giovedì 3 settembre 2009

28-30 agosto 2009 - Ultra Trail del Monte Bianco

Spaparanzati sull'erba del prato in pendenza, vista parcheggio alle porte di Chamonix, inganniamo l'attesa tra panini con la toma e panini con la Nutella, in rigoroso ordine sparso. Il piazzale è enorme eppure già pieno; non c'è più posto nemmeno per uno spillo: infatti, alla povera Opel è toccata una sistemazione di fortuna e di sbieco. Decine e decine di camper, furgoni, auto, e chissà quanti altri parcheggi del genere ci sono, qui intorno, già gremiti a diverse ore dal via della gara.
Da veri pionieri, abbiamo dato il buon esempio: sul prato si avventurano ben presto altri gruppi e gruppetti, dai materialisti con la cesta della pappatoria agli spirituali con coperta e libro; dal canto nostro, Matteo ed io ci sdraiamo sull'unico fazzoletto di coperta, ovviamente sporca di grasso di bicicletta, che son riuscita a cavare da quella discarica ambulante che è la mia auto. Chissà che non si riesca a ronfare un po': sarebbe utilissimo, in previsione della notte o, chissà, in caso di grande fortuna, delle due notti che passeremo a spasso per sentieri. Ci si riesce infatti, per un tempo indefinito, tra torpore e mezzo risveglio, tra sole cocente e brividi all'ombra, lanciando occhiate distratte alle cabine della funivia che vanno e vengono, proprio sopra alle nostre teste, all'Aiguille du Midi, almeno finché le formiche, che si sa nel loro piccolo s'inalberano, non raggiungono un picco di ferocia ed accanimento tale da costringerci alla fuga.
Mentre noi beatamente sonnecchiavamo, nel parcheggio s'è levato il fermento; ora è tutto un brulicare di atleti già in tenuta ed aspetto da corsa, personaggi in mutande che si spalmano creme e s'incollano fasce e cerotti in ogni dove, mogli indaffarate o mogli scocciate, bambini vocianti che tentano invano di richiamare l'attenzione dei padri, ora votati a tutt'altro. Mi fanno un po' pena questi poveretti costretti a muoversi in branco con la carovana familiare sempre saldamente attaccata alle terga, io che faccio dell'indipendenza il mio primo irrinunciabile valore... Chissà quanto hanno dovuto penare e brigare e contrattare, i poveretti, per ottenere dalle arcigne consorti la bolla papale con l'autorizzazione ad essere qui, oggi.

Scuoto la testa e scuoto anche Matteo, che è ancora impegnato nella prima parte della preparazione, ossia il carico glicemico. Anzi lipidico direi, vista la natura delle scorte che ci siamo portati fin qua. Non sopporto di restare ancora in attesa di chissà che, mentre il resto del mondo è già pronto per il via. Si torna alla Opel: ci vestiamo, prepariamo gli zaini con il materiale obbligatorio per regolamento e poi con ciò che davvero può essere utile, fissiamo il numero di pettorale dopo accesa discussione circa il come e il dove. Il cielo, fino a poco fa azzurro intenso, è nascosto da un unico nuvolone grigio, compatto, di cui i raggi del sole mettono in evidenza il contorno netto; l'ombra del tardo pomeriggio mette già i brividi. Non è la corsa che mi dà ansia. E dire che dovrei averne timore, perlomeno reverenziale: l'UTMB è il trail per eccellenza, corsa ambitissima e celebratissima, 166 km per 9.400 m di dislivello intorno al Monte Bianco, 46 ore di tempo massimo, ed io sono qui per questo. Ciononostante, ci tengo, ma non riesco a preoccuparmi, ce la farò non ce la farò fin dove ce la farò, sarà strano ma la questione non mi tange. Sono qui, sono felice di esserci, sono pronta a partire e poi qualcosa sarà. Quel che mi mette in agitazione è il rispetto degli orari: ho sempre, in queste occasioni, il timore di essere in ritardo. Pazienza interrompere una gara con un ritiro, ma presentarsi alla partenza troppo tardi sarebbe un bello smacco!
Matteo ed io ci avviamo verso il centro di Chamonix, sfilando accanto alla stazione della cabinovia: non posso fare a meno, anche stavolta, di alzare il naso all'insù. Io che ho il terrore del vuoto e dell'altezza... Osservo ancora una volta le rotelline che scorrono su quel cavo certo solidissimo, ma all'apparenza sottilissimo, e penso che impazzirei di paura se dovessi guardare il mondo da lassù. Cavi che si piegano e schizzano quasi verticali, almeno è quel che si vede da qui sotto, verso la montagna... Col pensiero fisso che i freni cedano e la cabina torni improvvisamente giù a velocità folle, per poi spiaccicarsi contro la struttura della stazione!

Via, lasciamo perdere i pensieri cupi. Camminiamo per la seconda volta verso il centro di Chamonix: ci siamo già stati questa mattina, quando, appena giunti in terra francese, ci siamo affrettati a caccia del numero di gara. L'organizzazione e gli spazi sono imponenti; un intero palazzetto dello sport è dedicato alle operazioni preliminari, controllo degli zaini, consegna dei pettorali e del chip che viene fissato al polso d'autorità, zona informazioni, ed ancora un'intera piazza destinata agli stand delle varie competizioni trail in giro per il mondo ed un'altra grossa palestra per la raccolta dei sacchi con il materiale da inviare a Courmayeur, poco prima della metà della gara, e per il pasto pre corsa. Con mio immenso sollievo, nessuno ha messo le zampe nel mio zaino questa volta. Il protocollo prevede semplicemente di firmare una sorta di liberatoria, in cui il concorrente dichiara di avere con sé il materiale obbligatorio: giacca impermeabile, telo termico, fischietto, bicchiere, pantaloni al ginocchio, pappatoria.

Matteo è ben più emozionato di me, si vede lontano un miglio. Sentiamo entrambi l'euforia della gara, siamo parte di una folla che oggi è fatta in gran parte di gente con le scarpe da montagna ai piedi, l'occhio vitreo, il cuore che batte all'impazzata; tutti gli altri oggi non hanno diritto d'esistere, non c'entrano nulla. Però io ho ormai quasi scordato i tempi in cui la partenza di una corsa, in bici o a piedi che fosse, mi faceva perdere il sonno e tremare le gambe; vero, nelle competizioni a cui ho preso parte, ho concluso ben poco, ma non si può negare che di partenze ne abbia già vissute a profusione! Sono un po' anestetizzata... Matteo no, lui ci patisce, eccome, tant'è che, man mano che le lancette corrono e s'accingono a disporsi l'una sull'altra, ore 18.30, diventa sempre più taciturno. Condizione, per lui, del tutto eccezionale, riservata alle grandissime occasioni.
La folla è sempre più fitta, tanto che il luogo della partenza è un magma indefinito di corridori, parenti, amici, zaini, bastoncini; non si sa bene dove cominci e dove finisca, fatto sta che qui, solo tra atleti e pseudo tali, dovremmo essere più o meno in duemila. Conquistiamo un fazzoletto di aiuola insieme ad Isacco e Stefano. Isacco, eccone un altro che in questo momento manifesta impercettibile tensione: se avvicinassi la mano al suo volto, credo che potrei perdere cinque o sei falangi in un botto solo... Ci ritroviamo tutti qui ammassati senza saper bene perché e se effettivamente da qui dovremo partire; l'attesa è ancora lunga, non sono nemmeno le sei. Viaggia sulle nostre teste fuse una musica solenne, severa, di quelle che fanno schizzare in piedi impettiti con le braccia tese lungo il fianco ed il mento alto e fiero... O di quelle che a me fan venire quasi le lacrime agli occhi pensando al video, visto su Internet, dedicato alla vita di Marco Olmo ed ai suoi grandiosi successi conquistati proprio qui, all'UTMB.
Mi guardo intorno per ingannare l'attesa: alcuni corridori greci, accanto a me una coppia di tedeschi; qualcuno porta uno zainetto minuscolo o addirittura solo un marsupio, qualcun altro ha messo la casa intera nello zaino. Qualcuno indossa scarpe e calze ipertecniche, qualcun altro sembra avere i piedi infilati nelle babbucce col pelo ed i calzettoni arrotolati alla caviglia, qualcuno sfoggia una bandana di marca, qualcun altro un tovagliolo annodato sul capo. Qualcuno scherza e qualcuno tace, Matteo sparisce, chino per terra, silenzioso, tanto da farmi temere per un attimo che possa non star bene. Balconi e terrazze dei palazzi lungo la via centrale sono gremiti di gente che osserva ed applaude: già, facile per loro, che tra poco poi metteranno le gambe sotto il tavolo per la cena!

Poco prima della partenza, gli annunciatori ricordano i nomi di alcuni corridori da poco scomparsi, il mitico Colonnello Giorgio Simonetti, le tre vittime del Trail del Mercantour dello scorso giugno ed anche Andrea, corridore padovano morto scivolando durante un allenamento proprio per l'UTMB. Percepisco il peso del momento e dei volti che compaiono sul megaschermo, anche se non capisco tutto il discorso in francese.
Poi le ultime raccomandazioni, i saluti di rito a cui ormai nessuno presta più attenzione, travolti come siamo da quel senso di euforia che ci fa ridere e gioire senza ben sapere perché, visto che, in realtà, non c'è proprio nulla da ridere: uno sguardo in alto, alle cime bianche, una stretta di mano, uno sguardo d'intesa con chi ci è vicino, chiunque sia, noto o sconosciuto... E via, si parte. Piano, pianissimo, perché non è così facile far scorrere un fiume di migliaia di persone per le vie di una città, per giunta piccola: ancora musica, pubblico, applausi. Matteo frigge: lo so, ha in testa il primo temibile cancello orario intermedio del km 30, a Les Contamines. E' davvero un punto ostico: ci impone di percorrere i primi 30 km, fatti di saliscendi su asfalto e di 800 m di dislivello in salita, in 6 ore, che significa una media di 5 km/h. Detto così, sembra facile. In realtà non lo è affatto, o meglio, lo sarebbe se la gara ci chiedesse di marciare per 50, 60, 80 km... Ma partire per 160 e rotti km di fatica, correndo più di quanto ci si sentirebbe di fare, è una follia, una candidatura sicura al fallimento. Purtroppo mi tocca adeguarmi, ma so bene di essere un motore diesel, uno di quelli che possono far valere le proprie già scarse doti solo sulla distanza, e so bene che pagherò più avanti la violazione del sacro consiglio di Olmo: "Andate piano che è lunga". Purtroppo, non ho scelta e mi metto a correre, come tutti. Con lo zaino ben zavorrato sulla schiena, poi, che goduria...

I primi km sono tutti su asfalto e nemmeno si sentono, tale è l'entusiasmo, il tifo, il chiasso che si leva dalla folla a bordo strada. Schizzan tutti via come matti: non me ne preoccupo, so bene che prima o poi, anzi più prima che poi, qualcuno di questi temerari lo raccoglieremo con il cucchiaino. Mi spiace solo che Matteo abbia deciso, senza appello, di tentare quest'impresa correndo sempre insieme a me: sono convinta che potrebbe far bene, se seguisse il suo istinto e si sentisse libero di gestirsi la gara a proprio piacimento. D'altro canto, anche per lui il fatidico limite dei 100 km per ora rappresenta il colmo di fatica mai sorpassato; è comprensibile, anzi forse anche saggio, che se la prenda calma. E, stando accanto a me, se la prende calma di sicuro.

Abbandoniamo la strada asfaltata a favore della sterrata che corre, restando ancora a fondovalle, sulla destra, con lievi salite e discese che tuttavia, lo so, lasceranno il segno sui muscoli, e sarà un segno infausto. Le gambe, qui, fresche, direbbero "corri", ma il buonsenso – insospettabile dote che scomodo sempre e solo nelle occasioni sportive – impone di rallentare e camminare. Dopotutto abbiamo già messo alle spalle qualche km a buon ritmo e, anche qui, non ci risparmiamo nei tratti in piano ed in discesa.

Calano le luci della sera mentre, sempre al trotto, raggiungiamo il primo abitato, Les Houches. C'è un punto di ristoro, ma per ora è troppo presto per fermarsi; non ho bisogno di nulla. Con sollievo, finalmente metto le zampe sulla salita: qui basta, non si corre più, anzi, è bene prendere il proprio ritmo regolare e via. Lascio che il cuore superi il primo momento di affanno, mentre intorno a me il chiacchiericcio pian piano si spegne: sarà il buio che dà senso di torpore, sarà la fatica delle gambe che s'induriscono. Ci pensa Isacco, comparso all'improvviso, a riportare un po' di cagnara, almeno fin quando, con passo svelto e sotto la minaccia di essere duramente percosso con il bastoncino, s'allontana. Non posso permettergli di farmi ridere qui... Se rido, mi vengono le gambe molli! Su, un po' di serietà, siamo al cospetto del mostro.

La strada sale prima con pendenza severa, poi un po' più dolce, quando il bosco lascia il posto alla vista del cielo aperto. Peccato solo che non si vedano le stelle: il nuvolone che scrutavo con timore prima della partenza dev'essersi proprio affezionato a me, perché non solo mi ha seguita, ma ora pare voglia abbassarsi per starmi più vicino. Una bella mezza luna s'alza alla nostra sinistra, ma ho idea che non la vedremo per molto.
Matteo mi fa notare che siamo a buon punto, che di certo a questo ritmo rientreremo nel cancello orario di Les Contamines con un po' di margine; "Stai andando forte", che sottintende, occhio che tra un po' tiri le cuoia. Lo so, sto rischiando, ma che posso fare d'altro? Non so come sarà il percorso da qui alla prima meta e non so quali imprevisti potrebbero accadere; visto che il tempo a disposizione è così risicato, voglio guadagnare più margine possibile. I cancelli successivi al secondo, anche quello un po' pericoloso, sono poi ben più tolleranti: spero di poter rallentare e recuperare più avanti.

Ormai la luce della frontale diventa indispensabile; non si può più fare gli scrocconi del fascio luminoso altrui. L'amara constatazione è che la frontale fa a pugni con la nebbia: un tornante ci butta a capofitto in mezzo alla coltre grigia, appiccicosa e fredda, e la luce s'allarga, si disperde, insomma non è più di grande aiuto, proprio come accade alzando i fari abbaglianti dell'auto nelle fredde sere d'inverno della pianura. Se non altro, qui la quota è ancora bassa e non si resta certo soli; qualche sollievo può giungere dalla presenza di tanti altri aloni luminosi e sbuffanti intorno a me. Chiudo la cerniera del gilet per riparare la gola, ma è un disastro in questi casi: si suda e si resta comunque fradici alla pelle, per colpa dell'ambiente umido oltre che per il sudore.
Per un attimo ho la visione della luna piena: ma... Com'è possibile? Pochi minuti fa l'ho vista ed era solo a metà... Arcano spiegato, non è la luna, ma una grossa sfera luminosa piazzata accanto al rifugio, nonché meta della prima salita. Per effetto della nebbia, sembra sospesa nel cielo, anche quando mi ci avvicino con una rapida sequenza di tornanti.

