martedì 10 novembre 2009

7 novembre 2009 - Ultramaratona degli Etruschi: 100 volte Finisher!

Luci rosse che si ramificano sul parabrezza, spazzate via con ritmo vorticoso dai tergicristallo che lavorano alla massima velocità; luci che si attenuano e poi rinforzano, riflessi che abbagliano, nuvole di polvere e nebbia che salgono dagli spazi tra le auto; buio. Rumori della pioggia, dei motori, lontani. Isacco, accanto a me, alla guida da un disastro di ore e di chilometri, non ne può più; manifesta propositi suicidi... Io no. In questo momento, in coda sull'autostrada che attraversa Genova, in un punto non meglio definito nel buio, su un corridoio d'asfalto e pozzanghere, inscatolata in una gabbia di metallo in mezzo ad innumerevoli altre gabbie e sguardi esasperati e tubi di scappamento che sbuffano, con tutti i muscoli che intonano in coro un unico, straziante lamento, con le ossa peste e la testa stretta in una morsa impietosa, quasi un cappio alle tempie, ecco, io qui mi sento pressappoco in paradiso. Non ho fretta, né voglia di arrivare a casa, non ho fame, non ho sonno, non ho freddo né caldo, non penso a cosa farò domani, non m'interessa quel che accadrà da qui all'eternità. Solo quieta, perfetta, pienissima felicità. Ci sono tanti modi di raggiungere la beatitudine; chi la conquista con la meditazione, chi si attacca al collo di una bottiglia. Io ci sono arrivata in cento chilometri.

Lascio il buon Isacco al parcheggio dei bus, a Tarquinia. Questa mattana l'avevo pensata per conto mio: il viaggio verso la Tuscia, la gara, il rientro a casa, li avevo già immaginati come una lunga galoppata in compagnia tutt'al più della radio e dei miei mille pensieri contorti. Non sarebbe stato un problema: ormai ci sono abituata, e poi a me piace, per quanto possa sembrare strano, mettermi al volante della vecchia carretta bianca e partire, via, per ore, vedere scorrere paesaggi e guard rail, montagne e pianure e mare, magari uno dopo l'altro. Però, quando Isacco ha lanciato l'idea di aggregarsi ed approfittare della trasferta per godersi un giro in bici in Lazio, non ho faticato a cambiare idea: un viaggio in auto con lui è garanzia di sghignazzate assicurate! Spero che oggi riesca a godersi una bella pedalata: ha intenti combattivi!
Davanti al bus si è già radunata una piccola folla, atleti in assetto di guerra ed accompagnatori dall'aria assonnata e, soprattutto rassegnata. La loro giornata sarà molto, molto più pesante di quella che attende i corridori. Sono le sette e mezza: parte il primo pullman che ci condurrà alla partenza della corsa, a Tuscania. La quarta edizione della 100 km di corsa a piedi, Ultramaratona degli Etruschi. Appoggio la fronte al finestrino, cullata dalla vibrazione del motore già acceso, mentre i posti a sedere si riempono, uno ad uno. Mi sono iscritta due o tre giorni dopo la fortunatissima avventura della 100 km Torino Saint Vincent, travolta dalla voglia di provare ancora una volta l'ebbrezza del massacro: era l'ultimo giorno utile... Adesso, eccomi qui, a due ore e mezza dal via. La giornata si annuncia luminosa; cielo terso, nuvole lontane, all'orizzonte. Accanto a me prende posto John, un podista americano trapiantato a Milano, appassionato triathleta: è simpatico, chiacchiera volentieri, mi racconta di sé, dei suoi allenamenti, del triathlon concluso da poco, con buon successo; della bici che ha comprato negli Stati Uniti e delle ruote a razze che ci ha appena aggiunto... A sentir di cotanto orrore, mi vengono i brividi: "Ma sei un tamarro!", lo rimprovero. Tanti anni trascorsi in Italia gli permettono di capirmi al volo; scoppia a ridere anche lui ed ammette che sì, in effetti ho ragione... Ma vuoi mettere il fruscìo del vento sulle razze?
Collinone dalle pendenze dolcissime e, a tratti, nebbia pesante ci accompagnano fino all'arrivo, nel parcheggio di Tuscania. Arrivo per il bus, ma partenza per noi che ci stiamo sopra. Mancano poco meno di due ore al via: giusto il tempo per compiere quelle poche indispensabili operazioni, ritirare il numero di gara, scovare una panetteria e procurarmi un ettaro cubico di focaccia. Vado, letteralmente, a naso: ho captato un intenso effluvio di pane fresco; lo seguo, supero una scalinata, svolto nella via e mi trovo di fronte ad una vetrina, piccola ma invitante, tutta appannata, a proteggere un bancone stracolmo di ogni leccornia. Mi ci tuffo, a mò di coccodrillo; riemergo dal negozio brandendo un'abbondante porzione di focaccia al pomodoro, unta, bisunta, disgustosamente buona. Si può dire che, con questo, io abbia completato l'ideale percorso di avvicinamento all'Ultramaratona, iniziato ieri con sei ore di convegno sullo scudo fiscale, pranzo e cena raffazzonati alla meno peggio, sette ore di viaggio in auto e poche ore di nanna, sempre in auto, nel parcheggio della stazione di Tarquinia, sepolta nel sacco a pelo. Con gran gioia del mio compagno di viaggio, a cui è toccato lo stesso ingrato destino.

Solo a pochi minuti dal via, trovo un angolino di sole ed il coraggio di togliermi la giacca. Sono l'unica che correrà con lo zainetto, a quanto pare. Ma lo zainetto è la mia coperta di Linus, non posso farne a meno. C'è dentro l'essenziale: la giacca da pioggia, perché oggi nel pomeriggio è previsto un peggioramento meteo; il mezzo rotolo di papiro egizio per le emergenze; il portafoglio, il telefonino, qualche barretta, nonché l'immancabile scorta di farmacia varia. Natalina, altra irriducibile delle grandi sfaticate a piedi, mi prende in giro: "Ma ci sono i ristori!". Lo so... Ma è più forte di me, io devo viaggiare con la mia piccola scorta di tranquillità appresso. E poi questo zainetto non dà alcun fastidio; è leggerissimo, fissato con i cinghietti, non si muove.
Il gruppone dei corridori, o per meglio dire degli aspiranti suicidi, si riunisce nel viale appena fuori le mura. Qualche volto noto senza nome, qualche nome noto; c'è anche un curioso personaggio, non proprio filiforme, con una folta barba grigia, una parrucca blu elettrico ed un gonnellino rosso. Saremo un centinaio di persone, più o meno. Mi avvicino alla partenza con la stessa calma olimpica che mi ha accompagnata nei giorni scorsi. Ancora stamattina, riemergendo dal sacco a pelo, Isacco mi ha chiesto se fossi nervosa: no... Proprio no, per niente. Non sono preoccupata, né agitata, nulla di tutto ciò. So solo che sarà una fatica lunga, lunghissima, e non è detto che vada a buon fine. Una 100 km non si può dare per scontata. E' vero, tre settimane fa ho concluso la Torino Saint Vincent, ma questo non significa nulla; so bene di non essere preparata per questo tipo di gara, so di essere troppo pesante, troppo disordinata nell'alimentazione ed in generale nella vita di ogni giorno, e poi so di non poter contare troppo sulla mia testaccia ballerina. Certo che, se riuscissi a finire...

Breve intervista a Giorgio Calcaterra e Monica Casiraghi, i vincitori delle scorse edizioni: poi, senza troppi fronzoli, il conto alla rovescia. Via, in un attimo mi ritrovo a correre: parto, trascinata dalla piccola folla; asfalto e poi un po' di pavè, per il breve anello turistico entro le mura di Tuscania, a disperdere la colonia di gatti di ogni età e colore che poco prima avevo incontrato passeggiando nell'attesa; poi un altro arco in pietra e siamo fuori; asfalto, la strada, il viale. L'avventura comincia qui, con il tifo di pochi curiosi usciti fuori dai negozi, dalle officine, addirittura dalle scuole. Un'intera fila di bambini in grembiulino azzurro e rosa.
Il lungo viale rettilineo lascia correre i pensieri. Non saranno più cento i km che mi attendono; saranno novantanove, novantotto. Un'enormità. Già, ora le gambe girano fresche, riposate, pimpanti; posso permettermi di guardarmi intorno, godermi il sole. Un panorama insolito, questo di colline tutte uguali, tonde, deserte di case e di vegetazione; la terra scura è il colore che domina, oltre all'azzurro immenso del cielo. E già inizia la litania: piano, Gian, per favore, vai piano. Son pochi, quelli già fuggiti via e scomparsi alla vista. Tanti corrono con un ritmo molto simile al mio; manteniamo più o meno la stessa posizione reciproca. Tuscania alle spalle, viaggiamo scortati dalle moto e dalle auto dell'organizzazione, che talvolta riescono a fatica ad ottenere il rispetto della chiusura della strada. Agli incroci, Carabinieri e Vigili Urbani, oltre a sentinelle volontarie, vegliano sul nostro passaggio. Primo ristoro, bicchiere di acqua e sali e qualche passo di camminata per trangugiarne il contenuto: lo ha detto anche Calcaterra poco fa; mai saltare i ristori. Non ci penso nemmeno; la strada è molto, molto lunga.
Il primo tratto di strada, diciamo per i primi trenta km, è tutto fuorché pianeggiante; la strada sale dolcemente ed altrettanto dolcemente scende, forma ondulazioni continue, che, se da una parte sono un vero sollievo perché spezzano il ritmo, dall'altra ingannano, spingono a correre laddove ci vorrebbe un po' di cautela. Infatti a me sembra di star bene; sento lo sforzo dei muscoli, ma non rallento, non ora, perché, come sempre, la salita mi avvicina un po' ai fuggitivi, mi dà fiducia, e pazienza se poi la discesa ristabilisce gli equilibri. Il sole oggi concede un meraviglioso tepore, tanto che i guanti e la fascia in pile per le orecchie finiscono quasi subito nello zaino.
Ho già individuato qualche punto di riferimento tra i colleghi; qualcuno che, più o meno, ritrovo sempre nei paraggi e che controllo con un occhio, l'altro distratto ad ammirare i bellissimi casali in cima ai mammelloni, le chiazze bianche di greggi di pecore, le insegne di innumerevoli affittacamere appese a cancellate che racchiudono veri e propri gioielli di giardini. Penso all'ambiente delle Langhe, quello che ormai conosco come le mie tasche; colline anche quelle, ma più popolate, sfruttate, e più aspre, ripide, irregolari. Qua si vedono spazi immensi, aperti, deserti. Secondo ristoro: il cartellone del km 10, più alto di me. Da un ristoro all'altro, Gian. Ancora novanta km: no, in realtà ancora cinque, fino al prossimo ristoro, e poi ancora il prossimo, e quello dopo.

Corro da un po' accanto ad un podista con la maglia verde ed i pantaloni ¾, come i miei. Non mi spiacerebbe scambiare quattro chiacchiere, ma non oso disturbarlo; ha le cuffiette nelle orecchie. Curioso: si corre l'uno accanto all'altro e nemmeno ci si guarda in faccia, ciascuno perso nell'immaginare la propria avventura, ciascuno concentrato sulla propria fatica. Gli altri sono un contorno, come gli alberi, come i campi, nulla più. Ma il ghiaccio alla fine si rompe: galeotto il profumo di braciolata che fugge dal giardino di una bella casa. "Io sono vegetariana, ma questo mi fa venire una gran fame"... "Sono vegetariano anch'io!". E così scopro di avere per compagno di viaggio un vero appassionato di cani, al punto da averne raccolti venticinque, più altrettanti gatti, quasi tutti trovatelli malconci e bisognosi di cure. Cani di tutte le taglie, le età, le condizioni, perché "è incredibile quel che ti danno quando ti guardano negli occhi"... E' vero, penso ai miei due patatoni pelosi a casa e so che il mio collega podista ha ragione da vendere. Resto a bocca aperta e lo tempesto di domande, tanto che un po' di chilometri se ne vanno senza che io me ne accorga. Il primo quarto di gara: ancora tre volte quel che abbiamo già alle spalle... Tarquinia è lassù, proprio davanti a noi; infatti, poco oltre il km 25, c'è la prima divisione dei percorsi; gli atleti che corrono la gara da 30 km, abbinata all'ultramaratona, tirano dritto. Per loro la sfacchinata è bell'e finita. Noi della 100 km svoltiamo invece a destra. Puntiamo al mare.

Qui mi ritrovo, per un po', sola. La strada s'appiattisce. Mi rendo conto di aver commesso il solito, stupido errore: sono partita troppo forte. Anzi, troppo veloce: se mi sentisse Isacco, mi correggerebbe, perché "la forza si misura in Newton ed è...", insomma, è un'altra roba rispetto alla velocità. Agli ordini. Troppo veloce. Trenta km in poco più di tre ore, almeno, questa è l'informazione che ha incontrato per caso il mio orecchio al tavolino del solito ristoro. Avrei fatto volentieri a meno di saperlo. Troppo veloce: non è solo questione di matematica; è che le gambe sono già indurite, i doloretti al torace sono sempre più insistenti. E' il petto che fa male, quella solita sensazione di peso sul cuore, di torace che sembra costretto in una fasciatura. Continuo a correre, ma riduco la falcata, mi sforzo di rallentare un po'. E' un combattimento: 15 ore di tempo massimo, ce la farò, se dovessi rallentare? E se dovessi mettermi a camminare? No, camminare no, non avrebbe senso. Se anche ce la facessi, formalmente, entro il tempo limite, impiegherei un'eternità. Settanta km in queste condizioni. Settanta, ancora; due volte e mezzo quel che ho corso sinora. Non ci devo pensare. Devo pensare ad altro. Il panorama qui non aiuta; meglio pensare a stasera, quando ce l'avro fatta, quando tutto sarà finito. Oppure no, perché non sono affatto certa che ce la farò, e allora non devo pensare all'arrivo, non devo illudermi. Scavo alla ricerca di qualcos'altro nella mente; il lavoro, persino il convegno di ieri, lo scudo fiscale, la regolarizzazione, il rimpatrio, la dichiarazione riservata; il relatore che parlava a braccio, con marcato divertente accento romanesco, e la gente intorno a me in platea, pochi, tutti professionisti, tutti troppo eleganti, lontani mille miglia da me. Hanno proposto e discusso problemi che io nemmeno pensavo potessero esistere... Ed io non ho osato partecipare al rinfresco di pranzo, perché lì in mezzo mi sentivo proprio un pesce fuor d'acqua, e mi sono ritirata nella quiete della mia Opel, a sbafare pane ed Asiago ed a pensare al viaggio. Già, il viaggio, lo scambio di messaggi, la fuga dall'Auditorium della BCC di Roreto, l'appuntamento con Isacco a Cuneo, appena oltre il ponte basso; la sua sorpresa nel vedermi scendere in tenuta da convegno, "Ma come cacchio ti sei conciata?", il primo autogrill per far sparire i tacchi e mettere su le scarpe comode, le vecchie scarpe da corsa in montagna, quelle che ormai perdono la suola per strada, ma sono tanto tanto comode. Respirare è difficile; le mani, le labbra formicolano, mi manca l'aria. Marca male questa volta, Gian.

Una breve risalita apre alla vista un panorama stupendo sulle colline che digradano verso il mare: già, quello scintillìo laggiù è il mare, davvero! E il promontorio sulla destra? Forse l'Argentario? I miei vicini di corsa parlano della Spartathlon, altra follia podistica ben più folle, la corsa da Sparta ad Atene, una sorta di mito per gli amanti dell'Ultra; duecento e rotti km. Io vorrei provare la Nove Colli Running prima o poi... Ma non siamo nemmeno al km 35 ed io sto male. Troppo male.

Altro punto di ristoro, si svolta a sinistra. Questo dev'essere l'inizio del famigerato circuito. Già, perché i primi 35 km sono in linea; poi la corsa s'infila in un circuito da 14 km da ripetere per ben quattro volte. Una sorta di triangolo ideale, con gli estremi rappresentati da tre punti di ristoro; il conteggio dei giri, però, inizia al ristoro poco oltre il km 40, cosicché c'è un tratto, quello che percorro per la prima volta tra il km 35 ed il 40 appunto, che dovrò sciropparmi per ben cinque volte. E già di per sé il circuito è una vera tortura per la psiche, se non si ha l'attitudine del criceto a correre nella ruota. Figuriamoci poi se tocca sorbirsi i cartelli chilometrici di tutti i giri: ho passato da poco il km 35 e vedo, poco dopo, il km 94, e poi il km 80... Già, proprio perché di qui si deve passare più volte. Terribile. Mi si para davanti la consapevolezza che avevo finora respinto; c'è ancora una dannata quantità allucinante di chilometri! Un cavalcavia ripido sul serio: eh no, qui meglio non fare fesserie. Salgo al passo; riprendo a correre una volta in cima; scendo, raggiungo finalmente l'agognata meta intermedia del km 40. E continuo a non stare affatto bene. Al successivo punto di ristoro, i volontari mi comunicano che sono quarta. Ma non ha alcuna importanza, Gian. Devi ficcarti in quella testaccia che la classifica non esiste, gli altri non esistono. Hai ancora davanti a te una volta e mezza la distanza macinata finora e sei parecchio stracciforme. Non puoi pensare, a meno d'essere impazzita completamente, di mantenere fino alla fine l'andatura che hai adesso, non puoi pensare di difendere una posizione. Tu devi solo arrivare. Chiaro? Arrivare alla fine, punto e basta.

Le gambe sono dure come i chiodi, nonostante abbia già ceduto ad una pastiglia di Muscoril. Non posso dire che la situazione sia migliorata, forse perché questa volta il dolore è di natura diversa, forse perché pago ancora le conseguenze di Torino. Dolori ai fianchi, sia a destra che a sinistra, appena sotto la cassa toracica; un dolore, in più, a sinistra, in basso, quello che di solito si chiama "male alla milza". Forti, fastidiosi, anche se non ancora tali da rallentare l'andatura. Ho il terrore che la situazione peggiori. Il primo giro è lungo, interminabile, un calvario, prima leggerissima impercettibile salita, con vista sulle ciminiere e sui nuvoloni neri minacciosi che si addensano all'orizzonte; poi impercettibile discesa. Km 45, circa, il secondo punto di ristoro del circuito. Mi consolo con Coca Cola e crostata all'albicocca, le uniche cose che sia riuscita ad ingurgitare finora. Mi raggiunge la quinta donna, pimpante ed entusiasta: Silvia, si chiama. Mi domanda, "Tu sei quarta, io quinta?". No, la correggo: lei è quarta... Infatti ingrana la marcia e se ne va; mi esorta a seguirla, correrle insieme, ma io non posso, non adesso. Sono nel pieno di una profondissima crisi, fisica e morale. Cammino qualche decina di metri, mentre mangio e bevo con un minimo di calma; la guardo allontanarsi, un po' mi dispiace, ma non sono nella posizione di poter dare battaglia. Mancano cinquantacinque km ed io ho forze residue per molto meno.

