mi rendo conto di aver commesso il solito, stupido errore: sono partita troppo forte. Anzi, troppo veloce: se mi sentisse Isacco, mi correggerebbe, perché "la forza si misura in Newton ed è...", insomma, è un'altra roba rispetto alla velocità. Agli ordini. Troppo veloce. Trenta km in poco più di tre ore, almeno, questa è l'informazione che ha incontrato per caso il mio orecchio al tavolino del solito ristoro. Avrei fatto volentieri a meno di saperlo. Troppo veloce: non è solo questione di matematica; è che le gambe sono già indurite, i doloretti al torace sono sempre più insistenti. E' il petto che fa male, quella solita sensazione di peso sul cuore, di torace che sembra costretto in una fasciatura. Continuo a correre, ma riduco la falcata, mi sforzo di rallentare un po'. E' un combattimento: 15 ore di tempo massimo, ce la farò, se dovessi rallentare? E se dovessi mettermi a camminare? No, camminare no, non avrebbe senso. Se anche ce la facessi, formalmente, entro il tempo limite, impiegherei un'eternità. Settanta km in queste condizioni. Settanta, ancora; due volte e mezzo quel che ho corso sinora. Non ci devo pensare. Devo pensare ad altro. Il panorama qui non aiuta; meglio pensare a stasera, quando ce l'avro fatta, quando tutto sarà finito. Oppure no, perché non sono affatto certa che ce la farò, e allora non devo pensare all'arrivo, non devo illudermi. Scavo alla ricerca di qualcos'altro nella mente; il lavoro, persino il convegno di ieri, lo scudo fiscale, la regolarizzazione, il rimpatrio, la dichiarazione riservata; il relatore che parlava a braccio, con marcato divertente accento romanesco, e la gente intorno a me in platea, pochi, tutti professionisti, tutti troppo eleganti, lontani mille miglia da me. Hanno proposto e discusso problemi che io nemmeno pensavo potessero esistere... Ed io non ho osato partecipare al rinfresco di pranzo, perché lì in mezzo mi sentivo proprio un pesce fuor d'acqua, e mi sono ritirata nella quiete della mia Opel, a sbafare pane ed Asiago ed a pensare al viaggio. Già, il viaggio, lo scambio di messaggi, la fuga dall'Auditorium della BCC di Roreto, l'appuntamento con Isacco a Cuneo, appena oltre il ponte basso; la sua sorpresa nel vedermi scendere in tenuta da convegno, "Ma come cacchio ti sei conciata?", il primo autogrill per far sparire i tacchi e mettere su le scarpe comode, le vecchie scarpe da corsa in montagna, quelle che ormai perdono la suola per strada, ma sono tanto tanto comode. Respirare è difficile; le mani, le labbra formicolano, mi manca l'aria. Marca male questa volta, Gian.
Una breve risalita apre alla vista un panorama stupendo sulle colline che digradano verso il mare: già, quello scintillìo laggiù è il mare, davvero! E il promontorio sulla destra? Forse l'Argentario? I miei vicini di corsa parlano della Spartathlon, altra follia podistica ben più folle, la corsa da Sparta ad Atene, una sorta di mito per gli amanti dell'Ultra; duecento e rotti km. Io vorrei provare la Nove Colli Running prima o poi... Ma non siamo nemmeno al km 35 ed io sto male. Troppo male.
Altro punto di ristoro, si svolta a sinistra. Questo dev'essere l'inizio del famigerato circuito. Già, perché i primi 35 km sono in linea; poi la corsa s'infila in un circuito da 14 km da ripetere per ben quattro volte. Una sorta di triangolo ideale, con gli estremi rappresentati da tre punti di ristoro; il conteggio dei giri, però, inizia al ristoro poco oltre il km 40, cosicché c'è un tratto, quello che percorro per la prima volta tra il km 35 ed il 40 appunto, che dovrò sciropparmi per ben cinque volte. E già di per sé il circuito è una vera tortura per la psiche, se non si ha l'attitudine del criceto a correre nella ruota. Figuriamoci poi se tocca sorbirsi i cartelli chilometrici di tutti i giri: ho passato da poco il km 35 e vedo, poco dopo, il km 94, e poi il km 80... Già, proprio perché di qui si deve passare più volte. Terribile. Mi si para davanti la consapevolezza che avevo finora respinto; c'è ancora una dannata quantità allucinante di chilometri! Un cavalcavia ripido sul serio: eh no, qui meglio non fare fesserie. Salgo al passo; riprendo a correre una volta in cima; scendo, raggiungo finalmente l'agognata meta intermedia del km 40. E continuo a non stare affatto bene. Al successivo punto di ristoro, i volontari mi comunicano che sono quarta. Ma non ha alcuna importanza, Gian. Devi ficcarti in quella testaccia che la classifica non esiste, gli altri non esistono. Hai ancora davanti a te una volta e mezza la distanza macinata finora e sei parecchio stracciforme. Non puoi pensare, a meno d'essere impazzita completamente, di mantenere fino alla fine l'andatura che hai adesso, non puoi pensare di difendere una posizione. Tu devi solo arrivare. Chiaro? Arrivare alla fine, punto e basta.
Le gambe sono dure come i chiodi, nonostante abbia già ceduto ad una pastiglia di Muscoril. Non posso dire che la situazione sia migliorata, forse perché questa volta il dolore è di natura diversa, forse perché pago ancora le conseguenze di Torino. Dolori ai fianchi, sia a destra che a sinistra, appena sotto la cassa toracica; un dolore, in più, a sinistra, in basso, quello che di solito si chiama "male alla milza". Forti, fastidiosi, anche se non ancora tali da rallentare l'andatura. Ho il terrore che la situazione peggiori. Il primo giro è lungo, interminabile, un calvario, prima leggerissima impercettibile salita, con vista sulle ciminiere e sui nuvoloni neri minacciosi che si addensano all'orizzonte; poi impercettibile discesa. Km 45, circa, il secondo punto di ristoro del circuito. Mi consolo con Coca Cola e crostata all'albicocca, le uniche cose che sia riuscita ad ingurgitare finora. Mi raggiunge la quinta donna, pimpante ed entusiasta: Silvia, si chiama. Mi domanda, "Tu sei quarta, io quinta?". No, la correggo: lei è quarta... Infatti ingrana la marcia e se ne va; mi esorta a seguirla, correrle insieme, ma io non posso, non adesso. Sono nel pieno di una profondissima crisi, fisica e morale. Cammino qualche decina di metri, mentre mangio e bevo con un minimo di calma; la guardo allontanarsi, un po' mi dispiace, ma non sono nella posizione di poter dare battaglia. Mancano cinquantacinque km ed io ho forze residue per molto meno.
Il sole è sparito dietro la coltre delle nuvole. Soffia un vento incattivito e freddo. Vuoi vedere che le previsioni meteo avevano ragione? Nel tardo pomeriggio potrebbe piovere... Il fischio del treno, lungo, una frustata alle orecchie. Corro, recupero qualche avversario. Noto che il divieto di assistenza personale è stato, come al solito, allegramente calpestato: chi si fa seguire dall'auto, chi spudoratamente si fa accompagnare dalla bici. Anche alcune delle mie colleghe godono dell'aiuto di parenti ed amici. Mah. A me lo zaino non dà fastidio; se non altro, sono indipendente e non devo preoccuparmi del fatto che qualcuno stia facendo esercizio di pazienza e rassegnazione per i miei comodi. Chiudo la zip del giacchino, medito sull'opportunità di indossare guanti e fascia per le orecchie. Ma no... E' ancora presto. Due leggere risalite, lungo il tratto del circuito su strada un po' più trafficata: è sorprendente vedere come ogni incrocio sia presidiato da un sacco di persone in divisa; a momenti manca solo l'esercito e poi ci son tutti! E la circolazione delle auto, pur non essendo ferma, è sorvegliatissima: ai posti di blocco si formano piccole colonne di veicoli che poi vengono fatti partire e scortati dalle motorette dell'organizzazione, a passo d'uomo o quasi, perché possano sfilare accanto ai corridori senza alcun pericolo. Tutt'intorno, piatto, ma il mare non si vede più. Chissà dov'è...
Il km 50. Metà gara, me l'hanno anche scritto sul cartellone. Il km 50 è un attimo di profondissima euforia; l'aspettavo con ansia... Significa che, da qui, ogni passo sarà più vicino alla meta, che non alla partenza. Un incoraggiamento effimero, però, perché il dolore fortissimo alle cosce, i dolori acuti all'addome ed al torace, il cuore che sembra far fatica a battere, e far male, sono lì a ricordarmi che questa volta forse ho fatto, è il caso di dirlo, il passo più lungo della gamba. Breve pausa di camminata al ristoro, secondo passaggio sul cavalcavia e conclusione del primo giro, nei pressi del km 55. Alcuni volontari, seduti sul cassone di un camioncino che procede lentissimo, stanno lanciando oggetti a bordo strada: sembrano piatti di alluminio da forno... Guardo meglio: sono sì piatti di alluminio, ma contengono candele. Vuoi vedere che, appena sarà buio, queste candele serviranno ad illuminarci il percorso?
Ristoro e km 55. Dai Gian. Sono 45, sono ancora tanti, ma immagina di dover fare una maratona: immagina di essere al via, solo un po' stanca, ti è già successo, no? Pian pianino, ce la fai, con calma. Cedo alla tentazione della mezza bustina di antiinfiammatorio: pian piano, riesco a ridurre le dosi... L'accompagno con una fetta di crostata e poi riprendo a correre. Ancora una volta il lungo rettilineo con asfalto sconnesso, la ciminiera con le lucine rosse sullo sfondo, le nuvole: il sole è già basso, nascosto dai cumuli grigi che però, adesso, sembrano più sparsi e frastagliati. Il vento è calato, forse ci si salva? Ombre lunghe alle mie spalle, cani che abbaiano. Un momento di puro, intenso, profondissimo benessere: sarà la mezza bustina, sarà l'effetto placebo, ma i dolori all'addome in pochi minuti – minuti, ore, eternità, chi lo sa – scompaiono. Per qualche momento, mi sembra di respirare un po' meglio, anche se, per quanto io inspiri, ho la sensazione di non riuscire a riempire i polmoni. E le gambe, anche quelle per un po' sembrano penare meno. Piano Gian, niente illusioni. Ancora due giri e mezzo. No, non pensarla in termini di giri; pensa che mancano quaranta km. Ecco, quaranta. Un attimo fa ne avevi alle spalle quaranta e te ne toccavano ancora sessanta; adesso i numeri si sono invertiti. Ce la puoi fare, forse. Ristoro, passaggio sotto l'arco della ferrovia. I due saliscendi, tanta gente intorno, anche se non è facile capire chi sia al primo giro, chi al secondo, chi oltre. Mi torturano i cartelli che non mi competono, quelli che, dal km 90 in poi, campeggiano ad ogni km; non si può nemmeno evitare di guardarli... Sono giganti! Ristoro, un paio di km, cavalcavia, un paio di km, altro ristoro. Vivo da un ristoro all'altro... E mi chiedo se mai io sia capace di correre una gara del genere, ma in autonomia, o anche semplicemente con meno punti di assistenza. No, non ne sarei capace. L'appoggio psicologico dei punti di ristoro è importantissimo, non tanto per il cibo, quanto per il senso di salvezza, anche solo momentanea; un salvagente a cui aggrapparsi per riprendere fiato e ripartire.
Non c'è nulla di piacevole in quel che sto facendo. Sto male, sto faticando come un asino da soma, soffro, e non posso nemmeno prendermela con qualcuno; è tutta farina del mio sacco. Sto male, quasi a sentire nausea. Inizia il terzo giro e sono disfatta; ancora troppi i km davanti a me, per cantare vittoria. Ma non posso mollare, no, non fino a che avrò un filo di fiato. Non posso mollare, perché, se mollo, butto all'aria mille chilometri di viaggio, e non potrò dire di avercela fatta, non potrò dirlo ad Isacco che mi aspetta all'arrivo, a Matteo che fa il tifo per me a distanza, che mi manda messaggi che non ho ancora letto ma so essere suoi. Soprattutto, non potrò più inseguire con la stessa convinzione le altre mattane che ho già in mente per il futuro. No no Gian. Pensa ad altro, a quello che vuoi, ma non alla corsa, non alla resa.
Scende il buio, ma non riesco a capire che ora possa essere. E' buio per via delle nuvole, perché il disco del sole sembra ancora un po' più su della linea dell'orizzonte. Al ristoro si distribuiscono persino le lucine: ma a me non servono, ho la mia. Incontro per la seconda volta una signora che attende a bordo strada, coperta da un telo termico: era già qui, quando son passata nel giro precedente. Mi incoraggia; la saluto: "Certo che Lei ha una gran pazienza! Dovrebbero farLa santa...". Scoppia a ridere, sembra lieta che qualcuno finalmente riconosca anche la sua fatica: "E' vero! Lo suggerirò a chi di dovere...".
Sembra già notte fonda, ma è colpa dei giorni che a novembre sono cortissimi. Eccoli, i lumini: ora sono accesi... Una lunghissima fila di fiaccole poggiate a terra, l'unica traccia al passaggio degli atleti. Percorro i primi cinque km del giro senza accendere la mia luce frontale: nonostante l'irregolarità del fondo di questo tratto di strada, corro senza problemi, a passi corti e misurati. Corro nel buio, verso il buio; intuisco altre lucine davanti a me, seguo la direzione della linea luminosa. Km 70, quindi ancora trenta. Ancora tanti, Gian, troppi per cantare vittoria. Però, il ristoro all'altezza del km 74 arriva, questa volta, rapidissimo. Che sia il fresco della notte che ringalluzzisce anima e corpo? Chiedo a gran voce la Coca Cola; "Guarda che al prossimo giro non ce sta più, l'avemo finita"... "Eh no – rispondo indignata – se non c'è più la Coca Cola, allora io mi ritiro qui!". "No no, c'iaavemo 'a Coca, nun te ritirà"... Doppio saliscendi, ormai potrei davvero procedere ad occhi chiusi. Al successivo ristoro, qualcuno esclama il mio nome... Mi volto di scatto: è Isacco! Cavoli, se solo potesse immaginare quanto io sia felice di vederlo qui. Un viso amico, quando stai sprofondando nel più buio dei baratri, è preziosissimo... Forse non ti salva, ma ti addolcisce l'agonia! Scambio con lui qualche parola, mentre mangio e percorro qualche metro al passo, e scopro con sorpresa che la voce che esce dalla mia gola non ha niente a che vedere con il colore cupo dei miei pensieri. Isacco mi incoraggia, "Se continui così arrivi prima delle dieci... Ci vediamo là!". Ed io rispondo con il più convinto ed accorato dei miei "Sì"! Forse adesso, per la prima volta, penso che sia davvero fatta... Forse adesso so che non mi fermerà più nessuno. Poi il km 80, altro cavalcavia, altro ristoro. Mi sembra di impazzire... Ancora un giro, Gian. Meno male che ogni tanto si possono scambiare quattro chiacchiere. Un giro, uno solo. Al mio passaggio al punto di controllo, sento menzionare di sfuggita "Due giri"... E salto su come un sol'uomo: "Se mi dite che devo ancora fare due giri, vi ammazzo!". Ma forse quel "due" è stato una mia allucinazione... Sguardo di terrore negli occhi dei giudici; forse perché gli occhi iniettati di sangue io li ho davvero. Brevissima ma ahimé inevitabile pausa in bagno, poi riparto, a mo' di caterpiller. E' finita, Gian; da qui saranno circa diciassette maledettissimi km. Meno del tuo giro delle domeniche pigre di brutto tempo. Non c'è più alternativa, adesso ce la fai.
Alzo gli occhi, il cielo ora è sereno; un firmamento di stelle, fittissimo, ed una stella sola che schizza attraverso la volta e si spegne più avanti, più in giù. Mi torna in mente la stella cadente vista ieri sera, mentre viaggiavamo in auto verso Tarquinia; e con questa fanno due... Le stelle sulla capoccia, gli aloni di luce fioca che oscillano ritmici davanti a me. Raggiungo una signora con cui avevo già scambiato qualche parola; raggiungo un altro podista, accompagnato da un amico in bici: che forte, questo assistente; una parola di coraggio dietro l'altra, deciso, sicuro. La frontale di chi mi segue proietta la mia ombra sulla giacca rossa del corridore che mi precede, disegnando una figura netta, quasi inquietante; ma ormai è la testa che viaggia per conto suo. Ora è fatta, è fatta... Il km 90, proprio lì dove me lo aspettavo, dove già l'ho visto per tre volte nei giri precedenti. Novanta. Solo più dieci, dieci cavoli di insulsi chilometri. Mi si affollano in mente le espressioni di gioia più scurrili e colorite...
Ritrovo il podista toscano, di Prato, conosciuto alla partenza; mi annuncia che sono la sesta donna e che la quinta è a 133 m davanti a me... Che precisione! La mia risposta, effettivamente, non è delle più educate: "Chissenefrega! Io voglio solo arrivare"... Ora sì, è una lotta estenuante tra la voglia di partire, dare tutto quel che ho, e la prudenza che ancora dice di frenare. I dolori all'addome sono tornati, più vivi che mai; i muscoli delle gambe sono sull'orlo dei crampi. Dieci km sono più che sufficienti a saltare ed a perdere un sacco di tempo camminando... Io non voglio camminare, voglio solo raggiungere Tarquinia, mettere fine a questa interminabile agonia. Voglio arrivare laggiù, sapere che c'è Isacco che mi aspetta e che sarà felice, davvero, anche lui, per me; ci sono poche persone alla cui stima tengo tantissimo, e lui è uno di quelle. Voglio arrivare per prendere il telefonino, chiamare mamma, chiamare Matteo e dire loro che anche stavolta ce l'ho fatta!
In una sorta di stato euforico, a metà tra la gioia e la voglia di piangere per il male, passo il ristoro poco oltre il km 93. Mi precede di poco un gruppo di podisti che procedono al passo: tra loro c'è la quinta donna. Li sorpasso, scambiamo qualche battuta; mordo ancora il freno ma corro via, senza più voltarmi. Cerco lontano la scia delle fiaccole; il cavalcavia, ancora, le voci alle mie spalle; il ristoro, forza Gian, ancora un km ed ancora qualche metro di pausa; la Coca Cola, l'ultima dose... E poi via, via, adesso senza più risparmio, succeda quel che vuole. Negli ultimi due km e mezzo si sale, dolcemente ma si sale; ho una motoretta alle spalle che scorta nientemeno che me, apposta, al buio. Km 98: solo qui, solo adesso, posso dire di essere davvero felice. Sento il sorriso che si allarga da un orecchio all'altro, frusto le gambe,non ho più male, non sento più nulla. Una rotonda, i Carabinieri ancora lì; Tarquinia, le sue torri, ora le ho proprio sopra la testa. Seguo la moto ed il percorso segnato; l'ultimo, ultimissimo chilometro: qui si sale sul serio, la strada impenna; mi raggiunge un podista, non mi volto, non lo guardo neppure... La tensione è massima, i muscoli sembrano volersi strappare; mi scappa un'imprecazione, "Ma quando c... finisce 'sto ultimo chilometro?". Il podista accanto a me, "How long to the end?". Oh cavoli... Un minimo di ossigeno rianima il neurone, quel tanto che basta ad elaborare una rapida risposta adeguata... "Three hundred meters I think... I hope!". Ci ho azzeccato: l'ultima rotonda, poi l'arco che appare poco più avanti, l'ultimo scatto; il collega ed io sembriamo due indemoniati, ci precipitiamo come pazzi. Un attimo dopo mi ritrovo un telo termico intorno al corpo, una scatoletta blu in mano con la medaglia di Finisher, il flash della macchina fotografica di Isacco sparato negli occhi, una gioia che potrei far esplodere con più violenza di un'eruzione vulcanica.
Ci sarebbe la pasta... Ma non mi interessa, non ho fame. Via Isacco, andiamo via, subito... Una felicità incontenibile, 11h 39', non sarà un gran tempo ma io l'ho davvero sofferto questa volta, minuto per minuto; mai e poi mai me lo sarei aspettato. Le telefonate, come promesso, i messaggini, con gran gioia della Vodafone, i saluti a chi sta ancora arrivando, la Opel, la borsa, la cameretta d'albergo, la doccia. Ebbene sì, ho ceduto all'albergo. Aveva ragione Isacco: "Sono venuto fin qui soprattutto per impedirti di farti del male...". Senza di lui, probabilmente avrei fatto la doccia, sarei saltata in auto e via, a guidare fino a crollare dal sonno, e poi a dormire nel sacco a pelo, parcheggiata nel primo autogrill a disposizione. Mi conosco... E mi conosce anche lui!
E pazienza se la notte successiva è una tortura, se passo di continuo dalla doppia coperta al solo lenzuolo, dai brividi alle caldane, pazienza se sono costretta a cambiare posizione ogni pochi minuti per il male a tutto. Nel silenzio insonne, sento solo il respiro del mio compagno di viaggio, che dorme beato e soddisfatto dei suoi 170 km in bici tra i monti della Tolfa ed il Lago di Bracciano, e tra me e me ringrazio che ci sia, perché sarebbe stata molto, molto più dura senza il suo aiuto. Ascolto la pioggia crepitare sul tetto e penso che da qui alla Nove Colli Running ce n'è ancora tanta, ma tanta, di strada da fare. E non solo metaforica! Però chissà: comincio quasi quasi a credere che nulla sia davvero impossibile...
Lascio il buon Isacco al parcheggio dei bus, a Tarquinia. Questa mattana l'avevo pensata per conto mio: il viaggio verso la Tuscia, la gara, il rientro a casa, li avevo già immaginati come una lunga galoppata in compagnia tutt'al più della radio e dei miei mille pensieri contorti. Non sarebbe stato un problema: ormai ci sono abituata, e poi a me piace, per quanto possa sembrare strano, mettermi al volante della vecchia carretta bianca e partire, via, per ore, vedere scorrere paesaggi e guard rail, montagne e pianure e mare, magari uno dopo l'altro. Però, quando Isacco ha lanciato l'idea di aggregarsi ed approfittare della trasferta per godersi un giro in bici in Lazio, non ho faticato a cambiare idea: un viaggio in auto con lui è garanzia di sghignazzate assicurate! Spero che oggi riesca a godersi una bella pedalata: ha intenti combattivi!
Davanti al bus si è già radunata una piccola folla, atleti in assetto di guerra ed accompagnatori dall'aria assonnata e, soprattutto rassegnata. La loro giornata sarà molto, molto più pesante di quella che attende i corridori. Sono le sette e mezza: parte il primo pullman che ci condurrà alla partenza della corsa, a Tuscania. La quarta edizione della 100 km di corsa a piedi, Ultramaratona degli Etruschi. Appoggio la fronte al finestrino, cullata dalla vibrazione del motore già acceso, mentre i posti a sedere si riempono, uno ad uno. Mi sono iscritta due o tre giorni dopo la fortunatissima avventura della 100 km Torino Saint Vincent, travolta dalla voglia di provare ancora una volta l'ebbrezza del massacro: era l'ultimo giorno utile... Adesso, eccomi qui, a due ore e mezza dal via. La giornata si annuncia luminosa; cielo terso, nuvole lontane, all'orizzonte. Accanto a me prende posto John, un podista americano trapiantato a Milano, appassionato triathleta: è simpatico, chiacchiera volentieri, mi racconta di sé, dei suoi allenamenti, del triathlon concluso da poco, con buon successo; della bici che ha comprato negli Stati Uniti e delle ruote a razze che ci ha appena aggiunto... A sentir di cotanto orrore, mi vengono i brividi: "Ma sei un tamarro!", lo rimprovero. Tanti anni trascorsi in Italia gli permettono di capirmi al volo; scoppia a ridere anche lui ed ammette che sì, in effetti ho ragione... Ma vuoi mettere il fruscìo del vento sulle razze?
Collinone dalle pendenze dolcissime e, a tratti, nebbia pesante ci accompagnano fino all'arrivo, nel parcheggio di Tuscania. Arrivo per il bus, ma partenza per noi che ci stiamo sopra. Mancano poco meno di due ore al via: giusto il tempo per compiere quelle poche indispensabili operazioni, ritirare il numero di gara, scovare una panetteria e procurarmi un ettaro cubico di focaccia. Vado, letteralmente, a naso: ho captato un intenso effluvio di pane fresco; lo seguo, supero una scalinata, svolto nella via e mi trovo di fronte ad una vetrina, piccola ma invitante, tutta appannata, a proteggere un bancone stracolmo di ogni leccornia. Mi ci tuffo, a mò di coccodrillo; riemergo dal negozio brandendo un'abbondante porzione di focaccia al pomodoro, unta, bisunta, disgustosamente buona. Si può dire che, con questo, io abbia completato l'ideale percorso di avvicinamento all'Ultramaratona, iniziato ieri con sei ore di convegno sullo scudo fiscale, pranzo e cena raffazzonati alla meno peggio, sette ore di viaggio in auto e poche ore di nanna, sempre in auto, nel parcheggio della stazione di Tarquinia, sepolta nel sacco a pelo. Con gran gioia del mio compagno di viaggio, a cui è toccato lo stesso ingrato destino.
Solo a pochi minuti dal via, trovo un angolino di sole ed il coraggio di togliermi la giacca. Sono l'unica che correrà con lo zainetto, a quanto pare. Ma lo zainetto è la mia coperta di Linus, non posso farne a meno. C'è dentro l'essenziale: la giacca da pioggia, perché oggi nel pomeriggio è previsto un peggioramento meteo; il mezzo rotolo di papiro egizio per le emergenze; il portafoglio, il telefonino, qualche barretta, nonché l'immancabile scorta di farmacia varia. Natalina, altra irriducibile delle grandi sfaticate a piedi, mi prende in giro: "Ma ci sono i ristori!". Lo so... Ma è più forte di me, io devo viaggiare con la mia piccola scorta di tranquillità appresso. E poi questo zainetto non dà alcun fastidio; è leggerissimo, fissato con i cinghietti, non si muove.
Il gruppone dei corridori, o per meglio dire degli aspiranti suicidi, si riunisce nel viale appena fuori le mura. Qualche volto noto senza nome, qualche nome noto; c'è anche un curioso personaggio, non proprio filiforme, con una folta barba grigia, una parrucca blu elettrico ed un gonnellino rosso. Saremo un centinaio di persone, più o meno. Mi avvicino alla partenza con la stessa calma olimpica che mi ha accompagnata nei giorni scorsi. Ancora stamattina, riemergendo dal sacco a pelo, Isacco mi ha chiesto se fossi nervosa: no... Proprio no, per niente. Non sono preoccupata, né agitata, nulla di tutto ciò. So solo che sarà una fatica lunga, lunghissima, e non è detto che vada a buon fine. Una 100 km non si può dare per scontata. E' vero, tre settimane fa ho concluso la Torino Saint Vincent, ma questo non significa nulla; so bene di non essere preparata per questo tipo di gara, so di essere troppo pesante, troppo disordinata nell'alimentazione ed in generale nella vita di ogni giorno, e poi so di non poter contare troppo sulla mia testaccia ballerina. Certo che, se riuscissi a finire...