Anche quassù, La Charme, quota 1.800 m, tifo sfegatato, campanacci da mucca agitati senza posa; chissà cosa ne pensano le legittime proprietarie, probabilmente sparse qui intorno nei prati a riposare. Recupero qualche posizione, approfittando del fatto che molti si fermano a cambiarsi la maglia o coprirsi: non che io tenga alla posizione, ci mancherebbe altro, ma è sempre confortante aver qualcuno dietro le spalle, in gara.
Il tratto in piano che segue è a dire poco inquietante: la nebbia è tanto fitta da permettere ben poca visuale, soprattutto a chi, come me, si trova a dover scegliere tra due alternative una peggio dell'altra: tenere sul naso gli occhiali appannati, oppure levarli e non veder più nulla. Aggiungiamoci poi il fatto che ormai è notte fonda... Sono ben lieta di trovarmi ancora in mezzo alla folla, nonostante i km già macinati; se fossi sola, qui, rischierei davvero di sbagliare strada, di perdermi, o semplicemente di dovermi fermare perché non so più dove procedere.
La discesa verso Saint Gervais è lunga e sa di già visto: attraversa in parte una pista da sci, dove Matteo ed io siamo già probabilmente passati in occasione dei due giorni che abbiamo dedicato alle escursioni in questa zona, a metà agosto. O comunque, se non siamo stati esattamente qui, dove l'erba mi sembra un po' più fitta ed incolta, siamo capitati nei paraggi. Mi sforzo di lasciar andare le gambe, gettandole avanti in modo il più possibile sciolto, ma senza correre; strategia d'azione che sortisce l'unico risultato di sbattere il ditone del piede sinistro contro i denti della ferrovia a cremagliera che ad un tratto attraversiamo. Inestimabile dolore, irripetibili espressioni di disappunto... Giù nel bosco, ancor più buio se possibile, lungo un sentiero angusto che va poi a sbucare accanto al tetto di una casa: qui sì, siamo già stati, senza ombra di dubbio. Riconosciamo l'abitazione e la fontanella. Quel giorno, qui, c'eravamo un po' persi...

A Saint Gervais, km 21, dedico un paio di minuti, non di più, al ristoro, per rendere omaggio agli insostituibili compagni del corridore, oltre che del ciclista: la Coca Cola ed il caffé. Lungo, annacquato, pallido, ma pur sempre caffé. Ed afferro qualcosa da mangiare al volo: un po' di frutta secca, un goloso panino con formaggio grasso. Anche Matteo ne approfitta. Ripartiamo di gran carriera, a meno di un attimo di defaillance: questi marrani dell'UTMB han pensato bene di inventarsi una passerella metallica per attraversare la strada... Alta, con gli scalini forati e piuttosto ballerina. Mi tocca, ma ci salgo con il cuore in gola e gli occhi chiusi, riponendo tutte le mie speranze di salvezza nella stretta di Matteo che mi tiene per una spalla. Li mortacci loro...

Da qui a Les Contamines sono ancora circa 10 km di marcia senza gran dislivello, affrontata anche stavolta con il cuore in gola e le gambe troppo lanciate. L'ultimo tratto, in particolare, corre lungo il torrente, su strada sterrata, e risale fino alla strada asfaltata che conduce nel centro di Les Contamines. Finalmente... Fuori uno, il primo degli spauracchi, il cancello orario del km 31; lo rispettiamo, sì, ma per mezz'ora, mica tanto. Anche qui la sosta al ristoro è brevissima, tempo di bere qualche sorso e riempire il bicchiere di plastica con un po' di vettovaglie da mangiare nel successivo tratto di pianura. Cioccolato, biscotti, pezzi di dolci da forno. Ma... Non sia mai: un solerte controllore, all'uscita dell'area del ristoro, mi costringe a lasciare lì il bicchiere. Porca miseria, io 'sta storia dei bicchieri la odio davvero... Già non sopporto l'obbligo di doversi scarrozzare il bicchiere personale; dopo un po' che ci metti la Coca, il the, il caffé, gli integratori, la zuppa, ti ritrovi una robaccia incrostata di tutto, che fa ribrezzo al solo pensiero. Adesso poi non posso manco portarmi via il bicchiere di plastica... Lo so che ci sono in giro gli incivili; infatti io finora ho visto carte di barrette e confezioni vuote di gel disseminate ovunque: che facciamo, proibiamo anche quelle? Guai a portarsi del cibo? Mah... Dicono che questo sia parte di quella misteriosa entità che si chiama "spirito trail"; non capisco, ma mi adeguo.

Mentre ci allontaniamo lungo la strada principale, catturiamo al volo qualche spezzone di notizia dagli altoparlanti: pare che qualche pezzo grosso si sia ritirato... E che in prima posizione, manco a farlo apposta, ci sia Kilian Jornet. Mamma mia, chissà dov'è già arrivato adesso. E chissà chi è che ha mollato: speriamo non lui, il nostro idolo cuneese...
La strada prosegue su sterrato ed attraversa un parco che, a quel che mi sembra di capire, appartiene ad un lussuoso circolo di non so che: ne ho la certezza quando scorgo, un po' in disparte, un tizio impettito che indossa un maglione blu e pantaloni al ginocchio e scarpe bianchi, un cappello bianco in testa, insomma, pare conciato per una regata, anche se sta qui in mezzo ai monti. Raggiungiamo, passando accanto ad una fila di cappellette, la località di un santuario illuminato da fari di ogni colore: la seconda salita comincia proprio qui, accanto ad un falò dalla fiamma alta quanto una persona. Lungo la salita, credo circa a metà, dovremmo raggiungere il secondo cancello orario che ci fa disperare. Anche qui, lungo tratto di pendenza aspra nel bosco, nel fango, senza nemmeno il conforto di una stellina: il cielo è ostinatamente nero. Potrebbero averci messo un coperchio sopra la testa, sarebbe uguale.

La Balme appare come forma indefinita, luminosa, nella nebbia: ci sembra d'esserci già accanto, ma non è così; il sentiero che ci porta fino lì è ancora dritto e penosamente lungo. Oltre, non si vede nulla; solo luci che salgono e spariscono inghiottite dal buio.

Ci sta, questa volta, un the caldo: manna per lo stomaco ed il morale. Ci siamo: adesso, però, tocca rallentare un po'. Altrimenti non ce la facciamo. Io non ce la faccio.
Già questo ristoro ha i tratti del girone infernale: i volontari che schizzano da una parte all'altra come indemoniati, i corridori intirizziti che tendono disperatamente la mano col bicchiere, qualcuno che si sente male, s'accascia con lo sguardo perso nel vuoto. E siamo appena all'inizio. Torniamo a salire: in coda, diligentemente. E' qualcosa che mi crea grande disagio, camminare in salita ad una velocità che non sento mia; quand'è eccessiva, mi stacco subito, ma, quand'è troppo lenta, mi ci innervosisco. Vorrei superare... Ma me ne guardo bene. Primo, perché non è proprio il luogo né il momento per esibirsi in scatti che rischierei di pagare molto cari, più avanti; secondo, perché qui non si vede più un beneamato nulla. Finisco per levarli, gli occhiali: tanto sono appannati, inutili. Il guaio è che, così, la mia visuale si riduce a mezzo metro, e nemmeno così nitido; il resto è un muro grigio tutto uguale. Incollo le pupille alle scarpe di chi mi precede; Matteo resta dietro, perché tra i due è solo lui che può adeguarsi al mio passo, non viceversa. Lo sento che sale e fischietta, beato lui. Io marcio con l'affanno e l'angoscia: vero, c'è un sacco di gente qui intorno, ma se io perdo la vista di quelle scarpette sono fritta ed impanata. Così mi affretto se le vedo allontanarsi, rischio l'incrocio dei bastoncini pur di stare vicino a chi mi precede; se quello si ferma, immediatamente mi fiondo verso la persona ancora più avanti. Salgo e sento il cuore che batte forte e le gambe che masticano fatica, le braccia che ghermiscono i bastoncini e scendono giù; solo che intorno non si vede nulla, non si intuisce il sentiero, non ci si rende conto della distanza né della quota. E' pura percezione della fatica, ed anche della paura. Vero che io sono un caso patologico, ma non credo che chi mi precede abbia per forza occhio di lince; i segnavia ormai sono un sogno... Si sale ancora ed ancora; cerco la brezza di colle, ma l'aria è immobile e pesante, e buia; non c'è bisogno di chiudere gli occhi per concentrarsi sul proprio respiro, per ascoltare quello degli altri. C'è un silenzio così irreale che quasi si potrebbero sentire i pensieri, il fruscio delle rotelline nelle scatole craniche di tutti noi. Anzi, altro che fruscio, il clangore, il fracasso di ferraglia che stride: altrimenti, se funzionassero a dovere, quelle rotelline, nessuno di noi ora sarebbe qui.

Ci accorgiamo del Col du Bonhomme, quota 2.300, solo perché c'è in cima qualcuno che ci attende e fa sorveglianza. La vera sorpresa è scoprire che, appena scollinato, la nebbia non c'è più: aria limpida e stelle, sembra troppo bello per essere vero. Il macigno di pena che avevo sul cuore mette le alucce e se ne va. La salita, però, non finisce qui; come Matteo mi aveva già preannunciato, s'ha da raggiungere il rifugio della Croix du Bonhomme. E la batosta non tarda ad arrivare: a seconda dell'orientamento del pendio, spesso ci ritroviamo ancora nella nebbia; passiamo anzi nel giro di pochi metri dall'aria cristallina al non veder più nulla. Qui la ricerca del sentiero si fa più delicata: non basta più seguire la traccia; tocca a volte spostarsi nella pietraia, andare a caccia dei segnali della gara od anche solo delle tacche colorate sulla pietra. Per fortuna Matteo se la cava più o meno ovunque e non tarda, nei punti critici, a ricondurre le pecorelle umide e smarrite sulla retta via. Ancora una volta, è la presenza dei custodi della corsa a farmi capire che siamo davvero in vetta; il rifugio, se c'è, proprio non lo vedo.

La discesa si mostra subito per quel che è: un calvario. Non c'è un vero e proprio sentiero da seguire, ma solo una traccia indefinita di fango, ripida, instabile. Nella nebbia e nel buio da troppo tempo, non riesco davvero più a vedere nulla, nemmeno lo spazio a pochi centimetri da me su cui dovrò appoggiare il prossimo passo. I contorni, già sfumati, si confondono, raddoppiano, si spostano; io ci provo, ma continuo a scivolare senza posa, a storcere orrendamente le ginocchia e le caviglie, ad aggrapparmi ad appigli immaginari. In questi momenti, non vale il "mal comune mezzo gaudio"; tanti rotolano come me, ma passano oltre, mentre io brancolo nel buio, proprio nel senso letterale del termine. Mi assale il panico senza controllo: ecco, ci mancavano solo le lacrime, a render tutto ancora più difficile. Matteo non mi molla un attimo, cerca di farmi strada ed appoggio per le mani ed i piedi, mi incoraggia, ed io non so fare di meglio che cacciarlo via e piagnucolare che voglio fermarmi qui, che non posso andare avanti in questo modo, che non vedo nulla. Una lagna ed una culata per terra, in rapida successione. Povero Matteo, che pazienza. Gli tocca anche andare a scavare nello zaino a caccia del miele: sento quel senso di freddo e tremore che precede immediatamente la mancanza di zuccheri, ma non posso pensare di tentare la benché minima evoluzione per recuperare la mia scorta di pappatoria.
I singhiozzi si esauriscono solo con la pendenza: d'improvviso il pendio si addolcisce, la nebbia si dirada, appare la valle sotto di noi. Uno di quegli attimi in cui sembra di nascere un'altra volta. Addirittura, troppa grazia, un'ampia strada sterrata a tornantoni... Con la tensione, calano l'attenzione e la temperatura; m'infilo la giacca per placare i brividi che corrono lungo la schiena. Un senso di spossatezza mi pervade: mi sembra d'aver compiuto tutte le fatiche di Ercole ed anche qualche variazione sul tema. Lo sforzo, più di testa che di garretti, è stato esagerato: colpa mia che ho lasciato via libera alla paura.
Al termine della discesa, a Les Chapieux, proprio qui sotto, c'è un altro ristoro e c'è il cinquantesimo chilometro. E' indispensabile che io mi sforzi di mangiare, mangiare, mangiare. E' vero, forse per ora non sento ancora così tanta fame, ma so che l'effetto inceneritore non tarderà ad arrivare, ed allora qualsiasi cosa che butterò giù non sarà mai sufficiente. Ancora fiumi di caffé e Coca Cola. Nessuno mi leva dalla testa che questa bibita contenga qualche strana sostanza che dà dipendenza: non è possibile desiderarla così tanto, nonostante se ne sia già tracannata una quantità tutt'altro che modesta, e provare un piacere così intenso quando le bollicine fuggono giù per la gola. E' anche vero che, in queste condizioni di disagio e di sforzo, basta proprio poco per far felice il penitente...

Lasciamo il ristoro con il primo chiarore dell'alba, in marcia in una vallata molto ampia e senz'alberi. Ci attende un lungo tratto di strada sterrata, larga e dal fondo curato e regolare; sulla nostra sinistra, un bel salto verso il torrente. Questo è per me il momento critico: per l'intera notte non ho avuto il minimo problema con il sonno, ma ora sento che la mente si stacca dalla realtà, viaggia un po' per conto suo, mentre gli occhi già vedono qualcosa che non è la scena intorno a me. Camminare un po' più spedita, scuotere la testa, tendere i muscoli non serve a nulla. Mentre le montagne intorno si disegnano sullo sfondo sempre più chiaro, provo, una volta tanto, a fare quel che Matteo, bontà sua, è riuscito a fare tempo fa in una delle nostre scorribande ciclistiche notturne in Provenza: chiudere gli occhi e dormire mentre cammino. Con mia gran sorpresa, ci riesco. Certo, non è esattamente dormire, questo; è però una condizione in cui, per qualche attimo che proprio non saprei misurare, il cervello si stacca, i pensieri schizzano via di qua. Addirittura sogno, mannaggia la miseria che sogni squallidi, mi ritrovo seduta in ufficio con le incombenze da sbrigare. Riapro gli occhi appena in tempo per evitare di sbattere il crapone contro le rocce alla mia sinistra, poi ci riprovo, affino la tecnica, più o meno riesco ad andar dritto, seguire la strada che sale lieve e costante. Finché mi ritrovo sveglia, decisamente più sveglia di prima. Tocca a Matteo, anche lui alle prese con l'inarrestabile torpore. Lo prendo per mano, cosicché possa riposare un po', proprio come ho fatto io, senza timore della direzione; non se lo fa ripetere due volte. Sento che di tanto in tanto tira pericolosamente verso il salto alla sua sinistra e lo tiro a mia volta verso di me, ogni tanto sbanda contro la mia spalla ed allora lo rimetto in carreggiata per evitare di inciamparci entrambi. Intanto osservo, lontano, sul versante destro della valle, una processione di lucine che sale a serpentina: il chiarore del giorno è ancora così flebile che permette di vederle nitide. La strada prosegue passando in mezzo ad alcuni alpeggi, località La Ville des Glaciers, dove il mio compagno di viaggio più o meno riprende conoscenza; supera un ponticello sul torrente e passa di là. Per me, ahimé, ennesima sosta per i capricci della pancia, che mi preoccupa non poco: non è esattamente la condizione migliore per affrontare un trail di questo tipo... Meno male che è ancora abbastanza buio da rimediare alla mancanza quasi completa di vegetazione.