Il sole è sparito dietro la coltre delle nuvole. Soffia un vento incattivito e freddo. Vuoi vedere che le previsioni meteo avevano ragione? Nel tardo pomeriggio potrebbe piovere... Il fischio del treno, lungo, una frustata alle orecchie. Corro, recupero qualche avversario. Noto che il divieto di assistenza personale è stato, come al solito, allegramente calpestato: chi si fa seguire dall'auto, chi spudoratamente si fa accompagnare dalla bici. Anche alcune delle mie colleghe godono dell'aiuto di parenti ed amici. Mah. A me lo zaino non dà fastidio; se non altro, sono indipendente e non devo preoccuparmi del fatto che qualcuno stia facendo esercizio di pazienza e rassegnazione per i miei comodi. Chiudo la zip del giacchino, medito sull'opportunità di indossare guanti e fascia per le orecchie. Ma no... E' ancora presto. Due leggere risalite, lungo il tratto del circuito su strada un po' più trafficata: è sorprendente vedere come ogni incrocio sia presidiato da un sacco di persone in divisa; a momenti manca solo l'esercito e poi ci son tutti! E la circolazione delle auto, pur non essendo ferma, è sorvegliatissima: ai posti di blocco si formano piccole colonne di veicoli che poi vengono fatti partire e scortati dalle motorette dell'organizzazione, a passo d'uomo o quasi, perché possano sfilare accanto ai corridori senza alcun pericolo. Tutt'intorno, piatto, ma il mare non si vede più. Chissà dov'è...

Il km 50. Metà gara, me l'hanno anche scritto sul cartellone. Il km 50 è un attimo di profondissima euforia; l'aspettavo con ansia... Significa che, da qui, ogni passo sarà più vicino alla meta, che non alla partenza. Un incoraggiamento effimero, però, perché il dolore fortissimo alle cosce, i dolori acuti all'addome ed al torace, il cuore che sembra far fatica a battere, e far male, sono lì a ricordarmi che questa volta forse ho fatto, è il caso di dirlo, il passo più lungo della gamba. Breve pausa di camminata al ristoro, secondo passaggio sul cavalcavia e conclusione del primo giro, nei pressi del km 55. Alcuni volontari, seduti sul cassone di un camioncino che procede lentissimo, stanno lanciando oggetti a bordo strada: sembrano piatti di alluminio da forno... Guardo meglio: sono sì piatti di alluminio, ma contengono candele. Vuoi vedere che, appena sarà buio, queste candele serviranno ad illuminarci il percorso?

Ristoro e km 55. Dai Gian. Sono 45, sono ancora tanti, ma immagina di dover fare una maratona: immagina di essere al via, solo un po' stanca, ti è già successo, no? Pian pianino, ce la fai, con calma. Cedo alla tentazione della mezza bustina di antiinfiammatorio: pian piano, riesco a ridurre le dosi... L'accompagno con una fetta di crostata e poi riprendo a correre. Ancora una volta il lungo rettilineo con asfalto sconnesso, la ciminiera con le lucine rosse sullo sfondo, le nuvole: il sole è già basso, nascosto dai cumuli grigi che però, adesso, sembrano più sparsi e frastagliati. Il vento è calato, forse ci si salva? Ombre lunghe alle mie spalle, cani che abbaiano. Un momento di puro, intenso, profondissimo benessere: sarà la mezza bustina, sarà l'effetto placebo, ma i dolori all'addome in pochi minuti – minuti, ore, eternità, chi lo sa – scompaiono. Per qualche momento, mi sembra di respirare un po' meglio, anche se, per quanto io inspiri, ho la sensazione di non riuscire a riempire i polmoni. E le gambe, anche quelle per un po' sembrano penare meno. Piano Gian, niente illusioni. Ancora due giri e mezzo. No, non pensarla in termini di giri; pensa che mancano quaranta km. Ecco, quaranta. Un attimo fa ne avevi alle spalle quaranta e te ne toccavano ancora sessanta; adesso i numeri si sono invertiti. Ce la puoi fare, forse. Ristoro, passaggio sotto l'arco della ferrovia. I due saliscendi, tanta gente intorno, anche se non è facile capire chi sia al primo giro, chi al secondo, chi oltre. Mi torturano i cartelli che non mi competono, quelli che, dal km 90 in poi, campeggiano ad ogni km; non si può nemmeno evitare di guardarli... Sono giganti! Ristoro, un paio di km, cavalcavia, un paio di km, altro ristoro. Vivo da un ristoro all'altro... E mi chiedo se mai io sia capace di correre una gara del genere, ma in autonomia, o anche semplicemente con meno punti di assistenza. No, non ne sarei capace. L'appoggio psicologico dei punti di ristoro è importantissimo, non tanto per il cibo, quanto per il senso di salvezza, anche solo momentanea; un salvagente a cui aggrapparsi per riprendere fiato e ripartire.

Non c'è nulla di piacevole in quel che sto facendo. Sto male, sto faticando come un asino da soma, soffro, e non posso nemmeno prendermela con qualcuno; è tutta farina del mio sacco. Sto male, quasi a sentire nausea. Inizia il terzo giro e sono disfatta; ancora troppi i km davanti a me, per cantare vittoria. Ma non posso mollare, no, non fino a che avrò un filo di fiato. Non posso mollare, perché, se mollo, butto all'aria mille chilometri di viaggio, e non potrò dire di avercela fatta, non potrò dirlo ad Isacco che mi aspetta all'arrivo, a Matteo che fa il tifo per me a distanza, che mi manda messaggi che non ho ancora letto ma so essere suoi. Soprattutto, non potrò più inseguire con la stessa convinzione le altre mattane che ho già in mente per il futuro. No no Gian. Pensa ad altro, a quello che vuoi, ma non alla corsa, non alla resa.

Scende il buio, ma non riesco a capire che ora possa essere. E' buio per via delle nuvole, perché il disco del sole sembra ancora un po' più su della linea dell'orizzonte. Al ristoro si distribuiscono persino le lucine: ma a me non servono, ho la mia. Incontro per la seconda volta una signora che attende a bordo strada, coperta da un telo termico: era già qui, quando son passata nel giro precedente. Mi incoraggia; la saluto: "Certo che Lei ha una gran pazienza! Dovrebbero farLa santa...". Scoppia a ridere, sembra lieta che qualcuno finalmente riconosca anche la sua fatica: "E' vero! Lo suggerirò a chi di dovere...".
Sembra già notte fonda, ma è colpa dei giorni che a novembre sono cortissimi. Eccoli, i lumini: ora sono accesi... Una lunghissima fila di fiaccole poggiate a terra, l'unica traccia al passaggio degli atleti. Percorro i primi cinque km del giro senza accendere la mia luce frontale: nonostante l'irregolarità del fondo di questo tratto di strada, corro senza problemi, a passi corti e misurati. Corro nel buio, verso il buio; intuisco altre lucine davanti a me, seguo la direzione della linea luminosa. Km 70, quindi ancora trenta. Ancora tanti, Gian, troppi per cantare vittoria. Però, il ristoro all'altezza del km 74 arriva, questa volta, rapidissimo. Che sia il fresco della notte che ringalluzzisce anima e corpo? Chiedo a gran voce la Coca Cola; "Guarda che al prossimo giro non ce sta più, l'avemo finita"... "Eh no – rispondo indignata – se non c'è più la Coca Cola, allora io mi ritiro qui!". "No no, c'iaavemo 'a Coca, nun te ritirà"... Doppio saliscendi, ormai potrei davvero procedere ad occhi chiusi. Al successivo ristoro, qualcuno esclama il mio nome... Mi volto di scatto: è Isacco! Cavoli, se solo potesse immaginare quanto io sia felice di vederlo qui. Un viso amico, quando stai sprofondando nel più buio dei baratri, è preziosissimo... Forse non ti salva, ma ti addolcisce l'agonia! Scambio con lui qualche parola, mentre mangio e percorro qualche metro al passo, e scopro con sorpresa che la voce che esce dalla mia gola non ha niente a che vedere con il colore cupo dei miei pensieri. Isacco mi incoraggia, "Se continui così arrivi prima delle dieci... Ci vediamo là!". Ed io rispondo con il più convinto ed accorato dei miei "Sì"! Forse adesso, per la prima volta, penso che sia davvero fatta... Forse adesso so che non mi fermerà più nessuno. Poi il km 80, altro cavalcavia, altro ristoro. Mi sembra di impazzire... Ancora un giro, Gian. Meno male che ogni tanto si possono scambiare quattro chiacchiere. Un giro, uno solo. Al mio passaggio al punto di controllo, sento menzionare di sfuggita "Due giri"... E salto su come un sol'uomo: "Se mi dite che devo ancora fare due giri, vi ammazzo!". Ma forse quel "due" è stato una mia allucinazione... Sguardo di terrore negli occhi dei giudici; forse perché gli occhi iniettati di sangue io li ho davvero. Brevissima ma ahimé inevitabile pausa in bagno, poi riparto, a mo' di caterpiller. E' finita, Gian; da qui saranno circa diciassette maledettissimi km. Meno del tuo giro delle domeniche pigre di brutto tempo. Non c'è più alternativa, adesso ce la fai.

Alzo gli occhi, il cielo ora è sereno; un firmamento di stelle, fittissimo, ed una stella sola che schizza attraverso la volta e si spegne più avanti, più in giù. Mi torna in mente la stella cadente vista ieri sera, mentre viaggiavamo in auto verso Tarquinia; e con questa fanno due... Le stelle sulla capoccia, gli aloni di luce fioca che oscillano ritmici davanti a me. Raggiungo una signora con cui avevo già scambiato qualche parola; raggiungo un altro podista, accompagnato da un amico in bici: che forte, questo assistente; una parola di coraggio dietro l'altra, deciso, sicuro. La frontale di chi mi segue proietta la mia ombra sulla giacca rossa del corridore che mi precede, disegnando una figura netta, quasi inquietante; ma ormai è la testa che viaggia per conto suo. Ora è fatta, è fatta... Il km 90, proprio lì dove me lo aspettavo, dove già l'ho visto per tre volte nei giri precedenti. Novanta. Solo più dieci, dieci cavoli di insulsi chilometri. Mi si affollano in mente le espressioni di gioia più scurrili e colorite...

Ritrovo il podista toscano, di Prato, conosciuto alla partenza; mi annuncia che sono la sesta donna e che la quinta è a 133 m davanti a me... Che precisione! La mia risposta, effettivamente, non è delle più educate: "Chissenefrega! Io voglio solo arrivare"... Ora sì, è una lotta estenuante tra la voglia di partire, dare tutto quel che ho, e la prudenza che ancora dice di frenare. I dolori all'addome sono tornati, più vivi che mai; i muscoli delle gambe sono sull'orlo dei crampi. Dieci km sono più che sufficienti a saltare ed a perdere un sacco di tempo camminando... Io non voglio camminare, voglio solo raggiungere Tarquinia, mettere fine a questa interminabile agonia. Voglio arrivare laggiù, sapere che c'è Isacco che mi aspetta e che sarà felice, davvero, anche lui, per me; ci sono poche persone alla cui stima tengo tantissimo, e lui è uno di quelle. Voglio arrivare per prendere il telefonino, chiamare mamma, chiamare Matteo e dire loro che anche stavolta ce l'ho fatta!

In una sorta di stato euforico, a metà tra la gioia e la voglia di piangere per il male, passo il ristoro poco oltre il km 93. Mi precede di poco un gruppo di podisti che procedono al passo: tra loro c'è la quinta donna. Li sorpasso, scambiamo qualche battuta; mordo ancora il freno ma corro via, senza più voltarmi. Cerco lontano la scia delle fiaccole; il cavalcavia, ancora, le voci alle mie spalle; il ristoro, forza Gian, ancora un km ed ancora qualche metro di pausa; la Coca Cola, l'ultima dose... E poi via, via, adesso senza più risparmio, succeda quel che vuole. Negli ultimi due km e mezzo si sale, dolcemente ma si sale; ho una motoretta alle spalle che scorta nientemeno che me, apposta, al buio. Km 98: solo qui, solo adesso, posso dire di essere davvero felice. Sento il sorriso che si allarga da un orecchio all'altro, frusto le gambe,non ho più male, non sento più nulla. Una rotonda, i Carabinieri ancora lì; Tarquinia, le sue torri, ora le ho proprio sopra la testa. Seguo la moto ed il percorso segnato; l'ultimo, ultimissimo chilometro: qui si sale sul serio, la strada impenna; mi raggiunge un podista, non mi volto, non lo guardo neppure... La tensione è massima, i muscoli sembrano volersi strappare; mi scappa un'imprecazione, "Ma quando c... finisce 'sto ultimo chilometro?". Il podista accanto a me, "How long to the end?". Oh cavoli... Un minimo di ossigeno rianima il neurone, quel tanto che basta ad elaborare una rapida risposta adeguata... "Three hundred meters I think... I hope!". Ci ho azzeccato: l'ultima rotonda, poi l'arco che appare poco più avanti, l'ultimo scatto; il collega ed io sembriamo due indemoniati, ci precipitiamo come pazzi. Un attimo dopo mi ritrovo un telo termico intorno al corpo, una scatoletta blu in mano con la medaglia di Finisher, il flash della macchina fotografica di Isacco sparato negli occhi, una gioia che potrei far esplodere con più violenza di un'eruzione vulcanica.
Ci sarebbe la pasta... Ma non mi interessa, non ho fame. Via Isacco, andiamo via, subito... Una felicità incontenibile, 11h 39', non sarà un gran tempo ma io l'ho davvero sofferto questa volta, minuto per minuto; mai e poi mai me lo sarei aspettato. Le telefonate, come promesso, i messaggini, con gran gioia della Vodafone, i saluti a chi sta ancora arrivando, la Opel, la borsa, la cameretta d'albergo, la doccia. Ebbene sì, ho ceduto all'albergo. Aveva ragione Isacco: "Sono venuto fin qui soprattutto per impedirti di farti del male...". Senza di lui, probabilmente avrei fatto la doccia, sarei saltata in auto e via, a guidare fino a crollare dal sonno, e poi a dormire nel sacco a pelo, parcheggiata nel primo autogrill a disposizione. Mi conosco... E mi conosce anche lui!
E pazienza se la notte successiva è una tortura, se passo di continuo dalla doppia coperta al solo lenzuolo, dai brividi alle caldane, pazienza se sono costretta a cambiare posizione ogni pochi minuti per il male a tutto. Nel silenzio insonne, sento solo il respiro del mio compagno di viaggio, che dorme beato e soddisfatto dei suoi 170 km in bici tra i monti della Tolfa ed il Lago di Bracciano, e tra me e me ringrazio che ci sia, perché sarebbe stata molto, molto più dura senza il suo aiuto. Ascolto la pioggia crepitare sul tetto e penso che da qui alla Nove Colli Running ce n'è ancora tanta, ma tanta, di strada da fare. E non solo metaforica! Però chissà: comincio quasi quasi a credere che nulla sia davvero impossibile...

giovedì 29 ottobre 2009

25 ottobre 2009 - Lafuma Trail del Monte Casto

"Non ho voglia, non ho proprio voglia". Da una settimana a questa parte, il mio sport preferito è la lamentela. Una lagna continua, una litanìa che risuona solo entro la spessa corazza della mia scatola cranica: non ho voglia. So già quale ovvia risposta riceverei, se solo provassi a rendere partecipe qualcun altro, a casa, del mio tormento interiore: "Se non hai voglia, stai a casa, no? Chi te lo fa fare?". Gretti materialisti, non possono capire. E' tutta colpa del meteo, dei giorni uggiosi di pioggia, del freddo che si ficca nelle ossa ed è ancora più freddo, se le nuvole tengono in ostaggio i raggi del sole. Odio il freddo, l'inverno, i maglioni, i cappotti, le tazzone di the bollente da trangugiare nel vano tentativo di scampare alla morte per congelamento; odio scostare le coperte al mattino ed affrontare i rigori della Siberia in appartamento; odio persino fare la doccia, perché tocca svestirsi, quando io avrei bisogno di una seconda pelle di lana e magari di una terza in Goretex, da indossare da ottobre ad aprile. Perché il mio cagnone mette su la livrea invernale ed io no?

Mi inquieta la prospettiva di una domenica pari all'intera settimana, di pioggia, di freddo, di disagio, di fango. E il pensiero della sveglia alle tre, tre e mezza, con il minimo conforto del ritorno dell'ora solare. Un'ora in più di sonno, magra consolazione. Anzi, altro che consolazione: il cambio d'ora manda in tilt il mio povero neurone, gli sottrae ogni stilla di energia nel tentativo di decidere l'ora a cui puntare la sveglia. Il cellulare si cambierà l'ora da solo oppure no? E la radiosveglia? Di sei mesi in sei mesi, non mi ricordo mai. Come la punto 'sta benedetta sveglia? E poi, quando trillerà, come faccio ad essere proprio sicura di che ora sarà? Meno male che Matteo viene in soccorso del neurone agonizzante: "Dai, alla peggio ci svegliamo un'ora troppo presto". E provvede a sistemare l'allarme del suo cellulare: va bene, mi fido. Tanto non ho voglia. Se anche noi si restasse addormentati, non sarebbe poi quel gran dramma. Per me. Per lui no, sarebbe una tragedia, una sciagura di proporzioni bibliche; a quanto pare, il Trail del Casto rappresenta un momento cruciale della sua carriera di corridore, destinato a cambiare per sempre la sua esistenza.... Almeno, credo, a giudicare da quanto ci tiene. Ogni tanto dimentico di quanto fossero tormentose le notti che precedevano le gare ai miei esordi ciclistici e podistici. Ma è acqua passata da un pezzo! Ormai ho conquistato una flemma che neanche il Buddha...

Al trillo del cellulare, non riesco a replicare altro che un muggito. Ormai non ho scelta, posso solo lasciarmi trasportare dagli eventi. Il bagaglio è già pronto da ieri sera: zainetto con portafoglio, giacca, borraccia e pappatoria. Sul divano, l'abbigliamento da indossare per la gara: anche lì, una sofferenza, buttarsi addosso canotta e maglia fredde. Colazione da trangugiare come le oche; nella borsa del cambio d'abito per il dopo gara precipita anche, in extremis, un quadrato di cioccolato Ritter al latte. Servirà come "richiamino" prima del via. Poco dopo le quattro siamo già in viaggio: Matteo non sta più nella pelle. Ben lieta di non dover guidare, io mi imbozzolo sul sedile, arrotolata nel vecchio giubbetto di pile che porta i segni secolari dei miei pasti distratti seduta al computer; lascio scorrere i chilometri senza entusiasmo, rintronata dal sonno e dal buio. Il mio compare si strugge nell'angoscia della corsa; teme di non rientrare nei primi cinquanta classificati, povero lui.,.. Il mio problema è portare il fondoschiena a superare l'arco di arrivo, possibilmente entro il tempo massimo; però, oggi nemmeno questo obiettivo riesce a scuotermi dalla catalessi. Sono quarantasei km di sentiero e poco più di duemila metri di dislivello in salita; nulla di che, se non fosse che il tempo massimo concesso è di otto ore. Poche, pochissime per le mie possibilità: significa una media dei sei km all'ora, circa. Significa che bisogna correre, ed io ho tutto fuorché voglia di correre. Non amo la corsa su sentiero; squinternata come sono, ci rischio la cotenna. Lo schianto faccia a terra è sempre in agguato! E poi oggi non sono nemmeno in vena di far fatica. Una bella passeggiata, ecco cosa ci vorrebbe.

Uno spicchio di luna accompagna il nostro arrivo ad Andorno Micca, poco a nord di Biella, al campo sportivo La Salute. Non sono ancora le sei: riusciamo a trovare un buon parcheggio per l'ingombrante furgone di Matteo. Già nel breve tragitto verso il locale ove sono distribuiti i pettorali, sono bersaglio di un bel po' di saluti e pacche sulle spalle: son questi i momenti in cui vorrei sprofondare... Perché, se qualcuno ormai è volto noto, altri dovrebbero esserlo ma non lo sono affatto; per quanto scavi nella mia memoria, non riesco a ricordare nomi né volti. Il bello è che, senza dubbio, con tutti costoro ho già scambiato qualche parola in qualche gara, diviso un po' di chilometri e fatica; eppure... Nulla, il buio, più buio nella testa che fuori, all'aperto. Che figura da imbecille: meritatissima del resto!
Tra i personaggi indaffarati nella consegna dei pettorali, trovo il buon "Mulo": colui che mi ha fatto conoscere l'esistenza della 100 km Torino Saint Vincent! La gioia di quella straordinaria esperienza la devo, in primis, a lui. Quando mi fa i complimenti per la prestazione, beh, mi spunta sulle terga un'enorme variopinta ruota di pavone...