Breve intervista a Giorgio Calcaterra e Monica Casiraghi, i vincitori delle scorse edizioni: poi, senza troppi fronzoli, il conto alla rovescia. Via, in un attimo mi ritrovo a correre: parto, trascinata dalla piccola folla; asfalto e poi un po' di pavè, per il breve anello turistico entro le mura di Tuscania, a disperdere la colonia di gatti di ogni età e colore che poco prima avevo incontrato passeggiando nell'attesa; poi un altro arco in pietra e siamo fuori; asfalto, la strada, il viale. L'avventura comincia qui, con il tifo di pochi curiosi usciti fuori dai negozi, dalle officine, addirittura dalle scuole. Un'intera fila di bambini in grembiulino azzurro e rosa.
Il lungo viale rettilineo lascia correre i pensieri. Non saranno più cento i km che mi attendono; saranno novantanove, novantotto. Un'enormità. Già, ora le gambe girano fresche, riposate, pimpanti; posso permettermi di guardarmi intorno, godermi il sole. Un panorama insolito, questo di colline tutte uguali, tonde, deserte di case e di vegetazione; la terra scura è il colore che domina, oltre all'azzurro immenso del cielo. E già inizia la litania: piano, Gian, per favore, vai piano. Son pochi, quelli già fuggiti via e scomparsi alla vista. Tanti corrono con un ritmo molto simile al mio; manteniamo più o meno la stessa posizione reciproca. Tuscania alle spalle, viaggiamo scortati dalle moto e dalle auto dell'organizzazione, che talvolta riescono a fatica ad ottenere il rispetto della chiusura della strada. Agli incroci, Carabinieri e Vigili Urbani, oltre a sentinelle volontarie, vegliano sul nostro passaggio. Primo ristoro, bicchiere di acqua e sali e qualche passo di camminata per trangugiarne il contenuto: lo ha detto anche Calcaterra poco fa; mai saltare i ristori. Non ci penso nemmeno; la strada è molto, molto lunga.
Il primo tratto di strada, diciamo per i primi trenta km, è tutto fuorché pianeggiante; la strada sale dolcemente ed altrettanto dolcemente scende, forma ondulazioni continue, che, se da una parte sono un vero sollievo perché spezzano il ritmo, dall'altra ingannano, spingono a correre laddove ci vorrebbe un po' di cautela. Infatti a me sembra di star bene; sento lo sforzo dei muscoli, ma non rallento, non ora, perché, come sempre, la salita mi avvicina un po' ai fuggitivi, mi dà fiducia, e pazienza se poi la discesa ristabilisce gli equilibri. Il sole oggi concede un meraviglioso tepore, tanto che i guanti e la fascia in pile per le orecchie finiscono quasi subito nello zaino.
Ho già individuato qualche punto di riferimento tra i colleghi; qualcuno che, più o meno, ritrovo sempre nei paraggi e che controllo con un occhio, l'altro distratto ad ammirare i bellissimi casali in cima ai mammelloni, le chiazze bianche di greggi di pecore, le insegne di innumerevoli affittacamere appese a cancellate che racchiudono veri e propri gioielli di giardini. Penso all'ambiente delle Langhe, quello che ormai conosco come le mie tasche; colline anche quelle, ma più popolate, sfruttate, e più aspre, ripide, irregolari. Qua si vedono spazi immensi, aperti, deserti. Secondo ristoro: il cartellone del km 10, più alto di me. Da un ristoro all'altro, Gian. Ancora novanta km: no, in realtà ancora cinque, fino al prossimo ristoro, e poi ancora il prossimo, e quello dopo.
Corro da un po' accanto ad un podista con la maglia verde ed i pantaloni ¾, come i miei. Non mi spiacerebbe scambiare quattro chiacchiere, ma non oso disturbarlo; ha le cuffiette nelle orecchie. Curioso: si corre l'uno accanto all'altro e nemmeno ci si guarda in faccia, ciascuno perso nell'immaginare la propria avventura, ciascuno concentrato sulla propria fatica. Gli altri sono un contorno, come gli alberi, come i campi, nulla più. Ma il ghiaccio alla fine si rompe: galeotto il profumo di braciolata che fugge dal giardino di una bella casa. "Io sono vegetariana, ma questo mi fa venire una gran fame"... "Sono vegetariano anch'io!". E così scopro di avere per compagno di viaggio un vero appassionato di cani, al punto da averne raccolti venticinque, più altrettanti gatti, quasi tutti trovatelli malconci e bisognosi di cure. Cani di tutte le taglie, le età, le condizioni, perché "è incredibile quel che ti danno quando ti guardano negli occhi"... E' vero, penso ai miei due patatoni pelosi a casa e so che il mio collega podista ha ragione da vendere. Resto a bocca aperta e lo tempesto di domande, tanto che un po' di chilometri se ne vanno senza che io me ne accorga. Il primo quarto di gara: ancora tre volte quel che abbiamo già alle spalle... Tarquinia è lassù, proprio davanti a noi; infatti, poco oltre il km 25, c'è la prima divisione dei percorsi; gli atleti che corrono la gara da 30 km, abbinata all'ultramaratona, tirano dritto. Per loro la sfacchinata è bell'e finita. Noi della 100 km svoltiamo invece a destra. Puntiamo al mare.
Qui mi ritrovo, per un po', sola. La strada s'appiattisce. Mi rendo conto di aver commesso il solito, stupido errore: sono partita troppo forte. Anzi, troppo veloce: se mi sentisse Isacco, mi correggerebbe, perché "la forza si misura in Newton ed è...", insomma, è un'altra roba rispetto alla velocità. Agli ordini. Troppo veloce. Trenta km in poco più di tre ore, almeno, questa è l'informazione che ha incontrato per caso il mio orecchio al tavolino del solito ristoro. Avrei fatto volentieri a meno di saperlo. Troppo veloce: non è solo questione di matematica; è che le gambe sono già indurite, i doloretti al torace sono sempre più insistenti. E' il petto che fa male, quella solita sensazione di peso sul cuore, di torace che sembra costretto in una fasciatura. Continuo a correre, ma riduco la falcata, mi sforzo di rallentare un po'. E' un combattimento: 15 ore di tempo massimo, ce la farò, se dovessi rallentare? E se dovessi mettermi a camminare? No, camminare no, non avrebbe senso. Se anche ce la facessi, formalmente, entro il tempo limite, impiegherei un'eternità. Settanta km in queste condizioni. Settanta, ancora; due volte e mezzo quel che ho corso sinora. Non ci devo pensare. Devo pensare ad altro. Il panorama qui non aiuta; meglio pensare a stasera, quando ce l'avro fatta, quando tutto sarà finito. Oppure no, perché non sono affatto certa che ce la farò, e allora non devo pensare all'arrivo, non devo illudermi. Scavo alla ricerca di qualcos'altro nella mente; il lavoro, persino il convegno di ieri, lo scudo fiscale, la regolarizzazione, il rimpatrio, la dichiarazione riservata; il relatore che parlava a braccio, con marcato divertente accento romanesco, e la gente intorno a me in platea, pochi, tutti professionisti, tutti troppo eleganti, lontani mille miglia da me. Hanno proposto e discusso problemi che io nemmeno pensavo potessero esistere... Ed io non ho osato partecipare al rinfresco di pranzo, perché lì in mezzo mi sentivo proprio un pesce fuor d'acqua, e mi sono ritirata nella quiete della mia Opel, a sbafare pane ed Asiago ed a pensare al viaggio. Già, il viaggio, lo scambio di messaggi, la fuga dall'Auditorium della BCC di Roreto, l'appuntamento con Isacco a Cuneo, appena oltre il ponte basso; la sua sorpresa nel vedermi scendere in tenuta da convegno, "Ma come cacchio ti sei conciata?", il primo autogrill per far sparire i tacchi e mettere su le scarpe comode, le vecchie scarpe da corsa in montagna, quelle che ormai perdono la suola per strada, ma sono tanto tanto comode. Respirare è difficile; le mani, le labbra formicolano, mi manca l'aria. Marca male questa volta, Gian.
Una breve risalita apre alla vista un panorama stupendo sulle colline che digradano verso il mare: già, quello scintillìo laggiù è il mare, davvero! E il promontorio sulla destra? Forse l'Argentario? I miei vicini di corsa parlano della Spartathlon, altra follia podistica ben più folle, la corsa da Sparta ad Atene, una sorta di mito per gli amanti dell'Ultra; duecento e rotti km. Io vorrei provare la Nove Colli Running prima o poi... Ma non siamo nemmeno al km 35 ed io sto male. Troppo male.
Altro punto di ristoro, si svolta a sinistra. Questo dev'essere l'inizio del famigerato circuito. Già, perché i primi 35 km sono in linea; poi la corsa s'infila in un circuito da 14 km da ripetere per ben quattro volte. Una sorta di triangolo ideale, con gli estremi rappresentati da tre punti di ristoro; il conteggio dei giri, però, inizia al ristoro poco oltre il km 40, cosicché c'è un tratto, quello che percorro per la prima volta tra il km 35 ed il 40 appunto, che dovrò sciropparmi per ben cinque volte. E già di per sé il circuito è una vera tortura per la psiche, se non si ha l'attitudine del criceto a correre nella ruota. Figuriamoci poi se tocca sorbirsi i cartelli chilometrici di tutti i giri: ho passato da poco il km 35 e vedo, poco dopo, il km 94, e poi il km 80... Già, proprio perché di qui si deve passare più volte. Terribile. Mi si para davanti la consapevolezza che avevo finora respinto; c'è ancora una dannata quantità allucinante di chilometri! Un cavalcavia ripido sul serio: eh no, qui meglio non fare fesserie. Salgo al passo; riprendo a correre una volta in cima; scendo, raggiungo finalmente l'agognata meta intermedia del km 40. E continuo a non stare affatto bene. Al successivo punto di ristoro, i volontari mi comunicano che sono quarta. Ma non ha alcuna importanza, Gian. Devi ficcarti in quella testaccia che la classifica non esiste, gli altri non esistono. Hai ancora davanti a te una volta e mezza la distanza macinata finora e sei parecchio stracciforme. Non puoi pensare, a meno d'essere impazzita completamente, di mantenere fino alla fine l'andatura che hai adesso, non puoi pensare di difendere una posizione. Tu devi solo arrivare. Chiaro? Arrivare alla fine, punto e basta.
Le gambe sono dure come i chiodi, nonostante abbia già ceduto ad una pastiglia di Muscoril. Non posso dire che la situazione sia migliorata, forse perché questa volta il dolore è di natura diversa, forse perché pago ancora le conseguenze di Torino. Dolori ai fianchi, sia a destra che a sinistra, appena sotto la cassa toracica; un dolore, in più, a sinistra, in basso, quello che di solito si chiama "male alla milza". Forti, fastidiosi, anche se non ancora tali da rallentare l'andatura. Ho il terrore che la situazione peggiori. Il primo giro è lungo, interminabile, un calvario, prima leggerissima impercettibile salita, con vista sulle ciminiere e sui nuvoloni neri minacciosi che si addensano all'orizzonte; poi impercettibile discesa. Km 45, circa, il secondo punto di ristoro del circuito. Mi consolo con Coca Cola e crostata all'albicocca, le uniche cose che sia riuscita ad ingurgitare finora. Mi raggiunge la quinta donna, pimpante ed entusiasta: Silvia, si chiama. Mi domanda, "Tu sei quarta, io quinta?". No, la correggo: lei è quarta... Infatti ingrana la marcia e se ne va; mi esorta a seguirla, correrle insieme, ma io non posso, non adesso. Sono nel pieno di una profondissima crisi, fisica e morale. Cammino qualche decina di metri, mentre mangio e bevo con un minimo di calma; la guardo allontanarsi, un po' mi dispiace, ma non sono nella posizione di poter dare battaglia. Mancano cinquantacinque km ed io ho forze residue per molto meno.
Il sole è sparito dietro la coltre delle nuvole. Soffia un vento incattivito e freddo. Vuoi vedere che le previsioni meteo avevano ragione? Nel tardo pomeriggio potrebbe piovere... Il fischio del treno, lungo, una frustata alle orecchie. Corro, recupero qualche avversario. Noto che il divieto di assistenza personale è stato, come al solito, allegramente calpestato: chi si fa seguire dall'auto, chi spudoratamente si fa accompagnare dalla bici. Anche alcune delle mie colleghe godono dell'aiuto di parenti ed amici. Mah. A me lo zaino non dà fastidio; se non altro, sono indipendente e non devo preoccuparmi del fatto che qualcuno stia facendo esercizio di pazienza e rassegnazione per i miei comodi. Chiudo la zip del giacchino, medito sull'opportunità di indossare guanti e fascia per le orecchie. Ma no... E' ancora presto. Due leggere risalite, lungo il tratto del circuito su strada un po' più trafficata: è sorprendente vedere come ogni incrocio sia presidiato da un sacco di persone in divisa; a momenti manca solo l'esercito e poi ci son tutti! E la circolazione delle auto, pur non essendo ferma, è sorvegliatissima: ai posti di blocco si formano piccole colonne di veicoli che poi vengono fatti partire e scortati dalle motorette dell'organizzazione, a passo d'uomo o quasi, perché possano sfilare accanto ai corridori senza alcun pericolo. Tutt'intorno, piatto, ma il mare non si vede più. Chissà dov'è...
Il km 50. Metà gara, me l'hanno anche scritto sul cartellone. Il km 50 è un attimo di profondissima euforia; l'aspettavo con ansia... Significa che, da qui, ogni passo sarà più vicino alla meta, che non alla partenza. Un incoraggiamento effimero, però, perché il dolore fortissimo alle cosce, i dolori acuti all'addome ed al torace, il cuore che sembra far fatica a battere, e far male, sono lì a ricordarmi che questa volta forse ho fatto, è il caso di dirlo, il passo più lungo della gamba. Breve pausa di camminata al ristoro, secondo passaggio sul cavalcavia e conclusione del primo giro, nei pressi del km 55. Alcuni volontari, seduti sul cassone di un camioncino che procede lentissimo, stanno lanciando oggetti a bordo strada: sembrano piatti di alluminio da forno... Guardo meglio: sono sì piatti di alluminio, ma contengono candele. Vuoi vedere che, appena sarà buio, queste candele serviranno ad illuminarci il percorso?
Ristoro e km 55. Dai Gian. Sono 45, sono ancora tanti, ma immagina di dover fare una maratona: immagina di essere al via, solo un po' stanca, ti è già successo, no? Pian pianino, ce la fai, con calma. Cedo alla tentazione della mezza bustina di antiinfiammatorio: pian piano, riesco a ridurre le dosi... L'accompagno con una fetta di crostata e poi riprendo a correre. Ancora una volta il lungo rettilineo con asfalto sconnesso, la ciminiera con le lucine rosse sullo sfondo, le nuvole: il sole è già basso, nascosto dai cumuli grigi che però, adesso, sembrano più sparsi e frastagliati. Il vento è calato, forse ci si salva? Ombre lunghe alle mie spalle, cani che abbaiano. Un momento di puro, intenso, profondissimo benessere: sarà la mezza bustina, sarà l'effetto placebo, ma i dolori all'addome in pochi minuti – minuti, ore, eternità, chi lo sa – scompaiono. Per qualche momento, mi sembra di respirare un po' meglio, anche se, per quanto io inspiri, ho la sensazione di non riuscire a riempire i polmoni. E le gambe, anche quelle per un po' sembrano penare meno. Piano Gian, niente illusioni. Ancora due giri e mezzo. No, non pensarla in termini di giri; pensa che mancano quaranta km. Ecco, quaranta. Un attimo fa ne avevi alle spalle quaranta e te ne toccavano ancora sessanta; adesso i numeri si sono invertiti. Ce la puoi fare, forse. Ristoro, passaggio sotto l'arco della ferrovia. I due saliscendi, tanta gente intorno, anche se non è facile capire chi sia al primo giro, chi al secondo, chi oltre. Mi torturano i cartelli che non mi competono, quelli che, dal km 90 in poi, campeggiano ad ogni km; non si può nemmeno evitare di guardarli... Sono giganti! Ristoro, un paio di km, cavalcavia, un paio di km, altro ristoro. Vivo da un ristoro all'altro... E mi chiedo se mai io sia capace di correre una gara del genere, ma in autonomia, o anche semplicemente con meno punti di assistenza. No, non ne sarei capace. L'appoggio psicologico dei punti di ristoro è importantissimo, non tanto per il cibo, quanto per il senso di salvezza, anche solo momentanea; un salvagente a cui aggrapparsi per riprendere fiato e ripartire.
Non c'è nulla di piacevole in quel che sto facendo. Sto male, sto faticando come un asino da soma, soffro, e non posso nemmeno prendermela con qualcuno; è tutta farina del mio sacco. Sto male, quasi a sentire nausea. Inizia il terzo giro e sono disfatta; ancora troppi i km davanti a me, per cantare vittoria. Ma non posso mollare, no, non fino a che avrò un filo di fiato. Non posso mollare, perché, se mollo, butto all'aria mille chilometri di viaggio, e non potrò dire di avercela fatta, non potrò dirlo ad Isacco che mi aspetta all'arrivo, a Matteo che fa il tifo per me a distanza, che mi manda messaggi che non ho ancora letto ma so essere suoi. Soprattutto, non potrò più inseguire con la stessa convinzione le altre mattane che ho già in mente per il futuro. No no Gian. Pensa ad altro, a quello che vuoi, ma non alla corsa, non alla resa.
Scende il buio, ma non riesco a capire che ora possa essere. E' buio per via delle nuvole, perché il disco del sole sembra ancora un po' più su della linea dell'orizzonte. Al ristoro si distribuiscono persino le lucine: ma a me non servono, ho la mia. Incontro per la seconda volta una signora che attende a bordo strada, coperta da un telo termico: era già qui, quando son passata nel giro precedente. Mi incoraggia; la saluto: "Certo che Lei ha una gran pazienza! Dovrebbero farLa santa...". Scoppia a ridere, sembra lieta che qualcuno finalmente riconosca anche la sua fatica: "E' vero! Lo suggerirò a chi di dovere...".
Sembra già notte fonda, ma è colpa dei giorni che a novembre sono cortissimi. Eccoli, i lumini: ora sono accesi... Una lunghissima fila di fiaccole poggiate a terra, l'unica traccia al passaggio degli atleti. Percorro i primi cinque km del giro senza accendere la mia luce frontale: nonostante l'irregolarità del fondo di questo tratto di strada, corro senza problemi, a passi corti e misurati. Corro nel buio, verso il buio; intuisco altre lucine davanti a me, seguo la direzione della linea luminosa. Km 70, quindi ancora trenta. Ancora tanti, Gian, troppi per cantare vittoria. Però, il ristoro all'altezza del km 74 arriva, questa volta, rapidissimo. Che sia il fresco della notte che ringalluzzisce anima e corpo? Chiedo a gran voce la Coca Cola; "Guarda che al prossimo giro non ce sta più, l'avemo finita"... "Eh no – rispondo indignata – se non c'è più la Coca Cola, allora io mi ritiro qui!". "No no, c'iaavemo 'a Coca, nun te ritirà"... Doppio saliscendi, ormai potrei davvero procedere ad occhi chiusi. Al successivo ristoro, qualcuno esclama il mio nome... Mi volto di scatto: è Isacco! Cavoli, se solo potesse immaginare quanto io sia felice di vederlo qui. Un viso amico, quando stai sprofondando nel più buio dei baratri, è preziosissimo... Forse non ti salva, ma ti addolcisce l'agonia! Scambio con lui qualche parola, mentre mangio e percorro qualche metro al passo, e scopro con sorpresa che la voce che esce dalla mia gola non ha niente a che vedere con il colore cupo dei miei pensieri. Isacco mi incoraggia, "Se continui così arrivi prima delle dieci... Ci vediamo là!". Ed io rispondo con il più convinto ed accorato dei miei "Sì"! Forse adesso, per la prima volta, penso che sia davvero fatta... Forse adesso so che non mi fermerà più nessuno. Poi il km 80, altro cavalcavia, altro ristoro. Mi sembra di impazzire... Ancora un giro, Gian. Meno male che ogni tanto si possono scambiare quattro chiacchiere. Un giro, uno solo. Al mio passaggio al punto di controllo, sento menzionare di sfuggita "Due giri"... E salto su come un sol'uomo: "Se mi dite che devo ancora fare due giri, vi ammazzo!". Ma forse quel "due" è stato una mia allucinazione... Sguardo di terrore negli occhi dei giudici; forse perché gli occhi iniettati di sangue io li ho davvero. Brevissima ma ahimé inevitabile pausa in bagno, poi riparto, a mo' di caterpiller. E' finita, Gian; da qui saranno circa diciassette maledettissimi km. Meno del tuo giro delle domeniche pigre di brutto tempo. Non c'è più alternativa, adesso ce la fai.
Alzo gli occhi, il cielo ora è sereno; un firmamento di stelle, fittissimo, ed una stella sola che schizza attraverso la volta e si spegne più avanti, più in giù. Mi torna in mente la stella cadente vista ieri sera, mentre viaggiavamo in auto verso Tarquinia; e con questa fanno due... Le stelle sulla capoccia, gli aloni di luce fioca che oscillano ritmici davanti a me. Raggiungo una signora con cui avevo già scambiato qualche parola; raggiungo un altro podista, accompagnato da un amico in bici: che forte, questo assistente; una parola di coraggio dietro l'altra, deciso, sicuro. La frontale di chi mi segue proietta la mia ombra sulla giacca rossa del corridore che mi precede, disegnando una figura netta, quasi inquietante; ma ormai è la testa che viaggia per conto suo. Ora è fatta, è fatta... Il km 90, proprio lì dove me lo aspettavo, dove già l'ho visto per tre volte nei giri precedenti. Novanta. Solo più dieci, dieci cavoli di insulsi chilometri. Mi si affollano in mente le espressioni di gioia più scurrili e colorite...
Ritrovo il podista toscano, di Prato, conosciuto alla partenza; mi annuncia che sono la sesta donna e che la quinta è a 133 m davanti a me... Che precisione! La mia risposta, effettivamente, non è delle più educate: "Chissenefrega! Io voglio solo arrivare"... Ora sì, è una lotta estenuante tra la voglia di partire, dare tutto quel che ho, e la prudenza che ancora dice di frenare. I dolori all'addome sono tornati, più vivi che mai; i muscoli delle gambe sono sull'orlo dei crampi. Dieci km sono più che sufficienti a saltare ed a perdere un sacco di tempo camminando... Io non voglio camminare, voglio solo raggiungere Tarquinia, mettere fine a questa interminabile agonia. Voglio arrivare laggiù, sapere che c'è Isacco che mi aspetta e che sarà felice, davvero, anche lui, per me; ci sono poche persone alla cui stima tengo tantissimo, e lui è uno di quelle. Voglio arrivare per prendere il telefonino, chiamare mamma, chiamare Matteo e dire loro che anche stavolta ce l'ho fatta!
In una sorta di stato euforico, a metà tra la gioia e la voglia di piangere per il male, passo il ristoro poco oltre il km 93. Mi precede di poco un gruppo di podisti che procedono al passo: tra loro c'è la quinta donna. Li sorpasso, scambiamo qualche battuta; mordo ancora il freno ma corro via, senza più voltarmi. Cerco lontano la scia delle fiaccole; il cavalcavia, ancora, le voci alle mie spalle; il ristoro, forza Gian, ancora un km ed ancora qualche metro di pausa; la Coca Cola, l'ultima dose... E poi via, via, adesso senza più risparmio, succeda quel che vuole. Negli ultimi due km e mezzo si sale, dolcemente ma si sale; ho una motoretta alle spalle che scorta nientemeno che me, apposta, al buio. Km 98: solo qui, solo adesso, posso dire di essere davvero felice. Sento il sorriso che si allarga da un orecchio all'altro, frusto le gambe,non ho più male, non sento più nulla. Una rotonda, i Carabinieri ancora lì; Tarquinia, le sue torri, ora le ho proprio sopra la testa. Seguo la moto ed il percorso segnato; l'ultimo, ultimissimo chilometro: qui si sale sul serio, la strada impenna; mi raggiunge un podista, non mi volto, non lo guardo neppure... La tensione è massima, i muscoli sembrano volersi strappare; mi scappa un'imprecazione, "Ma quando c... finisce 'sto ultimo chilometro?". Il podista accanto a me, "How long to the end?". Oh cavoli... Un minimo di ossigeno rianima il neurone, quel tanto che basta ad elaborare una rapida risposta adeguata... "Three hundred meters I think... I hope!". Ci ho azzeccato: l'ultima rotonda, poi l'arco che appare poco più avanti, l'ultimo scatto; il collega ed io sembriamo due indemoniati, ci precipitiamo come pazzi. Un attimo dopo mi ritrovo un telo termico intorno al corpo, una scatoletta blu in mano con la medaglia di Finisher, il flash della macchina fotografica di Isacco sparato negli occhi, una gioia che potrei far esplodere con più violenza di un'eruzione vulcanica.
Ci sarebbe la pasta... Ma non mi interessa, non ho fame. Via Isacco, andiamo via, subito... Una felicità incontenibile, 11h 39', non sarà un gran tempo ma io l'ho davvero sofferto questa volta, minuto per minuto; mai e poi mai me lo sarei aspettato. Le telefonate, come promesso, i messaggini, con gran gioia della Vodafone, i saluti a chi sta ancora arrivando, la Opel, la borsa, la cameretta d'albergo, la doccia. Ebbene sì, ho ceduto all'albergo. Aveva ragione Isacco: "Sono venuto fin qui soprattutto per impedirti di farti del male...". Senza di lui, probabilmente avrei fatto la doccia, sarei saltata in auto e via, a guidare fino a crollare dal sonno, e poi a dormire nel sacco a pelo, parcheggiata nel primo autogrill a disposizione. Mi conosco... E mi conosce anche lui!
E pazienza se la notte successiva è una tortura, se passo di continuo dalla doppia coperta al solo lenzuolo, dai brividi alle caldane, pazienza se sono costretta a cambiare posizione ogni pochi minuti per il male a tutto. Nel silenzio insonne, sento solo il respiro del mio compagno di viaggio, che dorme beato e soddisfatto dei suoi 170 km in bici tra i monti della Tolfa ed il Lago di Bracciano, e tra me e me ringrazio che ci sia, perché sarebbe stata molto, molto più dura senza il suo aiuto. Ascolto la pioggia crepitare sul tetto e penso che da qui alla Nove Colli Running ce n'è ancora tanta, ma tanta, di strada da fare. E non solo metaforica! Però chissà: comincio quasi quasi a credere che nulla sia davvero impossibile...
sabato 31 ottobre 2009
31 ottobre 2009 - Pedalata in Valle Tanaro e dintorni
Mando un messaggio ad Isacco: "Prenditela comoda; Luca mi ha avvisata, arriverà con dieci minuti di ritardo". Risposta quasi istantanea: "Stavo per avvisarti che ho anch'io dieci minuti di ritardo". Uhm. Gatta ci cova, questi due non me la contano giusta. Chissà a quale sordido intrallazzo si stanno dedicando. Pazienza: io ne approfitto per un cappuccino al bar, l'ultimo pieno di calorie, intese proprio come calore della tazzina da stringere in mano e del latte da trangugiare, sotto gli occhi incuriositi e fissi di tre o quattro personaggi, all'apparenza muratori, alle prese con il caffè di colazione. Mi sento quasi a disagio: loro tra poco andranno a rimboccarsi le maniche in qualche cantiere, io a divertirmi. Quasi quasi mi risuonano ancora nelle orecchie gli strali del nonno: per lui, l'idea che si potesse non lavorare il sabato né la domenica era fonte di bieco disprezzo; anzi, l'idea stessa che nella vita esistesse qualcosa oltre il lavoro era inimmaginabile. E so benissimo che, se oggi posso godermi la vita, è soprattutto grazie al fatto che lui la pensava così ed ha sempre agito di conseguenza, dedicando tutto se stesso ad una professione che, per fortuna, è stata anche la sua grande passione. Lascio tintinnare le monetine sul bancone, esco con un po' di malinconia; uno sguardo d'affetto alla mia bici, ancora rinchiusa nel bagagliaio della Opel: no, direi proprio che il nonno non ti amava! E di certo non ti capiva, non capiva te, né me, ma come dargli torto? Non c'è nulla che si possa capire, né tantomeno spiegare, in una passione.