Ancora strada che sale, ora più decisa, con pochi tornanti, mentre a noi torna la voglia di chiacchierare, forse per esorcizzare un po' la stanchezza. Io continuo a sentirmi fiacca, vuota, senza forze; non è incoraggiante, siamo appena ad un terzo del percorso. Rispetto agli altri non mi sembra d'essere poi così mal messa; qualcuno mi supera, qualcuno resta indietro. Non riesco a rendermi conto di quanta gente ci sia ancora alle mie spalle: a me par di non vedere più nessuno, e probabilmente è proprio così; la cosa mi mette un po' di patema, anche se, razionalmente, so bene che, ai ristori, troverò parecchi corridori che hanno esagerato e si fermeranno a lungo, se non definitivamente. E' fatale. Pochi sanno davvero misurare le proprie forze. E' qualcosa che di solito a me riesce bene, perché eccedo in prudenza, sempre, sia in un trail lungo che in una corsetta da 10 km, ma questa volta non ho potuto partire come avrei voluto, e cioè piano; ne sto già pagando le conseguenze ed ho la sensazione che pagherò ancora, con interessi da usuraio.

Man mano che saliamo di quota, torniamo ad infilarci nella soffice coltre della nebbia. Un po' meno umida, pesante, appiccicosa di questa notte, ma pur sempre nebbia. Torno a non veder nulla ed a salire solo grazie alla traccia di chi mi precede; se non altro, però, c'è la luce, che non vale a scaldar le ossa, ma il cuore sì. Non è più così paurosa la situazione, come la scorsa notte. Com'è tipico dell'alba, ci assale un freddo intenso, pungente, un vento che taglia la faccia; del resto, dobbiamo raggiungere quota 2.500 e non ne siamo ormai più lontani. Di tanto in tanto, qualche raggio di sole incrina la spessa coltre fumosa. Tiro su i manicotti, chiudo ben bene il giacchino fino al collo, respiro a pieni polmoni l'aria gelida; ma quando finisce questa salita, e soprattutto, dove?
Pian piano, sembra che i raggi del sole riescano a far breccia. O forse è il vento che spinge via le nuvole. Ci troviamo nel mezzo di un prato ampio, saliamo verso quel che sembra un colle ma non lo è, perché non c'è nulla lassù, non una croce, non un segnale. Matteo ci vede una cappelletta, ma è l'unico... Via una prima sella, vediamo a qualche minuto di distanza le strutture di plastica trasparente che servono da riparo ai volontari del servizio di assistenza. Ormai ci siamo, mentre i brandelli di nuvole colorate di rosa e giallo intenso del mattino si allontanano veloci. Col de la Seigne, 2.500 m.

Finalmente una discesa che fa per me. Discesa, si fa per dire, perché da qui al ristoro del Lac Combal perderemo solo cinquecento metri o poco più. La luce del mattino rende giustizia allo spettacolo meraviglioso dei ghiacciai del Bianco, vicinissimo alla nostra sinistra, anzi direi proprio sopra la nostra testa. Scendo con un occhio al sentiero ed uno agli innumerevoli picchi lassù, ai salti di roccia ed al ghiacchio sporco, in certi punti quasi sbriciolato.
Attraversiamo un lungo pianoro che concede un po' di requie alle gambe già ben maltrattate; la fiacca sembra acqua passata, ma, com'è ovvio, non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di approfittare della pianura per correre. Qualcuno ci prova, accenna qualche passo... Ma non ha senso, almeno per noi delle retrovie; quel poco che si guadagna in velocità, si perde con la fatica esagerata in rapporto al risultato. Insomma, non ne vale la pena.

Il pianoro è una sorta di scalino tra il colle e la seconda parte di discesa, che conduce giù ad un altro pianoro, percorso da una strada carrozzabile sterrata. Lì vediamo le tende del ristoro. Certo che in questa gara ci viziano davvero; cibo e beveraggi a volontà, ovunque! Il copione è sempre lo stesso, Coca e caffé più bocconi vari in ordine sparso, dal mio amatissimo formaggio grasso al cioccolato, l'uno per togliere la nausea dell'altro, a ripetizione. Non oso pensare a quale livello di fetore di fogna possa giungere l'alito di un corridore a fine di questa gara... Senza contare che due giorni su sentiero a mangiare schifezze sono una vera manna per la carie; vuoi vedere che l'ultra trail è una specialità sponsorizzata dall'Associazione Dentisti?
Riempiamo i nostri bicchieri di cibarie e ripartiamo subito lungo la strada, approfittando della pianura per rifocillarci. Il mio umore va di pari passo con la luce del sole: in questo momento, sono fulgidi entrambi. Passata la crisi, mi sento come se potessi andare avanti all'infinito...

Abbandoniamo la strada per un sentiero che si arrampica ripido sulla nostra destra. Ci attendono ora circa quattrocento metri di dislivello in salita: le gambe reagiscono bene, salgono di buona lena, tanto che devo sforzarmi di rallentare il passo e resistere alla tentazione dei sorpassi. La direzione sembra quella di una sella quasi di fronte a noi; ma, come sempre in montagna, mete e distanze apparenti sono sempre ben diverse da quelle reali. La salita piega e ci conduce dritti e filati verso la valle che, arrivando dall'Italia al Traforo del Monte Bianco, si vede sulla sinistra; Arete Mont Favre, quota 2.400, è la meta della nostra ascesa, che raggiungiamo dopo un ultimo tratto di salita dolce.

Purtroppo sappiamo quel che ci attende ora: 1.200 m di discesa ininterrotta su Courmayeur, un vero calvario, un massacro per i muscoli ed il morale. Quel che è peggio è che il sentiero non scende mai deciso; procede a pendenza dolcissima, oltrepassa il costone di un monte e poi un altro ed un altro ancora; il bosco si vede giù sotto, ma noi siamo sempre troppo alti. Faccio il possibile per mantenere un buon passo, sempre senza correre, ma è impresa ardua, per quanto strillano i muscoli; mi distraggo guardando le strade di fondovalle, cercando la sagoma del Dente del Gigante, che per ora non si vede ma non tarderà ad apparire. Dopo la tristissima visione, dal colle, di un ghiacciaio di cui è rimasto solo il letto vuoto con qualche chiazza di neve sporca e sfasciumi di pietre...

A quota 1.950 m, al Col Checrouit, altro punto di ristoro, in mezzo ai bar, tra gli sguardi dei turisti. Grande entusiasmo, come sempre, da parte dei volontari, ma il tifo ormai qui lascia a desiderare. Speriamo che qualcuno si ricordi, la prossima notte, di noi... Almeno per tenerci svegli!
Proseguiamo in mezzo al bosco, lungo un sentiero di terra morbidissima e polverosa: almeno, qui, posso permettermi qualche salto, senza troppo timore per le mie giunture. I tetti di Courmayeur si intravedono già tra le fronde, ma lontanissimi, sotto di noi, che scendiamo, scendiamo ed ancora scendiamo, e poi risaliamo anche un po', tanto per gradire. Un corridore che ci ha sorpassati al ristoro è sempre alla stessa distanza, avanti a noi. Polvere che ci ricopre le scarpe, i polpacci, le braccia, che ci s'infila nel naso: non oso immaginare cosa possa diventare questo sentiero con la pioggia. All'improvviso, la pendenza s'impenna: scendiamo giù lungo scalinate fatte di terra e legno, scalini stretti ed altissimi; chissà come se la son cavata, qui, i corridori veri. A qualcuno non basta ancora; qualche matto si butta giù tagliando i tornantini già ripidi e scompare in una nuvola di polvere. Qualcuno, invece, scende con cautela esagerata, evidentemente preda dei crampi. Io corro e salto finché posso, sognando il ristoro, la borsa con gli indumenti puliti, una lavata alla faccia: d'improvviso, però, a qualche tornante dal fondovalle, quando già si sente l'eco degli altoparlanti, mi si spegne la luce. Fiacca e freddo mi aggrediscono a tradimento, nonostante la temperatura tropicale di questo posto, resa ancora più opprimente dal gilet che ancora indosso, ma che in questo momento non posso proprio fermarmi a togliere.

Finalmente l'abitato di Dolonne: attraversiamo un campo giochi e la via principale del paese, fatto di splendide case in pietra ornate degli immancabili gerani vermigli. Applausi, incoraggiamenti; il pubblico è sparuto, ma ce la mette tutta. Tengo duro. Man mano che percorriamo il corridoio che entra al palazzetto dello sport, riceviamo, con efficienza direi svizzera, anche se siamo a Courmayeur, i sacchi numerati con i nostri beni di conforto. Matteo ed io schizziamo verso i bagni; ne approfitto per svestirmi, darmi una sciacquata alla bell'e meglio, indossare canotta, maglia e calze pulite. Ed anche per il mal di pancia che ancora non molla. Purtroppo il bagno è stretto ed affollato; lavarsi con un minimo di cura è un'utopia: e sì che qui, al km 78, un minimo di acqua e sapone sulla pelle sarebbe già di grande aiuto e sollievo. Ma noi no, non si può perdere tempo. Via al banco dove si distribuisce la pasta; ingolliamo, letteralmente come le oche, un piatto di pasta, del pane, una fetta di formaggio; riempiamo le borracce e facciamo scorta di dolci nei bicchieri, e via, un saluto veloce ad Isacco ancora seduto a tavola e schizziamo via. Altro grave errore, questa volta frutto di ansia ed inesperienza, da aggiungere al conto dello sfinimento che ci sarà presentato più avanti, senza possibilità di chiedere sconti. Avendo noi oltre un'ora di vantaggio sul cancello orario, qui al palazzetto, avremmo dovuto fermarci un quarto d'ora di più, mangiare con calma, riprenderci; invece, non so quale furia ci ributta immediatamente fuori, lungo la strada asfaltata per Dolonne, dove già il mio stomaco grida vendetta per la quantità abnorme e mal masticata di cibo che l'ho costretto a ricevere. Nonostante l'allegria del tifo sfegatato nel centro di Courmayeur, gli incoraggiamenti, i campanacci, la salita si rivela subito per quel che è, un altro calvario. Già nella via centrale dell'abitato di Villair, la sosta alla fontana è la ricerca disperata di un momento di sollievo, più che la necessità di immergere la testa e riempire la borraccia. Riprendo con l'umore in fondo alle scarpe e la pancia in subbuglio; il guaio è che la salita al Rifugio Bertone è tutt'altro che morbida. Per fortuna, ormai la conosco bene, e so che gli itinerari già noti sembrano sempre più brevi. E' una processione di anime in pena sotto il sole feroce del primo pomeriggio, senz'aria, nel bosco; tanti si fermano da una parte, si accasciano su una pietra, cadono come le mosche. No, fermarmi no, mai, però arranco con tanta fatica, troppa, e con la nausea che incombe. "E' così fino al rifugio", dico a Matteo, sempre fedelmente al seguito: così, cioè a scalini di pietra e radici, ripida, un tornante dopo l'altro, con i tetti di Courmayeur nuovamente minuscoli là in fondo. Naso all'insù, cerco il punto in cui il bosco si dirada: da lì al rifugio, ancora un paio di rampe secche tra il parto e gli alpeggi, con la vista ritrovata sul massiccio del Bianco, e siamo al punto acqua. Anzi Coca, ovviamente. Ancora una cinquantina di metri di dislivello oltre le costruzioni: da qui, ad un bivio, inizia la lunghissima traversata a saliscendi verso il Rifugio Bonatti e poi verso Arnouva, appena prima della salita al Grand Col Ferret.

Qui si scatenano i corridori; in effetti, in molti tratti la pendenza è tale da suggerire, a chi ancora se la può permettere, una buona andatura. Ci sorpassa mezzo mondo, a raffica: li lascio andare, non posso farci nulla. Tanto, gira e rigira, son sempre gli stessi personaggi che abbiamo intorno: magari schizzano come schegge impazzite sui sentieri, poi si fermano decine di minuti ai ristori, poi ripassano, sempre così. In questo tratto tranquillo, posso osservare un po' i miei compagni di sventura, il loro abbigliamento, il loro atteggiamento: c'è quello che viaggia col peso della bandiera della Bretagna (che alla partenza avevo preso per un vessillo juventino), quello che indossa stranissime scarpe da ginnastica con due centimetri di suola, più simili ad una zeppa che ad una calzatura da trail, quello che viaggia con lo zainetto compatto e quello che invece ha pezzi di bagaglio appesi ovunque. Passiamo oltre gli alpeggi, salita e poi discesa al torrente ed altro alpeggio ed altra salita, in un continuo alternarsi di pendenze che certo non fa felici i miei poveri muscoli. Matteo, già sulla salita prima di Courmayeur, era ottimista; io per ora non parlo, ma non lo sono per nulla. Trangugio mezza bustina di Nimesulide, nella speranza di placare un po' i lamenti dei muscoli; del resto, persino Matteo si converte all'antiinfiammatorio, anche se a lui riservo il più mite Fastum in pastiglie. Non vorrei sforacchiargli lo stomaco con le mie droghe pesanti; in compenso, probabilmente peggioro la condizione del mio.

Ho ingaggiato, già da un po', una sorta di amichevole rivalità con una ragazza dal posteriore, incredibile dictu, più voluminoso del mio. Mi ha sorpassata, ma è sempre lì davanti; mi stacca un po' nei tratti in piano, ma si riavvicina in quelli in salita. A ridosso del Rifugio Bonatti, dove il sentiero fa un bel salto ripido verso l'alto, finalmente conquisto la mia personale vittoria e la supero.
Altra brevissima sosta Coca Cola al Rifugio e ancora via, sul sentiero, lungo traverso quasi tutto in piano, da cui ormai si vede vicinissimo il bar ristorante di Arnouva, giù a fondovalle. Matteo ed io non vediamo l'ora di scendere, non ne possiamo più di questa interminabile trasferta. Io scruto con un po' di preoccupazione la testa della valle, dove s'affacciano minacciose nubi scure: non tanto per il timore di temporali, che le previsioni meteo hanno escluso con buona attendibilità, ma per l'angoscia di ritrovarmi ancora una volta nella nebbia. Pace, Gian, tanto non puoi farci nulla.