Il furgone di Matteo è comodissimo per poltrire ancora un po', in attesa delle sette, ora del via. Del campanile si vede solo il quadrante illuminato; il resto è ancora buio pesto. Attacco il cioccolato, mentre il mio compare, più virtuoso, fagocita la pasta che si è portato dietro nel solito contenitore di plastica. Tutt'intorno fervono i preparativi; il parcheggio si riempe, brulica di vita. Il colore del cielo, alla mia sinistra, cambia repentino dal nero più profondo ad uno squarcio di blu intenso, segno che l'aria è limpida... E che si preannuncia una splendida giornata. Anche se il freddo è pungente ed io ho sempre meno voglia di abbandonare il mio bozzolo. Ormai rinuncio persino a zittire Matteo: lascio che frigni e si disperi... Da uno che più volte ha conquistato i primi posti delle classifiche di varie corse di tutto rispetto, dover subire la litanìa dell'autocommiserazione, "Non ce la faccio, arrivo indietro, qui sono tutti forti", e via dicendo, mi dà ai nervi; l'istinto suggerirebbe di mandarlo al diavolo. Anche perché io stessa, che pure faccio delle mie avventure sportive la mia più bella ragione di vita, credo che conti solo l'esperienza da vivere. Che poi si arrivi alla fine presto o tardi, in tempo o fuori tempo, non è di fondamentale importanza. Quindi, tutto quel che mi viene di rispondere a chi teme di non essere tra i primi cinquanta classificati è una domanda: "E se anche non ci rientri, cosa cambia?". Elementare Watson: nulla... Freno i nervi, conto fino a ventisettemiladuecentotre e rinuncio alla discussione. Non è un valido motivo per litigare.

Quando la massa informe dei corridori sparpagliati si raccoglie in un'unica onda che corre verso l'ingresso del campo da calcio, Matteo ed io decidiamo che è proprio ora di muoversi. Il marrano mi ha persino sequestrato il buono pasto: non si sa mai, io corro il rischio di perderlo... Sa benissimo che il più delle volte, a fine gara, io salto il pasta party; in quel caso, a lui toccherà doppia razione di rancio. Ergo, si premunisce: come dargli torto? Già durante il breve discorso introduttivo dell'organizzatore, Matteo è in piena trance agonistica. Lo sguardo vitreo, perso nel vuoto. A pochi istanti dal via, già scalpita in primissima fila: lo rivedrò solo tra parecchie ore.
Finalmente la folla si mette in movimento. Meno male: ancora qualche minuto di immobile attesa e sarei ibernata. Si parte sull'asfalto, corricchiando e chiacchierando, almeno nelle retrovie. Ancora poco convinta, nonostante il sole che splende limpidissimo, parto tuttavia di gran carriera, per evitare, se possibile, di ruzzolare subito in fondo, ad anni luce di distanza da chi mi precede. Non è una preoccupazione di classifica, bensì di natura molto pratica; ho timore di sbagliare strada, se non dovessi più vedere nessuno davanti a me! L'itinerario è bel segnalato da frecce color arancione per terra, e pallini arancioni su pietre, muri, tronchi d'albero.
Il cuoricino reagisce bene al via. Le gambe, pure, almeno all'apparenza. Si va al trotto sull'asfalto, tra le case, con un po' di fatica per i tratti in salita; abitato, sentiero e poi ancora abitato, la frazione Piane di Locato. E lo sapevo, io: è bastato partire, vedere in alto i primi raggi del sole, per dissipare la nebbia di paturnie e svogliatezza che mi ha tenuto compagnia fino a poco fa. La giornata non potrebbe essere più bella: aria frizzante, luce violenta, limpidissima, che disegna una linea di confine molto netta tra ombra ed aree già raggiunte dai raggi del sole, sui pendii erbosi e sulle chiome degli alberi. Il contrasto nitido della stagione autunnale. Colori e suoni sono quelli dell'autunno inoltrato, il giallo ed il crepitio delle foglie secche sotto le scarpe.
La prima salita conduce al Monte Casto: anche se, a dire il vero, non mi sembra così evidente il fatto di essere in cima ad un monte. In compenso, resto a bocca aperta alla vista del panorama meraviglioso: questo no, proprio non me l'aspettavo. Eppure c'è qualcosa di strano: siamo appena oltre quota mille metri, ma questi pascoli e questi declivi erbosi mi danno l'impressione di alta montagna; insomma, immagini così dovrebbero vedersi più in su... Salgo di buon passo ed in silenzio, faccio finta di non sentire i lamenti del ginocchio destro che strepita ogni volta che l'appoggio e ci carico il mio dolce peso. Che diavolo gli succede adesso? Ovvio che il pensiero corre subito ai menagramo che mi hanno preannunciato sciagure dalla mia ostinazione a correre su asfalto... Vuoi vedere che hanno ragione loro? Ma no, non sia mai. Questo dolore è solo un'impressione. Avanti tutta.

Un breve tratto di discesa, per mia fortuna facile, porta al primo ristoro: quindi, se la memoria non m'inganna, qui siamo al km 7. Ho una gran voglia di Coca Cola: infatti, confesso senza pudore tra le risate dei volontari, "Io partecipo a queste corse solo per i ristori!". E qui ne vale davvero la pena; c'è grande abbondanza di leccornie. La mia scelta cade su un'appetitosa fetta di crostata, che trangugio a mo' di oca proseguendo la discesa. Si torna all'ombra, si scende lungo una strada sterrata ampia, abbastanza facile da percorrere al trotto. Di lì a poco, il bosco si apre, scompare, lascia il posto ad un prato e scopre alla vista un quadretto da favola, da cartolina: due alpeggi, bellissime costruzioni in legno e pietra, con il recinto in legno e qualche vecchio attrezzo da lavoro accatastato intorno, tendine alle finestre, anche se non sembra esserci qualcuno qui, oggi. Ci passiamo in mezzo: piovono espressioni di meraviglia. Proprio non me lo spiego, ma questo luogo mi infonde un'allegria senza senso; ed io che avrei voluto restare a casa...

Si torna a salire, in compagnia di due colleghi che mi rassicurano sul tempo massimo: secondo loro, ce la farò... Già, peccato che loro siano più veloci di me. Uno dei due si premura di elargirmi un consiglio per andare più forte in salita: perdere qualche chilo... Già: facile a dirsi, ma impossibile a farsi, almeno per me. E dire che, ironia della sorte, non sono affatto un'amante della buona tavola; non m'importa nulla della buona tavola, anzi non faccio mai nemmeno un pasto degno di questo nome; solo che non riesco a fare a meno di mangiucchiare... Si aggiunga poi che, lavorando a casa, la dispensa è a portata di mano... E la mamma spesso interviene a rimpolpare le scorte alimentari, con quantitativi tali che potrei resistere a due mesi di assedio. Ditemi voi come si fa a dimagrire, in queste condizioni...

Si sale lungo una strada comoda, ampia, anche se ripida; faccio forza sui bastoncini per limitare la fatica del povero ginocchio sinistrato. Capperi, fa male davvero, speriamo non peggiori. Ovunque un ruscelletto, una piccola cascata: l'acqua da queste parti non manca. Man mano che si sale, la vista spazia all'orizzonte sulle cime innevate della Val d'Aosta, che fanno capolino oltre le vette ancora verdi di questa vallata. Da strada a sentiero; raggiungo e sorpasso qualche avversario. So bene, però, che è una gloria del tutto effimera per me: mi riacchiapperanno non appena la strada spiana, là dove io non saprò correre e loro, ahimé... Sì. Avanti di gran carriera, sgranocchiando torrone, anche se, di lì a poco, si arriva al punto di ristoro del Bocchetto Sessera. Altra tavolata da affamati: Coca Cola e the, più biscotti e dolciumi vari. Dicono che da qualche parte ci sia anche la birra; la Menabrea è uno degli sponsor principali della corsa. Ma a me la birra dice poco; soprattutto, l'alcool non è l'alimento più indicato per lo sport. Quindi la lascio a chi l'apprezza e mi rimetto in cammino. Pochi istanti di sosta, all'ombra, sono stati sufficienti a gelarmi la maglia umida sulla pelle: che brivido! Provo a ripartire di corsa, almeno per scaldarmi un po', ma non c'è verso, qui dove la salita, sia pure appena accennata, c'è. Mi rassegno al solito passo svelto e mi godo il panorama che si ammira da quassù: cime arrotondate e pelate come zucche, impianti da sci. Si supera un colletto, si sale ancora un po', finalmente in pieno sole, anche se il conforto del sole di metà ottobre è forse solo un placebo. Bello: per un istante mi ricorda, fatte le dovute proporzioni, alcuni scorci dell'ambiente di una delle corse a cui ho partecipato a luglio, La Montagn'Hard, nei dintorni del Mont Joly. Ma qui siamo molto, molto più in basso.

Facile discesa nei paraggi degli impianti da sci e risalita verso l'Alpe Scheggiola: la vista spazia sui pendii dall'aspetto morbido, nei colori autunnali, verde scuro, marrone; chiome ancora folte, ma di foglie che avranno vita breve, qualche tronco già nudo. Ho già visto, in pochi chilometri, piante di tutti generi, conifere, castagni e, credo – non vorrei produrmi in una boiata botanica – anche faggi e betulle. Si corre poi lungo un torrente, gonfio, impetuoso, mentre di tanto in tanto uno schiocco distrae la mia attenzione. Impiego un po' a capire da dove arriva: sono i ricci delle castagne che si staccano, picchiano sulle foglie ancora vive sugli alberi ed atterrano sul morbido strato di quelle già a terra. Ne vedo uno rotolare lungo il pendio alla mia destra; rotola, rotola, arriva fin sul sentiero ed incrocia la mia strada, proprio a pochi centimetri dalla punta della mia scarpa. Curioso... Sembra quasi che l'abbia fatto apposta!

Si passa nei pressi di un alpeggio che, se non ricordo male, dovrebbe chiamarsi Baraccone. Oltre il ponte di pietra si riprende a salire, ascesa non impegnativa ma molto molto panoramica, fino alle Baite dell'Artignaga. I concorrenti nei miei paraggi ormai sono pochi; la maggioranza è già fuggita. Chissà Matteo, dove può essere a quest'ora? Già, per avanzare un'ipotesi sensata, bisognerebbe almeno avere idea di che ora sia. Io non ce l'ho e non ci tegno ad averla, così come non voglio sapere a che chilometro siamo, quanto manca. Il paesaggio mi distrae quanto basta: non riesco a capacitarmi di quanto sia bello quassù. Di tanto in tanto, i saluti ed i complimenti di qualche escursionista mi riportano bruscamente alla realtà: ho la testa tra le nuvole! Meglio, così non sento le lamentele del ginocchio, che però, a dire il vero, già da un po' ha smesso di protestare. Dev'essersi censurato, visto che non gli ho dato retta. Il guaio è che non è l'unica parte del corpo a lamentarsi. Duole ammetterlo, ma i 100 km della Torino Saint Vincent qualche segno l'hanno lasciato; altrimenti non sarei così fiacca, non farei tanta fatica a respirare, non avrei quella fitta di dolore che ogni tanto mi si conficca nel petto, come un colpetto inferto, non troppo forte per carità, con la punta di un bastoncino. E' normale, almeno credo. Ma va benissimo così, tanto oggi per me quel che conta è rimediare un buon allenamento su una buona distanza: se fossi rimasta a casa, certo sarei uscita a correre o in bici, ma non avrei avuto lo stesso sprone a darmi da fare.

Strada larga, sterrata, anche corribile, se si avesse voglia di correre; un po' ci provo, un po' torno al trotto. Anche qui l'acqua non manca; già in molti tratti di sentiero in mezzo al bosco m'è sembrato di camminare in mezzo ad un acquitrino. Nei giorni scorsi, del resto, di acqua ne è piombata giù parecchia! Si abbandona poi la strada in favore di un sentiero sulla destra, appena più ripido. C'è un capannello di persone con bambini piccoli: è evidente che quassù si arriva in auto, o ci si arriva molto vicino. A stento rispondo ai saluti, quasi soffocata da un boccone di torrone galeotto. Non ho più da bere, ma poco importa; la giornata non è certo torrida. Farò il pieno al prossimo ristoro. Baite del Monticchio. Da lì, altra strada molto panoramica. Osservo le ombre lunghe: eppure dovrebbe essere circa mezzogiorno, poco più, poco meno... Ovvio, le ombre sono lunghe perché è autunno, anche se io non mi ci voglio rassegnare. Tutta persa nelle mie elucubrazioni, le gambe soddifatte di un bel passo di marcia, a momenti sbaglio strada; mi richiama uno dei volontari, meno male.

Con sorpresa, mi accorgo che si ritorna al punto di ristoro del Bocchetto Sessera: come al solito, non ho nemmeno considerato l'esistenza della cartina del percorso, prima del via. Purtroppo è finita la Coca Cola... Ma c'è del the caldo ed anche una buona dose di bevanda con sali, dal colore verde psichedelico ma dal gusto gradevolissimo. Pochi metri di strada asfaltata; mi segue un cagnetto interessato più alla mia porzione di crostata che alle mie coccole. Poi svolto a sinistra, giù per un sentiero ancora una volta facile: quasi quasi posso anche azzardare qualche passo di corsa.
La salita successiva inizia appena oltre un ruscello: ci arrivo alle spalle di un corridore francese, dall'aria molto giovane, che, mors sua vita mea, mi risparmia un solenne volo con bagno fuori stagione. Il malcapitato appoggia gli scarponcini da montagna, calzature davvero poco adatte a questo genere di percorsi, sul pietrone tondo e viscido sotto un velo d'acqua, e precipita senza poter frenare in alcun modo la caduta. Per un attimo temo il peggio: sembra aver battuto malamente la schiena... Invece no, si rialza con un gran sorriso ed attraversa il fiumiciattolo. Lo seguo, ma con tutte le cautele possibili, scegliendo un punto appena più basso per tentare il guado. Benedette scarpe con rivestimento in GoreTex: non entra nemmeno una goccia d'acqua. Ringalluzzita, mi lancio all'inseguimento del Francese, che, sul ripido pendio fangoso nel bosco, cede quasi subito il comando della marcia. Via! Salgo di buona lena, contenta di aver trovato finalmente un po' di pendenza, anche se il gaudio è di breve durata. Ancora una volta poi uno dei volontari mi richiama all'ordine, quando sto per tirare dritto; e dire che la segnaletica è perfetta... Si vede che oggi il neurone è in sciopero. "A che chilometro siamo?", gli chiedo; "Trenta... Al ristoro ne mancano quattordici". Trenta? Possibile? Ero convinta d'aver percorso meno strada... Corricchio in discesa, prima sentiero, qualche tornantino, pietre umide e fango, poi prato. Mi ritrovo allo stesso ristoro a cui ero già passata al km 7: e anche questa volta non mi faccio mancare la rituale dose di Coca Cola, nonché la fetta di crostata. Ringrazio i simpaticissimi volontari: mi offrono del vino, o qualcosa del genere... Ma è meglio di no. Riparto, ancora lunghi saliscendi in mezzo al bosco. Una valanga di castagne che occhieggiano dai ricci aperti... Peccato non potersi fermare a raccoglierle. Mi piange il cuore all'idea che tutto quel bendidio vada sprecato: e pensare che a me neanche piacciono, le castagne!

Man mano che procedo, alle mie spalle si forma un gruppetto di colleghi. Qualcuno passa avanti, qualcuno resta al seguito; non so chi sia, perché è mia abitudine non voltarmi mai... Ma si tratta di qualcuno che mi conosce e che, di lì a poco, mi chiama per nome. "Sai se ci sia un cancello orario?". Ohibò, no, non lo so. Pare che ci sia, all'una e un quarto, al km 38. Così confabulano alle mie spalle. Che posso farci? Più veloce di così non riesco a procedere; quindi, se ci passerò in tempo, bene; in caso contrario, manderò tutti al diavolo e raggiungerò comunque il traguardo con le mie gambe personali.
Ancora qualche guado improvvisato, ancora una rampetta in salita. Dietro di me il toto-cancello orario, ce la facciamo, non ce la facciamo; nella discesa successiva, un paio di colleghi si involano tentando di riacchiappare i minuti in fuga... Li lascio andare, non ci provo nemmeno. Non ho tutta questa grinta; devo badare a restare in piedi! Insieme a me, una coppia di corridori sulla sessantina, preoccupati anche loro d'essere a rischio di ritardo. Attraversiamo l'abitato di Locato e continuiamo a correre come forsennati... Anche se a me viene il dubbio che il fatidico km 38 sia già alle spalle. Dubbio che nasce spontaneo anche nelle menti dei miei compagni di viaggio: ma allora, che fine ha fatto il temuto cancello? Non c'era nessuno in paese... Forse abbiamo sbagliato strada e ci siamo persi un punto di controllo? Ma no, non è possibile; ricordo d'aver prestato attenzione alle tacche di vernice colorata. Ad ogni buon conto, non ha importanza. Un breve tratto di strada sterrata porta all'ultima ascesa: meno di duecento metri di dislivello e circa un chilometro e mezzo, annuncia il maturo podista accanto a me. Mi ci butto con entusiasmo: solo qui posso provare la magra soddisfazione di staccare i colleghi di qualche decina di metri, almeno finché l'ascesa è ripida davvero. La pacchia dura poco; la strada ben presto spiana. Sento vicinissimi i rumori del traffico di auto: infatti, di lì a poco, spunto fuori dal bosco, al sole, proprio nel curvone di una strada asfaltata. Attraverso e trovo un altro punto di ristoro, un banchetto con bevande e qualcosa da mangiare. E' la sete che devo abbattere; la fame, pazienza, provvederò stasera. Rubo due cubetti di zucchero, mentre i gentilissimi volontari mi annunciano che mancano poco più di cinque chilometri. Ancora una brevissima salitella, quasi un cavalcavia; poi saliscendi, ancora un incrocio con la strada statale... E via, al galoppo. Chissà perché... Mi riesce di correre bene, senza fatica, senza dolori, solo adesso che le gambe sono ben calde, il fiato è rotto. E' una stranezza che ho già notato innumerevoli volte; ad "entrare in temperatura" impiego sempre un'eternità. Così, su un itinerario breve come quello di oggi, la mia caldaia va in pressione quando ormai è tutto finito, o quasi.

Matteo? Chissà se mi verrà un pezzo incontro? Chissà come si è piazzato? Vai Gian, corri, occhio a dove appoggi i piedi. Correre su un sentiero coperto di foglie è insieme bellissimo e pericoloso: si appoggia sul morbido, ma spesso il morbido cela ostacoli, sassi, radici. Un paio di volte le bacchette mi salvano in extremis da un atterraggio di fortuna a faccia in giù. Sembra di nuotare, le scarpe spostano onde di foglie secche dai riflessi dorati. Sento più vicine le voci, ancora auto di passaggio; quando arrivo ad attraversare una strada asfaltata, sono già agli sgoccioli: "Ultimo chilometro", mi dicono. Quindi, sono ad Andorno. Di corsa nel paese, lungo la strada centrale lastricata, pochi viandanti di passaggio, che mi guardano con aria perplessa. Qualcuno azzarda un "Forza!". Lontano, avanti a me, c'è un corridore, un punto bianco che all'improvviso sparisce: quando arrivo a quel punto, davanti ad una botteguccia di fioraio, capisco perché. Si svolta a sinistra; per caso leggo "Via Verona": mi torna in mente che questa mattina, sonnecchiando sul sedile del furgone, ho posato lo sguardo sulla targa della via accanto al campo sportivo. Via Verona, appunto. Un gruppo di persone in strada applaude; al trotto, cercando di mantenere un buon contegno nonostante la stanchezza, raggiungo l'arco di arrivo: una festa calorosa di saluti e complimenti tocca anche a me, che pure sono a fondo classifica. Ma non mi lascio distrarre, non prima di aver cercato affannosamente tra le figure assiepate lungo le transenne: eccolo qui... Matteo, 35° assoluto, 5h 1' di tempo. Lui che tanto frignava e si lagnava. Per me, 7h 30', per 46 km e poco più di 2000 m di dislivello: diciamo che il tempo massimo m'è bastato... Ma non avrei potuto permettermi sprechi.