Bando alla malinconia: mi sposto sul piazzale stabilito per l'appuntamento, giusto di fronte all'ospedale di Ceva. Poco dopo, arrivano i due piccioncini: Isacco e, con qualche minuto di svantaggio, anche Luca, quest'ultimo in piena fase di recupero di fine stagione. Fase che durerà, si e no, tre giorni... Ancora paziente attesa per lo strip di Isacco, che ovviamente deve passare dall'abito borghese a quello sportivo. Cielo plumbeo d'ordinanza, umidità a livelli da vertigine: forse la temperatura non è così bassa, ma una cosa è certa, qui si iberna. Infatti, la partenza in discesa è un trauma: breve, per fortuna, ma da mozzare il fiato. Le mie dita si congelano nei guanti di pile, lisi e ben poco isolanti, che ho portato per la giornata: in realtà, ho provato a cercare i guanti seri, ma chissà dove sono sepolti in quell'immenso ginepraio che è casa mia. Li troverò, quando avrò smesso di cercarli, chissà, magari dentro la pentola a pressione o forse in mezzo alle scarpe, nello sgabuzzino, o nel mobiletto dei detersivi.
Quando l'eco dell'imprecazione di Isacco, sorpreso dal rigore della stagione, si spegne, siamo alla rotonda, alla fine della breve discesa. O meglio: io sono alla rotonda... I due compari sono già molto, molto più avanti di me. Rassegnati all'attesa, perché a me basta una minima pendenza favorevole alla forza di gravità, per rimediare un distacco abissale.
Mi aspettano, i due, giusto il tempo necessario a superare tuttii i bivi in uscita da Ceva: giustamente, non ripongono alcuna fiducia nel mio senso dell'orientamento e non hanno alcuna voglia di passare il resto del sabato impegnati nella ricerca dei dispersi. Poi, s'involano. Li perdo già sul primo cavalcavia: dieci metri, venti, cento metri e via, non li vedo più.
Per fortuna, oggi è una buona giornata. Nonostante la nebbia. In fondo, poi, un raggio di sole ogni tanto ce la fa, anche se arriva fin giù soffuso, sfocato. Le gambe girano che è un piacere: sarà l'entusiasmo... Oggi ho una gran voglia di bici. Più del solito. Una sorta di euforia: ma sarà poi stato proprio zucchero, quello che ho sciolto nel cappuccino? La pendenza è costante e tutt'altro che severa; quel che si dice una salita "pedalabile". Mi lascio prendere la mano, anzi il piede; le ruote scorrono su un tappeto di foglie umide, viscide, mentre m'infilo in un interminabile tunnel dai colori violenti, nonostante la nebbia: tutte le sfumature del giallo, luminose, quasi da dare l'impressione che l'ambiente brilli di luce propria; intrecci di rami e chiome ancora folte, all'ultimo alito di vita per questa stagione; contorni sfocati, come tratti di pastello. Avere qui una buona macchina fotografica, e soprattutto un buon occhio... Ma nessuno crederebbe che le tinte della foto siano naturali.
Una coppia di anziani cercatori di funghi, appena scesa dall'auto altrettanto secolare, s'incammina verso il bosco con le ceste per la raccolta. Il guaio è che io ho già sentito qualche fucilata, nemmeno poi così lontana... Chissà se il fungaiolo, da lontano, può più o meno somigliare ad un cinghiale?
La ricordavo più vicina, Battifollo. Questa salita non finisce più... Vero che non è dura, ma proprio per questo l'ho attaccata con brio, e la benzina, ahimè, è già agli sgoccioli! Avrei voluto arrivar su baldanzosa con il sorriso, invece rischio di arrivarci con la lingua che s'impiglia nei raggi.
Finalmente la rotonda. Luca fermo in paziente attesa; Isacco, un po' più in là, intento nella prima delle innumerevoli, lunghissime opere di vestizione e svestizione dell'infermo a cui assisteremo durante l'intero itinerario. Il freddo in discesa? Puah, roba da mammolette. Giusto il tempo di cercare con gli occhi la torre del paese, o meglio, quel che ne resta: un macabro vessillo, ancor più inquietante nel grigio della nebbia, una torre a metà, ma ridotta a metà nel senso verticale; una lama di mattoni che davvero ignoro come possa stare ancora in piedi. Poi su la cerniera del gilet e si scende: da vero uomo, a meno di un km dalla vetta già comincio a battere i denti ed a muovere le dita nei guanti di pile, logori, per evitarne il congelamento. Non mi risparmio il censimento di tutti i santi del calendario, anche se nessuno puù sentirmi... Luca è appena avanti, mi aspetta per misericordia; Isacco, per vendicare l'onta della presa in giro, sarà già rotolato a fondovalle, impegnato nel rituale spogliarello di fine discesa, sul ciglio della strada che porta al Colle di Nava.
Com'è possibile, si domanda Luca, che una persona che vive ad Entracque, ai piedi dei monti, al freddo ed al gelo per 364 giorni l'anno, con i piedi nella neve, abbia tanta paura dei rigori in bici? E, aggiungo io, com'è possibile che uno scialpinista sia così sensibile alle temperature sotto i venti gradi? Mistero della fede, gli porremo la domanda quando ci avrà raggiunti. Nel frattempo, spietatamente, Luca ed io arriviamo a fondovalle, ci fiondiamo lungo la statale e lasciamo il misero individuo a metà, con una manica della giacca ancora infilata e l'altra no. Con studiata fetenzia, diamo vita ad una galoppata che per Luca, davanti a tirare, rappresenta una passeggiata di piacere, ma per me, dietro al gancio, è un'esperienza extrasensoriale ad un passo dall'oltretomba; già vedo Belzebù che si prepara ad accogliermi a braccia aperte, dopo la mia dipartita per asfissia.
Purtroppo la mia gloriosa fuga dura poco... L'Abominevole Uomo delle Nevi inesorabilmente si riavvicina. Senza fatica, tra l'altro, accidenti a lui. Non può restituirmi il favore, solo perché siamo già nei pressi del bivio: a Priola via, a destra, salita in direzione di Viola, via Canova, poco più di una mulattiera asfaltata, che persino Google Maps si rifiuta di prendere in considerazione. I due colleghi, sulle rampe feroci di questa trappola, si dileguano in un attimo; del resto, Luca è reduce da una stagione di granfondo sfavillante, e Isacco... Beh, ha una bici tremendamente tamarra, ma che evidentemente dà i suoi bravi vantaggi. Mi rassegno alla solitudine e rimpiango un po' il lettore Mp3. Anche qui, lo scenario non cambia: nebbia,umidità che appiccica i vestiti alla pelle, fiato corto, sembra di respirare acqua; eppure, ancora quella luce strana, il giallo acceso delle foglie, il tappeto di ricci delle castagne, la terra scura, gonfia d'acqua, che di tanto in tanto scivola sulla strada e lascia scoperti complicati intrecci di radici. Fruscii improvvisi di qualche animale, forse cinghiali. La nebbia attenua i rumori del fondovalle; si sente persino lo schiocco leggero della foglia che cade su un'altra foglia. E se non la smetto di guardarmi intorno, va a finire che infilo la ruota in qualche buca, qui dove la strada sembra una groviera, e mi ribalto. Quasi mi sorprendo quando ritrovo le sagome dei due compari, fermi all'incrocio. Si svolta a sinistra e la salita prosegue verso l'abitato di Viola, mentre Isacco studia una strategia di attacco nei confronti del buon Luca che contempla uno scatto in avanti... Ed il passaggio sul bus. "Ho studiato gli orari", assicura.
Breve ma gelida ed insidiosa discesa tra bosco e poche case disperse nel nulla: che invidia per chi vive qui; di sicuro i Testimoni di Geova, la domenica mattina, non ci arrivano. Curve e controcurve che prendo con la solita, per così dire, cautela; la strada è umida, per giunta a tratti ricoperta di fogliame. E fa un freddo boia: non si può dire che l'Abominevole abbia tutti i torti, a vestirsi come l'Omino Michelin. Già, ma poi di lì a poco la strada riprende a salire, e per me è sufficiente tirare giù la cerniera del gilet... Si arriva a Saint Grée. Ricordo di aver letto su qualche giornale, tempo fa, la storia dei trascorsi sciistici di queste zone, conclusa nel più misero dei modi; ne sono testimonianza i casermoni orrendi e vuoti, gli impianti all'abbandono. A proposito del nome, Saint Grée, se non ricordo male, l'articolo narrava che la località si chiamasse semplicemente "San Grato", ma evidentemente qualcuno aveva pensato che tale nome fosse troppo provincialotto, non abbastanza esotico. Bell'affare.
Altra lunga discesa verso Pamparato. Con l'incubo di ciò che mi attende... Il "falsopiano". La salita al Colle Casotto, che, non so perché, dà l'impressione di non salire mai, eppure sale, impercettibilmente sale. Oggi però la soffro meno, sarà l'allegria. Per quel poco che riesco a godere della loro compagnia, Luca ed Isacco mi fanno sbellicare dalle risate. Così si dimentica anche la fatica! Però, a dispetto della mia fama di trattore che non si ferma mai, invoco una cioccolata calda a Garessio: non è tanto la fame, ma questa umidità tremenda che ti fa entrare il freddo fin nelle ossa. I piedi, quelli li ho scordati da un po'.
L'Abominevole risale alle mie spalle: "Vedo un culone enorme davanti a me!", guardalo qui il furbetto... Lo lascio affiancare, lo guardo in faccia: "Ed io ne vedo uno di fianco!". Luca, che è una personcina seria, è già avanti...
Nella mia ritrovata solitudine, scruto la sagoma della montagna per capire quando sarò nei pressi del colle. E' antipatica, questa salita, antipaticissima, è noiosa e non finisce mai. Ma è indispensabile per il giro. Peccato solo che la nebbia non molli mai, nemmeno quassù. Quasi quasi, ho un po' di appetito...
Luca mi viene incontro verso la fine dell'ascesa; tanto, l'altro elemento è dinuovo lì che si imbacucca, ne avrà per un po'. Lo sorpasso sprezzante, tirando su la cerniera, da vero uomo; mi risorpassa di lì a poco, l'unico ciclista di mia conoscenza che, in bici in curva in discesa, riesce a prodursi in un mirabile gesto dell'ombrello. Ocio che tra un po' torni su sul muso di un TIR!
Giù a Garessio arrivo con un principio di congelamento in corso. Fortuna che i miei colleghi sono abbastanza corruttibili: accettano di buon grado la pausa bar. Mezzi ibernati, ci fiondiamo nel primo locale aperto a quest'ora, più o meno l'ora di pranzo, credo. Alla TV passa un servizio su un'attrice, almeno credo sia un'attrice, un gran pezzo di gnoccolona bionda; l'Abominevole le fa il verso, con la voce in falsetto: "Sì, io mi interesso di fisica teorica...". Dopodiché ci rende edotti della sua precisa esigenza in fatto di donne: colei che ambisse al privilegio di essere la sua dolce metà, dovrebbe per l'appunto interessarsi di fisica teorica. Forse questo spiega i suoi venticinque lunghi anni di vita monacale. Io ho meno pretese, basta che respiri... Sull'onda di siffatte disquisizioni filosofiche, mi godo la cioccolata calda fumante, mentre i due Compagni di Merende, impermeabili alle tentazioni del palato, sorseggiano un tristissimo the.
Difficile mostrare entusiasmo all'idea di ributtarsi fuori, al gelo, ma s'ha da fare. Più si indugia, peggio è. Quindi, via, in sella, destinazione Colle del Quazzo, che povero lui, deve aver combinato qualche sgarbo mica da ridere a chi gli ha affibbiato il nome! Saranno sei, sette km di salita più o meno impegnativa, bella, a dispetto del suo nome. Anche qui, nebbia: ormai mi parrebbe strano se spuntasse il sole. Dev'essere una costante, in questa valle. Chiome e tronchi che sfumano nella foschia; due, tre auto di passaggio. La quarta salita della giornata. Si scende poi a Calizzano, uno dei luoghi più gelidi che io conosca, forse dopo la vicina Millesimo. Luca mi aspetta in discesa, ha pietà di me; quando giungiamo alle prime case del paese, di Isacco nessuna traccia. Sparito nel nulla. Che sia stato vittima di qualche energumeno? A furia di esibirsi nello spogliarello alla fine di ogni discesa, avrà attirato attenzioni particolari... L'agghiacciante ipotesi si fa più reale man mano che procediamo in direzione del casello autostradale, lungo la strada che porta al Colle dei Giovetti e, dall'altra parte della vallata, a Bagnasco; volatilizzato. Possibile che abbia sbagliato strada? No: lo ritroviamo appena la nostra via torna a salire.
Deviazione a sinistra, per Vetria: di questa strada non ricordo nulla, se non che ci sono già passata. Lungo tratto in falsopiano in mezzo alle cascine, su un asfalto dall'aspetto un po' precario; un'altra mulattiera, cani che latrano. Sembra ancora più buio sul fondo di questa valle; sembra che da un momento all'altro debbano aprirsi le cateratte del cielo. Quando poi la strada decide di salire, lo fa sul serio, a tornanti secchi ed impegnativi; qui sì che la fatica comincia a sentirsi. La fame, soprattutto. Credo che la cioccolata sia già stata metabolizzata, assorbita, consumata... Ma non è il momento di pensare alle esigenze terrene; stringo i denti e continuo a salire, con un po' di fiacca. Dai Gian, è solo un'impressione. E' quasi finita. Poi la planata su Priola: una bella discesa anche qui a tornanti, un fondo discreto, il paese che pian piano si delinea nella foschia.
Ritrovo i due fuggiaschi all'incrocio con la strada statale della Valle Tanaro. Tocca spendere qualche chilometro di pianura: io ci provo, a tenere un'andatura decente, anche se Isacco, vedendomi passare, insinua che io abbia la femminilità di un carro armato. Come dargli torto? Il guaio è che mancano le forze e le gambe. La breve risalita di Bagnasco, roba che un passista nemmeno considera, stronca i miei luminosi propositi di velocità. Meno male che il bivio è vicino. Ovviamente a Ceva non si torna via statale, manco a pensarci. Si risale a Battifollo, chi mi ama mi segua: obbedienti, i Compagni di Merende svoltano pure loro, mossi credo più da terrore che da amore. Isacco parte a razzo e se ne va. Luca, che del resto è per sua stessa ammissione in fase di riposo, rallenta e mi aspetta. Io scarto frenetica una barretta: la fame ormai non ammette più repliche né temporeggiamenti. Ne sbrano metà con la voracità di un caimano; basta questo per convincermi che sto già meglio. Almeno, non barcollo più. Certo, un trancio di pizza Margherita sarebbe più appetitoso, ma tant'è. Quattro o cinque chilometri di pazienza, prima di rivedere, nel grigio, la sagoma più scura della torre a metà di Battifollo; salita blanda che però mi costa una gran fatica. Sono un po' cotta, ecco. O forse sono anziana, ormai. Conto i chilometri sui cartelli a lato strada, pessimo segno.
In mezzo al paese, ci ricongiungiamo ancora una volta. Poi giù, sei o sette chilometri di discesa in cui al freddo dell'umidità si aggiunge quello del giorno che finisce, della poca luce che pian piano se ne va. Muovo le dita intorno ai freni per impedire che s'irrigidiscano; le orecchie, nonostante la fascia, sono gelate. I piedi... Mamma mia, non oso pensare che sarà di loro quando avrò levato le scarpe. Freddo e tremori, tanto che il cavalcavia appena prima di Ceva è una breve ma profondissima soddisfazione, per non parlare della fumata nera di un trattore che viaggia in direzione opposta, che mi avvolge e riscalda le gambe. L'ultimissima risalita verso il parcheggio è un pianto: manco fosse il Mortirolo... Circa 140 km e 3.500 m di dislivello, sentenzia Luca, che ovviamente, con i suoi andirivieni in cima ai colli, ha racimolato qualcosa di più: non male, per essere al 31 di ottobre. Ci si congeda: Luca, finiti i tre giorni di riposo stagionale, tornerà ad essere irreperibile ed irraggiungibile. Isacco invece tornerà a sopportarmi la prossima settimana: due giorni di viaggio lunghissimo fino a Tarquinia e la sfida della 100 km degli Etruschi. Voglio che questa settimana voli!
Bando alla malinconia: mi sposto sul piazzale stabilito per l'appuntamento, giusto di fronte all'ospedale di Ceva. Poco dopo, arrivano i due piccioncini: Isacco e, con qualche minuto di svantaggio, anche Luca, quest'ultimo in piena fase di recupero di fine stagione. Fase che durerà, si e no, tre giorni... Ancora paziente attesa per lo strip di Isacco, che ovviamente deve passare dall'abito borghese a quello sportivo. Cielo plumbeo d'ordinanza, umidità a livelli da vertigine: forse la temperatura non è così bassa, ma una cosa è certa, qui si iberna. Infatti, la partenza in discesa è un trauma: breve, per fortuna, ma da mozzare il fiato. Le mie dita si congelano nei guanti di pile, lisi e ben poco isolanti, che ho portato per la giornata: in realtà, ho provato a cercare i guanti seri, ma chissà dove sono sepolti in quell'immenso ginepraio che è casa mia. Li troverò, quando avrò smesso di cercarli, chissà, magari dentro la pentola a pressione o forse in mezzo alle scarpe, nello sgabuzzino, o nel mobiletto dei detersivi.
Quando l'eco dell'imprecazione di Isacco, sorpreso dal rigore della stagione, si spegne, siamo alla rotonda, alla fine della breve discesa. O meglio: io sono alla rotonda... I due compari sono già molto, molto più avanti di me. Rassegnati all'attesa, perché a me basta una minima pendenza favorevole alla forza di gravità, per rimediare un distacco abissale.
Mi aspettano, i due, giusto il tempo necessario a superare tuttii i bivi in uscita da Ceva: giustamente, non ripongono alcuna fiducia nel mio senso dell'orientamento e non hanno alcuna voglia di passare il resto del sabato impegnati nella ricerca dei dispersi. Poi, s'involano. Li perdo già sul primo cavalcavia: dieci metri, venti, cento metri e via, non li vedo più.
Per fortuna, oggi è una buona giornata. Nonostante la nebbia. In fondo, poi, un raggio di sole ogni tanto ce la fa, anche se arriva fin giù soffuso, sfocato. Le gambe girano che è un piacere: sarà l'entusiasmo... Oggi ho una gran voglia di bici. Più del solito. Una sorta di euforia: ma sarà poi stato proprio zucchero, quello che ho sciolto nel cappuccino? La pendenza è costante e tutt'altro che severa; quel che si dice una salita "pedalabile". Mi lascio prendere la mano, anzi il piede; le ruote scorrono su un tappeto di foglie umide, viscide, mentre m'infilo in un interminabile tunnel dai colori violenti, nonostante la nebbia: tutte le sfumature del giallo, luminose, quasi da dare l'impressione che l'ambiente brilli di luce propria; intrecci di rami e chiome ancora folte, all'ultimo alito di vita per questa stagione; contorni sfocati, come tratti di pastello. Avere qui una buona macchina fotografica, e soprattutto un buon occhio... Ma nessuno crederebbe che le tinte della foto siano naturali.
Una coppia di anziani cercatori di funghi, appena scesa dall'auto altrettanto secolare, s'incammina verso il bosco con le ceste per la raccolta. Il guaio è che io ho già sentito qualche fucilata, nemmeno poi così lontana... Chissà se il fungaiolo, da lontano, può più o meno somigliare ad un cinghiale?
La ricordavo più vicina, Battifollo. Questa salita non finisce più... Vero che non è dura, ma proprio per questo l'ho attaccata con brio, e la benzina, ahimè, è già agli sgoccioli! Avrei voluto arrivar su baldanzosa con il sorriso, invece rischio di arrivarci con la lingua che s'impiglia nei raggi.
Finalmente la rotonda. Luca fermo in paziente attesa; Isacco, un po' più in là, intento nella prima delle innumerevoli, lunghissime opere di vestizione e svestizione dell'infermo a cui assisteremo durante l'intero itinerario. Il freddo in discesa? Puah, roba da mammolette. Giusto il tempo di cercare con gli occhi la torre del paese, o meglio, quel che ne resta: un macabro vessillo, ancor più inquietante nel grigio della nebbia, una torre a metà, ma ridotta a metà nel senso verticale; una lama di mattoni che davvero ignoro come possa stare ancora in piedi. Poi su la cerniera del gilet e si scende: da vero uomo, a meno di un km dalla vetta già comincio a battere i denti ed a muovere le dita nei guanti di pile, logori, per evitarne il congelamento. Non mi risparmio il censimento di tutti i santi del calendario, anche se nessuno puù sentirmi... Luca è appena avanti, mi aspetta per misericordia; Isacco, per vendicare l'onta della presa in giro, sarà già rotolato a fondovalle, impegnato nel rituale spogliarello di fine discesa, sul ciglio della strada che porta al Colle di Nava.
Com'è possibile, si domanda Luca, che una persona che vive ad Entracque, ai piedi dei monti, al freddo ed al gelo per 364 giorni l'anno, con i piedi nella neve, abbia tanta paura dei rigori in bici? E, aggiungo io, com'è possibile che uno scialpinista sia così sensibile alle temperature sotto i venti gradi? Mistero della fede, gli porremo la domanda quando ci avrà raggiunti. Nel frattempo, spietatamente, Luca ed io arriviamo a fondovalle, ci fiondiamo lungo la statale e lasciamo il misero individuo a metà, con una manica della giacca ancora infilata e l'altra no. Con studiata fetenzia, diamo vita ad una galoppata che per Luca, davanti a tirare, rappresenta una passeggiata di piacere, ma per me, dietro al gancio, è un'esperienza extrasensoriale ad un passo dall'oltretomba; già vedo Belzebù che si prepara ad accogliermi a braccia aperte, dopo la mia dipartita per asfissia.
Purtroppo la mia gloriosa fuga dura poco... L'Abominevole Uomo delle Nevi inesorabilmente si riavvicina. Senza fatica, tra l'altro, accidenti a lui. Non può restituirmi il favore, solo perché siamo già nei pressi del bivio: a Priola via, a destra, salita in direzione di Viola, via Canova, poco più di una mulattiera asfaltata, che persino Google Maps si rifiuta di prendere in considerazione. I due colleghi, sulle rampe feroci di questa trappola, si dileguano in un attimo; del resto, Luca è reduce da una stagione di granfondo sfavillante, e Isacco... Beh, ha una bici tremendamente tamarra, ma che evidentemente dà i suoi bravi vantaggi. Mi rassegno alla solitudine e rimpiango un po' il lettore Mp3. Anche qui, lo scenario non cambia: nebbia,umidità che appiccica i vestiti alla pelle, fiato corto, sembra di respirare acqua; eppure, ancora quella luce strana, il giallo acceso delle foglie, il tappeto di ricci delle castagne, la terra scura, gonfia d'acqua, che di tanto in tanto scivola sulla strada e lascia scoperti complicati intrecci di radici. Fruscii improvvisi di qualche animale, forse cinghiali. La nebbia attenua i rumori del fondovalle; si sente persino lo schiocco leggero della foglia che cade su un'altra foglia. E se non la smetto di guardarmi intorno, va a finire che infilo la ruota in qualche buca, qui dove la strada sembra una groviera, e mi ribalto. Quasi mi sorprendo quando ritrovo le sagome dei due compari, fermi all'incrocio. Si svolta a sinistra e la salita prosegue verso l'abitato di Viola, mentre Isacco studia una strategia di attacco nei confronti del buon Luca che contempla uno scatto in avanti... Ed il passaggio sul bus. "Ho studiato gli orari", assicura.
Breve ma gelida ed insidiosa discesa tra bosco e poche case disperse nel nulla: che invidia per chi vive qui; di sicuro i Testimoni di Geova, la domenica mattina, non ci arrivano. Curve e controcurve che prendo con la solita, per così dire, cautela; la strada è umida, per giunta a tratti ricoperta di fogliame. E fa un freddo boia: non si può dire che l'Abominevole abbia tutti i torti, a vestirsi come l'Omino Michelin. Già, ma poi di lì a poco la strada riprende a salire, e per me è sufficiente tirare giù la cerniera del gilet... Si arriva a Saint Grée. Ricordo di aver letto su qualche giornale, tempo fa, la storia dei trascorsi sciistici di queste zone, conclusa nel più misero dei modi; ne sono testimonianza i casermoni orrendi e vuoti, gli impianti all'abbandono. A proposito del nome, Saint Grée, se non ricordo male, l'articolo narrava che la località si chiamasse semplicemente "San Grato", ma evidentemente qualcuno aveva pensato che tale nome fosse troppo provincialotto, non abbastanza esotico. Bell'affare.
Altra lunga discesa verso Pamparato. Con l'incubo di ciò che mi attende... Il "falsopiano". La salita al Colle Casotto, che, non so perché, dà l'impressione di non salire mai, eppure sale, impercettibilmente sale. Oggi però la soffro meno, sarà l'allegria. Per quel poco che riesco a godere della loro compagnia, Luca ed Isacco mi fanno sbellicare dalle risate. Così si dimentica anche la fatica! Però, a dispetto della mia fama di trattore che non si ferma mai, invoco una cioccolata calda a Garessio: non è tanto la fame, ma questa umidità tremenda che ti fa entrare il freddo fin nelle ossa. I piedi, quelli li ho scordati da un po'.
L'Abominevole risale alle mie spalle: "Vedo un culone enorme davanti a me!", guardalo qui il furbetto... Lo lascio affiancare, lo guardo in faccia: "Ed io ne vedo uno di fianco!". Luca, che è una personcina seria, è già avanti...
Nella mia ritrovata solitudine, scruto la sagoma della montagna per capire quando sarò nei pressi del colle. E' antipatica, questa salita, antipaticissima, è noiosa e non finisce mai. Ma è indispensabile per il giro. Peccato solo che la nebbia non molli mai, nemmeno quassù. Quasi quasi, ho un po' di appetito...
Luca mi viene incontro verso la fine dell'ascesa; tanto, l'altro elemento è dinuovo lì che si imbacucca, ne avrà per un po'. Lo sorpasso sprezzante, tirando su la cerniera, da vero uomo; mi risorpassa di lì a poco, l'unico ciclista di mia conoscenza che, in bici in curva in discesa, riesce a prodursi in un mirabile gesto dell'ombrello. Ocio che tra un po' torni su sul muso di un TIR!