Finalmente il tornantino a sinistra che dà inizio alla ripida, ma breve, discesa. Una, due, tre curve, che affronto di corsa, non per risparmiare tempo – a questo punto i cancelli orari sono talmente larghi che non abbiamo più problemi – quanto per la voglia di arrivare in fondo e, più prosaicamente, per la necessità disperata, ancora una volta, di un bagno. Le torrette rosse Sebach, le ho già puntate dall'alto, peggio di un rapace che piomba sulla preda... Sono arrabbiata ed agitata per tutto questo perdere tempo, tutte queste soste di cui farei volentieri a meno; ormai sono vuota come un sacco... Per fortuna, la mia sosta tecnica è ancora più breve di quella alimentare di Matteo; riparto prima di lui, afferrando al volo un biscotto ed una banana con cui mi strozzerò in salita.

Questo è un sentiero che ormai conosco a menadito, per averlo già percorso due volte. Ben per questo, m'impongo di prenderla con calma. Anche se già da subito non riesco a trattenermi da un paio di sorpassi.
Il vento, che ci ha accompagnati lungo tutta la Val Ferret, qui sembra rinforzato. E freddo, perché ormai siamo intorno a quota 2.000. Gilet ben chiuso, brividi sulle braccia; Matteo recupera lo svantaggio in un attimo e, prima della fine del primo "scalino", è già alle mie spalle. Brevissimo tratto di respiro, in piano; respiro, si fa per dire, perché le raffiche rendono difficile anche respirare. Oltre il ponticello, riprende la salita ripida; si sentono sopra la testa le voci dei corridori che hanno già superato il Rifugio Elena... Ma alzar la testa costa troppa fatica. Arranco: forse è solo una sensazione, forse è l'angoscia della nebbia che troverò al colle, ma sento nuovamente la stanchezza prendere possesso di me. Dopo il rifugio, la salita è tutto fuorché mostruosa; sale sì, ma con pendenza ragionevole. Eppure mi lascio assalire dallo sconforto, senza pensare che in fondo è anche ragionevole sentirsi stanchi, a ridosso del 100° km di marcia. Quasi ininterrotta, per giunta. E' incredibile come, in questi momenti, non si riesca proprio a conservare un barlume di razionalità: dovrei accettare il fatto di sentire le gambe indurite, di dover rallentare un po', ammesso e non concesso che io stia rallentando... Di solito, a sentire chi cammina con me, ai miei stati d'animo cupi e disperatissimi non corrisponde poi un effetto reale sulla marcia. Insomma: "Vai sempre allo stesso modo!". Già, però io ci sto malissimo, precipito nel baratro del "Non ce la farò mai, adesso mi fermo, adesso crollo", Del resto, non so perché, il Grand Col Ferret mi è sempre stato un po' sulle corna. Oggi più che mai: continuo a conficcare i bastoncini nella terra quasi con rabbia, a costringere le gambe passo dopo passo perché proprio non ne vogliono sapere. Non ce la faccio.

"Per favore, vai avanti, fai il tuo passo. Io non ce la faccio più". Son parole che mi costano care, ma non posso pensare di costringere Matteo a questo passo da lumaca, lui che è sempre fedelmente al mio seguito e sembra, al momento, in buone condizioni. Parlo sinceramente, preferirei che, almeno da qui, facesse la sua corsa. Solo che non c'è verso; giura di essere stanco, anche lui, e di pensare a quella come una soluzione estrema, da valutare, eventualmente, molto più avanti.
Il vento non dà tregua, è sempre più cattivo e gelido, sferza la faccia e fa bruciare gli occhi, gela il sudore sulla pelle. La nebbia s'infila attraverso ogni passaggio che sa di colle, corre velocissima, ci avvolge; ne ho il terrore ma forse è proprio qui che, spalle al muro, riesco a reagire. Infilo un paio di sorpassi, solo per rabbia contro me stessa, non certo per agonismo; so che ormai al colle manca pochissimo, solo più un breve tratto quasi in piano. Senza fermarmi, indosso la giacca, chiudo tutto quel che è possibile chiudere; furiosamente mi butto al colle e me lo lascio alle spalle. E' tutta un'altalena di sentimenti dentro di me, a cui le gambe sembrano indifferenti, perché continuano a marciare sempre allo stesso identico passo. Quassù sembra l'apocalisse: raffiche violente, freddo che gela ed irrigidisce le dita, faccia immobile in una smorfia di fatica. Ripeto a Matteo, ma in realtà a me stessa, "Ora bisogna solo scendere di qua il più in fretta possibile". Al ristoro e controllo di La Fouly mancheranno circa 10 km, ma il termine ultimo è alle undici, e adesso siamo appena alle prime luci della sera.

Per fortuna, sono sufficienti pochi minuti di discesa per strapparci al tratto in cui vento e nebbia sono più accaniti. Nel giro di poco tempo vediamo già la valle sotto di noi: una parte è ancora illuminata dal sole; peccato che l'ombra già risalga verso l'altro versante. Per noi non ci sarà più calore sulla pelle, questa sera.
La discesa è molto blanda, pende parecchio solo in alcuni tratti, e comunque percorre, almeno nella prima parte, un tratto di sentiero ampio e regolare. Per questo, mi preoccupo un po', quando sento Matteo lamentare il dolore alle gambe. E' vero che, di regola, lui si lagna senza misura e poi fila come un treno, e non lo abbatti nemmeno a fucilate; però, ho la sensazione che questa volta ci sia davvero qualcosa che non va. Nel giro di breve tempo. lo vedo più volte restare indietro; sento la sua voce non più allegra e squillante, ma, davvero, preoccupata e spenta. Ha male, patisce il sonno. Anch'io stavo cadendo un po' preda del torpore, forse per effetto di questa discesa tutto sommato rilassante, o per il calo della tensione accumulata in salita; ma, a quel che sta succedendo, drizzo di colpo tutte le mie antenne. Mi giro di continuo per vedere che Matteo sia sempre lì: forse esagero, anzi senz'altro esagero, dopotutto non è certo persona che non se la sappia cavare alla perfezione da solo; però lo vedo oggi, in questo momento, come non l'avevo proprio mai visto prima.

Al rifugio, a La Peule, comincia un tratto di discesa un po' più ripida su sentiero terroso, in mezzo al bosco. Io riprendo ancora una volta il combattimento con le fitte alla pancia, che non si sono, a quanto pare, scordate di me; sono stanca, ho le gambe inchiodate, ma non è questo il momento di pensarci. Matteo sta male davvero, si lamenta; quel che più mi fa paura, però, è che ha una voce stranissima, trascina le parole, rallenta e resta indietro. Non è da lui. E non può essere solo stanchezza. Anch'io sono stanca, tanto che ormai sono certa di non avere alcuna speranza di finire la corsa... Mi dice di non dargli retta, di lasciare che si lagni senza ascoltarlo: sì, certo, come no. Io che ho il cuore in gola anche in discesa. "Guarda, La Fouly è laggiù", lo incoraggio, sapendo però bene che "laggiù" è ancora ben lontano da noi. "Dai, adesso arriviamo a La Fouly. Ci fermiamo, ci riposiamo un attimo, poi decidiamo il da farsi". Solo che la discesa non ha pietà, continua ad infierire con le sue coltellate sulle gambe. A Matteo sfuggono lamenti che mi mettono i brividi: non sopporto di vederlo stare così male... Ma che posso fare? L'unica necessità, adesso, è arrivare al ristoro; non abbiamo scelta, dobbiamo trascinarci fin lì. Ma quando finisce questa stramaledetta discesa? Finisce, sì, ma con un ultimo affondo, ripidissimo, quasi una scala fino al ponticello sul torrente, oltre il bivio per l'abitato di Ferret. Da lì, un breve tratto di respiro, in piano o quasi, su strada.

Matteo è tristissimo e scoraggiato. Mi sembra di vedere, con sollievo, che qui si sia un po' ripreso; forse la sua confusione era davvero dovuta solo al sonno, chissà. Ormai abbiamo entrambi ben chiaro che non ci resta molto da camminare ancora. Per me stessa, sono sicura che potrei ancora arrivare a Champex; soffrendo e trascinandomi penosamente, certo, ma se la farei. Non c'è molta salita fin lassù; le gambe, pur martoriate, ce la potrebbero fare. Forse anche Matteo. Ma avrebbe senso? Per dire che abbiamo percorso quindici km di più? Dai, non importa. Cominciamo ad arrivare a La Fouly, poi si vedrà.

Ancora uno scalino ripidissimo di sentiero che taglia la curva e ci porta giù verso il fiume, quando scendono ormai le luci della sera. Siamo in vista del paese; ci resta solo più da attraversare il fiume. Non so perché, ma non provo particolare tristezza, né delusione. Quasi che me l'aspettassi, in effetti me l'aspettavo; questo è quel che temevo ieri sera, durante il primo tratto di corsa e poi sulla prima salita, affrontata troppo forte. C'è anche solo una possibilità che ce la facciamo? Ragionevolmente, no. Fino a Champex, certo. Ma da lì in poi ci sono, in rapida successione, tre salite impegnative, Bovine, Catogne e la Tete au Vents; dure e seguite da discese lunghe e massacranti. Se il dolore si può sopportare, si rischia però che i muscoli ad un certo punto si piantino e non reagiscano più. Andiamo nella notte, ora: e se capitasse di doversi fermare magari lassù, a Bovine? Magari con la stessa nebbia che ci ha tenuto compagnia finora?

Se fossi da sola, che farei? Boh, non ha molta importanza. Non sono da sola. Ho accanto a me una persona a cui tengo certo molto ma molto più di questa splendida gara, che pure ho sognato per un sacco di tempo. Ho davanti a me ancora quasi sessanta km di marcia che di certo le mie gambe non vorranno tollerare; inutile che io mi illuda. Tantovale lasciar perdere qui. "Ci fermiamo, o proviamo ancora fino a Champex?". Matteo è stanco, sfiduciato. Ha freddo. Si abbatte sulla panchina del ristoro, a La Fouly, con un viso scuro come non gli avevo mai visto. Sono dispiaciuta anch'io, mi dispiace dover ammettere che questa corsa non ce l'avevo nelle gambe, ma non è questo che conta, adesso. Non voglio forzare alcuna decisione. Io sono stanca, prossima alla cottura, ma è lui che sta davvero male. Non ci speravo... Ma la sua decisione di fermarsi qui, per me, ha il sapore non di un ritiro: semmai di un sollievo.

Certo, fa male quando i responsabili dell'organizzazione, con il loro migliore sorriso di consolazione, poveretti. ti tagliano via il braccialetto con il chip, ti tolgono il pettorale. Vedi le lame della forbice chiudersi e senti l'impulso di urlare, "No, fermi, ho cambiato idea, non mi fermo, continuo, vado finché ho fiato"... Un istante dopo il braccialetto non c'è più e tu sai che hai perso la tua occasione, che la prossima tornerà forse solo tra un anno; solo, perché chissà cosa succederà in quest'altro anno, chissà se potrai. Per Matteo mi spiace tantissimo, so già che la prenderà come un fallimento personale. Già adesso non si dà pace, si tormenta chiedendosi "Perché": eppure a me pare così evidente, il perché... Perché abbiamo alle spalle 108 km e più di 6.000 m di dislivello; perché marciamo ormai da 26 ore; perché abbiamo dovuto correre troppo all'inizio, ed anche perché siamo stati cretini a non volerci fermare mai, io per prima, che ho l'ossessione di non voler perdere tempo ai ristori. Ecco perché. E poi, con un po' di modestia che non guasterebbe, perché questa corsa va presa con il dovuto rispetto reverenziale, perché non si può certo pensare di presentarsi al via e finirla, anche se, lo ammetto, per un po' io mi sono illusa. La credevo possibile, invece non lo è. Mi guardo intorno in questa bolgia infernale, dove non ci si può quasi muovere; corridori che si rifocillano, che dormono, che si contorcono dal dolore, che si lamentano, che sonnecchiano sulle panche; cibo sparso sul tavolo e pure per terra, fango, odori acri. Trovo un posticino anche per noi, per Matteo che ha gli occhi lucidi e non mi guarda, forse non guarda nulla. Il bus che ci porterà a Champex, per poi da lì ripartire verso Chamonix, arriverà alle nove e mezza. Tra mezz'ora. Giusto in tempo perché nella sala faccia capolino anche Isacco. Lui più entusiasta e motivato che mai, pronto a ripartire dopo una breve sosta.

No, non so se ce l'avrei fatta a ricacciarmi fuori, al freddo. Forse sì, perché i brividi che sento adesso sono colpa della lunga sosta con gli abiti bagnati addosso. Ma Matteo il freddo non l'ha mai patito, ora lo sente anche lui. Bando alle tristezze, ormai indietro non si torna più, o meglio sì, si torna, ma col motore. Lasciamo la bolgia per salire sulla navetta; prendo posto con un senso di stanchezza... E ne scendo, mezz'ora dopo, che quasi non sto più in piedi, preda della nausea feroce da mal d'auto, anzi, da guida stile pilota da rally. A Champex sto malissimo, tremori e nausea; mi abbatto su una panca sotto il tendone. Su di noi le occhiate perplesse della folla di amici e parenti che attendono il passaggio dei loro cari in gara: dobbiamo proprio avere un'aria distrutta... Per fortuna, il secondo viaggio in bus è più tranquillo; cedo alla stanchezza, al sonno, crollo addormentata.

Siamo a Chamonix intorno alla mezzanotte. Tempo di recuperare il mio sacco con gli indumenti, già riportato indietro, e di raggiungere il centro città, all'arrivo, per recuperare la cauzione del chip: camminiamo senza particolare difficoltà, ma solo perché siamo su una comoda strada cittadina; il dolore, inutile negarlo, resta ed è forte, nelle fibre e nel cuore. Mentre ci avviciniamo al traguardo, assistiamo con un misto di invidia, ammirazione e profonda tristezza all'arrivo di uno dei concorrenti: dopo sole trenta ore di gara, e per giunta corre come una gazzella... Dai Matteo, non te la prendere, ci riproveremo. Smettila di ripetere che è colpa tua; non c'è colpa per nessuno, e poi io non ce l'avrei comunque fatta. Mi sarei spenta forse in modo meno traumatico, ma avrei fatto la stessa identica fine. Smettila, perché un momento nero capita a tutti e non cancella tutti i risultati che hai ottenuto finora, tu che hai appena cominciato a correre i trail, cose che il resto del mondo non sogna nemmeno: il 10° posto al Gran Trail Valdigne, il 7° al Trail dei tre Comuni, il 14°, se non ricordo male, alle Porte di Pietra... Insomma, piantala, taci, che non hai diritto di parola! Perché per me sei comunque il migliore...