Nel campetto da calcio inondato di sole, riconsegno il numero di gara e seguo Matteo, verso il furgone prima, verso le tavolate del pasta party poi. C'è folla, confusione: non posso dire di sentirmici a mio agio... Infatti l'impazienza mi fa scappare prima che la pasta, in fase di lunga cottura dopo il passaggio della prima tornata di cavallette, sia pronta per noi. Ovunque viaggiano boccali di birra: lo sponsor alcoolico di questa manifestazione è stato quanto mai munifico! Ma a me la birra non fa per niente gola; gradirei al massimo una tazza di latte caldo, una cioccolata, qualcosa che riscaldi le ossa. Non appena ci si ferma, il freddo è pungente.

Ce ne andiamo, digiuni ma soddisfattissimi della bella giornata. Per me, davvero una piacevole sorpresa, anche se il percorso del Trail del Casto è troppo corribile per i miei gusti di camminatrice incallita. Preferisco itinerari più aspri. Ma vale la pena tornare da queste parti. Intanto, un suggerimento da Matteo per la locale polizia: "Se si piazzano qua fuori del campo sportivo con il palloncino...". Lo so io cosa succede: falcidia di patenti, e le casse del Comune saranno stracolme per i prossimi dieci anni!

giovedì 22 ottobre 2009

Citazioni da René Desmaison, "342 ore sulle Grandes Jorasses"

"Ci muoviamo in silenzio: dopotutto, siamo entrambi animati de un'identica passione e perseguiamo lo stesso fine. E allora, perché parlare? Qualsiasi cosa dicessimo, sarebbe superflua per capirci ed apprezzare la presenza che, reciprocamente, ci stiamo offrendo. I gesti che stiamo facendo, come accendere il fornello, riempire di neve un recipiente, preparare il pranzo della sera in quel rifugio ad alta quota, hanno per noi un significato del tutto diverso dal semplice fatto di nutrirci. Sarebbe come se in quel momento avesse inizio un rito, comprendente la prefigurazione dei bivacchi difficili che ci aspettano, del duro e drammatico combattimento che dovremo sostenere nei prossimi giorni".

"Soltanto chi pratica l'alpinismo d'alta quota può capirne la grandezza ed il rigore e Serge era perfettamente in grado di capirlo: non pensava affatto all'alpinismo come ad uno sport, ma come a un ideale la cui posta era la vita".

"E se le cose non stessero così, se le forze della montagna non fossero sproporzionate, infinitamente superiori a quelle dell'uomo, in che cosa consisterebbero le motivazioni profonde del grande alpinismo? Quella voglia, quel bisogno di superare se stesso senza i quali l'uomo non avrebbe attraversato gli oceani, conquistato i poli della terra, scoperto nuovi territori in un'epoca in cui le porte dell'ignoto potevano essere aperte solo dal suo coraggio e dalla sua intelligenza, nascono appunto da questa debolezza, da questa vulnerabilità".

"Mi sanguina il cuore mentre parlo così, ma non è certo il momento di piangere. Bisogna essere forti, più forti che mai: la morte non guarda in faccia a nessuno, è inesorabile, senza pietà. Bisogna affrontarla di petto, respingerla con tutte le proprie forze, in modo che sappia, che capisca che noi non ci arrendiamo. Che per noi non tutto è ancora perduto. (...) Non ho paura. Non vedo neppure più il lato tragico della situazione in cui ci troviamo. Mi sto battendo. Ci stiamo battendo. E quelli che sperano riescono a battersi meglio degli altri".

"Mi riecheggerà ancora a lungo nelle orecchie, fra l'ululato del vento nella tormenta, la tragica voce del mio compagno. Dovrò ricominciare tutto da capo, metro per metro, per poter mettere piede lassù, sulla cornice sommitale, dove le nubi e le tempeste si stracciano come l'oceano sugli scogli. Forse, allora, ritroverò la pace e riprenderò a vivere normalmente. Fino a quel momento, però, sarò come un viaggiatore in transito".

"Qualche tempo dopo, quando andrò da Alain Frébault per dirgli tutta la mia gratitudine, mi sentirò rispondere: "Quel che ho fatto io, lo avrebbe potuto fare chiunque". Non esito a crederlo, ma lui l'ha fatto. La differenza sta solo in questo piccolo particolare, che è enorme".

René Desmaison, 342 ore sulle Grandes Jorasses

martedì 20 ottobre 2009

17/18 ottobre 2009: 100km Torino Saint Vincent... Con appendice

Alle otto del mattino, nella gelida piazza di Saint Vincent, siamo quattro gatti: oltre a me, tre Carabinieri ed un personaggio in giacca, cravatta ed un cartellino di riconoscimento al collo. Ma sono quasi sicura di aver azzeccato sia il giorno che l'ora: poco fa, mentre parcheggiavo la fida Opel all'ingresso del paese, ho unito il mio sconcerto a quello di un altro podista dubbioso ed un po' spaesato. Se siamo qui in due, è probabile che allora siamo nel posto giusto, o quasi.
Infatti, in pochi minuti la piazza prende colore, si popola di un buon numero di emuli di Arlecchino in variopinte tute e scarpe astronautiche; un manipolo di squilibrati con un unico intento: lanciarsi nell'esperimento podistico della Torino – Saint Vincent.
O meglio, nel Gran Premio delle Regioni Piemonte e Valle d'Aosta 100 km: onde evitare problemi di diritti d'autore et similia. Per quel poco che ho letto curiosando su Internet, pare che una corsa podistica da Torino a Saint Vincent esistesse già: nata nel 1964 per idea di un certo signor Frazzetta, ha avuto vita fino agli anni Ottanta; poi, una sola riedizione nel 1997 ed infine il nulla. La gara di oggi, sempre in base a quel che ho letto qua e là, prevede lo stesso percorso, 100 km tondi tondi da Torino a Saint Vincent, ma è nata, ahimé, per opera di un'organizzazione che nulla ha a che vedere con la famiglia del suo primo promotore. Da ciò sono nate le beghe che si possono ben immaginare: un nome usurpato, l'immagine di una manifestazione sfruttata senza permesso, eccetera eccetera. Questioni che hanno senz'altro un fondamento legale, ma che non mi tangono: io nemmeno sapevo dell'esistenza della vecchia Torino Saint Vincent, e non ne avrei forse mai saputo nulla se non fosse stata "inventata" la competizione di oggi. E poi che diamine: se chi se ne occupava in passato di una certa gara non ha più voluto o potuto mantenerla in piedi, che facciamo, dobbiamo blindare il percorso e vietare che quegli stessi chilometri vengano calcati da altri podisti per opera di un altro gruppo organizzativo?
Io la vedo dal punto di vista dell'atleta, o meglio dell'illusa che, guardandosi allo specchio al mattino e superato lo spavento iniziale, ogni tanto si convince di essere qualcosa di simile ad un'atleta. A me non interessa chi organizza questa corsa, né il nome che le viene attribuito; non mi ci sono iscritta sull'onda di chissà quale nostalgia – nell'anno dell'ultima edizione ero ancora giovane e correvo da un paio d'anni, non certo le ultramaratone – ma solo perché attratta dal numero tondo. 100 km: non 76, 92 o 113, proprio 100. Ancora scottata dal tentativo della 100 km del Passatore, la mitica Firenze – Faenza, abbandonata al km 75, ho deciso che questa potrebbe essere l'occasione per la riscossa, o almeno per trovare la risposta ad una domanda esistenziale: sono in grado di correre su asfalto per 100 km?

L'uomo col cartellino al collo ci si avvicina: spiega di essere alla ricerca di un gruppo di persone che dovrà condurre a Torino; è l'autista del bus. Quel che ignora, il poveretto, è che sta per caricarsi sulle spalle, o meglio sulle ruote, un manipolo di soggetti mentalmente molto, molto instabili. Sì, siamo noi; sì, dobbiamo andare a Torino, perché poi torneremo qui, ma a piedi. A piedi? Di corsa? Ma... Rinuncia a capire, il nostro condottiero motorizzato. Del resto, non c'è molto da capire. Nessuno può capire, se non è nei nostri panni, nelle nostre scarpe e nei nostri cuori. Non c'è spiegazione razionale per quel che stiamo per fare.

Il viaggio in pullman è un'agonia: a nulla vale distrarsi con il paesaggio ed il cielo meravigliosamente blu che scorrono dal finestrino. Non posso fare a meno di dare orecchio ai discorsi di chi mi sta intorno e, ahimé, al punto dolente, i pronostici sui tempi di gara. Il termine massimo è fissato in 20 ore; in teoria, un tempo che consentirebbe di raggiungere Saint Vincent anche camminando a passo spedito. A marcia, via. Ma qui si sparano temponi: 10 ore, 11, 12 al massimo... Gli angoli del mio sorrisone volgono desolatamente verso il basso, lo trasformano in una smorfia di tristezza. Io non penso di poter impiegare meno di 17 ore, 17 e mezza; chissà se, alla fine, troverò ancora qualcuno ad attendermi. Chissà se ci arriverò, alla fine. Fa freddo, basta Gian, non stare a sentirli. Dormi un po' se puoi.

Il pullman ci scarica in una squallidissima via della periferia torinese. All'ombra si gela, con i garretti nudi... Ci accoglie la concessionaria Fiat "Spazio": nomen omen, questo complesso è immenso! Il piazzale è ampio, auto a perdita d'occhio; il capannone è avveniristico, visto da fuori sembra una stazione spaziale da film; dentro è ordinatissimo, pulitissimo, scintillante, con tanto di dipendenti in giacca e cravatta e scala con gradini in vetro, e persino una saletta da bar in cui gli atleti vengono coccolati e confortati – una sorta di ultimo desiderio del condannato a morte? - con un po' di colazione. La coda per ritirare il numero di gara non è stata lunga: gli iscritti sono 150, più o meno.

Lascio la mia borsa sul tavolo destinato ai bagagli che verranno trasportati al km 50. Finora s'è chiacchierato, s'è scherzato; anche qui ho scovato qualche volto noto, di persona o come scrittore sui forum; Fabrizio, Thomas, Silvio... Indugio ancora qualche minuto al piano terra della concessionaria, per godere di un po' di calore, mentre intorno a me fervono i preparativi. Si mischiano atleti e visitatori del fine settimana; in fondo, sono sogni che si confondono: quelli del bimbo che il papà fa salire alla guida di un enorme fuoristrada nel bel mezzo della sala, quelli del corridore che si massagia i piedi con la crema contro le vesciche, insulto per il bel divanetto lustro su cui si è abbandonato. Negli occhi del bimbo ed in quelli dell'atleta brilla la stessa meraviglia.
Entra un maturo signore in cappotto lungo che mi punta all'istante: forse gli sembro, a torto, la più spaesata ed inoffensiva. Mi rivolge un sacco di domande sulla gara e mi chiede insistentemente se sono allenata: dopo un evidente sguardo di disapprovazione al mio lato B, conclude scettico: "Ma tu non arrivi a Saint Vincent...". Come no? Mi ribello fieramente, certo che ci arrivo! E mento, sapendo di mentire, perché una certezza del genere vorrei tanto averla, e invece no, la Val d'Aosta è un miraggio, è lontanissima, è irraggiungibile.

Mi rassegno poi a trasferirmi sul piazzale, di fronte all'arco della partenza. Pian piano i podisti si radunano tutti qui: meno male che splende il sole; i raggi sia pure obliqui dell'autunno mitigano un po' i rigori di queste mattine d'ottobre. Ancora chiacchiere e risate, scambi di battute, mentre l'altoparlante scandisce i nomi dei Comuni che attraverseremo e le ultime raccomandazioni. Oggi anch'io, per la grande occasione, calzo un paio di scarpe nuove fiammanti: il primo paio di scarpe da corsa serio in, credo, quindici anni di corsa. Nike, e sono anche bellissime. Non sono l'unica a portare sulle spalle uno zainetto: non si sa mai, la giacca preferisco averla con me, ed anche il rotolo di papiro, e il portafoglio il cellulare i documenti e la farmacia. Già, se mi perquisiscono, va a finire che mi arrestano per spaccio; tutta questa roba qui non può essere per uso personale! Mah: a giudicare dagli spezzoni di discorso che carpisco qua e là, mi sa che non sarei affatto l'unica, in quel caso, a finire un galera.
La massa si sposta ancor più vicina all'arco; c'è una voce metallica che ci chiama tutti per nome. Appiccicati l'uno all'altro, fremiamo per il via: mi ritrovo nelle primissime posizioni, senza averne però alcuna intenzione. Pronti, partenza... E si va!

Mi travolge un impeto di incontenibile gioia. Strani effetti fa la tensione: eccomi in mezzo alla strada, proprio in mezzo, in un fiume di persone in un attimo già esteso, allungato a dismisura. C'è chi è partito come se dovesse correre i 5.000 m in pista, ma tanti, per fortuna, sono consapevoli di essere appena all'inizio di un lunghissimo viaggio e se la prendono comoda. Per me, quel che conta adesso è individuare una buona lepre: qualcuno che corra ad andatura adeguata, magari anche appena più lenta di quella che mi sentirei di poter tenere io. E la trovo... Nei panni di un personaggio che indossa una canotta con scritto "2000 km". Ecco. Una cosa mi consola: oggi sono parte di un esercito in cui i pazzi, ma pazzi sul serio, sono la netta maggioranza, tanto che io mi sento piccola piccola ed insignificante. La mia lepre, quest'anno, ha corso appunto 2000 km in 14 giorni, da Marsala a Courmayeur e chissà lungo che tracciato. Il suo compare è un veterano della 100 km del Passatore. Io... Beh, sono qui, ci provo.

Facce sconcertate, cupe, inferocite dai finestrini delle auto in coda, ma anche facce stupite, sguardi interrogativi, qualche applauso, qualche incoraggiamento. Abbandoniamo Torino, tra casermoni, capannoni, cartelloni pubblicitari chiassosi e traffico, tanto traffico: al primo ristoro, con un bicchier d'acqua perdo la mia lepre. Pazienza, non è il momento di tentare un allungo. Continuo con il mio passo; respiro lungo, calma e gesso. Ogni tanto qualcuno mi sorpassa, qualcuno s'avvicina, lo sento alle spalle, e poi si allontana. Cinque km, poi dieci; corro calpestando la linea bianca a bordo strada, quando c'è, di semaforo in semaforo, di rotonda in rotonda. E l'avvio, come per ogni motore diesel che si rispetti, è come sempre penoso: stanchezza, fiacca, tanti dubbi; il gruppone che si allontana, si sgrana, sempre più avanti, i muscoli che faticano ad accettare uno sforzo sempre tragicamente uguale a se stesso.
Trovo la compagnia di un podista di Cremona, che mi offre di fare la lepre: mi metto alle calcagna, anche se sento che l'andatura è un po' troppo sostenuta per le mie possibilità; pazienza, proviamoci, se non altro avrò qualcuno con cui scambiare quattro parole. Ristoranti, bar, magazzini di mobili, supermercati: pian piano tutto questo svanisce, quasi senza che io me ne accorga. Nel bel centro storico di Leinì, un banchetto con bevande varie: manco a dirlo, per me c'è solo la Coca Cola. Un bicchiere veloce: non mi fermo, riparto tra le incitazioni, seguo le frecce verdi disegnate a terra. In realtà non è necessaria alcuna segnaletica: ad ogni minimo incrocio, uno o più volontari, o Vigili Urbani, o Carabinieri, o Alpini, indicano la retta via e proteggono il cammino dei podisti.
Verso Lombardore, le montagne sempre più vicine: chissà quando arriverò a vederle come le ho viste stamattina, viaggiando in autostrada? Guidavo ed intanto pensavo, chissà quando ripasserò da queste parti a piedi! Cielo azzurro e l'aria si scalda un po'; sempre alle calcagna della mia lepre, riconosco, appena fuori dell'abitato, un bivio familiare. Sono passata di qua in occasione del Trail del Soglio: significa che laggiù, alla mia sinistra, tra quelle cime, da qualche parte c'è anche lui, appunto il Monte Soglio, e la meravigliosa salita che porta su in cima. Ora la temperatura è un po' più mite: abbasso i manicotti, apro la cerniera della maglietta. Il podista cremonese è un veterano dell'asfalto, ma non ha esperienza di trail, anche se vorrebbe provare. Beh ovvio, non c'è paragone; correre su un sentiero è ben altra cosa rispetto a marciare in mezzo al traffico, anche se qui le auto son già molto diradate. Chilometri e chilometri di strada dritta o quasi davanti a me: passo sempre uguale, respiro sempre uguale. Per fortuna, il saliscendi, lungi dall'essere una difficoltà, offre un minimo cambio di ritmo ai muscoli. La strada, a mio parere, è un ottimo strumento di educazione per la testa, perché costringe a stare lì, sempre incollati alla stessa striscia bianca, costringe alla monotonia, alla fatica ed anche al dolore. Già, perché ha ragione chi sostiene che l'asfalto sia molto, ma molto più traumatico per le povere quattro ossa del podista, rispetto al sentiero. In realtà la questione, almeno per me, è un po' più complicata: il sentiero è traumatico perché io non sono capace a reggermici in piedi, mi inciampo ogni due passi e rimedio decine di lividi ad ogni uscita... L'asfalto logora, genera fastidi che poi diventano dolorini e poi muscoli induriti e gonfi e poi... Bisogna tenere duro, senza sconti.

A Feletto, km 25, scopro di essere arrivata troppo troppo presto. Non è nemmeno l'una e mezza: due ore e poco più, per il primo quarto di gara, significa che sto esagerando e che, se continuo così, va a finire che schiatto. Meno male che, sulla piazza del paese, campeggia un fantastico banchetto del ristoro. Stracolmo di ogni bene, ma io vedo solo due cose: la Coca Cola.... E la pizza! Tranci di pizza al pomodoro e formaggio, non posso crederci, davvero non oso crederci. E' il Paradiso Terrestre questo!

Riparto quasi subito, un bicchiere di Coca in una mano, i due tranci nell'altro. Spazzolo tutto con la voracità di un coccodrillo; per fortuna, non ho problemi di apnea se anche mangio e corro contemporaneamente, e nemmeno di digestione. Da Feletto in poi, come promesso, decido di rallentare un po' l'andatura: il podista cremonese non è d'accordo, dice "Io continuo finché ce la faccio". Già... Ma ci sono ancora 75 km. Troppi per azzardare qualsiasi previsione.
Fino ad Agliè è una lunga galoppata solitaria, sempre tra i saluti e gli incoraggiamenti degli angeli custodi della corsa, che vigilano ad ogni incrocio e non negano una parola buona ad alcuno di noi penitenti. Quanti pensieri in tanti chilometri. Ma non penso a Saint Vincent. Non avrebbe senso. Posso superare i piedi con la fantasia, ma solo fino al prossimo ristoro, e da lì a quello dopo. I ristori ogni cinque km sono un conforto preziosissimo; non ci si sente mai davvero soli.