Giù a Garessio arrivo con un principio di congelamento in corso. Fortuna che i miei colleghi sono abbastanza corruttibili: accettano di buon grado la pausa bar. Mezzi ibernati, ci fiondiamo nel primo locale aperto a quest'ora, più o meno l'ora di pranzo, credo. Alla TV passa un servizio su un'attrice, almeno credo sia un'attrice, un gran pezzo di gnoccolona bionda; l'Abominevole le fa il verso, con la voce in falsetto: "Sì, io mi interesso di fisica teorica...". Dopodiché ci rende edotti della sua precisa esigenza in fatto di donne: colei che ambisse al privilegio di essere la sua dolce metà, dovrebbe per l'appunto interessarsi di fisica teorica. Forse questo spiega i suoi venticinque lunghi anni di vita monacale. Io ho meno pretese, basta che respiri... Sull'onda di siffatte disquisizioni filosofiche, mi godo la cioccolata calda fumante, mentre i due Compagni di Merende, impermeabili alle tentazioni del palato, sorseggiano un tristissimo the.
Difficile mostrare entusiasmo all'idea di ributtarsi fuori, al gelo, ma s'ha da fare. Più si indugia, peggio è. Quindi, via, in sella, destinazione Colle del Quazzo, che povero lui, deve aver combinato qualche sgarbo mica da ridere a chi gli ha affibbiato il nome! Saranno sei, sette km di salita più o meno impegnativa, bella, a dispetto del suo nome. Anche qui, nebbia: ormai mi parrebbe strano se spuntasse il sole. Dev'essere una costante, in questa valle. Chiome e tronchi che sfumano nella foschia; due, tre auto di passaggio. La quarta salita della giornata. Si scende poi a Calizzano, uno dei luoghi più gelidi che io conosca, forse dopo la vicina Millesimo. Luca mi aspetta in discesa, ha pietà di me; quando giungiamo alle prime case del paese, di Isacco nessuna traccia. Sparito nel nulla. Che sia stato vittima di qualche energumeno? A furia di esibirsi nello spogliarello alla fine di ogni discesa, avrà attirato attenzioni particolari... L'agghiacciante ipotesi si fa più reale man mano che procediamo in direzione del casello autostradale, lungo la strada che porta al Colle dei Giovetti e, dall'altra parte della vallata, a Bagnasco; volatilizzato. Possibile che abbia sbagliato strada? No: lo ritroviamo appena la nostra via torna a salire.
Deviazione a sinistra, per Vetria: di questa strada non ricordo nulla, se non che ci sono già passata. Lungo tratto in falsopiano in mezzo alle cascine, su un asfalto dall'aspetto un po' precario; un'altra mulattiera, cani che latrano. Sembra ancora più buio sul fondo di questa valle; sembra che da un momento all'altro debbano aprirsi le cateratte del cielo. Quando poi la strada decide di salire, lo fa sul serio, a tornanti secchi ed impegnativi; qui sì che la fatica comincia a sentirsi. La fame, soprattutto. Credo che la cioccolata sia già stata metabolizzata, assorbita, consumata... Ma non è il momento di pensare alle esigenze terrene; stringo i denti e continuo a salire, con un po' di fiacca. Dai Gian, è solo un'impressione. E' quasi finita. Poi la planata su Priola: una bella discesa anche qui a tornanti, un fondo discreto, il paese che pian piano si delinea nella foschia.
Ritrovo i due fuggiaschi all'incrocio con la strada statale della Valle Tanaro. Tocca spendere qualche chilometro di pianura: io ci provo, a tenere un'andatura decente, anche se Isacco, vedendomi passare, insinua che io abbia la femminilità di un carro armato. Come dargli torto? Il guaio è che mancano le forze e le gambe. La breve risalita di Bagnasco, roba che un passista nemmeno considera, stronca i miei luminosi propositi di velocità. Meno male che il bivio è vicino. Ovviamente a Ceva non si torna via statale, manco a pensarci. Si risale a Battifollo, chi mi ama mi segua: obbedienti, i Compagni di Merende svoltano pure loro, mossi credo più da terrore che da amore. Isacco parte a razzo e se ne va. Luca, che del resto è per sua stessa ammissione in fase di riposo, rallenta e mi aspetta. Io scarto frenetica una barretta: la fame ormai non ammette più repliche né temporeggiamenti. Ne sbrano metà con la voracità di un caimano; basta questo per convincermi che sto già meglio. Almeno, non barcollo più. Certo, un trancio di pizza Margherita sarebbe più appetitoso, ma tant'è. Quattro o cinque chilometri di pazienza, prima di rivedere, nel grigio, la sagoma più scura della torre a metà di Battifollo; salita blanda che però mi costa una gran fatica. Sono un po' cotta, ecco. O forse sono anziana, ormai. Conto i chilometri sui cartelli a lato strada, pessimo segno.
In mezzo al paese, ci ricongiungiamo ancora una volta. Poi giù, sei o sette chilometri di discesa in cui al freddo dell'umidità si aggiunge quello del giorno che finisce, della poca luce che pian piano se ne va. Muovo le dita intorno ai freni per impedire che s'irrigidiscano; le orecchie, nonostante la fascia, sono gelate. I piedi... Mamma mia, non oso pensare che sarà di loro quando avrò levato le scarpe. Freddo e tremori, tanto che il cavalcavia appena prima di Ceva è una breve ma profondissima soddisfazione, per non parlare della fumata nera di un trattore che viaggia in direzione opposta, che mi avvolge e riscalda le gambe. L'ultimissima risalita verso il parcheggio è un pianto: manco fosse il Mortirolo... Circa 140 km e 3.500 m di dislivello, sentenzia Luca, che ovviamente, con i suoi andirivieni in cima ai colli, ha racimolato qualcosa di più: non male, per essere al 31 di ottobre. Ci si congeda: Luca, finiti i tre giorni di riposo stagionale, tornerà ad essere irreperibile ed irraggiungibile. Isacco invece tornerà a sopportarmi la prossima settimana: due giorni di viaggio lunghissimo fino a Tarquinia e la sfida della 100 km degli Etruschi. Voglio che questa settimana voli!
giovedì 29 ottobre 2009
25 ottobre 2009 - Lafuma Trail del Monte Casto
"Non ho voglia, non ho proprio voglia". Da una settimana a questa parte, il mio sport preferito è la lamentela. Una lagna continua, una litanìa che risuona solo entro la spessa corazza della mia scatola cranica: non ho voglia. So già quale ovvia risposta riceverei, se solo provassi a rendere partecipe qualcun altro, a casa, del mio tormento interiore: "Se non hai voglia, stai a casa, no? Chi te lo fa fare?". Gretti materialisti, non possono capire. E' tutta colpa del meteo, dei giorni uggiosi di pioggia, del freddo che si ficca nelle ossa ed è ancora più freddo, se le nuvole tengono in ostaggio i raggi del sole. Odio il freddo, l'inverno, i maglioni, i cappotti, le tazzone di the bollente da trangugiare nel vano tentativo di scampare alla morte per congelamento; odio scostare le coperte al mattino ed affrontare i rigori della Siberia in appartamento; odio persino fare la doccia, perché tocca svestirsi, quando io avrei bisogno di una seconda pelle di lana e magari di una terza in Goretex, da indossare da ottobre ad aprile. Perché il mio cagnone mette su la livrea invernale ed io no?
Mi inquieta la prospettiva di una domenica pari all'intera settimana, di pioggia, di freddo, di disagio, di fango. E il pensiero della sveglia alle tre, tre e mezza, con il minimo conforto del ritorno dell'ora solare. Un'ora in più di sonno, magra consolazione. Anzi, altro che consolazione: il cambio d'ora manda in tilt il mio povero neurone, gli sottrae ogni stilla di energia nel tentativo di decidere l'ora a cui puntare la sveglia. Il cellulare si cambierà l'ora da solo oppure no? E la radiosveglia? Di sei mesi in sei mesi, non mi ricordo mai. Come la punto 'sta benedetta sveglia? E poi, quando trillerà, come faccio ad essere proprio sicura di che ora sarà? Meno male che Matteo viene in soccorso del neurone agonizzante: "Dai, alla peggio ci svegliamo un'ora troppo presto". E provvede a sistemare l'allarme del suo cellulare: va bene, mi fido. Tanto non ho voglia. Se anche noi si restasse addormentati, non sarebbe poi quel gran dramma. Per me. Per lui no, sarebbe una tragedia, una sciagura di proporzioni bibliche; a quanto pare, il Trail del Casto rappresenta un momento cruciale della sua carriera di corridore, destinato a cambiare per sempre la sua esistenza.... Almeno, credo, a giudicare da quanto ci tiene. Ogni tanto dimentico di quanto fossero tormentose le notti che precedevano le gare ai miei esordi ciclistici e podistici. Ma è acqua passata da un pezzo! Ormai ho conquistato una flemma che neanche il Buddha...
Al trillo del cellulare, non riesco a replicare altro che un muggito. Ormai non ho scelta, posso solo lasciarmi trasportare dagli eventi. Il bagaglio è già pronto da ieri sera: zainetto con portafoglio, giacca, borraccia e pappatoria. Sul divano, l'abbigliamento da indossare per la gara: anche lì, una sofferenza, buttarsi addosso canotta e maglia fredde. Colazione da trangugiare come le oche; nella borsa del cambio d'abito per il dopo gara precipita anche, in extremis, un quadrato di cioccolato Ritter al latte. Servirà come "richiamino" prima del via. Poco dopo le quattro siamo già in viaggio: Matteo non sta più nella pelle. Ben lieta di non dover guidare, io mi imbozzolo sul sedile, arrotolata nel vecchio giubbetto di pile che porta i segni secolari dei miei pasti distratti seduta al computer; lascio scorrere i chilometri senza entusiasmo, rintronata dal sonno e dal buio. Il mio compare si strugge nell'angoscia della corsa; teme di non rientrare nei primi cinquanta classificati, povero lui.,.. Il mio problema è portare il fondoschiena a superare l'arco di arrivo, possibilmente entro il tempo massimo; però, oggi nemmeno questo obiettivo riesce a scuotermi dalla catalessi. Sono quarantasei km di sentiero e poco più di duemila metri di dislivello in salita; nulla di che, se non fosse che il tempo massimo concesso è di otto ore. Poche, pochissime per le mie possibilità: significa una media dei sei km all'ora, circa. Significa che bisogna correre, ed io ho tutto fuorché voglia di correre. Non amo la corsa su sentiero; squinternata come sono, ci rischio la cotenna. Lo schianto faccia a terra è sempre in agguato! E poi oggi non sono nemmeno in vena di far fatica. Una bella passeggiata, ecco cosa ci vorrebbe.
Uno spicchio di luna accompagna il nostro arrivo ad Andorno Micca, poco a nord di Biella, al campo sportivo La Salute. Non sono ancora le sei: riusciamo a trovare un buon parcheggio per l'ingombrante furgone di Matteo. Già nel breve tragitto verso il locale ove sono distribuiti i pettorali, sono bersaglio di un bel po' di saluti e pacche sulle spalle: son questi i momenti in cui vorrei sprofondare... Perché, se qualcuno ormai è volto noto, altri dovrebbero esserlo ma non lo sono affatto; per quanto scavi nella mia memoria, non riesco a ricordare nomi né volti. Il bello è che, senza dubbio, con tutti costoro ho già scambiato qualche parola in qualche gara, diviso un po' di chilometri e fatica; eppure... Nulla, il buio, più buio nella testa che fuori, all'aperto. Che figura da imbecille: meritatissima del resto!
Tra i personaggi indaffarati nella consegna dei pettorali, trovo il buon "Mulo": colui che mi ha fatto conoscere l'esistenza della 100 km Torino Saint Vincent! La gioia di quella straordinaria esperienza la devo, in primis, a lui. Quando mi fa i complimenti per la prestazione, beh, mi spunta sulle terga un'enorme variopinta ruota di pavone...
Il furgone di Matteo è comodissimo per poltrire ancora un po', in attesa delle sette, ora del via. Del campanile si vede solo il quadrante illuminato; il resto è ancora buio pesto. Attacco il cioccolato, mentre il mio compare, più virtuoso, fagocita la pasta che si è portato dietro nel solito contenitore di plastica. Tutt'intorno fervono i preparativi; il parcheggio si riempe, brulica di vita. Il colore del cielo, alla mia sinistra, cambia repentino dal nero più profondo ad uno squarcio di blu intenso, segno che l'aria è limpida... E che si preannuncia una splendida giornata. Anche se il freddo è pungente ed io ho sempre meno voglia di abbandonare il mio bozzolo. Ormai rinuncio persino a zittire Matteo: lascio che frigni e si disperi... Da uno che più volte ha conquistato i primi posti delle classifiche di varie corse di tutto rispetto, dover subire la litanìa dell'autocommiserazione, "Non ce la faccio, arrivo indietro, qui sono tutti forti", e via dicendo, mi dà ai nervi; l'istinto suggerirebbe di mandarlo al diavolo. Anche perché io stessa, che pure faccio delle mie avventure sportive la mia più bella ragione di vita, credo che conti solo l'esperienza da vivere. Che poi si arrivi alla fine presto o tardi, in tempo o fuori tempo, non è di fondamentale importanza. Quindi, tutto quel che mi viene di rispondere a chi teme di non essere tra i primi cinquanta classificati è una domanda: "E se anche non ci rientri, cosa cambia?". Elementare Watson: nulla... Freno i nervi, conto fino a ventisettemiladuecentotre e rinuncio alla discussione. Non è un valido motivo per litigare.
Quando la massa informe dei corridori sparpagliati si raccoglie in un'unica onda che corre verso l'ingresso del campo da calcio, Matteo ed io decidiamo che è proprio ora di muoversi. Il marrano mi ha persino sequestrato il buono pasto: non si sa mai, io corro il rischio di perderlo... Sa benissimo che il più delle volte, a fine gara, io salto il pasta party; in quel caso, a lui toccherà doppia razione di rancio. Ergo, si premunisce: come dargli torto? Già durante il breve discorso introduttivo dell'organizzatore, Matteo è in piena trance agonistica. Lo sguardo vitreo, perso nel vuoto. A pochi istanti dal via, già scalpita in primissima fila: lo rivedrò solo tra parecchie ore.
Finalmente la folla si mette in movimento. Meno male: ancora qualche minuto di immobile attesa e sarei ibernata. Si parte sull'asfalto, corricchiando e chiacchierando, almeno nelle retrovie. Ancora poco convinta, nonostante il sole che splende limpidissimo, parto tuttavia di gran carriera, per evitare, se possibile, di ruzzolare subito in fondo, ad anni luce di distanza da chi mi precede. Non è una preoccupazione di classifica, bensì di natura molto pratica; ho timore di sbagliare strada, se non dovessi più vedere nessuno davanti a me! L'itinerario è bel segnalato da frecce color arancione per terra, e pallini arancioni su pietre, muri, tronchi d'albero.
Il cuoricino reagisce bene al via. Le gambe, pure, almeno all'apparenza. Si va al trotto sull'asfalto, tra le case, con un po' di fatica per i tratti in salita; abitato, sentiero e poi ancora abitato, la frazione Piane di Locato. E lo sapevo, io: è bastato partire, vedere in alto i primi raggi del sole, per dissipare la nebbia di paturnie e svogliatezza che mi ha tenuto compagnia fino a poco fa. La giornata non potrebbe essere più bella: aria frizzante, luce violenta, limpidissima, che disegna una linea di confine molto netta tra ombra ed aree già raggiunte dai raggi del sole, sui pendii erbosi e sulle chiome degli alberi. Il contrasto nitido della stagione autunnale. Colori e suoni sono quelli dell'autunno inoltrato, il giallo ed il crepitio delle foglie secche sotto le scarpe.
La prima salita conduce al Monte Casto: anche se, a dire il vero, non mi sembra così evidente il fatto di essere in cima ad un monte. In compenso, resto a bocca aperta alla vista del panorama meraviglioso: questo no, proprio non me l'aspettavo. Eppure c'è qualcosa di strano: siamo appena oltre quota mille metri, ma questi pascoli e questi declivi erbosi mi danno l'impressione di alta montagna; insomma, immagini così dovrebbero vedersi più in su... Salgo di buon passo ed in silenzio, faccio finta di non sentire i lamenti del ginocchio destro che strepita ogni volta che l'appoggio e ci carico il mio dolce peso. Che diavolo gli succede adesso? Ovvio che il pensiero corre subito ai menagramo che mi hanno preannunciato sciagure dalla mia ostinazione a correre su asfalto... Vuoi vedere che hanno ragione loro? Ma no, non sia mai. Questo dolore è solo un'impressione. Avanti tutta.
Un breve tratto di discesa, per mia fortuna facile, porta al primo ristoro: quindi, se la memoria non m'inganna, qui siamo al km 7. Ho una gran voglia di Coca Cola: infatti, confesso senza pudore tra le risate dei volontari, "Io partecipo a queste corse solo per i ristori!". E qui ne vale davvero la pena; c'è grande abbondanza di leccornie. La mia scelta cade su un'appetitosa fetta di crostata, che trangugio a mo' di oca proseguendo la discesa. Si torna all'ombra, si scende lungo una strada sterrata ampia, abbastanza facile da percorrere al trotto. Di lì a poco, il bosco si apre, scompare, lascia il posto ad un prato e scopre alla vista un quadretto da favola, da cartolina: due alpeggi, bellissime costruzioni in legno e pietra, con il recinto in legno e qualche vecchio attrezzo da lavoro accatastato intorno, tendine alle finestre, anche se non sembra esserci qualcuno qui, oggi. Ci passiamo in mezzo: piovono espressioni di meraviglia. Proprio non me lo spiego, ma questo luogo mi infonde un'allegria senza senso; ed io che avrei voluto restare a casa...
Si torna a salire, in compagnia di due colleghi che mi rassicurano sul tempo massimo: secondo loro, ce la farò... Già, peccato che loro siano più veloci di me. Uno dei due si premura di elargirmi un consiglio per andare più forte in salita: perdere qualche chilo... Già: facile a dirsi, ma impossibile a farsi, almeno per me. E dire che, ironia della sorte, non sono affatto un'amante della buona tavola; non m'importa nulla della buona tavola, anzi non faccio mai nemmeno un pasto degno di questo nome; solo che non riesco a fare a meno di mangiucchiare... Si aggiunga poi che, lavorando a casa, la dispensa è a portata di mano... E la mamma spesso interviene a rimpolpare le scorte alimentari, con quantitativi tali che potrei resistere a due mesi di assedio. Ditemi voi come si fa a dimagrire, in queste condizioni...
Si sale lungo una strada comoda, ampia, anche se ripida; faccio forza sui bastoncini per limitare la fatica del povero ginocchio sinistrato. Capperi, fa male davvero, speriamo non peggiori. Ovunque un ruscelletto, una piccola cascata: l'acqua da queste parti non manca. Man mano che si sale, la vista spazia all'orizzonte sulle cime innevate della Val d'Aosta, che fanno capolino oltre le vette ancora verdi di questa vallata. Da strada a sentiero; raggiungo e sorpasso qualche avversario. So bene, però, che è una gloria del tutto effimera per me: mi riacchiapperanno non appena la strada spiana, là dove io non saprò correre e loro, ahimé... Sì. Avanti di gran carriera, sgranocchiando torrone, anche se, di lì a poco, si arriva al punto di ristoro del Bocchetto Sessera. Altra tavolata da affamati: Coca Cola e the, più biscotti e dolciumi vari. Dicono che da qualche parte ci sia anche la birra; la Menabrea è uno degli sponsor principali della corsa. Ma a me la birra dice poco; soprattutto, l'alcool non è l'alimento più indicato per lo sport. Quindi la lascio a chi l'apprezza e mi rimetto in cammino. Pochi istanti di sosta, all'ombra, sono stati sufficienti a gelarmi la maglia umida sulla pelle: che brivido! Provo a ripartire di corsa, almeno per scaldarmi un po', ma non c'è verso, qui dove la salita, sia pure appena accennata, c'è. Mi rassegno al solito passo svelto e mi godo il panorama che si ammira da quassù: cime arrotondate e pelate come zucche, impianti da sci. Si supera un colletto, si sale ancora un po', finalmente in pieno sole, anche se il conforto del sole di metà ottobre è forse solo un placebo. Bello: per un istante mi ricorda, fatte le dovute proporzioni, alcuni scorci dell'ambiente di una delle corse a cui ho partecipato a luglio, La Montagn'Hard, nei dintorni del Mont Joly. Ma qui siamo molto, molto più in basso.
Facile discesa nei paraggi degli impianti da sci e risalita verso l'Alpe Scheggiola: la vista spazia sui pendii dall'aspetto morbido, nei colori autunnali, verde scuro, marrone; chiome ancora folte, ma di foglie che avranno vita breve, qualche tronco già nudo. Ho già visto, in pochi chilometri, piante di tutti generi, conifere, castagni e, credo – non vorrei produrmi in una boiata botanica – anche faggi e betulle. Si corre poi lungo un torrente, gonfio, impetuoso, mentre di tanto in tanto uno schiocco distrae la mia attenzione. Impiego un po' a capire da dove arriva: sono i ricci delle castagne che si staccano, picchiano sulle foglie ancora vive sugli alberi ed atterrano sul morbido strato di quelle già a terra. Ne vedo uno rotolare lungo il pendio alla mia destra; rotola, rotola, arriva fin sul sentiero ed incrocia la mia strada, proprio a pochi centimetri dalla punta della mia scarpa. Curioso... Sembra quasi che l'abbia fatto apposta!
Si passa nei pressi di un alpeggio che, se non ricordo male, dovrebbe chiamarsi Baraccone. Oltre il ponte di pietra si riprende a salire, ascesa non impegnativa ma molto molto panoramica, fino alle Baite dell'Artignaga. I concorrenti nei miei paraggi ormai sono pochi; la maggioranza è già fuggita. Chissà Matteo, dove può essere a quest'ora? Già, per avanzare un'ipotesi sensata, bisognerebbe almeno avere idea di che ora sia. Io non ce l'ho e non ci tegno ad averla, così come non voglio sapere a che chilometro siamo, quanto manca. Il paesaggio mi distrae quanto basta: non riesco a capacitarmi di quanto sia bello quassù. Di tanto in tanto, i saluti ed i complimenti di qualche escursionista mi riportano bruscamente alla realtà: ho la testa tra le nuvole! Meglio, così non sento le lamentele del ginocchio, che però, a dire il vero, già da un po' ha smesso di protestare. Dev'essersi censurato, visto che non gli ho dato retta. Il guaio è che non è l'unica parte del corpo a lamentarsi. Duole ammetterlo, ma i 100 km della Torino Saint Vincent qualche segno l'hanno lasciato; altrimenti non sarei così fiacca, non farei tanta fatica a respirare, non avrei quella fitta di dolore che ogni tanto mi si conficca nel petto, come un colpetto inferto, non troppo forte per carità, con la punta di un bastoncino. E' normale, almeno credo. Ma va benissimo così, tanto oggi per me quel che conta è rimediare un buon allenamento su una buona distanza: se fossi rimasta a casa, certo sarei uscita a correre o in bici, ma non avrei avuto lo stesso sprone a darmi da fare.
Strada larga, sterrata, anche corribile, se si avesse voglia di correre; un po' ci provo, un po' torno al trotto. Anche qui l'acqua non manca; già in molti tratti di sentiero in mezzo al bosco m'è sembrato di camminare in mezzo ad un acquitrino. Nei giorni scorsi, del resto, di acqua ne è piombata giù parecchia! Si abbandona poi la strada in favore di un sentiero sulla destra, appena più ripido. C'è un capannello di persone con bambini piccoli: è evidente che quassù si arriva in auto, o ci si arriva molto vicino. A stento rispondo ai saluti, quasi soffocata da un boccone di torrone galeotto. Non ho più da bere, ma poco importa; la giornata non è certo torrida. Farò il pieno al prossimo ristoro. Baite del Monticchio. Da lì, altra strada molto panoramica. Osservo le ombre lunghe: eppure dovrebbe essere circa mezzogiorno, poco più, poco meno... Ovvio, le ombre sono lunghe perché è autunno, anche se io non mi ci voglio rassegnare. Tutta persa nelle mie elucubrazioni, le gambe soddifatte di un bel passo di marcia, a momenti sbaglio strada; mi richiama uno dei volontari, meno male.
Con sorpresa, mi accorgo che si ritorna al punto di ristoro del Bocchetto Sessera: come al solito, non ho nemmeno considerato l'esistenza della cartina del percorso, prima del via. Purtroppo è finita la Coca Cola... Ma c'è del the caldo ed anche una buona dose di bevanda con sali, dal colore verde psichedelico ma dal gusto gradevolissimo. Pochi metri di strada asfaltata; mi segue un cagnetto interessato più alla mia porzione di crostata che alle mie coccole. Poi svolto a sinistra, giù per un sentiero ancora una volta facile: quasi quasi posso anche azzardare qualche passo di corsa.
La salita successiva inizia appena oltre un ruscello: ci arrivo alle spalle di un corridore francese, dall'aria molto giovane, che, mors sua vita mea, mi risparmia un solenne volo con bagno fuori stagione. Il malcapitato appoggia gli scarponcini da montagna, calzature davvero poco adatte a questo genere di percorsi, sul pietrone tondo e viscido sotto un velo d'acqua, e precipita senza poter frenare in alcun modo la caduta. Per un attimo temo il peggio: sembra aver battuto malamente la schiena... Invece no, si rialza con un gran sorriso ed attraversa il fiumiciattolo. Lo seguo, ma con tutte le cautele possibili, scegliendo un punto appena più basso per tentare il guado. Benedette scarpe con rivestimento in GoreTex: non entra nemmeno una goccia d'acqua. Ringalluzzita, mi lancio all'inseguimento del Francese, che, sul ripido pendio fangoso nel bosco, cede quasi subito il comando della marcia. Via! Salgo di buona lena, contenta di aver trovato finalmente un po' di pendenza, anche se il gaudio è di breve durata. Ancora una volta poi uno dei volontari mi richiama all'ordine, quando sto per tirare dritto; e dire che la segnaletica è perfetta... Si vede che oggi il neurone è in sciopero. "A che chilometro siamo?", gli chiedo; "Trenta... Al ristoro ne mancano quattordici". Trenta? Possibile? Ero convinta d'aver percorso meno strada... Corricchio in discesa, prima sentiero, qualche tornantino, pietre umide e fango, poi prato. Mi ritrovo allo stesso ristoro a cui ero già passata al km 7: e anche questa volta non mi faccio mancare la rituale dose di Coca Cola, nonché la fetta di crostata. Ringrazio i simpaticissimi volontari: mi offrono del vino, o qualcosa del genere... Ma è meglio di no. Riparto, ancora lunghi saliscendi in mezzo al bosco. Una valanga di castagne che occhieggiano dai ricci aperti... Peccato non potersi fermare a raccoglierle. Mi piange il cuore all'idea che tutto quel bendidio vada sprecato: e pensare che a me neanche piacciono, le castagne!
Man mano che procedo, alle mie spalle si forma un gruppetto di colleghi. Qualcuno passa avanti, qualcuno resta al seguito; non so chi sia, perché è mia abitudine non voltarmi mai... Ma si tratta di qualcuno che mi conosce e che, di lì a poco, mi chiama per nome. "Sai se ci sia un cancello orario?". Ohibò, no, non lo so. Pare che ci sia, all'una e un quarto, al km 38. Così confabulano alle mie spalle. Che posso farci? Più veloce di così non riesco a procedere; quindi, se ci passerò in tempo, bene; in caso contrario, manderò tutti al diavolo e raggiungerò comunque il traguardo con le mie gambe personali.