Sbrigate le formalità burocratiche, ci allontaniamo mogi mogi in mezzo alla folla che, anche a quest'ora di notte, aspetta, applaude, accoglie con gioia l'arrivo di altri due concorrenti. Non c'è nulla per noi, come del resto è giusto che sia. Sarà più o meno l'una, difficile rendersene conto: dopo una notte e mezza insonni, si perde il senso del tempo, delle fasi della giornata. Sarà un'imprudenza la mia, ma preferisco ripartire subito, tornare a casa, godermi una doccia nel mio bagno ed un po' di riposo nel mio letto. Matteo non si oppone. Oltrepassiamo il tunnel, poi il primo autogrill è nostro: crolliamo nel sonno per due ore, ci risvegliamo doloranti, irrigiditi e congelati; ripartiamo e ci fermiamo solo più una volta, in un parcheggio di camion. Restare sveglia fino a casa è impresa titanica, ma ostinatamente non mollo il volante: riesco a farmi patire l'auto anche da sola, arrivo al cancello con lo stomaco in fondo ai calzini. Ancora una rotonda e sarebbe successo l'irreparabile.

Dai Matteo, che una bella pasta ci consolerà. E' stata, comunque, un'esperienza che valeva la pena d'essere vissuta; adesso più o meno sappiamo cos'è, avremo modo di prepararla bene per l'anno prossimo. E la correrai da solo, e la finirai, bene, per giunta. Non so se sono convincente: il fatto è che per me è proprio così, dovrei essere afflitta, invece son contenta come una Pasqua e prontissima a ripartire, anche domani, verso la prossima avventura. Anche se sarà magari un'altra gara, più breve, sarà comunque un passo verso l'UTMB 2010. Non ci daremo per vinti; siamo teste durissime noi!

giovedì 27 agosto 2009

20/23 agosto 2009 - Tortour de Suisse

Non appena Matteo gira la chiave, un urlo lancinante squarcia il silenzio mattutino del campeggio. Pianto e stridore di denti, ma soprattutto di frizione, che gela il sangue nelle vene ed intontisce i timpani tant'è acuto. Io di motori non ho mai capito un beneamato nulla, non è nemmeno che la materia mi affascini più di tanto, ma ho la netta sensazione che si tratti di qualcosa di grave. Matteo non proferisce verbo, ma credo la pensi allo stesso modo.
Primo immediato problema: siamo a Saint Gervais Les Bains, poco oltre il Traforo del Monte Bianco, ed abbiamo in programma di trascorrere ancora due giorni di vacanza in terra francese, spostandoci però a Saint Michel de Maurienne per pedalare un po'. Ci arriveremo? Lo scopriremo solo vivendo. Ci arriviamo, sì. Ma, da un veloce consulto per telefono con il suo meccanico di fiducia, Matteo riceve la funesta diagnosi: probabilmente il problema del furgone è un cuscinetto della frizione che va sostituito; intervento che richiede un certo tempo e, ahimé, la disponibilità di un pezzo di ricambio. Così com'è, il buon Volkswagen potrebbe percorrere ancora 5000 km oppure 500 metri, ma chi lo sa. Aggiungiamo poi che oggi è la mattina del 17 agosto e che il mio meccanico, a Carmagnola, è ovviamente in ferie; sommiamo ancora la disponibilità gentilissima di un meccanico di Saluzzo, che contatto mentre pedalo verso la Croix de Fer (chissà cosa pensa che io stia facendo, con 'sto fiatone) e che mi risponde "Io il furgone ve lo guardo, ma senza il pezzo di ricambio non posso far nulla...".
Così a prima vista, è un bel guaio: non tanto per il ritorno a casa, che volendo, via Modane e Tunnel del Frejus, si potrebbe anche percorrere per intero in autostrada, con poco strazio per la frizione. Il fatto è che il furgone era predestinato, già da un po', a fare da auto al seguito per il mio Tortour. Breve parentesi per chi non è "imparato" in materia: il Tortour de Suisse è una corsa ciclistica che percorre il giro della Svizzera in 1077 km, circa 13.000 m di dislivello e 56 ore di tempo massimo, a cui mi sono iscritta in preda a non so quale dei miei tanti raptus di follia qualche mese fa. Insomma: oggi è il 17 agosto, domani saremo ancora qui, domani sera rientreremo a casa mia a Carmagnola, mercoledì ci toccheranno i lavori forzati per i preparativi della spedizione in terra elvetica e giovedì 20 si partirà per Schaffhausen, in quattro persone; oltre a io me medesima, anche tre elementi obbligatori per il seguito della gara. Viaggiare comunque con il VW sarebbe un azzardo: e se decidesse di rendere l'anima durante la trasferta, o peggio durante la gara? Ahimè, non s'ha proprio da fare... Anche l'ultimo viaggio della speranza, a Saluzzo, mercoledì mattina, quando spedisco Matteo quasi per forza, ha esito infausto.

Si passa dunque al piano B. E meno male che un piano B è possibile. Faccio ricorso a due delle tre Opel Corsa di famiglia (eh sì, siamo clienti molto affezionati quando ci troviamo bene con un prodotto...): ci trasferiremo in Svizzera caricando armi e bagagli un po' sull'una e un po' sull'altra, e poi useremo quella meno vecchietta come auto al seguito. Certo, il programma non mi soddisfa per niente, anzi direi che mi agghiaccia; si tratterà di costringere per chissà quante ore di fila i miei tre angeli custodi in una scatoletta di sardine, in cui stipare anche il corredo di abiti e cibarie per la mia gara e per loro stessi, in cui dovranno anche, a turno, dormire un po'. Per me sarà una gara lunga e faticosa, ma per loro temo sarà molto peggio: nel giro di un giorno ed una notte di forzata immobilità, avranno già dato di testa. Purtroppo questo è ciò che passa il convento, quindi tocca adattarsi.

Giovedì mattina, intorno alle cinque, la carovana è sotto casa mia, pronta a partire. Opel bianca, la vecchietta, ed Opel blu, quella meno vecchia, stracariche di ogni sorta di mercanzia. Due tende e quattro sacchi a pelo, si sa mai che non troviamo posto in albergo. Per la corsa, le mie due bici appese al portabici esterno, più attrezzi da meccanico, parti di ricambio, luci; il borsone dell'abbigliamento estivo, con tre cambi completi già bell'e pronti e divisi in borse di plastica, e quello dell'abbigliamento invernale o per il caso di brutto tempo; la cassa di legno dei generi di conforto, con Coca Cola, acqua, succhi di frutta, lattine di Red Bull tarocco, frutta secca, Nutella, marmellata, miele, formaggio, pane, pasta, the, barrette, gel; il minifrigorifero portatile; i bagagli personali "borghesi" per me e per la scorta; le bici di Matteo e di Luca che approfitteranno della trasferta per fare qualche salita in Svizzera. E le cartine stradali, nonché le stampe dettagliate dell'itinerario di gara, a cui ha provveduto con efficienza inaudita il buon Matteo, già da tempo. Meno male che ci ha pensato lui, a stampare ed a studiare, perché io, come sempre, mi son lasciata arrivare addosso la data di partenza senza provvedere quasi a nulla, se non alla spesa, il giorno precedente, e, anche lì, in compagnia di Matteo che fungeva da mente pensante. Io da sola avrei dimenticato la maggior parte delle cose.

Si parte: Luisa ed io su un'auto, Matteo e Luca sull'altra, destinazione paradiso, o inferno, a seconda dei punti di vista. Per me sarà entrambe le cose. Parto con una strana sensazione, con poca voglia, forse con troppo pessimismo che nasce dal guasto al furgone, seguito immediatamente dalla morte della lavatrice... In realtà è il ricordo, ben vivo anche perché recente, delle altre corse dello stesso genere del Tortour che ho già affrontato e in cui, sempre, mi son dovuta arrendere al tempo massimo od ai cancelli di tempo intermedi, troppo ristretti per le mie possibilità; ormai è un po' di tempo che mi domando "Ma chi te lo fa fare?". Mi piacciono le gare di lunghissima distanza, mi attraggono e mi affascinano. Certo, ha ragione chi dice che dovrei puntare ad obiettivi che siano alla mia portata; ma proprio perché sono alla mia portata, quegli obiettivi non m'interessano, non mi dicono nulla. Le cosiddette corse di ultradistanza sono un altro pianeta, un sogno... Purtroppo, si tratta di un sogno irraggiungibile per le mie gambe, che sta diventando anche troppo costoso. Le spese di viaggio e di iscrizione sono consistenti; certo, se vincessi al Superenalotto potrei continuare a provare questa e poi quella gara in giro per l'Europa, ma, siccome non gioco neanche, la vedo dura... Insomma, il Tortour per un po' sarà l'ultima competizione ciclistica a cui parteciperò; l'anno prossimo mi dedicherò solo alle corse in montagna, altrettanto affascinanti e, almeno per il momento, meno impegnative sia quanto a costi che quanto ad organizzazione.

Così medito mentre seguo i cartelli autostradali, vedo il cielo colorarsi di chiaro ed il disco rosso del sole spuntare all'orizzonte. Questo viaggio non ha molto senso; questa gara andrà a finire come tutte le altre, una bella esperienza ma monca, ed intanto ho mobilitato tre persone che magari avrebbero avuto piacere di trascorrere le proprie ferie in altro modo, magari in bici, almeno per Luca e Matteo. Insomma, son proprio di umore cupo. Meno male che Luisa ronfa della grossa; così non posso sfogar le mie paturnie su di lei.

Milano, dogana di Chiasso, traforo del Gottardo, Zurigo: viaggio lungo, caldo e travagliato, tra deviazioni, errori e vivaci scambi di opinioni tra i due equipaggi circa l'itinerario da seguire per raggiungere questo misterioso posto che si chiama Schaffhausen. Ma anche paesaggi vari e meravigliosi, dalla zona del lago appena oltre la dogana, alle montagne sopra il Gottardo, alle colline dolci e verdissime dell'area di Zurigo. E poi non è finita qui: giunti in loco, ci accorgiamo che la città è grande e che nessuno di noi ha idea di dove si svolgano le operazioni preliminari della gara... Per immensa fortuna, girovagando senza meta, ci imbattiamo in alcuni furgoni che hanno già sulla fiancata il grosso adesivo tondo "Tortour de Suisse": immediatamente, al grido di "Seguite quell'auto!!!", ci lanciamo in un inseguimento rocambolesco per le vie del paese, incuranti di precedenze e sensi unici, finché Matteo e Luca individuano l'oggetto della nostra caccia nel cortile di un albergo, Si tratta di un gruppo di ciclisti che correrà la gara nella versione a squadra di sei persone: grazie a loro, riusciamo a raggiungere l'area destinata all'organizzazione della gara, quando mancano dieci minuti all'una del pomeriggio. Il mio controllo è fissato per l'una.

Entriamo nell'ampio piazzale di fronte ad un capannone industriale. Immediatamente mi assale la solita sensazione, ormai nota, di essere un pesce fuor d'acqua. Intorno a noi ci sono camper, furgoni superlusso tirati a lucido, orde di biciclette talmente sofisticate e costose che, se qualcuno oggi decidesse di compiere una rapina a mano armata, farebbe il colpaccio del secolo; ruote Lightweight, telai ed appendici da crono, caschi a punta, insomma, ho la netta sensazione che ci sia un po' di gente che la prende molto sul serio... Al confronto, con la nostra modesta carovana di due Opel Corsa stracariche e pure sporche, perché non è che io abbia grande cura dell'estetica dei miei mezzi, sembriamo una banda di profughi.
Il sole del primo pomeriggio picchia rabbioso sul piazzale, proprio come nella piana carmagnolese; il minimo movimento costa litri di sudore. Siamo tutti un po' incerti sul da farsi: così, mentre i due masculi si dedicano a ciò che compete loro, cioè la parte meccanica di revisione delle bici, Luisa ed io andiamo a caccia del luogo a cui presentarsi per dire, che so, "Eccoci, ci siamo". Pare infatti che la procedura di consegna dei numeri di gara sia molto articolata. Prima tocca presentarsi al "check in desk", dove ciascun atleta troverà un operatore di riferimento; il mio è la signora Sandra. Qui compilo una scheda con i miei dati e ricevo i numeri di gara, per me e per l'auto, nonché una cassetta di lattine di una bevanda tipo Red Bull, a base di caffeina e simili; mi viene inoltre affidato il famigerato GPS, strumento che dovrà restare collegato alla presa dell'accendisigari in auto, per mezzo di un altro aggeggio chiamato Inverter. Mi giro e mi rigiro tra le mani questo gingillo che, credo, valga più dell'auto su cui sarà installato; sguardo d'intesa con Luisa: se ci freghiamo 'sto coso e scappiamo, ci rifacciamo di tutte le spese del viaggio e ne avanza ancora per una bella cena! Ecco cos'era il famigerato Athlosoft di cui si parlava nel regolamento. In buona sostanza, gli spostamenti dell'atleta, o meglio quelli dell'auto al seguito, saranno registrati in tempo reale grazie al GPS e saranno visibili sul sito Internet della gara. Poche e chiare le istruzioni per farlo funzionare: collegatelo alla batteria, accendetelo e dimenticatelo, così ci spiegano i tecnici.