Da qui in poi la salita, sia pure ancora lieve, si fa sentire; Bairo, Baldissero Canavese, tratti in leggera salita che, in qualche strappo appena più pendente, mi costringono a rassegnarmi a camminare un po'. Me la sentirei di correrli, già, ma me la sentirei adesso: intorno al quarantesimo km. Che ne sarà di me tra 10, 20 e più? Non è proprio il caso di fare i galletti. Lungo percorso su strada spesso deserta; nei lunghi rettilinei tra le gaggie, qualche capannello di fanciulle in abiti discinti che non credo facciano parte della Protezione Civile... E nemmeno dei punti di ristoro: come ammette, sconsolato, un podista di passaggio accanto a me, "Non credo che sarei in grado di approfittare...". Da Baldissero Canavese si sale: parto di corsa, corsetta leggera; resto sola per un bel po'. La strada corre lungo la montagna, accanto a case dal sapore antico, cortili minuscoli e ballatoi; il traffico è più rado, tante curve. Corro per un bel po', poi mi rassegno a camminare qualche tratto; neanche fosse una vergogna! La luce del pomeriggio, ma non saprei dire che ora sia. Incontro proprio qui, lungo la salita, il km numero 42: poi un bivio, ancora salita nell'abitato di Vidracco, anche qui un luogo fuori dal mondo, un gioiellino. Mi sento bene, adesso: chissà qual è il motivo di un alternarsi così repentino di sensazioni ed emozioni. Fino a poco fa, ero triste e sfinita. E dire che, accanto alla salita, si godeva la vista su un bel lago. Ora va meglio: approfitto della discesa che segue il paese, tra gli applausi caciaroni di un buon gruppo di spettatori, per riposare un po'. Mi supera un collega, mi raggiungono altri due, ma restano alle spalle. Curva secca a destra, si passa sul ponte e s'arriva a Vistrorio. Salita decisiva verso Alice Superiore: un po' la corro, un po' la cammino; so che, in cima, troverò la mia borsa, la felpa, il berretto per la notte. Già, la notte, perché alle sette sarà buio e, già ora, si sente l'aria frizzante. Una certa rivalità con un paio di podisti che mi precedono e si voltano di continuo: tranquilli... Non c'è proprio nulla di cui dobbiate preoccuparvi. Io voglio solo arrivare...

Alice, banchetto del ristoro: km 50. La metà, esattamente la metà. Adesso, Gian, calma, almeno per qualche momento. Fermati, mangia, bevi; apri la borsa, prendi quel che devi. Via la maglietta con le maniche corte ed i manicotti, su la felpa ed i guanti lunghi; passo nello zaino il berretto. Un po' di pasta di Fissan da spalmare nelle zone critiche per gli sfregamenti: ascelle, gambe, piedi. Ancora qualche boccone di pizza, ancora un po' di Coca Cola e the caldo: hanno pensato davvero a tutto, i nostri custodi! Poi via, lunga discesa: non so se essere contenta, perché posso tirare il fiato, oppure disperarmi per il dolore cattivo che la pendenza infligge ai muscoli. La boa dei 50 km è andata: ora, ogni passo che faccio più vicino al traguardo che non alla partenza. Considerazione lapalissiana, eppure di grandissimo conforto.

La discesa offre un panorama mozzafiato sulla piana verso Ivrea e sulla morena, quella sorta di immensa diga naturale che ho già spesso ammirato con stupore dall'autostrada. Siamo alti; ci vorrà un bel po' ad arrivare giù. Controllo l'euforia: è un carburante impagabile, ma può rivelarsi un'arma a doppio taglio. E' vero, più di metà gara è alle spalle, ma in ogni caso non è ancora il momento di cantare vittoria. Non lo sarà mai, fino a Saint Vincent.
Sento a lungo passi alle mie spalle: sempre più vicini, ma nessuno mi sorpassa. Mi guardo intorno, la piana, qualche casa, qualche splendido cagnone a guardia dei cortili, il freddo. Un'auto si avvicina; gli occupanti salutano e festeggiano il mio misterioso inseguitore, con cui poi finisco per attaccare bottone: è un podista torinese che condivide, pure lui, la passione per la bici da corsa... E legge il mio blog. Ma è un ciclista sul serio, lui: reduce dalla Parigi Brest Parigi, ed ho detto tutto. Com'è piccolo il mondo, abbiamo persino qualche conoscenza in comune: il mitico Giaccone, ciclista folle cuneese, ed Ivano, suo concittadino altrettanto folle e con un gran caratteraccio. E così, chiacchierando per esorcizzare il dolore, si arriva a Lessolo, altro ristoro, altra dose di Coca Cola e bevande varie, ancora complimenti ed incoraggiamenti. Anche il 55° è alle spalle. E si sente, nelle gambe, si sente tutto. Onde per cui, al diavolo i buoni propositi. Metto mano alla farmacia, la fida bustina che trangugio per metà, al seguito di un altro buon rifornimento di pizza. Mezza bustina è poco, ma qualcosa farà... Trangugio ed attendo fiduciosa; non per molto, perché mi sembra già di sentirne i benefici dopo una manciata di minuti. Effetto placebo? Forse. Ci rimetto il fegato? Può darsi, lo scopriremo solo vivendo. Ancora salita, si cammina, il vento s'è alzato e taglia la faccia, le parole muoiono in gola, non si chiacchiera più. Il 60° km: una rivelazione. Ormai la mente vive di sensazioni, segue i dolori alle gambe, i crampi che sembrano nascere e poi se ne vanno, i muscoli che ora sembrano tacere, ora si lamentano con forza, e l'umore che segue fedelmente tutta l'altalena.

Si corre ormai paralleli e vicinissimi all'autostrada, tanto che potrei quasi regolarmi con i caselli. La sera scende appena; potrebbero essere le sei, le sei e mezza: ragionando per eccesso, diciamo che ho impiegato sette ore e mezza per coprire i primi sessanta km. Di questo passo, contando la salita e la fatica che si accumula, potrei arrivare a Saint Vincent per mezzanotte... Possibile? Ma no, non ha senso, e poi Gian, che importa. Quel che conta è che, adesso, se anche tu smettessi di correre in questo preciso istante, riusciresti comunque a raggiungere il traguardo in tempo, camminando. E' quel che tu stessa hai detto al tuo collega stanco, che procedeva di passo in mezzo alla campagna. Sono dinuovo sola: del resto, a mio parere, è impossibile correre una gara del genere in compagnia. A meno di non viaggiare con qualcuno più forte, che però pazienta e si adatta. Io non sono capace di usare simile generosità: andare avanti, sempre, piano ma in modo inesorabile. Baio Dora, Tavagnasco, Quincinetto. Incredibile quanto scorrono i chilometri, anche a piedi. Il ponte sulla Dora. salti d'acqua ed una sorta di lago artificiale, le ultime luci del giorno, mentre corro al di là del guard rail, su un marciapiede pieno di ciottoli e sabbia. Oltre il ponte, brusca svolta a sinistra; chilometri e chilometri di strada che ora riprende l'aspetto di statale: non più borghi remoti da attraversare, ma capannoni, negozi, vetrine di esposizione. E' quasi buio, ma gli esercizi commerciali sono ancora aperti; probabilmente non sono ancora le sette e mezza. Ci sarebbe il marciapiede: ma sfido chiunque, ora, dopo settanta km di marcia, a saltellare su e giù lungo un nastro d'asfalto che si restringe, ha gli scivoli, i crateri, costringe le caviglie ad evoluzioni ormai insopportabili. Io scelgo la sfida della linea bianca a bordo strada: viaggiando contromano, vedo i veicoli in arrivo e, al limite, posso io stessa schivarli saltando sull'erba, se ce la faccio. Qui gli animi degli automobilisti sono già molto meno accondiscendenti nei nostri confronti; suonano, fanno i fari. Quand'è ormai quasi buio, mi fermo per aggiungere alle bande rifrangenti anche il giacchino da lavori in corso; la luce per ora non serve, bastano i lampioni. Mi raggiunge un collega che ho superato, e da cui sono stata risuperata, più volte; mi propone di correre per qualche tratto insieme. Accetto, sapendo di rischiare: è evidente che lui corre più veloce di me, sia pure di poco; è quel poco che basta a logorare le gambe già malridotte ed a sfinire il fiato. Però... Una bella lepre alta, bionda e pure simpatica val bene la pena di un po' di sforzo in più! Procedo arrancando, in più con la rassegnata certezza che prima o poi qualche auto porrà fine al nostro strazio. Ci fanno certe rasette... Ma noi, imperterriti, corriamo. Non c'è proprio alcun timore che potrebbe fermarmi, adesso: sono come i pupazzetti delle pubblicità delle batterie; finché ho energia, vado avanti, senza domandarmi perché!

Carema, l'ultimo baluardo piemontese, poi finalmente Pont Saint Martin. Mancano ancora più di venticinque km, ma siamo in Valle d'Aosta ormai; significa che ce l'abbiamo quasi fatta. Ristoro, ancora pizza, frutta e bevande calde, ancora Coca Cola; anche qui, pochi istanti e via. C'è luce quasi ovunque in questo tratto; lampioni, locali. Viavai di auto del sabato sera, grappoli di ragazzini e meno ragazzini, fanciulle agghindate ed ipertruccate che si muovono a sciami, borsetta in una mano, sigaretta nell'altra. Proprio mentre supero il cartello del km 75, telefono a mammà: va tutto bene, ce la faccio, a casa tutto ok? Mi dice che a Carmagnola piove: guardo in su, con aria preoccupata; nonostante la luce dell'abitato, in cielo si vedono le stelle. No, per questa sera non prenderò acqua. Donnas, nei tratti di strada senza marciapiede c'è davvero da rischiare le piume. Corro ora in compagnia di altre due anime perse, in vista del Forte di Bard illuminato. Le montagne, che oggi con il sole erano il nostro sfondo, ora incombono proprio sulla testa; zampettiamo accanto alla parete verticale. Impressionante l'effetto delle luci frontali di chi ci segue: sull'asfalto, davanti a me, tre ombre enormi, che ballano all'unisono, come pendoli, destra sinistra destra sinistra, mostri in marcia. Quando la strada sale, io cedo al passo; passo spedito, tanto che i miei compari mi ribattezzano "il sergente". Più avanti verrò promossa a generale. Fagocitiamo qualche altro corridore solo e dubbioso; superiamo qualche pazzo che non ha pensato di portarsi né luce, né bande rifrangenti, niente... Ma è possibile? Chiacchieriamo, per quel che si può, perché venti km sono nulla e sono ancora tantissimi; Arnad, poi Verres, il suo imponente castello che si intuisce appena, nascosto nell'oscurità; il cielo stellato che più non si può, senza luna, ce lo godiamo nei tratti di trasferimento da un abitato all'altro. Le luci dell'autostrada, gli abbaglianti di chi ci supera o ci incrocia un auto e non capisce, eppure talvolta, senza capire, improvvisa una musichetta a suon di clacson.

Dolore, stanchezza, gambe dure, ma il morale è alle stelle. Meno quindici, poi meno dieci. Montjovet: qui sappiamo che l'ultimo ostacolo è ormai alle porte. Pare ci sia una salita dura, secca: per me, è un vero sollievo. Le gambe ormai corrono solo perché le costringo, perché ogni passo è mosso da un pensiero preciso; di spontaneo non c'è più nulla. La salita significa camminare, spedita sì, ma camminare, risparmiare a schiena e ginocchia una parte del trauma.

Quando la strada finalmente fa un curvone verso destra, e poi comincia ad arrampicarsi là dove i fari delle auto disegnano una lunga serpentina sul fianco della montagna, ecco, lì basta corsa. Nel buio si intuisce una stretta gola tra due pareti e, proprio sopra le nostre teste, un castello, almeno credo, una struttura fortificata ed illuminata che incombe, così come le pareti a strapiombo protette dalle reti che, si spera, dovrebbero trattenere la caduta di sassi. Che beffa sarebbe, morire così ad un tiro di schioppo dal traguardo!
Camminiamo tutti e tre, Ireneo, Adriano ed io: ormai questa sarà la squadra che arriverà insieme a Saint Vincent. Per la verità, Ireneo mi preoccupa un po'; attacca a narrare nei minimi dettagli le vicende della battaglia delle Termopili, per poi passare ad una sorta di rievocazione podistica di quell'evento ai giorni nostri, una corsa su distanza folle che si concllude con il bacio ai piedi della statua di Leonida. Dev'essere l'effetto della carenza di ossigeno: i muscoli delle gambe lo richiamano tutto; non ne resta più per il cervello. Speriamo solo che il poveretto non degeneri!

Con i primi curvoni in salita, la conversazione torna su argomenti più leggeri: da una podista olandese che anima i ricordi di maratona del buon Ireneo, si passa a disquisire sulla vita matrimoniale. Lui, da uomo sposato, a sostenere di non riuscire a gestire più di una donna; io a ribattere che ok, va benissimo, ma la donna non deve essere necessariamente sempre la stessa. E' un vero peccato che nel mondo ci siano uomini così ostinatamente accoppiati e drammaticamente fedeli; insomma, in questo ambito di discussione io sono comunistissima, accanita nemica della proprietà privata!
Cammina, cammina, il cartello del km 95 si manifesta prima del previsto. Qualche pazzo sfreccia con il macchinone a velocità da brivido, qualche tamarro munito di alettone ci allieta con la sua cosiddetta musica. Quando finalmente lo spazio si allarga, s'intravede qualcosa che ha l'aspetto di un colle: ed il gazebo con l'ennesimo ristoro, l'ultimo. Non sia mai che ci rinunciamo: Coca e qualche biscotto, anche qui. Mi sa che sono l'unica che, in questa gara, è riuscita a mettere su peso: non ho avuto sensazione di fame né sete, nemmeno per un istante, mai. Si riparte, tutti e tre, ancora blanda salita; passiamo accanto ad alcune case caratteristiche, in pietra, con i balconi in legno ornati da cascate di gerani, tutti bigi nel bigio della notte. Laggiù, a fondovalle, una distesa di luci: e' quella la nostra meta? "No, nel modo più assoluto – mi risponde indignato Adriano – la nostra meta è molto più vicina! Di qui a laggiù ci saranno sette chilometri almeno...". Già. E a noi ne mancano tre o quattro. Un po' di salita, poi qualche tratto di discesa, già nel circondario di Saint Vincent; ancora volontari a presidiare gli incroci, ancora tifo: ancora due chilometri... La discesa è violenza pura sulle gambe perché ricomincino a correre, fitte di dolore ovunque, ma ormai è davvero, davvero fatta. Tre ubriachi, ecco cosa sembriamo. Giù a capofitto nel buio, accanto al Casinò; l'incrocio, il vialetto in cui ho parcheggiato l'auto: ci passo accanto, è ancora lì. L'arco d'arrivo, lo vediamo, finalmente. Ireneo allunga, rincorre un bimbo, poi si ferma, aspetta me ed Adriano; quel magico istante in cui non si sente più nulla se non la gioia. Ci fiondiamo come missili: ci passiamo sotto, tenendoci per mano. 12 ore, 5 minuti e rotti secondi: mai, e poi mai, e poi mai ci avrei creduto, se qualcuno me l'avesse previsto dodici ore fa. O anche solo sei. Finita, meravigliosamente finita.

Da qui in poi, è tutto leggero, tutto tinto di rosa: anche se il freddo morde le membra fradice di sudore, anche se devo tornare alla Opel a recuperare la borsa per la doccia, e poi andare a caccia del palazzetto per la doccia. Mentre marcio ancora di gran carriera verso l'auto – ma sarebbe meglio dire, mentre levito a due metri da terra – vengo fermata da un paio di gruppetti, incuriositi da tutto il can can sportivo della serata di Saint Vincent: sì, abbiamo corso da Torino a qui... Sì, cento km, come, in quante tappe? Una tappa sola, siamo partiti stamattina! Sì, è andata bene, benissimo, sono felice!
La doccia è calda, lunga, gradevolissima. Solo sui bagni avrei qualcosa da ridire: come si fa a costringere alla posizione di "sospensione" sulla turca, per giunta sopraelevata, un povero podista reduce da 100 km di corsa? E' un vero calvario! Almeno, mettete un paio di maniglie al muro, a cui ci si possa appendere... Ma dai Gian, non hai diritto alcuno di lamentarti. C'è persino il servizio massaggi, cosa vuoi di più? Massaggio gradevolissimo per le gambe disfatte, e poi a farsi carico dell'incombenza è un gran bel ragazzo, con qualche anno più di me anche se ne dimostra molti meno, un viso semplice, pulito, un bel sorriso aperto ed un modo di fare molto premuroso. Insomma, un rubacuori fatto e finito! Ma il mio cuoricino questa sera batte per la medaglietta di finisher che ho al collo, ed anche per la bellissima tuta Diadora con la scritta "Io c'ero". Nel locale accanto alla piazza d'arrivo, dove si consegnano i chip, mi accampo un po' prima dell'una: in teoria, le borse che avevamo lasciato al km 50 dovrebbero essere qui a minuti... Invece arriveranno tra un'ora e mezzo. Ma a me non dispiace: ne approfitto per sonnecchiare in un angolo, assisto al viavai dei corridori che arrivano solo adesso, di quelli già lavati e rinfrescati, gente che va e viene per consegnare il chip di cronometraggio e ritirare il premio. Gente che entra trascinandosi, barcollando, gente disfatta e gente felice, qualcuno non riesce più nemmeno a piegarsi, slacciarsi le scarpe. E poi si attacca bottone con quelli che, costretti ad attendere la propria borsa per recuperare il necessario per la doccia, si fermano qui, e con la signorina, bella e gentilissima, che sorveglia il bancone delle cibarie. Saluti, strette di mano con chi già conoscevo e chi ho conosciuto oggi, racconti di passate esperienze e futuri progetti. D'un tratto appare anche il mitico Franco Rancati: vecchia conoscenza di tante altre gare... Settanta primavere, forse di più, eppure una roccia; incrollabile, arrivato al traguardo in 14 ore e 45', distrutto eppure logorroico come non mai.

Si riparte ad un'ora indefinibile, forse le tre; accompagno a Torino il massaggiatore ed altri due podisti, un poliziotto pugliese ed un pensionato di Avellino, entrambi trapiantati nel freddo capoluogo subalpino. Non ho sonno: troppa è l'emozione, e poi i compagni di viaggio mi tengono ben sveglia. Da lì poi riparto per Alessandria: per una sorta di scommessa, sono iscritta alla Maratona... Ovvio che l'avventura vada a finire in un flop: dopo un'ora e mezza di sonno al gelo in autogrill, in un sacco a pelo troppo leggero, imbocco l'uscita di Alessandria alle otto. Non uno straccio di segnalazione per il punto di partenza della maratona; in base alle poche informazioni lette sul sito Internet, giro come una pazza, in lungo ed in largo in città e nella campagna, chiedendo informazioni ai pochi passanti infreddoliti che scovo lungo le vie. Arrivo trafelata a Spinetta Marengo, allo stabilimento Michelin, imbucato che più non si può nella zona industriale: nemmeno il tempo di cambiarmi, mi precipito a ritirare il pettorale, salto a piè pari la colazione; mi presento al via con lo stomaco che ulula e, com'era prevedibile, dolori ovunque: gambe e, soprattutto, schiena. A tutto ciò, si aggiunge una fitta al fianco destro, intensa, che non sembra avere intenzione di cedere il passo. Parto così, confusa, rintronata, dopo aver risposto in modo quasi meccanico ai saluti di due o tre persone che mi conoscono, e riconoscono, come logorroica scrittrice di blog. Mi sembra di essere appena piombata qui da un altro pianeta; fatico a connettere, altro che correre...