Ancora qualche guado improvvisato, ancora una rampetta in salita. Dietro di me il toto-cancello orario, ce la facciamo, non ce la facciamo; nella discesa successiva, un paio di colleghi si involano tentando di riacchiappare i minuti in fuga... Li lascio andare, non ci provo nemmeno. Non ho tutta questa grinta; devo badare a restare in piedi! Insieme a me, una coppia di corridori sulla sessantina, preoccupati anche loro d'essere a rischio di ritardo. Attraversiamo l'abitato di Locato e continuiamo a correre come forsennati... Anche se a me viene il dubbio che il fatidico km 38 sia già alle spalle. Dubbio che nasce spontaneo anche nelle menti dei miei compagni di viaggio: ma allora, che fine ha fatto il temuto cancello? Non c'era nessuno in paese... Forse abbiamo sbagliato strada e ci siamo persi un punto di controllo? Ma no, non è possibile; ricordo d'aver prestato attenzione alle tacche di vernice colorata. Ad ogni buon conto, non ha importanza. Un breve tratto di strada sterrata porta all'ultima ascesa: meno di duecento metri di dislivello e circa un chilometro e mezzo, annuncia il maturo podista accanto a me. Mi ci butto con entusiasmo: solo qui posso provare la magra soddisfazione di staccare i colleghi di qualche decina di metri, almeno finché l'ascesa è ripida davvero. La pacchia dura poco; la strada ben presto spiana. Sento vicinissimi i rumori del traffico di auto: infatti, di lì a poco, spunto fuori dal bosco, al sole, proprio nel curvone di una strada asfaltata. Attraverso e trovo un altro punto di ristoro, un banchetto con bevande e qualcosa da mangiare. E' la sete che devo abbattere; la fame, pazienza, provvederò stasera. Rubo due cubetti di zucchero, mentre i gentilissimi volontari mi annunciano che mancano poco più di cinque chilometri. Ancora una brevissima salitella, quasi un cavalcavia; poi saliscendi, ancora un incrocio con la strada statale... E via, al galoppo. Chissà perché... Mi riesce di correre bene, senza fatica, senza dolori, solo adesso che le gambe sono ben calde, il fiato è rotto. E' una stranezza che ho già notato innumerevoli volte; ad "entrare in temperatura" impiego sempre un'eternità. Così, su un itinerario breve come quello di oggi, la mia caldaia va in pressione quando ormai è tutto finito, o quasi.
Matteo? Chissà se mi verrà un pezzo incontro? Chissà come si è piazzato? Vai Gian, corri, occhio a dove appoggi i piedi. Correre su un sentiero coperto di foglie è insieme bellissimo e pericoloso: si appoggia sul morbido, ma spesso il morbido cela ostacoli, sassi, radici. Un paio di volte le bacchette mi salvano in extremis da un atterraggio di fortuna a faccia in giù. Sembra di nuotare, le scarpe spostano onde di foglie secche dai riflessi dorati. Sento più vicine le voci, ancora auto di passaggio; quando arrivo ad attraversare una strada asfaltata, sono già agli sgoccioli: "Ultimo chilometro", mi dicono. Quindi, sono ad Andorno. Di corsa nel paese, lungo la strada centrale lastricata, pochi viandanti di passaggio, che mi guardano con aria perplessa. Qualcuno azzarda un "Forza!". Lontano, avanti a me, c'è un corridore, un punto bianco che all'improvviso sparisce: quando arrivo a quel punto, davanti ad una botteguccia di fioraio, capisco perché. Si svolta a sinistra; per caso leggo "Via Verona": mi torna in mente che questa mattina, sonnecchiando sul sedile del furgone, ho posato lo sguardo sulla targa della via accanto al campo sportivo. Via Verona, appunto. Un gruppo di persone in strada applaude; al trotto, cercando di mantenere un buon contegno nonostante la stanchezza, raggiungo l'arco di arrivo: una festa calorosa di saluti e complimenti tocca anche a me, che pure sono a fondo classifica. Ma non mi lascio distrarre, non prima di aver cercato affannosamente tra le figure assiepate lungo le transenne: eccolo qui... Matteo, 35° assoluto, 5h 1' di tempo. Lui che tanto frignava e si lagnava. Per me, 7h 30', per 46 km e poco più di 2000 m di dislivello: diciamo che il tempo massimo m'è bastato... Ma non avrei potuto permettermi sprechi.
Nel campetto da calcio inondato di sole, riconsegno il numero di gara e seguo Matteo, verso il furgone prima, verso le tavolate del pasta party poi. C'è folla, confusione: non posso dire di sentirmici a mio agio... Infatti l'impazienza mi fa scappare prima che la pasta, in fase di lunga cottura dopo il passaggio della prima tornata di cavallette, sia pronta per noi. Ovunque viaggiano boccali di birra: lo sponsor alcoolico di questa manifestazione è stato quanto mai munifico! Ma a me la birra non fa per niente gola; gradirei al massimo una tazza di latte caldo, una cioccolata, qualcosa che riscaldi le ossa. Non appena ci si ferma, il freddo è pungente.
Ce ne andiamo, digiuni ma soddisfattissimi della bella giornata. Per me, davvero una piacevole sorpresa, anche se il percorso del Trail del Casto è troppo corribile per i miei gusti di camminatrice incallita. Preferisco itinerari più aspri. Ma vale la pena tornare da queste parti. Intanto, un suggerimento da Matteo per la locale polizia: "Se si piazzano qua fuori del campo sportivo con il palloncino...". Lo so io cosa succede: falcidia di patenti, e le casse del Comune saranno stracolme per i prossimi dieci anni!
Mi inquieta la prospettiva di una domenica pari all'intera settimana, di pioggia, di freddo, di disagio, di fango. E il pensiero della sveglia alle tre, tre e mezza, con il minimo conforto del ritorno dell'ora solare. Un'ora in più di sonno, magra consolazione. Anzi, altro che consolazione: il cambio d'ora manda in tilt il mio povero neurone, gli sottrae ogni stilla di energia nel tentativo di decidere l'ora a cui puntare la sveglia. Il cellulare si cambierà l'ora da solo oppure no? E la radiosveglia? Di sei mesi in sei mesi, non mi ricordo mai. Come la punto 'sta benedetta sveglia? E poi, quando trillerà, come faccio ad essere proprio sicura di che ora sarà? Meno male che Matteo viene in soccorso del neurone agonizzante: "Dai, alla peggio ci svegliamo un'ora troppo presto". E provvede a sistemare l'allarme del suo cellulare: va bene, mi fido. Tanto non ho voglia. Se anche noi si restasse addormentati, non sarebbe poi quel gran dramma. Per me. Per lui no, sarebbe una tragedia, una sciagura di proporzioni bibliche; a quanto pare, il Trail del Casto rappresenta un momento cruciale della sua carriera di corridore, destinato a cambiare per sempre la sua esistenza.... Almeno, credo, a giudicare da quanto ci tiene. Ogni tanto dimentico di quanto fossero tormentose le notti che precedevano le gare ai miei esordi ciclistici e podistici. Ma è acqua passata da un pezzo! Ormai ho conquistato una flemma che neanche il Buddha...
Al trillo del cellulare, non riesco a replicare altro che un muggito. Ormai non ho scelta, posso solo lasciarmi trasportare dagli eventi. Il bagaglio è già pronto da ieri sera: zainetto con portafoglio, giacca, borraccia e pappatoria. Sul divano, l'abbigliamento da indossare per la gara: anche lì, una sofferenza, buttarsi addosso canotta e maglia fredde. Colazione da trangugiare come le oche; nella borsa del cambio d'abito per il dopo gara precipita anche, in extremis, un quadrato di cioccolato Ritter al latte. Servirà come "richiamino" prima del via. Poco dopo le quattro siamo già in viaggio: Matteo non sta più nella pelle. Ben lieta di non dover guidare, io mi imbozzolo sul sedile, arrotolata nel vecchio giubbetto di pile che porta i segni secolari dei miei pasti distratti seduta al computer; lascio scorrere i chilometri senza entusiasmo, rintronata dal sonno e dal buio. Il mio compare si strugge nell'angoscia della corsa; teme di non rientrare nei primi cinquanta classificati, povero lui.,.. Il mio problema è portare il fondoschiena a superare l'arco di arrivo, possibilmente entro il tempo massimo; però, oggi nemmeno questo obiettivo riesce a scuotermi dalla catalessi. Sono quarantasei km di sentiero e poco più di duemila metri di dislivello in salita; nulla di che, se non fosse che il tempo massimo concesso è di otto ore. Poche, pochissime per le mie possibilità: significa una media dei sei km all'ora, circa. Significa che bisogna correre, ed io ho tutto fuorché voglia di correre. Non amo la corsa su sentiero; squinternata come sono, ci rischio la cotenna. Lo schianto faccia a terra è sempre in agguato! E poi oggi non sono nemmeno in vena di far fatica. Una bella passeggiata, ecco cosa ci vorrebbe.
Uno spicchio di luna accompagna il nostro arrivo ad Andorno Micca, poco a nord di Biella, al campo sportivo La Salute. Non sono ancora le sei: riusciamo a trovare un buon parcheggio per l'ingombrante furgone di Matteo. Già nel breve tragitto verso il locale ove sono distribuiti i pettorali, sono bersaglio di un bel po' di saluti e pacche sulle spalle: son questi i momenti in cui vorrei sprofondare... Perché, se qualcuno ormai è volto noto, altri dovrebbero esserlo ma non lo sono affatto; per quanto scavi nella mia memoria, non riesco a ricordare nomi né volti. Il bello è che, senza dubbio, con tutti costoro ho già scambiato qualche parola in qualche gara, diviso un po' di chilometri e fatica; eppure... Nulla, il buio, più buio nella testa che fuori, all'aperto. Che figura da imbecille: meritatissima del resto!
Tra i personaggi indaffarati nella consegna dei pettorali, trovo il buon "Mulo": colui che mi ha fatto conoscere l'esistenza della 100 km Torino Saint Vincent! La gioia di quella straordinaria esperienza la devo, in primis, a lui. Quando mi fa i complimenti per la prestazione, beh, mi spunta sulle terga un'enorme variopinta ruota di pavone...
Il furgone di Matteo è comodissimo per poltrire ancora un po', in attesa delle sette, ora del via. Del campanile si vede solo il quadrante illuminato; il resto è ancora buio pesto. Attacco il cioccolato, mentre il mio compare, più virtuoso, fagocita la pasta che si è portato dietro nel solito contenitore di plastica. Tutt'intorno fervono i preparativi; il parcheggio si riempe, brulica di vita. Il colore del cielo, alla mia sinistra, cambia repentino dal nero più profondo ad uno squarcio di blu intenso, segno che l'aria è limpida... E che si preannuncia una splendida giornata. Anche se il freddo è pungente ed io ho sempre meno voglia di abbandonare il mio bozzolo. Ormai rinuncio persino a zittire Matteo: lascio che frigni e si disperi... Da uno che più volte ha conquistato i primi posti delle classifiche di varie corse di tutto rispetto, dover subire la litanìa dell'autocommiserazione, "Non ce la faccio, arrivo indietro, qui sono tutti forti", e via dicendo, mi dà ai nervi; l'istinto suggerirebbe di mandarlo al diavolo. Anche perché io stessa, che pure faccio delle mie avventure sportive la mia più bella ragione di vita, credo che conti solo l'esperienza da vivere. Che poi si arrivi alla fine presto o tardi, in tempo o fuori tempo, non è di fondamentale importanza. Quindi, tutto quel che mi viene di rispondere a chi teme di non essere tra i primi cinquanta classificati è una domanda: "E se anche non ci rientri, cosa cambia?". Elementare Watson: nulla... Freno i nervi, conto fino a ventisettemiladuecentotre e rinuncio alla discussione. Non è un valido motivo per litigare.
Quando la massa informe dei corridori sparpagliati si raccoglie in un'unica onda che corre verso l'ingresso del campo da calcio, Matteo ed io decidiamo che è proprio ora di muoversi. Il marrano mi ha persino sequestrato il buono pasto: non si sa mai, io corro il rischio di perderlo... Sa benissimo che il più delle volte, a fine gara, io salto il pasta party; in quel caso, a lui toccherà doppia razione di rancio. Ergo, si premunisce: come dargli torto? Già durante il breve discorso introduttivo dell'organizzatore, Matteo è in piena trance agonistica. Lo sguardo vitreo, perso nel vuoto. A pochi istanti dal via, già scalpita in primissima fila: lo rivedrò solo tra parecchie ore.
Finalmente la folla si mette in movimento. Meno male: ancora qualche minuto di immobile attesa e sarei ibernata. Si parte sull'asfalto, corricchiando e chiacchierando, almeno nelle retrovie. Ancora poco convinta, nonostante il sole che splende limpidissimo, parto tuttavia di gran carriera, per evitare, se possibile, di ruzzolare subito in fondo, ad anni luce di distanza da chi mi precede. Non è una preoccupazione di classifica, bensì di natura molto pratica; ho timore di sbagliare strada, se non dovessi più vedere nessuno davanti a me! L'itinerario è bel segnalato da frecce color arancione per terra, e pallini arancioni su pietre, muri, tronchi d'albero.
Il cuoricino reagisce bene al via. Le gambe, pure, almeno all'apparenza. Si va al trotto sull'asfalto, tra le case, con un po' di fatica per i tratti in salita; abitato, sentiero e poi ancora abitato, la frazione Piane di Locato. E lo sapevo, io: è bastato partire, vedere in alto i primi raggi del sole, per dissipare la nebbia di paturnie e svogliatezza che mi ha tenuto compagnia fino a poco fa. La giornata non potrebbe essere più bella: aria frizzante, luce violenta, limpidissima, che disegna una linea di confine molto netta tra ombra ed aree già raggiunte dai raggi del sole, sui pendii erbosi e sulle chiome degli alberi. Il contrasto nitido della stagione autunnale. Colori e suoni sono quelli dell'autunno inoltrato, il giallo ed il crepitio delle foglie secche sotto le scarpe.
La prima salita conduce al Monte Casto: anche se, a dire il vero, non mi sembra così evidente il fatto di essere in cima ad un monte. In compenso, resto a bocca aperta alla vista del panorama meraviglioso: questo no, proprio non me l'aspettavo. Eppure c'è qualcosa di strano: siamo appena oltre quota mille metri, ma questi pascoli e questi declivi erbosi mi danno l'impressione di alta montagna; insomma, immagini così dovrebbero vedersi più in su... Salgo di buon passo ed in silenzio, faccio finta di non sentire i lamenti del ginocchio destro che strepita ogni volta che l'appoggio e ci carico il mio dolce peso. Che diavolo gli succede adesso? Ovvio che il pensiero corre subito ai menagramo che mi hanno preannunciato sciagure dalla mia ostinazione a correre su asfalto... Vuoi vedere che hanno ragione loro? Ma no, non sia mai. Questo dolore è solo un'impressione. Avanti tutta.
Un breve tratto di discesa, per mia fortuna facile, porta al primo ristoro: quindi, se la memoria non m'inganna, qui siamo al km 7. Ho una gran voglia di Coca Cola: infatti, confesso senza pudore tra le risate dei volontari, "Io partecipo a queste corse solo per i ristori!". E qui ne vale davvero la pena; c'è grande abbondanza di leccornie. La mia scelta cade su un'appetitosa fetta di crostata, che trangugio a mo' di oca proseguendo la discesa. Si torna all'ombra, si scende lungo una strada sterrata ampia, abbastanza facile da percorrere al trotto. Di lì a poco, il bosco si apre, scompare, lascia il posto ad un prato e scopre alla vista un quadretto da favola, da cartolina: due alpeggi, bellissime costruzioni in legno e pietra, con il recinto in legno e qualche vecchio attrezzo da lavoro accatastato intorno, tendine alle finestre, anche se non sembra esserci qualcuno qui, oggi. Ci passiamo in mezzo: piovono espressioni di meraviglia. Proprio non me lo spiego, ma questo luogo mi infonde un'allegria senza senso; ed io che avrei voluto restare a casa...
Si torna a salire, in compagnia di due colleghi che mi rassicurano sul tempo massimo: secondo loro, ce la farò... Già, peccato che loro siano più veloci di me. Uno dei due si premura di elargirmi un consiglio per andare più forte in salita: perdere qualche chilo... Già: facile a dirsi, ma impossibile a farsi, almeno per me. E dire che, ironia della sorte, non sono affatto un'amante della buona tavola; non m'importa nulla della buona tavola, anzi non faccio mai nemmeno un pasto degno di questo nome; solo che non riesco a fare a meno di mangiucchiare... Si aggiunga poi che, lavorando a casa, la dispensa è a portata di mano... E la mamma spesso interviene a rimpolpare le scorte alimentari, con quantitativi tali che potrei resistere a due mesi di assedio. Ditemi voi come si fa a dimagrire, in queste condizioni...
Si sale lungo una strada comoda, ampia, anche se ripida; faccio forza sui bastoncini per limitare la fatica del povero ginocchio sinistrato. Capperi, fa male davvero, speriamo non peggiori. Ovunque un ruscelletto, una piccola cascata: l'acqua da queste parti non manca. Man mano che si sale, la vista spazia all'orizzonte sulle cime innevate della Val d'Aosta, che fanno capolino oltre le vette ancora verdi di questa vallata. Da strada a sentiero; raggiungo e sorpasso qualche avversario. So bene, però, che è una gloria del tutto effimera per me: mi riacchiapperanno non appena la strada spiana, là dove io non saprò correre e loro, ahimé... Sì. Avanti di gran carriera, sgranocchiando torrone, anche se, di lì a poco, si arriva al punto di ristoro del Bocchetto Sessera. Altra tavolata da affamati: Coca Cola e the, più biscotti e dolciumi vari. Dicono che da qualche parte ci sia anche la birra; la Menabrea è uno degli sponsor principali della corsa. Ma a me la birra dice poco; soprattutto, l'alcool non è l'alimento più indicato per lo sport. Quindi la lascio a chi l'apprezza e mi rimetto in cammino. Pochi istanti di sosta, all'ombra, sono stati sufficienti a gelarmi la maglia umida sulla pelle: che brivido! Provo a ripartire di corsa, almeno per scaldarmi un po', ma non c'è verso, qui dove la salita, sia pure appena accennata, c'è. Mi rassegno al solito passo svelto e mi godo il panorama che si ammira da quassù: cime arrotondate e pelate come zucche, impianti da sci. Si supera un colletto, si sale ancora un po', finalmente in pieno sole, anche se il conforto del sole di metà ottobre è forse solo un placebo. Bello: per un istante mi ricorda, fatte le dovute proporzioni, alcuni scorci dell'ambiente di una delle corse a cui ho partecipato a luglio, La Montagn'Hard, nei dintorni del Mont Joly. Ma qui siamo molto, molto più in basso.
Facile discesa nei paraggi degli impianti da sci e risalita verso l'Alpe Scheggiola: la vista spazia sui pendii dall'aspetto morbido, nei colori autunnali, verde scuro, marrone; chiome ancora folte, ma di foglie che avranno vita breve, qualche tronco già nudo. Ho già visto, in pochi chilometri, piante di tutti generi, conifere, castagni e, credo – non vorrei produrmi in una boiata botanica – anche faggi e betulle. Si corre poi lungo un torrente, gonfio, impetuoso, mentre di tanto in tanto uno schiocco distrae la mia attenzione. Impiego un po' a capire da dove arriva: sono i ricci delle castagne che si staccano, picchiano sulle foglie ancora vive sugli alberi ed atterrano sul morbido strato di quelle già a terra. Ne vedo uno rotolare lungo il pendio alla mia destra; rotola, rotola, arriva fin sul sentiero ed incrocia la mia strada, proprio a pochi centimetri dalla punta della mia scarpa. Curioso... Sembra quasi che l'abbia fatto apposta!
Si passa nei pressi di un alpeggio che, se non ricordo male, dovrebbe chiamarsi Baraccone. Oltre il ponte di pietra si riprende a salire, ascesa non impegnativa ma molto molto panoramica, fino alle Baite dell'Artignaga. I concorrenti nei miei paraggi ormai sono pochi; la maggioranza è già fuggita. Chissà Matteo, dove può essere a quest'ora? Già, per avanzare un'ipotesi sensata, bisognerebbe almeno avere idea di che ora sia. Io non ce l'ho e non ci tegno ad averla, così come non voglio sapere a che chilometro siamo, quanto manca. Il paesaggio mi distrae quanto basta: non riesco a capacitarmi di quanto sia bello quassù. Di tanto in tanto, i saluti ed i complimenti di qualche escursionista mi riportano bruscamente alla realtà: ho la testa tra le nuvole! Meglio, così non sento le lamentele del ginocchio, che però, a dire il vero, già da un po' ha smesso di protestare. Dev'essersi censurato, visto che non gli ho dato retta. Il guaio è che non è l'unica parte del corpo a lamentarsi. Duole ammetterlo, ma i 100 km della Torino Saint Vincent qualche segno l'hanno lasciato; altrimenti non sarei così fiacca, non farei tanta fatica a respirare, non avrei quella fitta di dolore che ogni tanto mi si conficca nel petto, come un colpetto inferto, non troppo forte per carità, con la punta di un bastoncino. E' normale, almeno credo. Ma va benissimo così, tanto oggi per me quel che conta è rimediare un buon allenamento su una buona distanza: se fossi rimasta a casa, certo sarei uscita a correre o in bici, ma non avrei avuto lo stesso sprone a darmi da fare.
Strada larga, sterrata, anche corribile, se si avesse voglia di correre; un po' ci provo, un po' torno al trotto. Anche qui l'acqua non manca; già in molti tratti di sentiero in mezzo al bosco m'è sembrato di camminare in mezzo ad un acquitrino. Nei giorni scorsi, del resto, di acqua ne è piombata giù parecchia! Si abbandona poi la strada in favore di un sentiero sulla destra, appena più ripido. C'è un capannello di persone con bambini piccoli: è evidente che quassù si arriva in auto, o ci si arriva molto vicino. A stento rispondo ai saluti, quasi soffocata da un boccone di torrone galeotto. Non ho più da bere, ma poco importa; la giornata non è certo torrida. Farò il pieno al prossimo ristoro. Baite del Monticchio. Da lì, altra strada molto panoramica. Osservo le ombre lunghe: eppure dovrebbe essere circa mezzogiorno, poco più, poco meno... Ovvio, le ombre sono lunghe perché è autunno, anche se io non mi ci voglio rassegnare. Tutta persa nelle mie elucubrazioni, le gambe soddifatte di un bel passo di marcia, a momenti sbaglio strada; mi richiama uno dei volontari, meno male.
Con sorpresa, mi accorgo che si ritorna al punto di ristoro del Bocchetto Sessera: come al solito, non ho nemmeno considerato l'esistenza della cartina del percorso, prima del via. Purtroppo è finita la Coca Cola... Ma c'è del the caldo ed anche una buona dose di bevanda con sali, dal colore verde psichedelico ma dal gusto gradevolissimo. Pochi metri di strada asfaltata; mi segue un cagnetto interessato più alla mia porzione di crostata che alle mie coccole. Poi svolto a sinistra, giù per un sentiero ancora una volta facile: quasi quasi posso anche azzardare qualche passo di corsa.
La salita successiva inizia appena oltre un ruscello: ci arrivo alle spalle di un corridore francese, dall'aria molto giovane, che, mors sua vita mea, mi risparmia un solenne volo con bagno fuori stagione. Il malcapitato appoggia gli scarponcini da montagna, calzature davvero poco adatte a questo genere di percorsi, sul pietrone tondo e viscido sotto un velo d'acqua, e precipita senza poter frenare in alcun modo la caduta. Per un attimo temo il peggio: sembra aver battuto malamente la schiena... Invece no, si rialza con un gran sorriso ed attraversa il fiumiciattolo. Lo seguo, ma con tutte le cautele possibili, scegliendo un punto appena più basso per tentare il guado. Benedette scarpe con rivestimento in GoreTex: non entra nemmeno una goccia d'acqua. Ringalluzzita, mi lancio all'inseguimento del Francese, che, sul ripido pendio fangoso nel bosco, cede quasi subito il comando della marcia. Via! Salgo di buona lena, contenta di aver trovato finalmente un po' di pendenza, anche se il gaudio è di breve durata. Ancora una volta poi uno dei volontari mi richiama all'ordine, quando sto per tirare dritto; e dire che la segnaletica è perfetta... Si vede che oggi il neurone è in sciopero. "A che chilometro siamo?", gli chiedo; "Trenta... Al ristoro ne mancano quattordici". Trenta? Possibile? Ero convinta d'aver percorso meno strada... Corricchio in discesa, prima sentiero, qualche tornantino, pietre umide e fango, poi prato. Mi ritrovo allo stesso ristoro a cui ero già passata al km 7: e anche questa volta non mi faccio mancare la rituale dose di Coca Cola, nonché la fetta di crostata. Ringrazio i simpaticissimi volontari: mi offrono del vino, o qualcosa del genere... Ma è meglio di no. Riparto, ancora lunghi saliscendi in mezzo al bosco. Una valanga di castagne che occhieggiano dai ricci aperti... Peccato non potersi fermare a raccoglierle. Mi piange il cuore all'idea che tutto quel bendidio vada sprecato: e pensare che a me neanche piacciono, le castagne!
Man mano che procedo, alle mie spalle si forma un gruppetto di colleghi. Qualcuno passa avanti, qualcuno resta al seguito; non so chi sia, perché è mia abitudine non voltarmi mai... Ma si tratta di qualcuno che mi conosce e che, di lì a poco, mi chiama per nome. "Sai se ci sia un cancello orario?". Ohibò, no, non lo so. Pare che ci sia, all'una e un quarto, al km 38. Così confabulano alle mie spalle. Che posso farci? Più veloce di così non riesco a procedere; quindi, se ci passerò in tempo, bene; in caso contrario, manderò tutti al diavolo e raggiungerò comunque il traguardo con le mie gambe personali.
Ancora qualche guado improvvisato, ancora una rampetta in salita. Dietro di me il toto-cancello orario, ce la facciamo, non ce la facciamo; nella discesa successiva, un paio di colleghi si involano tentando di riacchiappare i minuti in fuga... Li lascio andare, non ci provo nemmeno. Non ho tutta questa grinta; devo badare a restare in piedi! Insieme a me, una coppia di corridori sulla sessantina, preoccupati anche loro d'essere a rischio di ritardo. Attraversiamo l'abitato di Locato e continuiamo a correre come forsennati... Anche se a me viene il dubbio che il fatidico km 38 sia già alle spalle. Dubbio che nasce spontaneo anche nelle menti dei miei compagni di viaggio: ma allora, che fine ha fatto il temuto cancello? Non c'era nessuno in paese... Forse abbiamo sbagliato strada e ci siamo persi un punto di controllo? Ma no, non è possibile; ricordo d'aver prestato attenzione alle tacche di vernice colorata. Ad ogni buon conto, non ha importanza. Un breve tratto di strada sterrata porta all'ultima ascesa: meno di duecento metri di dislivello e circa un chilometro e mezzo, annuncia il maturo podista accanto a me. Mi ci butto con entusiasmo: solo qui posso provare la magra soddisfazione di staccare i colleghi di qualche decina di metri, almeno finché l'ascesa è ripida davvero. La pacchia dura poco; la strada ben presto spiana. Sento vicinissimi i rumori del traffico di auto: infatti, di lì a poco, spunto fuori dal bosco, al sole, proprio nel curvone di una strada asfaltata. Attraverso e trovo un altro punto di ristoro, un banchetto con bevande e qualcosa da mangiare. E' la sete che devo abbattere; la fame, pazienza, provvederò stasera. Rubo due cubetti di zucchero, mentre i gentilissimi volontari mi annunciano che mancano poco più di cinque chilometri. Ancora una brevissima salitella, quasi un cavalcavia; poi saliscendi, ancora un incrocio con la strada statale... E via, al galoppo. Chissà perché... Mi riesce di correre bene, senza fatica, senza dolori, solo adesso che le gambe sono ben calde, il fiato è rotto. E' una stranezza che ho già notato innumerevoli volte; ad "entrare in temperatura" impiego sempre un'eternità. Così, su un itinerario breve come quello di oggi, la mia caldaia va in pressione quando ormai è tutto finito, o quasi.