Al ritorno nel piazzale, trovo Luca e Matteo in frenetica attività intorno alle mie due bici: puliscono, lubrificano, svitano, avvitano, lavorano di carta e stracci e detergente ed olio spray, madidi di sudore. Resto a bocca aperta, anzi, proprio commossa... In fondo è quel che ho sempre sognato: aver qualcuno che, nell'imminenza di una corsa, provvede a tutto ma proprio a tutto, lasciando a me solo l'incombenza di mangiare e riposare. Eppure mi sento a disagio, io qui a non far nulla e loro a sgobbare alacremente. Ora tocca alla seconda fase del controllo pre-gara: due personaggi dall'aria marziale, con maglietta nera e scritta "STAFF" o qualcosa del genere, si aggirano a caccia del numero 151. Proprio mentre io sto menando fendenti di forchetta nella ciotola piena di pasta, ovviamente fredda e collosa, che ho preparato ieri sera. Consiglio, o meglio costrizione anche questa di Matteo: del resto, ho promesso di stare brava ed obbedire ai consigli dei miei fidi assistenti, almeno fino a fine gara...
I due loschi figuri, dall'aria simpatica ed accomodante ma dai modi severissimi, tipicamente svizzeri e per giunta della Svizzera tedesca, mettono alla prova prima di tutto la Opel blu, quella che farà da scorta: luci di posizione, anabbaglianti, abbaglianti; freccia destra e sinistra; contrassegno di assicurazione; giacchino rifrangente per tutto l'equipaggio. E già qui trattengo il respiro, cuore in gola... Poi tocca alla bici, anzi, alle bici. Va tutto bene ma... Mancano i rifrangenti adesivi da attaccare alle pedivelle, alla forcella, al carro, al manubrio, alle ruote. Vagli a spiegare che già avrò le luci anteriori e posteriori, il giacchino rifrangente, tre fascette rifrangenti da fissare intorno al polpaccio, e che per di più il regolamento, scritto da loro stessi, prevede che, tra le 20.30 e le 6.30, l'auto al seguito sia sempre rigorosamente incollata al fondoschiena del ciclista. Con queste premesse, che me ne faccio ancora dei rifrangenti? Devo proprio conciarmi come un albero di Natale? Ahimè, pare proprio di sì. Quasi mi stupisco della calma olimpica con cui reagisco, quando mi dicono, in soldoni, "Niente approvazione delle bici finché non ci sono i rifrangenti, ripasseremo tra poco". Ok, in fondo me l'aspettavo; avevo anche letto la clausola del regolamento che ne imponeva l'obbligo, ma mi pareva, ragionando a buonsenso, che non potesse trattarsi di una previsione così stringente. Sbagliavo, io sono italiana, loro svizzeri. Io le norme le interpreto, loro le rispettano e basta. Riparto con Luisa, sotto il solleone che scoppia la testa, a caccia dei rifrangenti: per fortuna, li recupero quasi subito, al punto di controllo a cui mi sono rivolta la prima volta; due foglietti con piccoli rifrangenti adesivi di varie forme. Nelle mani di Luca e Matteo, quei foglietti diventano opere d'arte: in un attimo, le mie due bici diventano brillanti e sciccosissime; proprio come dice Luisa, mancherebbero giusto le paillettes.
I due gerarchi incaricati del controllo ricompaiono quando il lavoro certosino dei miei fidi è ancora in corso: non possono fare a meno, neppure loro, di sorridere... Che dire, non saremo certo la squadra più forte, anzi, ma siamo senz'altro la più simpatica! Qui intorno han tutti dei musi lunghi che toccano terra, manco stessero giocandosi il futuro del mondo, mentre noi non abbiamo ancora smesso di sghignazzare, scambiarci battute da camionista e piantar cagnara! Secondo me i due mastini ci rinunciano... Per disperazione mi concedono i bollini di omologazione delle bici e, dopo avermi augurato buona fortuna e buon divertimento con un che di profondamente sadico nello sguardo, se ne vanno a tormentare qualcun altro. Ma non è finita... Pochi istanti e si presenta un altro losco figuro, anche lui munito di maglietta nera regolamentare; non per far controlli, questa volta, ma solo per prenderci in giro. "Is this YOUR car? It's quite small... Three people in there?". Guagliò, che t'aggiadì, questo passa il convento, ed ancora grazie! Se ne va sghignazzando...

Infine, l'ultimissima fase di questa estenuante trafila che è la procedura pre-gara. La foto ufficiale, seguita dalla consegna del braccialetto di gara, che mi verrà legato al polso direttamente da un addetto. Meno male che io sono abituata, per mestiere, alle code infinite presso gli uffici pubblici ed ai rimbalzi assurdi da sportello a sportello... Rimedio una foto orrenda ed il bracciale giallo; finalmente, poi, all'alba delle tre e mezza, sono libera di andare a caccia di una camera d'albergo. Ho bisogno di una doccia e poi vorrei tanto buttarmi sul letto e dormire un paio d'ore, visto quel che mi attende; anche la truppa, poi, è ovviamente cotta e stracotta, vuoi per il viaggio, vuoi per il caldo. Credo che il mal di testa sia comune. Eppure no... Niente relax, non si può, perché alle sei è prevista la riunione in cui verranno presentati i dettagli del percorso e della gara. Riunione obbligatoria sia per gli atleti che per gli assistenti. Che giubilo. E noi dobbiamo ancora far la spesa: nonostante abbiamo cibo in auto per un reggimento, dobbiamo ancora procacciarci la cena e la colazione per domani mattina. Così ci fiondiamo in un supermercato, da cui usciamo carichi di vettovaglie che non credo facciano di solito parte della tipica alimentazione di un atleta: due formaggette scelte accuratamente in base alla percentuale di grasso (rispettivamente 40% e 60%), quattro budini al cioccolato con la panna, un chilo di yogurt, carne in scatola (non per me, io quella robaccia non la mangio), bibite dolci, più alcune quisquilie salutiste come frutta ed acqua frizzante. Però... Se persino Luca, il teorico dell'allenamento scientifico, dice che va bene così, significa che va bene così. Riportiamo tutto in albergo, avendo cura di non farci pinzare dal boss della baracca, e ce ne andiamo all'incontro chiarificatore... Che è tutto fuorché chiarificatore, visto che l'intero discorso è tenuto in tedesco. Qualcosa capisco, a furia di frequentare paesi ed amicizie di lingua tedesca, ma è troppo poco per fondarci sopra la gara; quindi, con fare indignato, attraverso la sala gremita di atleti ed accompagnatori e vado a reclamare la traduzione in inglese. Mi dà retta il buon, nonché bellissimo, Gunther, tipico esemplare di teteskone robusto, biondo e con gli occhi azzurri, che mi fa un rapido riassunto; meno male che c'è anche Luca, così a decifrare e mandare a memoria siamo in due... In un attimo, attorno a noi si crea un capannello di gente che, proprio come noi, non ha capito una fava del lunghissimo soliloquio in tedesco, ma non osava ammetterlo! Intanto, Matteo e Luisa, rimasti al tavolo, fanno scempio delle portate del pasta party.

Torniamo in camera più confusi ed intontiti che mai. Quello che sta peggio è Matteo, agitatissimo e teso come se la corsa fosse la sua: ma io so che in fondo è un po' come se fosse proprio così... So che ci tiene, so che ci soffre e partecipa quasi quanto me. Io però non sono per nulla agitata, non lo sono stata per tutto il giorno; mi sento, direi, molto distaccata, come se l'intera faccenda non mi riguardasse. In fondo, credo sia questo il giusto atteggiamento di fronte ad una corsa da mille chilometri: un conto è gareggiare su un percorso in cui ti giochi il piazzamento in pochi secondi, ma qui parliamo di lunghissime ore, in cui soffri, gioisci ed ancora soffri, vuoi mollare e poi vuoi ripartire, insomma, succede di tutto. Ho sonno, questo sì; dopo la levataccia alle quattro, sette ore alla guida e mezza giornata di sballottamenti, ho solo sonno. Mi godo una prima pennichella mentre i fedelissimi organizzano il bagaglio sull'auto scopa, ma sempre con un certo senso di colpa nei confronti di chi sta lavorando per me; una mezz'oretta dopo, eccoli di ritorno: "Domani si farà così, così e così", Matteo scandisce le istruzioni per il via, senza possibilità di replica. Va bene, obbedirò... Ora però spengo la luce e non ci penso più: domani, cioè tra poche ore, è un altro giorno!

La sveglia alle quattro, stessa ora di ieri, è un dramma. Di certo non è questo il modo migliore per prepararsi ad affrontare una gara che richiede due notti sui pedali, anche se, realisticamente, io so che sopravviverò una sola notte, e parte del giorno dopo, prima di finire fuori tempo a qualche cancello orario intermedio oltre i 500 km. Comunque, non è questo il modo di affrontare nemmeno una sola notte sui pedali. Oltretutto, l'ennesima della stagione... Ho perso il conto delle notti trascorse in bici o a piedi dalla scorsa primavera!
Ci ritroviamo tutti alle prese con una colazione di cui, credo, nessuno ha davvero voglia; io continuo la mia opera di ingozzo iniziata ieri, ma più di tanto non riesco a mandar giù. Nel giro di pochi minuti siamo tutti bell'e pronti per partire; bisogna essere a Rheinfalls, pochi minuti d'auto da qui, entro le cinque e quaranta. E' forse qui, nel cortiletto dell'albergo, alle cinque, che mi assale l'unico accesso di nervosismo dell'intera spedizione: non so perché, ma ho timore che sia già tardi, che si debba far più in fretta, altrimenti la gara partirà senza di me; così costringo l'equipaggio a concludere in fretta e furia gli ultimi preparativi per il via. Alle cinque e un quarto siamo al parcheggio nei pressi della linea di partenza: ovviamente, troppo presto. Nonostante il viavai di mezzi, persone, luci, biciclette avveniristiche e scintillanti, ciclisti già vestiti di tutto punto, sguardi truci che si leggono anche al buio, ripiombo nel mio torpore da sveglia notturna e mancanza di caffé, nel vano tentativo di strappare ancora qualche inutile minuto di sonno. Poi mi riscuoto, salgo in sella, seguo la massa: mi ritrovo così dietro la linea di partenza, con le orecchie frustate dalla voce dello speaker che probabilmente sta cercando di infondere la carica, peccato che parli solo in tedesco... Alle mie spalle, le cascate del Reno, bellissimo salto d'acqua non molto alto ma in compenso larghissimo, in mezzo alla città, nelle sfumature d'azzurro della notte. Intorno a me, lo sparuto gruppo di pazzi: in particolare, un tale con il casco aerodinamico a punta e, sotto il didietro, una bici da crono a tutti gli effetti, una di quelle presunte meraviglie della tecnologia che a me però paiono più orrendi aborti della manifattura ciclistica. Io capisco che ci siano, di fatto, 180 km di quasi pianura prima delle montagne... Ma gliel'ha spiegato qualcuno, a 'sto tizio, che passeremo in mezzo a città e paesi, che ci saranno semafori e rotonde e passaggi a livello e soprattutto il traffico delle auto? Mah. C'è poi un ciclista con un braccio solo, l'altro mancante per intero, dalla spalla; ha in viso determinazione ed un sorriso radioso, mi fa restare senza fiato per il coraggio che deve per forza avere, ed anche per l'equilibrio... Io che fatico a stare in sella anche se di braccia ne ho due! Per fortuna, c'è anche qualche elemento dall'aspetto più umano.
Succede tutto troppo in fretta: faccio appena in tempo ad intravedere i volti dei miei amici accanto alla griglia di partenza, che parte il conto alla rovescia. Quello, anche se in tedesco, lo capisco.

Il via è da infarto: i primi cinque km per attraversare Schaffhausen si corrono ad una cosiddetta andatura controllata, dietro l'auto e le moto dell'organizzazione; peccato che io conosca i miei polli... Certo, l'andatura è controllata, ma è anche tarata sulle possibilità di questi alieni che ho intorno; fatto sta che questi saliscendi secchi, presi così a freddo ed a questa velocità senza senso, mi fanno schizzare il cuore fuori dalle orecchie, atrii e ventricoli in tutte le direzioni. Ma dico io, abbiamo davanti mille chilometri, che dannato bisogno c'è di partire in questo modo? Coraggio Gian, sono cinque chilometri, vedi di non perderti per strada già qui... Resto incollata con le unghie e con i denti al didietro del gruppo, su e giù per vie e sottopassaggi e rotonde, finché, all'uscita della cittò, i mezzi dell'organizzazione accostano ed i piloti salutano a gran voce. Allora questo dev'essere il via volante. Mi aspetto di veder schizzare via tutti come biglie impazzite: invece no, il gruppo resta compatto, si viaggia in fila indiana, con mio gran terrore di queste situazioni: io che da sempre pedalo sola soletta, non so stare a ruota ed ho sempre paura di far danni a chi mi circonda. Ma il problema si risolve da sé: a pochi chilometri dal via volante, si svolta a sinistra e l'andatura improvvisamente aumenta a dismisura. Non ci provo nemmeno: andate al diavolo, impiccatevi pure tutti quanti, io resto indietro e pedalo alla mia andatura, altrimenti qui va a finir male. Infatti, nel giro di pochi minuti, tutte le ruote spariscono oltre le morbide curve della campagna; mi ritrovo sola. L'unico timore è che le auto al seguito raggiungeranno i rispettivi ciclisti solo a Steckborn, non prima, perché il regolamento lo vieta; devo quindi percorrere da sola i primi 30 km, sperando di non sbagliare strada. Trenta km appena appena ondulati, roba da mandar fuori di testa chi, come me, va sempre e solo a caccia di salite... Ed è appena l'inizio. Pedalo di buona lena; il cielo si è schiarito ma per ora è nuvoloso: non è detto che sia un male, anzi; come ho potuto constatare ieri, da queste parti il sole, quando c'è, picchia feroce. Sul manubrio ho il Polar di Luca, con tanto di fascia cardio intorno al torace; anche questa per me è un'enormità, visto che sulle mie bici da anni ho abolito qualsiasi strumento di misura. Però, come ottimo compromesso, sullo schermo vedo la distanza percorsa ed il dislivello accumulato, oltre al battito cardiaco; non vedo la velocità. Altrimenti il Polar sarebbe già finito nelle acque del Reno. Così, noto con stupore quanto i km possano scorrere in fretta in pianura: mi sembra d'essere partita solo pochi istanti fa ed invece, in men che non si dica, sono già ad apporre il mio autografo al controllo di Steckborn, da buona ultima. Il fotografo mi dice che altri, passati prima di me, avevano un aspetto ben più distrutto del mio: non fatico a crederlo... Si riparte subito, seconda tappa, altri cinquanta km, destinazione Rorschach, lungo il lago; anche qui, la piattitudine più assoluta. Come se non bastasse, poi, s'attraversano diverse città, con tutto quel che ne consegue in termini di pericolo, di semafori, di ferma e riparti, di difficoltà nel tenere il contatto con l'auto al seguito. Inizia qui anche il mio supplizio alimentare... I miei fidi assistenti, ma sarebbe meglio dire aguzzini, si son messi in testa che io sia qualcosa di molto simile ad una centrale termoelettrica a carbone; ad intervalli che a me sembrano esasperatamente brevi, mi rifilano qualcosa da mangiare: pane e formaggio, pane e sottilette, pane e Nutella, Mars, barrette varie. Senza contare le borracce di maltodestrine o di Coca, ma quelle van giù senza difficoltà. Mantengo la mia promessa di obbedienza per un po', ma arrivo in fretta al punto di esasperazione; tutto 'sto cibo lo ricaccerei volentieri indietro nell'abitacolo!

Scopriamo, nostro malgrado, che lo Svizzero medio non è affatto così ligio e rispettoso del codice della strada come vuole la tradizione; la povera Opel, pure dotata di enorme adesivo "Bicycle race", è bersaglio di colpi di clacson e coloriti insulti e sorpassi azzardati. Mi chiedono dall'auto se ho bisogno di qualcosa... Sì, che finisca questo tratto stramaledetto in mezzo alle città! Per il resto nulla, pedalo bene, mi sembra di andare un po' più forte della mia norma; anzi, mi rendo conto che sto osando troppo, decisamente troppo rispetto al percorso che mi attende, ma tant'è, oggi mi sento così. Sarà l'entusiasmo che è tornato non appena son saltata in sella, sarà la voglia di far bella figura agli occhi di chi, in auto, si sta sbattendo per me.