Fino al quindicesimo chilometro, bene o male riesco a correre: piegata in avanti, con la mano a premere il fianco, finché il dolore un po' non si attenua; combattuta tra la voglia di lasciar perdere tutto e l'orgoglio di provarci comunque: Gian, ma chi te lo fa fare? Come, chi me lo fa fare, son venuta fino qui, insomma, almeno provarci con un minimo di serietà! Ma sei sicura che hai davvero testa oggi per soffrire così tanto? Non lo senti, che le gambe non ce la fanno più?
Ultima o quasi, desolatamente, corro ma a passo di lumaca; corro ma vedo la campagna e la strada deserta; mi sembra di leggere la compassione negli occhi dei volontari che presidiano la strada, ed anche il fastidio di dovermi aspettare; tutte sensazioni che esistono forse solo nella mia mente. Al quindicesimo, è chiaro che la maratona non la concluderò mai e poi mai: le gambe sono sempre più rigide, dure, nemmeno la costrizione basta a farle correre. Inutile trangugiar medicine; adesso; sono a stomaco vuoto, vuotissimo; mi farei davvero del male e, per questa corsa, non ne vale la pena. Alterno qualche tratto camminando; poi, approfitto della possibilità di scegliere la mezza maratona e taglio, vilmente, al bivio, a sinistra. Per qualche km, accompagno un simpatico podista torinese settantenne, alla sua prima mezza maratona; anche lui alterna passo e corsa; fino al km 20, riesco a stargli appresso e chiacchierare. Da lì, poi, le gambe si rifiutano di correre. Dicono basta: non c'è più niente da fare. Rassegnata, mi incammino per l'ultimo km al passo; nello sforzo di mimetizzarmi con il fossato erboso ed i cespugli di gaggia, arrivo al traguardo sfilando però accanto all'arco d'arrivo, non sotto. Non mi pare il caso di dare a questa mia mezza maratona, conclusa in ben più di due ore, l'"onore" della classifica. Striscio fino alla Opel, tento un minimo di allungamento dei muscoli, ma per poco mi trattengo dal cacciare un urlo di dolore. Rinuncio, riparto, gemendo per il male che sento anche solo a pestare i pedali. Viaggio breve, tormentato da sonno e stanchezza eppure tanto, tanto felice; all'uscita di Villanova a momenti centro il guard rail perché solo in un estremo sforzo di lucidità riesco a ricordare quale sia, dei tre, il pedale del freno... Anche il brivido di adrenalina lungo la schiena fa male, anche respirare fa male. A casa mi accascio sulla sedia in giardino, nell'unico francobollo di sole freddo, sotto gli sguardi preoccupati di mammà e dei cagnoni che non fanno altro che leccarmi, forse cercando a loro modo di rianimarmi. Tranquilli, tutti: un giorno di lamenti e sofferenza e tornerò come nuova!

mercoledì 14 ottobre 2009

11 ottobre 2009 - Gran Trail del Monte Beigua

E' buio, potrebbe essere sera tardi o forse mattino presto; un assembramento di persone in canottiera e pantaloncini corti, tutti agitati e scalpitanti, tutti con un numero sulla pancia. Ci sono in mezzo anch'io: è la partenza di una skyrace. Una skyrace? Che parte dal cortile di casa mia? Ma che diamine ci faccio qui, io non la voglio correre, un momento, qualcuno fermi tutto questo! Macché, la mandria parte, una corsa forsennata, s'infilano tutti nel corridoio delle cantine, qualcuno scivola sulle piastrelle lucide e rovina a terra. Corro anch'io, con l'angoscia, non l'ho deciso ma non ho scelta, in un attimo sono già ultima...
Mi sento sfiorare un braccio. Tutto scomparso, tutto silenzio, un brivido di freddo, mi rannicchio nel sacco a pelo: è Matteo che si muove, esce dalla tenda, poi rientra di lì a poco. Recupero quel barlume di coscienza che basta per riacchiappare la realtà: meno male, è stato solo un sogno, un orrendo sogno. Forse uno strascico dell'esperienza agghiacciante del Trofeo Besimauda?
E' stupendo svegliarsi in piena notte e scoprire che c'è ancora tempo per dormire. Torno a rannicchiarmi al calduccio dell'abbraccio di Matteo. Certo, Skipper, in quanto cane, scalda di più, perché madre natura gli ha concesso una temperatura corporea più alta; però, anche Matteo come scaldino non è male, e poi ha un grande vantaggio: non mi sveglia a nasate nell'orecchio, alle quattro del mattino, per essere accompagnato in giardino a fare la passeggiata. Se lo desidera, ci va da solo!

Oggi, però, a buttarci fuori dai sacchi a pelo provvede il cellulare. Ore tre meno un quarto, senza pietà, mentre in lontananza si sente un verso lugubre, una via di mezzo tra un fischio ed un urlo strozzato, ritmico, di chissà quale volatile. Approfittiamo del tepore, si fa per dire, della tenda, per vestirci di tutto punto, mezzi rintronati dalle cinque ore scarse di sonno. Il mio compagno di viaggio polverizza un ciotolone di pasta nel giro di pochi secondi, roba da record: mi chiedo se abbia le guance capienti come i criceti, che si gonfiano come palloncini quando nascondono in bocca i semini del mangime. Così, ad occhio, non sembra... Avrà il doppio fondo allora! Come sempre, è lui a farsi carico dell'incombenza di sgonfiare i materassini e smontare la tenda. Dovrei vergognarmi: se so che nei paraggi c'è qualcuno che s'incarica delle incombenze materiali, divento l'essere più pigro del mondo. Purtroppo per lui, Matteo è per natura generoso e sempre pronto all'azione; io ne approfitto, ma devo stare attenta a non tirare troppo la corda; prima o poi verrò spedita al diavolo senza mezzi termini!
Il parco del Santuario della Madonna della Pace è già in subbuglio, gran movimento di corridori, familiari assonnati ed assistenti della manifestazione. Certo che qualche luce in più non sarebbe una cattiva idea, qui dentro! La stessa area del cancello di ingresso al parco è buia; ieri sera infatti, arrivandoci in auto, ho tirato dritto per sbaglio. La Opel è parcheggiata, in modo credo del tutto abusivo, un centinaio di metri più avanti, sul piazzale: la raggiungo e recupero lo zainetto, il numero per la gara, ma soprattutto la colazione. Focaccia con le olive, due pagnottine ed un quadrato di Ritter, quello con il biscotto: da mangiare metà prima del via e metà in corsa, visto che Matteo, inaudito, rifiuta la sua parte. E' incredibile l'effetto che la tensione pre gara può sortire su certi animi sensibili: persino lui, l'apparato digerente più veloce (e vorace) del West, mi diventa inappetente.

Un quarto d'ora di attesa nel piazzale del Santuario. Lo ammetto: i primi tempi in cui partecipavo a qualche corsa in bici, vivevo questi istanti prima del via come una vera tortura, cuore in gola e pensieri catastrofici di ogni genere a tormentare il mio povero neurone già sovraccarico. Ormai non più: sarà l'età, sarà la somma di questo genere di esperienze, ma tutto quel che sento a pochi istanti dalla partenza è la voglia di partire. Oggi, poi, è anche il freddo ad ispirarmi voglia di correre: sono le quattro del mattino, buio pesto, è ottobre, la temperatura non è più tropicale, tutt'altro. Infatti, come sempre, rabbrividisco alla vista di spalle scoperte, pantaloncini cortissimi al limite della mutanda, teste rapate senza berretto. Che uomini calienti!
Matteo è già in primissima linea, che poi significa, due metri più avanti dell'ultimissima linea. Questo genere di corse, per ora, è ancora un ritrovo di pochi intimi; più o meno, di nome o di vista, ci si conosce tutti. L'altro Matteo, alias Teomat, ed Alessandro, alias Antani, i due favoriti, almeno per me, sono pronti alla battaglia, ma sorridenti. Le ultime raccomandazioni al microfono: le piogge dei giorni scorsi hanno lasciato sui sentieri un bel po' di fango; in più, è possibile che noi si finisca qua e là nella nebbia. Perfetto, ottime premesse: io già di notte non vedo un tubo; con gli occhiali appannati dalla nebbia, meno ancora; se poi mi tocca anche far dell'equilibrismo... Va bé, provvederò a fasciarmi la testa quando l'avrò rotta; circostanza che rischia seriamente di passare dalla metafora alla realtà.

Conto alla rovescia e via: tutti di corsa, ma solo per poche decine di metri; poi è la pendenza che provvede subito a raffreddare gli animi. Una successione di tornanti ci porta subito in alto rispetto al Santuario, in mezzo alla vegetazione ancora umida di pioggia, sul sentiero molle e scivoloso. La colonna di atleti ben presto si arena, è costretta a rallentare; meno male, perché ad ogni allungo io perdo un po' di terreno e devo sudare sette camicie per chiudere il buco. Se fossi da sola, me ne infischierei altamente e mi limiterei a tenere un'andatura a me congeniale; il guaio è che dietro di me c'è un bel po' di gente e che il sentiero è talmente stretto da non consentire sorpassi, se non in alcuni rarissimi punti. La mia preoccupazione è far sì che i poveretti alle mie spalle debbano schiumare di rabbia il meno possibile. Salgo con passo furioso, sconclusionato, conficcando i bastoncini a terra ed aggrappandomici senza misericordia; il cuore palpita troppo rapido, la gola brucia: è una sensazione odiosa, ma ormai la conosco, devo imparare a sopportarla. Durerà solo lo spazio della prima salita. Ancora quel verso lamentoso in lontananza; le luci della costa che ogni tanto fanno capolino in mezzo alla vegetazione: le intravedo appena, ma non posso permettermi di distogliere lo sguardo dal sentiero; sarebbe una catastrofe. Anzi, studio con la massima cautela i punti ove appoggiare i bastoncini o buttare i piedi, oggi per l'occasione avvolti in un paio di scarpe La Sportiva nuove fiammanti. E' un momento di tensione nervosa insopportabile: vorrei davvero che fossero già passati tutti avanti, che non ci fosse qualcuno qui dietro che mi soffia sul collo. Appena possibile, qualche frettoloso passa avanti. Non vedo che il cono di luce della mia frontale; della fine della prima salitella mi accorgo solo perché sento la pendenza invertirsi e posso prendere fiato. La colonna rallenta, per fortuna, mimetizzando con molta efficacia la mia cronica incapacità in questo frangente. Vanno piano tutti... Ergo io mi adeguo! Discesa rognosa e scivolosa, terra nera com'è nero tutto il resto qui intorno, occhiali che tendono pericolosamente ad appannarsi.
La colonna si lancia giù per una scalinata di cemento e passa proprio sulla soglia delle prime case del paese: se non erro, dovremmo essere ad Albisola, per la gioia degli indigeni, senza dubbio felicissimi di essere buttati giù dal letto prima dell'alba per le vibrazioni di muri e suppellettili causate dal passaggio della mandria. Una piazza, ancora un po' di scale e poi su per una strada ancora asfaltata, ma già molto ripida, che spegne pian piano le velleità di corsa di molti colleghi intorno a me. Le mie son già spente da un po'. Operazione risparmio energetico: finché si può approfittare della luce dei lampioni, meglio spegnere la frontale, che non si sa mai; il buio durerà ancora a lungo. Andrebbe tutto bene, se solo non ci fosse questo mal di testa a tormentarmi un po': nulla di insopportabile, per carità, ma c'è e preme sulle tempie. L'elastico della luce frontale non aiuta. Ma mi toccherà rassegnarmi, per oggi; è il primo giorno critico dei giorni critici, l'unico davvero rognoso; significa sentire il cuoricino che fa un po' più fatica a battere, la testa che in compenso batte senza sosta, insomma un po' di fiacca. E un po' di globuli rossi che se ne vanno; insomma, un doping al contrario! Se solo non fossi costretta a fissare il cerchio di luce... Purtroppo non posso fare a meno di concentrare il fascio su un'area ristretta; potrei anche scegliere di illuminare un'area più ampia, ma ovviamente la luce sarebbe soffusa, insufficiente per mettere bene a fuoco i particolari del sentiero a cui affidare il sostegno delle mie caviglie.

Saliamo lungo la strada asfaltata in mezzo a cancelli di ville di pregio e latrati di cagnoni da guardia indignati, poi riprendiamo il sentiero. E qui sono ultima, proprio ultima, credo: più nessuna luce sotto di me. Ma non ha molta importanza; confido che, prima dell'arco d'arrivo, qualcuno lo riacchiapperò, eccome. Per ora, meglio misurare le forze, salire con calma. Mi guardo poco intorno, non riesco a distinguere dov'è bosco e dov'è cielo, finché siamo così in basso. Sento fruscii indefiniti, vedo in terra qualche scintillìo: è la luce della mia frontale, riflessa sul corpo nero, lucido di insetti tipo scarafaggio, quelli che in Piemontese si chiamano "baboie". Il nero si colora di striature verdi ed azzurre. Questi incauti animaletti hanno poco a cuore la loro stessa esistenza, se decidono di attraversare il sentiero proprio oggi! Infatti, qualche esemplare è stato, ahimè, poco fortunato.
La segnalazione del percorso è a dire poco eccellente: si vedono tacche rosse di vernice e fettucce di plastica davvero ovunque, a poca distanza l'una dall'altra, e poi i bastoncini con la punta verde rifrangente, simili a fiammiferi. Basta alzare un po' la testa per illuminare il bastoncino successivo. E' importante avere il conforto costante della certezza di essere sulla retta via, soprattutto la notte, quando il buio ti opprime, non ti lascia possibilità di distrarti guardando altrove.
Il sentiero poi giunge finalmente in alto, esce un po' dal fitto del bosco e permette, se non altro, di capire dov'è il cielo. Lo spazio è più aperto, meno opprimente; per un po', basta rami e foglie umide che lambiscono la faccia; un po' d'aria, un soffio che sembra quasi caldo, anche se queste sono, in teoria, le ore più fredde della giornata.

Avrei bisogno del ristoro e di una sorsata di Coca Cola, una botta di zuccheri per tirarmi un po' su il morale ed il fisico. Ho un bel po' di scorte nello zaino, ma nessuna voglia di estrarle dalla tasca; sono apatica, anche se in realtà i piedi filano, eccome se filano.
In un breve tratto di discesa, raggiungo e supero una signora che ha qualche difficoltà in più, rispetto a me, in discesa: salvo confusione, ricordo di averla già incontrata al Rensen. Io qui scendo spedita, nonostante il buio, perché il terreno è sì scivoloso, ma anche morbido, tale da non impensierire in caso di caduta. Anzi, in certi tratti, più che di sentiero, si tratta di un vero e proprio torrente. Chissà se quest'acqua arriva tutta dai temporali dei giorni scorsi? Le piccole onde formate dalla corrente che si infrange contro i sassi formano un gioco di scintillii; lo scorrere dell'acqua è l'unico rumore che sempre mi accompagna, perché null'altro muove; non c'è vento. Solo, di tanto in tanto, il colpo secco della castagna che precipita a terra: la prima volta mi sono quasi spaventata... Poi ci ho riso su. A Gameragna, presa dalla foga, quasi quasi sbaglio strada: colpa di un fuoristrada parcheggiato quasi sopra la freccia che mi indicava di andare dritto. Meno male che il solerte volontario mi intercetta e mi rispedisce sulla retta via. Ma quanta gente si è mobilitata per questa gara? Incredibile, sono dappertutto...

Ancora un po' di salita e discesa, poi si arriva a Stella, mentre il cielo comincia a cambiare appena colore. Il ristoro, quanto mai agognato: mi spettano due bicchieri di Coca Cola. Vorrei anche mangiar qualcosa, ma, tra la foga di non voler perdere tempo e l'incapacità di decidere, guardo tutto – cioccolato, frutta secca, banane – e me ne vado con due marmellatine monodose, che trangugio a fatica lungo la rampa immediatamente successiva. Il sentiero sale su ripidissimo per un breve tratto; tornano utilissimi i bastoncini e tanta pazienza nel poggiare i piedi. Cespugli di more tutt'intorno, ma ormai i frutti sono avizziti, immangiabili, peccato.

Quand'è ormai chiaro, ora di spegnere e mettere via la frontale, mi trovo su un lungo tratto di strada sterrata, in quota. Da qui si può ammirare un cielo azzurro che più non si può: i volontari accanto alla jeep mi fanno gli auguri, ringrazio, ne avrò bisogno. Qui sì che dovrei correre: leggero falsopiano, superficie comoda, qualche pozza qua e là... Eppure non ci provo nemmeno; so che, se anche ci riuscissi adesso, andrei poi a pentirmene amaramente, più avanti. Sul falsopiano, quello che io posso guadagnare correndo, in termini di tempo, è un beneficio minimo rispetto alla fatica di cui carico le gambe. E siamo all'incirca a 12 – 13 km, credo... Troppo presto per fare i furbi. Mi incammino di passo veloce: qui l'attenzione non è più costretta sul sentiero, sul passo e sull'appoggio da scegliere. Il primo pensiero quindi è per Matteo: dove sarà già a quest'ora, in quale posizione. Come al solito, prima della partenza, l'ho sentito dire di non curarsi della classifica, di non avere velleità agonistiche; non gli ho mollato un ceffone per somma grazia, ma so che è l'unica risposta che meriterebbe. So benissimo che sputerà i polmoni dal primo all'ultimo metro della gara, come sempre del resto, e sono sicura che si piazzerà benissimo in classifica. E' così; ormai, su questo genere di gare e distanze, non ha più ragione di temere nulla. A meno di infortuni seri, facciamo le corna, Matteo alla fine ci arriva, e bene. Per quanto mi riguarda, invece, mi fermo alla prima parte della frase: alla fine ci arrivo. Punto. Stendiamo un pietoso velo sul piazzamento. In fondo, per me, già questa è una consapevolezza importante; forse pecco di presunzione, ma, di fronte ad un itinerario che arrivi più o meno al centinaio di km, possibilmente con una buona dose di salita, adesso parto con l'idea di riuscire a concludere la gara, salvo appunto infortuni o condizioni meteo proibitive. Certo, c'è sempre l'incognita del tempo massimo; di solito, in questo genere di gare, il tempo massimo è comodo anche per me... Quasi sempre!

Abbandoniamo la strada sterrata per un sentiero che sale verso destra, un vero e proprio pantano, un torrente di fango in cui non si può fare altro che affondare i piedi: meno male che c'è il GoreTex. Supero un paio di concorrenti; una ragazza che ormai è un volto noto di tanti altri trail: alla prima esperienza al Tre Comuni, è sconcertata dalla condizione dei sentieri, ma soprattutto dal continuo alternarsi di salite e discese brevi e lunghi tratti corribili, troppo lunghi. Su questo non posso che essere d'accordo; come tipo di tracciato, anch'io preferisco di gran lunga un percorso che alterni salite continue, con gran dislivello, e discese altrettanto continue, e che riduca al minimo la pianura ed i chilometri da correre. Non amo correre su qualcosa che non sia asfalto: sarà che l'esordio nello sport come podista da maratone ha lasciato il segno. Però, la consolo: vedrai che bello, non appena attaccheremo la salita al Beigua. La scomodità del tracciato sarà ampiamente ripagata dalla bellezza mozzafiato del paesaggio.