Matteo? Chissà se mi verrà un pezzo incontro? Chissà come si è piazzato? Vai Gian, corri, occhio a dove appoggi i piedi. Correre su un sentiero coperto di foglie è insieme bellissimo e pericoloso: si appoggia sul morbido, ma spesso il morbido cela ostacoli, sassi, radici. Un paio di volte le bacchette mi salvano in extremis da un atterraggio di fortuna a faccia in giù. Sembra di nuotare, le scarpe spostano onde di foglie secche dai riflessi dorati. Sento più vicine le voci, ancora auto di passaggio; quando arrivo ad attraversare una strada asfaltata, sono già agli sgoccioli: "Ultimo chilometro", mi dicono. Quindi, sono ad Andorno. Di corsa nel paese, lungo la strada centrale lastricata, pochi viandanti di passaggio, che mi guardano con aria perplessa. Qualcuno azzarda un "Forza!". Lontano, avanti a me, c'è un corridore, un punto bianco che all'improvviso sparisce: quando arrivo a quel punto, davanti ad una botteguccia di fioraio, capisco perché. Si svolta a sinistra; per caso leggo "Via Verona": mi torna in mente che questa mattina, sonnecchiando sul sedile del furgone, ho posato lo sguardo sulla targa della via accanto al campo sportivo. Via Verona, appunto. Un gruppo di persone in strada applaude; al trotto, cercando di mantenere un buon contegno nonostante la stanchezza, raggiungo l'arco di arrivo: una festa calorosa di saluti e complimenti tocca anche a me, che pure sono a fondo classifica. Ma non mi lascio distrarre, non prima di aver cercato affannosamente tra le figure assiepate lungo le transenne: eccolo qui... Matteo, 35° assoluto, 5h 1' di tempo. Lui che tanto frignava e si lagnava. Per me, 7h 30', per 46 km e poco più di 2000 m di dislivello: diciamo che il tempo massimo m'è bastato... Ma non avrei potuto permettermi sprechi.
Nel campetto da calcio inondato di sole, riconsegno il numero di gara e seguo Matteo, verso il furgone prima, verso le tavolate del pasta party poi. C'è folla, confusione: non posso dire di sentirmici a mio agio... Infatti l'impazienza mi fa scappare prima che la pasta, in fase di lunga cottura dopo il passaggio della prima tornata di cavallette, sia pronta per noi. Ovunque viaggiano boccali di birra: lo sponsor alcoolico di questa manifestazione è stato quanto mai munifico! Ma a me la birra non fa per niente gola; gradirei al massimo una tazza di latte caldo, una cioccolata, qualcosa che riscaldi le ossa. Non appena ci si ferma, il freddo è pungente.
Ce ne andiamo, digiuni ma soddisfattissimi della bella giornata. Per me, davvero una piacevole sorpresa, anche se il percorso del Trail del Casto è troppo corribile per i miei gusti di camminatrice incallita. Preferisco itinerari più aspri. Ma vale la pena tornare da queste parti. Intanto, un suggerimento da Matteo per la locale polizia: "Se si piazzano qua fuori del campo sportivo con il palloncino...". Lo so io cosa succede: falcidia di patenti, e le casse del Comune saranno stracolme per i prossimi dieci anni!
giovedì 22 ottobre 2009
Citazioni da René Desmaison, "342 ore sulle Grandes Jorasses"
"Ci muoviamo in silenzio: dopotutto, siamo entrambi animati de un'identica passione e perseguiamo lo stesso fine. E allora, perché parlare? Qualsiasi cosa dicessimo, sarebbe superflua per capirci ed apprezzare la presenza che, reciprocamente, ci stiamo offrendo. I gesti che stiamo facendo, come accendere il fornello, riempire di neve un recipiente, preparare il pranzo della sera in quel rifugio ad alta quota, hanno per noi un significato del tutto diverso dal semplice fatto di nutrirci. Sarebbe come se in quel momento avesse inizio un rito, comprendente la prefigurazione dei bivacchi difficili che ci aspettano, del duro e drammatico combattimento che dovremo sostenere nei prossimi giorni".
"Soltanto chi pratica l'alpinismo d'alta quota può capirne la grandezza ed il rigore e Serge era perfettamente in grado di capirlo: non pensava affatto all'alpinismo come ad uno sport, ma come a un ideale la cui posta era la vita".
"E se le cose non stessero così, se le forze della montagna non fossero sproporzionate, infinitamente superiori a quelle dell'uomo, in che cosa consisterebbero le motivazioni profonde del grande alpinismo? Quella voglia, quel bisogno di superare se stesso senza i quali l'uomo non avrebbe attraversato gli oceani, conquistato i poli della terra, scoperto nuovi territori in un'epoca in cui le porte dell'ignoto potevano essere aperte solo dal suo coraggio e dalla sua intelligenza, nascono appunto da questa debolezza, da questa vulnerabilità".
"Mi sanguina il cuore mentre parlo così, ma non è certo il momento di piangere. Bisogna essere forti, più forti che mai: la morte non guarda in faccia a nessuno, è inesorabile, senza pietà. Bisogna affrontarla di petto, respingerla con tutte le proprie forze, in modo che sappia, che capisca che noi non ci arrendiamo. Che per noi non tutto è ancora perduto. (...) Non ho paura. Non vedo neppure più il lato tragico della situazione in cui ci troviamo. Mi sto battendo. Ci stiamo battendo. E quelli che sperano riescono a battersi meglio degli altri".
"Mi riecheggerà ancora a lungo nelle orecchie, fra l'ululato del vento nella tormenta, la tragica voce del mio compagno. Dovrò ricominciare tutto da capo, metro per metro, per poter mettere piede lassù, sulla cornice sommitale, dove le nubi e le tempeste si stracciano come l'oceano sugli scogli. Forse, allora, ritroverò la pace e riprenderò a vivere normalmente. Fino a quel momento, però, sarò come un viaggiatore in transito".
"Qualche tempo dopo, quando andrò da Alain Frébault per dirgli tutta la mia gratitudine, mi sentirò rispondere: "Quel che ho fatto io, lo avrebbe potuto fare chiunque". Non esito a crederlo, ma lui l'ha fatto. La differenza sta solo in questo piccolo particolare, che è enorme".
René Desmaison, 342 ore sulle Grandes Jorasses
"Soltanto chi pratica l'alpinismo d'alta quota può capirne la grandezza ed il rigore e Serge era perfettamente in grado di capirlo: non pensava affatto all'alpinismo come ad uno sport, ma come a un ideale la cui posta era la vita".
"E se le cose non stessero così, se le forze della montagna non fossero sproporzionate, infinitamente superiori a quelle dell'uomo, in che cosa consisterebbero le motivazioni profonde del grande alpinismo? Quella voglia, quel bisogno di superare se stesso senza i quali l'uomo non avrebbe attraversato gli oceani, conquistato i poli della terra, scoperto nuovi territori in un'epoca in cui le porte dell'ignoto potevano essere aperte solo dal suo coraggio e dalla sua intelligenza, nascono appunto da questa debolezza, da questa vulnerabilità".
"Mi sanguina il cuore mentre parlo così, ma non è certo il momento di piangere. Bisogna essere forti, più forti che mai: la morte non guarda in faccia a nessuno, è inesorabile, senza pietà. Bisogna affrontarla di petto, respingerla con tutte le proprie forze, in modo che sappia, che capisca che noi non ci arrendiamo. Che per noi non tutto è ancora perduto. (...) Non ho paura. Non vedo neppure più il lato tragico della situazione in cui ci troviamo. Mi sto battendo. Ci stiamo battendo. E quelli che sperano riescono a battersi meglio degli altri".
"Mi riecheggerà ancora a lungo nelle orecchie, fra l'ululato del vento nella tormenta, la tragica voce del mio compagno. Dovrò ricominciare tutto da capo, metro per metro, per poter mettere piede lassù, sulla cornice sommitale, dove le nubi e le tempeste si stracciano come l'oceano sugli scogli. Forse, allora, ritroverò la pace e riprenderò a vivere normalmente. Fino a quel momento, però, sarò come un viaggiatore in transito".
"Qualche tempo dopo, quando andrò da Alain Frébault per dirgli tutta la mia gratitudine, mi sentirò rispondere: "Quel che ho fatto io, lo avrebbe potuto fare chiunque". Non esito a crederlo, ma lui l'ha fatto. La differenza sta solo in questo piccolo particolare, che è enorme".
René Desmaison, 342 ore sulle Grandes Jorasses
martedì 20 ottobre 2009
17/18 ottobre 2009: 100km Torino Saint Vincent... Con appendice
Alle otto del mattino, nella gelida piazza di Saint Vincent, siamo quattro gatti: oltre a me, tre Carabinieri ed un personaggio in giacca, cravatta ed un cartellino di riconoscimento al collo. Ma sono quasi sicura di aver azzeccato sia il giorno che l'ora: poco fa, mentre parcheggiavo la fida Opel all'ingresso del paese, ho unito il mio sconcerto a quello di un altro podista dubbioso ed un po' spaesato. Se siamo qui in due, è probabile che allora siamo nel posto giusto, o quasi.
Infatti, in pochi minuti la piazza prende colore, si popola di un buon numero di emuli di Arlecchino in variopinte tute e scarpe astronautiche; un manipolo di squilibrati con un unico intento: lanciarsi nell'esperimento podistico della Torino – Saint Vincent.
O meglio, nel Gran Premio delle Regioni Piemonte e Valle d'Aosta 100 km: onde evitare problemi di diritti d'autore et similia. Per quel poco che ho letto curiosando su Internet, pare che una corsa podistica da Torino a Saint Vincent esistesse già: nata nel 1964 per idea di un certo signor Frazzetta, ha avuto vita fino agli anni Ottanta; poi, una sola riedizione nel 1997 ed infine il nulla. La gara di oggi, sempre in base a quel che ho letto qua e là, prevede lo stesso percorso, 100 km tondi tondi da Torino a Saint Vincent, ma è nata, ahimé, per opera di un'organizzazione che nulla ha a che vedere con la famiglia del suo primo promotore. Da ciò sono nate le beghe che si possono ben immaginare: un nome usurpato, l'immagine di una manifestazione sfruttata senza permesso, eccetera eccetera. Questioni che hanno senz'altro un fondamento legale, ma che non mi tangono: io nemmeno sapevo dell'esistenza della vecchia Torino Saint Vincent, e non ne avrei forse mai saputo nulla se non fosse stata "inventata" la competizione di oggi. E poi che diamine: se chi se ne occupava in passato di una certa gara non ha più voluto o potuto mantenerla in piedi, che facciamo, dobbiamo blindare il percorso e vietare che quegli stessi chilometri vengano calcati da altri podisti per opera di un altro gruppo organizzativo?
Io la vedo dal punto di vista dell'atleta, o meglio dell'illusa che, guardandosi allo specchio al mattino e superato lo spavento iniziale, ogni tanto si convince di essere qualcosa di simile ad un'atleta. A me non interessa chi organizza questa corsa, né il nome che le viene attribuito; non mi ci sono iscritta sull'onda di chissà quale nostalgia – nell'anno dell'ultima edizione ero ancora giovane e correvo da un paio d'anni, non certo le ultramaratone – ma solo perché attratta dal numero tondo. 100 km: non 76, 92 o 113, proprio 100. Ancora scottata dal tentativo della 100 km del Passatore, la mitica Firenze – Faenza, abbandonata al km 75, ho deciso che questa potrebbe essere l'occasione per la riscossa, o almeno per trovare la risposta ad una domanda esistenziale: sono in grado di correre su asfalto per 100 km?
L'uomo col cartellino al collo ci si avvicina: spiega di essere alla ricerca di un gruppo di persone che dovrà condurre a Torino; è l'autista del bus. Quel che ignora, il poveretto, è che sta per caricarsi sulle spalle, o meglio sulle ruote, un manipolo di soggetti mentalmente molto, molto instabili. Sì, siamo noi; sì, dobbiamo andare a Torino, perché poi torneremo qui, ma a piedi. A piedi? Di corsa? Ma... Rinuncia a capire, il nostro condottiero motorizzato. Del resto, non c'è molto da capire. Nessuno può capire, se non è nei nostri panni, nelle nostre scarpe e nei nostri cuori. Non c'è spiegazione razionale per quel che stiamo per fare.
Il viaggio in pullman è un'agonia: a nulla vale distrarsi con il paesaggio ed il cielo meravigliosamente blu che scorrono dal finestrino. Non posso fare a meno di dare orecchio ai discorsi di chi mi sta intorno e, ahimé, al punto dolente, i pronostici sui tempi di gara. Il termine massimo è fissato in 20 ore; in teoria, un tempo che consentirebbe di raggiungere Saint Vincent anche camminando a passo spedito. A marcia, via. Ma qui si sparano temponi: 10 ore, 11, 12 al massimo... Gli angoli del mio sorrisone volgono desolatamente verso il basso, lo trasformano in una smorfia di tristezza. Io non penso di poter impiegare meno di 17 ore, 17 e mezza; chissà se, alla fine, troverò ancora qualcuno ad attendermi. Chissà se ci arriverò, alla fine. Fa freddo, basta Gian, non stare a sentirli. Dormi un po' se puoi.
Il pullman ci scarica in una squallidissima via della periferia torinese. All'ombra si gela, con i garretti nudi... Ci accoglie la concessionaria Fiat "Spazio": nomen omen, questo complesso è immenso! Il piazzale è ampio, auto a perdita d'occhio; il capannone è avveniristico, visto da fuori sembra una stazione spaziale da film; dentro è ordinatissimo, pulitissimo, scintillante, con tanto di dipendenti in giacca e cravatta e scala con gradini in vetro, e persino una saletta da bar in cui gli atleti vengono coccolati e confortati – una sorta di ultimo desiderio del condannato a morte? - con un po' di colazione. La coda per ritirare il numero di gara non è stata lunga: gli iscritti sono 150, più o meno.
Lascio la mia borsa sul tavolo destinato ai bagagli che verranno trasportati al km 50. Finora s'è chiacchierato, s'è scherzato; anche qui ho scovato qualche volto noto, di persona o come scrittore sui forum; Fabrizio, Thomas, Silvio... Indugio ancora qualche minuto al piano terra della concessionaria, per godere di un po' di calore, mentre intorno a me fervono i preparativi. Si mischiano atleti e visitatori del fine settimana; in fondo, sono sogni che si confondono: quelli del bimbo che il papà fa salire alla guida di un enorme fuoristrada nel bel mezzo della sala, quelli del corridore che si massagia i piedi con la crema contro le vesciche, insulto per il bel divanetto lustro su cui si è abbandonato. Negli occhi del bimbo ed in quelli dell'atleta brilla la stessa meraviglia.
Entra un maturo signore in cappotto lungo che mi punta all'istante: forse gli sembro, a torto, la più spaesata ed inoffensiva. Mi rivolge un sacco di domande sulla gara e mi chiede insistentemente se sono allenata: dopo un evidente sguardo di disapprovazione al mio lato B, conclude scettico: "Ma tu non arrivi a Saint Vincent...". Come no? Mi ribello fieramente, certo che ci arrivo! E mento, sapendo di mentire, perché una certezza del genere vorrei tanto averla, e invece no, la Val d'Aosta è un miraggio, è lontanissima, è irraggiungibile.
Mi rassegno poi a trasferirmi sul piazzale, di fronte all'arco della partenza. Pian piano i podisti si radunano tutti qui: meno male che splende il sole; i raggi sia pure obliqui dell'autunno mitigano un po' i rigori di queste mattine d'ottobre. Ancora chiacchiere e risate, scambi di battute, mentre l'altoparlante scandisce i nomi dei Comuni che attraverseremo e le ultime raccomandazioni. Oggi anch'io, per la grande occasione, calzo un paio di scarpe nuove fiammanti: il primo paio di scarpe da corsa serio in, credo, quindici anni di corsa. Nike, e sono anche bellissime. Non sono l'unica a portare sulle spalle uno zainetto: non si sa mai, la giacca preferisco averla con me, ed anche il rotolo di papiro, e il portafoglio il cellulare i documenti e la farmacia. Già, se mi perquisiscono, va a finire che mi arrestano per spaccio; tutta questa roba qui non può essere per uso personale! Mah: a giudicare dagli spezzoni di discorso che carpisco qua e là, mi sa che non sarei affatto l'unica, in quel caso, a finire un galera.
La massa si sposta ancor più vicina all'arco; c'è una voce metallica che ci chiama tutti per nome. Appiccicati l'uno all'altro, fremiamo per il via: mi ritrovo nelle primissime posizioni, senza averne però alcuna intenzione. Pronti, partenza... E si va!
Mi travolge un impeto di incontenibile gioia. Strani effetti fa la tensione: eccomi in mezzo alla strada, proprio in mezzo, in un fiume di persone in un attimo già esteso, allungato a dismisura. C'è chi è partito come se dovesse correre i 5.000 m in pista, ma tanti, per fortuna, sono consapevoli di essere appena all'inizio di un lunghissimo viaggio e se la prendono comoda. Per me, quel che conta adesso è individuare una buona lepre: qualcuno che corra ad andatura adeguata, magari anche appena più lenta di quella che mi sentirei di poter tenere io. E la trovo... Nei panni di un personaggio che indossa una canotta con scritto "2000 km". Ecco. Una cosa mi consola: oggi sono parte di un esercito in cui i pazzi, ma pazzi sul serio, sono la netta maggioranza, tanto che io mi sento piccola piccola ed insignificante. La mia lepre, quest'anno, ha corso appunto 2000 km in 14 giorni, da Marsala a Courmayeur e chissà lungo che tracciato. Il suo compare è un veterano della 100 km del Passatore. Io... Beh, sono qui, ci provo.
Facce sconcertate, cupe, inferocite dai finestrini delle auto in coda, ma anche facce stupite, sguardi interrogativi, qualche applauso, qualche incoraggiamento. Abbandoniamo Torino, tra casermoni, capannoni, cartelloni pubblicitari chiassosi e traffico, tanto traffico: al primo ristoro, con un bicchier d'acqua perdo la mia lepre. Pazienza, non è il momento di tentare un allungo. Continuo con il mio passo; respiro lungo, calma e gesso. Ogni tanto qualcuno mi sorpassa, qualcuno s'avvicina, lo sento alle spalle, e poi si allontana. Cinque km, poi dieci; corro calpestando la linea bianca a bordo strada, quando c'è, di semaforo in semaforo, di rotonda in rotonda. E l'avvio, come per ogni motore diesel che si rispetti, è come sempre penoso: stanchezza, fiacca, tanti dubbi; il gruppone che si allontana, si sgrana, sempre più avanti, i muscoli che faticano ad accettare uno sforzo sempre tragicamente uguale a se stesso.
Trovo la compagnia di un podista di Cremona, che mi offre di fare la lepre: mi metto alle calcagna, anche se sento che l'andatura è un po' troppo sostenuta per le mie possibilità; pazienza, proviamoci, se non altro avrò qualcuno con cui scambiare quattro parole. Ristoranti, bar, magazzini di mobili, supermercati: pian piano tutto questo svanisce, quasi senza che io me ne accorga. Nel bel centro storico di Leinì, un banchetto con bevande varie: manco a dirlo, per me c'è solo la Coca Cola. Un bicchiere veloce: non mi fermo, riparto tra le incitazioni, seguo le frecce verdi disegnate a terra. In realtà non è necessaria alcuna segnaletica: ad ogni minimo incrocio, uno o più volontari, o Vigili Urbani, o Carabinieri, o Alpini, indicano la retta via e proteggono il cammino dei podisti.
Verso Lombardore, le montagne sempre più vicine: chissà quando arriverò a vederle come le ho viste stamattina, viaggiando in autostrada? Guidavo ed intanto pensavo, chissà quando ripasserò da queste parti a piedi! Cielo azzurro e l'aria si scalda un po'; sempre alle calcagna della mia lepre, riconosco, appena fuori dell'abitato, un bivio familiare. Sono passata di qua in occasione del Trail del Soglio: significa che laggiù, alla mia sinistra, tra quelle cime, da qualche parte c'è anche lui, appunto il Monte Soglio, e la meravigliosa salita che porta su in cima. Ora la temperatura è un po' più mite: abbasso i manicotti, apro la cerniera della maglietta. Il podista cremonese è un veterano dell'asfalto, ma non ha esperienza di trail, anche se vorrebbe provare. Beh ovvio, non c'è paragone; correre su un sentiero è ben altra cosa rispetto a marciare in mezzo al traffico, anche se qui le auto son già molto diradate. Chilometri e chilometri di strada dritta o quasi davanti a me: passo sempre uguale, respiro sempre uguale. Per fortuna, il saliscendi, lungi dall'essere una difficoltà, offre un minimo cambio di ritmo ai muscoli. La strada, a mio parere, è un ottimo strumento di educazione per la testa, perché costringe a stare lì, sempre incollati alla stessa striscia bianca, costringe alla monotonia, alla fatica ed anche al dolore. Già, perché ha ragione chi sostiene che l'asfalto sia molto, ma molto più traumatico per le povere quattro ossa del podista, rispetto al sentiero. In realtà la questione, almeno per me, è un po' più complicata: il sentiero è traumatico perché io non sono capace a reggermici in piedi, mi inciampo ogni due passi e rimedio decine di lividi ad ogni uscita... L'asfalto logora, genera fastidi che poi diventano dolorini e poi muscoli induriti e gonfi e poi... Bisogna tenere duro, senza sconti.
A Feletto, km 25, scopro di essere arrivata troppo troppo presto. Non è nemmeno l'una e mezza: due ore e poco più, per il primo quarto di gara, significa che sto esagerando e che, se continuo così, va a finire che schiatto. Meno male che, sulla piazza del paese, campeggia un fantastico banchetto del ristoro. Stracolmo di ogni bene, ma io vedo solo due cose: la Coca Cola.... E la pizza! Tranci di pizza al pomodoro e formaggio, non posso crederci, davvero non oso crederci. E' il Paradiso Terrestre questo!
Riparto quasi subito, un bicchiere di Coca in una mano, i due tranci nell'altro. Spazzolo tutto con la voracità di un coccodrillo; per fortuna, non ho problemi di apnea se anche mangio e corro contemporaneamente, e nemmeno di digestione. Da Feletto in poi, come promesso, decido di rallentare un po' l'andatura: il podista cremonese non è d'accordo, dice "Io continuo finché ce la faccio". Già... Ma ci sono ancora 75 km. Troppi per azzardare qualsiasi previsione.
Fino ad Agliè è una lunga galoppata solitaria, sempre tra i saluti e gli incoraggiamenti degli angeli custodi della corsa, che vigilano ad ogni incrocio e non negano una parola buona ad alcuno di noi penitenti. Quanti pensieri in tanti chilometri. Ma non penso a Saint Vincent. Non avrebbe senso. Posso superare i piedi con la fantasia, ma solo fino al prossimo ristoro, e da lì a quello dopo. I ristori ogni cinque km sono un conforto preziosissimo; non ci si sente mai davvero soli.
Da qui in poi la salita, sia pure ancora lieve, si fa sentire; Bairo, Baldissero Canavese, tratti in leggera salita che, in qualche strappo appena più pendente, mi costringono a rassegnarmi a camminare un po'. Me la sentirei di correrli, già, ma me la sentirei adesso: intorno al quarantesimo km. Che ne sarà di me tra 10, 20 e più? Non è proprio il caso di fare i galletti. Lungo percorso su strada spesso deserta; nei lunghi rettilinei tra le gaggie, qualche capannello di fanciulle in abiti discinti che non credo facciano parte della Protezione Civile... E nemmeno dei punti di ristoro: come ammette, sconsolato, un podista di passaggio accanto a me, "Non credo che sarei in grado di approfittare...". Da Baldissero Canavese si sale: parto di corsa, corsetta leggera; resto sola per un bel po'. La strada corre lungo la montagna, accanto a case dal sapore antico, cortili minuscoli e ballatoi; il traffico è più rado, tante curve. Corro per un bel po', poi mi rassegno a camminare qualche tratto; neanche fosse una vergogna! La luce del pomeriggio, ma non saprei dire che ora sia. Incontro proprio qui, lungo la salita, il km numero 42: poi un bivio, ancora salita nell'abitato di Vidracco, anche qui un luogo fuori dal mondo, un gioiellino. Mi sento bene, adesso: chissà qual è il motivo di un alternarsi così repentino di sensazioni ed emozioni. Fino a poco fa, ero triste e sfinita. E dire che, accanto alla salita, si godeva la vista su un bel lago. Ora va meglio: approfitto della discesa che segue il paese, tra gli applausi caciaroni di un buon gruppo di spettatori, per riposare un po'. Mi supera un collega, mi raggiungono altri due, ma restano alle spalle. Curva secca a destra, si passa sul ponte e s'arriva a Vistrorio. Salita decisiva verso Alice Superiore: un po' la corro, un po' la cammino; so che, in cima, troverò la mia borsa, la felpa, il berretto per la notte. Già, la notte, perché alle sette sarà buio e, già ora, si sente l'aria frizzante. Una certa rivalità con un paio di podisti che mi precedono e si voltano di continuo: tranquilli... Non c'è proprio nulla di cui dobbiate preoccuparvi. Io voglio solo arrivare...
Alice, banchetto del ristoro: km 50. La metà, esattamente la metà. Adesso, Gian, calma, almeno per qualche momento. Fermati, mangia, bevi; apri la borsa, prendi quel che devi. Via la maglietta con le maniche corte ed i manicotti, su la felpa ed i guanti lunghi; passo nello zaino il berretto. Un po' di pasta di Fissan da spalmare nelle zone critiche per gli sfregamenti: ascelle, gambe, piedi. Ancora qualche boccone di pizza, ancora un po' di Coca Cola e the caldo: hanno pensato davvero a tutto, i nostri custodi! Poi via, lunga discesa: non so se essere contenta, perché posso tirare il fiato, oppure disperarmi per il dolore cattivo che la pendenza infligge ai muscoli. La boa dei 50 km è andata: ora, ogni passo che faccio più vicino al traguardo che non alla partenza. Considerazione lapalissiana, eppure di grandissimo conforto.
La discesa offre un panorama mozzafiato sulla piana verso Ivrea e sulla morena, quella sorta di immensa diga naturale che ho già spesso ammirato con stupore dall'autostrada. Siamo alti; ci vorrà un bel po' ad arrivare giù. Controllo l'euforia: è un carburante impagabile, ma può rivelarsi un'arma a doppio taglio. E' vero, più di metà gara è alle spalle, ma in ogni caso non è ancora il momento di cantare vittoria. Non lo sarà mai, fino a Saint Vincent.