Altra firma a Rorschach e poi altri sessanta km piattissimi come i precedenti: l'altimetria non ne vuol proprio sapere di salire... La strada attraversa una zona di colline appena accennate, dolcissime, dove il colore dominante è il verde acceso; per fortuna qui il traffico è un po' diradato, i paesi più piccoli. In realtà di quel che scorre intorno a me vedo poco, perché ho quasi sempre gli occhi incollati alla ruota anteriore. Me l'hanno sostituita senza dirmi nulla, mettendo quella della bici di Matteo al posto della mia: me ne sono accorta, dopo un po' di km, dal colore del copertoncino... Non so bene per quale ragione, ma Matteo è terrorizzato dall'idea che io possa cadere vittima di un attacco isterico; credo abbia ordinato alla ciurma di trattarmi con le pinze, come un pezzo di metallo incandescente. E' vero che non ho esattamente un carattere pacato, ma oggi proprio lungi da me l'idea di arrabbiarmi per qualsiasi cosa: sarebbe uno spreco di energie... Ci sono, sì, alcune cose che in altre circostanze mi renderebbero furiosa, vedi la gestione del GPS che purtroppo non posso controllare; ci è stato raccomandato di tenerlo collegato alla batteria, ma so bene che Matteo s'è fissato di voler tenere in funzione il frigorifero portatile e che quindi come minimo alternerà il collegamento dei due apparecchi all'unico accendisigari, arrivando ogni volta al minimo sindacale della carica del GPS, col rischio di farlo spegnere e – conoscendo l'inflessibilità dei giudici di gara – farmi cacciar via dalla corsa. Conosco ormai troppo bene il mio pollo. Ma, anche se l'impulso è quello di scendere e mettermi ad urlare, non posso fare altro che reprimerlo e sforzarmi di non pensarci, tanto non dipende da me.

Nel frattempo mi hanno già superata i primi componenti delle squadre, da 3 e da 6 elementi, che sono partite per la corsa a staffetta un'ora dopo i cosiddetti "solo", cioè quelli come me. E, intorno al km 130, incontro il mio amico Heinz: siamo nei pressi del Liechtenstein, casa sua; così si aggrega e macina qualche chilometro con me, in sella ad una mountain bike con tanto di carrettino portabagagli al seguito. Qualche chiacchiera, ma non troppe, perché il fiato manca e la tensione è alta; Heinz è notoriamente matto come un cavallo, un po' s'affianca e si fa strombazzare dalle auto, un po' salta sui marciapiedi, me lo ritrovo a destra ed a sinistra come un fantasma. Altro controllo ed altra tappa, in cui finalmente s'inizierà ad assaggiare un po' di salita; resto di stucco quando i miei fedelissimi mi comunicano che, fin qui, ho tenuto la media dei 27 km/h: per un passista decente è qualcosa di ridicolo, ma per me è già un grandissimo risultato! Sono stupitissima, nel contempo, e davvero commossa dall'impegno che i miei tre scudieri stanno dedicando a quest'avventura; io che vivevo nel timore che s'annoiassero o si stancassero troppo... Invece schizzano come molle, efficientissimi, non sbagliano un colpo, nemmeno Luisa che pure sta al ciclismo come io sto alla fisica nucleare; dispensano cibo, bevande e consigli, si destreggiano nel traffico ed in dubbie manovre di affiancamento. Proprio quel che ci vuole in questi casi, una squadra a cui non è necessario dire "ho bisogno di questo e di quell'altro". Però cibo... Basta!!!

Heinz mi lascia poco prima di Bad Ragaz, piccolo e splendido paese che conosco già, come anche Sargans e Landquart; sono già stata da queste parti, è un po' di conforto.
La prima salita è un po' traumatica: forse i lunghi chilometri di pianura, a cui non ero minimamente abituata, hanno lasciato un po' il segno su schiena, garretti e soprasella, forse è il sole che si è liberato dalle nubi e picchia senza pietà su questa rampa secca e dritta come un fuso, asfalto bollente del primo pomeriggio; fatto sta che mi sento improvvisamente fiacca, stanchissima, rallentata a dismisura, in una parola, piantata. I chilometri che mi separano da Davos sono a dire poco impegnativi: finalmente la salita c'è, ma non si tratta ovviamente di belle salite a tornanti su strade di alta montagna, bensì di lunghi tratti su stradone trafficato, per di più costellati di lavori in corso e tratti di passaggio a senso unico alternato con semafori che qui tocca proprio rispettare. Impressionante la quantità di cantieri aperti lungo le strade, da queste parti! Così, mi ritrovo a misurare la fatica su pendenze che mi sembrano esagerate ma non possono proprio esserlo, perché qui passano auto e camion senza pietà; sento le gambe pesanti, affaticate, sento il peso dello sconforto nonostante la presenza assidua dei miei amici, che a quanto pare in auto hanno rotto il ghiaccio da un po' e si stanno facendo grasse risate. Attraverso ancora paesi, ordinati e lindi come sempre, mentre il paesaggio intorno a me ha ormai da tempo assunto i contorni di montagna aspra, colori di roccia scura e verde intenso delle pinete, passaggi tra pareti a picco; la mia marcia è scandita dai pasti che mi arrivano dal finestrino, fette di mozzarella, porzioni di torta di mele, tutte cose che, in altre circostanze, mi farebbero irresistibilmente gola, ma che adesso devo proprio trangugiare a fatica. Non vedo l'ora che arrivi Davos, spero prima che le mie forze si spengano, perché lì ci sarà la prima vera salita, quella che va al Passo Fluela. Mi riprenderò, lo so che mi riprenderò, perché le crisi vanno e vengono; qui è solo la testa che si sta ribellando, ma le gambe ne hanno ancora, oh se ne hanno. Scruto le nuvole, sembra che per ora il tempo voglia tenere.

A Davos è prevista una breve sosta dell'auto scopa per fare un po' di spesa: ne approfitto per una pausa, ma solo due minuti ed una pastiglia di antiinfiammatorio per lenire i dolori lasciati dalla galoppata in pianura. Riparto tranquilla e rasserenata: anche questo è un luogo ben noto; la salita al Fluela non è lunghissima, saranno circa 15 km, e nemmeno particolarmente impegnativa. Nella prima parte è un ampio stradone che corre tra i boschi di conifere, poi si apre e diventa un susseguirsi di ampi tornanti verso la testa della valle, coronata da vette aguzze e ripide pietraie. Rapidissimi i miei assistenti che son già qui: hanno fatto la spesa stile cambio gomme ai box Ferrari, uno in coda mentre gli altri fanno incetta dei prodotti nella lista. Implacabili nella loro opera di ingozzo del tacchino: qui sì, rischiano che io abbia una reazione inconsulta...

A cinque o sei km dalla fine, l'incorreggibile Matteo scende: mi accompagnerà fino al colle... Di corsa. Ovvio, lui non ha alcun problema a corrermi accanto; anzi, correndo potrebbe raggiungere il colle molto più in fretta di me che sono in bici. Gli voglio un bene immenso, ma non è questo il luogo né il momento per dirlo, e poi non ce n'è bisogno, lui lo sa già. La sua presenza proprio qui accanto mi è di grande conforto, anche se per ora sto abbastanza bene e, in vista degli ultimi tornanti, mi sento tranquilla. Il sole brilla ma non scalda troppo; il colle è quasi a quota 2.400. Matteo mi incoraggia, mi fa i complimenti, dice che sto andando bene, e quasi quasi voglio credergli; mi raccomanda di non rifiutare troppe volte il cibo... Già, una parola! A questo punto i km sono circa 220 e finalmente il dislivello sul Polar ha preso a crescere. In vetta mi attende la squadra già perfettamente organizzata: cambio della maglietta, massaggio alle gambe, barattolone di yogurt, giacca per la discesa. Ho tre assistenti, ma è come se ne avessi quindici! Il massaggio poi è una vera goduria, tanto che di qui non mi alzerei più; invece devo: mi fiondo giù in discesa, destinazione Susch, e poi svolto a destra. Conosco ancora questo breve tratto di strada, almeno fino al bivio per l'Ofenpass; l'ho sempre temuto, perché è leggermente in salita, ma, con mia gran sorpresa, lo supero senza difficoltà. Al paese successivo, Zernez, c'è il controllo, ennesima firma, un istante e via. Devo raggiungere St Moritz, per poi attaccare la salita dello Julierpass. Sono circa trenta km in leggera salita... Ma nel frattempo il meteo è cambiato: un accenno di vento freddo e nuvoloni neri all'orizzonte, luce che diventa livida, mi sa che marca male. Tra non molto, si apriranno le cateratte del cielo. Infatti, a pochi km da St Moritz, il vento è già rabbioso; soffia di fronte e di fianco, tanto da rischiare, in molti tratti, di buttarmi per terra. Mi abbasso sul manubrio, trattengo il fiato per la paura; sento le gocce di pioggia sempre più fitte, ma per ora preferisco non indossare la giacca. Insisto così ancora un po', mentre intorno a me sembra improvvisamente scesa la notte; mi passano dall'auto ancora qualcosa da mangiare. Quando poi gli scrosci d'acqua si fanno più intensi, mi rassegno a coprirmi, giacca da pioggia e berrettino con visiera rubato a Luca. Con mia immensa sorpresa, però, non mi lascio prendere dal panico. La strada è già abbondantemente bagnata, ci sono i rivoli d'acqua che scorrono impetuosi sui bordi; è probabile che buona parte del temporale si sia già scaricata, o si stia scaricando in questo momento. Tuoni e fulmini, meglio incontrarli qui, finché la quota è bassa e non ci sono problemi di freddo né di discesa pericolosa. Temo solo un po' il traffico e le raffiche di vento: una volta tanto, accolgo con sollievo l'arrivo dell'abitato, che mi offre un po' di riparo.

A St Moritz non mancano i lavori in corso che costringono a complicate deviazioni, fino a riprendere la strada verso Silvaplana ed il passo Julier. Non conosco questa salita, se non di fama; non credo possa essere particolarmente impegnativa, infatti non lo è, a parte qualche rampa più severa. L'ascesa è breve, una decina di km, anche meno; l'attacco sotto la pioggia, ma alle mie spalle si estende già un bellissimo arcobaleno. Trovo i miei custodi ad attendermi sotto la pioggia: io vorrei solo che si riposassero un po', anche loro... La strada è ancora dannatamente lunga, io non ho bisogno di nulla in salita, fermatevi da qualche parte e riposate un po'! Macché, non c'è nulla da fare.
Oltre il passo filtra la luce del sole, l'ultimo sole della giornata, perché ormai è sera; il panorama è meraviglioso, se solo avessi la forza di apprezzarlo. Altra firma al controllo, cambio la maglia ed indosso la felpa, prime operazioni per la notte che incombe e che, devo ammettere, mi incute una paura dannata.

La settima tappa, sulla carta, è prevalentemente in discesa; in realtà, non lesina continui cambi di pendenza e strappi, perché spesso l'itinerario di gara impone di abbandonare la strada principale per attraversare i paesi. Non ho idea di che ora sia, ma ormai è buio; non saprei nemmeno dire da quanto. Quando cala la notte, così, mi sembra sempre che siano, chissà, le due o le tre, invece magari sono solo le undici. Quello che spero, con tutto il cuore, è che torni in fretta la luce del sole. Attraversiamo paesi deserti, solo qualche sparuto passante, qualche losco figuro ciondolante, forse ubriaco, ma è possibile che lui pensi lo stesso di me. Al controllo di Sils, ennesima firma. Mi sa che ha ragione Luisa: agli ultimi controlli, non ci saranno più firme ma solo croci, perché nessuno sarà più in grado di ricordare il proprio nome e cognome! Riparto in fretta e furia, dimenticandomi la ferrea norma per cui l'auto al seguito deve essere sempre incollata al ciclista: immediatamente mi fermano con gran strepito di fischietti ed urla, che faccio finta di non sentire. Non sono proprio dell'umore giusto per le sottigliezze.

Imbocchiamo da lì un cammino che sa di infinito e di infernale; una strada che prende a salire in mezzo al bosco, attraversa qualche borgata e poi più nulla, sale e ancora sale e non si capisce per dove. Mi guardo intorno, ma è tutto nero, nere le montagne e nero il cielo; nemmeno una stella, anzi, qualche goccia di pioggia. Il numero 111 è sempre nei miei paraggi e questo è l'unico motivo di conforto; quando abbiamo scambiato qualche parola, a sera, mi ha spiegato di essere partito troppo forte e, come se non bastasse, di essere vittima di un improvviso mal di denti che gli impedisce di mangiare come dovrebbe. Spero che non riprenda a piovere come a St Moritz... Adesso sì che sarebbe una tragedia, perché già così la notte è difficile. La strada sale a strappi, poi spiana e poi sale ancora; so che devo arrivare a Disentis, perché poi da lì la strada mi è nota, la conosco metro per metro per tutto il tratto delle montagne, non mi farà più paura. Ma qui, dove diavolo ci stanno mandando? La strada si restringe, è spesso squassata dagli onnipresenti lavori in corso, ha più buche di un campo da golf. Ormai ho passato i quattrocento km e posso anche permettermi un po' di disperazione... Che però cerco di non lasciar trapelare agli occhi dei miei scudieri, senza dubbio provati quanto me. Non ce la faccio proprio più a mangiare, adesso; devo superare questo momento di sconforto; attendo con ansia di uscire da questo girone infernale, o almeno di capire dove sono... Guardo in alto a caccia di un avvallamento, una linea, qualcosa che somigli ad un colle, perché, se sto salendo da così tanto tempo, prima o poi dovrò pur scendere.

In effetti, da Ilanz in poi la strada prende una piega un po' meno inquietante; ci lasciamo alle spalle la valle chiusa e boscosa – chissà, magari durante il giorno è bellissima, ridente, accogliente, ma stanotte proprio non ne dava l'impressione – e proseguiamo, dopo un paio di tentativi andati a vuoto lungo strade laterali, sulla direttrice principale verso Disentis. "Ci andiamo per la via normale, e buonanotte". Il sonno la fa da padrone: ho la testa pesante, gli occhi aperti che non vedono, i pensieri che viaggiano per conto loro, senza un filo logico; mi sforzo di concentrarmi sulla bici, ma non c'è verso. Cerco conforto nel lettore Mp3 e nei miei angeli custodi, come se loro potessero fare qualcosa per me; possono incoraggiarmi, passarmi le lattine di simil Red Bull e vari, e infatti lo fanno con grande dedizione, ma non basta, purtroppo. Disentis, ma quando arriva Disentis? La vedo da lontano, una concentrazione di luci contro la montagna; non può che essere quella, devo arrivarci, almeno fino lì; poi il falsopiano finirà, perché inizia la salita all'Oberalppass.