Non ricordavo male, infatti. La salita al Beigua è lunga ed irregolare; alterna strappi brevi e severi a tratti da correre, leggere discese. L'anno scorso questo tratto era, se possibile, ancora più suggestivo, perché, nei giorni precedenti, il tempo si era mantenuto asciutto. Si correva, ricordo, su una soffice nuvola di foglie secche, affondando i piedi in questo morbido mantello nelle tinte autunnali, fin quasi a vederli scomparire. Quest'anno la pioggia ha appesantito e schiacciato a terra il fogliame; in più, ma forse questa è una mia impressione, l'autunno non è ancora così marcato; c'è ancora molto verde.
Si unisce a me un podista di Milano, per la precisione di Bollate: si presenta come uno che, fino ad un paio d'anni fa, praticava assiduamente gli sport del divano e della sigaretta. E così mi è subito simpatico! Finalmente qualcuno con cui scambiare quattro parole senza sentirmi una nullità; dopotutto anch'io ho esordito nella corsa in montagna – corsa, si fa per dire – nel 2007. Di lì a poco, ci sorpassa un gruppetto di tre persone: la signora che avevo lasciato indietro in discesa, più un paio di altri avversari. Approfittano dei tratti in saliscendi, i marrani, per correre: ma venderò cara la pelle! Nei punti in cui la pendenza si fa più costante e severa, li avvicino; poi li perdo non appena si mettono a correre, poi li riacchiappo ancora, e così via. In realtà, non m'importa un fico secco di raggiungere o addirittura superare quelle tre persone in particolare; è solo che avere una lepre da inseguire fa dannatamente comodo, dà una bella strigliata alle gambe ed al morale. Il podista quasimilanese mi segue, anche se adesso non si chiacchiera più. Alla nostra destra, il torrente impetuoso, acqua di un colore azzurro splendido, limpidissimo; prima un enorme masso levigato, proprio nel letto del corso d'acqua, poi un lastrone di pietra su cui la corrente scivola giù, e intorno i colori soffusi dei raggi del sole che filtrano tra le chiome ed i tronchi degli alberi. Faggi? Forse sì, se non ricordo male.

E' qui, lungo la salita al Beigua, che incontro i primi cercatori di funghi: loschi figuri di tutte le età e conformazioni fisiche, tutti con cesta o borsa a rete, che si aggirano più o meno a loro agio in mezzo ai tronchi, rovistano tra le foglie. In effetti, il nostro itinerario, che a volte corre lungo un sentiero, a volte segue una linea ideale in mezzo al bosco, è costellato di funghi, o meglio, di quel che ne resta. Di tanto in tanto ce n'è uno che svetta in mezzo alle orme lasciate nel fango dalle decine di scarpe passate quassù stamattina: un fungo baciato dalla sorte, è chiaro, un fungo miracolato. Presto molta attenzione a non ucciderlo io stessa; chissà se è commestibile, se qualcuno lo raccoglierà? Ce n'è di tutte le forme, con il cappello a tesa larga, oppure tondo, oppure a punta, e di tutti i colori. L'unica mia certezza in proposito è che quegli splendidi fungoni bassi, tondi, lucidi, color rosso fuoco a pois sono quelli da cui tenersi ben lontani! Ricordo che, anni fa, una conoscente dei miei genitori cucinò un pranzo a base di funghi; indubbiamente si trattò di un incidente e la cosa venne archiviata come tale, fatto sta che la signora in questione restò vedova... E chissà che non sia una buona tattica per liberarsi di un coniuge sgradito?

In lontananza, un campanaccio schiamazza forsennato: pochi tornanti nel sentiero, mi avvicino; sono Roberto e Sabrina, due forti corridori per oggi passati dall'altra parte della barricata, a fare assistenza. Salutano, si sbracciano, scattano foto: sono eccezionali! Danno davvero la carica, soprattutto perché mi annunciano il ristoro di lì ad un paio di chilometri. Riparto ancor più allegra e pimpante: ancora salita, ancora fango, ma l'orizzonte pian piano si allarga; si esce dal fitto del bosco, si vede il cielo, il sole che abbaglia, dritto negli occhi. Ancora salita in mezzo agli alberi; è sì un bosco, ma curatissimo, particolare; non c'è altro che fogliame a terra e tronchi e chiome, niente arbusti, si corre in mezzo a mille colonnine di legno, segnate dai tondini rossi di vernice, sotto un'unica volta di rami intrecciati. I miei tre avversari sono sempre più vicini, ora che la salita s'è fatta arcigna un'altra volta: la signora non cede, non la raggiungerò... Ma in compenso acchiappo i due corridori che, a quanto pare, s'aspettano l'un l'altro. Li raggiungo proprio sotto l'immensa ed orrenda croce di vetta, in cemento: ma chissà perché bisogna per forza deturpare in questo modo ogni cima... Mi butto in discesa ancora in mezzo al bosco; è ripida, ma è morbida; anche qui, una scivolata non sarebbe poi quella gran tragedia. Si sbuca poco dopo in un pianoro, anche quello preda dei cacciatori di funghi, in pieno sole; poi lungo la strada asfaltata, proprio sotto le antenne dei ripetitori. Quante volte son passata di qua in bici! Non corro, nemmeno qui; mi godo la vista del mare, la costa e le nuvole sospese sull'acqua, molto più in basso rispetto a noi. Ancora un breve tratto di sentiero e la salita è andata: c'è il gazebo del ristoro. Qui mi concedo due minuti: ho fame... E non posso certo rinunciare alla Coca Cola! C'è un tortino, tipo Girella, molto appetitoso e morbido; c'è il cioccolato, c'è un po' di frutta. Ed alcuni corridori in pausa meditativa che chiacchierano con i volontari del presidio: pare, a sentire i loro discorsi, che i primi siano passati di qui ch'era ancora buio. E si siano lamentati della scarsa visibilità: lo credo! Se viaggi più di un missile terra-aria, come puoi pretendere di vederci bene con la misera luce della frontale?

Il personale del soccorso si mette in moto: pare che qualcuno sia caduto e si sia rotto una gamba. Un cercatore di funghi, non un corridore: sospirone di sollievo... Sospiro che ha poco senso, in realtà; c'è pur sempre qualcuno che si è fatto male sul serio, però non è "dei nostri", è il cinico e spontaneo pensiero. Si riparte con la bocca piena, verso la discesa. La signora Natalina mi precede e se ne va, perché qui il tratto è molto corribile, almeno all'inizio. Fungaioli ovunque, a frotte, a branchi: incredibile quanta popolazione registri oggi il Monte Beigua! E non è affatto un buon segno per me. Avrei necessità di un attimo ed un breve spazio per una sosta tecnica... Ma come si fa? Ogni volta che addocchio un angolino idoneo, mi ci avvicino e puff, spunta fuori la capoccia di un cercatore di funghi! E se, alle prime, può anche sembrare divertente, dopo un po' la faccenda assume i contorni del dramma. Cammina, cammina, scendi, cerca di non pensarci, ma non è così facile. Siamo sull'Alta Via: ormai, a forza di bazzicare per questi monti, ho imparato a riconoscerne al volo il simbolo. Poi la discesa s'interrompe bruscamente nei pressi di uno spiazzo, immancabilmente occupato dalle auto dei cacciatori di funghi, che si spingono quasi dappertutto; il volontario a presidio mi saluta per nome, ma non riesco a metterlo a fuoco... Ringrazio che si torni a salire un po', tra l'altro una splendida ascesa ancora in mezzo al bosco, ripida, terreno morbido e scivoloso, sentiero che va a passare accanto ad un edificio, credo, abbandonato: la Casa Bandita. Tutto sommato, le gambe stanno bene; dovrei aver passato da poco il km 30, quindi ne mancano... Uhm... 46! Ma no, in realtà è come se ne mancassero poco più di trenta; l'ultima decina non conta, si fa al volo, non si sente più.

La discesa che segue è lunghissima, interminabile; il bosco intorno è più fitto, rovi e cespugli coprono il suolo; immense pozze interrompono l'ampio sentiero, tanto che a volte il piede, passando sul bordo, scivola e rischia di mandarmi a gambe all'aria. Un bel bagno nel fango sarebbe comico... Ancora un paio di tentativi di sosta, sempre interrotti sul nascere dalle voci vicinissime dei fungaioli; mannaggia a voi, vi auguro di tutto cuore che quei funghi vi causino un mal di pancia almeno pari a quello che voi state infliggendo a me!
D'improvviso mi inchiodo di fronte ad un guado un po' più profondo dei precedenti. C'è un tronco, molto sottile, posto a mo' di ponte, a circa mezzo metro d'altezza rispetto all'acqua, e c'è un lungo ramo, più sottile, piazzato come corrimano: mi avvicino, ma quel corrimano si muove, è tutt'altro che fissato; quando al presunto ponte, l'idea di far l'equilibrista su quello strettissimo passaggio non mi attira per niente. Rinuncio e decido di affrontare direttamente lo specchio d'acqua: forse, piazzando la punta dei bastoncini in mezzo al torrente, potrei riuscire ad allungare il salto ed atterrare dall'altra parte. Più o meno: in effetti, dall'altra parte ci arrivo; il piede raggiunge quasi la riva opposta del mio guado, ma è quel quasi che solleva un'onda tale da infradiciarmi completamente, fino alla vita. E, ironia della sorte, il piede resta asciutto. Va bè, pazienza, meno male che è una bella giornata; provvederà il sole ad asciugarmi il posteriore.

Poco dopo, si raggiunge l'abitato di Sassello. Un bel giro turistico per le vie del borgo; osservo i movimenti calmi, quasi rallentati, di due anziani, l'uno che lavora nell'orto, la moglie che sistema i fiori sul balcone, curva, e mi saluta sorridendo. Chissà cosa ne pensano, loro.
Il ristoro è abbondante, anche troppo; mi sento come l'asino di Buridano, guardo di qua e di là tra i piatti e non riesco a decidermi. Però sulla Coca Cola sono decisissima. Me ne vado in fretta e furia masticando un pezzetto di focaccia, sotto gli occhi sconcertati di un gruppo di mamme che escono dal cimitero in compagnia dei figli piccoli. Che brutto posto dove condurre i bambini in gita domenicale!
Davanti a me, altre due lepri. Viaggiano insieme, mi precedono di pochi metri. Mi attardo qualche istante a coccolare un vitello con sembianze canine, con evidente compiacimento del padrone; si sa, noi amanti dei cani andiamo in brodo di giuggiole quando qualcuno dedica un complimento ai nostri beniamini. Nel giardino di una casa, lì accanto, è in corso una riunione familiare attorno ad una cesta di funghi. Non so che ora sia, ma di certo è passato mezzogiorno... Spero tanto che i cercatori abbandonino i boschi in favore delle taverne!

Si oltrepassa un cancello: "Foresta demaniale della Deiva". Da qui in poi, lunghissima strada sterrata in salita, prima un po' più decisa, poi via via più blanda. Strada, comunque: comodissima e rilassante per le gambe. Oh certo, anche qui si dovrebbe correre. Ma chi ce la fa? I due davanti a me sono sempre più vicini; di tanto in tanto, quando la salita spiana, attaccano a corricchiare, scelta che io mi guardo bene dall'imitare. Puntualmente, però, rosicchio loro il vantaggio. Non posso fare a meno di carpire qualche pezzo di discorso: anche se, trattandosi di tempi e cronometri, sono proprio gli ultimi argomenti di cui vorrei sentir parlare. "Abbiamo percorso l'ultimo chilometro in undici minuti e tre secondi!". Sorrido sotto i baffi... Di lì a poco, viaggiamo insieme ed attacchiamo bottone. Così i due, corridori di Pavia, sono costretti a concludere che, sul falsopiano, il passo veloce è più redditizio della corsa. Bisognerebbe solo precisare che l'assunto vale per noi corridori scarsi. Fatto sta che il tempo al chilometro passa a dieci minuti e rotti, poi a nove e qualcosa. Lo sterrato è comodo e veloce...
Chiacchierando con i due nuovi compagni di viaggio, vengo a sapere dell'esistenza di un cancello orario tra quattro o cinque km. Come sempre, non ho letto il regolamento prima di partire; immaginavo che fosse stata fissata qualche barriera oraria intermedia, oltre al limite massimo delle 17 ore per l'intera corsa, ma non sapevo dove né a che ora. Anche perché avevo fiducia di aver superato senza problemi i limiti orari imposti da alcune corse abbastanza toste, vedi Porte di Pietra, Valdigne, Rensen... Invece, a quanto pare, per rientrare nel limite orario ci toccherà percorrere quei quattro o cinque km in un'ora. Bene...

In realtà non è che la notizia mi sconvolga più di tanto. Mi sembra assurdo e quasi impossibile: che senso ha imporre di percorrere 52 km in nove ore? Una media pari quasi ai 6 km/h! Va bene che questo percorso è abbastanza corribile, ma... Non ha senso che mi arrabbi, visto che la prima mancanza è stata mia, nell'ignorare il regolamento; infatti non mi arrabbio. Però, mentre marcio di gran carriera – i due pavesi si sono fermati un attimo a mangiare – provo una gran delusione: stà a vedere che finisco fuori gara... E ripercorro quel che ho combinato fin qui, oggi: beh, non si può certo dire che io abbia perso tempo, anzi. Non sono e non sarò mai veloce, ma non credo nemmeno d'aver viaggiato come una lumaca, e son qui a rischio che qualcuno fermi la mia gara al km 52. Per me vorrebbe dire mettere una pietra sopra al Trail dei Tre Comuni: per questa edizione e per gli anni a venire. Sono convinta che questa sarà prima o poi la naturale evoluzione di tutti i trail, ma mi fa male pensare che, a soli due anni dal mio esordio e nonostante io sia migliorata anche un po', già non riesco più a rientrare nei tempi imposti dalle gare.

Cancello o non cancello, io devo assolutamente fare una sosta tecnica. Non ho più scelta. AL diavolo i fungaioli e compagnia cantante. All'inizio della blanda discesa, scorgo un posticino che fa per me e mi ci fiondo. Quando riparto, la vita torna a sorridere... Percorro un tratto della discesa in compagnia di un'altra bella coppia di fulminati: uno dei due fa da Cicerone e prende bonariamente in giro l'altro, che, evidentemente più provato dall'esperienza, non sembra apprezzare l'umorismo e pare invece meditare l'omicidio. Quando arrivo giù al ristoro del Giovo, l'addetto al controllo mi comunica che sono "dentro" per tre minuti. Beh, che tombino...

La prossima barriera oraria è fissata ad Ellera alle cinque: cioè, fra sedici km, un paio di salite e tre ore di tempo. Impossibile. Ma che senso ha? Obbligarci a passare entro le diciassette ad Ellera, quando il tempo massimo scade alle ventuno e da Ellera all'arrivo mancano solo otto km? Ce lo chiediamo tutti, nel gruppetto di corridori abbandonati sulle panche del ristoro. E' assurdo, in tre ore non ce la faremo mai. Le mie due lepri dell'ultima salita, infatti, sembrano decise alla rinuncia.
Rinuncia... Ma no, perché? Io non ci penso nemmeno. Tanto, se anche dovessi giungere in ritardo ad Ellera, e finire fuori gara, di lì potrei comunque rientrare al Santuario lungo il percorso di gara, che rimarrà segnato e che, in quel tratto, ho già percorso due volte. Mal che vada, la finisco per conto mio, la corsa: e dimostro l'assurdità del termine orario imposto, perché raggiungerò Ellera fuori tempo, ma il traguardo indubbiamente entro le 17 ore, il termine massimo. Rinunciare no, non se ne parla nemmeno. Faccio il consueto pieno di Coca Cola, mi ficco in bocca due pugni di frutta secca e prendo due crostini di pane, uno con il formaggio, l'altro con la marmellata. Dopodiché, con fredda determinazione di cui io stessa mi stupisco, dichiaro aperta la battaglia. In realtà non è determinazione, è solo che in fondo non ho molto da perdere...

Abbandono il ristoro, seguo la strada statale per un breve tratto, poi a destra. Poco più avanti di me c'è "espansione": questo il suo nomignolo sul forum di Quotazero... Abbiamo già scambiato qualche parola stamattina, ma non gli ho chiesto il suo nome, e nemmeno ora mi viene da chiederglielo; alla peggio, visto che "espansione" è troppo lungo, lo chiamerò "espa"!
Sulla salita che segue, verso il Monte San Giorgio, tento il tutto per tutto. Sono convintissima che non ci sia la minima possibilità di raggiungere Ellera in tempo per le diciassette, ma vediamo un po' se, per una volta, riesco a smentirmi. La salita è ripida, cattiva, ma in fondo questa è la mia fortuna; il mio buon umore va di pari passo con i concorrenti a cui riesco finalmente a mettere il sale sulla coda. Hai visto Gian? Eri ultima, ma qualcuno lo riacchiappi! A proposito di coda: "espa" ed io teniamo a bada la fatica perché distratti da un argomento di chiacchiera in comune, i cani. Lui è papà di una cagnolina di due anni, io stravedo per i miei trenta chili di mostriciattolone peloso, ed anche per la cagnetta di mammà, perché tanto si vive tutti nello stesso giardino. Ce la metto tutta, anche un po' troppo per i miei canoni; in effetti, non so quanto a lungo riuscirò a reggere quest'andatura. Poco più di venti km in tutto, Gian: ce la devi fare, anche se le gambe bruciano. Ci sarebbe la bustina magica, ma l'ho incautamente seppellita nella tasca interna dello zainetto: troppo complicato andare a recuperarla adesso. Stringo i denti e continuo a salire, tra uno scivolone e l'altro. Espansione sempre dietro, con l'andatura più incostante che abbia mai visto; ora si allontana e resta parecchio indietro, ora mi si materializza proprio dietro le spalle. Forte... Oltre che simpatico!

La prima ascesa è archiviata in un tempo che sembra durato pochi istanti; ci buttiamo giù per la discesa. Anche qui, mi impegno per quel che posso a non perdere tempo. Ormai salite e discese non si distinguono e non si contano più, un alternarsi penoso che spezza le gambe, anche se l'umore, chissà perché, è alle stelle. Il mio momentaneo compagno di viaggio sostiene che la mia presenza gli serve da sprone: beh, senza dubbio l'effetto è reciproco. Nemmeno io terrei questo ritmo, se non fosse che sento il suo fiato sul collo.
Un ennesimo punto di ristoro appare in mezzo al sentierone, come un miraggio, Ci arrivo con la tazza già in mano, il braccio teso ad elemosinare un po' di Coca Cola; poi mi fiondo giù, a sinistra, verso un tratto di strada sterrata dove si può persino correre un po'. Espansione mi raggiunge subito, in discesa se la cava molto meglio di me. Le ombre sono già lunghe, la luce più fioca, qui nel sottobosco. Ad un certo punto, il mio collega annuncia che sono le quattro: ma l'informazione non è molto indicativa, dal momento che non sappiamo esattamente quale distanza ci separi da Ellera. Anzi, sì che lo sappiamo: cinque km, dice un volontario. Uhm, cinque km... Ci vorrebbe un miracolo. Si torna a salire, ad un bivio, verso sinistra. Anche qui, ci metto l'anima, alla frusta i garretti, il cuore che schizza in gola, sconcertato. Ad una signora che sorpasso e che mi chiede se secondo me ce la facciamo, rispondo quel che penso: no, non abbiamo alcuna speranza. Mi spiace, perché la vedo in crisi e forse dovrei infonderle un po' di coraggio, anziché abbatterla così; però ho sempre detestato che qualcuno mi desse una falsa speranza... Meglio la cruda verità.