Sento a lungo passi alle mie spalle: sempre più vicini, ma nessuno mi sorpassa. Mi guardo intorno, la piana, qualche casa, qualche splendido cagnone a guardia dei cortili, il freddo. Un'auto si avvicina; gli occupanti salutano e festeggiano il mio misterioso inseguitore, con cui poi finisco per attaccare bottone: è un podista torinese che condivide, pure lui, la passione per la bici da corsa... E legge il mio blog. Ma è un ciclista sul serio, lui: reduce dalla Parigi Brest Parigi, ed ho detto tutto. Com'è piccolo il mondo, abbiamo persino qualche conoscenza in comune: il mitico Giaccone, ciclista folle cuneese, ed Ivano, suo concittadino altrettanto folle e con un gran caratteraccio. E così, chiacchierando per esorcizzare il dolore, si arriva a Lessolo, altro ristoro, altra dose di Coca Cola e bevande varie, ancora complimenti ed incoraggiamenti. Anche il 55° è alle spalle. E si sente, nelle gambe, si sente tutto. Onde per cui, al diavolo i buoni propositi. Metto mano alla farmacia, la fida bustina che trangugio per metà, al seguito di un altro buon rifornimento di pizza. Mezza bustina è poco, ma qualcosa farà... Trangugio ed attendo fiduciosa; non per molto, perché mi sembra già di sentirne i benefici dopo una manciata di minuti. Effetto placebo? Forse. Ci rimetto il fegato? Può darsi, lo scopriremo solo vivendo. Ancora salita, si cammina, il vento s'è alzato e taglia la faccia, le parole muoiono in gola, non si chiacchiera più. Il 60° km: una rivelazione. Ormai la mente vive di sensazioni, segue i dolori alle gambe, i crampi che sembrano nascere e poi se ne vanno, i muscoli che ora sembrano tacere, ora si lamentano con forza, e l'umore che segue fedelmente tutta l'altalena.
Si corre ormai paralleli e vicinissimi all'autostrada, tanto che potrei quasi regolarmi con i caselli. La sera scende appena; potrebbero essere le sei, le sei e mezza: ragionando per eccesso, diciamo che ho impiegato sette ore e mezza per coprire i primi sessanta km. Di questo passo, contando la salita e la fatica che si accumula, potrei arrivare a Saint Vincent per mezzanotte... Possibile? Ma no, non ha senso, e poi Gian, che importa. Quel che conta è che, adesso, se anche tu smettessi di correre in questo preciso istante, riusciresti comunque a raggiungere il traguardo in tempo, camminando. E' quel che tu stessa hai detto al tuo collega stanco, che procedeva di passo in mezzo alla campagna. Sono dinuovo sola: del resto, a mio parere, è impossibile correre una gara del genere in compagnia. A meno di non viaggiare con qualcuno più forte, che però pazienta e si adatta. Io non sono capace di usare simile generosità: andare avanti, sempre, piano ma in modo inesorabile. Baio Dora, Tavagnasco, Quincinetto. Incredibile quanto scorrono i chilometri, anche a piedi. Il ponte sulla Dora. salti d'acqua ed una sorta di lago artificiale, le ultime luci del giorno, mentre corro al di là del guard rail, su un marciapiede pieno di ciottoli e sabbia. Oltre il ponte, brusca svolta a sinistra; chilometri e chilometri di strada che ora riprende l'aspetto di statale: non più borghi remoti da attraversare, ma capannoni, negozi, vetrine di esposizione. E' quasi buio, ma gli esercizi commerciali sono ancora aperti; probabilmente non sono ancora le sette e mezza. Ci sarebbe il marciapiede: ma sfido chiunque, ora, dopo settanta km di marcia, a saltellare su e giù lungo un nastro d'asfalto che si restringe, ha gli scivoli, i crateri, costringe le caviglie ad evoluzioni ormai insopportabili. Io scelgo la sfida della linea bianca a bordo strada: viaggiando contromano, vedo i veicoli in arrivo e, al limite, posso io stessa schivarli saltando sull'erba, se ce la faccio. Qui gli animi degli automobilisti sono già molto meno accondiscendenti nei nostri confronti; suonano, fanno i fari. Quand'è ormai quasi buio, mi fermo per aggiungere alle bande rifrangenti anche il giacchino da lavori in corso; la luce per ora non serve, bastano i lampioni. Mi raggiunge un collega che ho superato, e da cui sono stata risuperata, più volte; mi propone di correre per qualche tratto insieme. Accetto, sapendo di rischiare: è evidente che lui corre più veloce di me, sia pure di poco; è quel poco che basta a logorare le gambe già malridotte ed a sfinire il fiato. Però... Una bella lepre alta, bionda e pure simpatica val bene la pena di un po' di sforzo in più! Procedo arrancando, in più con la rassegnata certezza che prima o poi qualche auto porrà fine al nostro strazio. Ci fanno certe rasette... Ma noi, imperterriti, corriamo. Non c'è proprio alcun timore che potrebbe fermarmi, adesso: sono come i pupazzetti delle pubblicità delle batterie; finché ho energia, vado avanti, senza domandarmi perché!
Carema, l'ultimo baluardo piemontese, poi finalmente Pont Saint Martin. Mancano ancora più di venticinque km, ma siamo in Valle d'Aosta ormai; significa che ce l'abbiamo quasi fatta. Ristoro, ancora pizza, frutta e bevande calde, ancora Coca Cola; anche qui, pochi istanti e via. C'è luce quasi ovunque in questo tratto; lampioni, locali. Viavai di auto del sabato sera, grappoli di ragazzini e meno ragazzini, fanciulle agghindate ed ipertruccate che si muovono a sciami, borsetta in una mano, sigaretta nell'altra. Proprio mentre supero il cartello del km 75, telefono a mammà: va tutto bene, ce la faccio, a casa tutto ok? Mi dice che a Carmagnola piove: guardo in su, con aria preoccupata; nonostante la luce dell'abitato, in cielo si vedono le stelle. No, per questa sera non prenderò acqua. Donnas, nei tratti di strada senza marciapiede c'è davvero da rischiare le piume. Corro ora in compagnia di altre due anime perse, in vista del Forte di Bard illuminato. Le montagne, che oggi con il sole erano il nostro sfondo, ora incombono proprio sulla testa; zampettiamo accanto alla parete verticale. Impressionante l'effetto delle luci frontali di chi ci segue: sull'asfalto, davanti a me, tre ombre enormi, che ballano all'unisono, come pendoli, destra sinistra destra sinistra, mostri in marcia. Quando la strada sale, io cedo al passo; passo spedito, tanto che i miei compari mi ribattezzano "il sergente". Più avanti verrò promossa a generale. Fagocitiamo qualche altro corridore solo e dubbioso; superiamo qualche pazzo che non ha pensato di portarsi né luce, né bande rifrangenti, niente... Ma è possibile? Chiacchieriamo, per quel che si può, perché venti km sono nulla e sono ancora tantissimi; Arnad, poi Verres, il suo imponente castello che si intuisce appena, nascosto nell'oscurità; il cielo stellato che più non si può, senza luna, ce lo godiamo nei tratti di trasferimento da un abitato all'altro. Le luci dell'autostrada, gli abbaglianti di chi ci supera o ci incrocia un auto e non capisce, eppure talvolta, senza capire, improvvisa una musichetta a suon di clacson.
Dolore, stanchezza, gambe dure, ma il morale è alle stelle. Meno quindici, poi meno dieci. Montjovet: qui sappiamo che l'ultimo ostacolo è ormai alle porte. Pare ci sia una salita dura, secca: per me, è un vero sollievo. Le gambe ormai corrono solo perché le costringo, perché ogni passo è mosso da un pensiero preciso; di spontaneo non c'è più nulla. La salita significa camminare, spedita sì, ma camminare, risparmiare a schiena e ginocchia una parte del trauma.
Quando la strada finalmente fa un curvone verso destra, e poi comincia ad arrampicarsi là dove i fari delle auto disegnano una lunga serpentina sul fianco della montagna, ecco, lì basta corsa. Nel buio si intuisce una stretta gola tra due pareti e, proprio sopra le nostre teste, un castello, almeno credo, una struttura fortificata ed illuminata che incombe, così come le pareti a strapiombo protette dalle reti che, si spera, dovrebbero trattenere la caduta di sassi. Che beffa sarebbe, morire così ad un tiro di schioppo dal traguardo!
Camminiamo tutti e tre, Ireneo, Adriano ed io: ormai questa sarà la squadra che arriverà insieme a Saint Vincent. Per la verità, Ireneo mi preoccupa un po'; attacca a narrare nei minimi dettagli le vicende della battaglia delle Termopili, per poi passare ad una sorta di rievocazione podistica di quell'evento ai giorni nostri, una corsa su distanza folle che si concllude con il bacio ai piedi della statua di Leonida. Dev'essere l'effetto della carenza di ossigeno: i muscoli delle gambe lo richiamano tutto; non ne resta più per il cervello. Speriamo solo che il poveretto non degeneri!
Con i primi curvoni in salita, la conversazione torna su argomenti più leggeri: da una podista olandese che anima i ricordi di maratona del buon Ireneo, si passa a disquisire sulla vita matrimoniale. Lui, da uomo sposato, a sostenere di non riuscire a gestire più di una donna; io a ribattere che ok, va benissimo, ma la donna non deve essere necessariamente sempre la stessa. E' un vero peccato che nel mondo ci siano uomini così ostinatamente accoppiati e drammaticamente fedeli; insomma, in questo ambito di discussione io sono comunistissima, accanita nemica della proprietà privata!
Cammina, cammina, il cartello del km 95 si manifesta prima del previsto. Qualche pazzo sfreccia con il macchinone a velocità da brivido, qualche tamarro munito di alettone ci allieta con la sua cosiddetta musica. Quando finalmente lo spazio si allarga, s'intravede qualcosa che ha l'aspetto di un colle: ed il gazebo con l'ennesimo ristoro, l'ultimo. Non sia mai che ci rinunciamo: Coca e qualche biscotto, anche qui. Mi sa che sono l'unica che, in questa gara, è riuscita a mettere su peso: non ho avuto sensazione di fame né sete, nemmeno per un istante, mai. Si riparte, tutti e tre, ancora blanda salita; passiamo accanto ad alcune case caratteristiche, in pietra, con i balconi in legno ornati da cascate di gerani, tutti bigi nel bigio della notte. Laggiù, a fondovalle, una distesa di luci: e' quella la nostra meta? "No, nel modo più assoluto – mi risponde indignato Adriano – la nostra meta è molto più vicina! Di qui a laggiù ci saranno sette chilometri almeno...". Già. E a noi ne mancano tre o quattro. Un po' di salita, poi qualche tratto di discesa, già nel circondario di Saint Vincent; ancora volontari a presidiare gli incroci, ancora tifo: ancora due chilometri... La discesa è violenza pura sulle gambe perché ricomincino a correre, fitte di dolore ovunque, ma ormai è davvero, davvero fatta. Tre ubriachi, ecco cosa sembriamo. Giù a capofitto nel buio, accanto al Casinò; l'incrocio, il vialetto in cui ho parcheggiato l'auto: ci passo accanto, è ancora lì. L'arco d'arrivo, lo vediamo, finalmente. Ireneo allunga, rincorre un bimbo, poi si ferma, aspetta me ed Adriano; quel magico istante in cui non si sente più nulla se non la gioia. Ci fiondiamo come missili: ci passiamo sotto, tenendoci per mano. 12 ore, 5 minuti e rotti secondi: mai, e poi mai, e poi mai ci avrei creduto, se qualcuno me l'avesse previsto dodici ore fa. O anche solo sei. Finita, meravigliosamente finita.
Da qui in poi, è tutto leggero, tutto tinto di rosa: anche se il freddo morde le membra fradice di sudore, anche se devo tornare alla Opel a recuperare la borsa per la doccia, e poi andare a caccia del palazzetto per la doccia. Mentre marcio ancora di gran carriera verso l'auto – ma sarebbe meglio dire, mentre levito a due metri da terra – vengo fermata da un paio di gruppetti, incuriositi da tutto il can can sportivo della serata di Saint Vincent: sì, abbiamo corso da Torino a qui... Sì, cento km, come, in quante tappe? Una tappa sola, siamo partiti stamattina! Sì, è andata bene, benissimo, sono felice!
La doccia è calda, lunga, gradevolissima. Solo sui bagni avrei qualcosa da ridire: come si fa a costringere alla posizione di "sospensione" sulla turca, per giunta sopraelevata, un povero podista reduce da 100 km di corsa? E' un vero calvario! Almeno, mettete un paio di maniglie al muro, a cui ci si possa appendere... Ma dai Gian, non hai diritto alcuno di lamentarti. C'è persino il servizio massaggi, cosa vuoi di più? Massaggio gradevolissimo per le gambe disfatte, e poi a farsi carico dell'incombenza è un gran bel ragazzo, con qualche anno più di me anche se ne dimostra molti meno, un viso semplice, pulito, un bel sorriso aperto ed un modo di fare molto premuroso. Insomma, un rubacuori fatto e finito! Ma il mio cuoricino questa sera batte per la medaglietta di finisher che ho al collo, ed anche per la bellissima tuta Diadora con la scritta "Io c'ero". Nel locale accanto alla piazza d'arrivo, dove si consegnano i chip, mi accampo un po' prima dell'una: in teoria, le borse che avevamo lasciato al km 50 dovrebbero essere qui a minuti... Invece arriveranno tra un'ora e mezzo. Ma a me non dispiace: ne approfitto per sonnecchiare in un angolo, assisto al viavai dei corridori che arrivano solo adesso, di quelli già lavati e rinfrescati, gente che va e viene per consegnare il chip di cronometraggio e ritirare il premio. Gente che entra trascinandosi, barcollando, gente disfatta e gente felice, qualcuno non riesce più nemmeno a piegarsi, slacciarsi le scarpe. E poi si attacca bottone con quelli che, costretti ad attendere la propria borsa per recuperare il necessario per la doccia, si fermano qui, e con la signorina, bella e gentilissima, che sorveglia il bancone delle cibarie. Saluti, strette di mano con chi già conoscevo e chi ho conosciuto oggi, racconti di passate esperienze e futuri progetti. D'un tratto appare anche il mitico Franco Rancati: vecchia conoscenza di tante altre gare... Settanta primavere, forse di più, eppure una roccia; incrollabile, arrivato al traguardo in 14 ore e 45', distrutto eppure logorroico come non mai.
Si riparte ad un'ora indefinibile, forse le tre; accompagno a Torino il massaggiatore ed altri due podisti, un poliziotto pugliese ed un pensionato di Avellino, entrambi trapiantati nel freddo capoluogo subalpino. Non ho sonno: troppa è l'emozione, e poi i compagni di viaggio mi tengono ben sveglia. Da lì poi riparto per Alessandria: per una sorta di scommessa, sono iscritta alla Maratona... Ovvio che l'avventura vada a finire in un flop: dopo un'ora e mezza di sonno al gelo in autogrill, in un sacco a pelo troppo leggero, imbocco l'uscita di Alessandria alle otto. Non uno straccio di segnalazione per il punto di partenza della maratona; in base alle poche informazioni lette sul sito Internet, giro come una pazza, in lungo ed in largo in città e nella campagna, chiedendo informazioni ai pochi passanti infreddoliti che scovo lungo le vie. Arrivo trafelata a Spinetta Marengo, allo stabilimento Michelin, imbucato che più non si può nella zona industriale: nemmeno il tempo di cambiarmi, mi precipito a ritirare il pettorale, salto a piè pari la colazione; mi presento al via con lo stomaco che ulula e, com'era prevedibile, dolori ovunque: gambe e, soprattutto, schiena. A tutto ciò, si aggiunge una fitta al fianco destro, intensa, che non sembra avere intenzione di cedere il passo. Parto così, confusa, rintronata, dopo aver risposto in modo quasi meccanico ai saluti di due o tre persone che mi conoscono, e riconoscono, come logorroica scrittrice di blog. Mi sembra di essere appena piombata qui da un altro pianeta; fatico a connettere, altro che correre...
Fino al quindicesimo chilometro, bene o male riesco a correre: piegata in avanti, con la mano a premere il fianco, finché il dolore un po' non si attenua; combattuta tra la voglia di lasciar perdere tutto e l'orgoglio di provarci comunque: Gian, ma chi te lo fa fare? Come, chi me lo fa fare, son venuta fino qui, insomma, almeno provarci con un minimo di serietà! Ma sei sicura che hai davvero testa oggi per soffrire così tanto? Non lo senti, che le gambe non ce la fanno più?
Ultima o quasi, desolatamente, corro ma a passo di lumaca; corro ma vedo la campagna e la strada deserta; mi sembra di leggere la compassione negli occhi dei volontari che presidiano la strada, ed anche il fastidio di dovermi aspettare; tutte sensazioni che esistono forse solo nella mia mente. Al quindicesimo, è chiaro che la maratona non la concluderò mai e poi mai: le gambe sono sempre più rigide, dure, nemmeno la costrizione basta a farle correre. Inutile trangugiar medicine; adesso; sono a stomaco vuoto, vuotissimo; mi farei davvero del male e, per questa corsa, non ne vale la pena. Alterno qualche tratto camminando; poi, approfitto della possibilità di scegliere la mezza maratona e taglio, vilmente, al bivio, a sinistra. Per qualche km, accompagno un simpatico podista torinese settantenne, alla sua prima mezza maratona; anche lui alterna passo e corsa; fino al km 20, riesco a stargli appresso e chiacchierare. Da lì, poi, le gambe si rifiutano di correre. Dicono basta: non c'è più niente da fare. Rassegnata, mi incammino per l'ultimo km al passo; nello sforzo di mimetizzarmi con il fossato erboso ed i cespugli di gaggia, arrivo al traguardo sfilando però accanto all'arco d'arrivo, non sotto. Non mi pare il caso di dare a questa mia mezza maratona, conclusa in ben più di due ore, l'"onore" della classifica. Striscio fino alla Opel, tento un minimo di allungamento dei muscoli, ma per poco mi trattengo dal cacciare un urlo di dolore. Rinuncio, riparto, gemendo per il male che sento anche solo a pestare i pedali. Viaggio breve, tormentato da sonno e stanchezza eppure tanto, tanto felice; all'uscita di Villanova a momenti centro il guard rail perché solo in un estremo sforzo di lucidità riesco a ricordare quale sia, dei tre, il pedale del freno... Anche il brivido di adrenalina lungo la schiena fa male, anche respirare fa male. A casa mi accascio sulla sedia in giardino, nell'unico francobollo di sole freddo, sotto gli sguardi preoccupati di mammà e dei cagnoni che non fanno altro che leccarmi, forse cercando a loro modo di rianimarmi. Tranquilli, tutti: un giorno di lamenti e sofferenza e tornerò come nuova!
Infatti, in pochi minuti la piazza prende colore, si popola di un buon numero di emuli di Arlecchino in variopinte tute e scarpe astronautiche; un manipolo di squilibrati con un unico intento: lanciarsi nell'esperimento podistico della Torino – Saint Vincent.
O meglio, nel Gran Premio delle Regioni Piemonte e Valle d'Aosta 100 km: onde evitare problemi di diritti d'autore et similia. Per quel poco che ho letto curiosando su Internet, pare che una corsa podistica da Torino a Saint Vincent esistesse già: nata nel 1964 per idea di un certo signor Frazzetta, ha avuto vita fino agli anni Ottanta; poi, una sola riedizione nel 1997 ed infine il nulla. La gara di oggi, sempre in base a quel che ho letto qua e là, prevede lo stesso percorso, 100 km tondi tondi da Torino a Saint Vincent, ma è nata, ahimé, per opera di un'organizzazione che nulla ha a che vedere con la famiglia del suo primo promotore. Da ciò sono nate le beghe che si possono ben immaginare: un nome usurpato, l'immagine di una manifestazione sfruttata senza permesso, eccetera eccetera. Questioni che hanno senz'altro un fondamento legale, ma che non mi tangono: io nemmeno sapevo dell'esistenza della vecchia Torino Saint Vincent, e non ne avrei forse mai saputo nulla se non fosse stata "inventata" la competizione di oggi. E poi che diamine: se chi se ne occupava in passato di una certa gara non ha più voluto o potuto mantenerla in piedi, che facciamo, dobbiamo blindare il percorso e vietare che quegli stessi chilometri vengano calcati da altri podisti per opera di un altro gruppo organizzativo?
Io la vedo dal punto di vista dell'atleta, o meglio dell'illusa che, guardandosi allo specchio al mattino e superato lo spavento iniziale, ogni tanto si convince di essere qualcosa di simile ad un'atleta. A me non interessa chi organizza questa corsa, né il nome che le viene attribuito; non mi ci sono iscritta sull'onda di chissà quale nostalgia – nell'anno dell'ultima edizione ero ancora giovane e correvo da un paio d'anni, non certo le ultramaratone – ma solo perché attratta dal numero tondo. 100 km: non 76, 92 o 113, proprio 100. Ancora scottata dal tentativo della 100 km del Passatore, la mitica Firenze – Faenza, abbandonata al km 75, ho deciso che questa potrebbe essere l'occasione per la riscossa, o almeno per trovare la risposta ad una domanda esistenziale: sono in grado di correre su asfalto per 100 km?
L'uomo col cartellino al collo ci si avvicina: spiega di essere alla ricerca di un gruppo di persone che dovrà condurre a Torino; è l'autista del bus. Quel che ignora, il poveretto, è che sta per caricarsi sulle spalle, o meglio sulle ruote, un manipolo di soggetti mentalmente molto, molto instabili. Sì, siamo noi; sì, dobbiamo andare a Torino, perché poi torneremo qui, ma a piedi. A piedi? Di corsa? Ma... Rinuncia a capire, il nostro condottiero motorizzato. Del resto, non c'è molto da capire. Nessuno può capire, se non è nei nostri panni, nelle nostre scarpe e nei nostri cuori. Non c'è spiegazione razionale per quel che stiamo per fare.
Il viaggio in pullman è un'agonia: a nulla vale distrarsi con il paesaggio ed il cielo meravigliosamente blu che scorrono dal finestrino. Non posso fare a meno di dare orecchio ai discorsi di chi mi sta intorno e, ahimé, al punto dolente, i pronostici sui tempi di gara. Il termine massimo è fissato in 20 ore; in teoria, un tempo che consentirebbe di raggiungere Saint Vincent anche camminando a passo spedito. A marcia, via. Ma qui si sparano temponi: 10 ore, 11, 12 al massimo... Gli angoli del mio sorrisone volgono desolatamente verso il basso, lo trasformano in una smorfia di tristezza. Io non penso di poter impiegare meno di 17 ore, 17 e mezza; chissà se, alla fine, troverò ancora qualcuno ad attendermi. Chissà se ci arriverò, alla fine. Fa freddo, basta Gian, non stare a sentirli. Dormi un po' se puoi.
Il pullman ci scarica in una squallidissima via della periferia torinese. All'ombra si gela, con i garretti nudi... Ci accoglie la concessionaria Fiat "Spazio": nomen omen, questo complesso è immenso! Il piazzale è ampio, auto a perdita d'occhio; il capannone è avveniristico, visto da fuori sembra una stazione spaziale da film; dentro è ordinatissimo, pulitissimo, scintillante, con tanto di dipendenti in giacca e cravatta e scala con gradini in vetro, e persino una saletta da bar in cui gli atleti vengono coccolati e confortati – una sorta di ultimo desiderio del condannato a morte? - con un po' di colazione. La coda per ritirare il numero di gara non è stata lunga: gli iscritti sono 150, più o meno.
Lascio la mia borsa sul tavolo destinato ai bagagli che verranno trasportati al km 50. Finora s'è chiacchierato, s'è scherzato; anche qui ho scovato qualche volto noto, di persona o come scrittore sui forum; Fabrizio, Thomas, Silvio... Indugio ancora qualche minuto al piano terra della concessionaria, per godere di un po' di calore, mentre intorno a me fervono i preparativi. Si mischiano atleti e visitatori del fine settimana; in fondo, sono sogni che si confondono: quelli del bimbo che il papà fa salire alla guida di un enorme fuoristrada nel bel mezzo della sala, quelli del corridore che si massagia i piedi con la crema contro le vesciche, insulto per il bel divanetto lustro su cui si è abbandonato. Negli occhi del bimbo ed in quelli dell'atleta brilla la stessa meraviglia.
Entra un maturo signore in cappotto lungo che mi punta all'istante: forse gli sembro, a torto, la più spaesata ed inoffensiva. Mi rivolge un sacco di domande sulla gara e mi chiede insistentemente se sono allenata: dopo un evidente sguardo di disapprovazione al mio lato B, conclude scettico: "Ma tu non arrivi a Saint Vincent...". Come no? Mi ribello fieramente, certo che ci arrivo! E mento, sapendo di mentire, perché una certezza del genere vorrei tanto averla, e invece no, la Val d'Aosta è un miraggio, è lontanissima, è irraggiungibile.
Mi rassegno poi a trasferirmi sul piazzale, di fronte all'arco della partenza. Pian piano i podisti si radunano tutti qui: meno male che splende il sole; i raggi sia pure obliqui dell'autunno mitigano un po' i rigori di queste mattine d'ottobre. Ancora chiacchiere e risate, scambi di battute, mentre l'altoparlante scandisce i nomi dei Comuni che attraverseremo e le ultime raccomandazioni. Oggi anch'io, per la grande occasione, calzo un paio di scarpe nuove fiammanti: il primo paio di scarpe da corsa serio in, credo, quindici anni di corsa. Nike, e sono anche bellissime. Non sono l'unica a portare sulle spalle uno zainetto: non si sa mai, la giacca preferisco averla con me, ed anche il rotolo di papiro, e il portafoglio il cellulare i documenti e la farmacia. Già, se mi perquisiscono, va a finire che mi arrestano per spaccio; tutta questa roba qui non può essere per uso personale! Mah: a giudicare dagli spezzoni di discorso che carpisco qua e là, mi sa che non sarei affatto l'unica, in quel caso, a finire un galera.
La massa si sposta ancor più vicina all'arco; c'è una voce metallica che ci chiama tutti per nome. Appiccicati l'uno all'altro, fremiamo per il via: mi ritrovo nelle primissime posizioni, senza averne però alcuna intenzione. Pronti, partenza... E si va!
Mi travolge un impeto di incontenibile gioia. Strani effetti fa la tensione: eccomi in mezzo alla strada, proprio in mezzo, in un fiume di persone in un attimo già esteso, allungato a dismisura. C'è chi è partito come se dovesse correre i 5.000 m in pista, ma tanti, per fortuna, sono consapevoli di essere appena all'inizio di un lunghissimo viaggio e se la prendono comoda. Per me, quel che conta adesso è individuare una buona lepre: qualcuno che corra ad andatura adeguata, magari anche appena più lenta di quella che mi sentirei di poter tenere io. E la trovo... Nei panni di un personaggio che indossa una canotta con scritto "2000 km". Ecco. Una cosa mi consola: oggi sono parte di un esercito in cui i pazzi, ma pazzi sul serio, sono la netta maggioranza, tanto che io mi sento piccola piccola ed insignificante. La mia lepre, quest'anno, ha corso appunto 2000 km in 14 giorni, da Marsala a Courmayeur e chissà lungo che tracciato. Il suo compare è un veterano della 100 km del Passatore. Io... Beh, sono qui, ci provo.