Al controllo mi concedo qualche minuto di sonno, ma è un sonno leggero e rapidissimo, che non dà conforto. Paradossalmente, tutta la caffeina che ho bevuto finora mi ha lasciato un senso di agitazione addosso, senza però impedire al sonno di fare i suoi danni; non so se sia così per tutti, ma ho già notato che, su di me, caffé ed affini, le poche volte in cui riescono a sortire un minimo effetto, non lasciano che io mi addormenti del tutto, ma non aiutano a mantenere viva l'attenzione; la mente e gli occhi vagano comunque senza controllo. E la bici di conseguenza.

Riparto, beccandomi anche stavolta il cazziatone del motociclista dell'organizzazione perché per venti metri sono stata fuori dal fascio di luce dell'auto. Che stracciamaroni questi qua. Purtroppo, mi accorgo subito che nemmeno la salita è sufficiente a svegliarmi; anche qui sento gli occhi chiudersi, di tanto in tanto cedo alla tentazione di chiuderli davvero, solo pochi istanti. La prima parte dell'ascesa è su stradone ampio che attraversa i paesi, località sciistiche; accanto a me corre la ferrovia che sale all'Oberalp. Chiedo ai tre moschettieri un po' di compagnia, ora sì che ne ho bisogno: chiacchieriamo, ci lasciamo andare a battutacce scurrili, sghignazziamo a gran voce, con sommo gaudio degli abitanti della valle; svisceriamo gusti ed inclinazioni sessuali quantomeno originali di ciascun elemento della combriccola... Così facendo, le scemenze combattono il sonno, ma tutti quanti abbiamo risorse limitate; sono stanchi anche i viaggiatori in auto: così, non appena torna il silenzio, ricompare puntuale per me anche il sonno. Intanto, a circa nove km dalla cima, comincia il tratto di salita bella, quella che ha davvero l'aspetto di montagna, strada stretta a tornanti in mezzo agli alpeggi. Provo a cambiare ritmo, a rilanciare, alzarmi e sedermi, ma sto davvero male, sento che potrei stramazzare addormentata da un attimo all'altro. Matteo ordina una sosta ad un paio di km dalla vetta, per dormire ancora qualche minuto e per coprire le gambe e vestirmi meglio; per ora sono ancora in pantaloncini corti e felpa. No, non mi va proprio di perdere altro tempo così: dormire pochi minuti non mi servirà a nulla, nella discesa avrò comunque sonno, tantovale andare avanti. La moto dell'organizzazione ci ronza intorno, aggiungendo per me nervoso al nervoso: vero che sono ultima, ma davanti a me ci sono due altri corridori abbastanza vicini. Insomma, non sono proprio dispersa nel nulla; sono ancora in tempo per il prossimo cancello; lasciatemi in pace!
La sosta poco sotto la cima mi tocca davvero; Matteo non sente ragioni ed io sono troppo intontita per reagire. Anche qui, pochi minuti in cui mi assopisco appena; rapido cambio dei pantaloni, indosso i ¾ felpati e via. La cima arriva di lì ad un chilometro e mezzo, la moto dell'organizzazione ancora lì in attesa; la discesa, per fortuna la conosco ed è breve, circa 11 km... Perché è comunque un calvario; veloce com'è, è pericolosissima: basta chiudere gli occhi un istante per combinare un macello. Qualche tornante e le luci di Andermatt sono già vicine; scuoto la testa per mantenere l'attenzione: dietro, i miei fedelissimi danno gran colpi di clacson. Capperi, a notte fonda sveglieremo mezza città... Meglio che mi dia una mossa ed arrivi giù!

In paese conosco bene la strada, dopo aver collezionato tre edizioni dello splendido Alpenbrevet, manifestazione ciclistica che fino a qualche anno fa partiva proprio da qui. Al punto di controllo, davanti alla stazione della cabinovia – anche qui è il regno degli sciatori – mi chiedono se è tutto OK; sì, certo, tutto ok... A parte il sonno. Infatti, poco più in là verso la salita al Passo San Gottardo che si attacca subito, oltrepassato il furgone nero del n. 111 probabilmente intento a ronfare, mi fermo ancora una volta per altri pochi minuti di nanna. Ho una gran rabbia in corpo, ma non posso farci nulla, se non schizzare ancora una volta in sella e dannarmi in salita. L'affronto con un'andatura di certo superiore alla solita, proprio perché ormai mi sono resa conto di non essere da sola, non proprio ultima e dimenticata, ed anche perché un po' più di brio mi permette di tenere lontano il sonno.

Il nero della notte non è più così compatto; filtra il primo chiarore dell'alba, solo una sfumatura che poi si fa via via più ampia. La luce, non posso crederci, finalmente la luce. Ma, appena riesco ad intravedere qualcosa di più, vedo subito che il passo è avvolto nelle nuvole: non si vedrà altro che nebbia lassù. Mi alzo sui pedali, mi risiedo, mi rialzo; anche il soprasella comincia a dare segni di inquietudine. La valle pian piano è inghiottita dalle nubi; perdo la vista del n. 111, che mi ha risuperata ad inizio salita, e poi anche la vista del colle e quasi del bordo della strada. Nuvole basse, umido, grigiore, null'altro. Solo l'arrivo della galleria mi fa capire che ormai manca poco: peccato, quassù è uno spettacolo da favola e invece oggi i miei fedelissimi non vedranno altro che fitta nebbia. Soffro, il male ai piedi mi tormenta ormai da troppe ore, già da ieri; il grigio fumo uniforme poi non aiuta certo l'umore. Capisco d'essere in vetta solo quando la strada spiana; giacca e via, via di qui, giù in discesa verso Airolo.
La prima parte è facile, veloce, su strada molto ampia; devo però prestare attenzione, perché ad un certo punto si raggiungerà il bivio tra la strada consentita alle bici e quella riservata ai mezzi a motore, e lì è facilissimo sbagliare. Ora che il sonno è sotto controllo, mi resta lo strascico di qualche sbadiglio, ed i primi morsi della fame. Finalmente... Ora posso anche tornare ad assecondare quegli allevatori di oche da foie gras che sono i tre matti al mio seguito! Il bivio incriminato è presidiato da due omini dell'organizzazione, che ci mandano tutti sulla retta via. Peccato che, da qui in giù, la strada offra cinque o sei lunghi tratti di pavè: passo sul primo e quasi arrivo ad urlare dal dolore, male ai piedi, alla schiena, alle braccia, a tutto. Ne esco senza fiato e mi preparo subito ad affrontare, con identico strazio, i pavé successivi, stringendo i denti... Airolo, ma quando arriva?

Airolo arriva e, con essa, l'attacco dell'ultima salita. Ormai è evidente che sono fuori tempo massimo; sono le sette del mattino ed il cancello orario in vetta, originariamente fissato per le ore 12, è stato prima anticipato alle 8 e poi ri-spostato, in corso di gara, alle 9. Comunque troppo poco per me, due ore per oltre venti km di salita, e mica una salita qualsiasi: il Passo della Novena. Luca mi incoraggia, "Ne possiamo parlare"; Matteo fa il tifo; io dal canto mio so bene di non avere alcuna speranza, ma forse proprio per questo decido di tentare il tutto per tutto. Mangio un po' di pane e formaggio, ingurgito tutto quel che mi danno e parto con tutta la furia di cui sono capace: scoppierò, certo, ma ci devo almeno provare. Sole e cielo azzurro, finalmente, la valle in tutta la sua bellezza, mi mettono voglia di andar su, le ali ai pedali, anche se a questo punto ho già 470 km alle spalle e ben più di 6000 m di dislivello in salita. Faccio il possibile per non lasciare allontanare troppo il n. 111, che è sempre lì con il suo furgone nero, sorridente e contento; solo sulle rampe più ripide devo cedere un po' il passo, ma non più di tanto. Intorno riprendono traffico e vita; più convinto che mai il tifo dei miei amici, mentre io misuro le forze ma salto sui pedali col naso all'insù. So bene dov'è che va a scollinare questa strada; è ancora lunga, ma gli ultimi dieci km sono di una bellezza che ripaga di qualsiasi fatica. E poi ormai, con la notte alle spalle, è come se mi fossi tolta un pesante fardello dal cuore. Chissà perché tutta quell'angoscia; chissà come mai, nonostante le innumerevoli notti che ho già trascorso in giro per i monti, proprio non riesco ad abituarmi a non vedere altro che il fascio di luce della mia frontale, o dell'auto, in casi fortunati come questo.

Ho ancora indosso la felpa ed i pantaloni ¾, ma per ora nulla è di troppo: soffia un leggero vento contrario che, a quest'ora del mattino, mette ancora i brividi. Scorre la strada di cemento, passano alcuni turisti con bici e borse; ancora una volta Matteo scende e mi corre un po' accanto, con la bottiglia della Coca Cola fresca. Non chiedo che ora è; so bene che per le nove in vetta non arriverò mai. Sono quasi in cima, ma le nove saranno già passate... Infatti, una delle staffette dell'organizzazione si affianca alla Opel per spiegare che, malgrado il ritardo, il mio tempo (ed anche quello del n. 111) sarà comunque omologato, almeno quassù, alla Novena, controllo n. 10. Ci arrivo alle 9.20. Fisicamente sto bene, non mi sento ancora stanca, soprattutto adesso che il sonno è un ricordo. Però mi dicono che, per poter continuare la corsa ed essere considerata ancora in gara, dovrei arrivare a Visp, prossimo controllo, entro le 11. Sì, come no: Visp è a 60 km di qui; è vero che sono 60 km in prevalente discesa, ma si tratterebbe pur sempre di una media dei 40 all'ora, adesso che ho quasi 500 km nelle gambe e su parte di strada molto trafficata. OK, pazienza, ho capito l'antifona... Ormai sono fuori, non c'è niente da fare; è finita anche prima di quanto pensassi. Ma almeno a Visp voglio ancora arrivare. Giù lungo la meravigliosa discesa della Novena, verso Ulrichen: una valle davvero impressionante, tornantoni che schizzano giù in rapida sequenza e poi un tratto drittissimo, quello che, in salita, con il vento contrario, fa sputare lacrime e sangue; nuvolette sospese lungo i pendii, qualche traliccio di troppo ma tant'è.

Ad Ulrichen la temperatura è ben diversa dal colle; il caldo impone di togliere la felpa e rimettere le maniche corte. Ancora una pastiglia di antiinfiammatorio per tacitare i doloretti e via per l'ultima galoppata. In realtà è uno strazio: la strada che da Ulrichen va verso Brig e poi Visp è un macello di traffico, un caos, per lo più turisti, ma anche traffico pesante. Nessuna pietà per il nostro adesivo "Bicycle race", tutti a suonare ed inveire e fare sorpassi azzardati; sono quasi più in ansia per la scorta che per la mia stessa incolumità. Ormai, sapere che sono per forza fuori gara ha smorzato in me l'entusiasmo; devo arrivare a Visp, ma non ho più addosso quella frenesia, quella voglia di pedalare e di osare che avevo mentre salivo alla Novena. E perdere l'entusiasmo significa lasciare la strada aperta a tutto il resto, tutti i dolori che finora sono stati un po' in sordina: i piedi che mi fanno impazzire, il soprasella piagato nonostante le abbondanti applicazioni di "creme de cul", la schiena che chiede misericordia. Divento insofferente a tutto, anche al caldo che di solito amo, alle auto, alla strada che sale e scende e poi s'appiattisce, ai chilometri che mancano a Visp, alle decine di rotonde, svincoli, semafori, sempre più fitti man mano che ci avviciniamo alla meta. Le gambe sono indurite, poco reattive: tutto così, all'improvviso, tutto allo sfascio, quando la testa decide che ormai non ce n'è più.

Visp poi è un caos assoluto, un'unica coda di auto, camper, pullman dall'inizio alla fine del paese; mi tocca spesso fermarmi per non perdere contatto con i miei custodi, poi girare ed ancora girare alla ricerca del negozio di bici ove dovrebbe essere piazzato il punto di controllo. Ci arrivo quand'è quasi mezzogiorno ed ormai, come mi avevano preannunciato alla Novena, non c'è più nessuno.

Certo, se i cancelli orari fossero rimasti quelli promessi nella prima versione del regolamento, a questo punto avrei un paio d'ore di margine rispetto alle tappe successive; come dice Matteo, potrei fare mezz'oretta di sosta, cambiarmi, mangiare da essere umano anziché da pitone come ho fatto sinora, magari godermi un po' di massaggio, e poi ripartire, non dico fino alla fine, ma per altri 200 km almeno, sì, senza dubbio. Il corpaccione me lo permetterebbe, ma il cronometro no, ennesima dimostrazione che non ho il fisico per questo genere di competizioni. Ma non importa, sono molto soddisfatta di quel che son riuscita a combinare fin qui; sono contenta per le risate che ho sentito scrosciare nella Opel a qualsiasi ora del giorno e della notte, per i sorrisi dei miei tre amici che hanno ancora voglia di sghignazzare e punzecchiarsi l'un l'altro, perché in fondo è andato tutto bene, sono qui integra viva e vegeta...

Peccato solo che da qui, adesso, tocchi tornare a Schaffhausen, a recuperare l'altra auto e riconsegnare il GPS. Già, il GPS: alla fine della mia gara l'ho spento, mandando un messaggio al numero di telefono indicato dall'organizzazione per le comunicazioni; ciononostante, sui cellulari dei miei amici fioccano ordini minatori: "Please restart GPS"! E che cavolo vuoi che io restarti, balengo che non sei altro, se ho finito la corsa?
Il viaggio è lungo e travagliato, ma Luca e Matteo sono davvero inesauribili; si alternano alla guida, sempre tra immancabili frizzi e lazzi, con Matteo a fare da navigatore umano che ci porta inesorabilmente ad incasinarci nel traffico dannato di Zurigo. Infatti, prendendo spunto dal nome del fuoristrada in coda accanto a noi, gli affibbiamo il soprannome di "Pathfinder". Azzeccatissimo!

La nostra avventura si conclude in un bell'alberghetto lungo il Reno, dopo vari e vani tentativi di trovare una sistemazione a Schaffhausen. Tutto occupato. Rimediamo però una bella stanza con l'angolo cottura, così ci scappa anche una pasta, per opera di Matteo che è lo chef ufficiale; abbiamo tutti, pedalanti e no, una fame che mangeremmo le gambe del tavolo... Domani si tornerà a casa, non prima che Matteo e Luca abbiano sgambettato un po' sulla salita della Novena, mentre Luisa ed io ci stravaccheremo in qualche prato a prendere il sole.

Detto ciò... Un GRAZIE immenso a Luisa, Luca e Matteo che si sono prestati per quest'avventura e che si sono dati da fare senza risparmio, prima durante e dopo la gara. Siete stati una squadra eccezionale; il vostro sostegno è stato preziosissimo, fondamentale per portarmi fin dove sono arrivata. Spero che vi siate divertiti davvero, che sia stata sul serio una bella esperienza anche per voi... Tranquilli, non concluderò con un "arrivederci alla prossima": questa volta, per un po', ne ho abbastanza anche io!