All'ennesima vetta arrivo da sola; mi butto giù per la discesa, aspettando con ansia di riconoscere i tratti della parte finale, su strada asfaltata, dove l'anno scorso ero passata con tutt'altra andatura, chiacchierando, appena prima di Ellera. Questa volta, però, c'è un'orrida sorpresa; la strada asfaltata si abbandona in favore di un sentierino minuscolo, ripidissimo e scivolosissimo, che sembra piombare in verticale diretto sui tetti del paese. Infatti, quando mi ci affaccio, mi assale il senso di vertigine, che combatto subito spostando gli occhi sulle punte dei miei piedi. E' solo qui che mi assale il terrore, quando espansione mi raggiunge a valanga, mi supera di gran carriera e mi dice "siamo proprio al pelo". Al pelo, per me, significa che è finita... Trattengo la rabbia, strozzo in gola gli improperi, incespico giù per questo stramaledetto sentierino scivoloso. Alzo la testa, il mio compare è lì seduto, sotto un traliccio; ci sono due persone dell'assistenza... E' qui il controllo! Un chilometro prima del ristoro: mi passano il rilevatore sul pettorale, ci sono, ce l'ho fatta. Al ristoro arrivo un po' prima delle cinque; trovo nientemeno che il boss della gara, o meglio, quello che io ho individuato come il boss: beh, il signorino può solo ringraziare di essere un gran bell'uomo, l'unica ragione che mi trattiene dal tirargli un solenne cazzottone sul naso! Li mortacci sua e dei suoi cancelli orari! Guai, se anche una minima parte delle miserie che ho inviato al suo indirizzo dovesse attecchire... Il poveretto è rovinato!

Il ristoro di Ellera è un carnaio: non capisco se tutta questa gente sia qui per assistere al passaggio della corsa, o solo perché c'è da mangiare. Fatto sta che la mia gioia per lo scampato pericolo rischia di andarmi di traverso: faccio il pieno alle borracce, tracanno l'immancabile Coca Cola, mangio un po' di frutta secca e qualche cubetto di zucchero, mi porto via una banana. Poi saluto le gentilissime volontarie del ristoro ed anche espansione, che mi promette di raggiungermi sulla salita: eh no bello mio... Stavolta venderò carissima la pelle!
Mi libero a fatica dalla morsa della folla, delle madame cicciute e dei mocciosi urlanti, e schizzo via, verso il ripido tratto di strada asfaltata. Qualche tornante da superare di buon passo, smanettando sul cellulare. Ho ricevuto, già da un po', un messaggio, ma proprio non avevo il tempo di cercare il telefonino... E' di Matteo, che mi annuncia di essere arrivato undicesimo: e che dicevo io? Un motivo di giubilo in più anche per me, che ormai levito a due metri da terra, anche se il male alle gambe lo sento lo stesso. I ripidissimi tornanti – chissà come me la caverei qui in bici? - mi allontanano in fretta dai tetti di Ellera. Salgo tra orti, muretti a secco e viti, fino al punto in cui tocca abbandonare la strada ed arrampicarsi, letteralmente, verso il Bric Genova. Non prima, però, di aver dispensato qualche coccola ad un meraviglioso cucciolone San Bernardo di sei mesi. Mamma mia, se a sei mesi ha già questa stazza...

L'ultima salita al Bric Genova è temutissima dai più: ma non può essere così cattiva, già per il solo fatto che è una salita. A me sembra di non sentire alcuna fatica; salgo su con il sorriso da un orecchio all'altro, pronto per il fotografo che mi immortala in un passaggio. Ormai quel che voglio è arrivare: la fine della salita aspra arriva in un attimo... Ma, in questa corsa, è bene sapere che una salita non è mai davvero finita. Illudersi, pessimo errore. Il sentiero, immerso questa volta tra i pini, mitiga la pendenza, offre un po' di discesa, ma poi torna a salire, ancora ed ancora, e scendere e salire. Solo qualche secondo di pausa, quando finalmente trovo, per oggi, la pigna perfetta, e la nascondo nello zaino. Con mia grande sorpresa, recupero uno dopo l'altro un po' di avversari: quasi non ci credo quando, poco avanti a me, riacchiappo anche la signora Natalina, quella che avevo invano inseguito lungo la salita del Beigua. Anche questa volta, non è certo con la persona che ce l'ho... Ma con me stessa: vediamo se ce la faccio? La raggiungo e supero approfittando della discesa; da lì... Non ce n'è più per nessuno. Quanti km mancheranno? Quattro, cinque? Ho le ali ai piedi. Corro come una disperata, non c'è più sentiero o timore che tenga, corro per non farmi riprendere, dalla signora, da espansione, da nessuno di quelli che finora ho lasciato indietro. Lo so, è una ben magra soddisfazione la mia, eppure mi ci sto divertendo un sacco. Sentiero morbido, fango, erba, rovi che pendono giù e minacciano la faccia, travolgo tutto quel che mi capita. Con la luce della sera, a capofitto giù, verso il primo abitato, poche case, due caprette che fuggono terrorizzate. Il sentiero si rituffa nel bosco, ne esce sotto una volta di vegetazione: eccolo... Lo sapevo, lo sapevo che sarebbe tornato su, almeno un po'. Felicissima di vedere Matteo: ma nemmeno ora posso fermarmi; continuo in preda alla foga, mentre lui, poveretto, a sua volta si lancia all'inseguimento, dopo aver già corso tutto una volta. Ci raccontiamo qualche scampolo delle rispettive gare, col fiato che ci resta; "Non ti ho mai vista correre così"... Eh lo so, e mi sa che non mi rivedrai tanto presto! Altre case, poi ancora bosco; se continua così, mi sa che io cedo, scoppio, non ce la faccio più... E' Matteo che mi costringe a non mollare: "Due km, uno da correre, poi tra poco scende e sei sopra al Santuario". Significa che è proprio fatta, e proprio quando già pensavo che fosse andato tutto a ramengo... Ultimissimi sorpassi nella discesa; poi, quando siamo vicinissimi all'arrivo, Matteo piazza uno scatto fulminante per andarmi ad attendere accanto all'arco: io chiamo a raccolta tutte le forze residue per assumere l'aria di chi ha appena fatto una banale scampagnata... E' bellissimo trovare all'arrivo un sacco di amici in paziente attesa da chissà quanto: Lorenzo e consorte, Roberto, Sabrina, Gianluca Granpasso; saluto loro ed altri che incontro alla spicciolata, Trigi, Cesare, Mark, Ilenia.... E naturalmente il boss, che ancora mi prende in giro: "Visto che i cancelli servono a farti andare più forte?". Effettivamente, 76 km in 14h 26', con tutto quel popò di dislivello in mezzo, per me era un miraggio.

Avventura conclusa anche per oggi... Matteo ed io ce ne andiamo alle auto, per l'illusione di prolungare ancora un po' la splendida giornata. Poi entrambi finiamo in coda, imbottigliati fino al casello dell'autostrada, e dal casello a casa, viaggio lento e sonnacchioso. E la testa già persa dietro alla prossima mattana.

giovedì 8 ottobre 2009

Citazioni da Stefan Glowacz, "On the rocks - Una vita sulla punta delle dita"

Non avrei potuto esprimerli con altrettanta efficacia, questi concetti... Ma sono senz'altro parte del mio modo di vedere le cose. Anche se io non solo non arrampico, ma ho il terrore anche solo di salire sulla sedia per cambiare una lampadina...

"Anche noi arrampicatori ci sforziamo al massimo per raggiungere la vetta, perché partiamo dal presuppposto che solo là in cima arriveremo alla tanto agognata realizzazione di noi stessi. In realtà, non si tratta di raggiungere un luogo, piuttosto uno stato d'animo, l'oggetto del nostro desiderio s'incontra già sulla via della vetta, la cui conquista in fin dei conti è del tutto irrilevante, dal momento che, appena l'abbiamo ottenuta, cominciamo subito a pensare ad una nuova meta".

"Pater era ed è rimasto un visionario, un creatore, per meglio dire un trascinatore, uno che indica la via, ma che non vuole avere nulla a che fare con questioni banali e fastidiose, come verificare i freni, fare benzina, evitare gli ostacoli. Il suo unico problema era che per lungo tempo non fu capace di rendersene conto e quindi in molte situazioni preferì metaforicamente tirare dritto, benché la strada curvasse bruscamente".

"Che i miei genitori, la mia famiglia e gli amici si agitino per me non mi influenza né nella scelta delle mete delle mie spedizioni né nelle mie scalate. Io non posso e non voglio tenerne conto. Altrimenti non sarei più padrone delle mie decisioni e mi porterei dietro solo un'inutile zavorra che alla fine potrebbe trasformarsi in un giogo psicologico che mi condurrebbe alla paralisi".

"D'altra parte solo chi decide di abbandonare la ruota del criceto per cavalcare la tigre e osare l'impossibile viene ripagato con esperienze che è impossibile vivere nella quotidianità. Certo corre il rischio assai concreto di sbattere il muso e di esporsi alla derisione di quei simpatici individui che a posteriori sapevano già come sarebbe andata...".

"Non è nemmeno pensabile che non si possa soccorrere un compagno di spedizione ferito, solo perché per un orgoglio sportivo mal riposto si è fatto a meno di alcune attrezzature assolutamente ragionevoli, tipo un telefono satellitare. Io la vedo così. I puristi sostengono dal canto loro che anche un cellulare rappresenta una contaminazione, perché confidando in quella che si ritiene un'ancora di salvezza ci si avventura in zone dove altrimenti non si oserebbe andare".

"Personalmente non conosco moltissimi arrampicatori estremi, o persone che fanno della ricerca dell'avventura la loro vita, che abbiano una famiglia intera o almeno un rapporto affettivo solido. (...) Durante un giro di due settimane nelle gole del Verdon mi sentii come in paradiso. Arrampicavamo tutti i giorni, fino ad aver le dita tagliate. Di sera ci incontravamo con altri arrampicatori di tutto il mondo nell'osteria di La Palud, festeggiavamo i nostri successi, annegavamo gli insuccessi nel vino rosso e ci sentivamo come "i ragazzi di Torremolinos". Ero libero. A casa mi aspettavano il tornio e la mia ragazza che non vedevano l'ora che io ritornassi. Questa nostalgia tuttavia era a senso unico. Io mi sentivo legato, vedevo minacciata la mia libertà, non volevo accettare compromessi. Per tutto il viaggio di ritorno pensai a come spiegarglielo, così invece di buttarmi fra le sue braccia troncai la relazione prima ancora di essere di nuovo a casa. Mi sentii subito alleggerito e liberato. La mia indipendenza valeva più di ogni altra cosa e smisi di preoccuparmi per i cuori infranti che mi lasciavo alle spalle".

"Mi arrabbio sempre molto quando incontro individui che cercano ovunque tranne che in loro stessi le cause della loro insoddisfazione. Se per esempio qualcuno mi viene a raccontare che farebbe volentieri più sport, ma che la sua famiglia gli toglie ogni autonomia, la moglie è tanto gelosa, il lavoro poi non glielo consente assolutamente – allora mi si rizzano i capelli in testa.
Se non siamo soddisfatti della nostra vita, e tuttavia non riusciamo a modificare qualcosa – o perlomeno non tentiamo di farlo con tutte le nostre forze – allora non siamo noi stessi causa del nostro male? Dev'essere veramente demoralizzante trovarsi a fare un bilancio della propria esistenza e giungere alla conclusione di aver sbagliato ogni cosa. Spesso si sente dire "oggi mi comporterei in tutt'altro modo, ma quel che è stato è stato". Se un giorno rifletterò sulla mia vita voglio poter dire: "Ben fatto Stefan, più o meno rifarei le stesse cose".

"Nessuno può soffocare per sempre la sua vocazione, la sua vera passione, al massimo potrà sedarla per un po'. La negazione alla fine si rivela suicida. E' importante sognare, vivere i propri sogni, altrimenti ci si perde nel cosiddetto labirinto del contingente. Sono disposto a salvaguardare con le unghie e con i denti la mia libertà, il mio modo di vivere. (...) Noi siamo individui, ognuno è artefice della propria fortuna, ognuno ha il proprio modo di organizzarsi la vita. Alla lunga il tentativo di adattarla troppo a qualcun altro non può durare".

"Fin da bambino in tutto ciò che facevo mi opponevo ad un avversario immaginario. E' molto radicata in me questa tendenza a misurarmi con gli altri. Durante le mie spedizioni però mi muovo generalmente su un terreno su cui non esiste la concorrenza. Non c'è avversario, sono solo con me stesso. Imparo così a trovare spunti e motivazioni in altri ambiti che non hanno nulla a che spartire con il concetto di concorrenza. Il mio traguardo personale è ciò che mi importa".

"I colpi che la vita ci infligge possono essere a volte molto salutari. Il fatto che io oggi abbia un atteggiamento essenzialmente positivo lo devo anche alle esperienze negative che ho dovuto sopportare. Guardandomi indietro mi rendo conto che crisi, disfatte e momenti cupi erano stati tutti tappe intermedie e che possono aiutare ad andare avanti quanto i successi. A volte, quando avevo sbagliato la via, è stato giusto ed importante cadere, per poter imboccare una via nuova, quella percorribile".

"Ogni cosa a tempo debito. Tutto scorre. Nulla resta com'è. Non bisogna quindi sempre essere preparati al peggio, a volte si può anche contare su un miracolo. L'importante è essere sulla strada giusta. Nel farlo, non è nemmeno così essenziale avere davanti agli occhi la meta finale, che rischia di mettere in ombra tutte le altre. Può infatti succedere che questo traguardo appaia così lontano ed irraggiungibile da farci perdere il coraggio e le forze. (...) Secondo me una filosofia dei piccoli passi è più aderente alla vita, e quindi più percorribile, che non la fissazione su una visione grandiosa. In questo senso pianifico un passo dopo l'altro , e al ritorno da una spedizione parto per la successiva".


Stefan Glowacz, On the rocks – Una vita sulla punta delle dita

mercoledì 7 ottobre 2009

Citazioni da Joe Simpson, "Questo gioco di fantasmi"

Dedicato a chi è abbastanza folle da poter capire perché questi passaggi mi sono rimasti impressi al punto da volerli trascrivere e conservare...

"Non avevo la minima idea di dove stessimo andando. Non avevo la cartina e neppure il fischietto e la bussola. Non ho mai capito come diavolo si usa la bussola. Ho sempre preferito l'altra tecnica, quella di fidarsi di compagni scelti con cura, il tipo di gente che con carta e bussola in mano ti tira fuori da qualunque postaccio".

"Erano gli eroi, i modelli da imitare; uomini che incutevano timore per quello che avevano fatto, per quello che avevano osato tentare".

"L'aura di gloria di cui avevo circonfuso la Walker era scomparsa nell'attimo in cui avevo terminato la salita. La realtà era banale, insignificante. Era come se mi fossi derubato da solo di qualcosa di sommamente prezioso, come se fosse stato profanato un ideale. Sì, una crocetta in più sul libro, un'altra vetta conquistata, un'impresa da ricordare con vano orgoglio. Ma la gioia era scomparsa. Per ritrovarla dovevo inventarmi un altro obiettivo, un'altra salita, un altro ideale da distruggere. Era un circolo vizioso. Dove mi avrebbe portato?".

"In Occidente viviamo in una civiltà della sicurezza, un mondo di vaccini e di tecnologie mediche che promettono la longevità fine a se stessa. Ci insegnano ad essere prudenti, ad evitare il rischio, a costruirci una vita piena di garanzie e certezze, puntellata da pensioni, assicurazioni e quant'altro serve a schermarci dalla verità. Raramente ci dicono di vivere il presente, di prendere ciò che ci piace senza dar nulla in cambio. Nessuna società si fonda su principi tanto egoistici. Ma a volte una malattia, un lutto, un licenziamento intervengono brutalmente a farci comprendere che, a dispetto di tutti i nostri sforzi, nulla è mai assolutamente sicuro".

"Se la memoria potesse ricordare con esattezza l'esperienza passata, non faremmo più nulla. Resteremmo tutto il giorno seduti a fantasticare sul passato. Perché sfidare il presente, se il passato è così gradevole? Ma la memoria, per fortuna, ci è amica. Sfuma le esperienze negative, stempera quelle positive. E quando a valle, nel mondo reale, se così vogliamo chiamarlo, la vita comincia a corrodere il ricordo dell'ultima ascensione, sentiamo che è giunto il momento di tornare ai piedi della parete e rimettere tutto in gioco".

"Il teologo e filosofo settecentesco Jeremy Bentham sviluppò una teoria detta “del gioco profondo”, secondo cui ciò che il giocatore accetta diperdere è del tutto sproporzionato a ciò che può guadagnare. Ciò è vero anche per l'alpinismo: da un lato la vita, propria e dei compagni, la perdita delle dita delle mani o dei piedi, dall'altro il transitorio piacere della vetta, il brivido dell'avventura, la fugace soddisfazione di un desiderio irrazionale. La dipendenza viene dall'impossibilità di soddisfare pienamente il desiderio. E forse il desiderio è radicato proprio nell'assurdità dell'azione. Andare in montagna è così splendidamente vano ed inutile che dobbiamo farlo”.

"Che gusto ci sarebbe a fare ciò che sai di poter fare? Meglio saggiare i limiti: è il solo modo per imparare e migliorare”.

"Loro non potevano sapere cos'era per me l'alpinismo. Avevo cercato di spiegarlo senza nasconderne gli aspetti pericolosi. Se mi fosse successo qualcosa, dovevano sapere che avevo consapevolmente accettato il rischio. Non sopportavo il pensiero che dovessero accettare la morte di un figlio senza avere gli strumenti per comprenderla. Soprattutto, non volevo che pensassero che era stato uno spreco di vita e non arrivassero mai a capire la verità: che l'alpinismo era stato la cosa che più mi aveva fatto amare la vita, che era la natura stessa della nostra attività a rendere me ed i miei amici quelli che eravamo. Le montagne erano parte inestricabile del tessuto della nostra esistenza.
Allo stesso modo, avevo deciso fin dall'adolescenza che non volevo fare le cose che la societò si aspettava da me. Non volevo compromessi di sorta, non volevo sposarmi e mettere al mondo figli, per timore d'esser privato dell'egoistico desiderio di fare ciò che mi pareva della mia vita: vita che era solo una e finiva con la morte e non prevedeva reincarnazioni, esistenze ultraterrene, paradisi ed inferni di sorta. Afferra le occasioni che ti capitano e goditele. Quello era il mio credo, indietro non tornavo".

"In un certo senso, l'alpinista smette di vivere nel momento in cui comincia ad arrampicare. Esce dal mondo dell'ansia per entrare in un mondo in cui non c'è spazio né tempo per tali distrazioni. L'unica cosa che gli importa è sopravvivere al presente. Bollette e mutui da pagare, amici e nemici, tutto svapora nella necessità di concentrarsi su ciò che accade al momento. E' una vita separata, di decisioni semplici, nette: scaldati, nutriti, bada a quello che fai, riposati, abbi cura di te e del tuo compagno, sii presente. Presente, appunto: finché non c'è altro che il presente e non ci sono più paure a minare la sicurezza".

"Quando l'alpinista si muove sul labile confine tra la vita e la morte e sbircia con cautela dall'altra parte, è come se fosse immortale, né vivo, né morto. Quando scende dalla montagna e rimette piede nella vita cerca, senza riuscirci, di comprendere l'esperienza vissuta. Di quelle giornate conserva un ricordo potente e bellissimo, ma non sa dire esattamente che cosa è successo. Sa che qualcosa è effettivamente accaduto, ma non riesce a metterci il dito sopra. Ma con il riprendere del tempo, con il tornare del pensiero al passato ed al futuro, la certezza a poco a poco svanisce fino ad assomigliare al vago ricordo di un fantasma intravisto di sfuggita in fondo ad un corridoio sbiadito. Un tempo sapevamo cosa avevamo visto, non c'erano dubbi sulla sua realtà; ora non sappiamo più con certezza, ora nulla sembra reale. Allora nasce il desiderio di tornare a guardare, per accertarsi di aver visto davvero. Il dubbio batte e ribatte, fino a che ci costringe a partire. Quando le paure corrosive e le ansie del presente ci si affollano di nuovo intorno, ci torna in mente quello stato fuggevole in cui il tempo si era fermato, quei giorni in cui la prospettiva si era fermata a un'altra dimensione dell'esistenza. E desideriamo tornare laggiù".


Joe Simpson, Questo gioco di fantasmi - Collana "I Licheni", Vivalda Editori