Facce sconcertate, cupe, inferocite dai finestrini delle auto in coda, ma anche facce stupite, sguardi interrogativi, qualche applauso, qualche incoraggiamento. Abbandoniamo Torino, tra casermoni, capannoni, cartelloni pubblicitari chiassosi e traffico, tanto traffico: al primo ristoro, con un bicchier d'acqua perdo la mia lepre. Pazienza, non è il momento di tentare un allungo. Continuo con il mio passo; respiro lungo, calma e gesso. Ogni tanto qualcuno mi sorpassa, qualcuno s'avvicina, lo sento alle spalle, e poi si allontana. Cinque km, poi dieci; corro calpestando la linea bianca a bordo strada, quando c'è, di semaforo in semaforo, di rotonda in rotonda. E l'avvio, come per ogni motore diesel che si rispetti, è come sempre penoso: stanchezza, fiacca, tanti dubbi; il gruppone che si allontana, si sgrana, sempre più avanti, i muscoli che faticano ad accettare uno sforzo sempre tragicamente uguale a se stesso.
Trovo la compagnia di un podista di Cremona, che mi offre di fare la lepre: mi metto alle calcagna, anche se sento che l'andatura è un po' troppo sostenuta per le mie possibilità; pazienza, proviamoci, se non altro avrò qualcuno con cui scambiare quattro parole. Ristoranti, bar, magazzini di mobili, supermercati: pian piano tutto questo svanisce, quasi senza che io me ne accorga. Nel bel centro storico di Leinì, un banchetto con bevande varie: manco a dirlo, per me c'è solo la Coca Cola. Un bicchiere veloce: non mi fermo, riparto tra le incitazioni, seguo le frecce verdi disegnate a terra. In realtà non è necessaria alcuna segnaletica: ad ogni minimo incrocio, uno o più volontari, o Vigili Urbani, o Carabinieri, o Alpini, indicano la retta via e proteggono il cammino dei podisti.
Verso Lombardore, le montagne sempre più vicine: chissà quando arriverò a vederle come le ho viste stamattina, viaggiando in autostrada? Guidavo ed intanto pensavo, chissà quando ripasserò da queste parti a piedi! Cielo azzurro e l'aria si scalda un po'; sempre alle calcagna della mia lepre, riconosco, appena fuori dell'abitato, un bivio familiare. Sono passata di qua in occasione del Trail del Soglio: significa che laggiù, alla mia sinistra, tra quelle cime, da qualche parte c'è anche lui, appunto il Monte Soglio, e la meravigliosa salita che porta su in cima. Ora la temperatura è un po' più mite: abbasso i manicotti, apro la cerniera della maglietta. Il podista cremonese è un veterano dell'asfalto, ma non ha esperienza di trail, anche se vorrebbe provare. Beh ovvio, non c'è paragone; correre su un sentiero è ben altra cosa rispetto a marciare in mezzo al traffico, anche se qui le auto son già molto diradate. Chilometri e chilometri di strada dritta o quasi davanti a me: passo sempre uguale, respiro sempre uguale. Per fortuna, il saliscendi, lungi dall'essere una difficoltà, offre un minimo cambio di ritmo ai muscoli. La strada, a mio parere, è un ottimo strumento di educazione per la testa, perché costringe a stare lì, sempre incollati alla stessa striscia bianca, costringe alla monotonia, alla fatica ed anche al dolore. Già, perché ha ragione chi sostiene che l'asfalto sia molto, ma molto più traumatico per le povere quattro ossa del podista, rispetto al sentiero. In realtà la questione, almeno per me, è un po' più complicata: il sentiero è traumatico perché io non sono capace a reggermici in piedi, mi inciampo ogni due passi e rimedio decine di lividi ad ogni uscita... L'asfalto logora, genera fastidi che poi diventano dolorini e poi muscoli induriti e gonfi e poi... Bisogna tenere duro, senza sconti.
A Feletto, km 25, scopro di essere arrivata troppo troppo presto. Non è nemmeno l'una e mezza: due ore e poco più, per il primo quarto di gara, significa che sto esagerando e che, se continuo così, va a finire che schiatto. Meno male che, sulla piazza del paese, campeggia un fantastico banchetto del ristoro. Stracolmo di ogni bene, ma io vedo solo due cose: la Coca Cola.... E la pizza! Tranci di pizza al pomodoro e formaggio, non posso crederci, davvero non oso crederci. E' il Paradiso Terrestre questo!
Riparto quasi subito, un bicchiere di Coca in una mano, i due tranci nell'altro. Spazzolo tutto con la voracità di un coccodrillo; per fortuna, non ho problemi di apnea se anche mangio e corro contemporaneamente, e nemmeno di digestione. Da Feletto in poi, come promesso, decido di rallentare un po' l'andatura: il podista cremonese non è d'accordo, dice "Io continuo finché ce la faccio". Già... Ma ci sono ancora 75 km. Troppi per azzardare qualsiasi previsione.
Fino ad Agliè è una lunga galoppata solitaria, sempre tra i saluti e gli incoraggiamenti degli angeli custodi della corsa, che vigilano ad ogni incrocio e non negano una parola buona ad alcuno di noi penitenti. Quanti pensieri in tanti chilometri. Ma non penso a Saint Vincent. Non avrebbe senso. Posso superare i piedi con la fantasia, ma solo fino al prossimo ristoro, e da lì a quello dopo. I ristori ogni cinque km sono un conforto preziosissimo; non ci si sente mai davvero soli.
Da qui in poi la salita, sia pure ancora lieve, si fa sentire; Bairo, Baldissero Canavese, tratti in leggera salita che, in qualche strappo appena più pendente, mi costringono a rassegnarmi a camminare un po'. Me la sentirei di correrli, già, ma me la sentirei adesso: intorno al quarantesimo km. Che ne sarà di me tra 10, 20 e più? Non è proprio il caso di fare i galletti. Lungo percorso su strada spesso deserta; nei lunghi rettilinei tra le gaggie, qualche capannello di fanciulle in abiti discinti che non credo facciano parte della Protezione Civile... E nemmeno dei punti di ristoro: come ammette, sconsolato, un podista di passaggio accanto a me, "Non credo che sarei in grado di approfittare...". Da Baldissero Canavese si sale: parto di corsa, corsetta leggera; resto sola per un bel po'. La strada corre lungo la montagna, accanto a case dal sapore antico, cortili minuscoli e ballatoi; il traffico è più rado, tante curve. Corro per un bel po', poi mi rassegno a camminare qualche tratto; neanche fosse una vergogna! La luce del pomeriggio, ma non saprei dire che ora sia. Incontro proprio qui, lungo la salita, il km numero 42: poi un bivio, ancora salita nell'abitato di Vidracco, anche qui un luogo fuori dal mondo, un gioiellino. Mi sento bene, adesso: chissà qual è il motivo di un alternarsi così repentino di sensazioni ed emozioni. Fino a poco fa, ero triste e sfinita. E dire che, accanto alla salita, si godeva la vista su un bel lago. Ora va meglio: approfitto della discesa che segue il paese, tra gli applausi caciaroni di un buon gruppo di spettatori, per riposare un po'. Mi supera un collega, mi raggiungono altri due, ma restano alle spalle. Curva secca a destra, si passa sul ponte e s'arriva a Vistrorio. Salita decisiva verso Alice Superiore: un po' la corro, un po' la cammino; so che, in cima, troverò la mia borsa, la felpa, il berretto per la notte. Già, la notte, perché alle sette sarà buio e, già ora, si sente l'aria frizzante. Una certa rivalità con un paio di podisti che mi precedono e si voltano di continuo: tranquilli... Non c'è proprio nulla di cui dobbiate preoccuparvi. Io voglio solo arrivare...
Alice, banchetto del ristoro: km 50. La metà, esattamente la metà. Adesso, Gian, calma, almeno per qualche momento. Fermati, mangia, bevi; apri la borsa, prendi quel che devi. Via la maglietta con le maniche corte ed i manicotti, su la felpa ed i guanti lunghi; passo nello zaino il berretto. Un po' di pasta di Fissan da spalmare nelle zone critiche per gli sfregamenti: ascelle, gambe, piedi. Ancora qualche boccone di pizza, ancora un po' di Coca Cola e the caldo: hanno pensato davvero a tutto, i nostri custodi! Poi via, lunga discesa: non so se essere contenta, perché posso tirare il fiato, oppure disperarmi per il dolore cattivo che la pendenza infligge ai muscoli. La boa dei 50 km è andata: ora, ogni passo che faccio più vicino al traguardo che non alla partenza. Considerazione lapalissiana, eppure di grandissimo conforto.
La discesa offre un panorama mozzafiato sulla piana verso Ivrea e sulla morena, quella sorta di immensa diga naturale che ho già spesso ammirato con stupore dall'autostrada. Siamo alti; ci vorrà un bel po' ad arrivare giù. Controllo l'euforia: è un carburante impagabile, ma può rivelarsi un'arma a doppio taglio. E' vero, più di metà gara è alle spalle, ma in ogni caso non è ancora il momento di cantare vittoria. Non lo sarà mai, fino a Saint Vincent.
Sento a lungo passi alle mie spalle: sempre più vicini, ma nessuno mi sorpassa. Mi guardo intorno, la piana, qualche casa, qualche splendido cagnone a guardia dei cortili, il freddo. Un'auto si avvicina; gli occupanti salutano e festeggiano il mio misterioso inseguitore, con cui poi finisco per attaccare bottone: è un podista torinese che condivide, pure lui, la passione per la bici da corsa... E legge il mio blog. Ma è un ciclista sul serio, lui: reduce dalla Parigi Brest Parigi, ed ho detto tutto. Com'è piccolo il mondo, abbiamo persino qualche conoscenza in comune: il mitico Giaccone, ciclista folle cuneese, ed Ivano, suo concittadino altrettanto folle e con un gran caratteraccio. E così, chiacchierando per esorcizzare il dolore, si arriva a Lessolo, altro ristoro, altra dose di Coca Cola e bevande varie, ancora complimenti ed incoraggiamenti. Anche il 55° è alle spalle. E si sente, nelle gambe, si sente tutto. Onde per cui, al diavolo i buoni propositi. Metto mano alla farmacia, la fida bustina che trangugio per metà, al seguito di un altro buon rifornimento di pizza. Mezza bustina è poco, ma qualcosa farà... Trangugio ed attendo fiduciosa; non per molto, perché mi sembra già di sentirne i benefici dopo una manciata di minuti. Effetto placebo? Forse. Ci rimetto il fegato? Può darsi, lo scopriremo solo vivendo. Ancora salita, si cammina, il vento s'è alzato e taglia la faccia, le parole muoiono in gola, non si chiacchiera più. Il 60° km: una rivelazione. Ormai la mente vive di sensazioni, segue i dolori alle gambe, i crampi che sembrano nascere e poi se ne vanno, i muscoli che ora sembrano tacere, ora si lamentano con forza, e l'umore che segue fedelmente tutta l'altalena.
Si corre ormai paralleli e vicinissimi all'autostrada, tanto che potrei quasi regolarmi con i caselli. La sera scende appena; potrebbero essere le sei, le sei e mezza: ragionando per eccesso, diciamo che ho impiegato sette ore e mezza per coprire i primi sessanta km. Di questo passo, contando la salita e la fatica che si accumula, potrei arrivare a Saint Vincent per mezzanotte... Possibile? Ma no, non ha senso, e poi Gian, che importa. Quel che conta è che, adesso, se anche tu smettessi di correre in questo preciso istante, riusciresti comunque a raggiungere il traguardo in tempo, camminando. E' quel che tu stessa hai detto al tuo collega stanco, che procedeva di passo in mezzo alla campagna. Sono dinuovo sola: del resto, a mio parere, è impossibile correre una gara del genere in compagnia. A meno di non viaggiare con qualcuno più forte, che però pazienta e si adatta. Io non sono capace di usare simile generosità: andare avanti, sempre, piano ma in modo inesorabile. Baio Dora, Tavagnasco, Quincinetto. Incredibile quanto scorrono i chilometri, anche a piedi. Il ponte sulla Dora. salti d'acqua ed una sorta di lago artificiale, le ultime luci del giorno, mentre corro al di là del guard rail, su un marciapiede pieno di ciottoli e sabbia. Oltre il ponte, brusca svolta a sinistra; chilometri e chilometri di strada che ora riprende l'aspetto di statale: non più borghi remoti da attraversare, ma capannoni, negozi, vetrine di esposizione. E' quasi buio, ma gli esercizi commerciali sono ancora aperti; probabilmente non sono ancora le sette e mezza. Ci sarebbe il marciapiede: ma sfido chiunque, ora, dopo settanta km di marcia, a saltellare su e giù lungo un nastro d'asfalto che si restringe, ha gli scivoli, i crateri, costringe le caviglie ad evoluzioni ormai insopportabili. Io scelgo la sfida della linea bianca a bordo strada: viaggiando contromano, vedo i veicoli in arrivo e, al limite, posso io stessa schivarli saltando sull'erba, se ce la faccio. Qui gli animi degli automobilisti sono già molto meno accondiscendenti nei nostri confronti; suonano, fanno i fari. Quand'è ormai quasi buio, mi fermo per aggiungere alle bande rifrangenti anche il giacchino da lavori in corso; la luce per ora non serve, bastano i lampioni. Mi raggiunge un collega che ho superato, e da cui sono stata risuperata, più volte; mi propone di correre per qualche tratto insieme. Accetto, sapendo di rischiare: è evidente che lui corre più veloce di me, sia pure di poco; è quel poco che basta a logorare le gambe già malridotte ed a sfinire il fiato. Però... Una bella lepre alta, bionda e pure simpatica val bene la pena di un po' di sforzo in più! Procedo arrancando, in più con la rassegnata certezza che prima o poi qualche auto porrà fine al nostro strazio. Ci fanno certe rasette... Ma noi, imperterriti, corriamo. Non c'è proprio alcun timore che potrebbe fermarmi, adesso: sono come i pupazzetti delle pubblicità delle batterie; finché ho energia, vado avanti, senza domandarmi perché!
Carema, l'ultimo baluardo piemontese, poi finalmente Pont Saint Martin. Mancano ancora più di venticinque km, ma siamo in Valle d'Aosta ormai; significa che ce l'abbiamo quasi fatta. Ristoro, ancora pizza, frutta e bevande calde, ancora Coca Cola; anche qui, pochi istanti e via. C'è luce quasi ovunque in questo tratto; lampioni, locali. Viavai di auto del sabato sera, grappoli di ragazzini e meno ragazzini, fanciulle agghindate ed ipertruccate che si muovono a sciami, borsetta in una mano, sigaretta nell'altra. Proprio mentre supero il cartello del km 75, telefono a mammà: va tutto bene, ce la faccio, a casa tutto ok? Mi dice che a Carmagnola piove: guardo in su, con aria preoccupata; nonostante la luce dell'abitato, in cielo si vedono le stelle. No, per questa sera non prenderò acqua. Donnas, nei tratti di strada senza marciapiede c'è davvero da rischiare le piume. Corro ora in compagnia di altre due anime perse, in vista del Forte di Bard illuminato. Le montagne, che oggi con il sole erano il nostro sfondo, ora incombono proprio sulla testa; zampettiamo accanto alla parete verticale. Impressionante l'effetto delle luci frontali di chi ci segue: sull'asfalto, davanti a me, tre ombre enormi, che ballano all'unisono, come pendoli, destra sinistra destra sinistra, mostri in marcia. Quando la strada sale, io cedo al passo; passo spedito, tanto che i miei compari mi ribattezzano "il sergente". Più avanti verrò promossa a generale. Fagocitiamo qualche altro corridore solo e dubbioso; superiamo qualche pazzo che non ha pensato di portarsi né luce, né bande rifrangenti, niente... Ma è possibile? Chiacchieriamo, per quel che si può, perché venti km sono nulla e sono ancora tantissimi; Arnad, poi Verres, il suo imponente castello che si intuisce appena, nascosto nell'oscurità; il cielo stellato che più non si può, senza luna, ce lo godiamo nei tratti di trasferimento da un abitato all'altro. Le luci dell'autostrada, gli abbaglianti di chi ci supera o ci incrocia un auto e non capisce, eppure talvolta, senza capire, improvvisa una musichetta a suon di clacson.
Dolore, stanchezza, gambe dure, ma il morale è alle stelle. Meno quindici, poi meno dieci. Montjovet: qui sappiamo che l'ultimo ostacolo è ormai alle porte. Pare ci sia una salita dura, secca: per me, è un vero sollievo. Le gambe ormai corrono solo perché le costringo, perché ogni passo è mosso da un pensiero preciso; di spontaneo non c'è più nulla. La salita significa camminare, spedita sì, ma camminare, risparmiare a schiena e ginocchia una parte del trauma.
Quando la strada finalmente fa un curvone verso destra, e poi comincia ad arrampicarsi là dove i fari delle auto disegnano una lunga serpentina sul fianco della montagna, ecco, lì basta corsa. Nel buio si intuisce una stretta gola tra due pareti e, proprio sopra le nostre teste, un castello, almeno credo, una struttura fortificata ed illuminata che incombe, così come le pareti a strapiombo protette dalle reti che, si spera, dovrebbero trattenere la caduta di sassi. Che beffa sarebbe, morire così ad un tiro di schioppo dal traguardo!
Camminiamo tutti e tre, Ireneo, Adriano ed io: ormai questa sarà la squadra che arriverà insieme a Saint Vincent. Per la verità, Ireneo mi preoccupa un po'; attacca a narrare nei minimi dettagli le vicende della battaglia delle Termopili, per poi passare ad una sorta di rievocazione podistica di quell'evento ai giorni nostri, una corsa su distanza folle che si concllude con il bacio ai piedi della statua di Leonida. Dev'essere l'effetto della carenza di ossigeno: i muscoli delle gambe lo richiamano tutto; non ne resta più per il cervello. Speriamo solo che il poveretto non degeneri!
Con i primi curvoni in salita, la conversazione torna su argomenti più leggeri: da una podista olandese che anima i ricordi di maratona del buon Ireneo, si passa a disquisire sulla vita matrimoniale. Lui, da uomo sposato, a sostenere di non riuscire a gestire più di una donna; io a ribattere che ok, va benissimo, ma la donna non deve essere necessariamente sempre la stessa. E' un vero peccato che nel mondo ci siano uomini così ostinatamente accoppiati e drammaticamente fedeli; insomma, in questo ambito di discussione io sono comunistissima, accanita nemica della proprietà privata!
Cammina, cammina, il cartello del km 95 si manifesta prima del previsto. Qualche pazzo sfreccia con il macchinone a velocità da brivido, qualche tamarro munito di alettone ci allieta con la sua cosiddetta musica. Quando finalmente lo spazio si allarga, s'intravede qualcosa che ha l'aspetto di un colle: ed il gazebo con l'ennesimo ristoro, l'ultimo. Non sia mai che ci rinunciamo: Coca e qualche biscotto, anche qui. Mi sa che sono l'unica che, in questa gara, è riuscita a mettere su peso: non ho avuto sensazione di fame né sete, nemmeno per un istante, mai. Si riparte, tutti e tre, ancora blanda salita; passiamo accanto ad alcune case caratteristiche, in pietra, con i balconi in legno ornati da cascate di gerani, tutti bigi nel bigio della notte. Laggiù, a fondovalle, una distesa di luci: e' quella la nostra meta? "No, nel modo più assoluto – mi risponde indignato Adriano – la nostra meta è molto più vicina! Di qui a laggiù ci saranno sette chilometri almeno...". Già. E a noi ne mancano tre o quattro. Un po' di salita, poi qualche tratto di discesa, già nel circondario di Saint Vincent; ancora volontari a presidiare gli incroci, ancora tifo: ancora due chilometri... La discesa è violenza pura sulle gambe perché ricomincino a correre, fitte di dolore ovunque, ma ormai è davvero, davvero fatta. Tre ubriachi, ecco cosa sembriamo. Giù a capofitto nel buio, accanto al Casinò; l'incrocio, il vialetto in cui ho parcheggiato l'auto: ci passo accanto, è ancora lì. L'arco d'arrivo, lo vediamo, finalmente. Ireneo allunga, rincorre un bimbo, poi si ferma, aspetta me ed Adriano; quel magico istante in cui non si sente più nulla se non la gioia. Ci fiondiamo come missili: ci passiamo sotto, tenendoci per mano. 12 ore, 5 minuti e rotti secondi: mai, e poi mai, e poi mai ci avrei creduto, se qualcuno me l'avesse previsto dodici ore fa. O anche solo sei. Finita, meravigliosamente finita.
Da qui in poi, è tutto leggero, tutto tinto di rosa: anche se il freddo morde le membra fradice di sudore, anche se devo tornare alla Opel a recuperare la borsa per la doccia, e poi andare a caccia del palazzetto per la doccia. Mentre marcio ancora di gran carriera verso l'auto – ma sarebbe meglio dire, mentre levito a due metri da terra – vengo fermata da un paio di gruppetti, incuriositi da tutto il can can sportivo della serata di Saint Vincent: sì, abbiamo corso da Torino a qui... Sì, cento km, come, in quante tappe? Una tappa sola, siamo partiti stamattina! Sì, è andata bene, benissimo, sono felice!
La doccia è calda, lunga, gradevolissima. Solo sui bagni avrei qualcosa da ridire: come si fa a costringere alla posizione di "sospensione" sulla turca, per giunta sopraelevata, un povero podista reduce da 100 km di corsa? E' un vero calvario! Almeno, mettete un paio di maniglie al muro, a cui ci si possa appendere... Ma dai Gian, non hai diritto alcuno di lamentarti. C'è persino il servizio massaggi, cosa vuoi di più? Massaggio gradevolissimo per le gambe disfatte, e poi a farsi carico dell'incombenza è un gran bel ragazzo, con qualche anno più di me anche se ne dimostra molti meno, un viso semplice, pulito, un bel sorriso aperto ed un modo di fare molto premuroso. Insomma, un rubacuori fatto e finito! Ma il mio cuoricino questa sera batte per la medaglietta di finisher che ho al collo, ed anche per la bellissima tuta Diadora con la scritta "Io c'ero". Nel locale accanto alla piazza d'arrivo, dove si consegnano i chip, mi accampo un po' prima dell'una: in teoria, le borse che avevamo lasciato al km 50 dovrebbero essere qui a minuti... Invece arriveranno tra un'ora e mezzo. Ma a me non dispiace: ne approfitto per sonnecchiare in un angolo, assisto al viavai dei corridori che arrivano solo adesso, di quelli già lavati e rinfrescati, gente che va e viene per consegnare il chip di cronometraggio e ritirare il premio. Gente che entra trascinandosi, barcollando, gente disfatta e gente felice, qualcuno non riesce più nemmeno a piegarsi, slacciarsi le scarpe. E poi si attacca bottone con quelli che, costretti ad attendere la propria borsa per recuperare il necessario per la doccia, si fermano qui, e con la signorina, bella e gentilissima, che sorveglia il bancone delle cibarie. Saluti, strette di mano con chi già conoscevo e chi ho conosciuto oggi, racconti di passate esperienze e futuri progetti. D'un tratto appare anche il mitico Franco Rancati: vecchia conoscenza di tante altre gare... Settanta primavere, forse di più, eppure una roccia; incrollabile, arrivato al traguardo in 14 ore e 45', distrutto eppure logorroico come non mai.
Si riparte ad un'ora indefinibile, forse le tre; accompagno a Torino il massaggiatore ed altri due podisti, un poliziotto pugliese ed un pensionato di Avellino, entrambi trapiantati nel freddo capoluogo subalpino. Non ho sonno: troppa è l'emozione, e poi i compagni di viaggio mi tengono ben sveglia. Da lì poi riparto per Alessandria: per una sorta di scommessa, sono iscritta alla Maratona... Ovvio che l'avventura vada a finire in un flop: dopo un'ora e mezza di sonno al gelo in autogrill, in un sacco a pelo troppo leggero, imbocco l'uscita di Alessandria alle otto. Non uno straccio di segnalazione per il punto di partenza della maratona; in base alle poche informazioni lette sul sito Internet, giro come una pazza, in lungo ed in largo in città e nella campagna, chiedendo informazioni ai pochi passanti infreddoliti che scovo lungo le vie. Arrivo trafelata a Spinetta Marengo, allo stabilimento Michelin, imbucato che più non si può nella zona industriale: nemmeno il tempo di cambiarmi, mi precipito a ritirare il pettorale, salto a piè pari la colazione; mi presento al via con lo stomaco che ulula e, com'era prevedibile, dolori ovunque: gambe e, soprattutto, schiena. A tutto ciò, si aggiunge una fitta al fianco destro, intensa, che non sembra avere intenzione di cedere il passo. Parto così, confusa, rintronata, dopo aver risposto in modo quasi meccanico ai saluti di due o tre persone che mi conoscono, e riconoscono, come logorroica scrittrice di blog. Mi sembra di essere appena piombata qui da un altro pianeta; fatico a connettere, altro che correre...
Fino al quindicesimo chilometro, bene o male riesco a correre: piegata in avanti, con la mano a premere il fianco, finché il dolore un po' non si attenua; combattuta tra la voglia di lasciar perdere tutto e l'orgoglio di provarci comunque: Gian, ma chi te lo fa fare? Come, chi me lo fa fare, son venuta fino qui, insomma, almeno provarci con un minimo di serietà! Ma sei sicura che hai davvero testa oggi per soffrire così tanto? Non lo senti, che le gambe non ce la fanno più?
Ultima o quasi, desolatamente, corro ma a passo di lumaca; corro ma vedo la campagna e la strada deserta; mi sembra di leggere la compassione negli occhi dei volontari che presidiano la strada, ed anche il fastidio di dovermi aspettare; tutte sensazioni che esistono forse solo nella mia mente. Al quindicesimo, è chiaro che la maratona non la concluderò mai e poi mai: le gambe sono sempre più rigide, dure, nemmeno la costrizione basta a farle correre. Inutile trangugiar medicine; adesso; sono a stomaco vuoto, vuotissimo; mi farei davvero del male e, per questa corsa, non ne vale la pena. Alterno qualche tratto camminando; poi, approfitto della possibilità di scegliere la mezza maratona e taglio, vilmente, al bivio, a sinistra. Per qualche km, accompagno un simpatico podista torinese settantenne, alla sua prima mezza maratona; anche lui alterna passo e corsa; fino al km 20, riesco a stargli appresso e chiacchierare. Da lì, poi, le gambe si rifiutano di correre. Dicono basta: non c'è più niente da fare. Rassegnata, mi incammino per l'ultimo km al passo; nello sforzo di mimetizzarmi con il fossato erboso ed i cespugli di gaggia, arrivo al traguardo sfilando però accanto all'arco d'arrivo, non sotto. Non mi pare il caso di dare a questa mia mezza maratona, conclusa in ben più di due ore, l'"onore" della classifica. Striscio fino alla Opel, tento un minimo di allungamento dei muscoli, ma per poco mi trattengo dal cacciare un urlo di dolore. Rinuncio, riparto, gemendo per il male che sento anche solo a pestare i pedali. Viaggio breve, tormentato da sonno e stanchezza eppure tanto, tanto felice; all'uscita di Villanova a momenti centro il guard rail perché solo in un estremo sforzo di lucidità riesco a ricordare quale sia, dei tre, il pedale del freno... Anche il brivido di adrenalina lungo la schiena fa male, anche respirare fa male. A casa mi accascio sulla sedia in giardino, nell'unico francobollo di sole freddo, sotto gli sguardi preoccupati di mammà e dei cagnoni che non fanno altro che leccarmi, forse cercando a loro modo di rianimarmi. Tranquilli, tutti: un giorno di lamenti e sofferenza e tornerò come nuova!
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